Se in sala, all’inizio di uno spettacolo, risuona Fratelli d’Italia – l’inno nazionale intendo – è abitudine che il pubblico si alzi in piedi. Il più delle volte lo faccio anch’io. Per non fare lo stravagante, più che altro.
L’altra sera sono rimasto seduto, come del resto hanno fatto tutti gli altri spettatori. Nessuna stravaganza. E sì che lo spettacolo, che si replica fino al 30 marzo nella sala Thierry Salmon dell’Arena del Sole a Bologna, si intitola proprio Uno spettacolo italiano.

Stringersi a coorte
Detto questo, stringetevi a coorte e mettetevi alla prova. Sareste anche voi “pronti alla morte” (a questo incitano i celebri versi di Goffredo Mameli) se Italia ve lo chiedesse? In un post di qualche giorno fa su Facebook, Nicola Borghesi spiegava che lui, a morire per Italia, non ci pensa proprio. È una posizione che condivido.
E mi ritorna in mente, quel suo ragionamento, mentre scorrono davanti a miei occhi e alle orecchie immagini e battute di Uno spettacolo italiano. Lo hanno costruito a quattro mani proprio Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa.
Il primo, bolognese, ha appena raccolto ottimi risultati di pubblico e di critica, per i due impegnativi spettacoli di Kepler 425, Il capitale e A Place of Safety.
Il secondo, romano, in pochi anni si è fatto un bel nome, per certi urticanti e quanto mai pertinenti ritratti generazionali, fin dal primo, Apocalisse tascabile, elaborato assieme allo sparring partner, Lorenzo Guerrieri.
Di che parla Uno spettacolo italiano? L’incipit è il seguente. Due teatranti “comici” e “di sinistra” hanno capito che per loro oramai non c’è più trippa, né in teatro né altrove. Continuare a fare satira “di sinistra”, come hanno fatto finora, sarebbe puro autolesionismo. Ma bisogna pur vivere, o quantomeno sopravvivere. Pertanto decidono di dare una svolta alla carriera.
Comici sì, ma “di destra”. Italia chiamò.
Giulliari e oppressi
Ora, non starò a ricordarvi la famosa motivazione con la quale i giurati di Stoccolma assegnarono il Nobel 1997 a Dario Fo.
Anzi sì: ve la ricordo proprio. Dice: “perché seguendo la tradizione dei giullari medievali, [Dario Fo] dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
Il fatto è che oggi, non nel medioevo, di giullari a destra e a sinistra, se ne trovano a profusione. Presidiano stabilmente i teatri, i teatrini, le televisioni e anche le radio.
E tuttavia, agli oppressi non restituiscono un bel niente. Fanno solo (un po’) ridere il loro pubblico. Che può essere di destra o di sinistra. Ma più spesso è (un po’) confuso.

Teatro di sinistra. Teatro di destra
Che sia di destra o di sinistra, questo tipo di comicità si nutre soprattutto di luoghi comuni, di notizie che hanno avuto larga visibilità, di frasi ripetute migliaia di volte, di cliché comportamentali.
E anche di slogan, mantra e parole rimasticate fino alla noia. Dall’inclusività (che è parola di sinistra) alla tutela della famiglia (un format di destra). Dall’accoglienza (a sinistra) alla salvaguardia dei confini nazionali (a destra).
Un po’ quello che succedeva in una vecchia canzone di Giorgio Gaber, nella quale si elencavano oggetti d’uso comune, buttandoli di qua o di là. La vasca da bagno (che sarebbe di destra) e la doccia (che ovviamente è di sinistra). La cioccolata svizzera (dx) e la Nutella (sx). Il collant (sx) e le calze a rete (dx).
Dentro questo tipo di comicità, i due comici, Niccolò e Nicola, si buttano a corpo morto. Il loro Spettacolo italiano è zeppo di tricolori e di circolari ministeriali, uomini in divisa e armi di difesa.
C’è, in bella mostra, perfino il busto marmoreo di un sottosegretario alla cultura. Una specie di convitato di pietra che dispensa dispacci, consigli e suggerimenti. Perché lo spettacolo che sta nascendo sia gradevolmente di destra.

Cosa che sembra piacere, o divertire perlomeno, il pubblico di sinistra, che nella replica in cui ho visto questo spettacolo italiano, affollava la sala.
Leggerezza
Ma si sa, in tempi difficili come i nostri, un po’ di comicità alleggerisce i cuori. E dopo spettacoli impegnativi, pensati, importanti, che Kepler-452 ha proposto al pubblico in questi anni – come quello sui licenziamenti in fabbrica, quello sui salvamenti in mare, quello sugli odiatori in rete – la leggerezza dei luoghi comuni, ogni tanto ci può stare. La raccomandava pure l’italo Calvino.
Basta che non diventi un’abitudine. Che è una cosa di destra. La continua disponibilità a cambiare invece è di sinistra.
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UNO SPETTACOLO ITALIANO
progetto, drammaturgia, regia Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
con Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
luci Tiziano Ruggia
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro
