Pochi giorni ancora per visitare, a Bologna, alla Galleria d’arte Cordua, la mostra intitolata Archeologia del presente. Saranno esposte fino a sabato 3 maggio le opere realizzate nello scorso quinquennio da Renzo Francabandera.

Teatro, anzi oltre
Proprio come faccio io, Renzo Francabandera scrive sul teatro. La sua testata di riferimento è PAC – Paneacquaculture. Ma al contrario di me, che non mi sono mai scollato dal Nordest, lui è stato prima barese, poi catalano, poi milanese, ora bolognese.
Inoltre, quella teatrale è soltanto una delle sue tante vite. Assai più intensa adesso, è la sua vita d’artista.
Se continuate a leggere, capirete perché.

Orologi e paradossi
Tutti, nel fondo di qualche cassetto, abbiamo un orologio con le lancette che non funziona più. Relitto del nostro passato, rottame, carcassa. Eppure, puntuale, due volte ogni giorno, il rottame segna l’ora giusta. Un paradosso del tempo (il tempo è più ironico di quanto sembra). O magari solo uno scherzo del senso comune.
Penso a un mio orologio rotto, mentre mi inoltro nelle sale della Galleria d’arte Cordua, pieno centro di Bologna. Qui Renzo Francabandera ha allestito la sua più recente mostra, che si intitola Archeologia del presente. Come se quella scienza dell’antichità ci aiutasse a leggere, con occhi più lucidi, persino scientifici, la contemporaneità. Un paradosso, anche questo.
Convergenze
Francabandera non è archeologo di professione, oppure chissà, magari si sta specializzando. Di fatto, il suo versante creativo prevale, da un po’ di tempo, sul versante critico.
Archeologia del presente ne è la prova. Anche se le buone abitudini non si perdono mai, e infatti, tra le letture che hanno dato il via a questa sua personale ci sono i libri di un archeologo comediocomanda, Giuliano De Felice. In particolare quelli dedicati all’archeologia della contemporaneità.

De Felice ha contribuito alla mostra con una presentazione, oltre ad esserne il curatore scientifico. Un suo volume pubblicato da Laterza – Archeologia del contemporaneo in dieci oggetti (2024) – fa bella mostra (appunto) sul desk dal quale è partita la mia visita alla esposizione, introdotta dalle indicazioni della signora Luciana. Che di questo ambiente chiaro e silenzioso è la vestale.

Che cosa resterà di noi
Entro nella prima sala. Una vasta composizione orizzontale e plastica (perché di questo materiale è la gran parte degli oggetti qui raccolti) si impone immediatamente al visitatore. Il titolo è Rinvenimenti. Più che il richiamo a De Felice, mi ritorna in mente il verso di un altro archeologo del contemporaneo, quale è stato Franco Battiato. Che si domandava: “Che cosa resterà di noi, del transito terrestre?”
Resterà un telefono a cornetta? O un infradito spaiato. Una cassetta audio con il nastro attorcigliato. Uno di quei lampeggiatori stradali gialli, che fendono la notte in prossimità della ennesima buca sull’asfalto.

La polvere e un po’ di tempo ci si sono posati sopra. Sono questi i rinvenimenti che fanno panorama, insieme a tanti altri frantumi, mattoni, sassi, bottiglie. Francabandera li ha raccolti subito dopo l’alluvione in Emilia del 2024 e promossi a reperti archeologici di quel tempaccio. Soprattutto, di questo nostro tempo. Come ha fatto De Felice nel suo libro. Ma attraverso un percorso più alchemico.
Condivisioni
Attorno al plastico, sulle pareti, sono appese altre tre serie di lavori. Le grandi opere su carta, riunite sotto l’enunciativo titolo di Manifesti per un’archeologia del presente, le esplorazioni cromatiche impastate con fili e tessuto dei Paesaggi oscuri con ricami.

C’è anche una serie di cartoline e fotografie di famiglia, datate dal tempo, rielaborate poi, materialmente e pittoricamente. Ciascuna invita il visitatore a collaborare, lasciando su un foglietto una traccia di presente che si sovrapponga al passato. Una nota esorta:
“Scegliete fra questi reperti quello che rimanda a un vostro ricordo. Prendete un post-it giallo adesivo fra quelli disponibili sul tavolo e indicate luogo/anno/note identificative. Anche se qualcun altro ha già identificato un’immagine, è possibile che possiate identificarla nuovamente. L’archeologia della memoria è fatta di sovrapposizioni, déjà-vu, condivisioni inaspettate”.

Ma c’è un ma
La logica di questo blog, oltre che la mia, richiederebbero a questo punto una recensione di Archeologia del presente, ma…
C’è un ma piuttosto cospicuo. Ce ne sono due, anzi. Il primo è che l’artista è amico mio (potrei mai scrivere qualcosa di non eccellente a proposito un amico mio?). Ci siamo conosciuti quando lui, in un’altra vita ancora, con pastelli a cera e blocco da disegno, nel buio delle sale teatrali, esplorava la possibilità di recensire pittoricamente uno spettacolo.
Questo è un ma minore. Sapete quanti sono gli amici che, così come si gioca a ping pong, reciprocamente si recensiscono? C’è un secondo ma. Ed è che, di critica d’arte, io ne so quanto ne so di critica musicale. Cioè niente. Questo è un ma sostanziale.
Sapete che c’è?
La faccio allora scrivere a qualcun altro, la recensione. Qualcuno che si intenda di entrambe le cose. Un tizio che si intende anzi di tutto, e non per niente, a breve, diventerà pure lui un soggetto di archeologia del presente. Si chiama ChatGPT. Lo conoscete senz’altro, anche soltanto per sentito dire.
Con risposte alquanto curiose, eppure sempre autorevoli, ChatGPT ha fatto compagnia, a me e a Renzo una sera in un ristorante, sempre a Bologna, mentre consultavamo un menù libanese. Di lui, ci fidiamo quindi abbastanza. Ci piace quel che pensa e che dice. E riteniamo che, a parte qualche allucinazione, sia tutto sommato credibile. Forse anche onesto. Chissà.
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La recensione di ChatGPT alla personale di Renzo Francabandera
Questa qui sotto è la recensione su Archeologia del presente scritta da ChatGPT. Buona lettura.

Un viaggio nei resti del nostro tempo
Archeologia del presente di Renzo Francabandera alla Galleria Cordua
Entrare nella Galleria Cordua in questi giorni è come varcare la soglia di un luogo sospeso, dove il tempo non scorre in linea retta ma si accartoccia, si sedimenta, torna su se stesso. Qui, nel cuore vibrante di Bologna, Renzo Francabandera mette in scena Archeologia del presente, una mostra che è insieme rito e rovina, visione e scavo.
Le opere non gridano, ma sussurrano. Sono oggetti, frammenti, presenze mute che parlano a chi sa ascoltare. Un vecchio legno inciso, un metallo corroso, carte segnate da mani invisibili: ogni elemento sembra raccolto da un terreno fertile ma dimenticato, come se l’artista si fosse fatto rabdomante del nostro presente, cercando nelle sue crepe il senso più profondo di ciò che siamo diventati.
Francabandera non racconta una storia lineare. Preferisce evocare, suggerire, lasciare zone d’ombra. I suoi lavori sembrano emersi da un futuro già passato, reliquie di un’umanità che ha lasciato tracce prima ancora di accorgersi di esistere. C’è qualcosa di profondamente teatrale in tutto questo, non a caso: il suo sguardo è quello di chi ha calcato le scene e conosce il potere del silenzio tra le battute. Anche qui, il vuoto è pieno di senso.

Camminando tra le opere, si ha la sensazione di attraversare un paesaggio interiore fatto di tempo stratificato. Non c’è nostalgia, però. C’è una tensione viva, una domanda che aleggia: Cosa resterà di noi? E, soprattutto: Cosa stiamo lasciando andare senza accorgercene?
La Galleria Cordua accoglie tutto questo con delicatezza. Lo spazio diventa cassa di risonanza, amplificando la densità dei materiali e il silenzio che li avvolge. Non serve alcuna cornice: sono i dettagli, le imperfezioni, i vuoti, a costruire il senso profondo della mostra.
Archeologia del presente è, in fondo, un atto d’amore verso ciò che sfugge. Un invito a fermarsi, a osservare le rovine mentre ancora stanno accadendo. E forse, a riconoscerci in esse.

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Questo è il link al catalogo della mostra, che potete sfogliare, e che comprende anche una nota biografica sull’artista.
