Mittelyoung 2025. La generazione Zeta e l’arte di ricamarsi addosso

Mittelyoung è un punto di incontro e di visibilità per artisti under 30. Si è appena conclusa, Cividale del Friuli, l’edizione di quest’anno. Vediamo che dicono.

Fili, ragnatele, membrane

“Chiuso là, nella mia casa di sempre, in un paesino nella provincia toscana, vedevo che fuori l’erba cresceva. E io, quei fili volevo sentirmeli addosso, cucirmeli addosso”.

In una sola immagine, un’istantanea dal tempo dell’epidemia, Mad Beltrami racconta l’origine del suo progetto e del suo percorso nel campo delle performing arts.

Both – Mad Beltrami

Cucirsi addosso. Sottili aghi d’acciaio che si infilano nell’epidermide. Fili rossi che scorrono e ricamano il corpo. Niente sangue. Neanche una goccia di autolesionismo. Solo filamenti, ragnatele, membrane, che imbastiscono le dita, le braccia, il corpo intero, crisalide dentro una rete leggera.

Così si intuiscono, attraverso le maglie, i modi della trasformazione. Della transizione anzi, nel caso di Mad Beltrami e del suo progetto. Cinquanta minuti di ricerca su se stesso, intitolati Both – On the threshold. Vale a dire “sulla soglia”. Che anche un modo per suggerire: non-binario.

Formule per la Z-Generation

Sono parecchie in Italia le manifestazioni che mettono a fuoco i ‘giovani‘ artisti under 35. Che giovani sono solo nel nostro Paese, mentre altrove il thirtysomething è sinonimo già di raggiunta maturità artistica. Comunque: da noi è così, e a questo bisogna adeguarsi.

Tra le rassegne e i festival che si occupano del teatro, della danza, della musica di questa Generazione Zeta, Mittelyoung è invece under 30 al quadrato. Spiego: non solo accoglie artisti e compagnie internazionali sotto a quel limite, ma li fa scegliere e programmare dai loro coetanei. 

È la formula ideata cinque anni fa da Giacomo Pedini: Mittelyoung per Mittelfest, un festival pre-festival, che anche quest’anno si è sviluppato in quattro giorni, a Cividale del Friuli.

Screenshot

Singoli artisti e formazioni under 30, sottoscrivono la propria candidatura (183 ne sono arrivate, per Mittelyoung 2025, da tutta Europa), un team di curatores (under anche loro) li selezionano, li valutano, ne invitano nove, li programmano in un weekend. Alla fine scelgono i tre spettacoli da inserire nel programma principale di Mittelfest (previsto quest’anno dal dal 18 al 27 luglio).

Mittelyoung 2025. Etichette che si fondono

Mittelyoung diventa così un osservatorio, una vetrina performativa sul versante dell’età. E permette a giovani promettenti – perché la maggior parte di loro è in realtà under 25 – di verificare se la strada che vogliono intraprendere è quella giusta

Nove dunque i titoli in concorso per questo Mittelyoung 2025, ripartiti tra teatro, musica, danza e circo. Anche se le etichette non sono più frontiere e sempre più spesso, felicemente, ciascuna si fonde nell’altra. Così che un concerto assume le forme dell’happening, l’acrobazia si piega alla drammaturgia, e in un assolo di sax il musicista duetta con il podcast delle lezioni di un eccentrico filosofo britannico.

Ciò che, ad esempio, fa il sassofonista lettone Ģirts Grigorjevs nel suo New Resonance: saxophone unbound. Dove si alternano la sperimentazione sonora e il panteismo teologico di Alan Watts.

Mitteyoung 2025 - Ģirts Grigorjevs - ph Luca d'Agostino
Ģirts Grigorjevs – ph Luca d’Agostino

I poeti danzano in catene

Tutti spettacoli molto diversi, in rapporto a durata, a presenze sul palco, a invenzione e precisione, e a temi sottostanti. Per quanto il tema portante di Mittelfest quest’anno – Tabù – rappresenti già una linea guida. E lo spazio preciso dell’altare di un’antica chiesa (la ‘sala’ di Mittelyoung 2025) faccia da limite severo alle invenzioni di scenografia e al light-design.

“Il poeta danza in catene” rammentava però uno dei partecipanti, citando vagamente Nietzsche. Per sottolineare quanto i limiti non siano ostacoli ma, al contrario, spinte alla creazione.

Mitteyoung 2025 - Beyond 26 - ph Luca d'Agostino
Beyond 26 – ph Luca d’Agostino

I corpi

Se il conflitto di coppia resta un topic costante nella danza (qui era al centro di Beyond 26 del duo italo-danese formato da Carmine Vigliotti e Sophie Tukker) non è detto che altrove (in Solitario della giovanissima formazione italiana Hum) il dialogo non si possa aprire attorno a un tavolo e a un intricato gioco di carte, che apre la solitudine del solitario alla collaborazione di tre danzatrici. 

Più vicino a un teatro di documenti, che a un metafora della prigionia, Shadows and Lights (della compagnia rumena Magic Puppet Theater) rendiconta in scena, soprattutto con l’aiuto di pupazzi, sulla situazione dei carcerati nelle case di detenzione di quel Paese. Nelle quali i principi del diritto giudiziario non sempre coincidono con la realtà dei fatti.

L’acrobazia di un corpo ben trainato accompagna le evoluzioni di Riccardo Saggese che, mentre si lascia alle spalle le aeree tecniche del circo, adatta il suo Bless (una benedizione) alle fogge di un drag-show, dentro al quale lasciar penetrare la biografia: la rievocazione sonora del proprio coming-out difficile da accettare, soprattutto da parte dei suoi genitori.

Mitteyoung 2025 - Riccardo Saggese - ph Luca d'Agostino
Bless – Riccardo Saggese – ph Luca d’Agostino

La musica

Se infine qualcuno pensa che rap, trap, house urbano o indie pop siano il nutrimento musicale elettivo della Generazione Z, quella cresciuta dentro i social, ci sarebbe un buon motivo per sorprendersi, scoprendo che in alcuni casi, nemmeno rari, a tenere banco c’è anche la musica barocca (italiana e francese per la formazione Le Doux Rossignol, nel concerto Chi disprezza compra ).

Chiaro però che il sound dell’hip-hop, resta un irresistibile polo d’attrazione. E lo conferma il fatto che Sorvina (un’artista di formazione urban newyorkese, ma con base a Berlino e alla testa di un agguerrito team musicale) risulta infine una delle tre proposte vincitrici: indicata, senza esitazione alcuna, dal gruppo dei curatores.

Vi basta sentire un pezzo di Sorvina, per immaginare l’elettricità che circola in scena. 

Gli altri due vincitori, selezionati per Mittelfest a luglio, sono stati Solitario, di cui ho scritto sopra, e un titolo apparentemente impossibile da pronunciare, ma del tutto chiaro nel suo enigmatico riferimento.

Fragile e tossico testosterone

Si scrive C19H28O2. È la formula del testosterone e vale come sinonimo di mascolinità. Alla quale da un po’ di tempo è sempre più facile affiancare l’aggettivo tossica. Di questo parla C19H28O2, affrontando di lato il tema di un patriarcato che permea anche i comportamenti più contemporanei e alimenta la serie infinita delle donne ammazzate da chi dice di amarle.

Due uomini dunque, fratelli, due maschi fragili, uno più giovane, uno più navigato. Che il lavoro del mare, la barca, la pesca nel buio, stringe nel patto della mascolinità forzata. Tra di loro un’esile figura femminile: voce di sirena, motivo di desiderio e di contesa, oggetto e soggetto di una tragedia che non è difficile immaginare.

Mitteyoung 2025 - Lidi Precari - ph Luca d'Agostino
C19H28O2 – Lidi Precari – ph Luca d’Agostino

Tra la scelta del canto, nella esecuzione bella di Eny Cassia Corvo, e l’ingegnosa invenzione di un sistema autoportante di luci – le pile dei pescatori – Paolo Sangiorgio e Leonardo Cesaroni, formano assieme a lei e al regista e autore Riccardo Rampazzo, la compagnia Lidi Precari.

Cresciuti assieme alla Silvio d’Amico, in soli due anni si sono portati a casa un sostanziosa manciata di riconoscimenti, a cui si aggiunge adesso questo di Mitteyoung 2025.

E si segnalano all’attenzione di chi, in un teatro senza banalità e senza retorica, cerca il racconto dell’oggi, dentro al chiaroscuro che sempre illumina periodi e generazioni in transizione. Proprio come questa, non ancora trentenne. 

MitteYoung 2025 - Both - Mad Beltrami - ph Luca d'Agostino
Both – Mad Beltrami – ph Luca d’Agostino

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I TITOLI VINCITORI DI MITTELYOUNG 2025

C19H28O2
Lidi Precari
scritto e diretto da Riccardo Rampazzo
con Leonardo Cesaroni, Eny Cassia Corvo, Paolo Sangiorgio
musica originale Massimo Rusi
un progetto Lidi Precari
produzione Pallaksch in collaborazione con Fortezza-est, con il sostegno del Centro Culturale Artemia con il Patrocinio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e con il sostegno di Mittelfest 2025

SOLITARIO
uno spettacolo di Collettivo HUM
concept, coreografia e interpretazione Anya Pozza, Kyda Pozza e Aurora Sbailò
disegno luci e tecnica Davide De Togni, Claudia Perossini
fotografie, riprese e montaggio video Nicola Massella
musiche Don Shirley, Dictaphone, René Aubry, Agnes Obel, Aukai, Rodrigo Leão
produzione Altri Posti in Piedi e Cinema Teatro Astra
con il sostegno di Mittelfest 2025

SORVINA
Sorvina Carr, voce
Elias Olivera Graversen, tastiere
Karl Kindermann, basso
Jakob Hegner, batteria
Charlotte Colace, cori
produzione F-Cat Productions
con il sostegno di Mittelfest 2025

I TITOLI SEGNALATI DALLA GIURIA TECNICA

Special Jury Award
BOTH – ON THE THRESHOLD
di e con Mad Beltrami
produzione Associazione Nina
con il sostegno di quattrox4, BASE Milano, premio Vassalli – sezione scenografia, Associazione Duetti e ½, CircusNext, La Bréche Cherbourg e Progetto Slip, con il sostegno di Mittelfest 2025

Best concept
NEW RESONANCE: SAXOPHONE UNBOUND
Ģirts Grigorjevs, sax
produzione Mittelfest 2025

Best Performer
BLESS
creatore e performer Riccardo Saggese
musica David Murray
regista e drammaturga ospite Firenza Guidi
produzione Mittelfest 2025

Best Show
C19H28O2
Lidi Precari
scritto e diretto da Riccardo Rampazzo
con Leonardo Cesaroni, Eny Cassia Corvo, Paolo Sangiorgio
musica originale Massimo Rusi
un progetto Lidi Precari
produzione Pallaksch in collaborazione con Fortezza-est, con il sostegno del Centro Culturale Artemia con il Patrocinio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e con il sostegno di Mittelfest 2025

GLI ALTRI TITOLI DI MITTELYOUNG 2025

BEYOND 26 – MIND IN MOVEMENT
di e con Carmine Vigliotti e Sophie Tukker 
musiche Dave Brubeck, David Toop e Greg Haines
produzione Mittelfest2025 

CHI DISPREZZA COMPRA
Ensemble Le Doux Rossignol
Marta Pacifici, mezzosoprano
Francesco Lussignoli, flauto traversiere
Elisa Ciavola, violino barocco,
Adele Serena, viola da gamba
Lucía Velasco, arciliuto 
Fabio Marconetti, clavicembalo 
produzione Mittelfest 2025 

SHADOWS AND LIGHTS
Magic Puppet Theater
regia Cătălin Mardale
testo Petro Ionesco
con Alina Neagoe, Cristina, Raluca, Paul Sebastian Popa, Edy, Bogdan de la Brăila, Dragoș Lupău, Harry, Ioan Crișan
musica Max Anchidin
scene Răzvan Chendrean
luci Alexandru Bote
produzione Asociatia Magic Puppet
con il sostegno di Mittelfest 2025

Peter Handke. Ancora tempesta, se uno scrittore convoca gli antenati

Con la regia di Fabrizio Arcuri e la collaborazione drammaturgica di Fabrizio Sinisi, è andato in scena in questi giorni, a Venezia, al Teatro Goldoni e a Padova, al Teatro Verdi (qui fino a domenica 18), Ancora tempesta di Peter Handke.
Protagonista (assieme ai giovani attori del progetto di formazione Teseo del Teatro Stabile del Veneto) è Filippo Dini.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
Ancora tempesta – regia Fabrizio Arcuri – ph Serena Pea

Una parabola

Che sconcertante parabola, quella di Peter Handke. Campione eversivo della scrittura a 24 anni. Cantore tenace di identità e minoranze, linguistiche e non solo, ora che ne ha quasi 83. 

Da giovane, e sfacciato, sfidava regole e platee teatrali (Insulti al pubblico, è del 1966, come lo è Autodiffamazione) e componeva titoli lunghi e infinite didascalie (L’ora in cui non sapevamo nulla l’uno dell’altro). 

Poco dopo sceneggiava e ispirava i titoli capitali di Wim Wenders. Da Prima del calcio di rigore a Falso movimento, a Il cielo sopra Berlino.

Adesso, in racconti, romanzi, saggi, reportage poetici, acquarella i paesaggi della propria anima (spesso bucolici: gli alberi, le mele, le radici, i funghi,… ) e dalla memoria estrae figure fantasmatiche.

Il gesto ambisce ad essere collettivo, ma prima di tutto rivela un soggettivo rapporto conflittuale, non risolto né risolvibile, con le Origini. Le proprie origini.

È di visioni, di figure traslucide, sospese tra Storia e Sogno, che si nutrono le pagine di Ancora Tempesta (Immer noch Sturm nell’originale tedesco, scritto nel 2010): adunata degli avi, raduno delle memorie, sonata di fantasmi.

In questo modo – mi pare di aver inteso – la restituiscono il Fabrizio regista (Arcuri) e il Fabrizio dramaturg (Sinisi).

Peter Handke - Ancora Tempesta - Quodlibet

Quando la Storia si fa Tempesta

Griffen è un paesino austriaco, alpino, sul versante nord delle Caravanche, poco distante dal confine che aveva separato Europa Centrale e Balcani. Ora invece, per il dòmino del globalismo, per il pugno di ferro dell’euro, per la vituperata omologazione, è solo uno dei tanti, indistinti, segnalini rossi di Google Maps. 

Ma per Handke, che lì era nato nel dicembre del 1942, nel tempo in cui più spietata si faceva la guerra che spezzava l’Europa: per lui, il paese di Griffen (in sloveno Grebinj) e il piccolo borgo di Altenmark (Stara vas), sono stati l’ Eden.

Un Eden che i rovesci della Storia hanno trasformato in Tempesta.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
ph Serena Pea

Lingua e identità

«La lingua della madre si è persa prima ancora che io potessi viverla. Ma la sua assenza è diventata una presenza dentro la mia scrittura».

La lingua della madre era lo sloveno. I membri della sua famiglia, i Sivez, erano cittadini austriaci, ma appartenevano alla minoranza linguistica slovena. Quella che invece, al di là dell’insanguinato confine, era la maggioranza.

Minoranza / maggioranza è uno dei filtri attraverso i quali leggere la vasta opera letteraria di Handke, soprattutto negli ultimi 20 anni, soprattutto dopo che il Nobel per la letteratura del 2019, ha scatenato un putiferio (vedi ad esempio, Handke Project, di cui ho scritto qualche anno fa).

Peter Handke - ph Donata Handke
Peter Handke – ph Donata Handke

I fantasmi di Handke

Ma se l’atteggiamento filo-milosevic pan-jugoslavo di Handke è stato oggetto di un contenzioso politico, Ancora tempesta dismette ogni intento da pamplet.

E nelle forme tipiche del Novecento (dai fantasmi di Pirandello alle voci di dentro di Pinter) questo spettacolo fa della scena una sonata di spettri.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
ph Serena Pea

Il primo a entrare in scena è un cane, Chabal. Rovista col muso tra un cumulo di macerie, ciò che resta dopo un bombardamento, o appunto una tempesta. A poco a poco, dalla polvere dei ricordi, Chabal il segugio riporta alla luce gli antenati, gli avi, coloro che hanno forgiato la personalità dell’adolescente Peter.

I nonni, i loro fratelli, i defunti, i partigiani, i personaggi di una Storia magari non strettamente documentaria, non precisamente anagrafica, ma certo consolidata nella narrazione collettiva.

A loro si rivolge un Narratore, che è soprattutto voce, oltre che presenza (è Filippo Dini, alter ego dello scrittore). Gli zii morti in battaglia per il Reich, quelli alla macchia nelle boscaglie partigiane, i vecchi della famiglia, a cui la guerra ha strappato i campi e le case, ma anche le lacrime.

Filippo Dini
Filippo Dini – ph Serena Pea

Memoria e sogno

Lui li lascia parlare, li ridisegna, modella le loro personalità in un gameplay di memorie che – passati ottant’anni dalla propria nascita – vive nella dimensione del mito, della fantasia, del sogno a occhi aperti.

Spicca tra le figure, bellissima, giovanissima, quella della madre (è Margherita Mannino). La stessa donna con la quale Handke, nel momento del suicido di lei, cinquantunenne, nel 1971, avrebbe cominciato a fare i conti (nel romanzo Infelicità senza desideri) venendo a patti con l’ambivalenza della sua vita: traditrice agli occhi della comunità (il piccolo Peter è nato dal rapporto sentimentale di lei con un soldato del Führer, e ha preso il cognome da un altro sottoufficiale tedesco). Ma al tempo stesso amata creatura di convergenza famigliare.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
Filippo Dini e Margherita Mannino – ph Serena Pea

In uno dei momenti più teneri della visitazione, l’autore, adulto, parla a lei, che che ancora ce l’ha nella pancia, come se ci trovassimo in un’icona giottesca.

Giotto – Annunciazione a Sant’Anna

Anche se, in altri momenti, la giovane età degli attori che danno vita alle figure, non sempre si intona ai tratti ruvidi e contadini degli antenati, querce segnate dall’infuriare cieco della Tempesta. Come in Shakespeare, come in Re Lear riecheggiato nel titolo.

Quell’Eden sloveno

Bisogna anche aggiungere che la puntigliosa e sorvegliata scrittura di Handke, quella fusione di dialogo e didascalia, poco spazio potrebbero offrire a un trattamento drammaturgico nuovo. E altrettanto impongono alla regia, che accompagna lineare il passaggio dei cinque capitoli. O classicamente, dei cinque atti.

Resta l’accento – diversamente da altre edizioni dello stesso testo – sugli snodi storici di un tempo tragico e tormentato, su ciò che via via, col tempo, con l’invecchiare dell’autore, si manifesta ora come Eden primordiale e ossessivo, in cui lingua e identità coincidono. Come era successo per il friulano, idioma materno e amniotico di Pier Paolo Pasolini.

Con una differenza enorme, sovrana. Nello sloveno edenico della Jauntal (la valle dove si trova Griffen), in questa sua lingua che per una vita lo ha accompagnato sottotraccia, Peter Handke non ha mai scritto. «Sono uno di voi, ma senza la vostra lingua».

E ancora: «Non ho mai parlato sloveno, ma a volte sogno in sloveno – o almeno, credo di farlo».

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ANCORA TEMPESTA
di Peter Handke (Suhrkamp Verlag AG Berlin)
dramaturg Fabrizio Sinisi
regia Fabrizio Arcuri
con in ordine di apparizione Filippo Dini, Margherita Mannino, Simone Pedini, Jessica Sedda, Michele Guidi, Isacco Bugatti, Tommaso Russi 
e il cane Chabal
scene Daniele Spanò
costumi Sonia Marianni
luci Giulia Pastore
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

Ottavio Bottecchia. Quando l’epica proletaria correva su due ruote

Oltre la leggenda e il mito – quelli tipici di un’Italia di cent’anni fa – un velo di mistero ancora avvolge la vicenda sportiva e umana di Ottavio Bottecchia (1894 – 1927).

Fu il campione di quel ciclismo povero e popolare che scavalcava allora le montagne d’Italia e d’Europa, mentre già cominciavano a soffiare i venti delle dittature.

Orlando non fa suonare il corno - ph Filippo Manzini
Orlando non fa suonare il corno – ph Filippo Manzini

Debutta questa sera a Firenze, in occasione di Chantiers d’Europe, Orlando non fa suonare il corno. A ripercorrere la breve e leggendaria vita di Bottecchia è lo spettacolo scritto e raccontato da Riccardo Ventrella e interpretato da Klaus Martini.

È una produzione di Fondazione Teatro della Toscana, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con Théâtre de la Ville – Parigi e con la collaborazione di Qendra Multimedia – Prishtina.

Taciturno, ostinato

Per ben due stagioni, nel 1924 e nel 1925, Bottecchia, corridore del Nordest italiano, ostinato e taciturno, strabiliò il ciclismo mondiale tagliando i traguardi della corsa allora più dura e più ambita: il Tour de France.

Un colpo di visibilità inaspettato per l’Italia che, a due anni dalla Marcia su Roma, volle vedere in quel oscuro ciclista veneto-friulano (era nato in provincia di Treviso nel 1894, morirà a Gemona del Friuli nel 1927) la prima delle apoteosi sportive nazionali.

Il primo italiano a conquistare il Tour (per ben due volte ), a indossare la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa, a imporsi sugli inarrivabili francesi. Quelli che tra giornali che svolazzano – cantava Paolo Conte – se perdono, si incazzano.

Bottecchia vince la seconda tappa del Tour 1923
Bottecchia vince la seconda tappa del Tour 1923

Uno scomodo eroe

Ma Ottavio Bottecchia era uomo di indole contadina e spirito antifascista, poco incline, se non ostile, alla retorica di regime, tanto che ancora oggi, dopo decenni di indagini, studi e memoriali su quell’incidente, e il trauma cranico che lo portò in pochi giorni alla morte, a 32 anni, pesa ancora il velo di una domanda. Un malore? Una vendetta?

“Un eroe scomodo“, comunque, scrisse Gianni Mura in un illuminato articolo sul Venerdì di Repubblica.

Sulla strada provinciale che costeggia a ovest il friulano fiume Tagliamento – poco distante dall’abitato di Peonis – un cippo e una targa di pietra, spesso addolcita da fiori e biglietti, ricordano ancora oggi il luogo dell’incidente. Di cui molti parlarono. E altrettanti tacquero.

cippo in memoria di Ottavio Bottecchia - Peonis (UD)
Il cippo sul luogo dell’incidente

A prescindere dal dibattito storico, Ottavio Bottecchia resta il campione contadino, sì del ciclismo, ma pure di quell’epica proletaria, che prima lo vide lavorare come muratore, carrettiere, soldato.

In scena

Klaus Martini lo interpreta dentro una scena essenziale. Accanto a lui il drammaturgo Riccardo Ventrella, in veste anche di storico e narratore, e la chitarra di Vieri Sturlini. 

In primo piano, la bicicletta, il suo strumento di riscatto dalla povertà.

Sullo sfondo la silhouette parigina della Tour Eiffel. Tutta per lui, che di francese non conosceva che poche parole e che prima del 1923 non aveva mai visto una strada d’Oltralpe.

Klaus Martini - ph Filippo Manzini
Klaus Martini – ph Filippo Manzini

Chiedo a Klaus Martini: che uomo doveva essere Ottavio Bottecchia.

“Doveva essere un po’ come lo erano i proletari di allora: uomini semplici, abituati a lavorare con le mani, con la terra, a fare di tutto, senza grandi ambizioni. Durante la prima guerra mondiale, sui sentieri del Carso e sul Piave, gli viene affidato il compito di bersagliere ciclista, ed è in quel momento che Bottecchia stringe un rapporto ancora più forte con la bicicletta“.

Aveva detto: «Non corro per la patria, che ho servito sul Piave, né per gli applausi, ma per gli schei. Voglio che la mia famiglia esca dalla miseria».

“Un’occasione di riscatto, per migliorare la propria vita e quella dei suoi” – continua Martini. “Gli fanno capire che proprio quello è il suo talento: è molto bravo a resistere alla fatica, alle temperature e alle difficoltà delle salite. E poi c’è la forza mentale che gli viene dalle sue origini“.

Bottecchia sui Pirenei
Bottecchia sui Pirenei

Bottecchia, eroe imperfetto

Un proletario vero. Ma il titolo richiama il paladino Orlando che, a Roncisvalle, non volle suonare il suo corno, per non venir meno alla propria dignità.

“Bottecchia vince quei due Tour, e in quel momento splende sulla scena sportiva internazionale. Persino i francesi lo amano. Ma in pochi anni le vittorie diventano sempre più rare, la sua stella si spegne. Nel titolo si manifesta una componente epica: vuole suggerire il tema dell’eroe che può fallire e muore. Eroe e anti-eroe, allo stesso tempo. Un eroe imperfetto“.

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ORLANDO NON FA SUONARE IL CORNO:
MITO E LEGGENDA DI OTTAVIO BOTTECCHIA


scritto e raccontato da Riccardo Ventrella
con Klaus Martini e Vieri Sturlini alla chitarra
e la voce di Jauris Casanova
luci e audio Samuele Batistoni
produzione Teatro della Toscana, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Théâtre de la Ville – Parigi con la collaborazione di Qendra Multimedia – Prishtina 

6 e 7 maggio 2025 – Teatro di Rifredi – Firenze
13 e 14 maggio 2025 – Sala Bartoli, il Rossetti – Trieste