Peter Handke. Ancora tempesta, se uno scrittore convoca gli antenati

Con la regia di Fabrizio Arcuri e la collaborazione drammaturgica di Fabrizio Sinisi, è andato in scena in questi giorni, a Venezia, al Teatro Goldoni e a Padova, al Teatro Verdi (qui fino a domenica 18), Ancora tempesta di Peter Handke.
Protagonista (assieme ai giovani attori del progetto di formazione Teseo del Teatro Stabile del Veneto) è Filippo Dini.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
Ancora tempesta – regia Fabrizio Arcuri – ph Serena Pea

Una parabola

Che sconcertante parabola, quella di Peter Handke. Campione eversivo della scrittura a 24 anni. Cantore tenace di identità e minoranze, linguistiche e non solo, ora che ne ha quasi 83. 

Da giovane, e sfacciato, sfidava regole e platee teatrali (Insulti al pubblico, è del 1966, come lo è Autodiffamazione) e componeva titoli lunghi e infinite didascalie (L’ora in cui non sapevamo nulla l’uno dell’altro). 

Poco dopo sceneggiava e ispirava i titoli capitali di Wim Wenders. Da Prima del calcio di rigore a Falso movimento, a Il cielo sopra Berlino.

Adesso, in racconti, romanzi, saggi, reportage poetici, acquarella i paesaggi della propria anima (spesso bucolici: gli alberi, le mele, le radici, i funghi,… ) e dalla memoria estrae figure fantasmatiche.

Il gesto ambisce ad essere collettivo, ma prima di tutto rivela un soggettivo rapporto conflittuale, non risolto né risolvibile, con le Origini. Le proprie origini.

È di visioni, di figure traslucide, sospese tra Storia e Sogno, che si nutrono le pagine di Ancora Tempesta (Immer noch Sturm nell’originale tedesco, scritto nel 2010): adunata degli avi, raduno delle memorie, sonata di fantasmi.

In questo modo – mi pare di aver inteso – la restituiscono il Fabrizio regista (Arcuri) e il Fabrizio dramaturg (Sinisi).

Peter Handke - Ancora Tempesta - Quodlibet

Quando la Storia si fa Tempesta

Griffen è un paesino austriaco, alpino, sul versante nord delle Caravanche, poco distante dal confine che aveva separato Europa Centrale e Balcani. Ora invece, per il dòmino del globalismo, per il pugno di ferro dell’euro, per la vituperata omologazione, è solo uno dei tanti, indistinti, segnalini rossi di Google Maps. 

Ma per Handke, che lì era nato nel dicembre del 1942, nel tempo in cui più spietata si faceva la guerra che spezzava l’Europa: per lui, il paese di Griffen (in sloveno Grebinj) e il piccolo borgo di Altenmark (Stara vas), sono stati l’ Eden.

Un Eden che i rovesci della Storia hanno trasformato in Tempesta.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
ph Serena Pea

Lingua e identità

«La lingua della madre si è persa prima ancora che io potessi viverla. Ma la sua assenza è diventata una presenza dentro la mia scrittura».

La lingua della madre era lo sloveno. I membri della sua famiglia, i Sivez, erano cittadini austriaci, ma appartenevano alla minoranza linguistica slovena. Quella che invece, al di là dell’insanguinato confine, era la maggioranza.

Minoranza / maggioranza è uno dei filtri attraverso i quali leggere la vasta opera letteraria di Handke, soprattutto negli ultimi 20 anni, soprattutto dopo che il Nobel per la letteratura del 2019, ha scatenato un putiferio (vedi ad esempio, Handke Project, di cui ho scritto qualche anno fa).

Peter Handke - ph Donata Handke
Peter Handke – ph Donata Handke

I fantasmi di Handke

Ma se l’atteggiamento filo-milosevic pan-jugoslavo di Handke è stato oggetto di un contenzioso politico, Ancora tempesta dismette ogni intento da pamplet.

E nelle forme tipiche del Novecento (dai fantasmi di Pirandello alle voci di dentro di Pinter) questo spettacolo fa della scena una sonata di spettri.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
ph Serena Pea

Il primo a entrare in scena è un cane, Chabal. Rovista col muso tra un cumulo di macerie, ciò che resta dopo un bombardamento, o appunto una tempesta. A poco a poco, dalla polvere dei ricordi, Chabal il segugio riporta alla luce gli antenati, gli avi, coloro che hanno forgiato la personalità dell’adolescente Peter.

I nonni, i loro fratelli, i defunti, i partigiani, i personaggi di una Storia magari non strettamente documentaria, non precisamente anagrafica, ma certo consolidata nella narrazione collettiva.

A loro si rivolge un Narratore, che è soprattutto voce, oltre che presenza (è Filippo Dini, alter ego dello scrittore). Gli zii morti in battaglia per il Reich, quelli alla macchia nelle boscaglie partigiane, i vecchi della famiglia, a cui la guerra ha strappato i campi e le case, ma anche le lacrime.

Filippo Dini
Filippo Dini – ph Serena Pea

Memoria e sogno

Lui li lascia parlare, li ridisegna, modella le loro personalità in un gameplay di memorie che – passati ottant’anni dalla propria nascita – vive nella dimensione del mito, della fantasia, del sogno a occhi aperti.

Spicca tra le figure, bellissima, giovanissima, quella della madre (è Margherita Mannino). La stessa donna con la quale Handke, nel momento del suicido di lei, cinquantunenne, nel 1971, avrebbe cominciato a fare i conti (nel romanzo Infelicità senza desideri) venendo a patti con l’ambivalenza della sua vita: traditrice agli occhi della comunità (il piccolo Peter è nato dal rapporto sentimentale di lei con un soldato del Führer, e ha preso il cognome da un altro sottoufficiale tedesco). Ma al tempo stesso amata creatura di convergenza famigliare.

Ancora tempesta di Peter Handke - regia Fabrizio Arcuri - ph Serena Pea
Filippo Dini e Margherita Mannino – ph Serena Pea

In uno dei momenti più teneri della visitazione, l’autore, adulto, parla a lei, che che ancora ce l’ha nella pancia, come se ci trovassimo in un’icona giottesca.

Giotto – Annunciazione a Sant’Anna

Anche se, in altri momenti, la giovane età degli attori che danno vita alle figure, non sempre si intona ai tratti ruvidi e contadini degli antenati, querce segnate dall’infuriare cieco della Tempesta. Come in Shakespeare, come in Re Lear riecheggiato nel titolo.

Quell’Eden sloveno

Bisogna anche aggiungere che la puntigliosa e sorvegliata scrittura di Handke, quella fusione di dialogo e didascalia, poco spazio potrebbero offrire a un trattamento drammaturgico nuovo. E altrettanto impongono alla regia, che accompagna lineare il passaggio dei cinque capitoli. O classicamente, dei cinque atti.

Resta l’accento – diversamente da altre edizioni dello stesso testo – sugli snodi storici di un tempo tragico e tormentato, su ciò che via via, col tempo, con l’invecchiare dell’autore, si manifesta ora come Eden primordiale e ossessivo, in cui lingua e identità coincidono. Come era successo per il friulano, idioma materno e amniotico di Pier Paolo Pasolini.

Con una differenza enorme, sovrana. Nello sloveno edenico della Jauntal (la valle dove si trova Griffen), in questa sua lingua che per una vita lo ha accompagnato sottotraccia, Peter Handke non ha mai scritto. «Sono uno di voi, ma senza la vostra lingua».

E ancora: «Non ho mai parlato sloveno, ma a volte sogno in sloveno – o almeno, credo di farlo».

– – – – – – – – – – – – – – – –
ANCORA TEMPESTA
di Peter Handke (Suhrkamp Verlag AG Berlin)
dramaturg Fabrizio Sinisi
regia Fabrizio Arcuri
con in ordine di apparizione Filippo Dini, Margherita Mannino, Simone Pedini, Jessica Sedda, Michele Guidi, Isacco Bugatti, Tommaso Russi 
e il cane Chabal
scene Daniele Spanò
costumi Sonia Marianni
luci Giulia Pastore
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.