In molte delle classifiche che descrivono l’Italia – tenore economico, risorse sanitarie, aspettativa di vita – la Calabria si attesta negli ultimi posti.

Nella mia personale classifica, sta invece nei primi. Per come mi si apre negli occhi la costa tirrenica, mentre viaggio sui treni che mi portano laggiù. Per il buon cibo che riesco a trovare in tavola, senza pagare uno sproposito. E per l’accoglienza che sempre mi ha riservato, anche in uno sperduto b&b.
Soprattutto, per la specialità di un festival teatrale che considero tra i più interessanti, e i più avventurosi, del nostro Paese: Primavera dei Teatri.
Un quarto di secolo di esplorazioni
A Castrovillari – una settimana fa, tra maggio e giugno – Primavera dei teatri 2025 ha raggiunto il traguardo delle 25 edizioni. Sembrerebbero poche rispetto ai gloriosi 68 anni di Spoleto, ai 53 di Santarcangelo. Ma è un quarto di secolo che, grazie al fiuto e all’impegno dei tre co-direttori e del loro staff, lo rende unico.
Per un’impronta che ha mantenuto da quando è nato, avamposto in una regione praticamente priva di teatro, per il magnetismo con cui ancora adesso attrae giovani e meno giovani comunità di artisti e di spettatori.

Infine per i luoghi dove si volge: l’imponente e bianco Protoconvento francescano, issato su uno sperone di roccia, con il chiostro, anzi un doppio chiostro, che nulla a da invidiare a quello milanese del Piccolo Teatro.
Il Protoconvento è il cuore di Primavera dei Teatri. È il luogo degli incontri e degli abbracci, è l’appuntamento al quale conti di ritrovare chi non vedevi da tempo. Oppure chi – giovane artista in crescita – vedi per la prima volta e rivedrai tra qualche anno sui maggiori palcoscenici italiani.

Intuito e scouting hanno sempre accompagnato Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano, che negli anni hanno edificato Primavera dei Teatri sulle assi del Teatro Sybaris, nelle cellette francescane, nella prigione del castello Aragonese, e poi in altri spazi, cambiati di anno in anno, con qualche insolita sorpresa, come la stazione degli autobus. Dalla quale prendeva il via – adesso sembra un secolo, ma era il 2010 – il periplo avventuroso di Mimmo Borrelli.
Maestri e rivelazioni
Studi, debutti, presentazioni, prime rappresentazioni. E mostre, libri, film, concerti, dj set. Ne ho visti tanti in quei luoghi. E anche in questa primavera 2025 i titoli non sono stati pochi.
Da quelli dei maestri – Danio Manfredini, regista di Cari spettatori, Daniele Ninarello con una nuova coreografia, Rise – alle conferme d’eccellenza: Francesco Marilungo che dopo Stuporosa, ha presentato il suo nuovo progetto Cani lunari. Federica Rosellini, con il suo sconvolgente Ivan e i cani. Oppure Marco Sgrosso, inaspettata Emma B. vedova Giocasta.

E ancora, qualche rivelazione che immagino di ritrovare, in spazi numerosi, la prossima stagione. Incontro, per esempio, nuovo lavoro del collettivo napoletano lunAzione, istantanea viva sulle derive giovanili, con Federica Carruba Toscano e Lorenzo Izzo destinati sicuramente a un premio.
Infine, tra eventi per diverse ragioni affettuosi: la presentazione del libro di Claudio Facchinelli, collega amico e critico scomparso da poco, il film con cui Saverio La Ruina ha documentato il suo spettacolo Italianesi (e la restituzione della residenza Domineidddio, con Cecilia Foti), la nuova mostra dei disegni-recensione di Renzo Francabandera.

Calabria magica, come Circe
Tanta roba. Ma, visto che stavolta QuanteScene! arriva un po’ in ritardo (eggià, come Circe, la Calabria magica mi ha trattenuto) e la rete intanto abbonda di recensioni, vorrei soffermarmi piuttosto su due titoli che per diverse ragioni, stavolta, mi sono stati a cuore. Senza nulla togliere agli altri, parlo di due spettacoli che con le loro storie, privilegiano questa regione.

Vedete voi se sono una spinta ad intraprendere un viaggio fin laggiù, tra gli strapiombi e le spiagge di Capo Spulico, o di Capo Vaticano, o nelle stregonesche grotte che circondano Castrovillari e il suo glorioso monte Pollino.
Sorniona, allusiva, c’è Iaia Forte in formato Calabria
“Così come certe ragazzine fioriscono nel giro di un’estate, mia nonna diventò bellissima dopo gli ottanta”. Si avvia come un inno alla maturità muliebre, il racconto che Emanuele Trevi – scrittore nato a Roma, ma di madre calabrese – ha dedicato a una delle sue antenate. E che Iaia Forte – attrice napoletana, ma della Calabria innamorata – ha restituito in forma di reading in una delle serate di Primavera dei teatri 2025.

Quaggiù, tra Tirreno e Ionio, si dipanano storie di maghe e sirene, poveri pescatori e bellezze contadine. In questo caso, l’ironia dello scrittore e il piglio narrativo della sua interprete, danno vita invece al diario bizzarro e aristocratico di un’amore senile.
Scrive Trevi: “Era una vera dea tirrenica, mia nonna, della sottospecie calabrese: perspicace, testarda, capace di leggerti un pensiero nella testa prima ancora che tu stesso l’avessi formulato. In quell’estate di san Martino della sua vita, conobbe il grande amore che il destino nascondeva in fondo alla sua saccoccia. Vedova di un giudice e regina assoluta del suo piccolo reame, a ottantacinque anni aveva poco da chiedere ancora alla sua vita. Ma la vita non è Babbo Natale: decide lei quello che ritieni di volere, e ti manda i suoi regali quando ti sembra di non averne più bisogno”.
Il regalo è lui. “Un conte, un forestiero, più o meno dell’età di mia nonna. Era nato da una illustrissima famiglia di sangue blu inglese mischiato a sangue partenopeo altrettanto pregiato. Non si era mai sposato e, privo di discendenza, aveva sempre coltivato ambizioni di storiografo con il fermo proposito di dedicare gli ultimi anni della sua vita a un libro che finalmente restituisse ai Borboni i loro indubbi meriti amministrativi, agricoli, demografici”.
Insomma, già avete immaginato come prosegue e – vista l’eta dei due innamorati – come va a finire. Ma il garbo sornione e gli sguardi allusivi che Iaia Forte ci mette, nel raccontarli, sono il controcanto frizzante e nondimeno delicato che accompagna un amore degno della letteratura. E anche dei teatri.
Indemoniate, cagne, streghe. O solo donne
Il primo ricovero, all’Ospedale Psichiatrico di Girifalco, risale al 1881. Un secolo dopo sarà la legge Basaglia a chiudere definitivamente la struttura manicomiale, e a farne un diverso luogo di accoglienza.
Proprio quello che a Girifalco, nel punto più stretto della penisola calabrese, è oggi attivo. Con i suoi archivi anche: le cartelle, i diari, le lettere di quei reclusi. In molti casi, donne. Dietro le sbarre, molte di loro pagavano un desiderio di indipendenza, una ricerca di libertà, un istante di passione.
Aspirazioni. Storie. Documenti. In larga parte consultati e studiati da Francesca Ritrovato, attrice e drammaturga. Che del suo paese d’origine racconta ora, in Alienate, l’oscura fama psichiatrica. Portando alla luce i volti, le voci, la scrittura di alcune di quelle donne. Impersonandole, con un velo di Madonna in testa, con la corona di spine dell’elettroshock e con camicie di forza.

Dentro alle quali gridare, inascoltata, la loro verità. Leonilde, Giulia, Margherita, Eugenia, Luisa… tanti altri nomi, e attorno a loro, tante altre figure di repressione e compatimento: il prete esorcista, il fratello arruolato in artiglieria, la sorella anaffettiva, la madre superiora, la vecchia strulla… E gli uomini – Rocco, uno per tutti – che a quel destino le hanno condannate: pazze, cagne, streghe, internate, indemoniate. Alienate è la parola giusta.
Ad accompagnarle, a consolarle, sul palcoscenico, accanto al corpo mobile di Francesca Ritrovato, c’è la musica. La chitarra loquace di Fabio Macagnino che in lingua e sonorità calabresi canta le loro storie, amori, e disamori soprattutto.
Il formato delle alienate è frequente nel teatro italiano. Perché diffuse erano da noi le istituzioni repressive: dai manicomi di Gorizia e Trieste a quelli di Arezzo e Volterra. Perché sono storie intense: da Alda Merini a Adalgisa Conti. Alienate le ritrova negli archivi (anche in quello dei diari conservati a Pieve Santo Stefano), le disseppellisce dalla polvere e dagli inchiostri scoloriti. Restituisce finalemente loro, in questa Primavera dei Teatri 2025, una qualche postuma giustizia.
Che, di fronte al silenzio, è già qualcosa.
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MIA NONNA E I BORBONI
testo di Emanuele Trevi, con Iaia Forte.
ALIENATE
di e con Francesca Ritrovato, musiche di Fabio Macagnino
INCONTRO
progetto e regia Eduardo di Pietro, con Federica Carruba Toscano e Lorenzo Izzo produzione Collettivo lunAzione
IVAN E I CANI
un testo di Hattie Naylor, tradotto da Monica Capuani
performer, sound design e regia Federica Rosellini
produzione Cardellino srl
