Anche in casa si possono provare emozioni forti racconta cinque generazioni di una famiglia del meridione italiano. Sono le donne a governarla. Da sempre. Tenacemente. Un matriarcato, scritto forse nel Dna, ma anche per il teatro, da Caterina Filograno.

La Speronetta è un piccola baia a nord di Bari, nel sobborgo costiero di Santo Spirito. Ville e villini signorili, strade alberate e aree verdi, danno a quel luogo un senso di agio e tranquillità.
Dalla terrazza del Villino Tajani, costruito nel 1904, un viale si inoltra fra cycas e oleandri e termina davanti al cancello color amaranto, proprio di fronte al mare, azzurro e tranquillo in questo pomeriggio di giugno. La storia di Anche in casa si possono provare emozioni forti si svolge qua.
Ho voluto vederlo di persona, il posto. Mi sono messo in viaggio, sono sceso dal treno e subito, alla stazione di Santo Spirito, mi ha accolto il canto delle cocorite, vivaci e odiosi pappagallini di origine australe.

In un pomeriggio del 1994…
In quel pomeriggio l’irreparabile ebbe il sopravvento. In un’abitazione di Molfetta, nel 1994, a una coppia di cocorite venne aperta la gabbietta. Incautamente. Complice il clima degli ultimi decenni, i volatili si sono rapidamente riprodotti. Un’emergenza ecologica oramai.
Oggi, stormi assordanti colonizzano il litorale e le zone a nord di Bari, fino ad arrivare alla Speronetta, ultimo lembo del capoluogo pugliese. È qua che la famiglia Tajani trascorre le estati, tra il cinguettio molesto delle cocorite che infestano il parco, e i fantasmi dell’albero genealogico, dal quale si dipartono possenti rami matriarcali.
In camicia da notte
Immaginatevi la scena. Tra i pilastri, all’ingresso della villa, l’anziana Maddalena è seduta sulla sua sedia – il suo trono. Novant’anni e oltre, piedi scalzi, camicia di notte di bianco lino, i capelli sciolti. E parla, parla, parla… Attorno a lei, si muovono le sue figlie e le sue nipoti, api laboriose, pure loro in camicia da notte. E parlano, parlano. Figure contemporanee dai caratteri sfaccettati, donne di polso: avvocata, psicoterapeuta, attrice…

Possono essere pragmatiche, come Mina, una delle due figlie, ma pure concilianti come l’inoffensiva Simonetta, sua sorella. Il carattere delle nipoti, Rebecca e Caterina, sorelle anche loro, sembra invece plasmato su quello della matriarca: consapevoli, determinate, prendono tutto di punta e arrivano dove vogliono. Come le cocorite, che Maddalena vedrebbe volentieri sterminate, a forza di pallettoni.
A questo punto non è un mistero che l’autrice – Caterina come il personaggio, barese, trentenne, con un bel carniere di premi, riconoscimenti e commissioni – intenda tessere un arazzo autobiografico dentro a questo testo dal formato insolito per il teatro italiano. Un po’ romanzo, un po’ sceneggiatura, un po’ autofiction, come dicono quelli che la sanno lunga. Una polaroid di famiglia. A parte qualche salvifico cambiamento dei nomi. Delle altre, non del suo.

Filograno: past and present remix
Ma non bisogna lasciarsi fuorviare dalle apparenze. Un personaggio, per quanto modellato su una persona, resta un personaggio. Ha una sua storia e una sua realtà. Immaginaria. È altro.
Nemmeno la villa, di fronte alla quale, in questa sera di giugno, io sono uno degli spettatori, è esattamente quella villa. Il teatro ha percorsi diversi, più sottili, evanescenti, non è mai imitation of life. Il più delle volte la supera, la vita.
Anche in casa si possono provare emozioni forti nasce infatti lontano. Dopo gli incontri con Calamaro, Deflorian, Paravidino, Lanera, capita che Filograno partecipi a Past Present Remix, laboratorio che si è svolto a Venezia, in Biennale, con il drammaturgo britannico Martin Crimp, quattro anni fa.
Così adesso, nel remixaggio di past and present, nell’alternarsi dei dialoghi e delle voci che si sovrappongono, tra le trasparenze della biancheria e citazioni scientifiche di soppiatto – Freud, Jung, Klein, Bachofen, ma anche il più pop Umberto Galimberti – noi possiamo ricostruire la storia famigliare dei Tajani.

Scintille
Lontane origini borboniche, rovesci della fortuna, crescita del patrimonio, laboriosità femminile. I maschi sullo sfondo: indispensabili alla riproduzione della specie, come nelle comunità delle api. Ma uomini distratti, inutili, fuggitivi: scintille di un momento, si spengono velocemente. E scompaiono.
Il punto è qua. Questa curiosa mappa storica di un matriarcato meridionale va in un senso che si potrebbe pure chiamare antropologia se, con svolte sagaci e ironiche, non scegliesse di muoversi dentro caratteri vivi, presenti. Cui la facciata della villa, imponente, con motti latini scolpiti in alto e piante di oleandro, dà il colore della verosimiglianza. Se non della verità.
Così come verosimili, se non proprio veri, sono i segnali di realtà che abitano il parco. Soprattutto i suoni: il canto serale delle cicale, i richiami ossessivi delle cocorite, la risacca. Raccogliendoli dal vivo, ma anche elaborandoli digitalmente, un mago del sound design, chiamato Gerets, li compone all’istante in una colonna sonora atmosferica.

Ora un termine impegnativo: ginecocrazia
Certo, bisogna avere un certo coraggio per andare a rileggersi quel tomo ottocentesco che si intitola Il matriarcato (1861, sottotitolo impegnativo, Ricerca sulla ginecocrazia) di Jakob Bachofen.
Ma poiché in quelle pagine si trova la prima lente per leggere la posizione delle donne come chiave dello sviluppo delle società, antiche e contemporanee, non è peregrino associare quell’avveniristico trattato al lavoro di queste cinque attrici.
Dalla loquace e spiritosa matriarca Maria Grazia Sughi, passando per la ragionevolezza matura di Simona Senzacqua e Francesca Porrini, giù giù fino alle più giovani: la riottosa Cecilia di Petra Valentini e la stessa Filograno. Che le chiama, tutte assieme, “antropologhe di uno zoo umano”.

Ma si tratta al tempo stesso di esemplari sotto osservazione, cavie del secolare dibattito che si muove tra storia sociale e evoluzionismo, femminismi in trasformazione e critica del patriarcato.
Generazioni
Fino a sciogliersi nello stellato momento in cui la nipote più giovane accompagna per mano la nonna al cancello: quello amaranto, quello che guarda verso il mare. Il testimone passa allora di generazione in generazione. Tutte donne. Solo donne.

Le cocorite hanno smesso di stridere, l’onda si frange, una ballata nostalgica – I’m so tired dei Fugazi – ci rammenta che le emozioni forti si possono manifestare ovunque.
Ma evolvono soprattutto nel centomillenario recinto della famiglia.
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ANCHE IN CASA SI POSSONO PROVARE EMOZIONI FORTI
drammaturgia e regia Caterina Filograno
con Caterina Filograno, Francesca Porrini, Simona Senzacqua, Maria Grazia Sughi e Petra Valentini
scene e Costumi Giuseppe Di Morabito
luci Stefano Bardelli
suono Gerets
aiuto regia e collaborazione artistica Ksenjia Martinovic
produzione Teatro di Sardegna | Teatro Stabile di Torino -Teatro Nazionale | Teatri di Bari con il sostegno di Banca Generali
