Mittelfest 2025. Ascoltare i luoghi. Con la coda dell’orecchio

Dove stanno andando i festival? I festival, a dire il vero, non vanno. Restano. Presidiano i luoghi. Soprattutto quelli che, grazie a loro, sono diventati bandierine vistose sulla mappa culturale italiana. Sconosciuti ieri ai più – Castrovillari, Polverigi, Albenga, Gibellina… e tanti altri piccoli centri – hanno oggi un’identità. Una storia che la storiografia ufficiale non contemplava.

Mittelfest 2025 - ph Luca Valenta
Mittelfest 2025 – Peripatetiche dell’ascolto – ph Luca Valenta

Ma i festival, soprattutto quelli più longevi, sanno anche andare. Incamminarsi su percorsi nuovi. Aprire filoni di ricerca. Svelare formati e talenti.

Mittelfest, per esempio, ha 34 edizioni alle spalle, un’eredità cospicua. E dall’iniziale 1991 (quando la caduta dei muri pareva rappresentare una speranza, ma così non è andata), Mittelfest ha cambiato pelle almeno una decina di volte. Attraversando le guerre balcaniche e le rivoluzioni digitali, i cambiamenti climatici e le generazioni a venire: X, Y, Z…

Ci si è messa pure l’avanzata tecnologica. Tanto che oggi cuffie e auricolari, tablet, bluetooth e QR code, geolocalizzazione, sono anche strumenti da festival. In particolare quando, per scelte di programmazione che valorizzano i luoghi, il pubblico si incammina in un audiowalk.

Mittelfest 2025 - Peripatetiche dell'ascolto - ph Luca Valenta
Peripatetiche dell’ascolto – ph Luca Valenta

Camminare, ascoltare

Saremo ora una quindicina di persone, finalmente fermi su un prato, circondati dalle vigne. Sotto di noi scorre il fiume. Da lontano arriva il rumore del traffico. Alcuni tengono le mani appoggiate all’ orecchio, in forma di cucchiaio. Altri adoperano certi coni arancione: la versione contemporanea del cornetto acustico del mio bisnonno. Così i suoni si lasciano catturare. Li percepiamo in maniera diversa dal consueto. Addirittura li scopriamo.

Peripatetiche dell’ascolto è il titolo, un po’ sbarazzino, che Fabrizio Saiu ha dato a un progetto di esplorazione sonora, ospitato a Mittelfest 2025 per 3 giornate.

Ascolto attivo, individuale e collettivo, interazione tra suono naturale e suono amplificato, registrato, processato. Questi sono principi sui quali il musicista bresciano ha costruito le sue performance. Intraprendente mover, Saiu ci guida attraverso percorsi urbani e naturali mentre noi, a orecchio spalancato, o in cuffia, con sensibilità insolita, lo seguiamo e percepiamo ciò che l’ambiente attorno ci offre sul suo largo spettro. Esercizi d’ascolto per spettatori curiosi.

 Peripatetiche dell'ascolto - ph Luca Valenta
Peripatetiche dell’ascolto – ph Luca Valenta

Sotto un sole sonoro

Percepito grazie al cono arancione, il fiume ha un altro suono, e il traffico un altro ancora. L’anestesia uditiva, grazie alla quale ci difendiamo dai rumori, lascia il posto al fine listening. Mentre uccelli, foglie, il fiume là sotto, i passi sul selciato, spronano i timpani come mai avremmo immaginato.

Percorriamo vicoli stretti, chiudiamo gli occhi, rasentiamo i muri. A palpebre serrate, attraversiamo piazze come fa un cieco. Ben attenti però se dobbiamo inoltrarci sul sentiero che ci porta al fiume. I microfoni catturano qui, ciò che altrimenti non sentiremmo. I sensi e la percezione si fanno più acuti. Distesi sulla ghiaia o su un rosso asciugamano, è come se ci abbronzassimo sotto un sole sonoro.

 Peripatetiche dell'ascolto - ph Luca Valenta
Peripatetiche dell’ascolto – ph Luca Valenta

Gli audiowalk non sono un formato nuovo. Carlo Infante (che insegna Performing Media e li chiama walk-about) li propone da decenni. Ma non c’è festival oramai che non li aggiunga al proprio cartellone, incrociandoli nei luoghi, sovrapponendo passeggiata e narrazione, ambiente naturale e suono digitale.

Perché non sempre la supremazia della vista è controllo totale di ciò che ci circonda. E a volte l’orecchio naturale è più penetrante di una web-cam, più indiscreto della kiss-cam, o di un intrusivo segugio visivo.

Fabrizio Saiu - ph Luca Valenta
Fabrizio Saiu – ph Luca Valenta

Palcoscenici d’elezione

È ovvio poi che i luoghi elettivi di un festival di teatro e di spettacolo dal vivo restino i palcoscenici. Mittelfest 2025 li ha utilizzati al massimo, lo fa da sempre, sfruttando anche chiese sconsacrate, piazze silenziose, edifici dismessi, in una Cividale del Friuli avviata intanto anch’essa, soprattutto nei weekend, all’approdo dell’over-tourism. 

Così soprattutto in quei giorni si è concentrata l’offerta dei titoli più attrattivi, calibrati su una prosa impegnata nella storia e nel sociale, oltre che su circo e danza. Ma anche su altri formati.

Mittelfest 2025. La prosa, la danza

Diretto dalla regista italo-argentina Marcela Serli, un testo del connazionale Ariel Dorfman, rifletteva sui paradossi delle frontiere, comprensivi di soldataccio che ti piomba in casa per tracciare un nuovo confine tra belligeranti. Magari nel mezzo della tua stanza da letto. Elisabetta Pozzi e Gigio Alberti erano i due malcapitati, separati in casa dal filo spinato di Giuseppe Sartori in The other side.

Mittelfest 2025 - The other side - ph Luca d'Agostino
The other side – ph Luca d’Agostino

A tessere assieme i temi del nostos (il ritorno a casa, nello specifico, quello dei profughi italiani dall’Istria, diventata Jugoslavia nel secondo dopoguerra) e la progressiva perdita di memoria e memorie in età avanzata, c’era la mano accurata e gentile di Letizia Russo drammaturga. Argo (una regia di Serena Sinigaglia per Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta) rileggeva per la scena il romanzo della grecista Maria Grazia Ciani, in una trama di nostalgia e rimozioni.

Mittelfest 2025 - Argo - ph Luca Valenta
Argo – ph Luca Valenta

Si prendeva il suo spazio pure la danza. Più acrobatica e spettacolare quella verticale, della coreografa Wanda Moretti che con il sax di Marco Castelli regolarmente spinge le sue performer ad avventurosi azzardi sulle facciate dei palazzi.

Più raffinati, flessuosi, ipnotici, gli Sconfinamenti del danzatore Nicola Galli, condivisi a Mittelfest 2025 con Rodrigo d’Erasmo (il violinista degli Afterhours) in una suite di improvvisazioni che ne confermano il talento, già apprezzato di Un mondo altrove e Deserto tattile.

Sconfinamenti  - ph Luca d'Agostino
Sconfinamenti – ph Luca d’Agostino

Poi, anche musica. Tanto d’impianto classico (il Beethoven di Ivo Pogorelich) tanto l’ethno-electonics di un disinvolto duo albanese (Shkodra Elektonike) che faceva vibrare il teatro e riusciva a strappare il pubblico dalle poltrone. Per farlo saltare e ballare, naturalmente.

Mittelfest 2025 - Skodra Electronics - ph Luca d'Agostino
Skodra Electronics – ph Luca d’Agostino

Altri formati, altre guerre

Tirando le somme: quasi sessanta appuntamenti in dieci giorni, con laboratori, presentazioni di libri e film, conversazioni. Ma a questo punto, quale definizione inventare per esempio, per un podcast che diventa teatro? 

Teatri di guerra è il reportage sonoro che Graziano Graziani e Enrico Baraldi hanno creato dopo un recente viaggio nell’Ucraina in guerra e nei suoi teatri: quelli ancora caparbiamente in funzione, se non venuti giù a forza di esplosivi e droni. In una chiesa francescana, per un esperimento di Mittelfest 2025, le 5 puntate del podcast (ora ascoltabili su RaiPlay Sound) si sono trasformate in una serata dal vivo, quasi a voler coniare il termine live podcast. Che della guerra porta tutto il sentore, anche nelle testimonianze di Yeva Sai, attrice di Leopoli-Lviv, che raccontava cosa significa fare teatro sotto le bombe.

Mittelfest 2025 - Teatri di guerra - ph Luca d'Agostino
Teatri di guerra – ph Luca d’Agostino

La guerra, del resto, è un archetipo del teatro. Assieme alla famiglia, naturalmente. L’una è al centro dei Persiani di Eschilo, prima tragedia classica a noi pervenuta, quanto alla seconda basta dire Edipo. 

Un’ombra di guerra, allungata nel tempo e nello spazio, era il filo conduttore The long shadow of Alois Brunner. Il titolo scelto dalla compagnia di rifugiati siriani Ma’Louba mostrava come un criminale nazista sfuggito ai processi sia potuto diventare consulente internazionale per l’addestramento dei servizi segreti.

Mittelfest 2025 - The long shadow of Alois Brunner ph Luca d'Agostino
The long shadow of Alois Brunner – Luca d’Agostino

E come, muovendosi per gradi, dalla Germania di Hitler si possa arrivare alla tortura e all’assassinio in Egitto di Giulio Regeni. Un domino atroce di cui QuanteScene! parlerà in un post successivo. 

Renato Carpentieri. Va a lui, questa sera, il Premio Simoni 2025: “una vita per il teatro”

Il riconoscimento che da 67 edizioni premia chi ha dedicato la propria vita al teatro e “per il teatro” verrà consegnato, questa sera, nel Teatro Romano di Verona, a Renato Carpentieri, “attore maiuscolo”.

Renato Carpentieri
Renato Carpentieri

Una vita per la prosa

Con il suo elenco di nomi illustri – avviato nel 1958 in ricordo di Renato Simoni, uno fra i più operosi critici teatrali del ‘900, anche drammaturgo, sceneggiatore, librettista di Turandot – il Premio Renato Simoni rappresenta l’albo d’oro del teatro italiano e in molti modi ne traccia la storia recente.

Vite votate al teatro, e in particolare alla “prosa”, si illuminano ogni anno di più, a luglio, in occasione dell’Estate Teatrale Veronese, davanti alle gradinate del Teatro Romano, quello che ospita anche il Festival Shakespeariano.

Così, scorrendo l’elenco di quella settantina di premiati – soprattutto attrici e attori, ma anche figure chiave della scena nazionale, da Paolo Grassi a Gianfranco de Bosio a Luca Ronconi – si ripercorrono le metamorfosi e la sinusoide performativa che ha attraversato i palcoscenici del nostro Paese dal secondo dopoguerra in poi. 

All’unanimità

Da qualche anno, assieme a Masolino d’Amico, Rodolfo di Giammarco, Claudia Cannella e Katia Ippaso, faccio parte anch’io della giuria del Premio Simoni. Cinque giornalisti teatrali che, non senza diversità di giudizi, ma all’unanimità sempre, individuano un nome e lo propongono al Comune di Verona, l’ente attivatore e organizzatore del Premio coordinato da Carlo Mangolini.

Negli anni scorsi, dopo che al lungo elenco abbiamo aggiunto Isa Danieli, Massimo De Francovich, Franco Branciaroli, e nel 2024 Elisabetta Pozzi. Non è stata né difficile né complicata la scelta di un’altra vita totalmente impegnata nel mestiere della scena, com’è quella di Renato Carpentieri, 82 anni, attore di “genio espressivo, modellato a colpi d’ascia”.

Renato Carpentieri David di Donatello 2018
A Carpentieri anche il David di Donatello 2018

Lo scrive, con affetto, il mio collega Rodolfo di Giammarco, il quale ha preparato per la motivazione che verrà letta questa sera agli spettatori del Teatro Romano a Verona.

La motivazione

“Se è vero che Ingmar Bergman ammise quanto la propria sfiducia nella parola fosse tale da fargli considerare il silenzio la sola forma di verità, allora va detto che l’identificazione più profonda e umana d’un maiuscolo attore qual è Renato Carpentieri è stata suggerita e suggellata dal chiuso, taciturno e laconico personaggio di Johan, l’anziano autosegregatosi dal mondo nel film di Bergman Sarabanda, opera trasposta a teatro da Roberto Andò. In questi mesi Carpentieri ha regalato in scena al ruolo di Johan i suoi mutismi, le sue scostanti quarantene, le sue irrequiete solitudini ”. 

E ancora…

“Il Premio Simoni trova in Carpentieri un genio espressivo modellato col tempo a colpi d’ascia, sovvertitore d’ogni chiasso borghese, compagno di strada del Teatro dei Mutamenti, di Gabriele Salvatores, di Dario Fo, e poi corpo storico di Mario Martone, di Carlo Cecchi e di Libera Scena Ensemble, raccontatore delle puntate di Museum, tra i protagonisti di Operette morali di Leopardi ancora per Martone, e, già diretto dallo stesso Andò, indimenticato Prospero da ospedale o carismatico Robert Schuster di campagna forgiato da Bernhard in Piazza degli Eroi”. 

Renato Carpentieri in Piazza degli eroi di Thomas Bernhard - ph Lia Pasqualino
Carpentieri in Piazza degli eroi di Thomas Bernhard – ph Lia Pasqualino

“Ma Renato Carpentieri è anche, stupendamente, qualcosa di imprendibile, di inclassificabile, di privo di vincoli: gli faremmo torto se – oltre che tributare riconoscenza a lui rarefatto filosofo valorizzato da registi sensibili – una quota di questo Premio non fosse riservata al suo manifestare con grazia una certa longevità, un qualche civismo senile, un filo di sapienza antica”. 

“E in tema di emozioni di dentro, ecco anche quel qualcosa d’inspiegabile che Carpentieri ha trasmesso nella parte del vecchio attore che dopo lunghe dispersive paranoie di mestiere tenta un tardivo riapproccio con una figlia sempre ignorata, rivelando esistenze quasi inconciliabili ne La stoffa dei sogni di Armando Pirozzi, con complicità d’un regista calmo, Massimiliano Civica. Una calma cui al termine di Sarabanda ha strappato le vesti e un urlo, adesso, l’Andò bergmaniano”.

Imprendibile, inclassificabile

Basterebbe questo ritratto di un carattere “imprendibile, inclassificabile”– come scrive appunto di Giammarco – a spiegare quanto tutti noi ci tenessimo ad aggiungere Carpentieri all’albo illustre del Premio Simoni.

Renato Carperntieri in Operette Morali - regia Mario Martone (2011)
Carperntieri in Operette Morali – regia Mario Martone (2011)

Ma per chi non ne abbia fino in fondo conosciuto la carriera, anche cinematografica, anche televisiva, oltre che teatrale, ecco una breve nota biografica che aiuta a comprenderne la versatilità e la sapienza antica.

La sintesi che segue è opera di quella solerte creatura che si chiama ChatGPT.

Volevo chiederti chi è Renato Carpentieri

Gigante silenzioso del teatro italiano, Renato Carpentieri è una delle figure più raffinate della scena contemporanea. Nato nel 1943 a Savignano Irpino, in provincia di Avellino, Carpentieri si forma come architetto, ma ben presto sceglie la via del teatro, portando in scena un’idea colta, rigorosa e sperimentale del fare arte.

Negli anni ’60 comincia a muoversi nei circuiti della cultura alternativa napoletana, e entra a far parte del gruppo Nuova Cultura, promotore di eventi, dibattiti e progetti interdisciplinari. È il preludio a una carriera coerente, dove teatro, cinema e letteratura si fondono nella figura di un attore-autore capace di incarnare in profondità la parola scenica.

L’invenzione del Teatro dei Mutamenti

Nel 1975 Carpentieri fonda il Teatro dei Mutamenti, laboratorio di drammaturgia e sperimentazione a Napoli, del quale è anima e mente: attore, regista, autore, scenografo. In quel contesto mette in scena opere come BerlinDada, Il nipote di Rameau, Serata futurista, Kabarett e Negli spazi oltre la luna, per dare vita a un teatro fatto di idee e contaminazioni, tra letteratura, politica e avanguardia.

Il teatro per Carpentieri è un mezzo di riflessione, di trasformazione. La scena è luogo critico, linguaggio plurale. In quegli anni si confronta con autori come Brecht, Diderot, Majakovskij, di cui affronta testi marginali, riscrivendoli in chiave teatrale.

Da Libera Scena Ensemble a Museum

Negli anni ’80 e ’90 si apre ad altre collaborazioni: lavora con Roberto Bacci, Claudio Meldolesi, Dario Fo, e nel 1995 assume la direzione artistica della compagnia Libera Scena Ensemble, dove apre il suo teatro a un pubblico più vasto, senza mai rinunciare all’impegno intellettuale.

È anche il tempo di Museum, un progetto annuale ospitato per tredici edizioni nella Certosa di San Martino a Napoli. Qui Carpentieri adatta e dirige testi tratti da romanzi, saggi e racconti, contaminando i linguaggi scenici con la parola letteraria e la ricerca storica. Una delle sue intuizioni più fertili.

Una seconda giovinezza: classici, regie, interpretazioni

Negli ultimi vent’anni, Carpentieri torna alla grande drammaturgia: nel 2007 è Falstaff per la regia di Mario Martone, nel 2011 prende parte alle Operette morali di Leopardi, mentre nel 2019 è Prospero ne La tempesta di Shakespeare. Accanto alla recitazione, porta avanti il lavoro registico: nel 2017 dirige L’intervista di Moravia e nel 2022 Il complice di Dürrenmatt, presentato al Teatro Metastasio di Prato.

I suoi personaggi sono sempre costruiti con intelligenza e misura: Carpentieri è capace di passare dal comico al tragico, dal filosofico al grottesco, mantenendo sempre la sua adesione emotiva e stilistica.

Nanni Moretti e Renato Carpentieri in Caro diario (1993)
Nanni Moretti e Renato Carpentieri in Caro diario (1993)

Il cinema, tardivo ma esplosivo

Arriva al cinema tardi, nel 1990, con Porte aperte di Gianni Amelio. Ma sarà solo l’inizio di una seconda, fortunata carriera sul grande schermo. Lavora con registi come Nanni Moretti, Gabriele Salvatores, i fratelli Taviani, Paolo Sorrentino. Indimenticabile la sua interpretazione in La tenerezza (2017), sempre di Amelio, che gli vale il David di Donatello come miglior attore protagonista e anche il Nastro d’Argento. Recentemente è apparso in Hammamet, La stranezza, La vita davanti a sé con Sophia Loren e I peggiori giorni.

Nel 2023, anche il Montecatini International Short Film Festival gli ha conferito un premio alla carriera, riconoscendone il valore. Quest’anno, 2025, Carpentieri è protagonista in Sarabanda, tratto da Ingmar Bergman e diretto da Roberto Andò, ulteriore conferma di una carriera che non conosce pause. 

Renato Carpentieri - ph Riccardo Siani
Renato Carpentieri fotografato da Riccardo Siani

Nell’albo d’oro del teatro italiano

Dall’anno della sua fondazione, il Premio Renato Simoni è andato a:

1958 Lucio Ridenti

1959 Emma Gramatica

1960 Renzo Ricci

1961 Cesco Baseggio

1962 Antonio Saviotti

1963 Wanda Capodaglio

1964 Guido Salvini

1965 Annibale Ninchi

1966 Sergio Tofano

1967 Gualtiero Tumiati

1968 Paola Borboni

1969 Eduardo De Filippo

1970 Sarah Ferrati

1971 Elsa Merlini

1972 Gino Cavalieri

1973 Tino Carraro

1974 Edda Albertini

1975 Nina Vinchi

1976 Orazio Costa Giovangigli

1977 Paolo Grassi

1978 Gianfranco De Bosio

1979 Raul Radice

1980 Lilla Brignone

1981 Paolo Stoppa

1982 Gianni Santuccio

1983 Ivo Chiesa

1984 Giovanni Testori

1985 Luca Ronconi

1986 Lina Volonghi

1987 Emanuele Luzzati

1988 Giorgio Strehler

1989 Anna Maria Guarnieri

1990 Dario Fo

1991 Ernesto Calindri

1992 Valeria Moriconi

1993 Aroldo Tieri

1994 Anna Proclemer

1995 Turi Ferro

1996 Franca Nuti

1997 Vittorio Gassman

1998 Gianrico Tedeschi

1999 Carlo Giuffré

2000 Glauco Mauri

2001 Franca Valeri

2002 Mariangela Melato

2003 Pietro Garinei

2004 Giorgio Albertazzi

2005 Giulia Lazzarini

2006 Eros Pagni

2007 Paolo Poli

2008 Rossella Falk

2009 Umberto Orsini

2010 Gigi Proietti

2011 Paolo Bonacelli

2012 Giuliana Lojodice

2013 Carlo Cecchi

2014 Luca De Filippo

2015 Andrea Jonasson

2016 Toni Servillo

2017 Gabriele Lavia

2018 Roberto Herlitzka

2019 Ottavia Piccolo

2020/2021 Isa Danieli

2022 Massimo De Francovich

2023 Franco Branciaroli

2024 Elisabetta Pozzi

2025 Renato Carpentieri

Puglia Showcase 2025. Il punto di vista degli ulivi

Quattro giorni per raccontare un territorio. Le sue eccellenze, i suoi problemi. Nei centri storici, nei teatri, nelle masserie: un expò di spettacoli dal vivo per un pubblico di spettatori, operatori, giornalisti, blogger, curiosi. Futuri ambasciatori della Regione.

Qui sotto, il mio reportage da Puglia Showcase 2025: format di teatro, danza e musica, selezionati e presentati da Puglia Culture, a Martina Franca, Cisternino, Ostuni, nella prima settimana di luglio.

Puglia Showcase 2025 - masseria

La pizzica, il rosato, la siderurgia

Si può narrare la Puglia in un sacco di modi. Con le immagini del suoi balli più celebri, la pizzica, la tarantella. Oppure con quelle tradizionali dei trulli e dei loro pinnacoli. Con la sua tavolozza alimentare: dal bianco candido dei latticini al rosato dei vini, e con l’arcobaleno delle verdure. Non parliamo poi di dolci e di affettati.

Nei giorni scorsi, mi sono passate tutte sotto gli occhi, queste immagini, quei sapori. Accanto alle immagini, francamente meno turistiche, di ulivi centenari dissecati in provincia di Brindisi e di quell’orco siderurgico che circonda e incombe su Taranto.

Trullo
Pinnacolo di un trullo

Perché cultura, in un territorio, non è soltanto tradizione e innovazione culturale, non solo musica, libri, teatro. Sono anche i suoi problemi. Tanti per una regione così vasta e così differenziata, che dai tavolieri seminati del Foggiano, a Nord, scende fino agli eden estivi del Salento.

Xylella, il male di vivere degli ulivi

Metti – per fare un esempio problematico – il caso Xylella. L’impatto distruttivo di questa malattia dell’ulivo che non ha avuto solo ricadute economiche, ma anche culturali.

Affrontava il tema, uno degli spettacoli che con precisione ha centrato lo spirito del progetto: expò di artisti e compagnie di spettacolo che in Puglia hanno sede, sì, ma anche lettura traversale di una regione contraddittoria, dove le cronache di malasanità e malavita continuano ad intrecciarsi con il richiamo di cattedrali bianche e spiagge alla moda.

Ci è voluta la capacità di scrittura di Gabriele Vacis e Letizia Russo (assieme a Lucia Raffaella Mariani di Koreja Teatro) per ricondurre all’immaginario teatrale la vicenda di una malattia degli alberi, che in poco più di dieci anni si è mangiata una ventina di milioni di ulivi: piante secolari, patrimonio paesaggistico, capitale alimentare.

Puglia Showcase 2025 - Xylella - ph Eduardo De Matteis
Xylella – ph Eduardo De Matteis

Bibbia e alberi sacri

Provate a chiedervi: dove doveva finire, se non in queste terre, il ramo d’ulivo che in bocca a una colomba sopravvisse al diluvio universale. Dove dovevano piantarlo i patriarchi, se non in queste campagne, che hanno cresciuto alberi nodosi e che dagli antichi padri prendono il nome, fino a ieri maestosi monumenti naturali.

E allora basta una cascata di tende, in forma attorcigliata di tronco. Basta la storia di un’andata all’estero con la bottiglia d’olio e di un ritorno a casa, basta una schiera di donne che parlano il dialetto e studiano in lingue straniere, per far toccare con mano e cuore, quanto sia costata la diffusione di quel patogeno. Un batterio, la Xylella fastidiosa, devastante non solo per la produzione olearia, ma nel legame tra la comunità e la sue piante identitarie.

Puglia Showcase 2025 - Xylella- ph Eduardo De Matteis
Xylella– ph Eduardo De Matteis

“Papà, facciamo l’innesto. L’innesto è una pratica centenaria: la pianta va capitozzata, la chioma crolla a terra, poi resta il tronco mozzato, si stacca un po’ la corteccia e si inserisce la pezza: uno stozzo di corteccia prelevato da un altro ulivo, che però è resistente alla Xylella. – E se loro non vogliono? – Loro chi, papà? – Le piante. Se loro non vogliono”.

Per la salvezza di quegli ulivi si sta ancora combattendo, da più di un decennio. Spesso in mezzo a polemiche e dissapori. Spesso senza sentire la loro opinione: la voce, il punto di vista degli ulivi.

Non senza speranze, tuttavia. Se vero che a insegnare la resilienza agli uomini sono state proprio le piante. Le stesse che oggi, ostinate, sembrano combattere la malattia. Una Xylella che non si può debellare, ma con la quale sapranno convivere.

Attenti al morso

Sarebbe d’altra parte giusto tornare alle pagine di Ernesto De Martino e alla sua Puglia – terra del rimorso – anche per dissipare il polverone spettacolare che un altro vocabolo – taranta – è stato capace di creare.

Ma non occorre certo essere esperti di ragni, né di linguistica, nemmeno di etnologia, per aggregarsi alle infuocate sessioni di musica e ballo che le notti della taranta hanno diffuso quasi ovunque, qui. E riconoscere loro uno spessore terapeutico, che non curerà i morsi, innocui peraltro, delle tarantole. Ma certo accresce i livelli energetici di chi, da danzatore o da spettatore, vi si trova coinvolto.

Puglia Showcase 2025 - Wolf Spider - ResExtensa - ph Veronica Condello
Wolf Spider – ResExtensa – ph Veronica Condello

“Il ritmo del tamburello guida i corpi in uno stato di trance rituale, tracciando un percorso catartico in cui la lotta contro il ragno diventa danza di esorcismo, sfogo e trasformazione”.

Prova ne sia la ristrutturazione contemporanea che la compagnia ResExtensa, diretta da Elisa Barucchieri, ha voluto dare alle tante varianti della pizzica, il ballo di chi è stato morso dal ragno. Inondandole di luce ed ombra e shakerandole convulse in uno spettacolo, che all’animale certo si intitola (Wolf Spider è la traduzione inglese). Ma che volge in nettare il proverbiale veleno. Così da costruire in parole (da Taranto a tarantate a taranta) e soprattutto in possessione coreografica e sonora, il percorso che porta giù giù, fino nell’ultimo Salento.

Puglia Showcase 2025 - Wolf Spider - ResExtensa - ph Veronica Condello
Wolf Spider – ResExtensa – ph Veronica Condello

Sud come Sistema

E tuttavia, nella quattro giorni di Puglia Culture, la Regione non è stato soltanto oggetto di esposizione. Orchestrata da Giulia Delli Santi e Gemma Di Tullio, come già era accaduto nel 2012, Puglia Showcase 2025 è stata anche volano di sistema nell’ambito delle performing arts. Con compagnie locali che scelgono e producono titoli internazionali, e con la memoria a chi il teatro contemporaneo pugliese aveva saputo inventare, Carlo Formigoni, fondatore di Kismet Teatro.

Populous dj set - ph Puglia Culture
Populous dj set – ph Puglia Culture

In mezzo agli 11 spettacoli, ulteriori riflessioni (due forum in collaborazione con l‘Università di Bari) su ciò che è, o dovrebbe essere, il Sistema Sud: cassa di risonanza e rivincita culturale nello scarto che ha visto da secoli il Meridione, ad armi impari e a forza di migrazioni, confrontarsi con lo Stato e con un Settentrione avanzato.

Tra Bari e Salento

Così, riaprendo libri di storia, la Compagnia del Sole affrontava drammatiche pagine del Ventennio (dal romanzo di Paolo Comentale, ricreato per il palcoscenico da Marinella Anaclerio in Quando le stelle caddero nel fiume).

Così, l‘indomita barese Licia Lanera declinava in locale il testo di una scrittrice parigina per attori tosti (Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva in Con la carabina, premio Ubu 2023).

Con la carabina - ph Manuela Giusto
Con la carabina – ph Manuela Giusto

Infine così, si poteva scoprire, in scena, la biografia di un matematico leccese, Ennio De Giorgi. Che niente aveva da invidiare all’enigmatico napoletano Renato Caccioppoli, anche perché ne era stato l’allievo.

Il tempo festivo

E se la somma di expo e vetrina dà come risultato festival, non sono davvero mancati a Puglia Showcase 2025 i momenti di un tempo festivo. Quello degli incontri e del cibo, dei dj set e e delle orchestre, quello del vivere una scena aperta: gli slarghi che Carlo Formigoni aveva attrezzato in mezzo alla campagna di Ostuni. Per una dimora-teatro, che non fosse solo scrittura e edificio, ma si confondesse con alberi antichi e muretti a secco.

E come nelle feste patronali, illumina ora il profilo di un trullo con i colori vivi delle luminarie, le loro barocche geometrie.

Puglia Showcase 2025 - Dimora Formigoni Ostuni
PugliaShowcase 2025 – Dimora Formigoni Ostuni

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PUGLIA SHOWCASE 2025
diretto da Giulia Delli Santi e Gemma Di Tullio per Puglia Culture
Martina Franca, Cisternino, Ostuni – Dimora Formigoni
2 > 5 luglio 2025

X DI XYLELLA, BIBBIA E ALBERI SACRI
drammaturgia Lucia Raffaella Mariani, Letizia Russo e Gabriele Vacis
con Chiara Dello Iacovo, Luna Maggio, Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta, Kyara Russo, Maria Tucci, Andjelka Vulic
scenofonia e allestimenti Roberto Tarasco
regia Gabriele Vacis
produzione Teatro Koreja

WOLF SPIDER
coreografia Antonio de Rosa, Mattia Russo – KOR’SIA
danzatori Martina Aniciello, Giacomo Bertoni, Edoardo Brovardi, Moreno Guadalupi, Julien Guiborg, Fabiana Mangialardi, Giulia Pagnotta, Federica Priore, Simona Dammicco, Alice Zucconi
musica originale Alejandro da Rocha
percussioni Elisa Barucchieri, Enza Pagliara
produzione ResExtensa | Porta d’Oriente – Centro Nazionale di Produzione della Danza

QUANDO LE STELLE CADDERO NEL FIUME
di Paolo Comentale
drammaturgia Marinella Anaclerio
con Flavio Albanese, Augusto Masiello, Massimiliano Di Corato
scena Francesco Arrivo costumi Simona De Castro
regia Alessandro Maggi
produzione Compagnia del Sole / Teatri di Bari

CON LA CARABINA
di Pauline Peyrade
traduzione Paolo Bellomo
con Danilo Giuva e Ermelinda Nasuto
luci Vincent Longuemare
regia e spazio Licia Lanera
Compagnia Licia Lanera

VERBA MANENT. CANTO PER ENNIO DE GIORGI
di e con Fabrizio Pugliese e Fabrizio Saccomanno
musiche di e con Marco Schiavone
produzione URA teatro