Dove stanno andando i festival? I festival, a dire il vero, non vanno. Restano. Presidiano i luoghi. Soprattutto quelli che, grazie a loro, sono diventati bandierine vistose sulla mappa culturale italiana. Sconosciuti ieri ai più – Castrovillari, Polverigi, Albenga, Gibellina… e tanti altri piccoli centri – hanno oggi un’identità. Una storia che la storiografia ufficiale non contemplava.

Ma i festival, soprattutto quelli più longevi, sanno anche andare. Incamminarsi su percorsi nuovi. Aprire filoni di ricerca. Svelare formati e talenti.
Mittelfest, per esempio, ha 34 edizioni alle spalle, un’eredità cospicua. E dall’iniziale 1991 (quando la caduta dei muri pareva rappresentare una speranza, ma così non è andata), Mittelfest ha cambiato pelle almeno una decina di volte. Attraversando le guerre balcaniche e le rivoluzioni digitali, i cambiamenti climatici e le generazioni a venire: X, Y, Z…
Ci si è messa pure l’avanzata tecnologica. Tanto che oggi cuffie e auricolari, tablet, bluetooth e QR code, geolocalizzazione, sono anche strumenti da festival. In particolare quando, per scelte di programmazione che valorizzano i luoghi, il pubblico si incammina in un audiowalk.

Camminare, ascoltare
Saremo ora una quindicina di persone, finalmente fermi su un prato, circondati dalle vigne. Sotto di noi scorre il fiume. Da lontano arriva il rumore del traffico. Alcuni tengono le mani appoggiate all’ orecchio, in forma di cucchiaio. Altri adoperano certi coni arancione: la versione contemporanea del cornetto acustico del mio bisnonno. Così i suoni si lasciano catturare. Li percepiamo in maniera diversa dal consueto. Addirittura li scopriamo.
Peripatetiche dell’ascolto è il titolo, un po’ sbarazzino, che Fabrizio Saiu ha dato a un progetto di esplorazione sonora, ospitato a Mittelfest 2025 per 3 giornate.
Ascolto attivo, individuale e collettivo, interazione tra suono naturale e suono amplificato, registrato, processato. Questi sono principi sui quali il musicista bresciano ha costruito le sue performance. Intraprendente mover, Saiu ci guida attraverso percorsi urbani e naturali mentre noi, a orecchio spalancato, o in cuffia, con sensibilità insolita, lo seguiamo e percepiamo ciò che l’ambiente attorno ci offre sul suo largo spettro. Esercizi d’ascolto per spettatori curiosi.

Sotto un sole sonoro
Percepito grazie al cono arancione, il fiume ha un altro suono, e il traffico un altro ancora. L’anestesia uditiva, grazie alla quale ci difendiamo dai rumori, lascia il posto al fine listening. Mentre uccelli, foglie, il fiume là sotto, i passi sul selciato, spronano i timpani come mai avremmo immaginato.
Percorriamo vicoli stretti, chiudiamo gli occhi, rasentiamo i muri. A palpebre serrate, attraversiamo piazze come fa un cieco. Ben attenti però se dobbiamo inoltrarci sul sentiero che ci porta al fiume. I microfoni catturano qui, ciò che altrimenti non sentiremmo. I sensi e la percezione si fanno più acuti. Distesi sulla ghiaia o su un rosso asciugamano, è come se ci abbronzassimo sotto un sole sonoro.

Gli audiowalk non sono un formato nuovo. Carlo Infante (che insegna Performing Media e li chiama walk-about) li propone da decenni. Ma non c’è festival oramai che non li aggiunga al proprio cartellone, incrociandoli nei luoghi, sovrapponendo passeggiata e narrazione, ambiente naturale e suono digitale.
Perché non sempre la supremazia della vista è controllo totale di ciò che ci circonda. E a volte l’orecchio naturale è più penetrante di una web-cam, più indiscreto della kiss-cam, o di un intrusivo segugio visivo.

Palcoscenici d’elezione
È ovvio poi che i luoghi elettivi di un festival di teatro e di spettacolo dal vivo restino i palcoscenici. Mittelfest 2025 li ha utilizzati al massimo, lo fa da sempre, sfruttando anche chiese sconsacrate, piazze silenziose, edifici dismessi, in una Cividale del Friuli avviata intanto anch’essa, soprattutto nei weekend, all’approdo dell’over-tourism.
Così soprattutto in quei giorni si è concentrata l’offerta dei titoli più attrattivi, calibrati su una prosa impegnata nella storia e nel sociale, oltre che su circo e danza. Ma anche su altri formati.
Mittelfest 2025. La prosa, la danza
Diretto dalla regista italo-argentina Marcela Serli, un testo del connazionale Ariel Dorfman, rifletteva sui paradossi delle frontiere, comprensivi di soldataccio che ti piomba in casa per tracciare un nuovo confine tra belligeranti. Magari nel mezzo della tua stanza da letto. Elisabetta Pozzi e Gigio Alberti erano i due malcapitati, separati in casa dal filo spinato di Giuseppe Sartori in The other side.

A tessere assieme i temi del nostos (il ritorno a casa, nello specifico, quello dei profughi italiani dall’Istria, diventata Jugoslavia nel secondo dopoguerra) e la progressiva perdita di memoria e memorie in età avanzata, c’era la mano accurata e gentile di Letizia Russo drammaturga. Argo (una regia di Serena Sinigaglia per Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta) rileggeva per la scena il romanzo della grecista Maria Grazia Ciani, in una trama di nostalgia e rimozioni.

Si prendeva il suo spazio pure la danza. Più acrobatica e spettacolare quella verticale, della coreografa Wanda Moretti che con il sax di Marco Castelli regolarmente spinge le sue performer ad avventurosi azzardi sulle facciate dei palazzi.
Più raffinati, flessuosi, ipnotici, gli Sconfinamenti del danzatore Nicola Galli, condivisi a Mittelfest 2025 con Rodrigo d’Erasmo (il violinista degli Afterhours) in una suite di improvvisazioni che ne confermano il talento, già apprezzato di Un mondo altrove e Deserto tattile.

Poi, anche musica. Tanto d’impianto classico (il Beethoven di Ivo Pogorelich) tanto l’ethno-electonics di un disinvolto duo albanese (Shkodra Elektonike) che faceva vibrare il teatro e riusciva a strappare il pubblico dalle poltrone. Per farlo saltare e ballare, naturalmente.

Altri formati, altre guerre
Tirando le somme: quasi sessanta appuntamenti in dieci giorni, con laboratori, presentazioni di libri e film, conversazioni. Ma a questo punto, quale definizione inventare per esempio, per un podcast che diventa teatro?
Teatri di guerra è il reportage sonoro che Graziano Graziani e Enrico Baraldi hanno creato dopo un recente viaggio nell’Ucraina in guerra e nei suoi teatri: quelli ancora caparbiamente in funzione, se non venuti giù a forza di esplosivi e droni. In una chiesa francescana, per un esperimento di Mittelfest 2025, le 5 puntate del podcast (ora ascoltabili su RaiPlay Sound) si sono trasformate in una serata dal vivo, quasi a voler coniare il termine live podcast. Che della guerra porta tutto il sentore, anche nelle testimonianze di Yeva Sai, attrice di Leopoli-Lviv, che raccontava cosa significa fare teatro sotto le bombe.

La guerra, del resto, è un archetipo del teatro. Assieme alla famiglia, naturalmente. L’una è al centro dei Persiani di Eschilo, prima tragedia classica a noi pervenuta, quanto alla seconda basta dire Edipo.
Un’ombra di guerra, allungata nel tempo e nello spazio, era il filo conduttore The long shadow of Alois Brunner. Il titolo scelto dalla compagnia di rifugiati siriani Ma’Louba mostrava come un criminale nazista sfuggito ai processi sia potuto diventare consulente internazionale per l’addestramento dei servizi segreti.

E come, muovendosi per gradi, dalla Germania di Hitler si possa arrivare alla tortura e all’assassinio in Egitto di Giulio Regeni. Un domino atroce di cui QuanteScene! parlerà in un post successivo.
















