Il riconoscimento che da 67 edizioni premia chi ha dedicato la propria vita al teatro e “per il teatro” verrà consegnato, questa sera, nel Teatro Romano di Verona, a Renato Carpentieri, “attore maiuscolo”.

Una vita per la prosa
Con il suo elenco di nomi illustri – avviato nel 1958 in ricordo di Renato Simoni, uno fra i più operosi critici teatrali del ‘900, anche drammaturgo, sceneggiatore, librettista di Turandot – il Premio Renato Simoni rappresenta l’albo d’oro del teatro italiano e in molti modi ne traccia la storia recente.
Vite votate al teatro, e in particolare alla “prosa”, si illuminano ogni anno di più, a luglio, in occasione dell’Estate Teatrale Veronese, davanti alle gradinate del Teatro Romano, quello che ospita anche il Festival Shakespeariano.
Così, scorrendo l’elenco di quella settantina di premiati – soprattutto attrici e attori, ma anche figure chiave della scena nazionale, da Paolo Grassi a Gianfranco de Bosio a Luca Ronconi – si ripercorrono le metamorfosi e la sinusoide performativa che ha attraversato i palcoscenici del nostro Paese dal secondo dopoguerra in poi.
All’unanimità
Da qualche anno, assieme a Masolino d’Amico, Rodolfo di Giammarco, Claudia Cannella e Katia Ippaso, faccio parte anch’io della giuria del Premio Simoni. Cinque giornalisti teatrali che, non senza diversità di giudizi, ma all’unanimità sempre, individuano un nome e lo propongono al Comune di Verona, l’ente attivatore e organizzatore del Premio coordinato da Carlo Mangolini.
Negli anni scorsi, dopo che al lungo elenco abbiamo aggiunto Isa Danieli, Massimo De Francovich, Franco Branciaroli, e nel 2024 Elisabetta Pozzi. Non è stata né difficile né complicata la scelta di un’altra vita totalmente impegnata nel mestiere della scena, com’è quella di Renato Carpentieri, 82 anni, attore di “genio espressivo, modellato a colpi d’ascia”.

Lo scrive, con affetto, il mio collega Rodolfo di Giammarco, il quale ha preparato per la motivazione che verrà letta questa sera agli spettatori del Teatro Romano a Verona.
La motivazione
“Se è vero che Ingmar Bergman ammise quanto la propria sfiducia nella parola fosse tale da fargli considerare il silenzio la sola forma di verità, allora va detto che l’identificazione più profonda e umana d’un maiuscolo attore qual è Renato Carpentieri è stata suggerita e suggellata dal chiuso, taciturno e laconico personaggio di Johan, l’anziano autosegregatosi dal mondo nel film di Bergman Sarabanda, opera trasposta a teatro da Roberto Andò. In questi mesi Carpentieri ha regalato in scena al ruolo di Johan i suoi mutismi, le sue scostanti quarantene, le sue irrequiete solitudini ”.
E ancora…
“Il Premio Simoni trova in Carpentieri un genio espressivo modellato col tempo a colpi d’ascia, sovvertitore d’ogni chiasso borghese, compagno di strada del Teatro dei Mutamenti, di Gabriele Salvatores, di Dario Fo, e poi corpo storico di Mario Martone, di Carlo Cecchi e di Libera Scena Ensemble, raccontatore delle puntate di Museum, tra i protagonisti di Operette morali di Leopardi ancora per Martone, e, già diretto dallo stesso Andò, indimenticato Prospero da ospedale o carismatico Robert Schuster di campagna forgiato da Bernhard in Piazza degli Eroi”.

“Ma Renato Carpentieri è anche, stupendamente, qualcosa di imprendibile, di inclassificabile, di privo di vincoli: gli faremmo torto se – oltre che tributare riconoscenza a lui rarefatto filosofo valorizzato da registi sensibili – una quota di questo Premio non fosse riservata al suo manifestare con grazia una certa longevità, un qualche civismo senile, un filo di sapienza antica”.
“E in tema di emozioni di dentro, ecco anche quel qualcosa d’inspiegabile che Carpentieri ha trasmesso nella parte del vecchio attore che dopo lunghe dispersive paranoie di mestiere tenta un tardivo riapproccio con una figlia sempre ignorata, rivelando esistenze quasi inconciliabili ne La stoffa dei sogni di Armando Pirozzi, con complicità d’un regista calmo, Massimiliano Civica. Una calma cui al termine di Sarabanda ha strappato le vesti e un urlo, adesso, l’Andò bergmaniano”.
Imprendibile, inclassificabile
Basterebbe questo ritratto di un carattere “imprendibile, inclassificabile”– come scrive appunto di Giammarco – a spiegare quanto tutti noi ci tenessimo ad aggiungere Carpentieri all’albo illustre del Premio Simoni.

Ma per chi non ne abbia fino in fondo conosciuto la carriera, anche cinematografica, anche televisiva, oltre che teatrale, ecco una breve nota biografica che aiuta a comprenderne la versatilità e la sapienza antica.
La sintesi che segue è opera di quella solerte creatura che si chiama ChatGPT.
Volevo chiederti chi è Renato Carpentieri
Gigante silenzioso del teatro italiano, Renato Carpentieri è una delle figure più raffinate della scena contemporanea. Nato nel 1943 a Savignano Irpino, in provincia di Avellino, Carpentieri si forma come architetto, ma ben presto sceglie la via del teatro, portando in scena un’idea colta, rigorosa e sperimentale del fare arte.
Negli anni ’60 comincia a muoversi nei circuiti della cultura alternativa napoletana, e entra a far parte del gruppo Nuova Cultura, promotore di eventi, dibattiti e progetti interdisciplinari. È il preludio a una carriera coerente, dove teatro, cinema e letteratura si fondono nella figura di un attore-autore capace di incarnare in profondità la parola scenica.
L’invenzione del Teatro dei Mutamenti
Nel 1975 Carpentieri fonda il Teatro dei Mutamenti, laboratorio di drammaturgia e sperimentazione a Napoli, del quale è anima e mente: attore, regista, autore, scenografo. In quel contesto mette in scena opere come BerlinDada, Il nipote di Rameau, Serata futurista, Kabarett e Negli spazi oltre la luna, per dare vita a un teatro fatto di idee e contaminazioni, tra letteratura, politica e avanguardia.
Il teatro per Carpentieri è un mezzo di riflessione, di trasformazione. La scena è luogo critico, linguaggio plurale. In quegli anni si confronta con autori come Brecht, Diderot, Majakovskij, di cui affronta testi marginali, riscrivendoli in chiave teatrale.
Da Libera Scena Ensemble a Museum
Negli anni ’80 e ’90 si apre ad altre collaborazioni: lavora con Roberto Bacci, Claudio Meldolesi, Dario Fo, e nel 1995 assume la direzione artistica della compagnia Libera Scena Ensemble, dove apre il suo teatro a un pubblico più vasto, senza mai rinunciare all’impegno intellettuale.
È anche il tempo di Museum, un progetto annuale ospitato per tredici edizioni nella Certosa di San Martino a Napoli. Qui Carpentieri adatta e dirige testi tratti da romanzi, saggi e racconti, contaminando i linguaggi scenici con la parola letteraria e la ricerca storica. Una delle sue intuizioni più fertili.
Una seconda giovinezza: classici, regie, interpretazioni
Negli ultimi vent’anni, Carpentieri torna alla grande drammaturgia: nel 2007 è Falstaff per la regia di Mario Martone, nel 2011 prende parte alle Operette morali di Leopardi, mentre nel 2019 è Prospero ne La tempesta di Shakespeare. Accanto alla recitazione, porta avanti il lavoro registico: nel 2017 dirige L’intervista di Moravia e nel 2022 Il complice di Dürrenmatt, presentato al Teatro Metastasio di Prato.
I suoi personaggi sono sempre costruiti con intelligenza e misura: Carpentieri è capace di passare dal comico al tragico, dal filosofico al grottesco, mantenendo sempre la sua adesione emotiva e stilistica.

Il cinema, tardivo ma esplosivo
Arriva al cinema tardi, nel 1990, con Porte aperte di Gianni Amelio. Ma sarà solo l’inizio di una seconda, fortunata carriera sul grande schermo. Lavora con registi come Nanni Moretti, Gabriele Salvatores, i fratelli Taviani, Paolo Sorrentino. Indimenticabile la sua interpretazione in La tenerezza (2017), sempre di Amelio, che gli vale il David di Donatello come miglior attore protagonista e anche il Nastro d’Argento. Recentemente è apparso in Hammamet, La stranezza, La vita davanti a sé con Sophia Loren e I peggiori giorni.
Nel 2023, anche il Montecatini International Short Film Festival gli ha conferito un premio alla carriera, riconoscendone il valore. Quest’anno, 2025, Carpentieri è protagonista in Sarabanda, tratto da Ingmar Bergman e diretto da Roberto Andò, ulteriore conferma di una carriera che non conosce pause.

Nell’albo d’oro del teatro italiano
Dall’anno della sua fondazione, il Premio Renato Simoni è andato a:
1958 Lucio Ridenti
1959 Emma Gramatica
1960 Renzo Ricci
1961 Cesco Baseggio
1962 Antonio Saviotti
1963 Wanda Capodaglio
1964 Guido Salvini
1965 Annibale Ninchi
1966 Sergio Tofano
1967 Gualtiero Tumiati
1968 Paola Borboni
1969 Eduardo De Filippo
1970 Sarah Ferrati
1971 Elsa Merlini
1972 Gino Cavalieri
1973 Tino Carraro
1974 Edda Albertini
1975 Nina Vinchi
1976 Orazio Costa Giovangigli
1977 Paolo Grassi
1978 Gianfranco De Bosio
1979 Raul Radice
1980 Lilla Brignone
1981 Paolo Stoppa
1982 Gianni Santuccio
1983 Ivo Chiesa
1984 Giovanni Testori
1985 Luca Ronconi
1986 Lina Volonghi
1987 Emanuele Luzzati
1988 Giorgio Strehler
1989 Anna Maria Guarnieri
1990 Dario Fo
1991 Ernesto Calindri
1992 Valeria Moriconi
1993 Aroldo Tieri
1994 Anna Proclemer
1995 Turi Ferro
1996 Franca Nuti
1997 Vittorio Gassman
1998 Gianrico Tedeschi
1999 Carlo Giuffré
2000 Glauco Mauri
2001 Franca Valeri
2002 Mariangela Melato
2003 Pietro Garinei
2004 Giorgio Albertazzi
2005 Giulia Lazzarini
2006 Eros Pagni
2007 Paolo Poli
2008 Rossella Falk
2009 Umberto Orsini
2010 Gigi Proietti
2011 Paolo Bonacelli
2012 Giuliana Lojodice
2013 Carlo Cecchi
2014 Luca De Filippo
2015 Andrea Jonasson
2016 Toni Servillo
2017 Gabriele Lavia
2018 Roberto Herlitzka
2019 Ottavia Piccolo
2020/2021 Isa Danieli
2022 Massimo De Francovich
2023 Franco Branciaroli
2024 Elisabetta Pozzi
2025 Renato Carpentieri
