Nella testa della signora Dalloway. Tutto un romanzo in una mezza giornata

Ha debuttato a Udine, nello spazio di una galleria d’arte contemporanea, e proseguirà le repliche fino al 2 novembre, Mrs Dalloway #1.

Progetto del CSS – teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, lo spettacolo traduce per la scena uno dei più decisi titoli di Virginia Woolf. A vestire lo stile squisito della protagonista c’è Francesca Osso.

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
Francesca Osso è Mrs Dalloway – ph Alice Durigatto


Un giorno quasiasi?

Un mercoledì qualsiasi della metà di giugno del 1923. Niente affatto. Non è un giorno qualsiasi, quello.

Nella memoria di chi legge i libri, ama i romanzi, li considera parte della propria esperienza, quel mercoledì vale tanto quanto il martedì 16 giugno del 1904.

Certo, questa seconda data – 16.6.1904 – ha pure un nome, Bloomsday, e ha risonanza più vasta, mondiale. In quelle 24 ore, James Joyce aveva condensato il suo romanzo più celebre, Ulisse, spiando una giornata del suo protagonista, Leopold Bloom.

Ma le 12 ore in cui Virginia Woolf segue il proprio personaggio, la signora Clarissa Dalloway, hanno altrettanto peso. Almeno per chi in Joyce e Woolf, come in Marcel Proust e poi in Italo Svevo e Franz Kafka, vede crescere ciò che sarà la narrativa del Novecento. Quella che indaga la mente dei personaggi. E per riflesso, la mente dei loro lettori.

la copertina originale

Tradotto in decine e decine di lingue, pubblicato in centinaia di edizioni diverse, Mrs Dalloway – che Virginia Woolf mandò in stampa nel 1925 in sobrio volume della sua casa editrice, la Hogarth Press – resta uno dei titoli d’elezione della scrittrice londinese.

Forse meno intimo della Gita al faro, meno politico di Una stanza tutta per sé, meno immaginifico di Orlando. Ma non per questo meno importante. Anzi, proprio per questo, decisivo.

Da far tremare i polsi

Si era cimentata con la sua traduzione – un volume di 220 pagine, “una impresa da far tremare i polsi” – Marisa Sestito, docente ed esperta di letteratura inglese.

Paola Fresa, drammaturga, ne ha appena tratto un abstract teatrale – una trentina di pagine, una settantina di minuti – a cui dà vita l’attrice Francesca Osso, in questi giorni, facendone proprio il flusso di coscienza.

Bianche, traslucide, luminose

Il leggero e chiaro abito di seta, il taglio originale dei capelli, il portamento fine, Osso percorre lo spazio che fu e che sarà una pubblica galleria d’arte.

E che per il momento, la scenografa Luigina Tusini ha incartato con centinaia di pagine bianche, traslucide, luminose. Come se quelle dodici ore dovessero piano piano, in virtù delle repliche, iscriversi su quelle carte.

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

La regia di Rita Maffei combina il tutto: uno spettacolo che si aggiunge al grande filone in cui letteratura e teatro giocano lo stesso play.

Scandito dai familiari rintocchi del Big Ben londinese, da una citazione dal Cimbelino di Shakespeare, dall’alternarsi dei colori sulle pagine e sui volti proiettati. Sotto i quali le didascalie svelano pensieri che contraddicono le parole. 

“Mi contraddico, ebbene sì, mi contraddico”, poetava il libertario americano Walt Whitman. Il contraddirsi in Virginia Woolf, ma soprattutto nella sua signora Dalloway, è piuttosto lo specchio tra l’apparire e l’essere, lo scarto tra il pubblico e il privato, il labirinto inquieto della coscienza. 

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
Francesca Osso – ph Alice Durigatto

Dobbiamo, noi spettatori, in quaranta, qui nella lunga sala, disposti su due file di sedie contrapposte, dobbiamo immaginare le strade e i palazzi di quella Londra anni Venti, sconvolta da poco dalla guerra. Ma ancora solida nella distinzione tra ricca aristocrazia declinante e misera borghesia urbana. Tra obblighi sociali e pietas per le disgrazie.

Tra il codice comportamentale della high society e gli spettri dei reduci dai campi di battaglia, che riportano l’eco dei bombardamenti. Tanto che nemmeno gli indifferenti, nemmeno chi passeggia sfaccendato in Bond Street e fantastica su chi incontrerà al prossimo party, riesce a ignorare le conseguenze del trauma dello scoppio bellico.

Flussi di coscienza

Così, nel flusso di coscienza arioso che scandisce la giornata di Mrs Dalloway, piano piano, si incuneano i tratti spettrali di Septimus Warren Smith, reduce di guerra, cui le bombe hanno massacrato non solo il corpo, soprattutto la mente.

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

I sorrisi di circostanza che la signora Dalloway dispensa tra gli happy fews, i pochi e fortunati del proprio ambiente, si contraggono allora nel ghigno di una maschera.

Che in Francesca Osso, oramai pensosa, divora le aspettative della festa in preparazione, a cui parteciperà perfino il Primo Ministro. Ma non incide sulla sua consapevolezza di classe. 

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

Virginia e James

E si spiega allo stesso modo anche l’irresistibile antipatia tra i quei due maestri del flusso coscienza. La Woolf nel suo salotto snob a Bloomsbury e lo squattrinato Joyce nella sua Dublino, unta di birra e di salsicce. 

Diceva lei di lui: “la sua scrittura è quella di uno studentello che si schiaccia i brufoli” e nelle lettere private rincarava: “un libro plebeo, ignorante, pretenzioso….”. 

Del resto, che ne sapeva James, ubriacone, sempre in bolletta, frequentatore abituale di bordelli, che ne sapeva di gite al faro e di stanze tutte per sé, adibite soltanto allo scrivere. 

Mrs Dalloway #1 -Virginia Woolf - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

A lui sarebbero bastate camera e cucina, in affitto, per sé e per la moglie Nora, magari in una città, Trieste, dove non c’era altro da fare che insegnare inglese – il fantasmagorico inglese dell’Ulisse – e mangiarsi il fegato. “Oh Trieste, I ate my liver in Trieste!”. 

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MRS DALLOWAY #1
dal romanzo di Virginia Woolf
traduzione Marisa Sestito
drammaturgia Paola Fresa
regia Rita Maffei
con Francesca Osso
scena e luci Luigina Tusini
musiche originali Vittorio Vella
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

Lo spettacolo è ospite dell’ex GAMUD, spazio espositivo appena restituito alla città di Udine.

Prendersi cura. Alexander Zeldin e gli invisibili del lavoro

Prendre Soin, titolo francese di Beyond Care, è uno spettacolo teatrale ideato collettivamente e diretto da Alexander Zeldin. Dopo le quattro repliche al Teatro Metastasio di Prato (dal 23 al 26 ottobre) sarà anche al Teatro Due di Parma (il 30 e il 31) . Uniche date italiane.

Prendre soin -  ph Jean Louis Fernandez
Prendre soin – regia Alexander Zeldin – ph Jean Louis Fernandez

L’uomo che spazza i vagoni, ora che il treno è arrivato a destinazione. Il ragazzo accucciato, che mette in ordine gli scaffali del supermercato nelle giornate di punta. La donna con il mocio in mano, che tiene puliti i gabinetti della stazione.

Anche chi, nei corridoi vuoti dell’aeroporto, regge le briglie a gigantesche macchine lavapavimenti. Oppure le guardie notturne, sveglie o mezzo addormentate, fino alle prime luci dell’alba. O i giovani, ma anche gli anziani, portieri di notte. Sono tutti lavoratori interinali.

Lavoro somministrato

Non li vediamo quasi, gli interinali. Anonimi, silenziosi, solitari, svolgono il proprio compito, per lo più invisibili, spesso in ore estreme. Il loro pane quotidiano sono mansioni a bassa specializzazione, contratti a tempo determinato, gestiti dalle agenzie per l’impiego.

Lavoro somministrato, per dirla nella lingua della legislazione italiana. Tradotto nella loro lingua professionale: “lavori di merda”.

Li porta in palcoscenico – questi interinali – il regista britannico Alexandre Zeldin. Ce li mostra all’opera. O nei sempre più brevi momenti di pausa.

Zeldin è uno che l’universo del precariato lo conosce. Forse non lo ha vissuto personalmente, ma certo lo ha studiato e ne ha fatto un soggetto di lavoro teatrale. I tre capitoli del suo progetto intitolato Trilogia della diseguaglianza parlano anche di questa fetta dell’universo delle professioni. In altre parole, parlano di povertà.

Alexander Zeldin - The Inequalities

Zeldin, la trilogia

Beyond Caring, in versione francese Prendre soin, in italiano Prendersi cura, è il titolo che ha appena aperto la stagione teatrale al Teatro Metastasio di Prato. Tra qualche giorno due repliche al Teatro Due di Parma, dove Zeldin sarà anche al centro di una delle sessioni delle Giornate d’autore, il progetto che il teatro emiliano dedica alla drammaturgia internazionale contemporanea.

Beyond Caring (allestito inizialmente nel 2014) è il primo capitolo di questa trilogia, proseguita poi con LOVE (2016) e Hope, Faith and Charity (2019), entrambi già visti in Italia.

Proprio questa Italia dove i temi del lavoro, precario e non solo, della diseguaglianza, della povertà, hanno aperto parecchi sipari (la rivista Hystrio, nel numero 4/2024 ha dedicato loro un dossier).

Prendre soin  -  ph Jean Louis Fernandez
Prendre soin – regia Alexander Zeldin – ph Jean Louis Fernandez

Il più recente titolo che ricordo, è Zorro (2025), di Latella e Bellini. Ma quando il termine non era ancora approdato ai nostri vocabolari, di lavoro a somministrazione parlavano già Remondi e Caporossi in Cottimisti. E su diritti e contrattazione sindacale Stefano Massini aveva imbastito i suoi 7 minuti operai.

Desolata, piastrellata

Qui in Beyond Caring, è proprio la conta dei minuti di lavoro, è il tempo della pausa, a scandire le scene nel seminterrato, dove una squadra di interinali, in ore notturne, deve lavare, detergere, sanificare macchinari e attrezzi di un’industria alimentare che lavora carne di animali. Il destino futuro di hamburger, salsicce, nugget di pollo.

Destino sanguinolento a cui non sfuggono nemmeno loro – Louisa, Susanne, Philippe, Esther – reclutati da un’agenzia per questo impiego a somministrazione: 14 giorni (14 notti anzi), sorvegliati dal caporeparto, in veste apparente di aguzzino, ma nemmeno lui risparmiato dal tritacarne dei protocolli aziendali: leggi spietate e inderogabili nell’economia della diseguaglianza sociale. Dove la povertà è una colpa.

Prendre soin - regia Alexander Zeldin -  ph Jean Louis Fernandez
Prendre soin – regia Alexander Zeldin – ph Jean Louis Fernandez

La scena di Beyond Caring è desolata, realistica, orizzontale, piastrellata, illuminata dai neon. Di qua la porta della toilette. Di là la macchinetta del caffè. In mezzo tavoli e sedie qualsiasi, di uno dei tanti non-luoghi in cui si consuma l’invisibilità sociale. Come le case d’accoglienza, i ricoveri per senza tetto, sistemazioni di fortuna, spazi protagonisti degli altri lavori di Zeldin.

Il tempo in Beyond Caring è un tempo lungo, che rinuncia all’azione, che accetta i silenzi e vuoti, e stacca i momenti con esplosioni di buio, nei quali risuona mostruoso il ringhio della lavapavimenti.

Prendre soin - regia Alexander Zeldin -  ph Jean Louis Fernandez
Prendre soin – regia Alexander Zeldin – ph Jean Louis Fernandez

Ma è proprio qui, in questi luoghi, che i micro-momenti, le micro-azioni, i micro-sentimenti prendono valore. Prendersi cura – il titolo – è anche la chiave per leggere questa non-trama, questo terreno accidentato in cui Louisa, Susanne, Philippe, Esther sono anche fonte di accudimento. Gesti di amicizia occasionale, episodi di solidarietà a tempo, rabbie che sfociano in pietas, se non in affetto.

Flessibili, precari, marginali

Beyond care è stata la reazione di una comunità di artisti britannici al tema degli zero-hour contract, corrispettivo d’oltremanica dei Jobs Act italiani di Renzi. Flessibilità come precarietà, equazione su cui aveva già puntato la macchina da presa il cinema di Ken Loach (in Sorry we missed you, per esempio).

Numeri alla mano, anche Zeldin sostiene che usare termini come marginalità, emarginazione è sbagliato. I poveri, i disagiati, gli invisibili del lavoro, non sono marginali. Sono invece una percentuale cospicua della popolazione. Ed è il resto della popolazione, la maggioranza, a determinare la loro invisibilità. Eppure qualcuno se ne prende cura.

Ciò che ci definisce umani, il fatto di essere tutti su una stessa barca, il concetto di noi più che quello di io, fanno sì che proprio io, proprio te, noi, possiamo prendercene cura.

Prendre soin - regia Alexander Zeldin -  ph Jean Louis Fernandez
Prendre soin – regia Alexander Zeldin – ph Jean Louis Fernandez

Perché prendersi cura è molto più forte del suo quasi sinonimo curare. Non è un giuramento medico, è una scelta di generosità. Il più delle volte individuale. Che quasi mai guarisce. Ma solleva dallo stare male. Soprattutto se il male è la diseguaglianza.

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PRENDRE SOIN
testo e regia Alexander Zeldin
con Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck
scenografia e costumi Natasha Jenkins
disegno luci Marc Williams
disegno del suono Josh Grigg
produzione Compagnie A Zeldin
in coproduzione con Théâtre National de Strasbourg, Teatro Metastasio di Prato, Théâtre des Célestins, Le Volcan – Scène Nationale du Havre, e con la partecipazione artistica di Jeune théâtre national

Baricco secondo Malosti: la ferrovia, la musica, il palazzo di cristallo

Dentro a un progetto internazionale, realizzato dalla compagnia del Dramma Italiano di Rijeka/Fiume insieme a ERT Emilia Romagna Teatro, Valter Malosti ha scelto di portare in scena Castelli di rabbia, il romanzo d’esordio di Alessandro Baricco.

Beatrice Vecchione - Castelli di rabbia
Beatrice Vecchione – Castelli di rabbia

Poi, la vita risponde

Ci sono frasi che, nella mente dei lettori, tornano come mantra. Alessandro Baricco è maestro nel seminarle dentro la terra dei suoi romanzi. O in certe cose scritte per il teatro.

Chi ha letto, oppure ha visto Novecento, si porterà dentro per sempre il contagio di quella intuizione geniale: “Quando non sai che cos’è, allora è jazz”.

Ma risalendo più indietro, tre anni prima, al tempo del romanzo d’esordio di Baricco, ecco che ne rispunta un’altra, di frase. Un pensiero attorno al quale la mente del lettore può scavare per un tempo infinito.

In una pagina di Castelli di rabbia, suo primo romanzo, del 1991, Baricco scriveva: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”. Sentenza che, inevitabilmente, uno si porta dietro.

Castelli in Croazia

L’attendevo, l’aspettavo impaziente, quella frase. Eccola che risuona, al centro della riscrittura teatrale che il regista Valter Malosti, torinese come Baricco, quasi coetaneo di Baricco, ha fatto del romanzo: Castelli di rabbia, versione per palcoscenico.

Castelli di rabbia - Baricco

Spettacolo che poteva, idealmente, debuttare a Torino. E che invece, per una di quelle imprevedibili circostanze, a cui la vita risponde magari anni dopo, ha debuttato a Fiume: la città che oggi si chiama Rjieka, e che sta in Croazia.

Ma che della lingua, della letteratura, del teatro italiano non ha smesso di sentire il bisogno. Dal momento che una minoranza cospicua, italofona e di cultura italiana, ancora ci vive.

Dramma italiano

Così, con il fiuto di chi governa un teatro croato, e di quel bisogno italiano tiene conto, Dubravka Vrgoć, intendantica al Teatro Nazionale Croato di Rijeka/Fiume ha aderito alla proposta di Malosti. Portare in scena in lingua italiana, Castelli di rabbia e farlo nel posto giusto.

HRVATSKO NARODNO KAZALISTE - Teatro nazionale croato -  Rijeka / Fiume
Teatro nazionale croato di Rijeka / Fiume

Allestirlo cioè dentro quella particolare enclave linguistica che è la compagnia del Dramma Italiano di Fiume. Tanto più a ridosso della Settimana della lingua italiana, appena conclusa in quella città.

Aiuta, tra l’altro, ricordare che l’atto di fondazione a Fiume/Rijeka del Dramma Italiano (1946), teatro pubblico e transnazionale, anticipa di un anno la fondazione del Piccolo di Milano (1947). L’avreste immaginato?

La proposta di allestimento di Castelli di rabbia arrivava però da ERT Emilia Romagna Teatro, di cui Malosti è stato alla direzione fino a qualche mese fa. Progetto inquadrato in una tendenza a cui il teatro italiano si è votato da parecchio tempo: un rapporto sempre più stretto con la letteratura.

Non sarà necessario ripercorrere qui le pietre miliari di questa tendenza, che ha portato sui palcoscenici italiani, poemi, romanzi, racconti, da Ludovico Ariosto a Carlo Emilio Gadda, da Franz Kafka a Ágota Kristóf, scrittori che con il teatro poco, o male, avevano a che fare. Ma che dentro la speciale sintassi di quelle messeinscena, hanno acquistato ulteriori benemerenze.

Baricco teatrale

Novecento di Baricco nasceva come racconto “da leggere ad alta voce”. Erano stati Eugenio Allegri e Gabriele Vacis ad elevarlo a titolo teatrale di successo (e poi film di Salvatores).

Castelli di rabbia era nato come romanzo: titolo d’esordio più esattamente. Una storia, anzi più storie intrecciate, complicate, di aspirazioni e fallimenti, di magnifiche sorti avveniristiche e delusioni, di rabbie appunto. Dentro a una geografia immaginaria, al centro della quale c’è la città, immaginaria anche lei, di Quinnipak.

In quella città, un uomo vorrebbe impiantare la ferrovia dei suoi sogni (e infatti c’è già la locomotiva e ha un nome, Elizabeth). Proprio là, un altro uomo, un musicista, vorrebbe far suonare un organo fatto di voci umane, l’umanofono. E un altro uomo ancora immagina di costruire un palazzo di cristallo, il Crystal Palace, meraviglia architettonica di vetro e metallo.

 Beatrice Vecchione , Dario Battaglia Castelli di rabbia
Beatrice Vecchione e Dario Battaglia

L’ardimento è maschile, ma temperanza e accortezza sono femminili, almeno in questo romanzo. Così ci sono donne belle e capaci, qui, a temperare quei sogni di gloria e quelle capitolazioni.

… che si intreccia e che si slaccia

Risoluto nel prendere in mano un filo narrativo che continuamente si intreccia e si slaccia, nei Castelli di rabbia teatrali, Valer Malosti guida gli attori attraverso una serie di monologhi e di corali. Quando, potente, non è il canto ad avere il sopravvento e a dispiegarsi nelle musiche composte da Bruno de Franceschi.

Quella musicale è, del resto, una delle divinità che hanno illuminato e ancora illuminano la sfaccettata carriera di Baricco

Dare carne e voce alle pagine diventa allora compito soprattutto di Beatrice Vecchione e Dario Battaglia (nello snodarsi della vicenda ferroviaria), di Mirko Soldano e Leonora Surian Popov (e della sua bella voce, là dove è il senso della musica a condurre la storia).

 Castelli di rabbia - Baricco - il cast
Castelli di rabbia – il cast

Direi che ci sono riusciti, nel solco stretto che apre la sintassi di un Baricco d’esordio, il quale vuol dimostrare bravura e originale padronanza della lingua.

Come quando scrive: “La sera, come tutte le sere, venne la sera. Non c’è niente da fare: quella è una cosa che non guarda in faccia a nessuno. Succede e basta. Non importa che razza di giorno arriva a spegnere. Magari era stato un giorno eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne. Amen”.

Mirko Soldano, Leonora Surian Popov

Di questi interpreti era dunque il compito più difficile: tenere avvinto lo spettatore lavorando su pagine che sono state scritte per il lettore.

Aurora Cimino, Serena Ferraiuolo, Noemi Grasso - Castelli di rabbia - Baricco
Aurora Cimino, Serena Ferraiuolo, Noemi Grasso

Oltre i confini di un piccolo mondo

Li ha aiutati anche l’universo di cameriere pettegole, inventori sfortunati, funzionari pedanti, con cui la regia disegna Quinnipak. Quel piccolo mondo antico alla fine scoprirà che, oltre ai propri confini, esiste un altro mondo. Esistono altri continenti, esiste un oceano, di cui Baricco parlerà due anni dopo, in un altro e più fortunato romanzo. Oceano mare (1993), appunto.

 Castelli di rabbia - Baricco
in primo piano, Giuseppe Nicodemo

Lo si legge però già qui in Castelli di rabbia, seminato senza che appaia. Quasi che l’autore, esordiente ancora, senza darlo a vedere, parlasse proprio di sé: “C’è sempre un piano preciso, dietro a tutto […] ognuno ha davanti le sue rotaie, che le veda o no”.

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CASTELLI DI RABBIA
dal romanzo di Alessandro Baricco
adattamento teatrale e regia di Valter Malosti
con Beatrice Vecchione, Dario Battaglia, Andrea De Luca, Noemi Grasso, Federico Palumeri, Jacopo Squizzato
e con gli attori dell’ensemble italiano del Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Rijeka: Aurora Cimino, Serena Ferraiuolo, Giuseppe Nicodemo, Mirko Soldano, Leonora Surian Popov, Andrea Tich
musiche originali e cori Bruno De Franceschi
luci Umberto Camponeschi
scene Ljerka Hribar
costumi Manuela Paladin Šabanović
progetto sonoro Gup Alcaro
co-produzione Hrvatsko Narodno Kazalište Ivana Pl. Zajca – Croatian National Theatre Ivan Zajc Rijeka (Croazia) – Dramma Italiano e Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

Piattaforma NID 2025. Quanto pesa la danza?

Quattro giorni a Civitanova Marche e dintorni, per NID 2025, nona edizione della nuova piattaforma italiana di danza. Il titolo, questa volta, era Dance, singular plural.

Quanto pesa la testa?

Con lo scanzonato piglio che l’ha resa famosa, Silvia Gribaudi, coreografa e danzatrice, si rivolge agli spettatori dal palco: “Secondo voi quanto pesa una mano?” E ancora, incalzante: “Secondo voi, quanto pesa il bacino? e la testa? quanto pesa la vostra testa?”.

Risposte spassose dalla platea, alcune sconcertanti. A meno di non staccarla dal resto del corpo, la testa non si può pesare. Per dimostrare che è proprio così, Gribaudi prende la rincorsa e si butta a pesce. In mezzo al pubblico.

NID 2025 - Silvia Gribaudi - Luigi Gasparroni
Silvia Gribaudi – ph Luigi Gasparroni

Io mi diverto a osservare la baraonda e la domanda me ne suscita un’altra. “Quanto pesa, in Italia, la danza?” Ci penso. Concludo che nemmeno la danza si può pesare. 

Quella almeno che ho visto passare in questa NID 2025, piattaforma del made in Italy coreografico, e idealmente orientata al nuovo. Scrivo idealmente, perché tra la ventina di titoli che ho visto a Civitanova Marche, a Fermo, a Sant’Elpidio, mica tutto profumava di nuovo. Anzi.

Quanto pesa la danza? 

Sembra di piombo, a volte, certa danza italiana. Ripetitiva, vestita con un linguaggio logoro, estenuata e autoreferenziale. Con creatori e performer che si prendono molto, troppo sul serio. E fanno ordinaria amministrazione.

In qualche caso però, la danza vola. Leggera, spigliata, quel tanto di ironia, autoironia, soprattutto, che rende le cose più accettabili e più grate.

Gribaudi è un esempio di come una performer, a cinquant’anni suonati (si può dire, credo, di una signora ironica come lei) e un corpo non proprio da ballerina (lo sottolinea lei stessa, del resto) possa tenere in pugno la platea.

Con centellinate citazioni di classica (ha lavorato alla Fenice di Venezia e al Regio di Torino), ma soprattutto con l’understatement di un’artista che sa bene che sono proprio le nostre fragilità, chiamiamoli difetti, a mobilitare empatia, a scatenare l’applauso.

NID 2025 - Superstella - Vittorio Pagani - ph Luigi Gasparroni
Superstella – Vittorio Pagani – ph Luigi Gasparroni

Faccio un secondo esempio. In Superstella, Vittorio Pagani, classe 2000, con studi e eccellente tecnica accademica, finge di interrogare le intelligenze artificiali, o stellari chissà, per capire come si fa a creare uno spettacolo contemporaneo. Lo vuole di successo, tra i propri idoli e le richieste del mercato. Lo vuole alluring e charismatic, né troppo glitch né troppo glamour. Non popolare certo, ma neanche pretenzioso.

E quelle, le stellari intelligenze, gli suggeriscono un ventaglio di opzioni. Lui le attraversa, strizzando l’occhio, con ritmo invidiabile e smagliante parlato (la drammaturgia è di Pietro Angelini). Soprattutto si colloca, croquant, nel presente di un sistema italiano di performing art, dove la danza effettivamente pesa poco. Con questa leggerezza, lui ci gioca.

Smoke gets in your eyes

Non allo stesso modo creano coloro che vanno giù pesanti con fondali, quinte, costumi, accessori, tutto rigorosamente black (la spiegazione, discutibile, è che così si valorizza il corpo) e tutto rigorosamente banale. Non contenti, ci mettono pure sbuffi di fumo a ripetizione (per creare atmosfera, suppongo) che saturano il palcoscenico e a volte anche la platea. Ne sono passati parecchi, qui a NID 2025, di titoli fumiganti. Che infatti annebbiano una certa mancanza di idee.

Chiedo scusa. Buona parte delle reazioni che il pubblico degli spettatori (e mi metto tra questi) riposa su questioni di gusto e di esperienza. Soggettive, spesso. E poi noi, i pubblici, siamo molteplici. 

Ballettoni e pattini a rotelle

Piace magari a un pubblico poco abituato al nuovo, il ballettone con sedici interpreti in scena che accompagnano lo Stabat Mater di Rossini (coreografia di Monica Casadei). Ma anche la dedica di nove danzatrici a Eleonora Duse, con tanto di omaggio finale di rose rosse (La Duse, nessuna opera, coreografia di Adriano Bolognino). 

NID 2025 - La Duse - Adriano Bolognino- ph Luigi Gasparroni
La Duse. Nessuna opera – coreografia Adriano Bolognino – ph Luigi

A un altro pubblico, piace invece il frizzante solo di una performer-cigno che ascolta musica in cuffia e volteggia sui pattini a rotelle, in giardino, mentre si scatta selfie. Sarà impallinata da un franco tiratore appostato sui tetti. Più sport o più tragedia?

Chissà se tutti ci leggono dentro la parodia della Morte del cigno coreografata nel 1901 da Michel Fokine per Anna Pavlova. O magari il mancato attentato a Trump. Poco importa. Gaetano Palermo (che ha ideato questo Swan) ha un sacco di estimatori.

NID 2025 - Swan - Rita Di Leo - ideazione Gaetano Palermo - ph Luigi Gasparroni
Swan – Rita Di Leo – ideazione Gaetano Palermo – ph Luigi Gasparroni

Open studios, chissà che l’aria fresca…

La mia impressione è che NID, da qualche tempo a cadenza annuale, sia diventato l’appuntamento italiano maggiore per gli operatori di settore (a cui si aggiungono quelli stranieri). Ma che , proprio per questo, nelle scelte di programma, si costringe ad abdicare al nuovo.

Si salva la sezione curata da Paolo Brancalion, intitolata Open Studios. Là sì che tra salutari incertezze e inaspettate illuminazioni, si intravede ciò che si sta muovendo. A volte abbozzato appena, a volte già definito. Embrione magari, ma un segno, una ventata, un po’ di aria fresca.

Tra le sei proposte di quest’anno, ho preferito E la bella stanza è vuota, progetto coreografico di Gianmaria Borzillo, che riportava in scena Antonio Tagliarini, dopo gli anni passati nel duo teatrale con Daria Deflorian. 

Forse era proprio quell’aria di teatro, lo spirito cross-dressed dell’album di Cindy Lee / Patrick Flegel da cui il progetto ha preso le mosse, o forse il cagnolino quieto di Nicole De Leo, a farmelo piacere. In soggettiva.

Eccellenze a NID 2025

Volendo parlare poi di eccellenze, ebbene sì: ci sono. Me ne sono passate davanti agli occhi, in questa NID 2025, almeno due. Bei punti di riferimento, oggi.

Una è Marta Ciappina, di cui altre volte QuanteScene! ha parlato. Imperscrutabile, rigorosa, Ciappina ipnotizza chi la osserva nell’assolo-geroglifico costruito per lei da Alessandro Sciarroni, sulle note finlandesi di Sibelius (il titolo è Op.22 n.2). Un origami silenzioso di gesti dentro al perimetro di una chiesa.

Marta Ciappina - Op.22 n.2
Marta Ciappina – Op.22 n.2

In seconda battuta, Ciappina è anche nella nuova creazione Sista (sta per sisters, suppongo) di Simona Bertozzi. Qui, lei e Viola Scaglione indagano temi di sorellanza, attingendo anche a voci e materiali biografici. Ne scaturisce un lavoro sincero. E coinvolgente.

NID 2025 - Marta Ciappina e Viola Scaglione - Sista - ph Luigi Gasparroni
Marta Ciappina e Viola Scaglione – Sista – ph Luigi Gasparroni

Altra performer di cui continuo ad apprezzare impegno e duttilità è Alice Raffaelli. Di lei mi tornano in mente precise immagini, viste magari altrove (nei lavori teatrali di Liv Ferracchiati: uno recente, Morte a Venezia, oppure in Stuporosa di Francesco Marilungo). Ineccepibile quando si muove, Raffaelli sorride poco e si compiace poco. Un segnale di forza.

NID 2025 - Alice Raffaelli - Venere vs Adone
Alice Raffaelli – Venere vs Adone

Per Raffaelli, il raddoppio a NID 2025 si è manifestato prima in una composizione di Enzo Cosimi: un Venere vs Adone di impronta un po’ kitch, se vogliamo, ma senz’altro autoriale, com’è oramai abitudine aggettivare. Poi nel duetto austero e sofferto di Se domani (insieme a Lorenzo De Simone, coreografia di Elisa Sbaragli).

Lorenzo De Simone Alice Raffaelli - Se domani - ph Luigi Gasparroni
Lorenzo De Simone Alice Raffaelli – Se domani – ph Luigi Gasparroni

No frills

Avete insomma capito che a me la danza piace quando si allontana dalla danza. Oppure quando punta alla propria essenza. Pulita, inoppugnabile, senza fronzoli. No frills, nel gergo delle compagnie aeree.

Quando accende una luce in mezzo al fumo e alle solite nebbie. Nonostante le quali, vale la pena esserci, osservare con attenzione, disperdendo abitudini e pregiudizi. Per scoprire se, in Italia, la danza possa davvero pesare di più.

In senso buono, intendo.

NID 2025 Platform

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NID 2025 PLATFORM. Dance, singular, plural
Civitanova Marche, 1-4 ottobre 2025
coordinamento AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali
direzione: Gilberto Santini
commissione artistica: Alessandro Bevilacqua, Cristiana Camba, Enrico Coffetti, Marzia D’Alesio, Elena Ormezzano
per Open Studios: Paolo Brancalion