Ha debuttato a Udine, nello spazio di una galleria d’arte contemporanea, e proseguirà le repliche fino al 2 novembre, Mrs Dalloway #1.
Progetto del CSS – teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, lo spettacolo traduce per la scena uno dei più decisi titoli di Virginia Woolf. A vestire lo stile squisito della protagonista c’è Francesca Osso.

Un giorno quasiasi?
Un mercoledì qualsiasi della metà di giugno del 1923. Niente affatto. Non è un giorno qualsiasi, quello.
Nella memoria di chi legge i libri, ama i romanzi, li considera parte della propria esperienza, quel mercoledì vale tanto quanto il martedì 16 giugno del 1904.
Certo, questa seconda data – 16.6.1904 – ha pure un nome, Bloomsday, e ha risonanza più vasta, mondiale. In quelle 24 ore, James Joyce aveva condensato il suo romanzo più celebre, Ulisse, spiando una giornata del suo protagonista, Leopold Bloom.
Ma le 12 ore in cui Virginia Woolf segue il proprio personaggio, la signora Clarissa Dalloway, hanno altrettanto peso. Almeno per chi in Joyce e Woolf, come in Marcel Proust e poi in Italo Svevo e Franz Kafka, vede crescere ciò che sarà la narrativa del Novecento. Quella che indaga la mente dei personaggi. E per riflesso, la mente dei loro lettori.

Tradotto in decine e decine di lingue, pubblicato in centinaia di edizioni diverse, Mrs Dalloway – che Virginia Woolf mandò in stampa nel 1925 in sobrio volume della sua casa editrice, la Hogarth Press – resta uno dei titoli d’elezione della scrittrice londinese.
Forse meno intimo della Gita al faro, meno politico di Una stanza tutta per sé, meno immaginifico di Orlando. Ma non per questo meno importante. Anzi, proprio per questo, decisivo.
Da far tremare i polsi
Si era cimentata con la sua traduzione – un volume di 220 pagine, “una impresa da far tremare i polsi” – Marisa Sestito, docente ed esperta di letteratura inglese.
Paola Fresa, drammaturga, ne ha appena tratto un abstract teatrale – una trentina di pagine, una settantina di minuti – a cui dà vita l’attrice Francesca Osso, in questi giorni, facendone proprio il flusso di coscienza.

Bianche, traslucide, luminose
Il leggero e chiaro abito di seta, il taglio originale dei capelli, il portamento fine, Osso percorre lo spazio che fu e che sarà una pubblica galleria d’arte.
E che per il momento, la scenografa Luigina Tusini ha incartato con centinaia di pagine bianche, traslucide, luminose. Come se quelle dodici ore dovessero piano piano, in virtù delle repliche, iscriversi su quelle carte.

La regia di Rita Maffei combina il tutto: uno spettacolo che si aggiunge al grande filone in cui letteratura e teatro giocano lo stesso play.
Scandito dai familiari rintocchi del Big Ben londinese, da una citazione dal Cimbelino di Shakespeare, dall’alternarsi dei colori sulle pagine e sui volti proiettati. Sotto i quali le didascalie svelano pensieri che contraddicono le parole.
“Mi contraddico, ebbene sì, mi contraddico”, poetava il libertario americano Walt Whitman. Il contraddirsi in Virginia Woolf, ma soprattutto nella sua signora Dalloway, è piuttosto lo specchio tra l’apparire e l’essere, lo scarto tra il pubblico e il privato, il labirinto inquieto della coscienza.

Dobbiamo, noi spettatori, in quaranta, qui nella lunga sala, disposti su due file di sedie contrapposte, dobbiamo immaginare le strade e i palazzi di quella Londra anni Venti, sconvolta da poco dalla guerra. Ma ancora solida nella distinzione tra ricca aristocrazia declinante e misera borghesia urbana. Tra obblighi sociali e pietas per le disgrazie.
Tra il codice comportamentale della high society e gli spettri dei reduci dai campi di battaglia, che riportano l’eco dei bombardamenti. Tanto che nemmeno gli indifferenti, nemmeno chi passeggia sfaccendato in Bond Street e fantastica su chi incontrerà al prossimo party, riesce a ignorare le conseguenze del trauma dello scoppio bellico.
Flussi di coscienza
Così, nel flusso di coscienza arioso che scandisce la giornata di Mrs Dalloway, piano piano, si incuneano i tratti spettrali di Septimus Warren Smith, reduce di guerra, cui le bombe hanno massacrato non solo il corpo, soprattutto la mente.

I sorrisi di circostanza che la signora Dalloway dispensa tra gli happy fews, i pochi e fortunati del proprio ambiente, si contraggono allora nel ghigno di una maschera.
Che in Francesca Osso, oramai pensosa, divora le aspettative della festa in preparazione, a cui parteciperà perfino il Primo Ministro. Ma non incide sulla sua consapevolezza di classe.

Virginia e James
E si spiega allo stesso modo anche l’irresistibile antipatia tra i quei due maestri del flusso coscienza. La Woolf nel suo salotto snob a Bloomsbury e lo squattrinato Joyce nella sua Dublino, unta di birra e di salsicce.
Diceva lei di lui: “la sua scrittura è quella di uno studentello che si schiaccia i brufoli” e nelle lettere private rincarava: “un libro plebeo, ignorante, pretenzioso….”.
Del resto, che ne sapeva James, ubriacone, sempre in bolletta, frequentatore abituale di bordelli, che ne sapeva di gite al faro e di stanze tutte per sé, adibite soltanto allo scrivere.

A lui sarebbero bastate camera e cucina, in affitto, per sé e per la moglie Nora, magari in una città, Trieste, dove non c’era altro da fare che insegnare inglese – il fantasmagorico inglese dell’Ulisse – e mangiarsi il fegato. “Oh Trieste, I ate my liver in Trieste!”.
– – – – – – – – – – – – – – – –
MRS DALLOWAY #1
dal romanzo di Virginia Woolf
traduzione Marisa Sestito
drammaturgia Paola Fresa
regia Rita Maffei
con Francesca Osso
scena e luci Luigina Tusini
musiche originali Vittorio Vella
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia
Lo spettacolo è ospite dell’ex GAMUD, spazio espositivo appena restituito alla città di Udine.

























