Quattro giorni a Civitanova Marche e dintorni, per NID 2025, nona edizione della nuova piattaforma italiana di danza. Il titolo, questa volta, era Dance, singular plural.
Quanto pesa la testa?
Con lo scanzonato piglio che l’ha resa famosa, Silvia Gribaudi, coreografa e danzatrice, si rivolge agli spettatori dal palco: “Secondo voi quanto pesa una mano?” E ancora, incalzante: “Secondo voi, quanto pesa il bacino? e la testa? quanto pesa la vostra testa?”.
Risposte spassose dalla platea, alcune sconcertanti. A meno di non staccarla dal resto del corpo, la testa non si può pesare. Per dimostrare che è proprio così, Gribaudi prende la rincorsa e si butta a pesce. In mezzo al pubblico.

Io mi diverto a osservare la baraonda e la domanda me ne suscita un’altra. “Quanto pesa, in Italia, la danza?” Ci penso. Concludo che nemmeno la danza si può pesare.
Quella almeno che ho visto passare in questa NID 2025, piattaforma del made in Italy coreografico, e idealmente orientata al nuovo. Scrivo idealmente, perché tra la ventina di titoli che ho visto a Civitanova Marche, a Fermo, a Sant’Elpidio, mica tutto profumava di nuovo. Anzi.
Quanto pesa la danza?
Sembra di piombo, a volte, certa danza italiana. Ripetitiva, vestita con un linguaggio logoro, estenuata e autoreferenziale. Con creatori e performer che si prendono molto, troppo sul serio. E fanno ordinaria amministrazione.
In qualche caso però, la danza vola. Leggera, spigliata, quel tanto di ironia, autoironia, soprattutto, che rende le cose più accettabili e più grate.
Gribaudi è un esempio di come una performer, a cinquant’anni suonati (si può dire, credo, di una signora ironica come lei) e un corpo non proprio da ballerina (lo sottolinea lei stessa, del resto) possa tenere in pugno la platea.
Con centellinate citazioni di classica (ha lavorato alla Fenice di Venezia e al Regio di Torino), ma soprattutto con l’understatement di un’artista che sa bene che sono proprio le nostre fragilità, chiamiamoli difetti, a mobilitare empatia, a scatenare l’applauso.

Faccio un secondo esempio. In Superstella, Vittorio Pagani, classe 2000, con studi e eccellente tecnica accademica, finge di interrogare le intelligenze artificiali, o stellari chissà, per capire come si fa a creare uno spettacolo contemporaneo. Lo vuole di successo, tra i propri idoli e le richieste del mercato. Lo vuole alluring e charismatic, né troppo glitch né troppo glamour. Non popolare certo, ma neanche pretenzioso.
E quelle, le stellari intelligenze, gli suggeriscono un ventaglio di opzioni. Lui le attraversa, strizzando l’occhio, con ritmo invidiabile e smagliante parlato (la drammaturgia è di Pietro Angelini). Soprattutto si colloca, croquant, nel presente di un sistema italiano di performing art, dove la danza effettivamente pesa poco. Con questa leggerezza, lui ci gioca.
Smoke gets in your eyes
Non allo stesso modo creano coloro che vanno giù pesanti con fondali, quinte, costumi, accessori, tutto rigorosamente black (la spiegazione, discutibile, è che così si valorizza il corpo) e tutto rigorosamente banale. Non contenti, ci mettono pure sbuffi di fumo a ripetizione (per creare atmosfera, suppongo) che saturano il palcoscenico e a volte anche la platea. Ne sono passati parecchi, qui a NID 2025, di titoli fumiganti. Che infatti annebbiano una certa mancanza di idee.
Chiedo scusa. Buona parte delle reazioni che il pubblico degli spettatori (e mi metto tra questi) riposa su questioni di gusto e di esperienza. Soggettive, spesso. E poi noi, i pubblici, siamo molteplici.
Ballettoni e pattini a rotelle
Piace magari a un pubblico poco abituato al nuovo, il ballettone con sedici interpreti in scena che accompagnano lo Stabat Mater di Rossini (coreografia di Monica Casadei). Ma anche la dedica di nove danzatrici a Eleonora Duse, con tanto di omaggio finale di rose rosse (La Duse, nessuna opera, coreografia di Adriano Bolognino).

A un altro pubblico, piace invece il frizzante solo di una performer-cigno che ascolta musica in cuffia e volteggia sui pattini a rotelle, in giardino, mentre si scatta selfie. Sarà impallinata da un franco tiratore appostato sui tetti. Più sport o più tragedia?
Chissà se tutti ci leggono dentro la parodia della Morte del cigno coreografata nel 1901 da Michel Fokine per Anna Pavlova. O magari il mancato attentato a Trump. Poco importa. Gaetano Palermo (che ha ideato questo Swan) ha un sacco di estimatori.

Open studios, chissà che l’aria fresca…
La mia impressione è che NID, da qualche tempo a cadenza annuale, sia diventato l’appuntamento italiano maggiore per gli operatori di settore (a cui si aggiungono quelli stranieri). Ma che , proprio per questo, nelle scelte di programma, si costringe ad abdicare al nuovo.
Si salva la sezione curata da Paolo Brancalion, intitolata Open Studios. Là sì che tra salutari incertezze e inaspettate illuminazioni, si intravede ciò che si sta muovendo. A volte abbozzato appena, a volte già definito. Embrione magari, ma un segno, una ventata, un po’ di aria fresca.
Tra le sei proposte di quest’anno, ho preferito E la bella stanza è vuota, progetto coreografico di Gianmaria Borzillo, che riportava in scena Antonio Tagliarini, dopo gli anni passati nel duo teatrale con Daria Deflorian.
Forse era proprio quell’aria di teatro, lo spirito cross-dressed dell’album di Cindy Lee / Patrick Flegel da cui il progetto ha preso le mosse, o forse il cagnolino quieto di Nicole De Leo, a farmelo piacere. In soggettiva.
Eccellenze a NID 2025
Volendo parlare poi di eccellenze, ebbene sì: ci sono. Me ne sono passate davanti agli occhi, in questa NID 2025, almeno due. Bei punti di riferimento, oggi.
Una è Marta Ciappina, di cui altre volte QuanteScene! ha parlato. Imperscrutabile, rigorosa, Ciappina ipnotizza chi la osserva nell’assolo-geroglifico costruito per lei da Alessandro Sciarroni, sulle note finlandesi di Sibelius (il titolo è Op.22 n.2). Un origami silenzioso di gesti dentro al perimetro di una chiesa.

In seconda battuta, Ciappina è anche nella nuova creazione Sista (sta per sisters, suppongo) di Simona Bertozzi. Qui, lei e Viola Scaglione indagano temi di sorellanza, attingendo anche a voci e materiali biografici. Ne scaturisce un lavoro sincero. E coinvolgente.

Altra performer di cui continuo ad apprezzare impegno e duttilità è Alice Raffaelli. Di lei mi tornano in mente precise immagini, viste magari altrove (nei lavori teatrali di Liv Ferracchiati: uno recente, Morte a Venezia, oppure in Stuporosa di Francesco Marilungo). Ineccepibile quando si muove, Raffaelli sorride poco e si compiace poco. Un segnale di forza.

Per Raffaelli, il raddoppio a NID 2025 si è manifestato prima in una composizione di Enzo Cosimi: un Venere vs Adone di impronta un po’ kitch, se vogliamo, ma senz’altro autoriale, com’è oramai abitudine aggettivare. Poi nel duetto austero e sofferto di Se domani (insieme a Lorenzo De Simone, coreografia di Elisa Sbaragli).

No frills
Avete insomma capito che a me la danza piace quando si allontana dalla danza. Oppure quando punta alla propria essenza. Pulita, inoppugnabile, senza fronzoli. No frills, nel gergo delle compagnie aeree.
Quando accende una luce in mezzo al fumo e alle solite nebbie. Nonostante le quali, vale la pena esserci, osservare con attenzione, disperdendo abitudini e pregiudizi. Per scoprire se, in Italia, la danza possa davvero pesare di più.
In senso buono, intendo.

– – – – – – – – – – –
NID 2025 PLATFORM. Dance, singular, plural
Civitanova Marche, 1-4 ottobre 2025
coordinamento AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali
direzione: Gilberto Santini
commissione artistica: Alessandro Bevilacqua, Cristiana Camba, Enrico Coffetti, Marzia D’Alesio, Elena Ormezzano
per Open Studios: Paolo Brancalion
