Prendre Soin, titolo francese di Beyond Care, è uno spettacolo teatrale ideato collettivamente e diretto da Alexander Zeldin. Dopo le quattro repliche al Teatro Metastasio di Prato (dal 23 al 26 ottobre) sarà anche al Teatro Due di Parma (il 30 e il 31) . Uniche date italiane.

L’uomo che spazza i vagoni, ora che il treno è arrivato a destinazione. Il ragazzo accucciato, che mette in ordine gli scaffali del supermercato nelle giornate di punta. La donna con il mocio in mano, che tiene puliti i gabinetti della stazione.
Anche chi, nei corridoi vuoti dell’aeroporto, regge le briglie a gigantesche macchine lavapavimenti. Oppure le guardie notturne, sveglie o mezzo addormentate, fino alle prime luci dell’alba. O i giovani, ma anche gli anziani, portieri di notte. Sono tutti lavoratori interinali.
Lavoro somministrato
Non li vediamo quasi, gli interinali. Anonimi, silenziosi, solitari, svolgono il proprio compito, per lo più invisibili, spesso in ore estreme. Il loro pane quotidiano sono mansioni a bassa specializzazione, contratti a tempo determinato, gestiti dalle agenzie per l’impiego.
Lavoro somministrato, per dirla nella lingua della legislazione italiana. Tradotto nella loro lingua professionale: “lavori di merda”.
Li porta in palcoscenico – questi interinali – il regista britannico Alexandre Zeldin. Ce li mostra all’opera. O nei sempre più brevi momenti di pausa.
Zeldin è uno che l’universo del precariato lo conosce. Forse non lo ha vissuto personalmente, ma certo lo ha studiato e ne ha fatto un soggetto di lavoro teatrale. I tre capitoli del suo progetto intitolato Trilogia della diseguaglianza parlano anche di questa fetta dell’universo delle professioni. In altre parole, parlano di povertà.

Zeldin, la trilogia
Beyond Caring, in versione francese Prendre soin, in italiano Prendersi cura, è il titolo che ha appena aperto la stagione teatrale al Teatro Metastasio di Prato. Tra qualche giorno due repliche al Teatro Due di Parma, dove Zeldin sarà anche al centro di una delle sessioni delle Giornate d’autore, il progetto che il teatro emiliano dedica alla drammaturgia internazionale contemporanea.
Beyond Caring (allestito inizialmente nel 2014) è il primo capitolo di questa trilogia, proseguita poi con LOVE (2016) e Hope, Faith and Charity (2019), entrambi già visti in Italia.
Proprio questa Italia dove i temi del lavoro, precario e non solo, della diseguaglianza, della povertà, hanno aperto parecchi sipari (la rivista Hystrio, nel numero 4/2024 ha dedicato loro un dossier).

Il più recente titolo che ricordo, è Zorro (2025), di Latella e Bellini. Ma quando il termine non era ancora approdato ai nostri vocabolari, di lavoro a somministrazione parlavano già Remondi e Caporossi in Cottimisti. E su diritti e contrattazione sindacale Stefano Massini aveva imbastito i suoi 7 minuti operai.
Desolata, piastrellata
Qui in Beyond Caring, è proprio la conta dei minuti di lavoro, è il tempo della pausa, a scandire le scene nel seminterrato, dove una squadra di interinali, in ore notturne, deve lavare, detergere, sanificare macchinari e attrezzi di un’industria alimentare che lavora carne di animali. Il destino futuro di hamburger, salsicce, nugget di pollo.
Destino sanguinolento a cui non sfuggono nemmeno loro – Louisa, Susanne, Philippe, Esther – reclutati da un’agenzia per questo impiego a somministrazione: 14 giorni (14 notti anzi), sorvegliati dal caporeparto, in veste apparente di aguzzino, ma nemmeno lui risparmiato dal tritacarne dei protocolli aziendali: leggi spietate e inderogabili nell’economia della diseguaglianza sociale. Dove la povertà è una colpa.

La scena di Beyond Caring è desolata, realistica, orizzontale, piastrellata, illuminata dai neon. Di qua la porta della toilette. Di là la macchinetta del caffè. In mezzo tavoli e sedie qualsiasi, di uno dei tanti non-luoghi in cui si consuma l’invisibilità sociale. Come le case d’accoglienza, i ricoveri per senza tetto, sistemazioni di fortuna, spazi protagonisti degli altri lavori di Zeldin.
Il tempo in Beyond Caring è un tempo lungo, che rinuncia all’azione, che accetta i silenzi e vuoti, e stacca i momenti con esplosioni di buio, nei quali risuona mostruoso il ringhio della lavapavimenti.

Ma è proprio qui, in questi luoghi, che i micro-momenti, le micro-azioni, i micro-sentimenti prendono valore. Prendersi cura – il titolo – è anche la chiave per leggere questa non-trama, questo terreno accidentato in cui Louisa, Susanne, Philippe, Esther sono anche fonte di accudimento. Gesti di amicizia occasionale, episodi di solidarietà a tempo, rabbie che sfociano in pietas, se non in affetto.
Flessibili, precari, marginali
Beyond care è stata la reazione di una comunità di artisti britannici al tema degli zero-hour contract, corrispettivo d’oltremanica dei Jobs Act italiani di Renzi. Flessibilità come precarietà, equazione su cui aveva già puntato la macchina da presa il cinema di Ken Loach (in Sorry we missed you, per esempio).
Numeri alla mano, anche Zeldin sostiene che usare termini come marginalità, emarginazione è sbagliato. I poveri, i disagiati, gli invisibili del lavoro, non sono marginali. Sono invece una percentuale cospicua della popolazione. Ed è il resto della popolazione, la maggioranza, a determinare la loro invisibilità. Eppure qualcuno se ne prende cura.
Ciò che ci definisce umani, il fatto di essere tutti su una stessa barca, il concetto di noi più che quello di io, fanno sì che proprio io, proprio te, noi, possiamo prendercene cura.

Perché prendersi cura è molto più forte del suo quasi sinonimo curare. Non è un giuramento medico, è una scelta di generosità. Il più delle volte individuale. Che quasi mai guarisce. Ma solleva dallo stare male. Soprattutto se il male è la diseguaglianza.
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PRENDRE SOIN
testo e regia Alexander Zeldin
con Nabil Berrehil, Patrick d’Assumçao, Charline Paul, Lamya Regragui, Bilal Slimani e Juliette Speck
scenografia e costumi Natasha Jenkins
disegno luci Marc Williams
disegno del suono Josh Grigg
produzione Compagnie A Zeldin
in coproduzione con Théâtre National de Strasbourg, Teatro Metastasio di Prato, Théâtre des Célestins, Le Volcan – Scène Nationale du Havre, e con la partecipazione artistica di Jeune théâtre national
