Dal 27 novembre scorso nei cinema si proietta Bobò. È il film che Pippo Delbono ha dedicato a chi per 23 anni è stato al suo fianco, in una delle più prodigiose avventure del teatro, italiano e non solo.
Programmato in diverse città, dopo l’anteprima al festival di Locarno, poi a Lisbona, Amsterdam, Torino Film Festival 43, Bobò, il film, sarà anche al cinema Ariston di Trieste il 6 dicembre. Assieme con il regista Delbono.

Torino Film Festival 43
I tre riconoscimenti TTF43, a novembre 2025:
Giuria ufficiale del concorso internazionale documentari del TFF43. Menzione speciale: “Siamo grati alla saggezza che c’è nella follia”.
Giuria Gli occhiali di Gandhi per la nonviolenza. Menzione speciale: “Bobò è un esempio di incontro dove chi aveva bisogno cura chi lo ha salvato, in una reciprocità lenitiva e creativa”.
Giuria Interfedi per il rispetto delle minoranze e per la laicità. Premio: “Racconto di dignità ed inclusione, che, superando i giudizi di valore della società, dà voce a chi non l’ha avuta, trasforma l’invisibilità in presenza, l’esclusione in arte, la sofferenza e l’emarginazione in una testimonianza di umanità, resistenza e bellezza”.

Sei anni fa. Anzi di più
Vincenzo Canavacciuolo, in arte Bobò, era scomparso il primo giorno di febbraio del 2019.
Avevo scritto davvero poche righe, quella mattina, appena arrivata la notizia. Avevo il cuore a pezzi per la morte di Bobò. Che non era soltanto l’icona eccentrica e fenomenale della compagnia di Pippo Delbono. Non era soltanto quell’uomo, piccolo piccolo, davanti al quale, grandi platee, in tutto il mondo, avevano riso e pianto, per sommergerlo alla fine di applausi. E non era nemmeno un caso stravagante, unico, nel mondo di per sé già stravagante del teatro. Quel teatro che lo aveva salvato da un destino di straccio da manicomio.

Bobò, per me, era anche altro.
Allora, quel giorno di febbraio, testate cartacee e siti on line, media vecchi e media nuovi, avevano raccontato la sua storia. La storia dell’incontro con Delbono nel manicomio di Aversa e l’intesa tra due derelitti – Bobò 59 anni, Pippo 36 – che si erano trovati nel fondo, ma avevano anche scoperto assieme la forza per la risalita. La storia della progressiva emersione all’arte di chi, privato della parola e dell’udito, privato degli affetti, privato praticamente di tutto, grazie al teatro, aveva conquistato la propria vita.
Non mi ci ero messo pure io a ricostruire quella storia. Bobò certo era la sua storia. Ma per me, era anche altro.

Bobò, un bambino
Perché in un tratto – abbastanza lontano ora – della mia vita, con Bobò avevo stretto qualcosa che si potrebbe, forse, chiamare amicizia.
Bobò che non conosceva le buone maniere, né quelle cattive. Bobò che aveva il candore e la schiettezza dei bambini, e ignorava che cosa volesse dire giornalista. “Resterà sempre un bambino” avevano sentenziato i medici quando, “rapito” da Delbono (legalmente si trattava di un’adozione), si era lasciato alle spalle i cancelli di Aversa.
E così, proprio come si fa con i bambini, avevo fatto amicizia con Bobò.
Sono fotografie di un album, i ricordi che ho di questo mio strano amico. Sono precise e punteggiano un atlante grande quanto il mondo.

Una passeggiata assieme sulla Piazza Rossa a Mosca quando lui, con la sua inconfondibile voce, urla come faceva sempre, e i soldati di guardia si voltano allarmati.
Un maldestro selfie (ma non si chiamavano ancora così) sul tavolo di un caffè a Boca, periferia di Buenos Aires, con la mia prima camera digitale.
Un televisore acceso a massimo volume, in una stanza d’albergo di Porto Alegre in Brasile con gli altri ospiti che si incazzano e lui che dal di dentro ha sprangato la porta.
Il suo travestimento con stracci e vestiti vecchi in un magazzino di trovarobato di Quebec City, per uno show personale, come se fossimo su un palcoscenico.
Nella mia memoria, non quella del computer, ne ho tante altre, decine. Istantanee di una strana singolare amicizia.

Perché le racconto?
Le racconto perché le ho riviste, quelle istantanee, diventate adesso le immagini in movimento del film: l’altra sera, a Roma, al cinema Nuovo Sacher.
Si proiettava di Bobò, 80 intensi minuti di cinema che a distanza di sei anni, da quando lui se ne è andato, Pippo ha avuto finalmente la forza di portare a termine.
“Per anni, da quando ci ha lasciati, non volevo in nessun modo rivedere fotografie e riprese di Bobò, troppa la sofferenza. Poi, piano piano ho pensato che dovevo e volevo farlo, questo film” ha detto in sala Delbono.
Dovevo e volevo a tutti i costi vederlo anch’io il film. Per me, ma soprattutto per ciò che mi lega ancora a quella singolare esperienza, che mi ha portato a viaggiare, per qualche anno, assieme alla Compagnia Delbono.
E mi ha fatto entrare, sommessamente, lateralmente, nel labirinto di affetti che è una compagnia teatrale speciale come quella. Con Pippo e Pepe, in primo luogo, ma poi tutti gli altri: quelli che ci sono ancora, quelli che non ci sono più. Lucia, Mario, Gustavo, Gianluca, Simone, mr Puma, Armando, Nelson, Margherita, Piero, Elena, Fadel, Dolly, Ilaria, Fausto, Claudio… La lista, lunga più di vent’anni, sarebbe infinita. Mi perdonino gli altri, di cui non recupero ora dalla memoria il nome.
Una vita, 300 ore, 80 minuti
Ci sono tutti loro, in quelle 300 ore di nastri e digitale, girati in 20 anni, con la telecamerina, nelle più disparate città del mondo. E si condensano adesso negli 80 minuti del film. Che comincia e finisce là, nel manicomio di Aversa, tra le riprese ballerine del laboratorio teatrale dove Bobò e Pippo si incontrano, nel 1995 – sono ora 30 anni – e il ritorno di lui, pochi mesi fa, tra le macerie, le rovine, il silenzio di quel luogo di reclusione, di contenimento e annientamento.
In questo lungo arco di tempo, Bobò, assieme a Pippo e alla sua compagnia, è andato là dove lo ha portato il suo cuore di bambino. “Quando indossava un vestito, diventava quel vestito” dice Delbono.
Bobò samurai, Bobò clown, Bobò sposa vestita di bianco, Bobò alle prese con il tango, Bobò cavaliere medievale, Bobò mafioso, Bobò grande dittatore, Bobò magnaccia, Bobò direttore d’orchestra, Bobò pugile e calciatore, Bobò diavolo violinista e trombonista, Bobò che festeggia gli anni.
Bobò tutto. Lui, che senza il teatro sarebbe rimasto niente.

Vedi qui il link alla programmazione nelle sale italiane.
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BOBÒ
regia Pippo Delbono
Italia, 2025
Durata 81′
sceneggiatura Pippo Delbono
cast Pippo Delbono, Bobò
voce Pippo Delbono
produttori Renata Di Leone, Giovanni Capalbo
produttori associati Fabio Volpentesta, Marco Garavaglia, Gianluca Varriale, Alessandro Riccardi
fotografia Cesare Accetta
montaggio Marco Spoletini
musica Enzo Avitabile
post-produzione Fabio Volpentesta
produzione Fabrique Entertainment
coproduzione Luce Cinecittà, Inlusion Creative Hub, Vargo, Rai Cinema

































