STORIE – Bobò che va dove lo porta il cuore

Dal 27 novembre scorso nei cinema si proietta Bobò. È il film che Pippo Delbono ha dedicato a chi per 23 anni è stato al suo fianco, in una delle più prodigiose avventure del teatro, italiano e non solo.

Programmato in diverse città, dopo l’anteprima al festival di Locarno, poi a Lisbona, Amsterdam, Torino Film Festival 43, Bobò, il film, sarà anche al cinema Ariston di Trieste il 6 dicembre. Assieme con il regista Delbono.

Bobò - regia Pippo Delbono - locandina

Torino Film Festival 43

I tre riconoscimenti TTF43, a novembre 2025:

Giuria ufficiale del concorso internazionale documentari del TFF43. Menzione speciale: “Siamo grati alla saggezza che c’è nella follia”.

Giuria Gli occhiali di Gandhi per la nonviolenza. Menzione speciale: “Bobò è un esempio di incontro dove chi aveva bisogno cura chi lo ha salvato, in una reciprocità lenitiva e creativa”.

Giuria Interfedi per il rispetto delle minoranze e per la laicità. Premio: “Racconto di dignità ed inclusione, che, superando i giudizi di valore della società, dà voce a chi non l’ha avuta, trasforma l’invisibilità in presenza, l’esclusione in arte, la sofferenza e l’emarginazione in una testimonianza di umanità, resistenza e bellezza”.

Bobò - Compagnia Pippo Delbono

Sei anni fa. Anzi di più

Vincenzo Canavacciuolo, in arte Bobò, era scomparso il primo giorno di febbraio del 2019.

Avevo scritto davvero poche righe, quella mattina, appena arrivata la notizia. Avevo il cuore a pezzi per la morte di Bobò. Che non era soltanto l’icona eccentrica e fenomenale della compagnia di Pippo Delbono. Non era soltanto quell’uomo, piccolo piccolo, davanti al quale, grandi platee, in tutto il mondo, avevano riso e pianto, per sommergerlo alla fine di applausi. E non era nemmeno un caso stravagante, unico, nel mondo di per sé già stravagante del teatro. Quel teatro che lo aveva salvato da un destino di straccio da manicomio.

Bobò - Pippo Delbono - ph Jean-Louis Fernandez
Bobò e Pippo, Estragone e Vladimiro (1997) – ph Jean-Louis Fernandez

Bobò, per me, era anche altro.

Allora, quel giorno di febbraio, testate cartacee e siti on line, media vecchi e media nuovi, avevano raccontato la sua storia. La storia dell’incontro con Delbono nel manicomio di Aversa e l’intesa tra due derelitti – Bobò 59 anni, Pippo 36 – che si erano trovati nel fondo, ma avevano anche scoperto assieme la forza per la risalita. La storia della progressiva emersione all’arte di chi, privato della parola e dell’udito, privato degli affetti, privato praticamente di tutto, grazie al teatro, aveva conquistato la propria vita.

Non mi ci ero messo pure io a ricostruire quella storia. Bobò certo era la sua storia. Ma per me, era anche altro.

Compagnia Pippo Delbono - La gioia - ph Luca Del Pia
Bobò e Pippo – La gioia (2018) – ph Luca Del Pia

Bobò, un bambino

Perché in un tratto – abbastanza lontano ora – della mia vita, con Bobò avevo stretto qualcosa che si potrebbe, forse, chiamare amicizia.

Bobò che non conosceva le buone maniere, né quelle cattive. Bobò che aveva il candore e la schiettezza dei bambini, e ignorava che cosa volesse dire giornalista. “Resterà sempre un bambino” avevano sentenziato i medici quando, “rapito” da Delbono (legalmente si trattava di un’adozione), si era lasciato alle spalle i cancelli di Aversa.

E così, proprio come si fa con i bambini, avevo fatto amicizia con Bobò.

Sono fotografie di un album, i ricordi che ho di questo mio strano amico. Sono precise e punteggiano un atlante grande quanto il mondo.

Bobò danza sulla spiaggia di Santos (San Paolo, Brasile)

Una passeggiata assieme sulla Piazza Rossa a Mosca quando lui, con la sua inconfondibile voce, urla come faceva sempre, e i soldati di guardia si voltano allarmati.

Un maldestro selfie (ma non si chiamavano ancora così) sul tavolo di un caffè a Boca, periferia di Buenos Aires, con la mia prima camera digitale.

Un televisore acceso a massimo volume, in una stanza d’albergo di Porto Alegre in Brasile con gli altri ospiti che si incazzano e lui che dal di dentro ha sprangato la porta.

Il suo travestimento con stracci e vestiti vecchi in un magazzino di trovarobato di Quebec City, per uno show personale, come se fossimo su un palcoscenico.

Nella mia memoria, non quella del computer, ne ho tante altre, decine. Istantanee di una strana singolare amicizia.

Bobò - Compagnia Pippo Delbono
La gioia – Bobò

Perché le racconto?

Le racconto perché le ho riviste, quelle istantanee, diventate adesso le immagini in movimento del film: l’altra sera, a Roma, al cinema Nuovo Sacher.

Si proiettava di Bobò, 80 intensi minuti di cinema che a distanza di sei anni, da quando lui se ne è andato, Pippo ha avuto finalmente la forza di portare a termine.

“Per anni, da quando ci ha lasciati, non volevo in nessun modo rivedere fotografie e riprese di Bobò, troppa la sofferenza. Poi, piano piano ho pensato che dovevo e volevo farlo, questo film” ha detto in sala Delbono.

Dovevo e volevo a tutti i costi vederlo anch’io il film. Per me, ma soprattutto per ciò che mi lega ancora a quella singolare esperienza, che mi ha portato a viaggiare, per qualche anno, assieme alla Compagnia Delbono.

E mi ha fatto entrare, sommessamente, lateralmente, nel labirinto di affetti che è una compagnia teatrale speciale come quella. Con Pippo e Pepe, in primo luogo, ma poi tutti gli altri: quelli che ci sono ancora, quelli che non ci sono più. Lucia, Mario, Gustavo, Gianluca, Simone, mr Puma, Armando, Nelson, Margherita, Piero, Elena, Fadel, Dolly, Ilaria, Fausto, Claudio… La lista, lunga più di vent’anni, sarebbe infinita. Mi perdonino gli altri, di cui non recupero ora dalla memoria il nome.

Una vita, 300 ore, 80 minuti

Ci sono tutti loro, in quelle 300 ore di nastri e digitale, girati in 20 anni, con la telecamerina, nelle più disparate città del mondo. E si condensano adesso negli 80 minuti del film. Che comincia e finisce là, nel manicomio di Aversa, tra le riprese ballerine del laboratorio teatrale dove Bobò e Pippo si incontrano, nel 1995 – sono ora 30 anni – e il ritorno di lui, pochi mesi fa, tra le macerie, le rovine, il silenzio di quel luogo di reclusione, di contenimento e annientamento.

In questo lungo arco di tempo, Bobò, assieme a Pippo e alla sua compagnia, è andato là dove lo ha portato il suo cuore di bambino. “Quando indossava un vestito, diventava quel vestito” dice Delbono.

Bobò samurai, Bobò clown, Bobò sposa vestita di bianco, Bobò alle prese con il tango, Bobò cavaliere medievale, Bobò mafioso, Bobò grande dittatore, Bobò magnaccia, Bobò direttore d’orchestra, Bobò pugile e calciatore, Bobò diavolo violinista e trombonista, Bobò che festeggia gli anni.

Bobò tutto. Lui, che senza il teatro sarebbe rimasto niente.

Compagnia Pippo Delbono - La gioia - ph Luca Del Pia
Compagnia Pippo Delbono – La gioia – ph Luca Del Pia


Vedi qui il link alla programmazione nelle sale italiane.

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BOBÒ
regia Pippo Delbono
Italia, 2025
Durata 81′
sceneggiatura Pippo Delbono
cast Pippo Delbono, Bobò
voce Pippo Delbono
produttori Renata Di Leone, Giovanni Capalbo
produttori associati Fabio Volpentesta, Marco Garavaglia, Gianluca Varriale, Alessandro Riccardi
fotografia Cesare Accetta
montaggio Marco Spoletini
musica Enzo Avitabile
post-produzione Fabio Volpentesta
produzione Fabrique Entertainment
coproduzione Luce Cinecittà, Inlusion Creative Hub, Vargo, Rai Cinema

Residenze, bandi, premi sono agenti di innovazione. Fidatevi.

Da anni, residenze, bandi e premi sono elementi chiave nel sistema teatrale del nostro Paese. Perché sono agenti di innovazione. L’ho scritto altre volte in questo ultimo periodo. Ma lo riscrivo.

Gaia Mencagli - Residenze Dialoghi a Villa Manin - ph Alice Durigatto
Residenze Dialoghi a Villa Manin – ph Alice Durigatto

Creatività, visibilità

Indiscutibile è il contributo che le prime – le residenze – offrono all’esercizio della creatività e dell’invenzione, svincolate dalla pressione immediata del produrre.

Importante è il sostegno e poi la visibilità che i secondi – bandi e premi – danno a creatori, anche di talento, che altrimenti resterebbero sommersi dalla massa di produzioni, non sempre di qualità, che si riversano ogni giorno sulle scene italiane.

Di residenze, bandi, premi, quelli in particolare che rivolgono l’attenzione proprio alla qualità, l’Italia ne conta parecchi. Senza però che i media, e anche l’opinione di chi lavora e frequenta i teatri, valorizzino il ruolo che si meritano e che loro spetterebbe.

Certo, i premi più consolidati, magari per ragioni storiche – i Premi Ubu per esempio: 37 edizioni – oppure per la loro centralità nel sistema – i diversi Premi Hystrio rivolti a vocazione, drammaturgia, emersione – non passano inosservati. Ma situazioni più laterali – il Premio Scenario, oppure TuttoTeatro, per dirne solo due – fanno fatica a esplicitare l’energia che mettono nel sostenere l’innovazione.

Sono ragionamenti che mi spingono ad avvicinarmi, a studiare quasi, ciò che al di là del tamtam delle istituzioni forti, viene proposto in tanti momenti di residenza creativa, di bandi e premi teatrali.

Oltre il tamtam

Mi capita insomma di aderire volentieri, alle proposte di chi mi invita a intervenire in una residenza teatrale, spesso nel ruolo di tutor o di occhio esterno, oppure a partecipare al lavoro di una giuria che sceglierà e premierà la scrittura drammaturgica, o la vocazione di giovani compagnie.

In questo post parlo di due esperienze che mi hanno visto e vedranno coinvolto nel breve tempo, oltre a che sulla breve distanza.

Una è il Premio Giovani Realtà del Teatro. Si è appena svolto a Udine, promosso e organizzato dall’Accademia Nico Pepe, con un’attenzione rivolta a compagnie e singoli performer under 35 anni.

Residenze nel parco

L’altro è un progetto di residenze triennali, finora intitolate Dialoghi, e giunte a una nuova quarta tornata, grazie l’impegno devoluto in questi dieci anni da CSS – Teatro stabile di innovazione del Fvg.

Residenze Dialoghi - edizione 2015-2017
Dialoghi – edizione 2015-2017

La nuova tornata partirà nel 2026 negli spazi, davvero speciali, di Villa Manin di Passariano (Udine), monumentale dimora veneta estesa ai 18 ettari di parco secolare e appartenuta alla famiglia veneziana dei Manin. Il luogo – raccontano le cronache – dove Napoleone dormì, chissà se saporitamente, prima di firmare lo storico Trattato di Campoformio.

Il bando per questa nuova edizione, che vede impegnati anche La Contrada e Artisti Associati ed è suddivisa in due open call, scade fra poco: il 5 dicembre. Una buona ragione per mettere fretta a chi intende aderire alla chiamata.

Residenze Dialoghi - edizione 2022-2024
Dialoghi – edizione 2022-2024

Il programma si interseca con la serie dei miei incontri di formazione del pubblico, La Scuola dello Sguardo #6, e per due date si sposterà nella villa. La prima, imminente, è il 29 gennaio quando la conversazione intitolata Architettare teatro, in una villa del ‘700 sarà accompagnata da un’antologia video, a documento di alcuni fra i più rilevanti momenti di residenza di questi dieci anni.

ph Giovanni Chiarot

Esordi

Diverso, ma altrettanto concentrato sull’innovazione e sulla creatività (under 35, nello specifico caso) è il Premio Giovani Realtà . Nato anni fa, è cresciuto e ha premiato, mettendoli in luce ai loro esordi, nomi che oggi figurano ben in vista nei cartelloni italiani.

È stato proprio a Udine, nello spazio approntato dalla Nico Pepe, che, più di una decina di anni fa, ho scoperto Liv Ferracchiati, quando cominciava a incamminarsi sul suo Baby Walk, e I Gordi, che davano avvio alla loro ricerca sulla Morte Maldestra, anche grazie alla poesia di Wisława Szymborska. E ancora Oyes con il loro primissimo Effetto Lucifero e poi l’approdo a Cechov. Quando cioè le loro poetiche erano ancora in embrione.

I Gordi - Sulla morte senza esagerare - ph Sabrina Cirillo
I Gordi – Sulla morte senza esagerare – ph Sabrina Cirillo

L’edizione di questo 2025, ha portato a Udine una ventina di formazioni in concorso, provenienti da tutta Italia. Ciascuna presentava il proprio lavoro in forma di frammento (una quindicina di minuti circa) davanti al pubblico e alle giurie (quella artistica, quella dei docenti, quella degli allievi, quella del pubblico…).

Nel complesso, una qualità encomiabile, con ovvi distinguo e divergenze tecniche tra chi ha lavorato su originali progetti di compagnia e chi ha puntato sul formato monologo.

Chi ha vinto?

Si sono contese il Premio della Giuria artistica due formazioni: una emiliana (il duo Alessandro Tommasi, Lorenzo Muscolini) e una napoletana (Oberon Teatro: Adriano Fiorillo, Giulia Piscitelli, Erica Tortorizio) con progetti di allestimento molto diversi, che hanno ottenuto così un ex aequo.

Kurakari Ubasute - ph Luca Valenta
Kurakari Ubasute – ph Luca Valenta

Ecco le motivazioni.

La prima: Le fragilità delle età maiuscole: Kurakari Ubasute (di Tommasi e Muscolini) affronta un tema pressante dell’Italia contemporanea, l’invecchiamento della popolazione, senza medicalizzarlo, soffiandoci anzi dentro una ventata d’ironia e una riflessione sul tempo che passa, da parte di una generazione giovane.

La seconda: In ‘A stesa (di Oberon Teatro) l’immagine luminosa di panni stesi al sole, di indumenti puliti e profumati, si confonde con quella scura di un’innocente vittima di camorra: è un lavoro che inquadra la denuncia e il lutto, la difficoltà e la volontà di superarlo.

A stesa - Oberon Teatro - ph Luca A. D'Agostino
‘A stesa – Oberon Teatro – ph Luca A. D’Agostino

Il Premio della Giuria dei docenti della Nico Pepe è andato a Postulati sul senso della vita, di Michele Mion, Filippo Alice Civallero, Alice Cortassa, mentre quello per il miglior monologo a Un altro Stabat Mater di Jacopo Bottani. E ancora un premio a Sette domeniche (di Yulia Redila, Ludovica Angelini, Roberta Gallo, Carlotta Pistillo, Anna Farina).

Punti di incontro


Non è solo la soddisfazione per la vittoria in un bando, né l’incentivo economico, a volte associato ai premi, a renderli appetibili per gruppi di recente formazione. Il vantaggio è che occasioni come queste, contest pubblici, sono prima di tutto punti e momenti di incontro e di confronto per decine e decine di giovani artisti, alcuni addirittura alla prima uscita pubblica, o al primo approdo al mondo del professionismo.

Pietro Cerchiello - ph Marco Lestani
Pietro Cerchiello – ph Marco Lestani

Il vincitore dello scorso anno, Pietro Cerchiello, ha anticipato la giornata portando un suo lavoro, Appunti per uno Schiuma Party, che nel frattempo, di premi e menzioni, ne ha conquistati uno sfracello.

Per me, osservatore curioso, e anche critico, di queste Giovani Realtà, si è trattato sì di registrare il polso a una generazione più recente rispetto a quelle che vedo di solito. Ma di aggiungerci anche scoperte e sorprese.

Uno scouting fra titoli, nomi, idee, che come nei casi citati prima, potrò ritrovare più solide, più cresciute, nelle programmazioni delle stagioni prossime. Ne sono sicuro, fidatevi.

Premio Giovani Realtà del Teatro 2025 - ph Luca A. D'Agostino
Premiati e giurie – Giovani Realtà del Teatro 2025 – ph Luca A. D’Agostino

BREAKING NEWS. Premi Ubu 2025. Tutte le nomination

Sono state annunciate e rese pubbliche oggi, nel tardo pomeriggio, le terne che formano le nomination per le 17 categorie dei Premi Ubu 2025.

Premi Ubu 2025

Come capitava più di mezzo secolo fa a Vladimiro e Estragone, e come capita oggi a chi segue il teatro in Italia, c’era attesa per il primo appuntamento di quest’anno con il referendum che da quasi 5 decenni – siamo all’edizione numero 47 – fotografa la scena italiana nella varietà dei suoi titoli e dei suoi protagonisti. E protagoniste, ça va sans dire 🙂

Padre Ubu disegnato nel 1896 da Alfred Jarry
Padre Ubu disegnato nel 1896 da Alfred Jarry

Un’istantanea che dura un anno

Poco fa, in diretta stream dal Teatro Rossini di Pesaro, in collaborazione con AMAT circuito teatrale delle Marche, è partito quindi l’avvicinamento alla data fatidica e imminente del 15 dicembre.

Quel giorno, un lunedì, dall’Arena del Sole a Bologna, avverrà la consegna finale dei Premi Ubu 2025. Ulteriore capitolo di una manifestazione che calamita attenzione, curiosità, e certo trepidazione in chi ha contribuito, con il proprio lavoro, alla stagione teatrale appena trascorsa.

Padre Ubu secondo Andrea Rauch

Le nomination Ubu 2025

La serata pesarese è stata trasmessa in diretta video sul canale Youtube dell’Associazione Ubu per Franco Quadri e rilanciata sui canali FB e IG di AMAT. 

Premi Ubu 2025

In conduzione, Laura Gemini, docente presso l’Università di Urbino, e Graziano Graziani, giornalista e critico teatrale. Ad animarla inoltre, un saluto di Gilberto Santini, direttore AMAT e le letture dell’attrice Premio Ubu 2023 Petra Valentini e di Gabriele Paolocà, che con La ferocia ha vinto uno degli Ubu 2024.

Ecco le terne (in ordine alfabetico dentro a ciascuna categoria).

1. SPETTACOLO DI TEATRO

A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale (ideazione Kepler-452; regia e drammaturgia di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi)

Capitolo Due (di Massimiliano Civica)

La vegetariana (regia di Daria Deflorian)

2. SPETTACOLO DI DANZA

Asteroide (di Marco D’Agostin)

Le Palestriti (progetto e coreografia di Simona Bertozzi)

Tu non mi perderai mai (coreografie di Raffaella Giordano)

3. REGIA

Massimiliano Civica (Capitolo Due)

Daria Deflorian (La vegetariana)

Leonardo Lidi (La gatta sul tetto che scotta)

Alessandro Serra (Tragùdia. Il canto di Edipo)

4. ATTRICE/PERFORMER

Sonia Bergamasco (Elettra)

Giuliana De Sio (Cose che so essere vere – Things I Know to Be True)

Valentina Picello (Anna Cappelli e La gatta sul tetto che scotta)

Monica Piseddu (La vegetariana)

5. ATTORE O PERFORMER

Davide Enia (Autoritratto)

Aldo Ottobrino (Capitolo Due)

Gabriele Portoghese (La vegetariana)

6. ATTRICE O PERFORMER UNDER 35

Francesca Astrei

Giulia Heatfield Di Rienzi

Evelina Rosselli

7. ATTORE O PERFORMER UNDER 35

Alfonso De Vreese

Niccolò Fettarappa

Pietro Giannini

8. SCENOGRAFIA

Alberto Favretto (A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale)

Daniele Spanò (La vegetariana)

9. COSTUMI

Margherita Baldoni (La pulce nell’orecchio)

Simona D’Amico (Zorro)

Antonio Marras (Amadeus)

10. DISEGNO LUCI

Pasquale Mari (Edipo Re)

Giulia Pastore (La vegetariana)

Alessandro Serra (Tragùdia. Il canto di Edipo)

11. PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI

Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (Nel blu. Avere tra le braccia tanta felicità)

Luca Scapellato e Marco D’Agostin (Asteroide)

Alessandro Serra e Bruno de Franceschi (Tragùdia. Il canto di Edipo)

12. NUOVO TESTO ITALIANO O SCRITTURA DRAMMATURGICA

(messi in scena da compagnie o artisti italiani)

A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale (drammaturgia Kepler-452 – Enrico Baraldi e Nicola Borghesi)

Autoritratto (Davide Enia)

Madri (Diego Pleuteri)

13. TESTO NON ORIGINALE

(dedicato a riscritture e/o adattamenti)

Altri Libertini, adattamento di Licia Lanera dal romanzo di Pier Vittorio Tondelli

La vegetariana, adattamento di Daria Deflorian e Francesca Marciano dal romanzo di Han Kang

14. NUOVO TESTO STRANIERO O SCRITTURA DRAMMATURGICA

(messi in scena da compagnie o artisti italiani)

Cose che so essere vere (Things I Know to Be True) (di Andrew Bovell)

Diciassette cavallini (di Rafael Spregelburd)

Il Golem (di Juan Mayorga)

15. SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA

Changes (di Thomas Ostermeier)

Lacrima (di Caroline Guiela Nguyen)

Parallax (di Kornél Mundruczó)

17. PREMI SPECIALI

Compagnia Garbuggino/Ventriglia: per gli oltre due decenni di resistenza poetica e teatrale

DOM: per l’indagine pluriennale sul rapporto tra paesaggio e teatro e per il film “Porpora che cammina”, ultima incarnazione di questa ricerca

Teatro Akropolis: per il film documentario “La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. Carmelo Bene.”

Mimmo Borrelli: per la ricerca antropologica che si riversa in pedagogia con il progetto “Opera in transizione“

Motus: per i progetti Archivio Motus e Supernova

Teatri di Vetro: per l’attenzione pluriennale ai linguaggi performativi

Teatro della Tosse: per i 50 anni di attività che ne hanno fatto un polo teatrale insostituibile

Teatri dei Venti: per la “Trilogia dell’assedio” e gli anni di lavoro in carcere

Zona K: per lo sforzo di internazionalizzazione della scena e l’attenzione alla drammaturgia contemporanea

Il Premio Ubu 2025 alla carriera verrà svelato nella serata finale. Appuntamento perciò al 15 dicembre.

Padre Ubu secondo Lele Luzzati

Chiedi chi era Argo

Chi era, che cos’era, Argo? Bisognerebbe ripescare nella memoria quei versi di Omero, in cui si racconta del cane di Ulisse. Ma Argo è anche tante altre cose.
Va in scena dal 14 novembre al 7 dicembre, a Trieste, al Rossetti, Argo, scritto da Letizia Russo, diretto da Serena Sinigaglia, una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e di quello Bolzano.
Domani, il giorno del debutto a Trieste, alle 17.00, ne parlo in quella sala, con le interpreti e la regista.

Argo - Maria Ariis, Ariella Reggio, Lucia Limonta - ph. Luca Valenta
Maria Ariis, Ariella Reggio, Lucia Limonta – ph. Luca Valenta

Un cane di nome Argo

Nel mito antico, Argo è il cane di Ulisse. Oramai invecchiato, da vent’anni l’animale attende il ritorno dell’eroe a Itaca. Ad Argo, nell’Odissea, Omero dedica soltanto una manciata di versi. Ma sono quelli che bastano a fare di lui il simbolo della fedeltà, della dedizione, della speranza. 

Omero racconta che Ulisse, travestito da mendicante, mette di nuovo piede nella sua reggia. Nessuno lo riconosce, solo il suo amato cane. Malato, coperto dalle zecche, abbandonato nel letame, Argo si accorge di quel ritorno: agita la coda, lascia ricadere le orecchie e muore per l’emozione. 

“E Argo, che aveva visto Odisseo dopo vent’anni, fu preso dal Fato della nera morte” scrive Omero.

York e Argo

Ad Argo, Maria Grazia Ciani, grecista, traduttrice, studiosa della persistenza del mito nel mondo contemporaneo, ha dedicato un intero piccolo romanzo. Si intitola Storia di Argo.

In realtà, l’Argo raccontato dell’autrice – oggi ultraottantenne – non è il cane omerico. Il suo cane si chiama invece York. E non ha mai visto Itaca. È il cane che Ciani ha dovuto abbandonare a Pola, nel 1945, nei giorni furiosi dei primi esodi degli italiani d’Istria.

Come Marisa Madieri, scrittrice e autrice di Verde acqua, come Anna Maria Mori, giornalista e profuga anche lei da Pola, anche Ciani ricorda con gli occhi di se stessa bambina i drammatici momenti di quell’abbandono e l’esilio forzato. Soprattutto ricorda la dolorosa separazione da York: un affetto spezzato.

Quel piccolo libro

È successo che quel piccolo libro, Storia di Argo, scritto nel 2006, capitasse nelle mani di un’attrice, Maria Ariis. È successo che lo passasse a una regista teatrale, Serena Sinigaglia, e quest’ultima immaginasse che quella bambina, diventata nel frattempo una signora di rispettabile età, non poteva incarnarsi, in scena, in nessun’altra attrice che non fosse Ariella Reggio. E glielo ha fatto leggere.

Maria Grazia Ciani - Storia di Argo - Marsilio

È così nato Argo, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e dallo Stabile di Bolzano. Dopo il debutto dello scorso luglio a Mittelfest, Argo affronta il debutto di stagione domani sera, al Rossetti, e a seguire la tournée. Tre attrici – Reggio, Ariis e la giovane Lucia Limonta – tre generazioni diverse per raccontare quanto il ricordo rappresenti la storia e l’identità di una persona.

Un tratto lieve e rarefatto

Dice Serena Sinigaglia ripensando alla prima lettura di quelle pagine: “Maria Grazia Ciani non descrive, non ha un piglio storico o romanzesco. Il suo è un procedere per paesaggi interiori, per allusioni e metafore, senza mai cadere nella polemica o nella documentazione saggistica. Ha il respiro della poesia, quel libro”.

E continua: “Ho capito che non avrei potuto mettere in scena uno scritto così intimo, tanto meno limitarmi ad adattarlo. Avevo bisogno di una drammaturgia che, ispirandosi al tratto lieve e rarefatto del libro, riscrivesse un nuovo testo, originale, e che rispecchiasse lo sguardo di chi, come me, conosce solo da lontano, troppo lontano, quella storia, Di chi, come me, prova un certo imbarazzo e una naturale ritrosia a metterci mano direttamente”.

Argo - Maria Ariis, Ariella Reggio, Lucia Limonta  ph Simone Di Luca
ph Simone Di Luca

Così Sinigaglia ha chiesto a Letizia Russo, che nella scrittura teatrale italiana è un punto fermo, di provare a scrivere qualche cosa che da Storia di Argo prendesse lo spunto, ma viaggiasse anche altrove.

Argo, lo spettacolo, non rievoca infatti Pola, Fiume, o Zara, come spesso capita nella drammaturgia dell’esodo istriano e dalmata. Ma porta in scena tre donne (Vera, 85 anni, Beatrice sua figlia, 55 anni, Clara sua nipote, 30 anni) che si avventurano nello spericolato itinerario che le dovrebbe portare là, dove il ricordo c’è, dove il ricordo svanisce.

Perché Vera, la protagonista, soffre di Alzheimer, e in lei la memoria si disperde. È fuggita da Pola quando era solo una bambina, e di quella separazione non ha mai voluto parlare. La figlia Beatrice decide perciò di intraprendere un viaggio, assieme a lei e alla nipote Clara, per riportarla là, dov’era nata, dove non è mai ritornata.

Il peso della memoria

Come in Omero il tema del nostos, il ritorno verso l’antica casa, si intreccia con l’inesorabile perdita di memoria e di memorie dell’età avanzata.

“Le tre donne si trovano così, chilometro dopo chilometro, a fare i conti con se stesse e col peso dei loro rapporti, coi silenzi e coi non detti – spiega infine Sinigaglia – con la memoria che svanisce della nonna, con le difficoltà di una madre che non conosce la propria madre, chiusa nei suoi ricordi e ora irrimediabilmente ammalata. È un testo che, in maniera lieve e delicata, prova ad affrontare un tema importante e scabroso, quello del ‘peso delle memoria’”.

Argo riconosce Ulisse. Volta della sala nuziale di palazzo Milzetti, a Faenza
Argo riconosce Ulisse. Volta della sala nuziale di palazzo Milzetti, a Faenza

[rielaborazione dell’articolo apparso il 23 settembre 2025 su IL PICCOLO di Trieste]

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ARGO
testo originale Letizia Russo
liberamente ispirato al romanzo di Maria Grazia Ciani edito da Marsilio 
regia Serena Sinigaglia
con Ariella Reggio, Maria Ariis, Lucia Limonta
scene Andrea Belli
costumi Valeria Bettella
luci e suono Roberta Faiolo
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Bolzano

Questo non è Omar. Invece sì. È proprio lui

Ha debuttato poche sere fa, nella stagione di Teatro Contatto a Udine, Ceci n’est pas Omar, l’indagine del performer Omar Giorgio Makhloufi sulle proprie radici. Ma anche sui rami e sui frutti di ciò che chiamiamo identità. Prossima data, al Teatro delle Moline, Bologna.

Omar Makhloufi - Ceci n'est pas Omar - Css Udine - ph Alice Durigatto
Omar Makhloufi – ph Alice Durigatto

Seconda generazione

Primi anni ’50, in Algeria nasce Ahmed Makhloufi, parlerà arabo. Stesso decennio, in Calabria, a Vaccarizzo Albanese, nasce Maria Provenzano, parlerà arbërisht.

Negli anni ’60 l’Algeria diventa indipendente. Negli anni 70, Ahmed, già militare, lascia il proprio Paese. Negli anni ’80, lui che parla arabo, lei che parla arbërisht, si conoscono e si sposano, in Italia.

Negli anni ’90 nasce Omar Giorgio Makloufi, che parlerà italiano. Crotone, Piacenza, Udine, Trieste saranno le sue città. Un uomo, under 35, che la demografia statistica etichetta come italiano di seconda generazione. Omar, il figlio del beduino, non parla le lingue dei suoi genitori.

Omar Makhloufi - Ceci n'est pas Omar - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

Si esprime in un italiano impeccabile Omar Giorgio Makhloufi, in una lingua modellata da scuole di teatro. Il suo corpo, in scena, racconta invece le sue diverse radici, e anche i rami e i frutti, le sue provenienze, le esperienze. Le identità, quelle meticce.

Ci vogliono tante parole per raccontare trent’anni di biografia. Il corpo invece – vestito da una tavolozza di colori che sanno di deserto, oppure solo in mutande, con la testa avvolta in una maglietta calcistica che parla di migrazioni – il corpo dicevo, le racconta all’istante. Con la franchezza che hanno i corpi.

ph Alice Durigatto

Come diceva Magritte

Ceci n’est pas Omar, possono dire le parole. Infatti, questo è il titolo della creazione ideata da lui e da Diana Dardi, che ha lavorato sulla drammaturgia.

Insieme, hanno studiato nella stessa scuola di teatro, la Nico Pepe di Udine. Insieme, complici, si sono ispirati a Magritte. Questa non è una pipa. La realtà non è la sua rappresentazione.

Ceci n'est pas une pipe. - Magritte
Magritte

Il corpo non può invece smettere di dire che questo è proprio Omar. Proprio lui. Con l’asciutto profilo di coloro che hanno attraversato il Mediterraneo. Con la carnagione avorio di chi ha Calabria nel sangue. I baffi e le sopracciglia folte del meridione d’Europa. E lo scatto dinamico di quanti hanno intercettato e introiettato la danza contemporanea.

Eppure, per capire chi è Omar veramente, qual è la storia di questo suo corpo, lui ha dovuto cercarle, le radici. Oltremare. Indagare le mappe. Mettere assieme i documenti. Tentare lingue che sa di non saper parlare. Immaginare il mondo prima del suo mondo.

Resterà in capo allo spettatore, intuire la complessa tavolozza di elementi che si chiama identità, ed è un sostantivo plurale. Raccogliere dalla memoria le proprie idee sull’altra riva del Mediterraneo, le nozioni sulla Guerra d’Algeria, i propri sentimenti su colonizzati, colonizzatori, decolonizzazione. Discernere il reggae, il soul, il raï, nella fusion musicale dei rapper algerini. O accoccolarsi su una ninna nanna che forse viene dalla Sila.

Omar Makhloufi - Ceci n'est pas Omar - Css Udine - ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

Certe fotografie rovinate

Mentre lui, Omar, dalla valigia di cartone, estrarrà vecchie rovinate fotografie dei nonni: mai conosciuti. E sognerà il volo che lo ha portato a Orano e poi da là, al loro villaggio: viaggio mai intrapreso.

Perché le parole, e il teatro soprattutto, hanno legittima facoltà di mentire. Al corpo che mente invece, come a Pinocchio, si allungherebbe il naso.

Omar Makhloufi e Diana Dardi - ph Alice Durigatto
Omar Makhloufi e Diana Dardi – ph Alice Durigatto

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CECI N’EST PAS OMAR

una creazione di Omar Giorgio Makhloufi e Diana Dardi
performer Omar Giorgio Makhloufi
dramaturg Diana Dardi
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

Ceci n’est pas Omar sarà inoltre il 14 e i 15 novembre al Teatro delle Moline di Bologna

ph Alice Durigatto
ph Alice Durigatto

Da Prizren a Skopje, un teatro che legge e rilegge storia e storie. Nel centro dei Balcani

L’inizio di novembre ha visto svilupparsi tra Kosovo e Macedonia del Nord uno showcase teatrale, organizzato da Qendra Multimedia, con la direzione artistica di Jeton Neziraj.

Il reportage di QuanteScene! da quei teatri, tra quelle storie.

Un cancello che si chiude 

Mette sempre angoscia il rumore del cancello del carcere che si chiude alle tue spalle. Anche se, in questo carcere, tu non sei detenuto, né sei una guardia. Sei uno spettatore.

Di teatro in carcere si parla spesso nelle cronache di spettacolo. In Italia da molto tempo: Volterra, Rebibbia, la Gorgona…

Ma per noi spettatori oggi qui, dentro la prigione municipale di Prizren, nel nord del Kosovo, non è la stessa cosa. Non è un laboratorio di risocializzazione e integrazione carceraria, questo a cui assistiamo. Nemmeno un esempio di creatività riabilitativa.

È un documento, un frammento di archivio vivente, una storia vissuta e conclusa con un omicidio. E ancora una volta il cancello sbatte.

Do it or die - Carcere di Prizren
Do it or die – Carcere di Prizren

Bersaglio e vittima

Hukshin Hoti era un docente di scienze politiche e relazioni internazionali all’università di Prishtina. Il suo attivismo politico, i suoi manifesti, la mobilitazione per l’indipendenza e l’autodeterminazione del Kosovo e, di conseguenza, l’accusa di aver attentato all’integrità costituzionale della Serbia, ne hanno fatto un bersaglio e una vittima. Trasferito di carcere in carcere per un decennio, veniva finalmente scarcerato nel maggio 1999, i giorni più concitati di quel conflitto balcanico. Uscito da quel cancello, di lui non si è avuta più notizia. Freddato.

Non molto diversa, la storia di Rexhep Luci, l’architetto che aveva l’incarico di disegnare l’impianto urbanistico della capitale del Kosovo, Prishtina. Le forze congiunte di politica e di corruzione, l’aver intralciato gli interessi finanziari di costruttori e speculatori, lo hanno eliminato, fisicamente, in quegli stessi mesi. Per strada, coltello alla mano.

Prishtina, the premeditated killing of a dream - Qendra Multimedia
Prishtina, the premeditated killing of a dream

Le vediamo ricostruite, queste storie, nella prigione e nei teatri dove il Theatre Showcase Kosovo-North Macedonia, porta noi spettatori internazionali. Do it or die, o lo fai o muori, e The premeditated killing of a dream, un sogno assassinato con premeditazione, sono i due titoli. 

Quasi un memo per ricordare a noi, distratti e di provenienza per lo più occidentale, quanto quelle vicende pesino ancora, 25 anni dopo, sulla storia civile di quel territorio, sul suo teatro. E come l’aspetto documentario, memorialistico, sia proprio al centro di questo teatro.

Massacri e riconciliazione

Anche quando l’orizzonte si apre oltre i confini nazionali. Under the shade of a tree I sat and swept è un allestimento che ci riporta al processo di riconciliazione civile che il governo del Sudafrica aveva avviato negli anni ’90 per mettere fine all’infinita faida di carnefici e vittime di apartheid e odio razziale, grazie l’impulso pacifista di Nelson Mandela e Desmond Tutu. 

Under the shade... - Qendra Multimedia - ph Majlinda Hoxha.
Under the shade… – regia Blerta Neziraj – Qendra Multimedia – ph Majlinda Hoxha

Da quel processo riconciliativo partiva uno fra più apprezzati titoli di William Kentridge, Ubu and The Truth Commission per il sudafricano The Market Theatre. Ugualmente, era il centro dello spettacolo di Jacques Decuvellerie che inquadrava invece il genocidio del 1994 fra le diverse etnie nel Ruanda.

Trovano spazio, si intersecano, si riflettono l’un l’altra qui, nel teatro di Prizren, quelle storie del continente africano con l’identico tentativo di trovare una riconciliazione alle atrocità, che in nome di patti di sangue e d’onore – il kanun della tradizione albanese – erano state perpetrate nei territori meridionali dei Balcani.

Una riparazione emotiva, forse un perdono, dopo le faide, dopo gli eccidi.

Under the shade… - regia Blerta Neziraj - Qendra Multimedia - ph Majlinda Hoxha
Under the shade… – regia Blerta Neziraj – Qendra Multimedia – ph Majlinda Hoxha

La produzione congiunta di Qendra Multimedia (la compagnia di Prishtina) e di The Market Theatre (quella di Johannesburg), sostenuta da una cordata internazionale di altre istituzioni, ci racconta molto su questi processi di elaborazione del lutto di una popolazione. Decenni ci vogliono per trasformare in memoria condivisa conflitti così atroci. E non sempre ci si riesce.

manifesto

Qendra, che significa centro

Drammaturgo di gran parte di queste storie è Jeton Neziraj, scrittore, che con la moglie Blerta, regista, è l’anima e il fondatore di Qendra Multimedia, il centro di attivismo culturale che da otto edizioni cura lo Showcase. E che con sempre maggior frequenza va affermandosi a livello europeo, con produzioni che – ben lontane dai rifacimento dei classici, che ingolfano i nostri cartelloni – portano l’attenzione sull’immediato passato e sul presente che ne discende. 

In alcuni casi anche sul futuro, com’è stato il caso di Negotiating the Peace, altro testo di Neziraj, che con la forza dei paradossi si conforma alle strategie intricate che mettono a rischio le soluzioni di pace. Soprattutto nei due più mediatizzati “teatri” di guerra odierni: Europa Orientale e Medio Oriente (vedi qui un’intervista al suo passaggio al Mittelfest di Cividale).

Nei giorni dello showcase, un laboratorio di drammaturgia condotto da Mark Ravenhill è servito pure a districare il sempre spinoso problema identitario. Fin dal provocatorio titolo Many identities? Kill some of them!

Mark Ravenhill con i partecipanti al laboratorio
Mark Ravenhill con i partecipanti al laboratorio

Drammaturgie di famiglia

Non è poi detto che tutto il teatro di area sud-balcanica, viva di afflato politico. Lo showcase ha offerto anche altre prospettive, rilanciate da compagnie di attori che sanno lavorare pure sul fronte di una drammaturgia della psiche. 

Prima che il nostro torpedone internazionale si trasferisse a Skopje, per la sezione macedone del programma, ecco realizzato a Prishtina, con convincente immedesimazione, uno dei lavori di Florian Zeller: quello che si intitola Il figlio e che, con Il Padre e La Madre, rappresenta il frequentato trittico teatrale (poi anche cinematografico) di questo autore francese, Oscar 2020 per la sceneggiatura.

The son - Florian Zeller - Anamour ICO
The son – Floran Zeller – Anamour ICO

Un altro colpo di pistola

Bravi gli attori a ricostruire quelle dinamiche che la famiglia – covo di amore e di tensione, di nascite e di depressioni – riesce a fare dolorosamente esplodere. 

Con un altro colpo di pistola, peraltro. Perché a teatro come nella realtà, a volte è un proiettile ciò che mette fine a una storia. E di un finale, qualsiasi esso sia, tutti abbiamo bisogno. Nella finzione, e nel reale.

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KOSOVO – NORTH MACEDONIA THEATRE SHOWCASE
una iniziativa Qendra Production – Prishtina
direttore artistico Jeton Neziraj
curatela Aurela Kadriu
co-curatela per North Macedonia Biljana Tanurovska