Ha debuttato poche sere fa, nella stagione di Teatro Contatto a Udine, Ceci n’est pas Omar, l’indagine del performer Omar Giorgio Makhloufi sulle proprie radici. Ma anche sui rami e sui frutti di ciò che chiamiamo identità. Prossima data, al Teatro delle Moline, Bologna.

Seconda generazione
Primi anni ’50, in Algeria nasce Ahmed Makhloufi, parlerà arabo. Stesso decennio, in Calabria, a Vaccarizzo Albanese, nasce Maria Provenzano, parlerà arbërisht.
Negli anni ’60 l’Algeria diventa indipendente. Negli anni 70, Ahmed, già militare, lascia il proprio Paese. Negli anni ’80, lui che parla arabo, lei che parla arbërisht, si conoscono e si sposano, in Italia.
Negli anni ’90 nasce Omar Giorgio Makloufi, che parlerà italiano. Crotone, Piacenza, Udine, Trieste saranno le sue città. Un uomo, under 35, che la demografia statistica etichetta come italiano di seconda generazione. Omar, il figlio del beduino, non parla le lingue dei suoi genitori.

Si esprime in un italiano impeccabile Omar Giorgio Makhloufi, in una lingua modellata da scuole di teatro. Il suo corpo, in scena, racconta invece le sue diverse radici, e anche i rami e i frutti, le sue provenienze, le esperienze. Le identità, quelle meticce.
Ci vogliono tante parole per raccontare trent’anni di biografia. Il corpo invece – vestito da una tavolozza di colori che sanno di deserto, oppure solo in mutande, con la testa avvolta in una maglietta calcistica che parla di migrazioni – il corpo dicevo, le racconta all’istante. Con la franchezza che hanno i corpi.

Come diceva Magritte
Ceci n’est pas Omar, possono dire le parole. Infatti, questo è il titolo della creazione ideata da lui e da Diana Dardi, che ha lavorato sulla drammaturgia.
Insieme, hanno studiato nella stessa scuola di teatro, la Nico Pepe di Udine. Insieme, complici, si sono ispirati a Magritte. Questa non è una pipa. La realtà non è la sua rappresentazione.

Il corpo non può invece smettere di dire che questo è proprio Omar. Proprio lui. Con l’asciutto profilo di coloro che hanno attraversato il Mediterraneo. Con la carnagione avorio di chi ha Calabria nel sangue. I baffi e le sopracciglia folte del meridione d’Europa. E lo scatto dinamico di quanti hanno intercettato e introiettato la danza contemporanea.
Eppure, per capire chi è Omar veramente, qual è la storia di questo suo corpo, lui ha dovuto cercarle, le radici. Oltremare. Indagare le mappe. Mettere assieme i documenti. Tentare lingue che sa di non saper parlare. Immaginare il mondo prima del suo mondo.
Resterà in capo allo spettatore, intuire la complessa tavolozza di elementi che si chiama identità, ed è un sostantivo plurale. Raccogliere dalla memoria le proprie idee sull’altra riva del Mediterraneo, le nozioni sulla Guerra d’Algeria, i propri sentimenti su colonizzati, colonizzatori, decolonizzazione. Discernere il reggae, il soul, il raï, nella fusion musicale dei rapper algerini. O accoccolarsi su una ninna nanna che forse viene dalla Sila.

Certe fotografie rovinate
Mentre lui, Omar, dalla valigia di cartone, estrarrà vecchie rovinate fotografie dei nonni: mai conosciuti. E sognerà il volo che lo ha portato a Orano e poi da là, al loro villaggio: viaggio mai intrapreso.
Perché le parole, e il teatro soprattutto, hanno legittima facoltà di mentire. Al corpo che mente invece, come a Pinocchio, si allungherebbe il naso.

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CECI N’EST PAS OMAR
una creazione di Omar Giorgio Makhloufi e Diana Dardi
performer Omar Giorgio Makhloufi
dramaturg Diana Dardi
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia
Ceci n’est pas Omar sarà inoltre il 14 e i 15 novembre al Teatro delle Moline di Bologna

