Chi era, che cos’era, Argo? Bisognerebbe ripescare nella memoria quei versi di Omero, in cui si racconta del cane di Ulisse. Ma Argo è anche tante altre cose.
Va in scena dal 14 novembre al 7 dicembre, a Trieste, al Rossetti, Argo, scritto da Letizia Russo, diretto da Serena Sinigaglia, una produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e di quello Bolzano.
Domani, il giorno del debutto a Trieste, alle 17.00, ne parlo in quella sala, con le interpreti e la regista.

Un cane di nome Argo
Nel mito antico, Argo è il cane di Ulisse. Oramai invecchiato, da vent’anni l’animale attende il ritorno dell’eroe a Itaca. Ad Argo, nell’Odissea, Omero dedica soltanto una manciata di versi. Ma sono quelli che bastano a fare di lui il simbolo della fedeltà, della dedizione, della speranza.
Omero racconta che Ulisse, travestito da mendicante, mette di nuovo piede nella sua reggia. Nessuno lo riconosce, solo il suo amato cane. Malato, coperto dalle zecche, abbandonato nel letame, Argo si accorge di quel ritorno: agita la coda, lascia ricadere le orecchie e muore per l’emozione.
“E Argo, che aveva visto Odisseo dopo vent’anni, fu preso dal Fato della nera morte” scrive Omero.
York e Argo
Ad Argo, Maria Grazia Ciani, grecista, traduttrice, studiosa della persistenza del mito nel mondo contemporaneo, ha dedicato un intero piccolo romanzo. Si intitola Storia di Argo.
In realtà, l’Argo raccontato dell’autrice – oggi ultraottantenne – non è il cane omerico. Il suo cane si chiama invece York. E non ha mai visto Itaca. È il cane che Ciani ha dovuto abbandonare a Pola, nel 1945, nei giorni furiosi dei primi esodi degli italiani d’Istria.
Come Marisa Madieri, scrittrice e autrice di Verde acqua, come Anna Maria Mori, giornalista e profuga anche lei da Pola, anche Ciani ricorda con gli occhi di se stessa bambina i drammatici momenti di quell’abbandono e l’esilio forzato. Soprattutto ricorda la dolorosa separazione da York: un affetto spezzato.
Quel piccolo libro
È successo che quel piccolo libro, Storia di Argo, scritto nel 2006, capitasse nelle mani di un’attrice, Maria Ariis. È successo che lo passasse a una regista teatrale, Serena Sinigaglia, e quest’ultima immaginasse che quella bambina, diventata nel frattempo una signora di rispettabile età, non poteva incarnarsi, in scena, in nessun’altra attrice che non fosse Ariella Reggio. E glielo ha fatto leggere.

È così nato Argo, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e dallo Stabile di Bolzano. Dopo il debutto dello scorso luglio a Mittelfest, Argo affronta il debutto di stagione domani sera, al Rossetti, e a seguire la tournée. Tre attrici – Reggio, Ariis e la giovane Lucia Limonta – tre generazioni diverse per raccontare quanto il ricordo rappresenti la storia e l’identità di una persona.
Un tratto lieve e rarefatto
Dice Serena Sinigaglia ripensando alla prima lettura di quelle pagine: “Maria Grazia Ciani non descrive, non ha un piglio storico o romanzesco. Il suo è un procedere per paesaggi interiori, per allusioni e metafore, senza mai cadere nella polemica o nella documentazione saggistica. Ha il respiro della poesia, quel libro”.
E continua: “Ho capito che non avrei potuto mettere in scena uno scritto così intimo, tanto meno limitarmi ad adattarlo. Avevo bisogno di una drammaturgia che, ispirandosi al tratto lieve e rarefatto del libro, riscrivesse un nuovo testo, originale, e che rispecchiasse lo sguardo di chi, come me, conosce solo da lontano, troppo lontano, quella storia, Di chi, come me, prova un certo imbarazzo e una naturale ritrosia a metterci mano direttamente”.

Così Sinigaglia ha chiesto a Letizia Russo, che nella scrittura teatrale italiana è un punto fermo, di provare a scrivere qualche cosa che da Storia di Argo prendesse lo spunto, ma viaggiasse anche altrove.
Argo, lo spettacolo, non rievoca infatti Pola, Fiume, o Zara, come spesso capita nella drammaturgia dell’esodo istriano e dalmata. Ma porta in scena tre donne (Vera, 85 anni, Beatrice sua figlia, 55 anni, Clara sua nipote, 30 anni) che si avventurano nello spericolato itinerario che le dovrebbe portare là, dove il ricordo c’è, dove il ricordo svanisce.
Perché Vera, la protagonista, soffre di Alzheimer, e in lei la memoria si disperde. È fuggita da Pola quando era solo una bambina, e di quella separazione non ha mai voluto parlare. La figlia Beatrice decide perciò di intraprendere un viaggio, assieme a lei e alla nipote Clara, per riportarla là, dov’era nata, dove non è mai ritornata.
Il peso della memoria
Come in Omero il tema del nostos, il ritorno verso l’antica casa, si intreccia con l’inesorabile perdita di memoria e di memorie dell’età avanzata.
“Le tre donne si trovano così, chilometro dopo chilometro, a fare i conti con se stesse e col peso dei loro rapporti, coi silenzi e coi non detti – spiega infine Sinigaglia – con la memoria che svanisce della nonna, con le difficoltà di una madre che non conosce la propria madre, chiusa nei suoi ricordi e ora irrimediabilmente ammalata. È un testo che, in maniera lieve e delicata, prova ad affrontare un tema importante e scabroso, quello del ‘peso delle memoria’”.

[rielaborazione dell’articolo apparso il 23 settembre 2025 su IL PICCOLO di Trieste]
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ARGO
testo originale Letizia Russo
liberamente ispirato al romanzo di Maria Grazia Ciani edito da Marsilio
regia Serena Sinigaglia
con Ariella Reggio, Maria Ariis, Lucia Limonta
scene Andrea Belli
costumi Valeria Bettella
luci e suono Roberta Faiolo
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Bolzano

Bella presentazione oggi al Rossetti, carica di spunti e bei collegamenti. Un caro saluto
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