Non c’è ufficio senza stampa. Nemmeno a San Silvestro

Come ogni anno, per la fine dell’anno, il mio pensiero va a coloro che da lunga data, o magari da poco, accompagnano e facilitano questo mio lavoro di osservazione della scena teatrale italiana e internazionale. Le addette stampa.

San Silvestro tappa la bocca al drago
San Silvestro tappa la bocca al drago

Sovraestese

Uso il femminile sovraesteso – chi ha a che fare con la scrittura, ha già intuito il problema – perché nella maggior parte dei casi sono soprattutto le donne a presidiare e mandare avanti gli uffici stampa. Ma se volete chiamarli fastosamente media department, fate pure.

Non che manchino maschi, suppongo anche in percentuali non binarie, ma in maggioranza si tratta di signore. E sanno il fatto loro. In molti casi, tengono testa agli irremovibili capi (uomini perlopiù) che occupano i piani alti, quelli da cui si comanda, nel mondo dello spettacolo.

Un mondo fortemente androcentrico, ancora oggi. L’ho imparata da poco questa parola. E non mi dilungherò, visto che la questione è nota.

relazioni pubbliche

Piccolo mondo androcentrico

Il fatto è che, senza gli uffici stampa, meglio senza media department e social media manager, quel piccolo mondo androcentrico che è il teatro, con i suoi numeri risicati, la sue economie piangenti, le elemosine di contributi da enti pubblici, non riuscirebbe a stare sul mercato. Collasserebbe.

Lo avevano spiegato bene gli economisti americani già negli anni ’60. Quando nessuno poteva ancora immaginare la turbopotenza dei social. Ma non vi annoierò con le loro analisi. Ringraziate intanto le ufficie stampa, voi teatranti.

San Silvestro che sconfisse il drago

Dicevo che penso a loro – le ufficie stampa – proprio a San Silvestro. Perché in vista della ricorrenza che festeggia il santo che sconfisse il drago con una sola frase, tappandogli la bocca, si troveranno magari impegnate a mettere insieme l’ultimo comunicato, l’estrema mail, l’ultimissima frase, prima della agognata settimana che, passato Silvestro, grazieaddio si prolungherà fino alla Befana.

Le immagino intente a decifrare e tradurre in frasi decenti, cioè comunicabili, tutta la fantasiosa materia che sono le esternazioni degli artisti. Più difficili da penetrare che non le ricette dei medici.

ufficio stampa

A loro, indispensabili, va il mio pensiero sansilvestresco.

Cara ufficia stampa…

Cara ufficia stampa, hai tutta la mia comprensione e la stima quando ti trovi tra le mani, per esempio, un malloppone come questo. E lo devi rendere, non dico comprensibile, ma almeno leggibile. Scrive l’artista:

“Lo spettacolo disserra i nodi che tengono insieme le assi di un corpo e della sua idea per esporre la tempesta che lo agita. Considerando ogni corpo, oggetto o spazio fisico contenitore di una data temporalità specifica, una stratificazione geologica del vivente ‘in relazione a’, l’autore tenta di fare emergere, attraverso luoghi performativi, gli attributi e attribuzioni che scaturiscono dalla interrelazione degli elementi considerati: un campo mobile di coesistenza. Per fare ciò il processo vuole utilizzare la voce e il suono come binario privilegiato per una emersione di dinamiche di relazione in cui il corpo si fa membrana di passaggio tra un dentro (voce) e un fuori (campo mobile). Questo corpo-membrana è un timpano con la capacità di vibrare non solo in risposta a un esterno ma anche portando vibrazioni dall’interno all’esterno, diventando una ulteriore superficie di simultaneità”.

E non è mica inventato: è autentico.

San Silvestro
Di nuovo, San Silvestro tappa la bocca al drago

Cara, più che cara, ufficia stampa, penso a te, a San Silvestro, al drago, agli artisti, alla comunicazione, all’anno sta per scadere, all’anno che sta arrivando e che tra un anno passerà. Perché anch’io mi sto preparando, pure questa è la novità. Ce l’ha spiegato bene Lucio Dalla.

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Per il copyright del titolo, ringrazio una cara collega, capo o piuttosto capa ufficio stampa.

Enzo Moscato. I suoi anni piccoli in quella Napoli così grande

Fino al 7 gennaio 2026 al Teatro Mercadante va in scena Non posso narrare la mia vita, una regia di Roberto Andò per il Teatro di Napoli. In vista di un anniversario mesto.

Enzo Moscato - Non posso narrare la mia vita - ph Lia Pasqualino
Non posso narrare la mia vita – ph Lia Pasqualino

Bisogna essere napoletani per penetrare davvero la scrittura del napoletano Enzo Moscato.

Eppure, nell’avvicinarsi alle sue pagine, a tutti i cittadini del mondo è data la possibilità di percepire il sentore della città, il suo odore, che è anche profumo e miasma.

Come capita ad altri napoletani perfetti (Eduardo De Filippo era nato a Chiaia) anche Moscato (nato ai Quartieri Spagnoli), il teatro di Moscato, i suoi libri, restituiscono ciò che della città è l’essenza, storica e contemporanea, la fragranza e il fetore. Che in lui erano anche mania e fobia, esaltazione e nevrosi.

Non posso narrare la mia vita si intitola, contraddicendo se stesso, lo spettacolo ideato e diretto da Roberto Andò per il Teatro di Napoli. Perché proprio dai primi anni della vita di Moscato, ai Quartieri, e da un libricino autobiografico, intitolato Gli anni piccoli (Guida editore) emanano le immagini, le canzoni, e le parole, tante, che in un flusso continuo sono il corpo di questa dedica allo scrittore, scomparso il 13 gennaio del 2024. Un vuoto aperto due anni fa nella drammaturgia italiana.

Ma non è esattamente il teatro di Moscato, dalle premiate Pièce Noire, Occhi gettati, Partitura, a tutta la copiosa teatrografia. E non è tanto la sua musica, emersa tra le banane gialle del suo primo album, Embargos.

È un tuffo questo, nella piscina dei turbolenti anni ’50, quando lui, nato nel 1948, era bambino e l’infanzia plasmava la sua figura, di uomo e di artista. L’imprinting.

Enzo Moscato - Non posso narrare la mia vita 2 - ph Lia Pasqualino
ph Lia Pasqualino

Santi terrificanti

Le scalinate erte dei Quartieri, i balconcini a strapiombo sui vicoli, la scoperta dei corpi ai bagni Eldorado, e poi palazzi fatiscenti infestati da spiritilli e sale avventurose in cui si balla il tango tra maschi. In alto, in cima ai gradini di tufo, il mezzobusto statuario di Sant’Antonio con il bambino in braccio. Enorme, incombente. Nella scena scoscesa e superba di Gianni Carluccio, c’è tutto .

Quella Napoli di santi terrificanti e di rock&roll proletari, in veste di adulto narrante, la racconta Lino Musella.

All’altro napoletano perfetto, Eduardo, Musella aveva prestato già corpo e voce (Tavola tavola, chiodo chiodo). E ora, misuratissimo, con passo scalzo leggero e ponderata voce, tra gli aggettivi barocchi e l’archeo-pop della scrittura dell’autore, Musella è convincentemente Enzo Moscato.

È sempre lui, abito bianco di lino, poi pellicciotto orsacchiotto, poi tacco alto, poi gambe a penzoloni nell’acqua, che apre il cammino e ci introduce in quegli anni piccoli. Come il poeta Orfeo, come Virgilio, quando ci guida nell’Averno di una città che ha natura di mare e di labirinti sulfurei sotterranei.

Lino Musella

Apparizioni

Gli fanno eco altre apparizioni moscatiane. Tonino Taiuti nevrotico pulcinella, ma soprattutto fantasma evocatore degli antichi Rasoi (uno spettacolo del 1991, dove Mario Martone li dirigeva tutti: una famiglia, quella di Teatri Uniti, Toni Servillo, Licia Maglietta, Iaia Forte, gli stessi Taiuti e Moscato).

Ma anche Giuseppe Affinito, cameriere in punta di piedi qui, perturbante fantasma lynchiano, figlio di un’altra famiglia moscatiana.

E poi la musica, il ballo, le canzoni, senza le quali Moscato non è pensabile. Da un rock around the clock, a una malinconica Indifferentemente. Dal vivo, con orchestrine da ballo anni ’50 (qui Lello Giulivo e Flo giocano la loro bella voce). Oppure da una radio-giradischi d’epoca, che nel finale, ci da sentire il canto di Moscato stesso. “Tutto è fernuto“: questo è il finale.

ph Lia Pasqualino

Pro e contro

Con giudizi capitalmente opposti, pollice alzato e pollice verso, sono penetrati nel flusso di questo spettacolo altri due napoletani perfetti, per quanto non autori, ma critici teatrali: Giulio Baffi (che ha firmato su Repubblica il suo pro) e Enrico Fiore (che ha firmato su Controscena un contro). Il che testimonia del carattere divisivo che questa dedica a Moscato, pensata e diretta da un siciliano (e filosoficamente pirandelliano) qual è Roberto Andò.

Non sarà quindi un nordico come me , forse nordista, a infilarsi nella filologia moscatiana, che è materia da esperti. Basterà però rilevare l’emozione di uno, come me sempre, che fin dall’inizio, ha osservato la Napoli di Enzo Moscato da centinaia di chilometri di distanza.

Non posso narrare la mia vita 3 - ph Lia Pasqualino
ph Lia Pasqualino

E che grazie agli occhi strappati in un sanguinolento fatto di cronaca nera (Occhi gettati, 1996) o a un’aula scolastica dei Quartieri, obitorio kantoriano, dove si accalcano i corpi di bambini suicidi (Ronda degli ammoniti, 2019) ha penetrato una città a suo modo impenetrabile. Cartolina spesso, ma palcoscenico sì, sempre. Che del reale svela la seconda realtà.

“Vedete – spiega Moscato-Musella in una tombale dichiarazione di poetica – il teatro è impossibile, proprio impossibile. Gli attori sono o dovrebbero essere i portavoce dell’impossibilità costituzionale del teatro a essere sano, e a esistere. Il Reale comunemente inteso, il real-filosofico aristotelico-occidentale non appartiene al teatro. E questo perché il teatro non può, e non deve, comunicare. Non è l’ufficio delle poste, il teatro“.

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NON POSSO NARRARE LA MIA VITA
da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato
drammaturgia e regia Roberto Andò
con Lino Musella,
Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito
e Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi
voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

BREAKING NEWS – Uno dopo l’altro, tutti gli Ubu 2025

Vengono consegnati questa sera, lunedì 15 dicembre, i Premi Ubu 2025.

Ogni anno, dal 1987, la consegna dei 17 Premi e quella dei riconoscimenti speciali fotografano l’evoluzione del teatro italiano.

Se volete conoscerlo fino in fondo, questo è il link al database – curato da AltreVelocità – che registra gli spettacoli che hanno debuttato in Italia nella passata stagione, e non solo.

Premi Ubu 2025. Ubu secondo l'iilustratore Andrea Rauch
Ubu, secondo l’illustratore Andrea Rauch

Dalla poltrona di un teatro d’Italia

Quanti anni saranno che da una poltrona di un teatro d’Italia racconto in diretta sul web le lunghe serate dei Premi Ubu. Dieci? Quindici? Dal Piccollo di Milano, o dal Cocoricò di Rimini. E prima, quando scrivevo sulla carta? Venti? Trenta? Fatto sta, che in questi decenni mi è passata sott’occhio, veloce come un fiume, la scena nazionale italiana: i suoi titoli, i protagonisti e le protagoniste.

Stasera però, dalla 15esima poltrona della fila G dell’Arena del Sole di Bologna, voglio godermi anch’io lo spettacolo: la carrellata lunga, la memoria breve di titoli che da poco ho visto.

Alcuni li ho indicati come miei preferiti nelle schede che, ogni anno, noi referendari Ubu – siamo in 70 – compiliamo con diligenza. Ed ora, eccomi qui ad attendere che il computo di tutte quelle schede annunci a chi vanno i riconoscimenti 2025.

Mi aiuta, quest’anno, la diretta che Rai RadioTre ha in programma. Comincerà tra poco: più o meno verso le 20.30.

Ci saranno Gioia Salvatori e Lorenzo Pavolini, assieme alla musica di Simone Alessandrini, a tenere il timone della serata. Che sarà coordinata da due artisti che stimo, Michele Altamura e Gabriele Paolocà di Vico Quarto Mazzini. Hanno fatto manbassa di Ubu, lo scorso anno con La Ferocia, spettacolo tratto dal romanzo di Nicola Lagioia, ed ora eccoli qua a coordinare la regia di questo evento.

… per fortuna che c’è la radio

Eggià, cosi non avrò l’assillo di tutto il teatro minuto per minuto. Se invece volete proprio stare sul pezzo, senza perdervi una battuta sola, sintonizzatevi su RadioTre.

Ma buttate pure l’occhio qua, ogni tanto: vi terrò informati, man mano che dal palcoscenico, parole e musica introdurranno i signori Ubu 2025. Dài, che adesso siamo tutti pronti.

The stage

– – – – – 20.30
Dopo il prologo di rito, affidato all’Associazione Ubu (con Lorenzo Donati, Leonardo Mello, Jacopo Quadri) e a Ert – Emilia Romagna Teatro (Elena Di Gioia assieme a Natalia Di Iorio ne sono da poco le direttrici), il microfono passa ora a Pavolini e Salvatori.

A ritmo di sax, Simone Alessandrini dà il via alle danze. Diciamo così.

– – – – – 20.40
Alle loro spalle, lucentissime, svettano le 23 coppe che verranno tra poco consegnate, attraversando il tema che legherà tutta la serata, i tema dei ponti, intesi come legame tra diverse generazioni e modi diversi fare teatro.

Ma è gia il momento del primo riconoscimento.

PREMIO ALLA CARRIERA

Pippo Delbono
Estremista dello sguardo, spiega la motivazione.

Sono alcune recensioni storiche a fungere da ponte tra passato e presente. Serena Balivo legge quella che Maria Grazia Gregori scrisse su La Menzogna di Pippo Delbono. Elena Bucci si impegna invece a drammatizzare la stroncatura che Alberto Arbasino dedicò, negli anni Sessanta, a un giovane Luca Ronconi.



– – – – – 21:00
Tocca adesso ai cosiddetti Premi tecnici:

PREMIO AL PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI
Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (per Nel blu. Avere tra le braccia tanta felicità)

PREMIO AI COSTUMI
Antonio Marras (per Amadeus)

PREMIO AL DISEGNO LUCI
Giulia Pastore (per La vegetariana)
ex aequo con
Alessandro Serra (per Tragùdia. Il canto di Edipo)

PREMIO ALLA SCENOGRAFIA
Daniele Spanò (per La vegetariana)

C’è una lettera che Eduardo De Filippo scrisse nel 1959, lamentando il disinteresse dello Stato italiano per il teatro. La legge ora Gioia Salvatori. E da allora sembra nulla cambiato granché.

– – – – – 21.20
La cinquina dei Premi Speciali riesce poi raccogliere sul palcoscenico più di una trentina di artisti.

PREMI SPECIALI

Teatro Akropolis
per il film documentario “La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. Carmelo Bene“

Mimmo Borrelli
per la ricerca antropologica che si riversa in pedagogia con il progetto “Opera in transizione“

Teatri di Vetro
per l’attenzione pluriennale ai linguaggi performativi

Teatro dei Venti
per la Trilogia dell’assedio e gli anni di lavoro in carcere

Motus
per i progetti Archivio Motus e Supernova·



– – – – – 21.35
Franca, radicale, radicalizzante, è una considerazione di Renato Palazzi sulle diverse concezioni della scena che attraversarono gli Anni Settanta in Italia. La legge, con decisione, Matilde Vigna.

Ma è già il momento dei premi imperniati sulla drammaturgia.

MIGLIOR NUOVO TESTO STRANIERO
Cose che so essere vere (Things I Know to Be True di Andrew Bovell)

NUOVO TESTO ITALIANO O SCRITTURA DRAMMATURGICA
Autoritratto ( di Davide Enia)

MIGLIOR TESTO NON ORIGINALE (RISCRITTURE E/O ADATTAMENTI)
Altri Libertini, adattamento di Licia Lanera dal romanzo di Pier Vittorio Tondelli

“Bisgna disertare la storia” lo grida quasi Davide Enia, ricordando tutto ciò che succede nel mondo, e che il teatro delle maggioranze sembra ignorare.

È la volta ora di un premio che mette in luce il miglior lavoro straniero presentato sui palcoscenici d’Italia, e va a:

MIGLIORE SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Changes (di Thomas Ostermeier)

– – – – – 21.55
Ogni due anni il PREMIO FRANCO QUADRI inquadra alcuni fondamentali contributi allo sviluppo di pratiche artistiche, che le motivazioni stilate dell’Associazione Ubu definiscono pionieristiche.

Per questa tornata 2025, il riconoscimento va a:
Roberts Carlotto e Kay Tempest

– – – – – 22.05
Sull’importanza del dormire a teatro e sulle felici intuizioni che ne derivano, mentre si è assopiti (“lo spettatore perfetto“), un’ ironica e storica divagazione di Ennio Flaiano è diventata un classico. Viene ora letta da Francesca Mazza.

È venuto il momento degli e delle interpreti. I migliori, le migliori, secondo i referendari Ubu, sono i seguenti :

MIGLIORE ATTORE O PERFORMER
Davide Enia (per Autoritratto)

MIGLIORE ATTORE O PERFORMER UNDER 35
Pietro Giannini per la recente teatrografia

MIGLIORE ATTRICE O PERFORMER
Valentina Picello (per Anna Cappelli e La gatta sul tetto che scotta)

MIGLIORE ATTRICE O PERFORMER UNDER 35
Francesca Astrei per la recente teatrografia

– – – – – 22.20
A ruota, perché il tempo sembra stringere (e che altro dovrebbe fare il tempo) piovono sul pubblico anche gli ultimi titoli, gli Ubu più attesi.

MIGLIORE REGIA
Massimiliano Civica (per Capitolo Due)

MIGLIORE SPETTACOLO DI DANZA
Asteroide (di Marco D’Agostin)

– – – – – 22.25
Infine, previsto quasi e quasi annunciato nel corso delle poche, intensissime repliche che ne hanno accompagnato la testimonianza sul tema dell’immigrazione, del soccorso nel Mediterraneo Centrale e degli attuali liquidi confini d’Europa, ecco il migliore spettacolo teatrale dell’anno.

“Convergiamo, perché da soli siamo spacciati“: è Nicola Borghesi di Kepler-452 che lancia in un comune appello. Ricordando che “non siamo qua per caso“.

MIGLIORE SPETTACOLO DI TEATRO
A place of safety. Viaggio nel Mediterraneo centrale (ideazione Kepler-452, regia e drammaturgia di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi)

QuanteScene! ha raccontato questo emozionante lavoro di teatro della realtà, nel momento del suo debutto, qualche mese fa, proprio da questo palcoscenico bolognese.

– – – – – 22.35
Con il sottofondo del sax di Simone Alessandrini, alcune pagine del carteggio tra Franco Quadri e Eugenio Barba suggellano la serata. Sono parole a proposito di ponti e di canoe di carta.

Resta soltanto il tempo per i ringraziamenti. E per la musica. Così che termina qui anche la nostra diretta.

Premi Ubu 2025

Gli Ubu. Oggi è il loro momento

Mancano soltanto poche ore all’avvio della serata che ogni anno, da 47 anni, raccoglie il teatro italiano attorno al personaggio inventato più di un secolo fa da Alfred Jarry e rilanciato – oramai è passato quasi quasi mezzo secolo – da Franco Quadri, con l’invenzione del suo Patalogo.

Questa sera, a cominciare dalle 20.30, dall’Arena del Sole di Bologna, parte la maratona dei Premi Ubu 2025.

miglior attore di tutti i tempi
Tanto per dire

Attesa prima, scontento dopo

È nel carattere di questa cerimonia – perché tale è la serata Ubu – che ci sia sempre grande attesa, prima. E sempre grande scontento, dopo. Appena l’ultimo brano musicale avrà chiuso la serata, prenderanno il via le discussioni e le delusioni, i malumori e i maldipancia. In tutti: artisti e spettatori, osservatori e organizzatori, esperti di settore o disinteressati curiosi.

Oh, merdre! direbbe Padre Ubu. Scontenti tutti. Tranne chi, nel portarsi a casa un premio – quella ubuesca medaglia la esibirà, giustamente, al petto.

Responsabili referendari

Ma è sempre così, per ogni premio, e per ogni concorso, per ogni giuria o gruppo di referendari che sia. Esperti a cui sia affidata la responsabilità di indicare il migliore spettacolo, i migliori interpreti, la migliore regia, e la drammaturgia., eccetera eccetera… Il meglio. Attraverso un computo numerico di preferenze e di scelte. Che inevitabilmente sono personali. E inevitabilmente rispondono a un’attenzione e a un gusto che spesso sono comuni. Da qui, la nobiltà e la miseria di ogni formula. Oh, merdre! ripeterebbe Padre Ubu.

Affiche pour une représentation d'"Ubu Roi"
Affiche pour une représentation d'”Ubu Roi”

Pertanto – ed è il mio consiglio – evitate anche voi – come faccio io – le scontentezze e godetevi, magari nella diretta di Rai RadioTre, una festa che anche stasera raccoglierà nella sala dell’Arena del Sole, alcune tra le figure più in vista del teatro italiano odierno. Il coordinamento artistico, quest’anno, è di quei bravi artisti coordinanti che si chiamano Vico Quarto Mazzini. Premiati un sacco nella scorsa edizione Ubu 2024.

Tutti gli Ubu minuto per minuto

Con la precisione che lo contraddistingue, il mio amico Simone Pacini sul suo blog fattiditeatro registra anno per anno l’esito degli Ubu, e analizza poi nuove scoperte e inevitabili ritorni, casi rari e attese confermate. Più Milano o più Roma? Più Ronconi o più Latella. Potete trovare tabelle e considerazioni seguendo questo link.

A quest’altro link, trovate invece tutti i finalisti in ballottaggio per i Premi di questa edizione 2025.

Per consuetudine, anche QuanteScene! seguirà in diretta testuale lo svilupparsi della serata. Tornate qui, allora, se ne avete voglia. A partire dalle ore 20:00. Più o meno, naturalmente.

Premi Ubu 2025

Sei intelligente. Sei artificiale. Fammi ridere, dài!


Non mi stupirei se Crash Test – titolo dello spettacolo teatrale di Antonio Cosentino sull’intelligenza artificiale – fosse stato scelto proprio dall’intelligenza artificiale.

L’ho visto al Teatro Magnolfi, a Prato. Provo a raccontarvi ciò che è successo in quella serata.

Andrea Cosentino
Andrea Cosentino

Avete mai chiesto a una Intelligenza Artificiale – o più modestamente, a un’assistente vocale, tipo Alexa – di raccontare una barzelletta? Una di quelle che fanno ridere davvero. Certamente l’avete fatto. E certamente non avete riso affatto.

Per scatenare il riso, le barzellette devono essere un tantino scorrette, maliziose. Se sono sconce è meglio. Devono, almeno di striscio, infrangere un tabù. Altrimenti sono freddure, spiritosaggini. Un concentrato di luoghi comuni, affermazioni di buon senso, qui pro quo innocui.

In definitiva, le barzellette di Alexa – e qui uso un espressione che lei non userebbe mai e poi mai – fanno cacare sempre. La barzelletta non si addice a Alexa.

Dài, facci ridere

Ce la mette tutta, Andrea Cosentino, nella prima parte del suo spettacolo, Trash Test, prodotto dal Metastasio di Prato, a cavare dalla sbiadita personalità di un assistente vocale, qualcosa che faccia un po’ ridere. Niente da fare.

C’è solo lui, l’umano in scena. Anzi, lui e il leggio, sul quale è appoggiata la macchina. Intelligente e artificiale, lei sembra voler conversare amichevolmente.

Dài, le dice lui, datti da fare per far ridere l’egregio pubblico che abbiamo davanti.

La macchina la prende alla larga, temporeggia, scansa gli input appena appena problematici. Figuriamoci quelli divisivi. Anche insultata, risponde sempre amichevole, cordiale.

Un muro di gomma. Perché a far questo sono addestrate, le intelligenze artificiali. A restituire la medietà dei fatti e delle opinioni, il detto e il ripetuto, anche il risaputo. Il prevedibile. Senza eccessi. Senza estro né stravaganze.

Andrea Cosentino - Trash Test - ph Silvia Bavetta
Trash Test – ph Silvia Bavetta

La faccia a punto di domanda

A strappare qualche sorriso, semmai, sono le battute e le smorfie con cui Cosentino punteggia il suo dialogo con la macchina. Solleva gli occhi al cielo. Li strabuzza. Pianta una faccia a punto di domanda. Chiede condiscendenza al pubblico per rimediare alle banalità che quella mette in fila. La costringe persino a parlare nei dialetti d’Abruzzo. La regione dove lui è nato.

Per non farsi mancare nulla, imbastiscono assieme una storia, che del trash del titolo è l’emblema. Un soggetto di azione e sentimento. C’è dentro Annibale con gli elefanti, ma pure Proust e Mara Venier e Brad Pitt riclonato in un topo. E poi gli agenti segreti cinesi, il Caffè Sport Borghetti, etc etc… Trash allo stato puro.

Una città un po’ distopica

Nella seconda parte, lo spettacolo ha un sussulto. Decolla. Adesso è davvero la più recente fra le applicazioni di IA – ovvero ChatGPT 5.2 – che entra a gamba tesa e si esibisce su uno schermo.

Cosentino scrive sulla tastiera la sua richiesta: propone di inventare un’altra storia. La vuole un po’ distopica, ma anche un po’ appassionata, dovrebbe riguardare il rapporto di potere tra uomo e macchine intelligenti, e si dovrebbe ambientare nella città dove ci troviamo. Prato appunto.

Fa anche di più: consulta il pubblico per aggiungere alla richiesta qualche particolare di maggior aderenza al reale, magari una questione spinosa per i cittadini pratesi. Le reazioni sono tiepide. Qualcuno propone “i parcheggi”. Qualcuno preferirebbe “la sicurezza”. Soltanto uno spettatore, decisamente ardito, pone un tema cruciale, per quanto fuori contesto: “le emorroidi”.

Lei, ChatGPT, ingoia tutto e elabora un soggetto narrativo, in cui eroe umano e macchina potente si fronteggiano per il controllo della città. Lo completa perfino con dialoghi e didascalie.

Ecumenica

Ma si capisce subito che il risultato è fiacco, riflette lo stile mediano, ecumenico, dei film di serie b, un plot senza originalità, che occhieggia all’eterno conflitto di uomo e macchina, come nel Kubrick di2001 Odissea nello spazio. E come ambientazione, si rifà al degradato paesaggio urbano di Blade Runner. I luoghi comuni della fantascienza e della distopia. Niente di nuovo insomma.

Non si dimentica, Cosentino, che siamo a teatro. E quindi riformula la richiesta chiedendo a ChatGPT di far comparire pure Eduardo De Filippo. Nel mappazzone conclusivo, entrano quindi presepio e pastorello. Te piace o presepe?

Andrea Cosentino - ph Silvia Bavetta
Andrea Cosentino – ph Silvia Bavetta

Si sorride. Ma il tema è serio

È un gioco, certo. È un esperimento. Molto dipende dal pubblico e alla singola serata. Sorride chi ha scarsa dimestichezza con questo tipo di marchingegni. Stiamo proprio sul basic, commenta deluso un ragazzino che invece, su Gemini, Midjourney e Copilot, smanetta da dio.

Ma il punto non è questo. Trash Test ha come ambizione quella di mettere in gioco un tema serio e etico – la prevalenza odierna della tecnologia digitale, in particolare delle Intelligenze Artificiali – e una domanda, che sempre più spesso viene posta, sul ruolo che esse possano avere nella realizzazione di prodotti creativi.

Tema che risorge a ogni svolta del secolo. Come quando ci si chiedeva se la fotografia, o la musica riprodotta, o i fumetti, potevano essere qualificate opere d’arte. Walter Benjamin ci aveva avvertiti da un pezzo.

Nei prodotti creativi, dice chi si occupa di estetica, l’originalità, o quanto meno lo scarto di un pensiero divergente, dovrebbe essere un requisito. Hai voglia: chiedere agli algoritmi – che ancora non pensano, ma macinano invece velocissimi miliardi di dati statistici – chiedere loro di divergere, in questo momento è prematuro.

Ma chissà. In un futuro mica tanto lontano, ai bastioni di Orione o alle porte di Tannhäuser, si potrebbero sentire e vedere cose che noi umani…

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TRASH TEST
di e con Andrea Cosentino
assistente alla regia e alla drammaturgia Andrea Milano
consulenza artistica Margherita Masè
light designer Massimo Galardini
produzione Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Deka Innate Ability