Enzo Moscato. I suoi anni piccoli in quella Napoli così grande

Fino al 7 gennaio 2026 al Teatro Mercadante va in scena Non posso narrare la mia vita, una regia di Roberto Andò per il Teatro di Napoli. In vista di un anniversario mesto.

Enzo Moscato - Non posso narrare la mia vita - ph Lia Pasqualino
Non posso narrare la mia vita – ph Lia Pasqualino

Bisogna essere napoletani per penetrare davvero la scrittura del napoletano Enzo Moscato.

Eppure, nell’avvicinarsi alle sue pagine, a tutti i cittadini del mondo è data la possibilità di percepire il sentore della città, il suo odore, che è anche profumo e miasma.

Come capita ad altri napoletani perfetti (Eduardo De Filippo era nato a Chiaia) anche Moscato (nato ai Quartieri Spagnoli), il teatro di Moscato, i suoi libri, restituiscono ciò che della città è l’essenza, storica e contemporanea, la fragranza e il fetore. Che in lui erano anche mania e fobia, esaltazione e nevrosi.

Non posso narrare la mia vita si intitola, contraddicendo se stesso, lo spettacolo ideato e diretto da Roberto Andò per il Teatro di Napoli. Perché proprio dai primi anni della vita di Moscato, ai Quartieri, e da un libricino autobiografico, intitolato Gli anni piccoli (Guida editore) emanano le immagini, le canzoni, e le parole, tante, che in un flusso continuo sono il corpo di questa dedica allo scrittore, scomparso il 13 gennaio del 2024. Un vuoto aperto due anni fa nella drammaturgia italiana.

Ma non è esattamente il teatro di Moscato, dalle premiate Pièce Noire, Occhi gettati, Partitura, a tutta la copiosa teatrografia. E non è tanto la sua musica, emersa tra le banane gialle del suo primo album, Embargos.

È un tuffo questo, nella piscina dei turbolenti anni ’50, quando lui, nato nel 1948, era bambino e l’infanzia plasmava la sua figura, di uomo e di artista. L’imprinting.

Enzo Moscato - Non posso narrare la mia vita 2 - ph Lia Pasqualino
ph Lia Pasqualino

Santi terrificanti

Le scalinate erte dei Quartieri, i balconcini a strapiombo sui vicoli, la scoperta dei corpi ai bagni Eldorado, e poi palazzi fatiscenti infestati da spiritilli e sale avventurose in cui si balla il tango tra maschi. In alto, in cima ai gradini di tufo, il mezzobusto statuario di Sant’Antonio con il bambino in braccio. Enorme, incombente. Nella scena scoscesa e superba di Gianni Carluccio, c’è tutto .

Quella Napoli di santi terrificanti e di rock&roll proletari, in veste di adulto narrante, la racconta Lino Musella.

All’altro napoletano perfetto, Eduardo, Musella aveva prestato già corpo e voce (Tavola tavola, chiodo chiodo). E ora, misuratissimo, con passo scalzo leggero e ponderata voce, tra gli aggettivi barocchi e l’archeo-pop della scrittura dell’autore, Musella è convincentemente Enzo Moscato.

È sempre lui, abito bianco di lino, poi pellicciotto orsacchiotto, poi tacco alto, poi gambe a penzoloni nell’acqua, che apre il cammino e ci introduce in quegli anni piccoli. Come il poeta Orfeo, come Virgilio, quando ci guida nell’Averno di una città che ha natura di mare e di labirinti sulfurei sotterranei.

Lino Musella

Apparizioni

Gli fanno eco altre apparizioni moscatiane. Tonino Taiuti nevrotico pulcinella, ma soprattutto fantasma evocatore degli antichi Rasoi (uno spettacolo del 1991, dove Mario Martone li dirigeva tutti: una famiglia, quella di Teatri Uniti, Toni Servillo, Licia Maglietta, Iaia Forte, gli stessi Taiuti e Moscato).

Ma anche Giuseppe Affinito, cameriere in punta di piedi qui, perturbante fantasma lynchiano, figlio di un’altra famiglia moscatiana.

E poi la musica, il ballo, le canzoni, senza le quali Moscato non è pensabile. Da un rock around the clock, a una malinconica Indifferentemente. Dal vivo, con orchestrine da ballo anni ’50 (qui Lello Giulivo e Flo giocano la loro bella voce). Oppure da una radio-giradischi d’epoca, che nel finale, ci da sentire il canto di Moscato stesso. “Tutto è fernuto“: questo è il finale.

ph Lia Pasqualino

Pro e contro

Con giudizi capitalmente opposti, pollice alzato e pollice verso, sono penetrati nel flusso di questo spettacolo altri due napoletani perfetti, per quanto non autori, ma critici teatrali: Giulio Baffi (che ha firmato su Repubblica il suo pro) e Enrico Fiore (che ha firmato su Controscena un contro). Il che testimonia del carattere divisivo che questa dedica a Moscato, pensata e diretta da un siciliano (e filosoficamente pirandelliano) qual è Roberto Andò.

Non sarà quindi un nordico come me , forse nordista, a infilarsi nella filologia moscatiana, che è materia da esperti. Basterà però rilevare l’emozione di uno, come me sempre, che fin dall’inizio, ha osservato la Napoli di Enzo Moscato da centinaia di chilometri di distanza.

Non posso narrare la mia vita 3 - ph Lia Pasqualino
ph Lia Pasqualino

E che grazie agli occhi strappati in un sanguinolento fatto di cronaca nera (Occhi gettati, 1996) o a un’aula scolastica dei Quartieri, obitorio kantoriano, dove si accalcano i corpi di bambini suicidi (Ronda degli ammoniti, 2019) ha penetrato una città a suo modo impenetrabile. Cartolina spesso, ma palcoscenico sì, sempre. Che del reale svela la seconda realtà.

“Vedete – spiega Moscato-Musella in una tombale dichiarazione di poetica – il teatro è impossibile, proprio impossibile. Gli attori sono o dovrebbero essere i portavoce dell’impossibilità costituzionale del teatro a essere sano, e a esistere. Il Reale comunemente inteso, il real-filosofico aristotelico-occidentale non appartiene al teatro. E questo perché il teatro non può, e non deve, comunicare. Non è l’ufficio delle poste, il teatro“.

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NON POSSO NARRARE LA MIA VITA
da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato
drammaturgia e regia Roberto Andò
con Lino Musella,
Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito
e Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi
voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

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