Una cabina telefonica. Di quelle di una volta. Di quando c’erano ancora mamma e papà. Di quando ci raccontavano le favole. E noi ci credevamo e ci perdevamo nel bosco. Anzi nelle foreste.
“So dove sono, mi sono già persa qui”. È il sottotitolo di The Forest, creazione coreografica e teatrale che ha visto lavorare assieme Cristiana Morganti, danzatrice, e Claudio Tolcachir, regista. L’ho vista due sere fa all’Arena del Sole, a Bologna.
Cristiana Morganti – The Forest – ph Alfredo Toriello
Io ero curioso. Curiosa era pure l’occasione. Scoprire cosa potevano mettere assieme, Tolcachir, regista di Buenos Aires, tante volte apprezzato per come sa raccontare i nodi ambigui che avvinghiano le famiglie, e lei Morganti, la danzatrice che avevo visto tante altre volte fluttuare negli spettacoli di Pina Bausch.
In quei suoi abiti leggeri, aerei, vivaci. In un’eco visiva, ma soprattutto affettiva, che Cristiana Morganti si porta dietro, fin da quando la signora del Tanztheater ci ha lasciati (sono oramai più di quindici anni). E che ritrovo qui, in The Forest.
Dove non c’è il tocco sornione e erotico che Bausch metteva negli Stück, le proprie creazioni. Ma c’è il timbro solido e famigliare di un artista argentino, emerso da un mondo teatrale così diverso dal mondo europeo.
Claudio Tolcachir – Cristiana Morganti
Una danza hablada
Eppure, anche questo The Forest, a suo modo, ha il respiro di un Tanztheater. O se vogliamo tradurre, di una danza hablada(e cioè parlata) in cui la narrazione prende il sopravvento.
E di che narra The Forest? Della famiglia, per forza. In modi che seguono sentieri autobiografici e vogliono elaborare un lutto, doppio, quello dei propri genitori.
Il lutto per mamma (“sembravi uscita da un film, camminavi a mento alto e mi salutavi da lontano con quel gesto rilassato che fanno le dive sul tappeto rosso”).
Il lutto per papà (“ti piaceva insegnarmi delle cose: mi hai insegnato a fare i nodi marinari e tutti i nomi dei venti, a nuotare tenendo gli occhi aperti sott’acqua”).
Cristiana Morganti – The Forest – ph Alfredo Toriello
Sorprendente a volte, beffarda sempre
Lutti vissuti con lo sguardo lieve e spudorato che l’America meridionale e i Sud del mondo ci hanno insegnato ad accettare, in quanto parte della vita: naturale, sorprendente a volte, beffarda sempre.
Come quell’apertura di racconto, in cui si ricorda che il tempio crematorio, dove papà e mamma si sono trasformati in pulviscolo, dista poco o forse niente, dall’inceneritore dell’immondizia.
Come quell’urna cineraria, simbolico resto di una vita, topic di tanta letteratura, che poco sta a trasformarsi in feticcio burocratico, per le labirintiche leggi che ne limitano la sostanza. Nelle esilaranti situazioni che solo un argentino è capace mettere in scena.
ph Alfredo Toriello
Ritornerai
Di Bausch ci sono pure le canzoni: quel mettere su i dischi che a Pina piaceva tanto (da Judy Garland a Cecilia Bartoli, dal Lied di Emily Wittbrodt al Ritornerai di Bruno Lauzi).
Dell’Argentina, quel giocare con il teatro e le sue finzioni (che non starò qui svelare) e i suoi miti inossidabili: lo spettro del papà di Amleto, le risposte di Cordelia ingrata, il talento mancato di Nina del Gabbiano…
Un proprio doppio
Di entrambi, la favola di questa foresta, in cui perdersi, ritrovarsi e incontrare magari un proprio doppio: una giovane danzatrice (Lisa Lippi Pagliai, scoperta in un fortunato provino) a cui entrambi affidano la chiave segreta del ricordo.
Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai – ph Alfredo Toriello
Per Morganti, forse, quel tempo in cui la sua foresta di capelli riccioluti e le forme procaci non incontravano i favori delle accademie (ma poi, di Pina sì).
Per Tolcachir, forse, il pudore di non essere quelli che veramente vorremmo essere (come faceva dire ai personaggi di Tercer cuerpo, in versione italiana Edificio 3).
Perché The Forest, quella della letteratura, del teatro, della pittura, e anche della danza, la foresta è pur sempre un luogo magico e pericoloso, situato al confine tra natura e cultura, oscuro, ma anche incantato. Ideale per perdersi, ritrovarsi, perdersi di nuovo, perdersi meglio.
ph Alfredo Toriello
– – – – – – – – – THE FOREST So dove sono, mi sono già persa qui di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai regia Claudio Tolcachir coreografie Cristiana Morganti scena Cosimo Ferrigolo costumi Nika Campisiproduzione Carnezzeria con Theatre de La Ville, Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, in collaborazione con Timbre4 Madrid
Tempo! Così si intitola, in via provvisoria almeno, il nuovo lavoro teatrale che il drammaturgo argentino Rafael Spregelburd sta costruendo in questa settimana con gli attori del Collettivo L’Amalgama.
Non occorre davvero aver letto i libri di Carlo Rovelli per sapere che il tempo non esiste. Certo, il tempo ci fa comodo, perché grazie a lui evitiamo di smarrirci e perdere il senso della vita quotidiana. Ma per chi lo ha studiato, magari anche per chi ci si diverte, il tempo è una convenzione, e basta.
Sarà un caso, ma proprio qualche giorno fa, Wayne McGregor, direttore del settore Danza alla Biennale, ha voluto intitolare il suo festival Time does not exist. E nel presentarlo ha usato proprio i motivi con i quali Rovelli rende ragione dei titoli dei suoi libri più noti.
Manipolare il tempo
Danza a parte, la stessa letteratura, il cinema, il teatro, altro non fanno che mettere continuamentein gioco il tempo. Dalla ricerca di quello perduto, alle avveniristiche proiezioni della fantascienza. Dai flashback dei film, al tempo che passa tra un atto e l’altro nella tradizionale scrittura per il teatro.
Uno che con il tempo si diverte un mondo è l‘argentino Rafael Spregelburd, uomo di teatro. E in questo senso manipolatore del tempo, oltre che della scena.
Nei suoi lavori – in cui è autore, e molto spesso anche interprete e regista – ciò che abitualmente associamo a orologi e cronometri, mediane e clessidre, perde linearità e regolarità, costanza e sostanza. Perché esplode. Si disintegra.
Alcune delle storie inventate da Spregelburd si svolgono in universi paralleli, nel tempo dei vivi e in quello dei morti, contemporaneamente; a volte porta in scena personaggi, come Cassandra, che vedono e vivono il futuro, ma non possono cambiarlo; altre volte ancora costruisce loop temporali che precipitano in catastrofi o in finali aperti; e porta la serialità narrativa, le formule degli episodi e delle puntate, all’esasperazione, agli estremi.
Gli piace insomma ciò che si chiama il Caos. E sulla cosiddetta Teoria delle Catastrofi, sul mondo dei Frattali, ha speso un sacco di parole.
ph Ignacio Colo
Ecco perché di nuovo, adesso, attendo Rafael Spregelburd al varco. L’avevo visto, due anni fa, ingegnarsi a scompigliare il tempo nella commedia che aveva ideato per gli attori di Teatro Due, a Parma, intitolata Diciassette cavallini.
Rafael Spregelburd – Diciassette Cavallini – ph Andrea Morgillo
“È come un ramo, questoTempo!, il nuovo progetto che sta nascendo e si aggiunge ad altri nostri lavori precedenti”- mi dice Massimiliano Di Corato, portavoce di quell’ensemble di dieci attori che è L’Amalgama.
L’Amalgama
“Avevamo allestito Qui e ora del drammaturgo tedesco Roland Schimmelpfennig, lavorando sulla sovrapposizione dei piani temporali. Lost in Macondo, che è in replica da anni, partiva da Gabriel García Márquez e affronta il tempo nei modi delle genealogie e dei ricordi”.
“Finalmente adesso, noi dieci, compagnia contemporanea, ci confrontiamo con un autore contemporaneo, Rafael Spregelburd, maestro nella manipolazione del tempo e della scena”.
Tra i buchi neri
In pratica, che succede? “Insieme, ci stiamo immaginando un laboratorio, in uno di quei centri di ricerca importanti, che si occupano di fisica aerospaziale. E succede che qualcuno degli addetti alla pulizia, per errore, stacca una spina elettrica. Di quelle che mai e poi mai dovrebbero essere staccate”.
E quindi? “Capita, e bisogna correre ai ripari. Ad esempio affrontando un viaggio spaziale – un topos della narrativa fantascientifica – che ci porterà nei pressi di un buco nero. Gli scienziati ci spiegano che i buchi neri fermano il tempo. O forse lo comprimono. O lo dilatano. Dipende. Con Spregelburd che sta scrivendo, ci lavoriamo attorno”.
Gli appuntamenti
Sabato 28 marzo, negli spazi di lavoro di Villa Manin, è previsto il bilancio, o meglio l’apertura al pubblico, di queste prime otto giornate di lavoro. Sarà lo stesso autore a spiegare che cosa è stato costruito assieme, e gli attori a mostrarlo.
Intanto già domani, giovedì 26 marzo, anch’io partecipo al gioco, e in una nuova puntata delle mie conversazioni,La Scuola dello Sguardo, giunte oramai alla sesta edizione, mi occuperò di Spregelburd, della sua teatrografia, delle sue storie.
In questa conversazione, dove abbondano immagini e video, proverò a spiegare che cosa significa quella espressione in cui lui si riconosce in pieno: quell’etichetta che mette insieme l’autore e il regista, l’attore e il traduttore, il pedagogo e il saggista. Parola un po’ argentina ma anche un po’ italiana: teatrista.
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TEMPO! residenza del Collettivo L’Amalgama presso il Centro di Residenza delle arti performative del Friuli Venezia Giulia con gli attori: Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti, Clara Mori, Miriam Russo tutor del progetto: Rafael Spregelburd
dal 22 al 31 marzo 2026: Spazio Residenze Villa Manin – Passariano (UD)
giovedì 26 marzo 2026, ore 18:00 La Scuola dello Sguardo, conversazione con Roberto Canziani ingresso libero, navetta da Udine ore 17.00
sabato 28 marzo 2026, ore 18:00 Apertura al pubblico, ingresso libero
Esordisce con “Fermati attimo, sei così bello“. Faustiana, la citazione da Goethe ha offerto oggi a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, la nota iniziale per la presentazione dei tre festival della Biennale 2026 dal vivo. Con la loro immediatezza, “nella presenza e nel tempo“, le performing art – Teatro, Danza, Musica – accompagnano e completano gli altri settori dell’istituzione veneziana.
È quindi toccato ai tre direttori di settore (Willem Dafoe per il Teatro, Wayne McGregor per la Danza, Caterina Barbieri per la Musica) illustrare contenuti e titoli dei loro programmi, che si svilupperanno tra giugno e ottobre, rispettivamente:
Biennale 2026 Teatro, dal 7 al 21 giugno > 54esimo festival
Biennale 2026 Danza, dal 17 luglio al 1 agosto > 20esimo festival
Biennale 2026 Musica, dal 10 al 24 ottobre > 70esimo festival
Willem Dafoe, Caterina Barbieri, Wayne McGregor sulla terrazza di Ca’ Giustinan
Qui sotto, i lettori di QuanteScene! potranno scorrere il documento che il settore Comunicazione della Biennale DMT ha preparato e che elenca in completezza tutti gli appuntamenti di spettacolo e le altre iniziative che, in otto mesi, andranno a formare il programma dal vivo di Biennale 2026.
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BIENNALE TEATRO – Alter Native
In scena dal 7 al 21 giugno 2026, il 54. Festival Internazionale del Teatro porterà a Venezia oltre 200 artisti per 55 appuntamenti, con 11 tra produzioni e coproduzioni, 10 prime assolute, 2 europee e 4 italiane. 610 sono le domande pervenute per Biennale 2026 College Teatro.
“Per l’edizione di quest’anno – afferma il Direttore Willem Dafoe – abbiamo scelto il titolo ALTERNATIVE, o più precisamente, ALTER NATIVE. Non esiste un significato preciso, poiché l’etimologia può essere vaga o evocativa. L’idea è quella di pensare ad ALTER come a un cambiamento e NATIVE come alla propria natura. Oppure ALTER come altro e NATIVE come la cultura di provenienza”.
Attraversa tutti i continenti il 54. Festival Internazionale del Teatro mettendo in luce alfabeti, culture e tradizioni diverse, che non riproducono fedelmente sé stesse, ma aprono nuove strade, offrendo altri modi di vedere e di pensare il mondo.
Il viaggio parte dall’origine viva del teatro, dalla Grecia di Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis con il loro concerto-spettacolo Cries, “ispirato dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, dal lamento di Ecuba della Troiane di Euripide, e dalle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli”. Testi e parole di una memoria collettiva si intrecciano in un flusso continuo con le musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis, in scena con il suo ensemble insieme alle voci del baritono Georgios Iatrou e dello stesso Stergioglou. Regista e attore di teatro ma anche di cinema (è protagonista in Dogtooth di Yorgos Lanthimos e premiato come miglior attore al Festival di Berlino per The eternal return of Antonis Paraskevas di Elina Psykou), Christos Stergioglou arriva per la prima volta in Italia.
Banushi, Leone d’argento Esponente del nuovo teatro greco, Mario Banushi, destinatario del Leone d’argento, sarà al festival con la trilogia che l’ha reso immediatamente famoso, Romance familiare. Ragada, Good Bye Lindita, Taverna Miresia sono i capitoli di un paesaggio della memoria che affonda le radici in riti e tradizioni ancestrali legati all’infanzia albanese di Banushi, un paesaggio costruito per visioni poetiche, immagini evocative sospese tra sogno e realtà, forti di una carica emotiva che trasforma temi intimi e personali – legami e affetti, senso di perdita e di dolore, nostalgia – in poesia universale. La trilogia di Mario Banushi sarà presentata dalla Biennale di Venezia in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain.
Biennale e gli altri continenti Dall’Europa mediterranea all’estremo oriente, dove da più di trent’anni Satoshi Myiagi, allievo ed erede del maestro del teatro giapponese di ricerca Tadashi Suzuki, affronta i capisaldi della tradizione scenica occidentale, dalla tragedia greca al dramma shakespeariano (straordinaria l’Antigone di Sofocle con cui inaugura il Festival di Avignone 2017), attraverso la lente della tradizione teatrale giapponese facendoli risuonare in modo nuovo. Così Mugen Noh Othello, che porterà alla Biennale Teatro, reinventa Shakespeare alla luce del rituale del teatro Mugen-Noh. Una delle diverse declinazioni del teatro Noh, risalente al tredicesimo secolo, il Mugen-Noh vede nell’opera teatrale la ricreazione di un sogno o di un’illusione all’interno di un orizzonte unitario in cui i vivi e i morti coesistono. Myiagi trasforma così la tragedia del Moro di Venezia in una rêverie interpretata dallo spettro di Desdemona, che rivive la causa originaria della sua sofferenza e sposta il perno della tragedia. Una reinvenzione che mette in tensione la distanza tra corpi e voci, tra gesto e narrazione, affidando ogni personaggio a un duplice interprete.
Dal sud est asiatico, per la precisione da Giava, arriva una forma originale di danza, musica e canti che attinge a un complesso tradizionale di arti marziali, noto come Silat, dal 2019 patrimonio immateriale dell’umanità. La compagnia di Giacarta Bumi Purnati Indonesia presenterà due spettacoli: Under the Volcano per la regia di Yusrli Katil, ispirato alla terribile eruzione del Krakatoa del 1883, e Hikayat Perahu/The tale of Boat per la regia di Sri Qadariatin, già attrice con Bob Wilson in I La Galigo e Persephone.
Ispirato al poema Lampung Karam, composto nella forma tradizionale di poesia malese syair da Muhammad Saleh, poeta e studioso religioso di Sumatra e testimone oculare del terribile evento, Under the Volcano restituisce una trama potente e commovente con oggetti di scena semplicissimi, come otto scale di legno utilizzate per ricreare montagne, valli, mercati, ma anche montaggi di filmati e immagini fisse di fuoco, lava, rocce. Hikayat Perahu/The tale of Boat si ispira a un testo fondamentale della letteratura malese, Syair Perahu, del poeta mistico sufi Hamzah Fansuri, vissuto tra il XVI e il XVII secolo. Nella storia di una barca che naviga sull’Oceano il poeta simboleggia la vita e il percorso spirituale che l’anima compie verso Dio.
Dall’India un’arte performativa dal vocabolario rigoroso, intrisa di spiritualità e di raffinato erotismo, che giunge fino a noi attraverso i secoli: è la danza Odissi della coreografa e danzatrice di Calcutta Sharmila Biswas, allieva del leggendario maestro Kelucharan Mohapatra, prima di diventare lei stessa una grande interprete nota in tutto il mondo. A Venezia presenta Mischief dance: A Journey Through Rhythm and Spirit. Fra le diverse forme assunte dalla classica indiana, nata come forma devozionale nella zona centro orientale del Paese, l’Odissi si danza su musiche che fondono tradizione carnatica del sud e indostana del nord dell’India alternandosi a testi drammatici prevalentemente attinti al poema Gita Govinda.
Un immaginario ancestrale fatto di terra e aria, acqua e fuoco, abitato da dèi e uomini, sottende le visionarie creazioni dell’artista samoanoLemi Ponifasio, uno dei maggiori registi e coreografi neozelandesi, che alle culture aborigene del Pacifico – dai Maori della Nuova Zelanda ai Kiribati della Micronesia – ma anche del Sud America attinge per creare, come uno sciamano, nuovi simboli che parlino anche al nostro presente, dove cerimonie, cultura performativa e teatro contemporaneo si fondono. Così Star Returning:Venice, la nuova opera di Ponifasio, è un modo di ascoltare la terra, gli antenati e i miti condivisi del popolo Yi della regione montagnosa del Daliangshan cinese, la loro cosmologia, le origini e il profondo legame con la natura, gli antenati e la spiritualità intrinseca a questa cultura.
Scrittore, attore, danzatore, regista ruandese, Dorcy Rugamba ha lavorato anche con la compagnia di Peter Brook, con Milo Rau e con Abderrahmane Sissako, il regista di Timbuktu. Dorcy Rugamba porterà per la prima volta in Italia, dopo il debutto al Théâtre des Bouffes du Nord e al Festival d’Automne, e dopo una tournée negli Stati Uniti e in Australia, Hewa Rwanda– Letter to the Absent. Tratto dall’opera omonima scritta da Rugamba nel 2024 e tradotta in tutto il mondo, Hewa Rwanda– Letter to the Absent è un memoriale consegnato ai propri figli, la testimonianza in prima persona del genocidio dei Tutsi avvenuto nel 1994, che ha determinato la sua storia di uomo e di artista. In scena lo stesso Rugamba con tutti i colori della musica dell’eccentrico e talentuoso polistrumentista senegalese Majnun. “Mentre Hewa Rwanda, Letter to the Absent affronta il genocidio, le questioni del lutto e una famiglia che è stata quasi annientata, volevo principalmente che non fosse un testo commemorativo ma un inno alla vita, quindi il tono del testo abbraccia deliberatamente leggerezza, umorismo, poesia, musica e la vita in tutti i suoi aspetti”.
Una celebrità della world music, la cantante Angelique Kidjo sarà alla Biennale per un concerto in duo con il pianista Thierry Vaton. Originaria del Benin e da anni residente in Francia, Angélique Kidjo, ha creato un linguaggio comune tra diverse culture partendo dal retaggio delle tradizioni dell’Africa occidentale per inglobare elementi provenienti da generi come il funk, il jazz, il soul, influenze dall’Europa e dall’America Latina.
Biennale e Italia Tornando all’Italia, Emma Dante, la più celebrata regista italiana di teatro e d’opera e Leone d’oro alla carriera di questa edizione della Biennale Teatro, presenterà in prima assoluta I fantasmi di Basile, affrontando l’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile di cui aveva già messo in scena La scortecata, Pupo di zucchero e Re Chicchinella. “Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene – dichiara Emma Dante. Pertanto, mi piace, di Basile, la verità. Nonostante l’architettura straordinaria che costruisce attraverso il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di fortemente realistico. Ne I fantasmi di Basile ci sono alcuni frammenti della nostra trilogia, che evocano i fantasmi protagonisti”.
Dopo il riscontro di pubblico e critica raccolto dal suo irrituale Pinocchio, costruito con i corpi “diversi” dei ragazzi della compagnia Scuola Elementare del Teatro di Napoli, Davide Iodice torna alla Biennale con Promemoria, lavoro in cui affronta il tema della memoria, ponendo al centro i racconti e la vita degli anziani che risiedono nelle strutture di accoglienza. Seguendo un metodo di lavoro che mette al centro la persona e le sue fragilità, Promemoria nasce al termine di un laboratorio intensivo chiamato L’enciclopedia delle Emozioni, svoltosi dal 29 maggio al 2 giugno 2025, presso le strutture che si occupano della cura delle persone anziane a Venezia. “Un invito ad esplorare la potenza trasformativa del teatro e della relazione umana, e a diventare parte di un processo creativo collettivo che si rivolge direttamente alla comunità” dice Iodice. La restituzione di questo grande percorso è Promemoria, performance che avrà luogo presso le Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane di San Giobbe.
Registə e drammaturgə L’attenzione alla nuova creatività trova spazio al festival tramite la consolidata attività di Biennale College, che anche quest’anno presenta un regista e due drammaturghi under 30, selezionati tramite bandi nazionali e a seguito di varie fasi di valutazione. Quest’anno sarà Alberto Colombo Sormani a debuttare sul palcoscenico del Festival con Imago Vocis | spacetime in-between, che intreccia la sua vocazione per il teatro con lo studio dell’astrofisica (per cui è ricercatore presso l’Istituto nazionale di fisica nucleare dell’Università La Sapienza di Roma), l’attenzione per le nuove tecnologie con il linguaggio del corpo. “Un raro mix di ambiguità e audacia. Un progetto lungimirante”, lo ha definito Willem Dafoe scegliendolo.
Davide Pascarella e Bruna Bonanno sono vincitori del bando biennale dedicato alla nuova drammaturgia. Bacio Sogno Autodistruzione, definita dal suo autore “la rappresentazione pubblica di un viaggio intimo e privato” verrà presentato in forma di lettura scenica da Alessandro Businaro, che alla Biennale aveva già partecipato con lo spettacolo George II ed è stato da poco nominato direttore artistico junior del Teatro Stabile del Veneto. “Nello scavo interiore, nel confronto con il disagio contemporaneo che attanaglia una generazione, il lavoro fa intuire un potenziale di crescita che merita ogni attenzione” – si legge nella motivazione.
Aka Jolly Roger di Bruna Bonanno è una “drammaturgia pirata” secondo i Motus che firmeranno, in via del tutto eccezionale rispetto al loro percorso artistico, la mise en lecture del testo, grazie all’affinità trovata nei “contenuti libertari e nella luce che sprigiona dal testo, proprio nell’insistenza (nonostante la fine sembri sempre più vicina) a immaginare nuove forme di alleanza/coagulazione di cellule resistenti. Ma è anche la struttura “acquatica” della scrittura ad affascinarci, l’idea di guardare la nostra terra dal mare: ci imbarchiamo su un galeone pirata, ne cuciamo la bandiera (una nuova variazione delle centinaia di Jolly Roger sparse per il mondo?) per sabotare anche i meccanismi stessi della messa in scena”.
Dopo il debutto in forma di lettura scenica lo scorso anno, Tacet di Jacopo Giacomoni, testo vincitore di Biennale College Drammaturgia 2024-25 e del Premio Riccione 2025, viene portato a compimento e presentato in prima assoluta con la regia di Silvia Costa. Un testo ispirato con originalità da filosofia, metafisica e matematica, pensando a quell’ultimo rito laico che è il minuto di silenzio, che gioca con il metronomo, alla ricerca di cosa significhi stare insieme in silenzio, dentro a un minuto, dentro a un teatro”.
Nel solco di Biennale College, del rapporto tra giovane artista e maestri, si colloca il Progetto Scuole di Teatro, che dopo l’esperienza dello scorso, vede la Biennale Teatro aprire le porte a tre accademie:
La Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi che metterà in scena con gli attori del terzo anno un classico brechtiano, Santa Giovanna dei Macelli, per la regia di Marco Plini, per capire come squilibri, diseguaglianze, meccanismi di manipolazione finanziari dei mercati cambino, dove si sposta “il paradigma del conflitto in un’epoca che ha superato il concetto di lotta di classe”.
L’AccademiaTeatrale Carlo Goldoni del Teatro Stabile del Veneto– Teatro Nazionale con il regista Giorgio Sangati e gli allievi diplomati del corso di recitazione presenta Comeradovera. Incrociando storie, punti di vista, dettagli, stati d’animo, tempi e ricordi, vicende pubbliche e private attorno all’incendio del Teatro La Fenice di trent’anni fa, il lavoro si interroga sul rapporto tra la vita di una singola persona o di una comunità e l’esperienza traumatica della perdita.
Infine la Scuola Teatro di Napoli – Teatro Nazionale con il direttore e regista Arturo Cirillo e i giovani attori del secondo anno rende omaggio a Enzo Moscato, figura fondamentale della drammaturgia napoletana scomparso due anni fa, incrociando due testi degli anni ottanta, Festa al celeste e nubile santuario e Ragazze sole con qualche esperienza, che nel nuovo allestimento diventano Quindici ragazze con qualche esperienza.
Infine, un nuovo college per attori è stato avviato quest’anno dal direttore Willem Dafoe: gli undici performer under 30 selezionati in una rosa di 440 candidature seguiranno un progetto di residenza a Venezia sviluppato nell’arco di quattro settimane – dal 25 maggio al 21 giugno 2026. Una serie di laboratori con, oltre allo stesso Dafoe, Evangelia e Mary Randou, Simon McBurney del Théâtre de Complicitè e Silvia Costa.
Il laboratorio destinato ai primi selezionati del nuovo bando di drammaturgia di Biennale College avrà quest’anno come mentore il poeta e drammaturgo Fabrizio Sinisi.
Ci saranno poi il workshop di critica teatrale, in collaborazione con la docente e critica Roberta Ferraresi insieme a Massimo Milella; conversazioni, incontri, tavole rotonde con gli artisti e le artiste saranno guidati da Maddalena Giovannelli e Andrea Porcehddu, giornalisti e critici di teatro.
Un omaggio a Bob Wilson sarà ospitato nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian per tutto l’arco del festival grazie ai materiali raccolti e conservati all’ASAC, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia.
BIENNALE DANZA – Il tempo non esiste
In scena a Venezia dal 17 luglio all’1 agosto, il 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Wayne McGregor si intitola Il tempo non esiste: pensando al fluire dei corpi nel tempo e alla danza come a una disciplina che, per sua natura, possa indagarne la complessità secondo le più moderne teorie espresse dal fisico Carlo Rovelli. “Questa profonda esplorazione del tempo, – scrive McGregor – o meglio di un tempo che non esiste, alla Biennale 2026 Danza scandaglia i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, incoraggiandoci a riflettere e a percepire il nostro legame con la vita – un invito a cambiare il modo di relazionarsi e di essere”.
140 artisti per più di 60 appuntamenti lungo l’arco di due settimane (17 luglio > 1 agosto) e un programma di tutte novità: 9 prime assolute, 3 prime europee, 8 prime italiane. Novità che esprimono l’evolversi dei linguaggi della danza sotto la spinta delle urgenze del nostro tempo, linguaggi rigenerati dall’energia vitale delle culture di provenienza dei molti artisti presenti, in connessione profonda con ritmi, paesaggi e storie di tradizioni altre il cui veicolo è il corpo.
Importante è la fitta rete di produzioni e coproduzioni avviate negli anni dalla Biennale Danza soprattutto tramite bandi, rinnovando l’impegno con le nuove generazioni: sono 695 le domande arrivate per i bandi che promuovono nuove coreografie a livello nazionale e internazionale, e sono 358 le richieste di partecipazione a Biennale 2026 College Danza.
Dalle Prime Nazioni australiane al Sudafrica, i Leonidella Biennale 2026 Danza portano a Venezia Bangarra Dance Theatre (Leone d’oro alla carriera), la prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni australiani, e la danzatrice, coreografa, regista e attivista Mamela Nyamza (Leone d’argento) con l’omonima compagnia. Entrambe le formazioni debuttano con due prime europee: rispettivamente Terrain, coreografia di Frances Rings, spettacolo che evoca la forza del corpo e della terra ispirato alla bellezza senza tempo del più grande lago salato dell’Australia, il Kati Thanda-Lake Eyre, e TheHerd/Less, un’opera sull’ambiguità di un mondo meraviglioso che evoca violenza e vulnerabilità esplorando il doppio significato di “gregge”: simbolo di armonia collettiva, ma anche di controllo e sottomissione.
Un atteso ritorno a Venezia e alla Biennale quello di Emanuel Gat, figura di spicco della danza israeliana e fra i coreografi più amati anche in Europa, dove è attivo in Francia da un ventennio. Five Days in the Sun, sulla quinta sinfonia di Mahler, è la novità che questo artista dalle linee coreografiche pure, modellate sulla scrittura musicale, riserva a Venezia insieme a un nuovo ensemble di dodici danzatori.
Storia e traumi si inscrivono nella memoria del corpo con due artiste che della pratica coreografica fanno un gesto contemporaneo, poetico, politico. In prima per l’Italia, What is War interroga i segni lasciati dalla guerra sul corpo e nella memoria collettiva delle generazioni a venire. In scena Eiko Otake, formata in Giappone dai maestri del butoh Kazuo Ohno e Tatsumi Hijikata, attiva a New York dal 1976 e presente in tutto il mondo con le sue opere multimediali, e Wen Hui, carismatica pioniera della danza moderna in Cina, dove fonda a Pechino nel 1994 la prima compagnia indipendente, fuori dal sistema statale, oggi di stanza a Francoforte. Tra nuove guerre e crisi globali Wen Hui ed Eiko Otake ci ricordano quanto sia fragile, e quanto preziosa, ogni vita individuale.
Il corpo come forma di documentazione storica, sociale e politica si esprime anche in Láhppon/Lost della coreografa e regista Elle Sofe Sara, che nella cultura Sami e nella natura totalizzante della Finnescandia delle sue origini, alla confluenza tra Norvegia, Russia, Finlandia, Svezia, trova fonte di energia creativa. L’opera riecheggia e rifrange nel presente un episodio cruciale della storia Sami, la rivolta di Kautokeino (1852) contro le autorità norvegesi e le pratiche di assimilazione forzata, per riflettere sui meccanismi umani della paura, dell’ingiustizia, della speranza. Per la prima volta, un’artista lappone, Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa islandese Hlín Diego Hjálmarsdóttir, dirige 19 dei 70 ballerini del corpo di ballo del Teatro dell’opera di Oslo, debuttando lo scorso anno sul suo palcoscenico principale.
Va alla ricerca di un vocabolario che unisca corpi e storia, i figli della diaspora ai loro luoghi d’origine, letteralmente spogliandosi di ogni tradizione accademica per reinventare le proprie radici sepolte, la coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, che ha alle spalle studi con De Keersmaeker e Charmatz, prima di fondare la compagnia Kintana a Bruxelles lo scorso anno. Fampitaha, fampita, fampitàna, novità per l’Italia, sviluppa un approccio collettivo alla coreografia, messa in dialogo con narrazione e musica, assieme a quattro partner, tre danzatori e un musicista, esponenti della diaspora di Haiti, Martinica, Guadalupa.
Omar Rajeh, figura centrale per la diffusione e lo sviluppo della danza contemporanea in Libano e nel mondo arabo, oggi noto anche in Europa dove è di stanza a Lione dal 2020, porta al festival il suo ultimo lavoro, Dance people. Considerato pietra miliare di un percorso artistico che smantella gerarchie e strutture di potere normalizzanti e disciplinanti del corpo, Dance People afferma il valore aggregante e comunitario della danza, facendone un atto dalla valenza fortemente politica. Rajeh reinventa il teatro concependolo come territorio condiviso dove lo spettatore è parte integrante, libero di muoversi e di modellare insieme ai danzatori lo spettacolo. Da un’estetica dello sguardo a un’estetica della partecipazione. Perché Dance People non è uno spettacolo da contemplare da lontano, ma un gesto da condividere, uno spazio da abitare.
L’arte effimera della danza, che nasce, muore e sempre si rinnova nello spazio circoscritto di un gesto è al centro dell’opera di alcune compagnie invitate alla Biennale Danza.
Testo, movimento e ipnotiche illusioni sceniche in cui il tempo si inverte, la gravità svanisce e le leggi della natura si dissolvono, Tempoè firmato dall’artista finlandese Kalle Nio, capace di fondere teatro visivo, cinema sperimentale, circo contemporaneo e nuova magia, insieme al coreografo brasiliano di stanza in Svezia Fernando Melo. La danzatrice e burattinaia slovena Barbara Kanc, il danzatore italiano
Luigi Sardone e il danzatore e acrobata svedese Winston Reynolds si muovono in un paesaggio tra danza, teatro e acrobazia.
Vincitore del bando nazionale per una nuova coreografia, Andrea Salustri vanta una formazione transdisciplinare che mette in gioco nei suoi spettacoli, dove plasma un mondo di oggetti da manipolare, trasformare, assecondare con il corpo rivelandone la segreta vitalità. Dopo Materia, un passo a due tra corpo e oggetto che aveva affascinato il pubblico della Biennale Danza 2023, con Invisible Salustri si concentra sugli agenti immateriali – aria, luce, fumo, vento, nebbia – chiedendosi se la danza può essere un modo per far diventare, anche solo per un breve istante, visibile l’invisibile.
Vincitore del bando internazionale, Oli Mathiesen, neozelandese di origine Maori, attraversa con la sua pratica di performer e coreografo diverse discipline – danza, teatro, cinema. A Venezia presenterà Just Between Me and Jesus, un lavoro ispirato alla cultura del clubbing e alla liturgia che lo sottende, con sette danzatori neozelandesi (Aotearoa), mettendo in risalto rituali condivisi, devozione e senso di appartenenza in un’espressione di euforia collettiva.
Tante le figure cardinali della danza provenienti da una parte e dall’altra del globo:
Adam Linder, australiano attivo tra Los Angeles e Berlino, autore di opere presentate in contesti teatrali ed anche espositivi come il MoMa di New York, già alla Biennale con la Sydney Dance Company, torna a Venezia con Drip Tekhneconcepito in stretta connessione con i dieci interpreti, residenti all’Opera Reale di Copenhagen, Dansk Danseteaters: un’esplorazione sull’evoluzione del processo che ha portato i nostri corpi a diventare strumenti tecnici per la danza.
Una parata di stelle con la Winndance, acronimo di When if Not Now, nuova formazione di Stoccarda che raccoglie i più bei nomi della danza sopra i quarant’anni e autori di punta: John Neumeier, che ha riscritto la storia del balletto contemporaneo insieme a Kylián e Forsythe, con cui è cresciuto alla scuola di Cranko, Imre e Marne von Osptal, coreografi associati al Nederlands Dans Theater, dopo una lunga attività con le migliori compagnie del mondo, Rainer Behr, già attivo con le maestre del Tanztheater Susanne Linke e Pina Bausch, Javier de Frutos, fra i più influenti coreografi latino-americani attivi in Europa, Omar Román de Jesús, esponente della coreografia portoricana, noto in tutto il mondo. Presenteranno in prima mondiale il progetto Scirocco, ovvero due capitoli in dialogo: Morte a Venezia e il Ponte dei sospiri; gli interpreti sono fuoriclasse come Diana Vishneva, Silvia Azzoni, Kayoko Everhart, Mara Galeazzi, Silas Henriksen, Igone de Jongh, Marijn Rademaker, Oleksandr Ryabko, Gil Roman.
Ha fatto la storia la danzatrice e coreografa americana Molissa Fenley, che sarà a Venezia in triplice veste. Anzitutto come autrice del pezzo di culto State of Darkness, con un singolo danzatore a cimentarsi con un’intera orchestra nella Sagra stravinskiana vista sotto una nuova luce, nell’interpretazione di Cassandra Trenary, già prima ballerina dell’American Ballet Theater e ora della Wiener Staatsoper. Poi come autrice e in via eccezionale nuovamente interprete di Bardo, l’assolo che aveva concepito per Keith Haring nel decennale della scomparsa dell’artista, con cui la Fenley era in diretta amicizia collaborando a diversi progetti insieme. Nella tradizione tibetana “bardo” indica lo spazio liminale tra morte e rinascita. Infine Molissa Fenley sarà maestra per i sedici giovani danzatori e i due coreografi di Biennale College in vista di una nuova creazione in prima mondiale per il festival.
Biennale 2026 College Danzatori e Coreografi Mettere in relazione i giovani talenti con i grandi maestri della danza, cimentandosi con apprendimento, formazione, mentoring, creazione, è il cuore di Biennale 2026vCollege. Dopo Crystal Pite, William Forsythe, Xie Xin, Saburo Teshigawara, Simone Forti, lo stesso Wayne McGregor, Cristina Caprioli, Sasha Waltz, ancora una volta i sedici giovani danzatori provenienti da tutto il mondo e i due giovani coreografi saranno in residenza alla Biennale 2026 Danza, partecipando a classi, workshop, lavori di repertorio e, soprattutto, creando nuove opere, quest’anno al fianco di Molissa Fenley e Maxine Doyle.
Maxine Doyle è una coreografa e regista indipendente, dal 2002 è regista-coreografa per Punchdrunk, con cui ha co-diretto il pluripremiato Sleep No More (Londra, Boston, New York, Shanghai). Scrive McGregor “Entrambe queste artiste sono vere potenze dell’immaginazione, esperienza e innovazione, e siamo entusiasti di commissionare due nuove opere(On Tenderness e Hubris) ideate specificamente per i danzatori di Biennale 2026 College”. Inoltre, i due giovani coreografi selezionati tramite bando creeranno e presenteranno prime mondiali alla Biennale 2026 Danza, guidati da Wayne McGregor e dal suo team.
20 anni di Festival Giunta alla ventesima edizione del Festival, la Biennale 2026 Danza, creata come settore autonomo ventotto anni fa, si racconta in una mostra, Life Lines, creata in collaborazione con l’Archivio Storico della Biennale – ASAC. Attraverso film, fotografie, testi, documenti, oggetti, interventi, Life Lines “affascinerà e ispirerà, ricordandoci che il corpo è un archivio vivente e che l’archivio vivente è esso stesso un corpo”.
Come ogni anno il festival sarà accompagnato da laboratori per specialisti ma anche aperti a tutti con molte delle compagnie e dei coreografi ospiti. Incontri e conversazioni permetteranno di avvicinare il pubblico agli spettacoli in programma.
BIENNALE MUSICA – A Child of Sound
A Child of Sound è il titolo scelto dalla direttrice Caterina Barbieri per il 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea in scena a Venezia dal 10 al 24 ottobre. “La musica è l’infanzia dello spirito – scrive Caterina Barbieri – un’esperienza che ci riconnette a uno stato primigenio di apertura, vitalità e potenza creatrice. La grazia del bambino che incontra il mondo con lo stupore del primo sguardo, o meglio, del primo ascolto, rispettandone il mistero, è la stessa grazia attraverso cui la musica sa disarmarci.
Una delle figure centrali dell’avanguardia europea, Karlheinz Stockhausen – prosegue – collega spesso la sperimentazione musicale alla capacità infantile di giocare con il suono, ribadendo più volte che il musicista deve conservare un modo di ascoltare simile a quello dei bambini: un ascolto vergine, non giudicante, libero da aspettative stilistiche o convenzioni culturali; l’infanzia dunque come luogo di origine dell’ascolto radicale”.
Prendendo ispirazione dal bambino di suono come simbolo di rivoluzione e guarigione al contempo, la Biennale 2026Musica propone un programma di prime assolute e lavori site-specific coinvolgendo alcune delle voci più interessanti e multiformi della musica contemporanea, al di là di una rigida distinzione di genere, epoca e geografia, in linea col percorso di curatela già intrapreso l’anno scorso. Il programma include molte commissioni originali e opere collettive, che esplorano modalità di ascolto dinamiche e partecipative.
Ad oggi 130 artisti per oltre 40 appuntamenti – con 23 novità, di cui 18 in prima assoluta – saranno presenti al 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, protagonisti di una programmazione che attraversa secoli e continentifondendotradizione, classico e sperimentale.
Il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, 32 strumentisti e un coro di 16 voci sotto la direzione di Tonino Battista, associa la prima esecuzione assoluta di Musica per una fine di Ennio Morricone, lavoro inedito pubblicato postumo da Sugar Music e costruito attorno a una poesia di Pier Paolo Pasolini letta dal poeta, a un programma su Johann SebastianBach, fra cui il Ricercare a sei voci nella magistrale orchestrazione di AntonWebern, e una commissione a Sarah Davachi, una delle voci più interessanti e coerenti della scena musicale contemporanea, che al Festival riceverà il Leone d’argento. Sara Davachi debutterà anche in un recital per solo organo da camera che alternerà brani tratti da un nuovo album in via di pubblicazione la prossima estate a brani dall’album del 2024 The Head as Form’d in the Crier’s Choir.
In prima assoluta e commissionato dalla Biennale è l’opera transculturale In the Threshold of Your Love, che mette in dialogo la compositrice e vocalist americana Lyra Pramuk con il musicista iraniano Mohammad Reza Mortazevi, fra i massimi interpreti delle percussioni tradizionali persiane, di cui ha radicalmente ridefinito la tecnica. Le incantazioni vocali futuristiche per cui va famosa Lyra Pramuk e in cui molti hanno visto affinità con Meredith Monk e Cathy Berberian, sono il punto di partenza per esplorare stratificazioni elettroniche e tecniche d’avanguardia attraverso cui reinventare tradizioni folk senza tempo. Accanto a loro il polistrumentista egiziano Islam El-Ghazouly, al sintir marocchino, fujara slovacco ed elettronica.
Dalle vocalità prodigiose di Lyra Pramuk alla potenza del canto a cappella che tocca corde profonde dei Tallis Scholars, da oltre cinquant’anni interpreti del grande repertorio sacro vocale rinascimentale e barocco. Chants, come si intitola il concerto, è un itinerario musicale che attraversa i secoli, dall’Alto Medioevo alla contemporaneità, nel segno della comune aspirazione al canto come via privilegiata di elevazione spirituale. Un programma di antifone, responsori, inni e sequenze in cui il canto diventa strumento di preghiera, guarigione e unione mistica con Dio: da Hildegard von Bingen e Gregorio Allegri fino ad Arvo Pärt e Kara-Lis Coverdale, cui la Biennale commissiona la creazione di un nuovo brano in prima assoluta. Pianista e organista, oltre che compositrice e musicologa, la canadese di origine estone Kara-Lis Coverdale, pur radicata nella sensibilità contemporanea, si inscrive nella tradizione corale baltica e pone al centro del suo lavoro la voce. La compositrice sarà, inoltre, alla Biennale anche in veste di interprete del suo ultimo album Changes in Air, che esplora elettronica, strumenti acustici e organo. In scena al suo fianco, come organista d’eccezione, Sarah Davachi, destinataria del Leone d’argento.
Canons per coro a cappella di Clarissa Connelly, presentato in prima italiana, pone nuovamente al centro attraverso la voce il rapporto complesso tra memoria storica e contemporaneità. Compositrice e polistrumentista scozzese residente a Copenhagen, Clarissa Connelly nei suoi lavori, in cui si respira un afflato mistico, opera una sintesi onirica tra canto popolare nordico, canto medievale e suoni digitali.
ONCEIM, l’Orchestre de Nouvelles Créations, Expérimentations et Improvisations Musicales, fondata a Parigi nel 2012 dal compositore e direttore Frédéric Blondy e dedicata alla musica contemporanea sperimentale elettroacustica, sarà alla Biennale con due novità per l’Italia. Una creazione per orchestra di Ellen Arkbro, brano all’intersezione fra strumentazione tradizionale acustica ed espansione elettronica, musica scritta e improvvisazione e Non puoi contare l’infinito per grande ensemble, tre voci, elettronica, commissionato dalla Philarmonie de Paris a Caterina Barbieri.
Esprime un mondo della tradizione preservato nella sua integrità l’ensemble egiziano Mazaher, uno degli ultimi ensemble rimasti a custodire un patrimonio fragile ma di grande importanza antropologica e musicologica. È l’antica tradizione dello zār, un rituale comunitario di guarigione tradizionalmente praticato dalle donne e fatto di danze e canti scanditi dalla ricca poliritmia di strumenti tradizionali. Diffuso nel Corno d’Africa, nella Penisola arabica e in Egitto, dove nel corso del tempo lo zār è stato messo ai margini dalla cultura ufficiale, mantenendo le sue caratteristiche originarie. Affiliato al centro culturale Makam del Cairo, il Mazaher Ensemble è impegnato a preservare questa tradizione musicale legata a pratiche sciamaniche e di trance che stanno scomparendo. Due i concerti che vedranno in scena questo ensemble unico al mondo e un laboratorio aperto a giovani musicisti, per facilitare lo scambio culturale con musicisti del territorio.
A fronte di una tradizione musicale tramandata nei secoli, c’è l’effervescenza della scena ipercontemporanea della musica Singeli, ma sempre nata perifericamente rispetto al mainstream ed espressione di un autentico movimento culturale. È la musica elettronica più veloce, esplosa nell’ultimo decennio, nata dall’energia e dalla vitalità della gioventù dei ghetti di Dar el Salam e la zona costiera della Tanzania, fatta con una strumentazione essenziale, quasi “povera” – portatile, mouse e bluetooth – rispetto ai ricchi e sofisticati mixer audio dei djset. Caratterizzata da ritmi vertiginosi, beat digitali incessanti e testi rapidi in swahili intrisi di critica sociale, la Singeli ha sviluppato un’identità sonora unica, capace di risuonare profondamente con la gioventù del Paese. A Venezia ci saranno i protagonisti di questa scena per una serata unica: Hamadi Hassani, alias Dj Travella, Pili Pili e Jay Mitta.
Dalle sonorità nate nelle periferie tanzaniane al mix originale tra elettronica e influenze afro-diasporiche – kuduro, batida e gqom – espressione di comunità dei discendenti delle ex colonie portoghesi in Africa che nei barrios di Lisbona e nel suo melting pot hanno trovato ideale terreno di coltura. Con Nídia, Dj Firmiza e Helviofox, la serata è concepita in collaborazione con Príncipe, l’etichetta discografica nata nel 2011 a Lisbona e dedicata alla valorizzazione della musica dance contemporanea nata nelle periferie e nei quartieri popolari della città, intrecciando un profondo impegno sociale e comunitario al lavoro dei propri artisti.
Tra musica popolare e musica colta si colloca la ricerca di Walter Zanetti, alla Biennale con Cantos Yoruba de Cuba e El Decameron Negro:
I CantosYoruba de Cuba sono un’esplorazione straordinaria della musica sacra afro-cubana tradotta attraverso l’intimità timbrica della chitarra classica. Basando il suo lavoro su composizioni dei chitarristi e compositori cubani José Angel Navarro e Hector Angulo, Zanetti ricrea l’essenza spirituale dei canti batá della Santería, la religione sincretica afro-cubana. I suoi arrangiamenti preservano il significato rituale dei ritmi batá originali pur rivelando nuove possibilità armoniche e melodiche all’interno di questi canti antichi.
El Decameron negro, costruito attorno a una raccolta di racconti popolari africani raccolti dall’antropologo tedesco Leo Frobenius nei primi del 900, è considerata una delle massime composizioni per chitarra classica. Opera del più importante compositore cubano, direttore d’orchestra e immenso chitarrista egli stesso, Juan Leo Brouwer, oggi 87enne, El Decameron negro stempera in nuove melodie musica popolare e colta, figurazioni ritmiche, danze e canti rituali delle sue radici afro-cubane e sperimentazioni avanguardistiche.
Strumento fra i più popolari, che travalica la lunga tradizione nella musica colta per diventare protagonista di tante rivoluzioni musicali del Novecento, la chitarra sarà al centro di un appuntamento speciale della Biennale Musica. Un ensemble itinerante di chitarre interamente costituito da giovani strumentisti attraverserà la città, interpreti di musiche commissionate dalla Biennale a ML Buch e Gigi Masin.
La chitarrista, compositrice e producer danese Marie Luise Buch, in arte ML Buch, classe 1987, è una delle voci in forte ascesa della scena musicale, per il peculiare sperimentalismo che fonde chitarre elettriche, sintetizzatori ed elettronica. ML Buch sarà, inoltre, in scena in prima persona per una performance live destinata al festival.
Gigi Masin, veneziano, classe 1955, figura anomala del panorama musicale italiano, ha percorso il mondo in quarant’anni di carriera sempre nel solco di una ricerca coerente e appartata. Autore di musica strumentale caratterizzata da un minimalismo personale che incrocia elettronica ed elettroacustica, Masin presenterà Wind, album autoprodotto nell’86 e divenuto di culto a distanza di anni, che sarà oggetto di una nuova edizione speciale festeggiando il quarantennale del debutto proprio a ottobre 2026.
Un altro album di culto e un’altra avventura discografica: Prati Bagnati del Monte Analogo di Francesco Messina e Raul Lovisoni, prodotto dal fertile vivaio avanguardista della Cramps Records alla fine degli anni ‘70, per una serie curata da Franco Battiato. Iscritto all’ambito delle sperimentazioni elettroniche di quel decennio, negli anni l’album guadagnerà sempre più cultori fino ad essere anch’esso ripubblicato dalla Die Schachtel nel 2013. Ispirato al romanzo surrealista incompiuto di René Daumal Le Mont Analogue l’album dà vita a un insieme di melodie delicate e sottili giochi armonici che incorporano diverse tradizioni creative. Oltre alla presentazione di Prati Bagnati del Monte Analogo, specialmente riarrangiati per l’occasione da Francesco Messina in una versione per trio (piano, violoncello e sintetizzatori), il compositore italiano presenterà anche nuovi brani sotto il titolo Le api dell’invisibile che debutteranno in prima assoluta al Festival.
Alla Biennale 2026 saranno presenti anche due nuove voci del minimalismo sintetico italiano, Marta de Pascalis e Grand River, che debutteranno in prima assoluta al Festival. Creatrice di musica elettronica sperimentale caratterizzata da stratificazioni ipnotiche e pattern ripetitivi che costruiscono paesaggi sonori densi, Marta De Pascalis presenterà un nuovo lavoro per sintetizzatori e nastri. Il lavoro di Grand River (pseudonimo di Aimée Portioli), influenzato dal minimalismo e dalla musica ambient, incorpora un’ampia gamma di tecniche compositive e di produzione contemporanee, combinando synth modulari, suoni acustici e registrazioni ambientali. Grand River presenterà in prima mondiale il suo nuovo album per chitarra ed elettronica in via di pubblicazione sulla storica etichetta d’avanguardia Editions Mego.
Accanto alle nuove voci, figure pionieristiche divenute di riferimento come l’ottantaduenne artista statunitense Laraaji, una delle figure più luminose e singolari della musica ambient e new age contemporanea, alla Biennale con una delle sue spettacolari performance live e un workshop di risata meditativa. Si è formato come attore, comico e musicista classico Laraaji, prima di essere scoperto da Brian Eno nei primi anni ’80 e divenire un riferimento imprescindibile per la musica ambient, pur continuando a espandere il suo universo creativo attraverso performance, workshop di risata meditativa e collaborazioni trasversali. Le sue composizioni per cetra elettrica, zither e strumenti trattati sembrano sospese in una dimensione senza tempo, dove vibrazioni scintillanti e dilatate creano paesaggi sonori di calma estatica.
Un altro maestro, pioniere della scena noise giapponese e figura di culto dell’improvvisazione radicale è Keiji Haino, Leone d’oro alla carriera. In occasione della Biennale 2026 Musica, Haino si esibirà in un concerto site-specific per voce e strumenti a corda e presenterà anche un documentario diretto da Kazuhiro Shirao sulla sua carriera, mai visto al di fuori del Giappone. La poetica musicale di Keiji Haino, in cui la performance estemporanea assume un valore imprescindibile e diventa atto incarnato di libertà e radicalità assoluta, trova profonda risonanza col tema del Festival.
Una performance multisensoriale, As Nature, concepita dal musicista keniota KMRU, che l’ha sviluppata insieme agli artisti Nick Verstand e Mareike Bode. L’attenzione dell’artista ai suoni elettromagnetici e al loro brusio si trasforma in ampi paesaggi sonori dando vita a uno studio profondamente meditativo sul rumore. La dimensione sonora si intreccia con stimoli visivi e olfattivi, offrendo un’esperienza che coinvolge e sospende i sensi in un continuum di percezioni sottili e ricche di risonanza.
Altre due icone della musica elettronica giapponese saranno presenti al Festival: Phew, figura pionieristica femminile dell’avanguardia giapponese che presenterà in anteprima italiana il suo nuovo disco in un live ai sintetizzatori modulari, e Dj Nobu, che farà uno dei suoi leggendari extendeddjset dedicati alla techno sperimentale a Forte Marghera, spazio dedicato anche per quest’anno alla dimensione più clubbing del Festival, inteso come forma contemporanea di ritualità collettiva, tra energia popolare e sperimentazione avant-garde.
Tra le voci più fresche e avventurose dei linguaggi elettronici legati alla dub techno saranno presenti l’artista britannico Carrier, noto per il suo approccio scultoreo al suono nelle basse frequenze, Loidis, l’alias più recente dell’artista statunitense Huerco S., che presenterà un live inedito dedicato alle sue tipiche sonorità di confine tra dub techno, ambient sperimentale e house low-fi, e la giovanissima dj afro-americana Livwutang, alias Olivia Klutse.
Biennale 2026 College Vengono da Canada, Stati Uniti, Brasile, Italia, Portogallo, i cinque giovani musicisti – tra compositori, sound artist e performer – under 30 selezionati dalla Direttrice Caterina Barbieri per Biennale College Musica: Wyldie Bracewell, Talullah Calderwood, Lara Dâmaso, Andrea La Pietra, alys(alys)alys (moniker di Alanis Todeschini Marca). In linea con il tema di quest’anno i giovani musicisti svilupperanno i propri progetti di performance dal vivo, composizione acusmatica, o ancora di installazione audiovisiva nell’arco di tre sessioni di residenza a Venezia – tra aprile, giugno e settembre – seguendo un programma di approfondimento, ricerca, creazione e produzione che si terranno a Venezia sotto la guida musicisti ed esperti di fama internazionale. Fra i mentori ci saranno: Lyra Pramuk, Miller Puckette, Simone Trabucchi, alias STILL, Thierry Coduys, Moor Mother, Marcel Weber, alias MFO, che curerà anche i set e il lighting design dell’intero festival.
I progetti che verranno sviluppati nel corso di Biennale College verranno poi presentati nella loro veste definitiva all’interno del Festival.
Sarà nelle Sale d’Armi dell’Arsenale, in linea con il concept dell’LSD Centre dell’edizione scorsa, che verrà allestito uno spazio dedicato all’ascolto profondo, l’incontro e lo scambio intitolato, seguendo il tema di quest’anno, Origine. Il programma ospiterà concerti dal vivo, sessioni d’ascolto, proiezioni e incontri con anche la partecipazione di Masaru Hatanaka del leggendario listening bar Nightingale di Tokyo, che curerà selezioni musicali e visive.
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Biennale 2026 dal vivo segnala che ulteriori integrazioni o eventuali variazioni del programma saranno comunicate successivamente.
Due giornate. Undici luoghi. Ventisei progetti in residenza. Centotrentadue artisti. Trecentosettantasette giornate di lavoro. Chissà se bastano numeri e lettere per raccontare Sinapsi2026, l’evento in cui si sono riassunte e confrontate le Residenze artistiche attivate negli ultimi sei mesi nel Centro di Residenza Arti Performative del Friuli Venezia Giulia.
Un hub per l’innovazione nello spettacolo dal vivo, creato congiuntamente da una Regione, il Fvg appunto, e tre imprese di questo territorio: Artisti Associati di Gorizia, Css di Udine, La Contrada di Trieste.
Roberta Racis – Nulla Dies – ph Alice Durigatto
La sede, i tempi di pensiero, le aree di lavoro e di ricerca, trovano posto in un ambiente ideale per dare spazio alla creazione artistica. Una storica villa veneta, alle cui spalle si apre un enorme, silenzioso, meditativo parco: Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine).
Villa Manin a Passariano – ph Simone Di Luca
Cosa ti frulla nel cervello?
Non ne sappiamo tanto, ma quel che basta sì, sul funzionamento del nostro cervello e sul suo rapporto con il resto del corpo.
Le sinapsi sono ciò che collega, le une alle altre, le cellule nervose. Difficile stabilire un numero preciso di sinapsi. Se ne stimano tra i cento e i mille trilioni. Trilioni, capite? Detti anche biliardi. Che si scrive 10 alla quattordicesima, o alla quindicesima.
Ma nel campo, assai più ristretto dello spettacolo dal vivo, già i numeri che ho trascritto sopra hanno la loro importanza. E più importanza ancora ha avuto l’occasione che li ha messi assieme. Questo evento, Sinapsi, due giornate di incontri e scambi conoscitivi, a metà marzo, a Villa Manin.
Propulsive
Già altre volte, su QuanteScene! , mi sono occupato del fattore di trasformazione che la pratica delle Residenze artistiche ha comportato, in dieci anni, dentro al sistema italiano dello spettacolo dal vivo.
Da quando cioè, lo Stato finalmente se ne è accorto e le ha riconosciute nei propri decreti ministeriali. Una propulsività, questa delle Residenze, che da allora ha dato una spinta formidabile all’evoluzione delle fasi di produzione degli spettacoli, bloccate da decenni su modelli praticati , e poi ingessati, fin all’epoca della nascita del teatro pubblico. O poco più.
Angelica Bifano con Rita Frongia – Esse – ph Alice Durigatto
Ma quel che conta è che la pratica delle Residenze ha visto riconosciuto (e quindi anche retribuito) il tempo che gli artisti dedicano alla ricerca, allo sviluppo, al fermentare della creatività.
Ciò che una volta aveva pure un nome, dépense creativa. Dépense, cioè spesa, che in francese suona anche come dispendio. Secondo alcuni pure spreco.
I Pesci – Sweet Dreams – ph Stefano Scanferla
Sinapsi come collegamento
È una parola complessa, creatività. A volte risulta generica, a volte fin troppo articolata. Eppure, davanti ai 26 titoli che Sinapsi ha esplorato nelle sue due giornate, è stato abbastanza chiaro come e che cosa voglia dire ideare e poi realizzare un progetto di spettacolo dal vivo. Che può essere fotografato in fasi molto diverse di sviluppo e di produzione.
Quali collegamenti, appunto, la mente metta in atto tra il mondo là fuori e l’immaginazione creativa che sta dentro. Quanto sia indispensabile migliorare la relazione tra chi quell’idea l’ha avuta, gli artisti, e chi, gli operatori, con le proprie risorse materiali, può farla diventare realtà. E mostrarla – parliamo di spettacolo dal vivo – agli altri, al pubblico, ai pubblici.
Una performer può presentare il risultato del suo lavoro di ricerca sull’utilizzo creativo della frusta (si chiama whip-cracking ed è una pratica, questa di Roberta Racis, che finora io non avevo mai incontrato).
Altri si ingegnano a trasformare in esperienza teatrale la scrittura e l’ironia del disegnatore Francesco Altan, faccia a faccia con la mitologia e l’eurocentrismo di Cristoforo Colombo.
Benedetti, Russo, Orlando – Colombo – ph Alice Durigatto
Le poesie di Antonia Pozzi, suicida a 26 anni, raccontano “la troppa vita che ho nel sangue”. Possono diventare azione coreografica? Come? Michele Ermini, performer e autore under 35, e con lui Marta Ciappina, provano a fermarne oggi, 90 anni dopo, la risonanza. Il titolo della Residenza era Pozzi.
Altra domanda: si può costruire un progetto di spettacolo attorno alla classificazione delle nuvole, la loro potenza trasformativa, la complessità dell’aria e dei fenomeni atmosferici? Filippo Andreatta, performer nomadico, Davide Tomat, compositore specializzato in effetti drone-ambient, e assieme a loro quelli di OHT – Office for a Human Theatre – ne sono certi. Per cui hanno ideato Nuvolario.
Letizia Lepre Buchini – Afasia
C’è chi prova a lavorare sul tema dell’afasia per averlo attraversato nel proprio vissuto. Mentre su un piano contiguo, l’accessibilità è il principio che guida Flipper, laboratorio di Elevator Bunker, sviluppato come risposta attiva a un desiderio d’arte che scavalca i limiti delle disabilità.
Elevator Bunker – Flipper – ph Alice Durigatto
Propulsivo risulta infine il ruolo che i nuovi contest di drammaturgia possono avere nel rendere pubblico, e senza i costi di un allestimento scenico, il lavoro di chi scrive teatro. Con la loro iniziativa – Futuro Passato, dentro al festival Festil – lo fanno ad esempio Federico Bellini e l’Associazione Tinaos.
Ho riportato soltanto alcune tra le 26 esperienze di Sinapsi 2026, presentate in modo sintetico e spesso persuasivo, nel formato pitch (il lancio di una proposta in 3 minuti di video + 3 minuti di speech). Le altre potete trovarle, documentate, nel sito del Centro, appena aggiornato.
La testa, la pancia
Ma – ho cercato di dirlo in un intervento a conclusione delle due giornate – le sinapsi hanno un riferimento privilegiato, nella nostra immaginazione almeno: il cervello. La parte alta, nobile, principesca, del nostro organismo.
Da decenni sappiamo che anche un secondo cervello, regola la nostra vita, attraverso le funzioni del microbiota, milioni di batteri e altri microrganismi che hanno sede nell’intestino. La parte bassa, quella cui è adibito il lavoro sporco, ciò di cui evitiamo di parlare.
Anche quello delle performing art è un organismo. Della sua parte alta, la creatività, l’invenzione, le connessioni, si parla spesso. E si è parlato molto nelle due giornate di Sinapsi.
Fabrizio Pallara, Emanuela Dall’Aglio – D’amore – ph. Alice Durigatto
Esiste un secondo cervello anche delle performings arts, che non sono soltanto processi socio-economici. Questo altro cervello è fatto di enzimi ideali che si chiamano intelligenza emotiva, empatia, desiderio, motivazione, disperazione, riconoscimento dell’altro, inclusione o integrazione, se preferite… Sono apparse in trasparenza, in brevi lampi, nella tavolozza delle ventisei esperienze di Residenza a Villa Manin.
I bandi pubblici, i fermenti lattici
In questi ultimi anni, chi si occupa di innovazione nel campo delle performing arts, si confronta sempre più spesso e intensamente con procedure pubbliche di selezione, gli onnipresenti bandi, la più recente forma di reclutamento artistico del capitale umano. È la parte alta, quella nobile, regolamentativa.
OHT – Filippo Andreatta – Nuvolario
Della pancia del teatro, quella che orienta, quasi a loro insaputa, ciò che fanno gli artisti, le loro intuizioni, le scelte, i comportamenti, ci si occupa di meno. Anche perché non è possibile regolamentarli.
Se mi passate l’immagine, è la differenza che passa tra un farmaco e i fermenti lattici. Evidenza e documentazione clinica da una parte, un personale atto di cura, attenzione e speranza di benessere, dall’altro.
Personalmente, e forse non solo io, sento il bisogno di capire meglio il funzionamento della pancia del teatro: più in generale, delle arti performative. Altrimenti è tutto e solo questione di testa. E non basta. Affinché le idee fermentino, c’è soprattutto bisogno della pancia.
Mentre la storica sala teatrale del Drama di Lubiana attende di essere ristrutturata, a Šiška, il sobborgo industriale assai progressive della capitale slovena, si moltiplicano le attività del suo nuovo palcoscenico.
Qualche sera fa, ho visto qui l’allestimento di Un nemico del popolo: Ibsen riscritto, un secolo e mezzo dopo, da Ivica Buljan e Viktor Ivančić.
Marko Mandić e Jure Henigman – ph Toni Soprano Meneglejte
Negli autori di teatro impegnati sul piano etico, si possono sempre leggere suggestioni, se non presagi. Succede oggi, con molti dei drammi di Henrik Ibsen.
In questa prospettiva, Ivica Buljan, regista, e Viktor Ivančić, scrittore e editorialista, hanno preso in mano Un nemico del popolo (in sloveno Sovraznik Ljudstva) e lo ripropongono secondo una consolidata formula giornalistica. Una notizia buona, una cattiva.
Notizia buona. Notizia cattiva
Nell’originale, Ibsen racconta la favola etica di una depressa cittadina di provincia (come quella di Skien, Norvegia, dove l’autore era nato). Prima c’è la notizia buona. Il business delle acque termali ne ha risollevato le sorti: gli imprenditori si fanno avanti, affluiscono i capitali, il turismo decolla.
La cattiva notizia arriva pochi anni dopo: le analisi batteriologiche dicono che quelle acque sono inquinate, velenose addirittura.
Scatta allora il braccio di ferro. Tra chi dichiara che la salute pubblica non può essere sacrificata al business e chi vuole insabbiare la notizia, terrorizzato dal tracollo della promettente economia locale.
Nel suo dramma, del 1882, il drammaturgo norvegese analizzava il conflitto morale, mettendo uno di fronte all’altro il medico della città e il borgomastro (per di più, li aveva voluti fratelli).
Con i dovuti ripensamenti, il problema resta centrale. Un romanzo e uno spettacolo recenti come La ferocia di Nicola Lagioia, incrociano lo stesso tema. Non mancano, anche nella realtà italiana, casi più macroscopici di scontro tra salute e imprenditoria: l’Ilva di Taranto, la Ferriera a Trieste. Durante le fasi peggiori della pandemia Covid, lo scontro è esploso ovunque, sul piano politico e su quello istituzionale.
Ibsen era un inflessibile antagonista del conformismo sociale. Il braccio di ferro tra verità e opportunismo, e oggi tra la tutela dell’ambiente e le diverse forme del turbo-capitalismo, ha generato nel tempo molte riscritture di quel dramma.
la versione “americana”
Ci aveva messo mano, per esempio, il drammaturgo americano Arthur Miller nel tempo della caccia alle streghe maccartista (diventato anche un film con Steve McQueen). Lo aveva trasformato invece in un assemblea pubblica il regista tedesco Thomas Ostermeier.Nella Cina ultraconformista è stato addirittura proibito. Troppo antigovernativo.
Costruire il nemico
Ne può venir fuori adesso, per mano di un giornalista caustico come Ivančić, e in decenni fluidi come i nostri, anche un intreccio insolito tra satira politica e denuncia delle tentazioni autoritarie, tra forzature delle maggioranze e manipolazione dell’opinione pubblica.
È facile quindi essere d’accordo con la scelta di Ivančić e Buljan: sembra proprio il momento giusto per parlarne.
Anche perché sotto osservazione, ai tempi di Ibsen, era il crescente potere della stampa, mentre adesso sono i social a costruire e orientare un dibattito pubblico facilmente polarizzabile. Oggi come allora, comunque, la regola di chi li sa manovrare è la stessa: costruire il nemico.
Sauna Party
All’inizio, quando si apre il sipario, vanno giù allegri tutti quanti, nel sauna party che festeggia le nuove opportunità economiche, tra bottiglie di spumante e manate sul culo.
Ma basta l‘arrivo delle analisi delle acque (vibrioni, batteri, e chissà quali altre porcherie) per far crollare quell’ottimismo, dividere le fazioni, stringere le alleanze di convenienza, e opporre il dato scientifico alle opportunità del profitto.
ph Toni Soprano Meneglejte
Non ci vuole poi tanto. Le parole d’ordine della propaganda, che sobilla la vox populi, sono armi efficaci per costringere il rappresentante della scienza (il medico, interpretato da uno degli attori di punta della teatrografia di Buljan: Marko Mandić) a capitolare di fronte all’arroganza del establishment (il borgomastro, nell’interpretazione di Jure Henigman) rappresentante di tanti nostri sindaci-sceriffo, e volendo allargare il campo, del trumpismo imprenditoriale.
Due icone contrapposte, che Ibsen vedeva (anche prima della psicanalisi) appunto come fratelli in lotta.
ph Toni Soprano Meneglejte
Dire la verità. Ma a chi?
Il culmine si raggiunge quando, nel foyer della sala, Buljan lascia gli spettatori in piedi, e dà il via al dibattito pubblico. Esito scontato: la perorazione del medico soccombe a un’assemblea inferocita che lo dichiara nemico del popolo. Lui, che il popolo avrebbe voluto tutelarlo.
“Non si tratta più di sapere se un individuo abbia il diritto di opporsi alla maggioranza – dicono Buljan e Ivančić – ma di cosa succede alla verità in una società che la consente, ma allo stesso tempo la neutralizza sistematicamente“. Il che suona familiare – mi pare – in questi tempi.
Certo è che l‘arguzia giornalistica e attualizzante di Ivančić non si lascia domare dal consueto lavoro visivo e performativo di Buljan, al quale eravamo invece abituati. Stavolta, seguendo Ibsen, si dialoga, si interloquisce, si dibatte. Sediamoci e parliamo, è la ricetta con cui l’autore norvegese confezionava molto del suo teatro.
Così nei sovrabbondanti dialoghi, intessuti anche di spunti comici (tra le parole d’ordine del nazionalismo sloveno e le umoristiche boutade sull’imperialismo russo), la costruzione del nemico impiega belle tre ore per neutralizzare il residuo di una verità (in sloveno resnica) che ripetutamente rimbalza sul palcoscenico.
ph Toni Soprano Meneglejte
Nel secolo della post-verità
Ma non si spegne affatto con l’eroica chiusa ibseniana che faceva del medico un eroe dell’intransigenza: “l‘uomo più forte del mondo è quello che è più solo“. Alla verità Ibsen ci credeva. Noi un po’ di meno.
Nel tempo delle post-verità – sostiene Buljan – la verità è diventata un elemento superfluo del sistema e l’eroe, che non conosce più la politica come negoziazione, né il popolo come una complessa infrastruttura di interessi e paure, non può far altro che soccombere. Perché nemico.
Chi credeva di essersi lascato alle spalle il Novecento, secolo delle masse e delle propagande, e di aver trovato nella Rete la libertà individuale di parola, bacchetta magica delle democrazie, farà bene a ricredersi. E anche presto. I nemici oggi li costruisce proprio il Web.
La nuova sede di Drama SNG a Šiška – Lubiana
– – – – – – – – – – – – – – – – – SOVRAZNIK LJUDSTVA (NEMICO DEL POPOLO) di Henrik Ibsen e Viktor Ivančić traduzione Đurđa Strsoglavec regia Ivica Buljan con Marko Mandić, Pia Zemljič, Kaja Petrovič, Jure Henigman, Klemen Janežič, Benjamin Krnetić, Timon Šturbej, Matija Rozman, Maks Dakskobler consulenza artistica Robert Waltl dramaturg Diana Koloini scene Aleksandar Denić costumi Ana Savić Gecan musiche Mitja Vrhovnik Smrekar una produzione Teatro Nazionale Sloveno SNG Drama Ljubliana [le prossime repliche dal 23 marzo 2026]