Due giornate. Undici luoghi. Ventisei progetti in residenza. Centotrentadue artisti. Trecentosettantasette giornate di lavoro.
Chissà se bastano numeri e lettere per raccontare Sinapsi 2026, l’evento in cui si sono riassunte e confrontate le Residenze artistiche attivate negli ultimi sei mesi nel Centro di Residenza Arti Performative del Friuli Venezia Giulia.
Un hub per l’innovazione nello spettacolo dal vivo, creato congiuntamente da una Regione, il Fvg appunto, e tre imprese di questo territorio: Artisti Associati di Gorizia, Css di Udine, La Contrada di Trieste.

La sede, i tempi di pensiero, le aree di lavoro e di ricerca, trovano posto in un ambiente ideale per dare spazio alla creazione artistica. Una storica villa veneta, alle cui spalle si apre un enorme, silenzioso, meditativo parco: Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine).

Cosa ti frulla nel cervello?
Non ne sappiamo tanto, ma quel che basta sì, sul funzionamento del nostro cervello e sul suo rapporto con il resto del corpo.
Le sinapsi sono ciò che collega, le une alle altre, le cellule nervose. Difficile stabilire un numero preciso di sinapsi. Se ne stimano tra i cento e i mille trilioni. Trilioni, capite? Detti anche biliardi. Che si scrive 10 alla quattordicesima, o alla quindicesima.
Ma nel campo, assai più ristretto dello spettacolo dal vivo, già i numeri che ho trascritto sopra hanno la loro importanza. E più importanza ancora ha avuto l’occasione che li ha messi assieme. Questo evento, Sinapsi, due giornate di incontri e scambi conoscitivi, a metà marzo, a Villa Manin.
Propulsive
Già altre volte, su QuanteScene! , mi sono occupato del fattore di trasformazione che la pratica delle Residenze artistiche ha comportato, in dieci anni, dentro al sistema italiano dello spettacolo dal vivo.
Da quando cioè, lo Stato finalmente se ne è accorto e le ha riconosciute nei propri decreti ministeriali. Una propulsività, questa delle Residenze, che da allora ha dato una spinta formidabile all’evoluzione delle fasi di produzione degli spettacoli, bloccate da decenni su modelli praticati , e poi ingessati, fin all’epoca della nascita del teatro pubblico. O poco più.

Ma quel che conta è che la pratica delle Residenze ha visto riconosciuto (e quindi anche retribuito) il tempo che gli artisti dedicano alla ricerca, allo sviluppo, al fermentare della creatività.
Ciò che una volta aveva pure un nome, dépense creativa. Dépense, cioè spesa, che in francese suona anche come dispendio. Secondo alcuni pure spreco.

Sinapsi come collegamento
È una parola complessa, creatività. A volte risulta generica, a volte fin troppo articolata. Eppure, davanti ai 26 titoli che Sinapsi ha esplorato nelle sue due giornate, è stato abbastanza chiaro come e che cosa voglia dire ideare e poi realizzare un progetto di spettacolo dal vivo. Che può essere fotografato in fasi molto diverse di sviluppo e di produzione.
Quali collegamenti, appunto, la mente metta in atto tra il mondo là fuori e l’immaginazione creativa che sta dentro. Quanto sia indispensabile migliorare la relazione tra chi quell’idea l’ha avuta, gli artisti, e chi, gli operatori, con le proprie risorse materiali, può farla diventare realtà. E mostrarla – parliamo di spettacolo dal vivo – agli altri, al pubblico, ai pubblici.

La frusta e i fumetti
Una performer può presentare il risultato del suo lavoro di ricerca sull’utilizzo creativo della frusta (si chiama whip-cracking ed è una pratica, questa di Roberta Racis, che finora io non avevo mai incontrato).
Altri si ingegnano a trasformare in esperienza teatrale la scrittura e l’ironia del disegnatore Francesco Altan, faccia a faccia con la mitologia e l’eurocentrismo di Cristoforo Colombo.

Le poesie di Antonia Pozzi, suicida a 26 anni, raccontano “la troppa vita che ho nel sangue”. Possono diventare azione coreografica? Come? Michele Ermini, performer e autore under 35, e con lui Marta Ciappina, provano a fermarne oggi, 90 anni dopo, la risonanza. Il titolo della Residenza era Pozzi.
Altra domanda: si può costruire un progetto di spettacolo attorno alla classificazione delle nuvole, la loro potenza trasformativa, la complessità dell’aria e dei fenomeni atmosferici? Filippo Andreatta, performer nomadico, Davide Tomat, compositore specializzato in effetti drone-ambient, e assieme a loro quelli di OHT – Office for a Human Theatre – ne sono certi. Per cui hanno ideato Nuvolario.

C’è chi prova a lavorare sul tema dell’afasia per averlo attraversato nel proprio vissuto. Mentre su un piano contiguo, l’accessibilità è il principio che guida Flipper, laboratorio di Elevator Bunker, sviluppato come risposta attiva a un desiderio d’arte che scavalca i limiti delle disabilità.

Propulsivo risulta infine il ruolo che i nuovi contest di drammaturgia possono avere nel rendere pubblico, e senza i costi di un allestimento scenico, il lavoro di chi scrive teatro. Con la loro iniziativa – Futuro Passato, dentro al festival Festil – lo fanno ad esempio Federico Bellini e l’Associazione Tinaos.

Ho riportato soltanto alcune tra le 26 esperienze di Sinapsi 2026, presentate in modo sintetico e spesso persuasivo, nel formato pitch (il lancio di una proposta in 3 minuti di video + 3 minuti di speech). Le altre potete trovarle, documentate, nel sito del Centro, appena aggiornato.
La testa, la pancia
Ma – ho cercato di dirlo in un intervento a conclusione delle due giornate – le sinapsi hanno un riferimento privilegiato, nella nostra immaginazione almeno: il cervello. La parte alta, nobile, principesca, del nostro organismo.
Da decenni sappiamo che anche un secondo cervello, regola la nostra vita, attraverso le funzioni del microbiota, milioni di batteri e altri microrganismi che hanno sede nell’intestino. La parte bassa, quella cui è adibito il lavoro sporco, ciò di cui evitiamo di parlare.
Anche quello delle performing art è un organismo. Della sua parte alta, la creatività, l’invenzione, le connessioni, si parla spesso. E si è parlato molto nelle due giornate di Sinapsi.

Esiste un secondo cervello anche delle performings arts, che non sono soltanto processi socio-economici. Questo altro cervello è fatto di enzimi ideali che si chiamano intelligenza emotiva, empatia, desiderio, motivazione, disperazione, riconoscimento dell’altro, inclusione o integrazione, se preferite… Sono apparse in trasparenza, in brevi lampi, nella tavolozza delle ventisei esperienze di Residenza a Villa Manin.
I bandi pubblici, i fermenti lattici
In questi ultimi anni, chi si occupa di innovazione nel campo delle performing arts, si confronta sempre più spesso e intensamente con procedure pubbliche di selezione, gli onnipresenti bandi, la più recente forma di reclutamento artistico del capitale umano. È la parte alta, quella nobile, regolamentativa.

Della pancia del teatro, quella che orienta, quasi a loro insaputa, ciò che fanno gli artisti, le loro intuizioni, le scelte, i comportamenti, ci si occupa di meno. Anche perché non è possibile regolamentarli.
Se mi passate l’immagine, è la differenza che passa tra un farmaco e i fermenti lattici. Evidenza e documentazione clinica da una parte, un personale atto di cura, attenzione e speranza di benessere, dall’altro.
Personalmente, e forse non solo io, sento il bisogno di capire meglio il funzionamento della pancia del teatro: più in generale, delle arti performative. Altrimenti è tutto e solo questione di testa. E non basta. Affinché le idee fermentino, c’è soprattutto bisogno della pancia.


La creatività sta nella pancia nelle emozioni nella confusione, nella ricerca nel bisogno di dire di dare di fare….
Quanto si trova si porta al cervello l’idea e si realizza.
Fvg i fermenti….la scoperta del valore del teatro, e lo spettacolo dal vivo…non escludendo la tecnologia ma servendosi di essa , privilegiando la risorsa umana.
Complimenti, grande bella inniziativa e lavoro , Grazie a Aartistiassociati CSS La Contrada e Fvg Mandi
Grazie per il commento, Lorena. Un saluto