STORIE – Cinquant’anni di Contrada. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno quel teatro popolare…

A 50 anni esatti dal giorno in cui era nata, una mostra ripercorre l’avventura del Teatro Popolare La Contrada. La ospita a Trieste, sulle rive, Palazzo Gopcevich. Fino al 6 settembre 2026.

Orazio Bobbio  e Ariella Reggio - A casa tra un poco - La Contrada 1976
Orazio Bobbio e Ariella Reggio – A casa tra un poco – 1976

Una mostra

Una mostra, certo. Ma, dentro la mostra, anche un piccolo spazio nel quale mostrarsi. Un camerino, una stanga con abiti di scena e poi, opplà, eccoci già in palcoscenico, sotto i riflettori.

Credo di conoscere bene la storia del Teatro Popolare La Contrada. Allo spettacolo con cui inauguravano la loro cinquantennale oramai avventura di compagnia – era il 1976, era Trieste, era il Teatro Auditorium – io c’ero. Giovane magari, ma c’ero. Si intitolava A casa tra un poco. Lo avevano scritto da Roberto Damiani e Claudio Grisancich.

Fossero spettacoli in dialetto triestino, allestimenti di teatro ragazzi, produzioni da circuitazione nazionale, oppure progetti speciali, credo di averne visti una buona parte. E su tutti qualcosa ho scritto, soprattutto sulle pagine del quotidiano di Trieste, Il Piccolo.

Potrei riconoscere uno ad uno i manifesti e le locandine lungo i quali si snoda questa mostra. Potrei rievocare con esattezza quelli più importanti, o ripescare nella memoria la piccola aneddotica di quelli meno memorabili.

Eppure questo colpo di scena – il camerino, i costumi, i riflettori per un entrata in scena – non me lo sarei mai immaginato.

Il giacchetto da marinaretto

Così, visto che ero là, ho tolto dall’appendino un giacchetto da marinaretto e l’ho indossato. A malapena, perché mi stava clamorosamente stretto. E ho fatto finta anch’io di partecipare, illuminato di lato, a una di quelle marinaresche, che per anni sono state il segno distintivo della compagnia.

La Contrada 50 anni  - La mostra
Camerino e “palcoscenico”

Spettacoli che ancora rappresentano un capitolo essenziale della vicenda teatrale e culturale di questa città. Due paia di calze di seta di Vienna, Locanda grande, Maldobrie… Insomma, la lunga saga adriatica dei due dioscuri del territorio, Lino Carpinteri e Mariano Faraguna.

Chi era con me, e non conosceva la storia della compagnia, ha scovato tra gli abiti una vestaglia a fiori, un boa di piume di struzzo, un elegante abito fin de siècle, e si è inventata un personaggio di Cechov, o una dolce signorina schnitzleriana, o una femme fatale. Piombando anche lei, sotto i riflettori, in mezzo alla lista di titoli, italiani, russi, austriaci, inglesi o americani, che accanto ai titoli del territorio, compongono la teatrografia completa della Contrada.

La Contrada 50 anni  - La mostra

Teatro ragazzi

Senza dimenticare le produzioni di quel teatro-ragazzi che, proprio a metà degli anni Settanta, cominciava a spiccare il volo, e che una intuitiva decisione di compagnia consolidò allora grazie a titoli di forte richiamo giovanile. Marcovaldo, Marionette in libertà, C’era due volte il barone Lamberto…

C'era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari - Moser, Amodeo, Plos, Giagodi
C’era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari – Moser, Amodeo, Plos, Giagodi

Per un pubblico che li avesse visti tutti (gli abbonati a Trieste sono molto molto fedeli) oppure ne avesse trascurato qualcuno, lo svelto catalogo che accompagna la mostra riporta tutti quei titoli. Anche con molte fotografie, nel bianco e nero dell’epoca, poi naturalmente a colori.

Tra gli scatti primeggia, per forza di cose, il volto di Ariella Reggio. Era tra i quattro fondatori della Contrada, riuniti un pomeriggio d’aprile nello studio di un notaio, per dare vita e ufficialità a quel loro desiderio di andare in scena.

La Contrada 50 anni - Ariella Reggio e Livia Amabilino il giorno dell'inaugurazione
Ariella Reggio e Livia Amabilino, il giorno dell’inaugurazione della mostra

Tre di loro, Orazio Bobbio, Lidia Braico, Francesco Macedonio, oggi non ci sono più, ma Ariella, che a settembre festeggerà i 90 anni, nel frattempo è diventa super-icona del teatro, in questa città e non solo. La più amata.

Per tornare indietro, assieme con lei, riporto più sotto un’intervista che combinammo dieci anni fa, in occasione del quarantennale. Allora Reggio raccontava come ebbe inizio una storia che ancora rimane avventurosa.

– – – – – – – – – – – –
LA CONTRADA
50 anni e oltre

curatela Livia Amabilino, Mario Bobbio, Andrea Stanisci
allestimento Diego Fantoma e Nathan Villa
costruzioni Bruno Guastini e Francesco Orrendo
grafiche Mario Bobbio
video Maurizio Bressan
Comune di Trieste, assessorato alle politiche della Cultura e del Turismo
con il sostegno di Fondazione CRTrieste, Camera di Commercio di Trieste e Gorizia, Regione Friuli Venezia Giulia, Ministero della Cultura, BCC Venezia Giulia

La Contrada 50 anni  - Manifesto

– – – – – – – – – – – –

Ariella Reggio racconta: “Che fatica, ragazzi. Ma così inventammo La Contrada”

intervista di Roberto Canziani

TRIESTE – “Erano anni incredibili. Fatiche tante, soddisfazioni poche, almeno all’inizio. Oggi nessuno ci crederebbe, ma allora, nel ’76, non c’erano né email né telefonini. E il teatro si faceva …con i gettoni”.

Ariella Reggio
Ariella Reggio

A quarant’anni dalla fondazione, Ariella Reggio ritorna con la memoria ai giorni in cui nacque La Contrada. Al tempo dei gettoni del telefono. “Ricordo Orazio Bobbio, con il costume di scena addosso, ancora truccato, che raggiunge la prima cabina telefonica nei dintorni, da là chiama tutta l’Italia e prova a vendere i nostri primi spettacoli. Non so dire se eravamo più ingenui o più incoscienti”.

Maggio ’76. Il mese del terremoto in Friuli fu anche il mese in cui vide la luce quel “teatro popolare” che nelle intenzioni dei suoi fondatori – tre attori e un regista: Orazio Bobbio, Ariella Reggio, Lidia Braico e Francesco Macedonio – voleva rappresentare l’alternativa al monopolio teatrale dello Stabile del Friuli Venezia Giulia.

E i gettoni?

“Per un po’ andammo avanti con i gettoni del telefono. Più tardi riuscimmo a trovare un piccolo ufficio in affitto. E ci concedemmo un telefono vero. Da quel momento fu Renata Camillucci a chiamare i teatri. Riusciva a convincerne parecchi: i nostri spettacoli cominciarono a piacere, la nostra impresa cominciò piano piano a decollare. Non so se fu pazzia. O la grande incoscienza che ci mettevamo: creare un teatro dal nulla”.

Volle anche dire inventarsi un mestiere nuovo.

“Sì, perché fino ad allora eravamo stati attori scritturati. In quel momento diventavamo invece imprenditori. E dovevamo sapere fare tutto. Ricordo ad uno ad uno i camion che ho scaricato, i tubi Innocenti che ho spostato. E poi la burocrazia, le carte, i permessi. Soprattutto i debiti”.

Ne faceste tanti.

“Li facemmo e li ripagammo. Il mio papà e la mamma di Orazio ne sapevano qualcosa. Ma erano tutte scoperte per noi. Tenevo i conti proprio io, che per i conti sono negata, e ci non dormivo la notte. Orazio, più incosciente, dormiva invece tranquillo”.

Francesco Macedonio lo chiamava il “periodo romantico” della Contrada.

“Ad essere romantici eravamo solo noi, perché i tempi davvero duri. Pensare che mentre allestivamo il nostro primo spettacolo, “A casa tra un poco”, arrivò il terremoto”.

Proprio durante le prove.

“Provavamo negli spazi di un Centro di Salute Mentale e quella sera, il grande scossone che arrivò all’improvviso, noi lo attribuimmo ai ricoverati che stavano nelle stanze sopra le nostre teste. ‘Che gli avrà preso stasera?’ si chiese Macedonio. Ma capimmo subito la portata di quella tragedia”.

Lo spettacolo debuttò, due settimane dopo, all’Auditorium.

“Non era uno spettacolo allegro. Parlava dello sciopero generale del 1902, a sostegno dei fuochisti del Lloyd Triestino che chiedevano condizioni di lavoro più umane. Assieme agli autori, Damiani e Grisancich, avremmo voluto dare al dialetto una dignità diversa, un ruolo drammatico rispetto al versante comico, che aveva decretato il successo delle “prime” Maldobrìe, quelle che pochi anni prima avevano portato al Politeama Rossetti più di diecimila abbonati”.

Non c’è autore che tenga: al dialetto si addice il comico.

“Orazio aveva un fiuto speciale. Per anni continuò a ripetere due cose. La prima era: dobbiamo dare un tetto alla nostra compagnia. E a forza di chiacchiere e di persuasione riuscì a convincere la signora Spadoni, che era la proprietaria del Cinema Cristallo, ad affittarci al sala. Altrimenti chissà, sarebbe diventato un supermercato. Ancora debiti, comunque. Ma La Contrada aveva finalmente una casa. E i primi 186 abbonati”.

La seconda cosa che stava a cuore a Bobbio?

“Diceva: è il dialetto la nostra strada. Qualche anno dopo scoprì il testo che avrebbe cambiato la storia della compagnia. Gli era capitato tra le mani un vecchio vaudeville francese, “Le sorprese del divorzio”. Lo portò da Carpinteri & Faraguna. ‘Se ne può ricavare qualcosa’ dissero i due in coro. E nacquero le famose “Due paia di calze di seta di Vienna”. Un successo di cui non ci capacitavamo. I triestini accorsero in massa. Non credevamo ai nostri occhi quando la fila per i acquistare i biglietti raggiunse perfino Piazza Perugino, distante duecento metri”.

Da quel momento la commedia in dialetto è diventata un punto fermo in Contrada. Ogni anno un titolo.

“Abbiamo tentato anche altre strade: testi contemporanei come “Tango viennese” di Peter Turrini, che mi piacerebbe tanto riportare in scena, o “Buonanotte mamma” di Marsha Norman , un ruolo drammatico che mi ha dato molte soddisfazioni. Ma è il dialetto che va naturalmente incontro al pubblico. E il pubblico si fida noi”.

riella Reggio e Marcela Serli - Buonanotte mamma
Ariella Reggio e Marcela Serli – Buonanotte mamma – 2011

[intervista pubblicata sul quotidiano di Trieste Il Piccolo, 9 maggio 2016]

La vecchia volpe, la giovane faina, i loro stupidi intenti


Una vecchia volpe insegna a una giovane faina il mistero grande della scrittura. Nel farlo le trasmette pure la consapevolezza della morte, grande e misteriosa anch’essa. Che cosa farà la faina di quell’attributo umano?

Paolocà e Leonardo Capuano - i miei stupidi intenti
Gabriele Paolocà e Leonardo Capuano – I miei stupidi intenti – ph Masiar Pasquali

Un giovane uomo

Davvero può – mi chiedevo – un giovane uomo, 25 anni, porsi problemi tanto impegnativi. Rivolgere domande e tentare soluzioni sulle quali filosofia, scienza, religione, indagano da millenni. Che cosa sia la morte. Quanto permane in noi dell’istinto animale. Che rapporto c’è tra civilizzazione e scrittura. Il significato di Dio.

Me lo chiedevo nella confortevole sala di LAC – Lugano Arte e Cultura – dove alcuni giorni fa ho visto debuttare la versione teatrale di I miei stupidi intenti, diBernardo Zannoni, romanzo che nel 2022 ha vinto il premio Campiello, e poi molti altri riconoscimenti. Prima di diventare, adesso, uno spettacolo che girerà l’Italia.

Allegorie

A 25 anni, al proprio romanzo d’esordio, quelle sono domande che si possono fare, se in letteratura si trova la chiave per liberarsi dagli impicci di tanta cultura occidentale e tentare qualche altra strada.

Zannoni romanziere l’aveva trovata, nello scegliere la formula che da altrettanti millenni dà vita all’allegoria. Raccontare gli uomini attraverso gli animali: una vecchia volpe, una giovane faina, un cane, un istrice, una lince… E attorno a loro, la profondità cupa di una tana nel bosco.

I miei stupidi intenti - Zannnoni - Sellerio

Di volpi astute avevano già narrato Esopo e Fedro. Una, l’aveva delicatamente ritratta Saint-Exupéry nel Piccolo principe. Ma l’animale che in maniera più stretta, per consapevolezza e malinconia, si avvicina alla volpe sapiente di Zannoni, è quella scimmia, umanizzatasi e diventata un ossequiato oratore, che Franz Kafka fa parlare nella lectio magistralis di Relazione per un’Accademia.

Anche in quella scimmia era cresciuto lo stupido intento di farsi uomo. Anche in lei si era accesa la consapevolezza crudele della morte. Ci sarà un senso, un benessere – si chiedeva Kafka, come si chiede Zannoni – nel cercare di andare oltre la propria natura?

Qui siamo a teatro, e nello spettacolo che Gabriele Paolocà e Michele Altamura, assieme alla drammaturg Linda Dalisi, hanno tratto dal romanzo di Zannoni, il gioco tra natura e cultura si ribalta ancora. Sono uomini – attori, visto c’è una attrice sola (Arianna Scommegna, per tutti i ruoli femminili) – a dare corpo a quegli animali il cui linguaggio sarebbe prerogativa umana.

Le fiabe, le paure

E quanti significati fiabeschi e morali si agitano nella nostra testa mentre vediamo Volpe (Leonardo Capuano) sillabare per Faina (Gabriele Paolocà) i segni di un alfabeto, tracciato prima col sangue, poi con il succo delle bacche.

Quante paure si scatenano in noi, mentre la silhouette minacciosa di Lince si profila all’ingresso della tana. Quale sapienza animale si riversa nell’enciclopedia delle piante e delle erbe che Istrice (Michele Altamura) finirà con il comporre grazie alla parola. E quante delle nostre storie riconosciamo in Cane (Jonathan Lazzini) che si adatta, domesticamente, ai più ingrati lavori.

ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Certo l’immaginario dello spettatore è sollecitato da tanti rimandi. Più di quanto non facciano la pur imponente scenografia (Daniele Spanò), o le luci (Giulia Pastore), o il commento sonoro (di Demetrio Castellucci). Più di quanti non riescano ad attivare la forma dialogica e i monologhi che – scavalcato il debutto – dovranno pure trovare un ritmo più svelto, attrattivo.

Di mio, io c’ho visto perfino i filmati di certe videotrappole che spiano e registrano i movimenti notturni degli animali nel bosco, la loro vita segreta, l’agire istintivo, animalescamente crudele.

Un’esistenza animale

Raccoglie i fili di tutte le queste storie, custodite nel prezioso libro di Volpe, un narratore (Giuseppe Cederna). Perché la giovane faina è oramai diventa anziana, e manovra magistralmente i meccanismi della parola. Allertandoci (adesso che siamo qui, a teatro) anche sulla punteggiatura.

Giuseppe Cederna - I miei stupidi intenti
Giuseppe Cederna

Ma se la scrittura porta conoscenza ed esige trasmissione, quanto è astuto, per un animale, e quanto per lui è doloroso, lo stupido intento di andare oltre la propria natura? Conoscere il tempo. Imparare che si muore.

E quindi – ragiona l’anziana faina – “Ti insegnerò tutto quello che so, ma non ti parlerò mai di Dio, né della morte. Ti salverò, ti lascerò un’esistenza da animale”.

È il punto di contrasto, il più sottile, delle pagine dell’allora 25enne Zannoni. Su quanto la scrittura sia nociva agli uomini, qualcosa aveva già detto Platone.

ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Castelli di produzione

Si ripete con I miei stupidi intenti la perseveranza che aveva già spinto Altamura, Dalisi e Paolocà a trasporre a teatro un romanzo italiano contemporaneo, altrettanto stratificato, per quanto molto diverso: La Ferocia di Nicola Lagioia.

Allora, li avevano ripagati il conforto di ben quattro Premi Ubu 2024, e l’imponente castello produttivo, con cui si misurano di nuovo.

Stavolta VicoQuartoMazzini (la loro company) mette a profitto una co-produzione con LAC Lugano Arte e Cultura, il Piccolo di Milano, il Teatro di Genova, lo Stabile dell’Umbria e ancora i liguri Scarti. La tournée si annuncia lunga.

Gabriele Paolocà, Michele Altamura - VicoQuartoMazzini
Gabriele Paolocà, Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

– – – – – – – – – – – – – – – – –
I MIEI STUPIDI INTENTI
dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio editore)

ideazione VicoQuartoMazzini
drammaturgia Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
con (in ordine alfabetico) Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna
scena Daniele Spanò
costumi Aurora Damanti
luci Giulia Pastore
musica originale Demetrio Castellucci
co-produzione LAC Lugano Arte Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova

fino al 26 aprile, I miei stupidi intenti è al Teatro Gustavo Modena di Genova. La tournée prosegue, il 29 e 30 aprile al Teatro Verdi di Pordenone .

FESTIVAL 2026. L’estate del vostro contento

Dopo le schiarite di inizio aprile, sempre più soleggiata si distende l’estate dei festival di teatro.

Camilla Montesi a Sanratcangelo  - ph pietrobertora
Camilla Montesi a Sanratcangelo – ph pietrobertora

Cartelloni, programmi, iniziative e rispettive date, continuano a essere presentate in capoluoghi di provincia, città, paesi, paesini che, insieme, danno forma alla rete italiana che mette assieme turismo e spettacolo dal vivo. Un connubio che ha dato visibilità e notorietà a molti luoghi, forse difficili da trovare sulle mappe, ma rinomati per la manifestazione che li caratterizza.

Località minuscole magari – Dro, Monticchiello, Polverigi, San Ginesio, solo per fare alcuni nomi – piccoli borghi emersi dalle topografie proprio grazie ai progetti e agli spettacoli che accolgono. Nelle maggiori città, d’altra parte, i festival rivitalizzano i mesi estivi, solitamente segnati dagli esodo per le vacanze.

Fin dall’inizio di questo mese, QuanteScene! dà conto delle principali manifestazione che costellano la penisola. Quelle, perlomeno, che stimolano la curiosità di chi ora sta scrivendo questa nota e che, imbracciate pinne, fucile e occhiali, disegnerà tra non molto le proprie, personalissime, mappe.

Per tenervi aggiornati sui più recenti annunci parto quest’oggi da Nord, più esattamente dal Nordest del Friuli, per arrivare al Sud, non quello più estremo, insulare, ma certo un Sud parecchio meridionale: la Calabria.

Mittelfest a Cividale del Friuli

Proprio ieri, a conclusione del suo secondo mandato da direttore, Giacomo Pedini, ha presentato l’edizione 2026 di di Mittelfest, l’ultima da lui programmata.

Un festival che all’estremo oriente d’Italia, Cividale del Friuli, da 35 edizioni, volge lo sguardo a ciò che le performing arts sviluppano sui palcoscenici nell’Europa Centrale. L’edizione 2026 si svolgerà tra il 16 e il 26 luglio, preceduta, tra 14 e 17 maggio da Mittelyoung, che agli stessi territori guarda, ma con il filtro degli under 30.

Sul sito del festival cividalese, che quest’anno si è dato come tema portante la Paura, si possono già consultare entrambi i programmi (link al sito). E visto che spesso capita, evitare i tutto esaurito, acquistando fin d’ora i biglietti.

Pergine Festival in Trentino

Ha traguardato, lo scorso anno, le cinquanta edizioni il festival che dalle sponde di un lago alpino, lancia anche quest’anno le sue proposte. Dal 2023, a imprimere una svolta decisiva alla programmazione c’èla direzione di Babilonia Teatri.

Screenshot

Geografie Umane – il titolo di questa edizione – si svolgerà tra 27 giugno e 11 luglio . “Quando il cielo si fa più scuro, l’arte non arretra. Si alza. Si tende. Si lascia guidare e allo stesso tempo guida. Invita ad alzare lo sguardo” dicono Enrico Castellani e Valeria Raimondi, che hanno scelto questa immagine per il programma 2026. Sarà disponibile online a partire dal 14 maggio, con una offerta “plurale, comunitaria e intergenerazionale”. Intanto, già ieri, Licia Lanera ha fatto sua un’anticipazione, dando avvio al proprio The Black’s Tales Tour estivo.

Santarcangelo di Romagna

Sempre atteso, anche per una lunga e gloriosa storia che parte dal teatro di piazza arriva alle recenti edizioni curate da Tomasz Kireńczuk, anche Santarcangelo Festival si appresta a presentare il cartellone 2026. Il programma va dal 3 al 12 luglio.

Lascio qui il link alla home page dove, appena ufficializzata, il prossimo 19 maggio, si potrà scorrere la nuova programmazione

Primavera dei Teatri a Castrovillari

Avamposto primaverile di un teatro che fiorirà poi nel resto dalla penisola, il festival diretto da Saverio La Ruina e Dario De Luca conta una numerosa schiera di fedelissimi. Spettatori e osservatori, come del resto il sottoscritto, disposti a macinarsi centinaia di chilometri per arrivare sotto il calabrese Monte Pollino, con la soddisfazione però di puntare sempre lo sguardo su nuove creazioni.


Questa edizione è dedicata a Laura Palmieri, Giancarlo Cauteruccio e Goffredo Fofi, figure scomparse da poco e che, in modi diversi e profondi – dicono i due direttori – “hanno intrecciato il proprio percorso umano e intellettuale con quello di Primavera dei Teatri, condividendone nel tempo visione, tensione etica e responsabilità culturale”.

Come risulta chiaro, gli appuntamenti del festival si snodano tra il 26 il 31 maggio. Il sito è ancora in aggiornamento, ma non mi è difficile trascrivervi qui sotto il comunicato stampa che lo anticipa.

[dal comunicato stampa]

26 MAGGIO

Il festival si apre come un attraversamento simultaneo di tre nuclei di ricerca. Al Teatro Sybaris la restituzione della residenza di Principio Attivo Teatro e Drama Teatro con Nervo Vago porta in superficie una scrittura scenica che lavora sulla fragilità percettiva del presente, mettendo al centro il dispositivo attoriale e la sua instabilità.

27 MAGGIO

Al Teatro Vittoria la restituzione della residenza coreografica di Aurelio Di Virgilio con Scented Panther prosegue questa indagine nei territori del corpo, tra esposizione e costruzione di immaginario. Al Teatro San Girolamo, in anteprima nazionale, Luna Cenere con Agape apre un lessico coreografico che interroga la prossimità, la relazione e la tensione tra gesto e comunità, inscrivendo la danza dentro una dimensione politica dello stare insieme.

La giornata si articola come una mappa mobile. Al Castello Aragonese la restituzione della residenza di Maria Chiara Pederzini con Carmen si misura con la riscrittura del mito, lavorando sulle sue stratificazioni simboliche e corporee.

Al Teatro Sybaris Rossella Pugliese, autrice e interprete, presenta PapàVeri sempre in piedi, una partitura scenica che affonda nella materia opaca del legame filiale, tra colpa, rimozione e un bisogno ostinato di riscatto, mentre al Teatro Vittoria Maiali rosa volanti di e con Giulia Carrara attraversa il quotidiano come dispositivo di deviazione e slittamento. Al Teatro San Girolamo – in anteprima nazionale – Daniela Vitale con Untitled n°22 insiste su una pratica coreografica che si sottrae alla nominazione definitiva. Il lavoro di Teatro delle Ariette, Noi siamo un minestrone, porta il discorso sul terreno della convivenza: un’esperienza condivisa in cui la scena si costruisce come gesto alimentare, relazione diretta e comunità temporanea.

28 MAGGIO

La giornata insiste sulla disseminazione. Teatro delle Ariette torna con due repliche di Noi siamo un minestrone, spostando il teatro nella dimensione del tempo lungo e della prossimità fisica tra artiste, artisti e pubblico.

Al Teatro San Girolamo Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa con Sutta Scupa propongono – in prima nazionale – un nuovo allestimento a distanza di vent’anni, attraversando le tensioni della lingua e della memoria, mentre al Teatro Vittoria Bambole da Collezione di Erika Fusini — prima nazionale — vede protagonista una compagine tutta al femminile di artiste giovanissime: autrice, regista e cinque attrici lavorano insieme su una grammatica dell’identità esposta e costruita. Filippo Andreatta con Nuvolario/Elena – in anteprima – apre una riflessione sul dispositivo scenico come architettura percettiva e ambientale. La giornata si chiude al Giardino Emi’s Bakery con il concerto di Marco Russo, che riporta il suono dentro la trama del festival come ulteriore forma di scrittura.

29 MAGGIO

Il rapporto tra forma e dissoluzione diventa centrale. Al Teatro Vittoria Mario Perrotta, autore, regista e interprete, presenta — in prima nazionale — Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, lavorando sulla reiterazione come dispositivo critico dell’identità. Al San Girolamo Scena Verticale presenta KR70M16 – Naufrago senza nome di e con Saverio La Ruina e con Dario De Luca, Cecilia Foti, musiche Gianfranco De Franco, costruendo una stratificazione di segni, memoria e presenza che insiste sulla responsabilità della testimonianza.

Al Teatro Sybaris – in prima nazionale – Roberto Rustioni con Nada del amor me produce envidia, con protagonista Silvia D’Amico, continua questa linea di disarticolazione del discorso sentimentale presentando per la prima volta in Italia il testo di Santiago Loza, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo argentino le cui opere, acclamate nei principali festival internazionali, intrecciano cinema e teatro in un linguaggio originale. La giornata si apre e si chiude nel suono con il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery, controcampo ritmico dell’intero programma.

30 MAGGIO

La scrittura scenica si fa esplicitamente politica nella sua forma quotidiana. Al Teatro San Girolamo, Scena Verticale presenta in prima nazionale Le Tre Cicoriane, spettacolo che completa la trilogia sulla fiaba calabrese di Dario De Luca, mantenendo una tensione costante tra radicamento territoriale e costruzione drammaturgica, e affrontando, in filigrana ma con incisività, il tema della violenza di genere.

IN prima nazionale, al teatro Vittoria, i Quotidiana.com con Vorrei morire non so come fare, sviluppano una scrittura scenica di forte rigore formale, capace di rovesciare le attese e di aprire prospettive inattese su una materia che riguarda in modo radicale l’esperienza umana, trattata con uno sguardo lucido e spiazzante, attraversando la soglia tra vita e rappresentazione con una tensione insieme analitica e disincantata.

Al Sybaris – in prima nazionale – Ivonne Capece con Casa di bambola rilegge il classico attraverso una lente di frattura contemporanea, insistendo sul dispositivo attoriale come campo di crisi. Anche qui il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery torna come elemento di continuità sonora, quasi a segnare una respirazione collettiva del festival.

31 MAGGIO

La giornata conclusiva si apre con una concentrazione dei processi. Alla Sala Varcasia la restituzione della residenza di Cecilia Foti con La Questione dell’imbuto si colloca dentro il farsi stesso della scrittura scenica, rendendo visibile il suo statuto instabile.

Al Teatro San Girolamo Ateliersì con Armande sono io! — progetto che intreccia drammaturgia, regia e interpretazione in una dimensione autoriale condivisa, a partire da un testo di Carla Lonzi sul femminismo, che indaga le relazioni tra il movimento delle Preziose del XVII secolo e l’opera di Molière — con ideazione e regia di Fiorenza Menni, lavora sulla costruzione dell’identità come spazio plurale. Al Teatro Vittoria Dino Lopardo, autore e interprete, con Rigetto, in anteprima nazionale, porta il discorso su una soglia di resistenza corporea e linguistica. Al Teatro Sybaris il duo Fettarappa/Guerrieri con Scemi del Villaggio — in anteprima nazionale — chiude il percorso attraversando la figura del disallineamento come possibilità critica e politica dello sguardo.

La primavera dà il via all’estate. Quella dei festival 2026

Cominciano a fiorire in rete, e non solo, annunci, notizie e presentazioni che anticipano l’estate dei festival 2026. Quelli di teatro, quelli che QuanteScene! segue con più attenzione.

Ho scritto altre volte su questo blog, che la forma assunta dai festival nell’ultimo decennio, assieme alla pratica delle residenze creative e all’attività dei concorsi di drammaturgia, rappresentano un contributo forte alla trasformazione (e in meglio!) del sistema teatrale italiano e dei suoi modi di produzione, di programmazione, di comunicazione.

Lo dimostra, inoltre, l’attenzione che i media stanno rivolgendo ai lanci che da nord a sud si sono intensificati in queste settimane.

Dal settentrione di Mittelfest a Cividale del Friuli (tra 16 e 26 luglio) al meridione di Primavera dei Teatri a Castrovillari in Calabria (tra 26 e 31 maggio). Dai siti e città monumentali : Siracusa (a partire dall’ 8 maggio), Pompei (tra 18 giugno e 12 luglio), Ravenna (tra 5 e di maggio), alle manifestazioni emerse nell’ultima manciata d’anni.

Qui sotto, una veloce perlustrazione sui festival 2006, almeno quelli appena presentati.

Le pietre antiche e il loro pubblico

Una ragione c’è, se i teatri antichi, di cui l’Italia è custode ma anche intensa stimolatrice – più della Grecia sicuramente – sono un epicentro estivo importante.

Non solo per l’attrazione turistica, che a Pompei va addirittura regolamentata. Ma per il fatto che mettere in scena in quegli spazi – esatti – quel teatro che là ebbe origine (o quasi) crea un cortocircuito speciale.

Quando i testi classici sono veramente classici, passato e presente si avvitano dentro di loro. E anche se sono di pietra, come specchi, quei teatri riflettono le domande del pubblico di oggi, i nostri dubbi attuali.

Ecco perché attorno ai temi della guerra, dei rifugiati, dei sacrifici, si concentrano i due festival che, luminosamente, ridanno vita presente a quelle pietre, greche e romane.

Il Teatro Greco di Siracusa
Il Teatro Greco di Siracusa

Siracusa

Uno è quello che per la 61esima stagione si tiene al Teatro Greco di Siracusa e quest’anno ha in programma Alcesti di Euripide (regia di Filippo Dini, dall’8 maggio), Antigone di Sofocle (regia di Robert Carsen, dal 9 maggio), I Persiani di Eschilo (regia di Alex Ollè, dal 13 giugno) e inoltre, Iliade, una riduzione anche coreografica dal poema omerico (regia di Giuliano Peparini, dal 13 aprile).

Sul sito ufficiale della Fondazione I.N.D.A. si possono trovare date e approfondimenti.

Pompei

Altrettanto vale per Pompeii Theatrum Mundi, alla nona edizione, ospitato nel Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei.

Alle repliche di due delle tragedie allestite a Siracusa, I Persiani (dal 10 al 12 luglio), Alcesti (dal 3 al 5 luglio), il festival antepone Le Baccanti di Euripide (con la regia di Theodoros Terzopoulos, dal 18 al 20 giugno) e L.A.V.A. coreografia triplice di Emio Greco, Pieter C. Scholten e RobertoZappalà (il 26 e 27 giugno).

Festival 2026 - Pompei Theatrum Mundi

Il rimando per date e approfondimenti è al sito del Teatro di Napoli.

Geografie del contemporaneo

Altra manifestazione focalizzata sul teatro antico è quella che si tiene a Veleia (in provincia di Piacenza), cui la Bottega XNL di Paola Pedrazzini e il regista Leonardo Lidi stanno dando una nuova impronta. Medea dello stesso Lidi è in programma dal 19 al 21 giugno (vedi il sito in aggiornamento).

Orientati invece verso la scrittura scenica contemporanea sono altri festival: una diversa e più ampia costellazione, ragionata e interessante, che copre l’intera penisola.

Ravenna

Alla sua nona edizione, Polis Teatro Festival, che si svolge a Ravenna, propone la formula di ricognizione geografica che particolare fortuna ha avuto negli anni scorsi. Quando l’internazionalità (area balcanica, poi germanica, quindi iberica) è stato il motore della programmazione, curata da ErosAntEros.

Con gli stessi intenti, di sviluppa anche il festival 2026, in calendario tra 5 e il 10 maggio, con più di 30 eventi che danno spazio a ospiti Nordic, provenienti cioè da Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca.

Festival 2026 - Focus a Ravenna

Sul sito della manifestazione ravennate è visibile il cartellone completo, con approfondimenti.

… e in altri luoghi

Via via che ne verranno ufficializzati i programmi, QuanteScene! vi terrà informati anche sugli altri Festival 2026, quelli storici, quelli strani, quelli che guardano avanti, la maggior parte di quelli che andranno a completare le geografie teatrali di questa estate. Tornate su queste pagine, che è un buon consiglio.

En attendat Santarcangelo 2026
En attendat Santarcangelo 2026