A 50 anni esatti dal giorno in cui era nata, una mostra ripercorre l’avventura del Teatro Popolare La Contrada. La ospita a Trieste, sulle rive, Palazzo Gopcevich. Fino al 6 settembre 2026.

Una mostra
Una mostra, certo. Ma, dentro la mostra, anche un piccolo spazio nel quale mostrarsi. Un camerino, una stanga con abiti di scena e poi, opplà, eccoci già in palcoscenico, sotto i riflettori.
Credo di conoscere bene la storia del Teatro Popolare La Contrada. Allo spettacolo con cui inauguravano la loro cinquantennale oramai avventura di compagnia – era il 1976, era Trieste, era il Teatro Auditorium – io c’ero. Giovane magari, ma c’ero. Si intitolava A casa tra un poco. Lo avevano scritto da Roberto Damiani e Claudio Grisancich.
Fossero spettacoli in dialetto triestino, allestimenti di teatro ragazzi, produzioni da circuitazione nazionale, oppure progetti speciali, credo di averne visti una buona parte. E su tutti qualcosa ho scritto, soprattutto sulle pagine del quotidiano di Trieste, Il Piccolo.
Potrei riconoscere uno ad uno i manifesti e le locandine lungo i quali si snoda questa mostra. Potrei rievocare con esattezza quelli più importanti, o ripescare nella memoria la piccola aneddotica di quelli meno memorabili.
Eppure questo colpo di scena – il camerino, i costumi, i riflettori per un entrata in scena – non me lo sarei mai immaginato.
Il giacchetto da marinaretto
Così, visto che ero là, ho tolto dall’appendino un giacchetto da marinaretto e l’ho indossato. A malapena, perché mi stava clamorosamente stretto. E ho fatto finta anch’io di partecipare, illuminato di lato, a una di quelle marinaresche, che per anni sono state il segno distintivo della compagnia.

Spettacoli che ancora rappresentano un capitolo essenziale della vicenda teatrale e culturale di questa città. Due paia di calze di seta di Vienna, Locanda grande, Maldobrie… Insomma, la lunga saga adriatica dei due dioscuri del territorio, Lino Carpinteri e Mariano Faraguna.
Chi era con me, e non conosceva la storia della compagnia, ha scovato tra gli abiti una vestaglia a fiori, un boa di piume di struzzo, un elegante abito fin de siècle, e si è inventata un personaggio di Cechov, o una dolce signorina schnitzleriana, o una femme fatale. Piombando anche lei, sotto i riflettori, in mezzo alla lista di titoli, italiani, russi, austriaci, inglesi o americani, che accanto ai titoli del territorio, compongono la teatrografia completa della Contrada.

Teatro ragazzi
Senza dimenticare le produzioni di quel teatro-ragazzi che, proprio a metà degli anni Settanta, cominciava a spiccare il volo, e che una intuitiva decisione di compagnia consolidò allora grazie a titoli di forte richiamo giovanile. Marcovaldo, Marionette in libertà, C’era due volte il barone Lamberto…

Per un pubblico che li avesse visti tutti (gli abbonati a Trieste sono molto molto fedeli) oppure ne avesse trascurato qualcuno, lo svelto catalogo che accompagna la mostra riporta tutti quei titoli. Anche con molte fotografie, nel bianco e nero dell’epoca, poi naturalmente a colori.
Tra gli scatti primeggia, per forza di cose, il volto di Ariella Reggio. Era tra i quattro fondatori della Contrada, riuniti un pomeriggio d’aprile nello studio di un notaio, per dare vita e ufficialità a quel loro desiderio di andare in scena.

Tre di loro, Orazio Bobbio, Lidia Braico, Francesco Macedonio, oggi non ci sono più, ma Ariella, che a settembre festeggerà i 90 anni, nel frattempo è diventa super-icona del teatro, in questa città e non solo. La più amata.
Per tornare indietro, assieme con lei, riporto più sotto un’intervista che combinammo dieci anni fa, in occasione del quarantennale. Allora Reggio raccontava come ebbe inizio una storia che ancora rimane avventurosa.
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LA CONTRADA
50 anni e oltre
curatela Livia Amabilino, Mario Bobbio, Andrea Stanisci
allestimento Diego Fantoma e Nathan Villa
costruzioni Bruno Guastini e Francesco Orrendo
grafiche Mario Bobbio
video Maurizio Bressan
Comune di Trieste, assessorato alle politiche della Cultura e del Turismo
con il sostegno di Fondazione CRTrieste, Camera di Commercio di Trieste e Gorizia, Regione Friuli Venezia Giulia, Ministero della Cultura, BCC Venezia Giulia

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Ariella Reggio racconta: “Che fatica, ragazzi. Ma così inventammo La Contrada”
intervista di Roberto Canziani
TRIESTE – “Erano anni incredibili. Fatiche tante, soddisfazioni poche, almeno all’inizio. Oggi nessuno ci crederebbe, ma allora, nel ’76, non c’erano né email né telefonini. E il teatro si faceva …con i gettoni”.

A quarant’anni dalla fondazione, Ariella Reggio ritorna con la memoria ai giorni in cui nacque La Contrada. Al tempo dei gettoni del telefono. “Ricordo Orazio Bobbio, con il costume di scena addosso, ancora truccato, che raggiunge la prima cabina telefonica nei dintorni, da là chiama tutta l’Italia e prova a vendere i nostri primi spettacoli. Non so dire se eravamo più ingenui o più incoscienti”.
Maggio ’76. Il mese del terremoto in Friuli fu anche il mese in cui vide la luce quel “teatro popolare” che nelle intenzioni dei suoi fondatori – tre attori e un regista: Orazio Bobbio, Ariella Reggio, Lidia Braico e Francesco Macedonio – voleva rappresentare l’alternativa al monopolio teatrale dello Stabile del Friuli Venezia Giulia.
E i gettoni?
“Per un po’ andammo avanti con i gettoni del telefono. Più tardi riuscimmo a trovare un piccolo ufficio in affitto. E ci concedemmo un telefono vero. Da quel momento fu Renata Camillucci a chiamare i teatri. Riusciva a convincerne parecchi: i nostri spettacoli cominciarono a piacere, la nostra impresa cominciò piano piano a decollare. Non so se fu pazzia. O la grande incoscienza che ci mettevamo: creare un teatro dal nulla”.
Volle anche dire inventarsi un mestiere nuovo.
“Sì, perché fino ad allora eravamo stati attori scritturati. In quel momento diventavamo invece imprenditori. E dovevamo sapere fare tutto. Ricordo ad uno ad uno i camion che ho scaricato, i tubi Innocenti che ho spostato. E poi la burocrazia, le carte, i permessi. Soprattutto i debiti”.
Ne faceste tanti.
“Li facemmo e li ripagammo. Il mio papà e la mamma di Orazio ne sapevano qualcosa. Ma erano tutte scoperte per noi. Tenevo i conti proprio io, che per i conti sono negata, e ci non dormivo la notte. Orazio, più incosciente, dormiva invece tranquillo”.
Francesco Macedonio lo chiamava il “periodo romantico” della Contrada.
“Ad essere romantici eravamo solo noi, perché i tempi davvero duri. Pensare che mentre allestivamo il nostro primo spettacolo, “A casa tra un poco”, arrivò il terremoto”.
Proprio durante le prove.
“Provavamo negli spazi di un Centro di Salute Mentale e quella sera, il grande scossone che arrivò all’improvviso, noi lo attribuimmo ai ricoverati che stavano nelle stanze sopra le nostre teste. ‘Che gli avrà preso stasera?’ si chiese Macedonio. Ma capimmo subito la portata di quella tragedia”.
Lo spettacolo debuttò, due settimane dopo, all’Auditorium.
“Non era uno spettacolo allegro. Parlava dello sciopero generale del 1902, a sostegno dei fuochisti del Lloyd Triestino che chiedevano condizioni di lavoro più umane. Assieme agli autori, Damiani e Grisancich, avremmo voluto dare al dialetto una dignità diversa, un ruolo drammatico rispetto al versante comico, che aveva decretato il successo delle “prime” Maldobrìe, quelle che pochi anni prima avevano portato al Politeama Rossetti più di diecimila abbonati”.
Non c’è autore che tenga: al dialetto si addice il comico.
“Orazio aveva un fiuto speciale. Per anni continuò a ripetere due cose. La prima era: dobbiamo dare un tetto alla nostra compagnia. E a forza di chiacchiere e di persuasione riuscì a convincere la signora Spadoni, che era la proprietaria del Cinema Cristallo, ad affittarci al sala. Altrimenti chissà, sarebbe diventato un supermercato. Ancora debiti, comunque. Ma La Contrada aveva finalmente una casa. E i primi 186 abbonati”.
La seconda cosa che stava a cuore a Bobbio?
“Diceva: è il dialetto la nostra strada. Qualche anno dopo scoprì il testo che avrebbe cambiato la storia della compagnia. Gli era capitato tra le mani un vecchio vaudeville francese, “Le sorprese del divorzio”. Lo portò da Carpinteri & Faraguna. ‘Se ne può ricavare qualcosa’ dissero i due in coro. E nacquero le famose “Due paia di calze di seta di Vienna”. Un successo di cui non ci capacitavamo. I triestini accorsero in massa. Non credevamo ai nostri occhi quando la fila per i acquistare i biglietti raggiunse perfino Piazza Perugino, distante duecento metri”.
Da quel momento la commedia in dialetto è diventata un punto fermo in Contrada. Ogni anno un titolo.
“Abbiamo tentato anche altre strade: testi contemporanei come “Tango viennese” di Peter Turrini, che mi piacerebbe tanto riportare in scena, o “Buonanotte mamma” di Marsha Norman , un ruolo drammatico che mi ha dato molte soddisfazioni. Ma è il dialetto che va naturalmente incontro al pubblico. E il pubblico si fida noi”.

[intervista pubblicata sul quotidiano di Trieste Il Piccolo, 9 maggio 2016]
















