Una vecchia volpe insegna a una giovane faina il mistero grande della scrittura. Nel farlo le trasmette pure la consapevolezza della morte, grande e misteriosa anch’essa. Che cosa farà la faina di quell’attributo umano?

Un giovane uomo
Davvero può – mi chiedevo – un giovane uomo, 25 anni, porsi problemi tanto impegnativi. Rivolgere domande e tentare soluzioni sulle quali filosofia, scienza, religione, indagano da millenni. Che cosa sia la morte. Quanto permane in noi dell’istinto animale. Che rapporto c’è tra civilizzazione e scrittura. Il significato di Dio.
Me lo chiedevo nella confortevole sala di LAC – Lugano Arte e Cultura – dove alcuni giorni fa ho visto debuttare la versione teatrale di I miei stupidi intenti, diBernardo Zannoni, romanzo che nel 2022 ha vinto il premio Campiello, e poi molti altri riconoscimenti. Prima di diventare, adesso, uno spettacolo che girerà l’Italia.
Allegorie
A 25 anni, al proprio romanzo d’esordio, quelle sono domande che si possono fare, se in letteratura si trova la chiave per liberarsi dagli impicci di tanta cultura occidentale e tentare qualche altra strada.
Zannoni romanziere l’aveva trovata, nello scegliere la formula che da altrettanti millenni dà vita all’allegoria. Raccontare gli uomini attraverso gli animali: una vecchia volpe, una giovane faina, un cane, un istrice, una lince… E attorno a loro, la profondità cupa di una tana nel bosco.

Di volpi astute avevano già narrato Esopo e Fedro. Una, l’aveva delicatamente ritratta Saint-Exupéry nel Piccolo principe. Ma l’animale che in maniera più stretta, per consapevolezza e malinconia, si avvicina alla volpe sapiente di Zannoni, è quella scimmia, umanizzatasi e diventata un ossequiato oratore, che Franz Kafka fa parlare nella lectio magistralis di Relazione per un’Accademia.
Anche in quella scimmia era cresciuto lo stupido intento di farsi uomo. Anche in lei si era accesa la consapevolezza crudele della morte. Ci sarà un senso, un benessere – si chiedeva Kafka, come si chiede Zannoni – nel cercare di andare oltre la propria natura?
Qui siamo a teatro, e nello spettacolo che Gabriele Paolocà e Michele Altamura, assieme alla drammaturg Linda Dalisi, hanno tratto dal romanzo di Zannoni, il gioco tra natura e cultura si ribalta ancora. Sono uomini – attori, visto c’è una attrice sola (Arianna Scommegna, per tutti i ruoli femminili) – a dare corpo a quegli animali il cui linguaggio sarebbe prerogativa umana.
Le fiabe, le paure
E quanti significati fiabeschi e morali si agitano nella nostra testa mentre vediamo Volpe (Leonardo Capuano) sillabare per Faina (Gabriele Paolocà) i segni di un alfabeto, tracciato prima col sangue, poi con il succo delle bacche.
Quante paure si scatenano in noi, mentre la silhouette minacciosa di Lince si profila all’ingresso della tana. Quale sapienza animale si riversa nell’enciclopedia delle piante e delle erbe che Istrice (Michele Altamura) finirà con il comporre grazie alla parola. E quante delle nostre storie riconosciamo in Cane (Jonathan Lazzini) che si adatta, domesticamente, ai più ingrati lavori.

Certo l’immaginario dello spettatore è sollecitato da tanti rimandi. Più di quanto non facciano la pur imponente scenografia (Daniele Spanò), o le luci (Giulia Pastore), o il commento sonoro (di Demetrio Castellucci). Più di quanti non riescano ad attivare la forma dialogica e i monologhi che – scavalcato il debutto – dovranno pure trovare un ritmo più svelto, attrattivo.
Di mio, io c’ho visto perfino i filmati di certe videotrappole che spiano e registrano i movimenti notturni degli animali nel bosco, la loro vita segreta, l’agire istintivo, animalescamente crudele.
Un’esistenza animale
Raccoglie i fili di tutte le queste storie, custodite nel prezioso libro di Volpe, un narratore (Giuseppe Cederna). Perché la giovane faina è oramai diventa anziana, e manovra magistralmente i meccanismi della parola. Allertandoci (adesso che siamo qui, a teatro) anche sulla punteggiatura.

Ma se la scrittura porta conoscenza ed esige trasmissione, quanto è astuto, per un animale, e quanto per lui è doloroso, lo stupido intento di andare oltre la propria natura? Conoscere il tempo. Imparare che si muore.
E quindi – ragiona l’anziana faina – “Ti insegnerò tutto quello che so, ma non ti parlerò mai di Dio, né della morte. Ti salverò, ti lascerò un’esistenza da animale”.
È il punto di contrasto, il più sottile, delle pagine dell’allora 25enne Zannoni. Su quanto la scrittura sia nociva agli uomini, qualcosa aveva già detto Platone.

Castelli di produzione
Si ripete con I miei stupidi intenti la perseveranza che aveva già spinto Altamura, Dalisi e Paolocà a trasporre a teatro un romanzo italiano contemporaneo, altrettanto stratificato, per quanto molto diverso: La Ferocia di Nicola Lagioia.
Allora, li avevano ripagati il conforto di ben quattro Premi Ubu 2024, e l’imponente castello produttivo, con cui si misurano di nuovo.
Stavolta VicoQuartoMazzini (la loro company) mette a profitto una co-produzione con LAC Lugano Arte e Cultura, il Piccolo di Milano, il Teatro di Genova, lo Stabile dell’Umbria e ancora i liguri Scarti. La tournée si annuncia lunga.

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I MIEI STUPIDI INTENTI
dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio editore)
ideazione VicoQuartoMazzini
drammaturgia Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
con (in ordine alfabetico) Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna
scena Daniele Spanò
costumi Aurora Damanti
luci Giulia Pastore
musica originale Demetrio Castellucci
co-produzione LAC Lugano Arte Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova
fino al 26 aprile, I miei stupidi intenti è al Teatro Gustavo Modena di Genova. La tournée prosegue, il 29 e 30 aprile al Teatro Verdi di Pordenone .
