Polis Festival 2026. Perché la Romagna non si affaccia sul Baltico?

Tre giorni a Ravenna, a maggio. Per Polis Festival 2026, che ogni anno apre finestre su una nuova geografia teatrale. Contemporanea. Questa volta il Nord.

Polis Festival 2026 - Je suisse - Camilla Parini - ph Dario Bonazza
Polis Festival 2026 – Je suisse – Camilla Parini – ph Dario Bonazza

Piangipane, duemila abitanti in provincia di Ravenna, ha un teatro sociale. Anzi, un Teatro Socjale. Nel 1920 i braccianti agricoli del posto lo costruirono con le proprie mani, pensando a uno strumento di elevazione culturale e politica. E quella j sembrò “migliorare l’armonia della scritta”.

Domenica scorsa, mi sono ritrovato anch’io nel Teatro Socjale di Piangipane. E dalle tradizioni del luogo, dai tavolini che stanno al posto delle poltrone in platea, dal piatto di cappelletti con il ragù che regolarmente viene servito nell’intervallo degli spettacoli, sono stato catapultato a Nord. Nei Paesi baltici, addirittura.

Teatro Socjale di Piangipane (1920)
Teatro Socjale di Piangipane (1920)

Sintomi di felicità. O di paura

Baltico, cioè nordico, scandito dai contorni di Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia era il programma di Polis Festival 2026, manifestazione che da nove anni ErosAntEros organizza in quella che un tempo era la Romagna Felix.

I tempi, oggi, non registrano eccessi di felicità. Ma darsi da fare per attivare anche a Ravenna sguardi sul contemporaneo internazionale è ciò che fanno Agata Tomsic e Davide Sacco, direttori artistici, le due metà di ErosAntEros. Decisi infatti a orientare, anno per anno, la loro bussola verso una geografia diversa.

Pertanto, dopo la penisola iberica dell’edizione scorsa, per il 2026 hanno scelto il grande freddo settentrionale. Che artisticamente, così freddo non è. Peccato solo che qui in Italia se ne sappia poco, davvero poco, limitandosi a quei tre quattro nomi che dal Novecento abbiamo ereditato: Nekrošius, Tuminas, Koršunovas, il divisivo Hermanis…

Un compito di riattivazione internazionale se lo è dato perciò Polis Festival 2026, provando ad importare una nuova leva di artisti baltici. Ma pure nomi e figure espunte dalla storia, che vale invece la pena riscoprire, oggi, sotto luce diversa.

Asja, ingegnere delle idee

Il nome di Asja Lācis, artista e attivista nata in Lettonia, era balenato dalle nostre parti quando l’animazione teatrale degli anni ’80 e il teatro per l’infanzia e la gioventù avevano cominciato a studiare il celebre Programma per un teatro proletario di bambini, scritto a quattro mani da lei e Walter Benjamin. Poi, per decenni, l’indomita agitatrice rossa (è il titolo dato a una sua biografia, 1891-1979) era stata consegnata all’oblio.

Asja Lācis
Asja Lācis

Riemerge grazie alla compagnia italiana Carullo-Minasi che proprio al Teatro Socjale di Piangipane, tra vecchie fotografie bracciantili, ha voluto far debuttare Asja Lācis. La donna che fa parlare la storia.

Titolo nel quale viene restituita al teatro una personalità paragonabile a una Frida Kahlo, a una Camille Claudel. Di più, anzi, per la forza con la quale Lācis, di professione rivoluzionaria (altro titolo di biografia), si era opposta al conformismo sovietico della prima metà (e anche della seconda, a dire il vero) del Novecento.

Scrive Benjamin che l’aveva incontrata e designata musa – intellettuale, sentimentale, e soprattutto politica – nella dedica che apre il libro intitolato Strada a senso unico (1926). “Questa strada si chiama / via Asja Lacis / dal nome di colei che, / da ingegnere, / l’ha aperta dentro l’autore”.

Walter Benjamin - Einbahnstrasse

Il che, oltre a essere una inaspettata dichiarazione d’amore, riconosce il ruolo che questa donna ha avuto nel pensiero del filosofo di Infanzia berlinese.

E Cristiana Minasi, accompagnata dalle evoluzioni vocali e strumentali di Irida Gjergji, la racconta tutta, la loro storia. Avventurandosi come un segugio tra biglietti, abiti, valige, stazioni ferroviarie, stanze deserte, pillole di morfina. Da Capri a Portbou.

POLIS FESTIVAL 2026 - Asja Lacis - foto di Dario Bonazza
Irida Gjergji e Cristiana Minasi – Asja Lacis – ph Dario Bonazza

Affacciarsi sul Baltico

Ma è lo sguardo contemporaneo, ciò che più intreccia i binari di Polis Festival 2026, capaci di trasportare il pubblico verso una sorprendente indagine su piacere e dispiacere erotico femminile (Tremolo è il progetto, tra l’artistico e lo statistico, l’intimo e il collettivo, della lituana Laura Kutkaitė).

Ma anche alla simbiosi di musica contemporanea e immagini d’archivio che l’altrettanto lituano Karolis Kaupinis ha composto in Radvila Darius, figlio di Vytautas. Concerto nel quale i documentari sulla oppressione russo-sovietica tornano fuori, catapultati dai sintomi di pericolo e paura che a quarant’anni quasi dalla piena indipendenza (1990) tornano ad affacciarsi nelle città del Baltico.

POLIS FESTIVAL 2026 - Tremolo - foto di Dario Bonazza
Tremolo – ph Dario Bonazza

Ha trovato strade ancora diverse la drammaturgia di quei Paesi. Per il tramite di due compagnie italiane (MaMiMò e Studio Doiz), la nuova scrittura baltica si è manifestata nella lettura scenica dei testi dell’autrice finlandese Eeva Turunen (il maniacale Due parole su Ulla) e dell’estone Martin Algus (Qualcosa di reale, stringente plot di estorsioni video-pornografiche, con la consolazione però del lieto fine).

Barbara, feroce, klimtiana Medea

Molti altri inoltre, e internazionali, gli appuntamenti di questo Polis Festival, tra i quali si incastonava la ripresa di Materiale per Medea, il frequentato testo di Heiner Müller, a cui Agata Tomsic, in veste (anzi piuttosto svestita) di performer e regista ha rigenerato i neri stridenti bagliori della discesa nel mito. E, grazie al potente mantello dorato, klimtiano quasi, di una risalita verso il presente, cui il tema dello straniero (e della straniera Medea) riverbera feroce nelle attuali dispute sul patriarcato. Nonché nella partitura di Matevž Kolenc, già compagno di strada della band musicale slovena Laibach, barbara e industrial.

Agata Tomsic_ErosAntEros_Medea_foto Dario Bonazza
Agata Tomsic – Materiale per Medea – ph Dario Bonazza

Da qualche anno, l’immagine-guida di Polis viene affidata a Gianluca Costantini, fumettista e graphic journalist, noto anche per le immagini che hanno accompagnato il movimento per liberazione di Patrick Zaki.

Quest’anno, Costantini ha scelto di piazzare il volto severo e climatico di Greta Thunberg tra il pelo accogliente di un orso polare, sotto le aurore dell’Artico. Mentre una sua mostra, Shieldmaiden, a via Zirardini Open-Air Gallery (fino al 19 maggio), ancora ritrae quattordici poetesse nordiche.

Polis Festival 2026 - Manifesto

Mosaici

In definitiva, un tonificante tuffo nordic, questi miei tre giorni a Polis Festival 2026. Contrappesati dalla struggente bellezza adriatica di Ravenna e dei suoi mosaici, bizantini e non.

Che sono riusciti a infilarsi persino nei miei breakfast. La sorpresa di trovare, al primo mattino, tessere di mosaico in forma di biscotto, aveva qualcosa di predittivo.

Per quando, nella futura deriva dei continenti, il Baltico si affaccerà su Ravenna.

– – – – – – – – – – – –
ASJA LACIS, LA DONNA CHE FA PARLARE LA STORIA
di e con Cristiana Minasi
viola, voce, elettronica Irida Gjergji
drammaturgia Silvia Bragonzi e Cristiana Minasi
produzione Carullo-Minasi

TREMOLO
idea, autrice, drammaturga e regista Laura Kutkaitė
performer Kristina Morta P. B., Laura Kutkaitė
coreografa Agnietė Lisičkinaitė

RADVILA DARIUS, FIGLIO DI VYTAUTAS
team creativo Karolis Kaupinis, Birutė Kapustinskaitė, Arnas Mikalkėnas, Kristupas Gikas, Kazimieras Jušinskas, Simonas Kaupinis, Goda Palekaitė, Julius Kuršis, Ervinas Gresevičius, Ignas Juzokas
produzione Operomanija

MATERIALE PER MEDEA
testo Heiner Müller
traduzione di Saverio Vertone
ideazione, regia, spazio Agata Tomšič / ErosAntEros
musiche e sound design Matevž Kolenc
costumi Bàste sartoria
con Agata Tomšič
produzione ErosAntEros

MUUTAMA SANA ULLASTA. DUE PAROLE SU ULLA
testo di Eeva Turunen
traduzione di Delfina Sessa
con Alice Giroldini
regia Eugenio Sideri
produzione Centro Teatrale MaMiMò

MIDAGI TÕELIST. QUALCOSA DI REALE
testo Martin Algus
traduzione Daniele Monticelli
con Lorenzo Carpinelli e Alessandro Renda
regia Iacopo Gardelli
produzione Studio Doiz

JE SUISSE (OR NOT)
di e con Camilla Parini
produzione Collettivo Treppenwitz

STORIE – Orcolat. Il mostro che si agita sottoterra e nella memoria di una comunità

Cade oggi 6 maggio l’anniversario – il 50esimo – del terremoto che ha distrutto vasta parte del Friuli nel 1976. Un evento della memoria collettiva italiana che investe anche il teatro.

Friuli 1976
Friuli, 1976

Reenactment

C’è una parola che torna ormai spesso nelle riflessioni fatte sul teatro. È la parola reenactment. Che, alla svelta, si potrebbe tradurre rievocazione. Ma ha un significato diverso, più specifico.

Tra i molti compiti che le comunità assegnano al teatro, o meglio allo spettacolo dal vivo, c’è anche quello della memoria. I grandi eventi si riflettono nelle comunità che li hanno attraversati grazie alla loro rievocazione, spesso teatrale, che funziona poi come strumento di trasmissione.

Se il teatro medievale si è sovraccaricato di via crucis e crocefissi è proprio perché trasmissione e evangelizzazione (di popolazioni in larga parte analfabete) convergevano in quel rievocare, o con più precisione, mettere al centro dell’azione, la morte di Gesù Cristo.

Memoria collettiva

Ma non occorre tornare tanto indietro. Nella mia memoria di spettatore c’è ad esempio un grande evento (pur molto lontano da me) qual è stata la strage della comunità Tutsi ad opera di quella Hutu, nel Ruanda africano del 1994. Un milione di morti in poche settimane.

Portato in maniera prepotente al centro dell’azione teatrale, era uno spettacolo fatto di sole testimonianze che ancora ricordo nei dettagli. Per la forza emotiva che quella rievocazione aveva saputo trasmettere anche a chi, come noi, occidentali, europei, pacifisti magari, ne era all’oscuro. Il titolo era Rwanda 94. Lo aveva ideato il collettivo teatrale belga Groupov, guidato dai registi Jacques Delcuvellerie e Marie-France Collard.

Su eventi importanti, tragedie collettive spesso, si è concentrato ciò che in Italia abbiamo chiamato teatro civile, di narrazione. Dallo storico Racconto del Vajont (1993, di Marco Paolini) a Ustica (2000, sempre Paolini), a Radio clandestina (2000, di Ascanio Celestini, sulle Fosse Ardeatine), fino al più recente L’abisso (2018, di Davide Enia), sugli sbarchi a Lampedusa.

6 maggio

La data di oggi, 6 maggio, riporta all’attenzione la tragedia collettiva che 50 anni ebbe come vittime il territorio e le popolazioni del Friuli. Una magnitudo 6,5 scala Richter, circa 10 scala Mercalli, e una contabilità dolorosa di quasi mille morti, un centinaio di centri abitati distrutti o danneggiati, 100.000 sfollati. La feroce coda, quattro mesi dopo, a settembre ’76, butterà giù anche quel poco che era rimasto in piedi.

Non riesco ad apprezzare per niente, e più volte l’ho scritto, gli anniversari. Ma il fatto che quell’evento, ogni decennio, in particolare questo, di mezzo secolo dopo, spinga il teatro a rievocare e a rimettere al centro dell’azione l’Orcolat, è qualcosa che non si può trascurare.

Un mostro chiamato Orcolat

In Friuli, territorio che in modo così distruttivo ha conosciuto la sua forza, la cultura popolare umanizza il movimento tellurico, immaginandolo in forma di creatura mostruosa, che vive sottoterra, indifferente alle sorti umane: l’Orcolat, in lingua friulana, variante peggiorativa di orco, come dire un mostro gigante, brutto e spaventoso.

La favola dell'Orcolat - Sacile

In cinquant’anni l’immaginario feroce di quell’orco, ha dato spazio a numerosi titoli. E proprio oggi, in forma di anniversario, se ne possono intercettare parecchi.

Il film documentario, anticipato già a marzo, L’Orcolat, con la regia di Federico Savonitto e la voce udinese di Bruno Pizzul (in proiezione in questi giorni al Visionario di Udine). O la produzione della compagnia teatrale friulana Anà-Thèma, in versione radiofonica proprio stasera alle 20:59.

O ancora il lavoro di una scuola di Sacile (PN): La favola dell’Orcolat raccontata da Carla Manzon. Senza trascurare la tournée (avviata già ad aprile in Canada e Usa) di Orcolat ’76, il lavoro di Simone Cristicchi, realizzato per Ert Friuli Venezia Giulia, in occasione del 40ennale, nel 2016.

Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti - Orcolat '76 - ph Walter Menegaldo
Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti – Orcolat ’76 – ph Walter Menegaldo

Sempre questa sera, al Teatro Giovanni da Udine (20.30), un’opera-musical, tra lirica e contemporaneo, ideata dal soprano Fiorenza Cedolins, prodotta da Orchestra Fvg, e intitolata 55 secondi, prova a raccontare anche lo slancio della successiva ricostruzione (quel “55” lo aveva scritto David Maria Turoldo, ma è inesatto).

Per parte mia, volevo portare anche il terremoto del ’76 a far parte delle mie STORIE, i miei incontri con uomini e donne (ma a questo punto anche creature) straordinarie.

La mia storia con l’Orcolat

Attorno alle ore 21 del 6 maggio ’76, mi trovavo in un letto d’ospedale, a Udine, con una gamba rotta. Era una stanza a due letti e il mio compagno di sventura ortopedica era un giovanotto, più o meno della mia età, che si era rotto “soltanto” le dita di un piede, operato in mattinata.

Insieme a noi, in quel momento, c’era la sua fidanzata, una ragazza di Tolmezzo, lontana, chissà per quale misteriosa fortuna, dalla sua città. E in amorevole soccorso infermieristico. Ci trovavamo al sesto piano (mi pare) del padiglione ospedaliero che ospitava l’Ortopedia.

La prima scossa arrivò alle 20:59, ma debole, tanto che da lassù la scambiammo per un forte colpo di vento. Lei esclamò “Diobbono, terremoto”. Lui la tranquillizzò, minimizzando che a sud del Friuli, a Trieste, la bora soffia anche più impetuosa.

La seconda scossa, la spallata disastrosa, arrivò un minuto più tardi. 21:00:13. Lui, su una sola gamba, scattò fuori dal letto e a balzelloni, con l’aiuto di lei, si fiondò sulla porta. Scomparvero. Andò via la luce. La stanza cominciò a ballare.

Io, che non potevo muovermi, rimasi nel letto, orizzontale (o quasi), per tutti quegli infiniti 59 secondi.

Poche ore dopo, l’arrivo nelle corsie di decine e decine di feriti, tutti coperti di polvere grigia, prostrati, alcuni davvero in un gravissimo stato, rivelò l’entità dell’evento. In quel momento cominciai anch’io a sentir parlare dell’Orcolat.

Il pomeriggio successivo giunse sul posto il presidente della Repubblica, allora Giovanni Leone. Le corsie erano ingombre: letti, barelle, soluzioni d’emergenza, con il loro carico umano dolorante. L’uomo volle accertarsi sulla salute dei terremotati, e i giornalisti radiotelevisivi lo seguirono. Tra tanti volti che piangevano, io – che non ero stato ricoverato quella notte, che terremotato non ero – apparivo come uno dei meno malconci.

Ignaro, proprio con me, lui volle congratularsi. A favore di cineprese, mi augurò una veloce guarigione. E così successe, a dispetto, e forse anche a beffa, dell’Orcolat. Che mi aveva soltanto sfiorato. Ma che ricordo ancora in ogni dettaglio.

Orcolat '76 - ERT FVG

– – – – – – – –
STORIE

Parecchi tra i post di QuanteScene! sono STORIE: racconti che, strizzando l’occhio a Gurdjieff, parlano dei miei incontri con uomini (e donne) straordinari. Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Living Theatre, Giorgio Strehler, Milva, Luca Ronconi… e tanti altri, anche a venire, tutti dal vivo.

Georges Gutdjieff - Incontri - Adelphi

Amazzoni, lottatrici. Le donne nuove di Silvia Gribaudi

 Alle Fonderie Limone di Moncalieri, per TorinoDanza Festival, debutta dopodomani, 5 maggio, la nuova creazione della performer e coreografa torinese. Il titolo è Amazzoni.

Amazzoni - ph Silvia Gribaudi
Amazzoni – ph Silvia Gribaudi

Amazzoni – parlo per me – richiama soprattutto l’Amazzonia. Si racconta che quei temibili conquistadores, nel xvi secolo, avessero incontrato là, su un fiume, un gruppo di indigene altrettanto temibili. E soprattutto feroci. Vuoi mettere: difendevano la loro terra.

Ai più colti tra quegli spagnoli venne facile battezzare quel fiume col nome delle antiche guerriere del mito greco. Amazzoni, rio delle Amazzoni, Amazzonia.

Capitasse anche a voi di assistere, dopodomani, o magari più in là nella lunga tournée, alla nuova creazione di Silvia Gribaudi, fareste bene a sbarazzarvi di tutto l’immaginario che le Amazzoni si portano dietro. A cominciare dalla raccapricciante immagine di una volontaria amputazione. Per tirare meglio con l’arco. Piuttosto cringe, no?

Spazzate ora tutto via dalla testa. E provate a riflettere assieme a noi – Gribaudi ed io – su quel titolo.

Scoprirsi diversa

“Non ti posso dire tanto altro. Nemmeno io so la strada che questo spettacolo sta prendendo”. Gribaudi me lo dice al telefono, quando mancano ancora dieci giorni al debutto di dopodomani. E per una coreografa come lei, per la quale creare è una pratica plurale, c’è ancora lavoro, parecchio, da sviluppare con le cinque danzatrici che andranno in scena.

Amazzoni - coreografia Silvia Gribaudi - ph Andrea Macchia
Amazzoni – coreografia Silvia Gribaudi – ph Andrea Macchia

“Di sicuro – continua lei – c’è che io, stavolta, non sarò sul palco. Ed è abbastanza inusuale per me stare fuori. Però sto trovando una diversa forma di trasmissione: sperimento. Mi sto scoprendo anch’io diversa” .

Diversa dalla Gribaudi che in un decennio ha lascato la sua originale firma comica nella contemporanea danza italiana. Diversa dalle proposte sovrappeso di R.osa, dieci esercizi per nuovi virtuosismi (2017, dove la verve irresistibile di Claudia Marsicano strizzava l’occhio a Botero). Dalla liberazione dagli stereotipi di genere attraverso il balsamo dell’ironia (Graces, 2019, rilettura al maschile della bellezza delle Grazie di Canova). Dalla fumettizzazione del movimento (Monjour, 2021, con i disegni di Francesca Ghermandi) e dalla destrutturazione dell’alfabeto accademico (Grand Jeté, 2023).

Suspended Chorus - ph Andrea Macchia
Suspended Chorus – ph Andrea Macchia

Fino a danzare da sola, in Suspended Chorus (2025), titolo dentro al quale Gribaudi sperimentava un diretto ingaggio comico della platea. Scavalcava la linea di ribalta e, volando, si gettava tra le braccia del pubblico, pronto a tenerla sollevata in aria. Non un amazzone, ma una divinità imperfetta. Che con ironia celebra la forza della gravità.

Se non scatta il riso

“Mi chiedo – si domanda – che cosa ne sarà di questa mia poetica, se non sono in scena, se non scatta ancora una volta il riso. Mi rispondo che guardare da fuori e lasciare andare la risata non vuol dire cadere per forza nella depressione. Piuttosto, è lasciare aperta la porta a una vitalità di altro tipo”.

Amazzoni - Silvia Gribaudi

Raccontiamola, questa vitalità.

“La lotta di sentirsi donna, oggi. Che vuol dire destrutturare tutto quello che viene pensato sull’essere donna, oggi. Una diversa attitudine nel mettersi in azione, andando anche oltre al concetto di genere: femminile, maschile. Ma anche tenendolo presente. Perché pure nel campo della coreografia, essere donne vuol dire che devi lottare, se vuoi aprirti degli spazi. Ho scelto di lavorare con queste cinque danzatrici perché ogni giorno lottano per essere quello che sono. Una di loro ha appena avuto un bambino. Che cosa vuol dire, oggi, essere danzatrice, coreografa, e anche madre? È questa la vitalità delle amazzoni di cui parliamo”.

Da maschio, faccio un po’ difficoltà a immaginarlo. Però potresti dirmi come state lavorando.

“Cinque danzatrici. Hanno età e background diversi. Ho cercato proprio queste artiste con le quali sapevo di poter lavorare attraverso forme sciamaniche, in un rituale che crea comunità, in cui la relazione passa soprattutto attraverso gli occhi e lo sguardo”.

ph Andrea Macchia

Nemmeno un’immagine vuoi anticiparmi?

“Nei miei spettacoli finora predominava il bianco. Sono curiosa di capire quale sarà l’impatto di una nuova creazione che invece parte dal nero. Lo sto scoprendo. Che cosa vuol dire costruire sui corpi una nudità, anche se sono vestiti. Cosa coprire. Cosa scoprire. È stato un lavoro attento anche sui costumi. Abiti che sprigionano la nudità, ma non la espongono. È nel buio, che stiamo lavorando, è una diversa luce – una non-luce anzi – e viene da dentro”.

– – – – – – – – – –
AMAZZONI

concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
consulenza artistica Matteo Maffesanti
produzione Associazione Culturale Zebra (IT), coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)

Amazzoni sarà poi in tournée. Dal 20 maggio 2026 al 23 maggio 2026 ai Chantiers d’Europe Festival, Théâtre des Abbesses – Parigi, dal 3 giugno 2026 al 4 giugno 2026 ai Potsdamer Tanztage, Fabrik Potsdam. E poi nuovamente in Italia: 18 giugno 2026 Ira festival a Soverato, 30 giugno 2026 Festival Inequilibrio a Castiglioncello, 10 ottobre 2026 a Romaeuropa.