Alle Fonderie Limone di Moncalieri, per TorinoDanza Festival, debutta dopodomani, 5 maggio, la nuova creazione della performer e coreografa torinese. Il titolo è Amazzoni.

Amazzoni – parlo per me – richiama soprattutto l’Amazzonia. Si racconta che quei temibili conquistadores, nel xvi secolo, avessero incontrato là, su un fiume, un gruppo di indigene altrettanto temibili. E soprattutto feroci. Vuoi mettere: difendevano la loro terra.
Ai più colti tra quegli spagnoli venne facile battezzare quel fiume col nome delle antiche guerriere del mito greco. Amazzoni, rio delle Amazzoni, Amazzonia.
Capitasse anche a voi di assistere, dopodomani, o magari più in là nella lunga tournée, alla nuova creazione di Silvia Gribaudi, fareste bene a sbarazzarvi di tutto l’immaginario che le Amazzoni si portano dietro. A cominciare dalla raccapricciante immagine di una volontaria amputazione. Per tirare meglio con l’arco. Piuttosto cringe, no?
Spazzate ora tutto via dalla testa. E provate a riflettere assieme a noi – Gribaudi ed io – su quel titolo.
Scoprirsi diversa
“Non ti posso dire tanto altro. Nemmeno io so la strada che questo spettacolo sta prendendo”. Gribaudi me lo dice al telefono, quando mancano ancora dieci giorni al debutto di dopodomani. E per una coreografa come lei, per la quale creare è una pratica plurale, c’è ancora lavoro, parecchio, da sviluppare con le cinque danzatrici che andranno in scena.

“Di sicuro – continua lei – c’è che io, stavolta, non sarò sul palco. Ed è abbastanza inusuale per me stare fuori. Però sto trovando una diversa forma di trasmissione: sperimento. Mi sto scoprendo anch’io diversa” .
Diversa dalla Gribaudi che in un decennio ha lascato la sua originale firma comica nella contemporanea danza italiana. Diversa dalle proposte sovrappeso di R.osa, dieci esercizi per nuovi virtuosismi (2017, dove la verve irresistibile di Claudia Marsicano strizzava l’occhio a Botero). Dalla liberazione dagli stereotipi di genere attraverso il balsamo dell’ironia (Graces, 2019, rilettura al maschile della bellezza delle Grazie di Canova). Dalla fumettizzazione del movimento (Monjour, 2021, con i disegni di Francesca Ghermandi) e dalla destrutturazione dell’alfabeto accademico (Grand Jeté, 2023).

Fino a danzare da sola, in Suspended Chorus (2025), titolo dentro al quale Gribaudi sperimentava un diretto ingaggio comico della platea. Scavalcava la linea di ribalta e, volando, si gettava tra le braccia del pubblico, pronto a tenerla sollevata in aria. Non un amazzone, ma una divinità imperfetta. Che con ironia celebra la forza della gravità.
Se non scatta il riso
“Mi chiedo – si domanda – che cosa ne sarà di questa mia poetica, se non sono in scena, se non scatta ancora una volta il riso. Mi rispondo che guardare da fuori e lasciare andare la risata non vuol dire cadere per forza nella depressione. Piuttosto, è lasciare aperta la porta a una vitalità di altro tipo”.

Raccontiamola, questa vitalità.
“La lotta di sentirsi donna, oggi. Che vuol dire destrutturare tutto quello che viene pensato sull’essere donna, oggi. Una diversa attitudine nel mettersi in azione, andando anche oltre al concetto di genere: femminile, maschile. Ma anche tenendolo presente. Perché pure nel campo della coreografia, essere donne vuol dire che devi lottare, se vuoi aprirti degli spazi. Ho scelto di lavorare con queste cinque danzatrici perché ogni giorno lottano per essere quello che sono. Una di loro ha appena avuto un bambino. Che cosa vuol dire, oggi, essere danzatrice, coreografa, e anche madre? È questa la vitalità delle amazzoni di cui parliamo”.
Da maschio, faccio un po’ difficoltà a immaginarlo. Però potresti dirmi come state lavorando.
“Cinque danzatrici. Hanno età e background diversi. Ho cercato proprio queste artiste con le quali sapevo di poter lavorare attraverso forme sciamaniche, in un rituale che crea comunità, in cui la relazione passa soprattutto attraverso gli occhi e lo sguardo”.

Nemmeno un’immagine vuoi anticiparmi?
“Nei miei spettacoli finora predominava il bianco. Sono curiosa di capire quale sarà l’impatto di una nuova creazione che invece parte dal nero. Lo sto scoprendo. Che cosa vuol dire costruire sui corpi una nudità, anche se sono vestiti. Cosa coprire. Cosa scoprire. È stato un lavoro attento anche sui costumi. Abiti che sprigionano la nudità, ma non la espongono. È nel buio, che stiamo lavorando, è una diversa luce – una non-luce anzi – e viene da dentro”.
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AMAZZONI
concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
consulenza artistica Matteo Maffesanti
produzione Associazione Culturale Zebra (IT), coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)
Amazzoni sarà poi in tournée. Dal 20 maggio 2026 al 23 maggio 2026 ai Chantiers d’Europe Festival, Théâtre des Abbesses – Parigi, dal 3 giugno 2026 al 4 giugno 2026 ai Potsdamer Tanztage, Fabrik Potsdam. E poi nuovamente in Italia: 18 giugno 2026 Ira festival a Soverato, 30 giugno 2026 Festival Inequilibrio a Castiglioncello, 10 ottobre 2026 a Romaeuropa.
