Cade oggi 6 maggio l’anniversario – il 50esimo – del terremoto che ha distrutto vasta parte del Friuli nel 1976. Un evento della memoria collettiva italiana che investe anche il teatro.

Reenactment
C’è una parola che torna ormai spesso nelle riflessioni fatte sul teatro. È la parola reenactment. Che, alla svelta, si potrebbe tradurre rievocazione. Ma ha un significato diverso, più specifico.
Tra i molti compiti che le comunità assegnano al teatro, o meglio allo spettacolo dal vivo, c’è anche quello della memoria. I grandi eventi si riflettono nelle comunità che li hanno attraversati grazie alla loro rievocazione, spesso teatrale, che funziona poi come strumento di trasmissione.
Se il teatro medievale si è sovraccaricato di via crucis e crocefissi è proprio perché trasmissione e evangelizzazione (di popolazioni in larga parte analfabete) convergevano in quel rievocare, o con più precisione, mettere al centro dell’azione, la morte di Gesù Cristo.
Memoria collettiva
Ma non occorre tornare tanto indietro. Nella mia memoria di spettatore c’è ad esempio un grande evento (pur molto lontano da me) qual è stata la strage della comunità Tutsi ad opera di quella Hutu, nel Ruanda africano del 1994. Un milione di morti in poche settimane.
Portato in maniera prepotente al centro dell’azione teatrale, era uno spettacolo fatto di sole testimonianze che ancora ricordo nei dettagli. Per la forza emotiva che quella rievocazione aveva saputo trasmettere anche a chi, come noi, occidentali, europei, pacifisti magari, ne era all’oscuro. Il titolo era Rwanda 94. Lo aveva ideato il collettivo teatrale belga Groupov, guidato dai registi Jacques Delcuvellerie e Marie-France Collard.
Su eventi importanti, tragedie collettive spesso, si è concentrato ciò che in Italia abbiamo chiamato teatro civile, di narrazione. Dallo storico Racconto del Vajont (1993, di Marco Paolini) a Ustica (2000, sempre Paolini), a Radio clandestina (2000, di Ascanio Celestini, sulle Fosse Ardeatine), fino al più recente L’abisso (2018, di Davide Enia), sugli sbarchi a Lampedusa.
6 maggio
La data di oggi, 6 maggio, riporta all’attenzione la tragedia collettiva che 50 anni ebbe come vittime il territorio e le popolazioni del Friuli. Una magnitudo 6,5 scala Richter, circa 10 scala Mercalli, e una contabilità dolorosa di quasi mille morti, un centinaio di centri abitati distrutti o danneggiati, 100.000 sfollati. La feroce coda, quattro mesi dopo, a settembre ’76, butterà giù anche quel poco che era rimasto in piedi.
Non riesco ad apprezzare per niente, e più volte l’ho scritto, gli anniversari. Ma il fatto che quell’evento, ogni decennio, in particolare questo, di mezzo secolo dopo, spinga il teatro a rievocare e a rimettere al centro dell’azione l’Orcolat, è qualcosa che non si può trascurare.
Un mostro chiamato Orcolat
In Friuli, territorio che in modo così distruttivo ha conosciuto la sua forza, la cultura popolare umanizza il movimento tellurico, immaginandolo in forma di creatura mostruosa, che vive sottoterra, indifferente alle sorti umane: l’Orcolat, in lingua friulana, variante peggiorativa di orco, come dire un mostro gigante, brutto e spaventoso.

In cinquant’anni l’immaginario feroce di quell’orco, ha dato spazio a numerosi titoli. E proprio oggi, in forma di anniversario, se ne possono intercettare parecchi.
Il film documentario, anticipato già a marzo, L’Orcolat, con la regia di Federico Savonitto e la voce udinese di Bruno Pizzul (in proiezione in questi giorni al Visionario di Udine). O la produzione della compagnia teatrale friulana Anà-Thèma, in versione radiofonica proprio stasera alle 20:59.
O ancora il lavoro di una scuola di Sacile (PN): La favola dell’Orcolat raccontata da Carla Manzon. Senza trascurare la tournée (avviata già ad aprile in Canada e Usa) di Orcolat ’76, il lavoro di Simone Cristicchi, realizzato per Ert Friuli Venezia Giulia, in occasione del 40ennale, nel 2016.

Sempre questa sera, al Teatro Giovanni da Udine (20.30), un’opera-musical, tra lirica e contemporaneo, ideata dal soprano Fiorenza Cedolins, prodotta da Orchestra Fvg, e intitolata 55 secondi, prova a raccontare anche lo slancio della successiva ricostruzione (quel “55” lo aveva scritto David Maria Turoldo, ma è inesatto).
Per parte mia, volevo portare anche il terremoto del ’76 a far parte delle mie STORIE, i miei incontri con uomini e donne (ma a questo punto anche creature) straordinarie.
La mia storia con l’Orcolat
Attorno alle ore 21 del 6 maggio ’76, mi trovavo in un letto d’ospedale, a Udine, con una gamba rotta. Era una stanza a due letti e il mio compagno di sventura ortopedica era un giovanotto, più o meno della mia età, che si era rotto “soltanto” le dita di un piede, operato in mattinata.
Insieme a noi, in quel momento, c’era la sua fidanzata, una ragazza di Tolmezzo, lontana, chissà per quale misteriosa fortuna, dalla sua città. E in amorevole soccorso infermieristico. Ci trovavamo al sesto piano (mi pare) del padiglione ospedaliero che ospitava l’Ortopedia.
La prima scossa arrivò alle 20:59, ma debole, tanto che da lassù la scambiammo per un forte colpo di vento. Lei esclamò “Diobbono, terremoto”. Lui la tranquillizzò, minimizzando che a sud del Friuli, a Trieste, la bora soffia anche più impetuosa.
La seconda scossa, la spallata disastrosa, arrivò un minuto più tardi. 21:00:13. Lui, su una sola gamba, scattò fuori dal letto e a balzelloni, con l’aiuto di lei, si fiondò sulla porta. Scomparvero. Andò via la luce. La stanza cominciò a ballare.
Io, che non potevo muovermi, rimasi nel letto, orizzontale (o quasi), per tutti quegli infiniti 59 secondi.
Poche ore dopo, l’arrivo nelle corsie di decine e decine di feriti, tutti coperti di polvere grigia, prostrati, alcuni davvero in un gravissimo stato, rivelò l’entità dell’evento. In quel momento cominciai anch’io a sentir parlare dell’Orcolat.
Il pomeriggio successivo giunse sul posto il presidente della Repubblica, allora Giovanni Leone. Le corsie erano ingombre: letti, barelle, soluzioni d’emergenza, con il loro carico umano dolorante. L’uomo volle accertarsi sulla salute dei terremotati, e i giornalisti radiotelevisivi lo seguirono. Tra tanti volti che piangevano, io – che non ero stato ricoverato quella notte, che terremotato non ero – apparivo come uno dei meno malconci.
Ignaro, proprio con me, lui volle congratularsi. A favore di cineprese, mi augurò una veloce guarigione. E così successe, a dispetto, e forse anche a beffa, dell’Orcolat. Che mi aveva soltanto sfiorato. Ma che ricordo ancora in ogni dettaglio.

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STORIE
Parecchi tra i post di QuanteScene! sono STORIE: racconti che, strizzando l’occhio a Gurdjieff, parlano dei miei incontri con uomini (e donne) straordinari. Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Living Theatre, Giorgio Strehler, Milva, Luca Ronconi… e tanti altri, anche a venire, tutti dal vivo.


50 anni dopo, una forte esperienza, una forte emozione. Poi sono successi tanti altri guai, ma vivere il terremoto resta nel corpo
grazie, come sempre, per il commento