Baccanti, tragedia terminale. Terzopoulos al suo settimo allestimento

Ad aprire la nona edizione del festival Pompeii Theatrum Mundi, la scorsa settimana, sono state Le Baccanti con la regia di Theodoros Terzopoulos.

Lo spettacolo è in scena anche questa sera giovedì 25 e domani 26 al teatro di Ostia Antica. In autunno sarà a Modena al Teatro Storchi.

Baccanti Terzopoulos 1 Gemma Carbone ph Johanna Weber
Gemma Carbone in Le Baccanti – regia T. Terzopoulos – ph J. Weber

Ossigeno e sangue

Le ho contate, sono centocinquanta. Centocinquanta sacche trasfusionali di sangue che fanno da sfondo a Le Baccanti, nuova versione che Terzopoulos dà dell’ultima e più estrema tragedia di Euripide.

Davanti alle sacche di sangue si scorge qualcosa che assomiglia a una barella o a una navicella spaziale, magari temporale, dove giace un corpo tenuto in vita – pare di capire – da tubi che lo allacciano a due bomboloni di ossigeno a lato.

Davvero ci vogliono ossigeno e sangue – mi sono subito chiesto – per tenere in vita, se non resuscitare, la più terminale fra tragedie di Euripide? Un testo vertiginoso che già ha attraversato due millenni e mezzo, e che ancora proietta le sue terribili immagini sul presente?

Baccanti Terzopoulos - Musio Vetrano ph Johanna Weber
Paolo Musio e Enzo Vetrano – ph Johanna Weber

La più estrema

Baccanti è la più estrema tra le opere del canone classico. Non a caso quel titolo entra nel linguaggio comune come una ventata di ebbrezza, fanatica e pericolosa. Baccanti sono le donne inebriate dal vino, scompigliate nei gesti, incontrollate nei sensi, fameliche, feroci.

Baccanti in quanto seguaci di Bacco. Che è uno dei tanti nomi di Dioniso. Come Dioniso Lieo, il liberatore. Come Dioniso Bromio, il festoso. Saranno poi i Romani a fare di Bacco, autonomamente, il dio del vino. Con tutto ciò che ne consegue.

Bene lo sa Terzopoulos, 81 anni, greco, nato proprio sotto il Monte Olimpo, e fondatore del Teatro ateniese Attis. Di Baccanti, Terzopoulos ha già realizzato sei allestimenti diversi e sul dio protagonista ha scritto anche un diffuso manuale di teatro che si intitola Il ritorno di Dionysos.

copertina il ritorno di Dionysos

Quel mito lo conosce dunque bene, benissimo, per averlo studiato nelle tante sfaccettature, e per aver immaginato, altre sei volte, un disegno diverso, adatto ai tempi e alle situazioni, in cui le sue Baccanti si sono trovate a replicare, ebbre, scomposte, gli scandalosi riti boschivi. “Un dio terribile e dolcissimo” lo definisce Euripide. “Il dio protettore dei rave” potremmo chiamarlo noi.

L’archetipo del profugo

Qui, nel Teatro Grande di Pompei, non siamo nella Epidauro del turismo di massa, ma la richiesta è ancora una volta quella di ammansire il tragico, renderlo più comprensibile, dargli perfino una patina di attualità. Cosa di cui il tragico, che va alle radici dei comportamenti umani, davvero non avrebbe bisogno.

“Dioniso è l’archetipo di un profugo che attraversa i paesaggi di guerra – ha raccontato il regista in un’ intervista al Corriere della Sera – “è il predecessore dei profughi di oggi come quelli che cercano salvezza, per esempio sulle coste di Lampedusa”. E via avanti con lo spiegone.

Ecco perciò ricomposto nel suo disegno di regia un mondo, non senza tempo, ma di tutti i tempi. Che mette insieme il passo dell’oca nazista e il settecentesco Lascia ch’io pianga… Il corpo nudo della liberazione dionisiaca e il corpo armato della militarizzazione.

Baccanti Terzopoulos - Randisi Carbone ph Johanna Weber
Stefano Randisi e Gemma Carbone- ph Johanna Weber

Tra le tante altre soluzioni estrose, noi spettatori vedremo e sentiremo: rombi guerra e sirene, un rotear di ventagli rossi, movimenti di scena che trasformano il coro in coreografia…. Tutte cose abbastanza incongrue con l’assunto principale, ma adatte a fare spettacolo.

Riccioli d’oro

Perfino il casting appare piuttosto curioso. La regia assegna a Roberto Latini il ruolo del biondo e riccioluto Dioniso. Che era un Massimo Popolizio, divino nell’edizione di Luca Ronconi a Siracusa, un’ambigua Federica Rosellini nella versione di Andrea De Rosa, proprio qui a Pompei nove anni fa.

Ma Latini – il quale resta un attore superbamente bravo e molto applaudito – non è né biondo né riccioluto, e deve perciò mimare riccioli e belli capelli.

Roberto Latini e Marco Cacciola
Roberto Latini e Marco Cacciola – ph Ivan Nocera

Lo stesso vale per Penteo, tiranno di Tebe, co-protagonista repressivo prima, poi sedotto anche lui dalla divinità. Con un po’ di imbarazzo vedremo l’interprete, Marco Cacciola, costretto allo spogliarello e a un balletto sinuoso, un po’ odalisca, un po’ sette veli.

Autentica mater dolorosa è Alvia Reale, mentre succhia il proprio dolore dal cranio del figlio Penteo, scambiato per una belva feroce e decapitata. Terrore e raccapriccio.

Baccanti Terzopoulos - Alvia Reale
Alvia Reale – ph Johanna Weber

Sono i particolari di quella tendenza allo spettacolare e – sottolinerei – pure al banale che abbondano spesso nelle riprese dei titoli del canone classico. Ma che le Baccanti, estremiste e sovversive, non si meriterebbero. E che non si merita nemmeno la gloriosa carriera di Terzopoulos.

Dioniso è Bacco

Mi risuona, mentre lascio i gradini del Teatro Grande, un canto ritmato e allegro che viene dai camerini, curiosi container bianchi tra le pietre antiche. “Venite Baccanti, Baccanti venite!” scandiscono con l’entusiasmo di chi è stato poco prima applaudito, e finalmente si disseta, i dodici ragazzi e ragazze del Coro.

Chissà – mi chiedo salutando Pompei – se le sacche trasfusionali erano piene di sangue davvero. Dionisio è pure Bacco, e inventò il vino. E il bel colore, un rosso rubino, più o meno è lo stesso.

Baccanti Terzopoulos - Pompeii Theatrum Mundi

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LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumposcon Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
il Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Pompei, Teatro Grande, dal 18 al 20 giugno 2026
Ostia, Teatro Antico, 25 e 26 giugno
Modena Teatro Storchi, dal 22 ottobre

Ivor Martinić, autore croato. Felicità teatrale per famiglie infelici

Ha debuttato a Rijeka/Fiume nella monumentale sala del Teatro Nazionale Croato “Ivan Zaic”, Mio figlio cammina solo un po’ lentamente di Ivor Martinić.

Tre lingue, tre produttori, nove attori e la regia “argentina” di Marcela Serli.

Ivor Martinic - Mio figlio cammina solo un po' più lentamente
Il cast – ph Željko Jerrneić 

Birthday blues, lo chiamano gli anglosassoni. Non è un genere musicale. Ma è quella sensazione di disagio, di depressione e scoraggiamento, che si prova a volte [spesso, #diciamocelo] nel momento in cui si dovrebbe invece festeggiare il proprio compleanno.

Anniversari

A teatro, ma anche al cinema e nella musica, il compleanno è un topic ricorrente. Sempre drammatico. The birthday party di Harold Pinter. Il film Festen di Lars von Trier. La canzone di Guccini. Questi e molti altri titoli raccontano quanto di spaventoso possa nascondersi in quegli anniversari.

Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, creazione 2011 dello scrittore croato Ivor Martinić, prende avvio dai preparativi per una festa di compleanno. Temibile. Perché nessuno o quasi ci tiene a festeggiarlo. Ma tutti sentono il dovere di farlo.

Infelicità

Anche le famiglie infelici sono un topic teatrale ricorrente. “Tutte le famiglie felici si somigliano. Ma tra quelle infelici, ciascuna è infelice a modo suo” sentenziava Tolstoj. Non credetegli.

Andando a memoria, non mi sembra di avere mai visto, in scena, una famiglia felice. Anzi: più infelici sono, più teatro fanno. A cominciare da quelle tremendissime di Oreste e di Edipo. Fanno massa, le infelicità.

Capita ancha a voi, no?

Pure Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, si occupa di una famiglia infelice. Non più di tanto. Qualcuno potrebbe etichettarla: disgregata, traballante. Ancora peggio: disfunzionale. Non credetegli.

Una nonna che non sta bene con la testa. Una mamma apprensiva. Un marito disattento. Un figlio che ha problemi di salute. Un flirt tra cognati. Normale amministrazione. Capita anche a voi, no? [non tutto nello stesso momento, spero]. Ma vi definireste una famiglia disfunzionale?

Giuseppe Nicodemo - Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
Giuseppe Nicodemo – ph Željko Jerrneić 

Nel suo testo Ivor Martinić combina i due topic: infelicità e compleanno. Che non sarebbe una novità. Ma lo fa con un suo gusto per la lingua, per le battute, per una palette di toni e sentimenti che va dal malinconico al grottesco. Si può ridere delle disgrazie altrui, certo, facendo però finta che non siano anche le nostre.

Una regia “argentina”

Mentre assistevo al debutto dello spettacolo, qualche sera fa, allestito dalla compagnia del Dramma Italiano nel bel teatro storico-ottocentesco di Rijeka / Fiume, pensavo: ha qualcosa di argentino questo testo.

E mi ricordavo di certe famiglie latinoamericane raccontate da Claudio Tolcachir (Le omissioni della famiglia Coleman, Emilia) o Rafael Spregelburd (Lucido, Il panico). O ancora da Roberto Cossa e Gabriel Calderón.

Il conto torna: infatti colei che ha proposto il testo alla compagnia fiumana (e anche al CSS di Udine e al Teatri Stabil Furlan) è una regista di ineccepibile origine argentina: Marcela Serli, che è nata a Tucumán.

Quando a scrivere sono gli argentini, c’è sempre di mezzo uno psicanalista. La dissestata famiglia di Martinić deve invece sbrigarsela da sola. Con le complicazioni del caso. Divertenti a volte, pensose altre volte.

Perché il festeggiato, 25 anni, si trova purtroppo costretto su una sedia a rotelle. Perché la nonna manifesta sintomi evidenti di declino cognitivo. Perché tra sorelle il rancore supera l’amore, e i mariti pensano ad altro. Perché in fin dei conti nessuno vuole vedere la propria infelicità e – come spiega con una metafora il titolo – “cammina solo un po’ lentamente”.

Sosteneva Beckett

“Niente è più buffo dell’infelicità” scrive Samuel Beckett in Finale di partita. Consapevole del proprio compito, la compagnia degli attori, sintomaticamente affiatata, ci dà dentro parecchio per rendere sopportabile, se non comica, tutta questa infelicità.

I palloncini colorati scoppiano. Sulla sedia a rotelle si balla. I costumi sono un’esplosione di fiori. E una telecamera ingigantisce i primi piani, le espressioni dei volti, e sottolinea le battute.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

Di più: la linearità del testo croato, viene allegramente demolita mettendo in ballo l’italiano (nella traduzione di Elisa Copetti) assieme al dialetto di Fiume e alla lingua friulana. Un mix che ben si adatta al triangolo fiumano-udinese che produce lo spettacolo e lo porterà prossimamente in tournée.

Copertina - Edizioni del Teatri Stabil Furlan
Il testo in edizione bilingue croato-friulano

Tavolozza Martinić

Mi dicono che Martinić (classe 1984, nato a Spalato, ora vive a Barcellona) sia uno dei croati più tradotti, in tutto il mondo, soprattutto in Sudamerica. Giustamente.

E che laggiù, di questo testo, siano stati realizzati allestimenti diversi, che virano dal melodrammatico al tragicomico. Lo capisco bene, perché l’attenzione che lo scrittore mette nell’uso della lingua dà spazio a una colorata tavolozza interpretativa dei legami famigliari. Così come succedeva nel precedente Questo è il titolo della storia di Ante (2009). E e come succede anche nel più recente Peccato… marciranno le piante (2019).

Dimensione alla quale io però opporrei la domanda provocatoria spesso avanzata da Spregelburd. “Ma siamo davvero sicuri che una famiglia sia il modo migliore di organizzare corpi nello spazio?” Andate a vedere Mio figlio cammina solo un po’ lentamente. Pensateci. E ne riparliamo.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

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MIO FIGLIO CAMMINA SOLO UN PO’ LENTAMENTE
di Ivor Martinić
traduzione italiana Elisa Copetti
regia e concept scenico Marcela Serli
musiche Enza De Rose
con Rita Maffei, Massimo Somaglino, Elena Brumini, Serena Ferraiuolo, Annamaria Ghirardelli, Stefano Iagulli, Giuseppe Nicodemo, Mirko Soldano, Leonora Surian Popov
una co-produzione HNK Dramma Italiano di Fiume, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatri Stabil Furlan
lo spettacolo è anche parte nella stagione 2026/2027 di Teatro Contatto, a Udine

STORIE – Tom Stoppard, Harold Pinter, e un incontro di schiena

E così, alcune sera fa, siamo finiti a parlare di personaggi minori. Ci saranno magari stati altri argomenti, più decisivi, da mettere in discussione. Ma quella sera là, niente da fare: personaggi minori e basta. Ovvero, soprattutto a teatro, personaggi che non sempre stanno sotto il riflettore, ma sono indispensabili, con il loro intervento, a fare andar avanti la storia.

Tra i personaggi minori – sostenevo io – i più interessanti, i maggiori, per me restano sempre Rosencrantz e Guildenstern, i compagni di studi di Amleto, i suoi traditori.

Tom Stoppard (Ansa)
Tom Stoppard (Ansa)

Personaggi minori

Dalla questa minorità – argomentavo – li aveva liberati nel 1966, al festival di Edimburgo, il commediografo inglese Tom Stoppard, che aveva dedicato loro addirittura un titolo: Rosencrantz e Guildenstern are dead. Cioè sono morti: una “tragicommedia dell’assurdo”, poi anche un film ( molto premiato, Leone d’oro a Venezia nel 1990). Una promozione di grado che li aveva, una volta tanto, resi protagonisti.

Appunto parlando di Stoppard, mi era tornato in mente un episodio curioso. Una storiellina che può figurare bene tra le mie STORIE: gli incontri con uomini (e donne) straordinari che un po’ per caparbietà, un po’ per caso, hanno attraversato la mia vita. E che di tanto intanto rievoco su QuanteScene!

Ve lo racconto, quel divertente episodio.

Memorial Day

Giugno 2009. Eravamo tutti commossi alla fine della cerimonia: un memorial day che, a Londra, il National Theatre aveva dedicato a Harold Pinter, scomparso sei mesi prima (24 dicembre 2008).

Nella sala Olivier del principale teatro della capitale si era ritrovata la maggior parte degli attori che, nei decenni, avevano interpretato i suoi lavori: la crema più crema del teatro inglese.

Da Jeremy Irons (che indossava incredibili scarpe rosse) a Colin Firth, a Jude Law. Da Penelope Wilton a Eileen Atkins, solo per dire i nomi di quelli noti anche da noi.

Ciascuno aveva letto, e rivissuto in poche battute, il personaggio interpretato in un momento magico della propria carriera. Dal barbone molesto di Il guardiano (David Bravely) alle due scombinate prostitute di The Black & White (Atkins and Sheila Hancock).

Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter
Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter

Molti anche gli amici, i registi, gli scrittori che avevano accompagnato la sua carriera. E guarda caso, anche i suoi due biografi italiani (cioè Gianfranco Capitta ed io), arrivati frettolosamente a Londra con un volo low-cost, per non mancare alla celebration. E per abbracciare Antonia Fraser, la seconda moglie di Harold, storica di grande rilievo, a cui ci legava, esattamente come a lui, un affetto particolare.

Roberto Canziaini - Gianfranco Capitta - Harold Pinter

Standing reception

Non sono sobri né frugali, gli inglesi, nelle celebrazioni. Figuriamoci per un Premio Nobel. Alla fine della serata, che aveva toccato tutti i cuori, ci aspettava infatti un’abbondante standing reception. Ciò che in Italia si chiama buffet in piedi.

Non ho più memoria delle pietanze fatte circolare da impeccabili waiter, i camerieri messi a disposizione dal teatro. Ma certo ricordo l’affollamento e il vorticoso alternarsi dei piatti in mano. E dei bicchieri.

Sbadatamente, mi capitò di scontrarmi di schiena con un signore che stava riempiendo il proprio piatto, tenendo pericolosamente un bicchiere con l’altra mano. Anzi: non era la schiena, lo scontro avveniva più in basso.

Una botta di culo

Chissà di chi era la colpa. Ma l’incontro, così come era avvenuto, risultava un po’ sconveniente. Tanto che, rosso come un peperone rosso, mi affrettai a chiedere scusa a quel signore. “Sorry, I’m really sorry”. Lui si voltò senza battere ciglio. E il signore si rivelò per quel che era: un gran signore, Tom Stoppard.

L’imbarazzo prevalse sul rossore. “Good evening, mr Stoppard”. Pausa pinteriana. “Aren’t you mr Stoppard?” aggiunsi, potevo anche essermi sbagliato. “I’m Tom Stoppard”, la laconica risposta. Che altro potevo dire?

In una frazione di secondo sfogliai tutto il mio repertorio di espressioni brillanti in inglese. Ne cavai fuori una che peggio non si poteva. “Pity I didn’t meet Rosencrantz and Guildenstern too, at the celebration”. Peccato che non ci siano anche quei due qui alla cerimonia. “Oh, they’re dead, really”. Che in quel momento suonava non so se macabra non so se divertente. Ma sciolse il ghiaccio, dopo quel colpo di culo. Letterale.

Stoppard - Rosencrantz e Guildenstern are dead

Ecco: due sole battute. Ma nello stile arguto e frizzante, che potreste apprezzare leggendo qualcuna delle sue commedie. Peccato che anche lui non ci sia più.

Sei mesi fa pure Stoppard, che aveva sceneggiato film come Shakespeare in Love (Oscar e Golden Globe nel 1999), ci ha lasciati.

Tom Stoppard
Tom Stoppard

FESTIVAL 2026 – Castrovillari, o del pensiero meridiano

Quattro giorni a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per la 26esima edizione di Primavera dei Teatri, caposaldo dello spettacolo dal vivo a Sud.

Il reportage.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

Anche i festival hanno un’anima. I festival più interessanti, dico. Spesso è un luogo di incontro. Lo spazio dove spettatori e artisti si incrociano, si annusano, approfondiscono la conoscenza, al di là del momento dello spettacolo, che è venuto prima, o verrà dopo. Un’anima che pulsa di esperienze e passioni teatrali, dal mattino a sera.

Primavera estiva

A Castrovillari, a Primavera dei Teatri, quell’anima per molti anni è stata il chiostro del Protoconvento. Spazio di quiete nelle già estive giornate di maggio, quando il festival abitualmente si apre a un pubblico che viene anche da molto lontano (come me) per l’infilata di prime, anteprime, anticipazioni, presentazioni, che la Primavera calabrese promette. E mantiene pure.

Castrovillari - Chiostro del Protoconvento - ph Angelo Maggio
Chiostro del Protoconvento – ph Angelo Maggio

Quest’anno il chiostro era vuoto: la logistica ha avuto il sopravvento. Ma non si è persa l’anima, che si è spostata semplicemente altrove.

Un cortile nobile, poco distante, con il suo spicchio di cielo e annessa bakery. Che si chiama Emy’s e assicura agli abbracci e agli incontri, ai libri, alla musica, quel capitale di inclusività e colazioni, brunch, torte dolci e salate, apertivi, gatti… Senza i quali il meridione italiano non è tale.

Meridiano soprattutto

Meridione, ma soprattutto meridiano. Nell’eco di un “pensiero meridiano” che è risuonato più volte nelle conversazioni con artisti, studiosi, scrittori di teatro che hanno animato il cortile di Emy.

Franco Cassano - il pensiero meridiano

Il richiamo va al titolo pubblicato vent’anni fa dal sociologo Franco Cassano (1943-2021): superamento di una questione meridionale disagiata e piagnona, e slancio invece verso un diverso futuro. Richiamo ancora vivo in questo avamposto del teatro a Sud.

Che la compagnia Scena Verticale coltiva da 26 edizioni e si interfaccia oggi con un altro pensiero. Quella della “restanza” (il rimanere qui, il resistere, l’àncora dello spaesamento) che un altro studioso meridionale, l’antropologo calabrese Vito Teti, ha maturato negli scorsi anni.

Fughe in avanti. Riesami all’indietro

Sono traccianti di pensiero che – per la forza dei luoghi, i luoghi dell’anima – investono anche il programma degli spettacoli intessuto da Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Fughe in avanti, come i lavori di Luna Cenere coreografa, o di Filippo Andreatta, atmosferico progettista di Nuvolario.

Oppure riesami all’indietro, come la ripresa di Sutta scupa, exploit siciliano di precariato che Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa avevano tracciato ancora venti anni fa. E che ora, tra schiavitù economiche e intelligenze artificiali, acquista se possibile ancora più sinistri bagliori.

Castrovillari - Primavera dei Teatri 2026  - Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa - ph Angelo Maggio
Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa – ph Angelo Maggio

Ma qui pure si fanno tuffi nella favolistica locale e al tempo stesso europea: Dario De Luca con Le tre cicoriane rilegge in dialetto locale l’orizzonte della leggenda di Barbablù.

E anche nella favolistica irrisoria e moderna con cui Niccolò Fettrappa e Lorenzo Guerrieri condiscono i loro affreschi sul trash contemporaneo (dalla premiata Apocalisse tascabile del 2020, siamo adesso, qui, all’anteprima di Scemi del villaggio, che preannuncia altrettanti traguardi).

Più esagerato ancora, nel suo estremismo linguistico, Dino Lopardo, drammaturgo e regista. Dopo la malandata famiglia di Affogo (del 2022, anche in volume), il lucano Lopardo si imbatte ora in problemi di corpo e alimentazione (Rigetto, è il titolo, bulimico, del suo più recente lavoro, che anticipa il prossimo Cesso). Con cui lui pensa di chiudere la trilogia sulle disfunzioni. O come dice lui, sull’odio.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026 - Angela Ciaburri e Claudia A.Marsicano in Rigetto - ph Angelo Maggio
Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano in Rigetto – ph Angelo Maggio

Naufrago senza nome

Ma qui, a Castrovillari, a qualche ora di macchina da Cutro e dal suo naufragio 2023, qui, a pochi chilometri da Amendolara, e dal suo spietato rogo dell’altro giorno, è impossibile non pensare a chi migra. E resta impigliato nel traffico di esseri su cui malavita, mafie e caporalati gettano benzina politica. E qui muore.

Così KR70M16 – Naufrago senza nome, scritto dallo stesso La Ruina (e a mio avviso uno dei suoi testi più intensi) aggancia il discorso del disumano, senza la retorica e il piagnisteo degli spiegoni e con quel minimo di disincanto che garantisce dignità a tutte le vittime della Storia. Non solo quelle della Shoah, anche quelle di chi, affogato, senza nome, con il corpo smembrato dai pesci, ci ascolta dal fondo delle coste calabre.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026  -Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 - ph Angelo Maggio
Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 – ph Angelo Maggio

Karamu è un 16enne, migrante, annegato mentre cercava di raggiungere Crotone: “… e vacci da quei poveretti, fagli compagnia, che è brutta la solitudine in mezzo al mare. Parlagli, che loro ti sentono. Sentono quello che dice la gente sulla spiaggia, i bambini che giocano, quelli che ridono, pensa se lo sapessero che li sentiamo mentre ridono. Che poi fanno il bagno proprio sopra di noi, com’è che non ci pensano che siamo là sotto? “

Je suis Armande, a Castrovillari

Nei miei quattro giorni a Castrovillari, non sono riuscito a vedere tutto ciò che questa primavera calabrese prometteva, e ha poi mantenuto.

Un titolo rimarrà comunque impresso in me: Armande sono io. È il francesismo di uno spettacolo d’intervento, in cui Fiorenza Menna e Luce Sant’Ambrogio riscoprono la lezione di Carla Lonzi, attivista femminista (1931 -1982).

Castrovillari - primavera dei teatri 2026 ARMANDE foto Angelo Maggio
Armande sono io – ph Angelo Maggio

In filigrana, le due attrici leggono la delegittimazione che già Molière riservava alle donne d’intelletto (preziose e ridicole, secondo lui) e con registratori d’epoca e interviste, la riportano a quel pensare avanzato che caratterizzò la stagione della Rivolta Femminista. Dalla quale, oggi, ci ritroviamo lontani, in retromarcia. Spettacolo che raccomanderei a chi sa tenere lo sguardo e le orecchie tese ai miti d’oggi, alle trasformazioni del costume.

Genius loci

Non mi va infine di trascurare la dedica che ha accompagnato Primavera dei Teatri 2026. Dedica triplice e triste, ad amici di Castrovillari e del Festival, oltre che miei, che negli scorsi mesi ci hanno lasciato. Giancarlo Cauteruccio regista, Laura Palmieri giornalista, Goffredo Fofi critico e saggista.

Tutti e tre, a modo loro, hanno valorizzato il pensiero meridiano che in 25 anni ha fatto di questo piccolo centro del nord della Calabria, un luogo essenziale della geografia teatrale italiana, caposaldo al Sud, un territorio dove riconoscere l’impronta, il genius loci.

Che spicca pure nelle immagini di Angelo Maggio, fotografo. Sono quelle che accompagnano questo mio reportage da Castrovillari. Ma anche quelle, pubblicate nel più recente numero della rivista Mas Ruido.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

In quelle pagine, la rovina del “non finito”, cemento sbrecciato, ferro arrugginito, il degrado edilizio meridionale insomma, si manifestano come ulteriore, ammaliante presenza di questo genius loci.

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SUTTA SCUPA
di Giuseppe Massa
diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano
produzione Babel con Sutta scupa

RIGETTO
regia, drammaturgia, scene e luci Dino Lopardo
con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano
costumi Annamaria Porcelli
ambienti sonori Mario Russo
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale

KR70M16 – NAUFRAGO SENZA NOME
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina
con Cecilia Foti e Dario De Luca
musiche tradizioni, musiche originali di Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale

ARMANDE SONO IO!
di Carla Lonzi
ideazione e regia Fiorenza Menni
drammaturgia Sara De Simone, Caterina Venturini, Fiorenza Menni
con Fiorenza Menni e Luce Sant’Ambrogio
realizzazione costume Umberta Burroni
produzione Ateliersi
in coproduzione con Festival dell’Eccellenza al Femminile