Quattro giorni a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per la 26esima edizione di Primavera dei Teatri, caposaldo dello spettacolo dal vivo a Sud.
Il reportage.

Anche i festival hanno un’anima. I festival più interessanti, dico. Spesso è un luogo di incontro. Lo spazio dove spettatori e artisti si incrociano, si annusano, approfondiscono la conoscenza, al di là del momento dello spettacolo, che è venuto prima, o verrà dopo. Un’anima che pulsa di esperienze e passioni teatrali, dal mattino a sera.
Primavera estiva
A Castrovillari, a Primavera dei Teatri, quell’anima per molti anni è stata il chiostro del Protoconvento. Spazio di quiete nelle già estive giornate di maggio, quando il festival abitualmente si apre a un pubblico che viene anche da molto lontano (come me) per l’infilata di prime, anteprime, anticipazioni, presentazioni, che la Primavera calabrese promette. E mantiene pure.

Quest’anno il chiostro era vuoto: la logistica ha avuto il sopravvento. Ma non si è persa l’anima, che si è spostata semplicemente altrove.
Un cortile nobile, poco distante, con il suo spicchio di cielo e annessa bakery. Che si chiama Emy’s e assicura agli abbracci e agli incontri, ai libri, alla musica, quel capitale di inclusività e colazioni, brunch, torte dolci e salate, apertivi, gatti… Senza i quali il meridione italiano non è tale.
Meridiano soprattutto
Meridione, ma soprattutto meridiano. Nell’eco di un “pensiero meridiano” che è risuonato più volte nelle conversazioni con artisti, studiosi, scrittori di teatro che hanno animato il cortile di Emy.

Il richiamo va al titolo pubblicato vent’anni fa dal sociologo Franco Cassano (1943-2021): superamento di una questione meridionale disagiata e piagnona, e slancio invece verso un diverso futuro. Richiamo ancora vivo in questo avamposto del teatro a Sud.
Che la compagnia Scena Verticale coltiva da 26 edizioni e si interfaccia oggi con un altro pensiero. Quella della “restanza” (il rimanere qui, il resistere, l’àncora dello spaesamento) che un altro studioso meridionale, l’antropologo calabrese Vito Teti, ha maturato negli scorsi anni.
Fughe in avanti. Riesami all’indietro
Sono traccianti di pensiero che – per la forza dei luoghi, i luoghi dell’anima – investono anche il programma degli spettacoli intessuto da Saverio La Ruina e Dario De Luca.
Fughe in avanti, come i lavori di Luna Cenere coreografa, o di Filippo Andreatta, atmosferico progettista di Nuvolario.
Oppure riesami all’indietro, come la ripresa di Sutta scupa, exploit siciliano di precariato che Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa avevano tracciato ancora venti anni fa. E che ora, tra schiavitù economiche e intelligenze artificiali, acquista se possibile ancora più sinistri bagliori.

Ma qui pure si fanno tuffi nella favolistica locale e al tempo stesso europea: Dario De Luca con Le tre cicoriane rilegge in dialetto locale l’orizzonte della leggenda di Barbablù.
E anche nella favolistica irrisoria e moderna con cui Niccolò Fettrappa e Lorenzo Guerrieri condiscono i loro affreschi sul trash contemporaneo (dalla premiata Apocalisse tascabile del 2020, siamo adesso, qui, all’anteprima di Scemi del villaggio, che preannuncia altrettanti traguardi).
Più esagerato ancora, nel suo estremismo linguistico, Dino Lopardo, drammaturgo e regista. Dopo la malandata famiglia di Affogo (del 2022, anche in volume), il lucano Lopardo si imbatte ora in problemi di corpo e alimentazione (Rigetto, è il titolo, bulimico, del suo più recente lavoro, che anticipa il prossimo Cesso). Con cui lui pensa di chiudere la trilogia sulle disfunzioni. O come dice lui, sull’odio.

Naufrago senza nome
Ma qui, a Castrovillari, a qualche ora di macchina da Cutro e dal suo naufragio 2023, qui, a pochi chilometri da Amendolara, e dal suo spietato rogo dell’altro giorno, è impossibile non pensare a chi migra. E resta impigliato nel traffico di esseri su cui malavita, mafie e caporalati gettano benzina politica. E qui muore.
Così KR70M16 – Naufrago senza nome, scritto dallo stesso La Ruina (e a mio avviso uno dei suoi testi più intensi) aggancia il discorso del disumano, senza la retorica e il piagnisteo degli spiegoni e con quel minimo di disincanto che garantisce dignità a tutte le vittime della Storia. Non solo quelle della Shoah, anche quelle di chi, affogato, senza nome, con il corpo smembrato dai pesci, ci ascolta dal fondo delle coste calabre.

Karamu è un 16enne, migrante, annegato mentre cercava di raggiungere Crotone: “… e vacci da quei poveretti, fagli compagnia, che è brutta la solitudine in mezzo al mare. Parlagli, che loro ti sentono. Sentono quello che dice la gente sulla spiaggia, i bambini che giocano, quelli che ridono, pensa se lo sapessero che li sentiamo mentre ridono. Che poi fanno il bagno proprio sopra di noi, com’è che non ci pensano che siamo là sotto? “
Je suis Armande, a Castrovillari
Nei miei quattro giorni a Castrovillari, non sono riuscito a vedere tutto ciò che questa primavera calabrese prometteva, e ha poi mantenuto.
Un titolo rimarrà comunque impresso in me: Armande sono io. È il francesismo di uno spettacolo d’intervento, in cui Fiorenza Menna e Luce Sant’Ambrogio riscoprono la lezione di Carla Lonzi, attivista femminista (1931 -1982).

In filigrana, le due attrici leggono la delegittimazione che già Molière riservava alle donne d’intelletto (preziose e ridicole, secondo lui) e con registratori d’epoca e interviste, la riportano a quel pensare avanzato che caratterizzò la stagione della Rivolta Femminista. Dalla quale, oggi, ci ritroviamo lontani, in retromarcia. Spettacolo che raccomanderei a chi sa tenere lo sguardo e le orecchie tese ai miti d’oggi, alle trasformazioni del costume.
Genius loci
Non mi va infine di trascurare la dedica che ha accompagnato Primavera dei Teatri 2026. Dedica triplice e triste, ad amici di Castrovillari e del Festival, oltre che miei, che negli scorsi mesi ci hanno lasciato. Giancarlo Cauteruccio regista, Laura Palmieri giornalista, Goffredo Fofi critico e saggista.
Tutti e tre, a modo loro, hanno valorizzato il pensiero meridiano che in 25 anni ha fatto di questo piccolo centro del nord della Calabria, un luogo essenziale della geografia teatrale italiana, caposaldo al Sud, un territorio dove riconoscere l’impronta, il genius loci.
Che spicca pure nelle immagini di Angelo Maggio, fotografo. Sono quelle che accompagnano questo mio reportage da Castrovillari. Ma anche quelle, pubblicate nel più recente numero della rivista Mas Ruido.

In quelle pagine, la rovina del “non finito”, cemento sbrecciato, ferro arrugginito, il degrado edilizio meridionale insomma, si manifestano come ulteriore, ammaliante presenza di questo genius loci.
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SUTTA SCUPA
di Giuseppe Massa
diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano
produzione Babel con Sutta scupa
RIGETTO
regia, drammaturgia, scene e luci Dino Lopardo
con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano
costumi Annamaria Porcelli
ambienti sonori Mario Russo
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale
KR70M16 – NAUFRAGO SENZA NOME
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina
con Cecilia Foti e Dario De Luca
musiche tradizioni, musiche originali di Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale
ARMANDE SONO IO!
di Carla Lonzi
ideazione e regia Fiorenza Menni
drammaturgia Sara De Simone, Caterina Venturini, Fiorenza Menni
con Fiorenza Menni e Luce Sant’Ambrogio
realizzazione costume Umberta Burroni
produzione Ateliersi
in coproduzione con Festival dell’Eccellenza al Femminile
