Ad aprire la nona edizione del festival Pompeii Theatrum Mundi, la scorsa settimana, sono state Le Baccanti con la regia di Theodoros Terzopoulos.
Lo spettacolo è in scena anche questa sera giovedì 25 e domani 26 al teatro di Ostia Antica. In autunno sarà a Modena al Teatro Storchi.

Ossigeno e sangue
Le ho contate, sono centocinquanta. Centocinquanta sacche trasfusionali di sangue che fanno da sfondo a Le Baccanti, nuova versione che Terzopoulos dà dell’ultima e più estrema tragedia di Euripide.
Davanti alle sacche di sangue si scorge qualcosa che assomiglia a una barella o a una navicella spaziale, magari temporale, dove giace un corpo tenuto in vita – pare di capire – da tubi che lo allacciano a due bomboloni di ossigeno a lato.
Davvero ci vogliono ossigeno e sangue – mi sono subito chiesto – per tenere in vita, se non resuscitare, la più terminale fra tragedie di Euripide? Un testo vertiginoso che già ha attraversato due millenni e mezzo, e che ancora proietta le sue terribili immagini sul presente?

La più estrema
Baccanti è la più estrema tra le opere del canone classico. Non a caso quel titolo entra nel linguaggio comune come una ventata di ebbrezza, fanatica e pericolosa. Baccanti sono le donne inebriate dal vino, scompigliate nei gesti, incontrollate nei sensi, fameliche, feroci.
Baccanti in quanto seguaci di Bacco. Che è uno dei tanti nomi di Dioniso. Come Dioniso Lieo, il liberatore. Come Dioniso Bromio, il festoso. Saranno poi i Romani a fare di Bacco, autonomamente, il dio del vino. Con tutto ciò che ne consegue.
Bene lo sa Terzopoulos, 81 anni, greco, nato proprio sotto il Monte Olimpo, e fondatore del Teatro ateniese Attis. Di Baccanti, Terzopoulos ha già realizzato sei allestimenti diversi e sul dio protagonista ha scritto anche un diffuso manuale di teatro che si intitola Il ritorno di Dionysos.

Quel mito lo conosce dunque bene, benissimo, per averlo studiato nelle tante sfaccettature, e per aver immaginato, altre sei volte, un disegno diverso, adatto ai tempi e alle situazioni, in cui le sue Baccanti si sono trovate a replicare, ebbre, scomposte, gli scandalosi riti boschivi. “Un dio terribile e dolcissimo” lo definisce Euripide. “Il dio protettore dei rave” potremmo chiamarlo noi.
L’archetipo del profugo
Qui, nel Teatro Grande di Pompei, non siamo nella Epidauro del turismo di massa, ma la richiesta è ancora una volta quella di ammansire il tragico, renderlo più comprensibile, dargli perfino una patina di attualità. Cosa di cui il tragico, che va alle radici dei comportamenti umani, davvero non avrebbe bisogno.
“Dioniso è l’archetipo di un profugo che attraversa i paesaggi di guerra – ha raccontato il regista in un’ intervista al Corriere della Sera – “è il predecessore dei profughi di oggi come quelli che cercano salvezza, per esempio sulle coste di Lampedusa”. E via avanti con lo spiegone.
Ecco perciò ricomposto nel suo disegno di regia un mondo, non senza tempo, ma di tutti i tempi. Che mette insieme il passo dell’oca nazista e il settecentesco Lascia ch’io pianga… Il corpo nudo della liberazione dionisiaca e il corpo armato della militarizzazione.

Tra le tante altre soluzioni estrose, noi spettatori vedremo e sentiremo: rombi guerra e sirene, un rotear di ventagli rossi, movimenti di scena che trasformano il coro in coreografia…. Tutte cose abbastanza incongrue con l’assunto principale, ma adatte a fare spettacolo.
Riccioli d’oro
Perfino il casting appare piuttosto curioso. La regia assegna a Roberto Latini il ruolo del biondo e riccioluto Dioniso. Che era un Massimo Popolizio, divino nell’edizione di Luca Ronconi a Siracusa, un’ambigua Federica Rosellini nella versione di Andrea De Rosa, proprio qui a Pompei nove anni fa.
Ma Latini – il quale resta un attore superbamente bravo e molto applaudito – non è né biondo né riccioluto, e deve perciò mimare riccioli e belli capelli.

Lo stesso vale per Penteo, tiranno di Tebe, co-protagonista repressivo prima, poi sedotto anche lui dalla divinità. Con un po’ di imbarazzo vedremo l’interprete, Marco Cacciola, costretto allo spogliarello e a un balletto sinuoso, un po’ odalisca, un po’ sette veli.
Autentica mater dolorosa è Alvia Reale, mentre succhia il proprio dolore dal cranio del figlio Penteo, scambiato per una belva feroce e decapitata. Terrore e raccapriccio.

Sono i particolari di quella tendenza allo spettacolare e – sottolinerei – pure al banale che abbondano spesso nelle riprese dei titoli del canone classico. Ma che le Baccanti, estremiste e sovversive, non si meriterebbero. E che non si merita nemmeno la gloriosa carriera di Terzopoulos.
Dioniso è Bacco
Mi risuona, mentre lascio i gradini del Teatro Grande, un canto ritmato e allegro che viene dai camerini, curiosi container bianchi tra le pietre antiche. “Venite Baccanti, Baccanti venite!” scandiscono con l’entusiasmo di chi è stato poco prima applaudito, e finalmente si disseta, i dodici ragazzi e ragazze del Coro.
Chissà – mi chiedo salutando Pompei – se le sacche trasfusionali erano piene di sangue davvero. Dionisio è pure Bacco, e inventò il vino. E il bel colore, un rosso rubino, più o meno è lo stesso.

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LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumposcon Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
il Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company
Pompei, Teatro Grande, dal 18 al 20 giugno 2026
Ostia, Teatro Antico, 25 e 26 giugno
Modena Teatro Storchi, dal 22 ottobre
