Le donne di Mittelfest. Agata Tomsic al timone di un festival che non ha smesso mai di trasformarsi

Dall’autunno prossimo, a Cividale del Friuli, Agata Tomsic prenderà il posto di Giacomo Pedini, attuale direttore di Mittelfest, il quale ha portato a termine due mandati triennali firmando il programma 2026 del festival, appena concluso, che aveva per tema la Paura. All’attrice Lucia Limonta è intanto andato l’annuale Premio Adelaide Ristori.

Mittelfest 2026 - ph Luca d'Agostino
ph Luca d’Agostino

Poche ore fa

Ora è ufficiale. E nonostante se ne parlasse, e le voci e la curiosità si rincorressero, e oramai si risapesse, la notizia definitiva è giunta solo poche ore fa, certificata e confermata.

Dal prossimo autunno alla direzione di Mittelfest, il festival internazionale (che nel 2027 giungerà alla 36esima edizione) ci sarà Agata Tomsic. A lei il Consiglio di amministrazione e il neo presidente del festival, Toni Capuozzo, hanno conferito il mandato triennale 2027-2029.

Capuozzo, Tomsic, Pedini - ph Luca d'Agostino
Capuozzo, Tomsic, Pedini – ph Luca d’Agostino

Attrice, ma al tempo stesso regista e dramaturg, progettista e curatrice, fondatrice assieme a Davide Sacco della compagnia ErosAnteros, che sei anni fa ha dato il via al festival Polis a Ravenna, Agata Tomsic si muove con competenza e passo esperto nel net internazionale dello spettacolo dal vivo.

Il fatto di essere nata e cresciuta da queste parti, a Izola/Isola, città del’Istria slovena, aggiunge una radice territoriale al progetto da lei presentato. Il recente ingresso nel consiglio direttivo di ItaliaFestival testimonia inoltre il suo rapporto stretto con altre importanti realtà festivaliere.

È per questo che la governance di Mittelfest ha scelto Tomsic tra più di quaranta candidate e candidati, tutti con titoli professionali di grande rilievo. E a lei consegna ora il timone futuro della manifestazione, dopo aver individuato nel suo curriculum e attraverso colloqui conoscitivi, la fisionomia più adatta a imprimere, una volta ancora, una nuova svolta a Mittelfest.

Agata Tomsic - ph Luca d'Agostino
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Trentasei anni di Europa che cambia

Trasformazioni, Mittelfest ne ha subite parecchie in oltre tre decenni di attività. Come del resto si è trasformata la geografia cui il festival fa riferimento. Nato subito dopo la caduta dei Muri, nel 1991, il festival individuava nell’area della Mitteleuropa storica, il proprio bacino di interessi, musicali, teatrali, di danza, e all’inizio anche cinematografici.

Trent’anni, e non poco movimentati, hanno trasformato drasticamente questo territorio: confini diversi, etnie in movimento, guerre, alleanze economiche: uno scacchiere politico instabile, ma culturalmente fervido.

Andrea Bosca in Bébi - regia Giacomo Pedini - ph Luca d'Agostino
Andrea Bosca in Bébi – regia Giacomo Pedini – ph Luca d’Agostino

Oggi la mitologia del confine, tra Occidente e Oriente, tra blocchi più o meno armati, tra lingue oramai omologate, ha cambiato aspetto. Se c’è una frontiera europea decisiva, adesso sta nel Donbass, tra Ucraina e Russia. Se c’è un linguaggio che unisce nazioni estese tra più di 3000 chilometri, è quello performativo. Musica, teatro contemporaneo, danza, parlano una lingua sola.

Mittelfest - Mittellounge
Mittelfest – Mittellounge

Metamorfosi

Di tutte queste metamorfosi, Agata Tomsic, che conosce una decina di lingue e nei paesi balcanici come nel nord d’Europa è di casa, terrà conto nel definire un’impronta nuova, da dare al festival nel prossimo triennio.

Intanto, durante questa edizione 2026, ha affiancato Pedini, direttore uscente, per raccogliere il testimone del principale evento dal vivo in Friuli Venezia Giulia e non tradire la conformazione che negli scorsi sei anni, Pedini ha dato alla manifestazione: inventando il progetto Mittelyoung (con focus sugli under 30), aprendo spazi di territorio con Mittelland, investendo sui linguaggi del circo e sulla scrittura d’autore, delineando spettacoli per famiglie.

Mittelyoung 2026 - Call
Call 2026 per Mittelyoung

Donne

Che la componente femminile, a Mittelfest, abbia trovato sempre spazio e visibilità è raccontato da una storia che muove fin dagli albori della della manifestazione. Dal fatto che già allora figura chiave del festival fosse Mimma Gallina, mediatrice avveduta tra i membri di una direzione artistica internazionale, ma tutta maschile.

Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger
la “pentagonale” artistica : Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger

Allo scrittore e regista Giorgio Pressburger, si affiancavano infatti nel 1991 l’austriaco George Tabori, lo jugoslavo Jovan Ćirilov, il cecoslovacco Jiří Menzel, l’ungherese Tamás Ascher. Con lei, Gallina, a imbrigliare le diverse esperienze e le diverse anime di quegli esperti conoscitori della Mitteleuropa teatrale.

È un tassello lontano, quello femminile, ma caratterizza ancora il team gestionale di Mittelfest. E non è difficile affiancarlo a un altro tassello, più recente, che vede nella giovane attrice Lucia Limonta la destinataria del Premio Adelaide Ristori 2026.

Adelaide Ristori (1822 – 1906) – nata a Cividale del Friuli per quella casualità geografica che almeno quattro secoli accompagna la vita degli attori – rimane tutt’ora un simbolo di imprenditoria artistica femminile.

Cividale del Friuli - piazza Duomo
Cividale del Friuli – piazza Duomo

Nel nome di Adelaide

Ed è per ciò che – promosso dal Soroptimist Club Italia e consolidato all’interno di Mittelfest – il Ristori premia ogni anno l’attrice che, a giudizio unanime, si sia distinta nell’edizione precedente del Festival.

Lucia Limonta – lo scorso anno nel cast dello spettacolo Argo, dal testo di Letizia Russo per la regia di Serena Sinigaglia – ne è la valida destinataria 2026, anche per una carriera davvero speciale che nelle diverse vesti di attrice e cantante l’ha vista percorrere passi importanti sulla scena contemporanea italiana.

Lucia Limonta - ph Luca d'Agostino
Lucia Limonta – ph Luca d’Agostino

Diplomata quattro anni fa alla Scuola del Piccolo Teatro, in breve tempo Limonta ha modellato la sua figura d’interprete lavorando accanto a Massimo Popolizio, Carmelo Rifici, Alessandro Sciarroni, Declan Donnellan, Alessio Maria Romano. Fino al cast messo assieme da Filippo Dini per il recente Alcesti, che dai palcoscenici di pietra di Siracusa, Pompei, Ostia antica, si sposterà lungo la penisola nella stagione teatrale 2026/2027.

Mittelfest  2026- Erini - ph Luca d'Agostino
Erini , vocalist in Fos– ph Luca d’Agostino

Lucia e le altre

Di molte altre donne si potrebbe ancora parlare, sfogliando l’elenco della cinquantina di eventi di questo Mittelfest 2026 appena concluso. Una Madre Coraggio, spietata trafficante centroeuropea, che si è inventata Laura Marinoni sopra la rilettura drammaturgica di Michele Santeramo.

Oppure la vocalist cretese Erini, che ha cantato l’esodo ellenico dall’Asia minore, o il duo Dagadana, che esplora la cultura polacca e ucraina fondendo musica tradizionale con ogni altro genere: etnico, pop, rock.

Adam's Apple - Creama - ph Luca d'Agostino
Adam’s Apple – Creama – ph Luca d’Agostino

E ancora le tre giovani danzatrici della tentante edenica coreografia Adam’s Apple. Infine Manuela Mandracchia e Alvia Reale, sapienti revisioniste di un gioiello teatrale della scrittrice ungherese Ágota Kristóf.

Dalla cupa scrittura originale, intitolata (ancora al maschile) John e Joe, Mandracchia e Reale hanno saputo estrarre un dialogo agile e spiritoso, che sembra direttamente destinato a una felice tournée nei teatri italiani. Dove le incontreremo di nuovo nella stagione prossima. Parola di osservatori perspicaci.

Quattro parole per un progetto

Comprendere, “che è l’aprirsi assieme”. Dialettica “come arte del saper parlare e ascoltare”. Tradizione “la capacità di trasmettere, nel tempo e negli spazi“. E infine piacere, “una carezza che rende liscia la pelle, ma anche il pensare”.

Agata Tomsic
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Queste le quattro parole che attraverso le quali Agata Tomsic intende realizzare il progetto 2027-2029, mentre garantisce di mettercela affinché non restino solo parole. Perché il teatro – dice – “è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina“.

Puglia Showcase 2026. Nel nodo dell’identità regionale

Fasano, Puglia. Quarantamila abitanti, cinquanta chilometri da Bari, il doppio da Lecce. Siamo nel cuore della Regione, quei luoghi dove il trullo fa compagnia all’olivo.

Dopo l’esito dello scorso anno – lusinghiero senz’altro (vedi il reportage del 2025) – Puglia Showcase 2026 ha rilanciato a Fasano il suo progetto regionalista di spettacolo dal vivo.

E lo rivendica. È la capacità di un territorio – dice Paolo Ponzio, presidente di Puglia Culture – “di generare visioni, dialogo, cooperazione”.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Il Villaggio Puglia a Fasano

Regionalismi

Penso a tutto ciò che, nella mia testa, la parola regionalismo può scatenare. Non il significato storico, nemmeno giuridico: piuttosto quello culturale.

Le lingue, gli idiomi, le parlate regionali. Gli scrittori, i musicisti, gli artisti del territorio. Soprattutto una certa idea nostalgica di identità locale, protezionista, conservativa. Sentimentale e populista spesso. Di chi si aggrappa a tradizioni che vengono spazzate via dall’omologazione del life style globale che avanza.

Poi però, nel mezzo di Lu baciu santu – creazione di danza del coreografo Diego Tortelli per la compagnia ResExtensa di Elisa Barucchieri – sento Leuca, un pezzo di Justin Adams e Mario Durante. Il primo è cresciuto in Egitto, pur essendo inglese, l’altro è il leader del Canzoniere Grecanico Salentino.

Mi attrae la frizione tra danza contemporanea, un po’ di maniera, e una musica in cui il tamburello e la sua pizzica richiamano la tradizione, e una chitarra suona come quella dei Led Zeppelin di una vita fa. Nello stesso tempo la voce canta il mare di una delle città più a oriente d’Italia, Santa Maria di Leuca.

Non tutto torna. Ripenso al regionalismo. Ci ragiono.

Lu baciu santu - compagnia ResExtensa
Lu baciu santu – compagnia ResExtensa

Dodici titoli pugliesi

In quattro giorni, all’inizio di luglio, Puglia Showcase 2026 si ingegnerà nel presentare dodici spettacoli di teatro e danza. Dodici titoli che per produzione, provenienza degli artisti, temi e modalità espressive, a questa Regione fanno capo.

Creazioni che, dalle quattro giornate a Fasano, trarranno probabilmente visibilità nazionale, pure internazionale. E in virtù del formato di expo-vetrina moltiplicheranno le aspettative di vendita e distribuzione. Non solo la loro, si spera, ma dell’intero sistema territoriale dello spettacolo dal vivo, la filiera.

Sono infatti duecento, probabilmente di più, gli osservatori nazionali e internazionali, i buyer, i programmatori, convenuti nei due teatri di Fasano, il Kennedy e il Sociale, e nella Biblioteca di comunità ‘Ignazio Ciaia’ . Per vedere, incontrare, capire la Puglia dal vivo. E rifletterla magari in altre parti del pianeta.

Racconto personale

Poi sento la storia di Mamadou Diakite, giovane uomo ivoriano, che ha attraversato l’Africa settentrionale da Abidjan fino alla costa mediterranea: i pullman scassati, i posti di blocco, i soldi nascosti, le estorsioni, il rischio di morte. Non per sfuggire a un conflitto, o a una miseria disperata, ma per rivendicare il diritto ad avere, anche lui, un’occasione migliore, altrove.

Mamadou Diakite - Racconto personale
Mamadou Diakite – Racconto personale

Per uno dei labirinti del caso, si è ritrovato a fare teatro con La Bottega degli Apocrifi, a Manfredonia, provincia di Foggia. E a mettere nelle parole e nel corpo di Racconto personale la sua avventura: un monologo schietto, di verità narrativa.

Mamadou viene dalla Costa d’Avorio. Penso ancora una volta al regionalismo.

A man bassa

Più tardi infine, nella masseria di Pettolecchia che accoglie ogni sera, artisti, operatori teatrali, osservatori, giornalisti, studenti, e diventa così il momento più conviviale di Puglia Showcase 2026, sento incrociarsi lingue diverse.

Vanno dal finlandese al francese, dallo spagnolo del Sudamerica a chissà quale idioma dell’estremo oriente. E tutti, tutti, si mettono ordinatamente in fila per orecchiette, riso patate e cozze, e le bombette appena grigliate, e i nodini e la burrata, il pasticciotto con la crema, e certi vini rosati che non si dimenticano. L’arcobaleno intero delle cucina pugliese.

Sul piano dell’enogastronomia – è lampante – il regionalismo vince a man bassa. È il Guinness delle eccellenze e l’Italia ne è il campione.

Ripenso a ciò che ho visto e sentito in una sola giornata, la prima di Puglia Showcase 2026, e faccio ammenda di quella iniziale impressione. Complice il cibo, mi lascio trasportare anch’io nel flusso regionalista, che congiunge la disseccate pianure del Foggiano al Salento estremo, turistico, allettante.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Fasano

La selezione di Puglia Showcase 2026

Un “dispositivo di visione territoriale” lo definisce Giulia Delli Santi, al timone del programma assieme a Gemma Di Tullio. Una foto panoramica, come quella possibile sui nostri smarphone, in cui è inserita la selezione dei titoli, curata da una commissione ad hoc. I quali hanno provato a dirimere il nodo regionalista in una rappresentanza larga.

Tra i registi c’è la Licia Lanera, barese, che in James, titolo recente, riversa la propria sfacciataggine, sul pubblico e sulla compagnia dei suoi attori, intenti a un allestimento ancora da fare – in realtà, l’incompiutezza è una finzione – nel quale l’idea della creazione collettiva si sfalda.

Nei dialoghi tra madri e figlie – ce ne sono parecchi e si moltiplicano come tra specchi – emerge un tema ambizioso qual è l’immortalità. O più semplicemente un desiderio di discendenza, che la simmetrica finzione delle adozioni a distanza (James è l’ipotetico bambino, frutto di elargizioni) fa fatica a soddisfare.

James - regia Licia Lanera
James – regia Licia Lanera

C’è Koreja, cantiere teatrale leccese, che per la regia di Salvatore Tramacere racconta Domenico Modugno prima di volare. Ovvero la travisata identità del cantante, nato effettivamente a Polignano a mare (Bari), che diventerà poi siciliano nella percezione orecchiata dal popolo della canzone. Lo spettacolo lo restituisce alle origini, agli anni della formazione, e alle fresche interpretazioni canore di Emanuela Pisicchio e Angelo De Matteis (che ha anche scritto il testo).

A orientare titoli e storie non è soltanto la geografia territoriale. La versione che Tonio De Nitto e Fabio Tinella di Factory Compagnia Transadriatica danno dell’Amleto shakespeariano lascia emozionati nel profondo, per l’adesione che i corpi fragili di alcuni degli interpreti danno a quei personaggi, così tante volte raccontati.

Ma in questo caso inaspettatamente veri, nella scrittura storta di Fabrizio Tana e nella sua presenza magnetica , amletica, “non conforme”.

(H)Amleto - regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella
(H)Amleto – regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella

Nella scia shakespeariana si muove anche Giulietta e Romeo di La Luna nel letto e Teatri di Bari, con una schiera di giovani interpreti, tredici in scena, che non aggiunge comunque granché a quanto della tragedia delle due famiglie veronesi già non si sappia. O non si sia stato, nel bene e nel male, rimaneggiato.

La cooperativa di Taranto, Crest, trova intanto nel corpo atletico di Andrea Simonetti lo strumento di una narrazione che dalle vittorie del pugilato finisce nei campi di sterminio nazista. Sono la vita e la morte del boxeur tedesco di origine zingara Johan Trollman (1907-1944). La regia di Gaetano Colella (già attore in La ferocia dei corregionali Lagioia-Paolocà-Altamura) la rischiara con l’asciuttezza di una sola lampadina.

Resto colpito molto da Oliviero, nuovo titolo del Teatro dei Borgia, formazione di coppia (Gianpiero Borgia, Elena Cotugno) che ha radici a Barletta, ma con la trilogia La città dei miti ha attraversato paesaggi diversi. Diverso ancora è il paesaggio che Oliviero racconta, partendo dal una storia vera di disagio comportamentale.

Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri - Oliviero
Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri – Oliviero

Dal rapporto tra chi accompagna e chi è accompagnato, dai dubbi sulla cosa giusta e dal rischio del burnout che le situazioni di margine comportano. In un rapporto inusuale con il pubblico, lo stesso Borgia come Oliviero e Riccardo Palmieri nei panni dell’operatore sociosanitario, trovano la chiave che scioglie la drammaticità, senza perdere di vista l’umano.

Potrei aggiungere anche una LidoOdissea da spiaggia, della compagnia Berardi-Casolari, o l’accostamento incongruo tra la musica di Arvo Pärt e quella di David Bowie, che giustifica il dittico coreografico di Equilibrio Dinamico.

Non cambierebbe però il senso di questo mio riflettere sul regionalismo che, dall’inizio della quattrogiorni, si è fatto via via più complesso, problematico. Continuamente in bilico tra offerta turistica, seduzione gastronomica, e capacità di costruire rapporti, in forma di impatto culturale.

Buona pratica

Un modello, una pratica, per dirla alla fine e in breve, che mi sembra si possa estendere anche ad altre regioni, quelle che non godono della visibilità offerta dalla nostra geografia nazionale, che ancora privilegia Nord e concentrazioni metropolitane: l’asse Milano, Bologna, Roma, Napoli.

L’antica, e sempre contemporanea, questione meridionale (di cui QuanteScene! ha altre volte parlato) non molla la presa. Ma l’incontro che al quarto giorno ha suggellato Puglia Showcase 2026 – Visioni dal Sud, un summit di rappresentati istituzionali da tutto il Mezzogiorno – lascia una finestra aperta sulla convergenza futura. Una comune strategia meridionale.

Buona pratica, di cui questo blog potrebbe magari parlare al prossimo Showcase, luglio 2027.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Pettolecchia – Fasano

“Caro Giorgio”, “Caro Bert”. Milano 1956. In un libro l’incontro 1956 tra Brecht e Strehler

Nel volume intitolato L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti, (Il Saggiatore, 368 pp.) la germanista Flavia Foradini ripercorre l’evento che ha lasciato un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Grassi, Brecht, Strehler. 10 febbraio 1956
Grassi, Brecht, Strehler, 10 febbraio 1956

Uomini straordinari

Non capitano più, oggi, gli incontri tra uomini straordinari. O magari non ce ne accorgiamo. Ma settant’anni fa, sì, eccome. E se ne accorgevano tutti. Nel febbraio del 1956, in una Milano livida e ghiacciata, sotto un manto di neve, al Piccolo Teatro di via Rovello, Giorgio Strehler il Regista mette in scena l’Opera da tre soldi.

E Bertolt Brecht l’Autore scende dal treno partito da Berlino Est per essere presente a quel debutto. Un incontro che lascerà un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Attraverso un volume informato, scrupoloso, documentatissimo, Flavia Foradini, germanista e giornalista, racconta quell’incontro epocale. Ciò che lo precedette. Ciò che ne seguì. L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti è un viaggio archivistico-documentario attorno a quel testo e alla sua avventura italiana. Che non durerà solo le 70 repliche del cartellone milanese 1955/1956, ma, di rimbalzo, troverà nuovamente spazio nella teatrografia del regista triestino al timone dell’istituzione milanese.

Flavia Foradini, L'opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti. Il Saggiatore

Una capsula del tempo

“Un complesso ordito di materiali” scrive Claudio Longhi, attuale direttore del Piccolo Teatro, nella premessa al libro. E subito pone in rilevo la varietà, la vastità (e la rarità pure) della antologia curata da Foradini . “Un po’ personalissimo trattato di registica, un po’ conte philosophique, un po’ eccentrica avventura letteraria: tutte angolazioni da cui è possibile scorgere in filigrana l’evoluzione del paesaggio teatrale italiano”.

Volendo, anche una “capsula del tempo” che restituisce un momento irrecuperabile, se non solo in libri e fotografie, della temperatura culturale di quell’anno fatidico.

Un 1956 di “epiche tensioni fra vecchi grumi di bacchettoneria andreottiana e fermenti nuovissimi: libri da Feltrinelli, articoli di Camilla Cederna, trionfi della Callas con Visconti, travestiti proletari di Legnano, canzoni della mala a Porta Romana…” scrive Alberto Arbasino su Repubblica a cinquant’anni esatti da quella data.

E prosegue: ” tutto un culto dei dischetti di Lotte Lenya, recuperati nei mercatini e danzati fra abat-jour di perline in soffitte e mansarde di futuri grandi sarte per dive, sognando quei luoghi arcani magicamente evocati da Brecht e Weill”.

Brecht. Opera da tre soldi, Einaudi

“Con il fare di chi chiede scusa per disturbo”

Venerdì 10 febbraio 1956 è il giorno della prima. Ed è anche il compleanno, il 58esimo di Brecht (morirà sei mesi dopo). Ricorda Nina Vinchi, segretaria generale del Piccolo, che quando l’Autore entra in sala non lo riconosce quasi nessuno. “Stretto nella sua giacca grigia, abbottonata alla russa, capelli radi e corti, si muove con il fare di chi chiede scusa per disturbo”.

Lo spettacolo, che tra gli altri vede in scena Tino Carraro, Mario Carotenuto, Milly, dura fino alle due di notte. “Un successo enorme, travolgente”, registra Paolo Grassi, che con Strehler aveva fondato il Piccolo nove anni prima.

in primo piano, Milly e Tino Carraro
in primo piano, Milly e Tino Carraro

“Al termine – annota Foradini – Brecht viene condotto sul palcoscenico e senza rivolgersi al pubblico vi rimane solo il tempo necessario per accennare un abbraccio al regista e fare un inchino agli attori schierati. Poi si ritira e scrive un messaggio a Strehler: «Vorrei poterle affidare in Europa tutte le mie commedie, una dopo l’altra. Grazie»”.

La portata della presenza italiana di Brecht alla prima milanese dell’Opera da tre soldi, il clamore e le polemiche, gli applausi e le grida di “Basta, bolscevichi!”, sono stati oggetto anche di altri studi. Quello di Alberto Benedetto (2016) che dalle due righe indirizzate a Strehler fa partire una minuziosa indagine sul “protettorato “ che il Piccolo intenderà esercitare in Italia, per decenni, sulle rappresentazioni brechtiane.

Esiste anche un’inaspettata graphic novel (2018) nella quale, a fumetti, Davide Barzi, Claudio Riva e Alessandro Ambrosoni ridisegnano quel febbraio milanese

la prima del 10 febbraio vista dalla matita di Alessandro Ambrosoni

Costellazione

Attorno all’evento il volume di Foradini appronta adesso una vera e propria costellazione, che dà conto di articoli di giornale, recensioni , lettere pubbliche, lettere personali, dichiarazioni, convegni, riflessioni e note di regia del Regista. Compresi molti materiali inediti, immagini e bozzetti.

Non finisce qui, perché a quelle memorabili repliche, che consacrano in Italia il drammaturgo marxista e il suo teatro epico, il volume aggiunge capitoli sulle altre tre edizioni dell’Opera firmate Strehler (quelle del 1958, del 1973 con Domenico Modugno e Milva, del 1986 a Parigi). Cui si potrà aggiungere, per scrupolo di precisione, l’allestimento del 2016, con la regia di Damiano Michieletto.

Milva come Jenny delle spelonche (dal volume curato da Flavia Foradini)
Milva come Jenny delle spelonche

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO, mercoledì 30 giugno 2026]