Scritto da Pier Paolo Pasolini, a 22 anni, nel 1944, I Turcs tal Friùl rinasce in un nuovo allestimento teatrale con la regia di Alessandro Serra. Un progetto di Cinemazero – Pordenone, prodotto da CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Il passato, il presente
“Il modo in cui insegniamo e promuoviamo la cultura italiana è necrofilo. Invece di portare i viventi in un altrettanto vivente passato, ci sforziamo di portare i morti nel presente, mortificandolo”.
Una volta tanto, comincio con una citazione. È tratta da un saggio di Alessandro Giammei, studioso italiano di italianistica.
Uno dei dispositivi tipici della mortificazione del presente sono gli anniversari. E gli anniversari non fanno bene alle arti. Neanche a quella teatrale. Penso di averlo detto, scritto, dimostrato, in molte occasioni.
Lo ripeto anche questa volta, quando una delle tante ricorrenze scandite dal calendario, ci riporta agli eventi del maggio 1976, terremoto in Friuli.
Già officiata a maggio 2026, la ricorrenza continua a trovare eco in un progetto che ora, a settembre, coniuga i 50 anni da quell’evento sismico e Pier Paolo Pasolini.

Il detonatore
Il nuovo scatto celebrativo non è tanto nel terremoto, né in Pasolini, già ossequiato in occasione del centenario della nascita (1922). Adotta invece come detonatore l’allestimento di un suo testo teatrale, intitolato I Turcs tal Friùl, scritto in lingua friulana nel maggio del 1944 e rappresentato per la prima volta nel 1976, a Venezia, chiesa di San Lorenzo, sei mesi dopo la disastrosa scossa del 6 maggio.
Non era stato uno spettacolo d’eccezione: aveva caratteristiche amatoriali, lo nobilitavano in qualche modo le musiche di scena composte da Luigi Nono. La scenografia, molto essenziale, era stata approntata dallo scultore Luciano Ceschia. Sullo sfondo apparivano le fotografie rurali di Italo Zannier.
Forte però era il suo valore simbolico. Il ritrovamento di un testo fino ad allora sconosciuto di Pasolini, e il tema (che rievocava il pericolo della distruzione nel 1499, a opera dei “turchi”, del paese di Casarsa, nido materno dello scrittore) potevano concentrare l’attenzione nazionale sulla forza della ricostruzione post-terremoto che da alcuni mesi, “da soli, a mani nude” i friulani avevano già avviato.

Turchi mitologici
Da quel momento una estesa mitologia ha accompagnato i Turcs tal Friùl, per le tante intersezioni che attorno a quel lavoro si potevano e si volevano costruire.
Afflato civile (i turchi del 1499 erano i fascisti e l’esercito tedesco che nel 1944 terrorizzavano il Friuli). Valore profetico (proprio come uno dei personaggi, anche il fratello di Pasolini, Guido, verrà ucciso nel febbraio 1945, nella resa dei conti tra partigiani cattolici e partigiani comunisti). Rimando classico (l’architettura ricalca vagamente le forme della tragedia, Eschilo in particolare). Impatto linguistico (la lingua adottata dall’autore è una particolare variante, quella di Casarsa, del friulano).

Bene si sa, inoltre, quanto Pasolini, pur nato a Bologna e pur ucciso alla periferia di Roma, sia considerato cittadino e padre poetico della identità friulana, della sua lingua, delle sue radici. E pertanto ossequiata icona di questa Regione.
Cinquant’anni dopo
Allo scadere del 50esimo anno da quella prima rappresentazione, un progetto raccoglie ora il supporto di lunga filiera culturale e economica (vedi più in basso i crediti produttivi) e spinge dunque al recupero scenico dei Turcs tal Friùl e alla pubblicazione di un volume memoriale, ricco di approfondimenti, in cui tutti i fili sembrano rinsaldarsi.
Ma gli anniversari – dicevo- non fanno bene alla spinta creativa. Mi associo di nuovo a Giammei, citato prima: “Qual è il destino di un popolo che fonda la propria mitologia identitaria nel sangue, nella genealogia, nella ricorrenza di un’apocalisse zombie dei propri presunti antenati?”.
Nel passato decennio, Alessandro Serra, regista, ha lavorato sulla potenza scenica delle lingue minoritarie: la lingua sarda nel folgorante Macbettu post-shakespeariano, la lingua grecanica nel meno riuscito Tragùdia, incentrato sul mito di Edipo.
Serra è parso perciò il riattivatore ideale per questi Turcs, che già nella stagione 1995-96 erano apparsi, in un cortile di campagna, nel significativo allestimento di Elio De Capitani con le musiche di Giovanna Marini. Un’occasione che aveva rilanciato la crescita del teatro in Friuli, effettivamente avvenuto, con la nascita di una nuova “meglio gioventù” teatrale.

Omologazioni
Ad Alessandro Serra, anche per la sua attenzione filologica ai testi, il compito quindi di riannodare i tanti fili che si intrecciano nei Turcs. Del resto, con il loro autore, il regista condivide pure una certa anti-modernità e la predilezione per le radici e l’arcaico.
Infatti, a una presunta l’omologazione della contemporanea lingua del teatro, in molte interviste, Serra afferma di voler opporre la musica delle lingue minoritarie e dei dialetti dimenticati, la loro purezza nel risuonare aurorali, arcaici.

Postura che sembra identica all’avversione che Pasolini nutriva per la “lingua tecnologica” e consumistica che andava diffondendosi nell’Italia anni Sessanta: la stessa ricerca di un’eden linguistico che PPP aveva trovato nella parlata dei ragazzi di Casarsa di cui era insegnante, e dai quali aveva appreso a parlare in friulano (con la madre Susanna, maestra elementare, parlava in italiano).
Ruvidezza contadina
Ne discende, in linea retta, l’impostazione di questa nuova edizione dei Turcs. Rigorosa ma arcaicizzante, prevalentemente vocale, musicale, operistica, a scapito della stessa comprensione del testo, anche per la maggior parte dei friulani d’oggi (cui soccorrono, per fortuna, i sopratititoli, in italiano e, chissà perché, in inglese).

Un risultato poco empatico, scarno di azione, una sacra rappresentazione in forma di oratorio, che non si dovrebbe nemmeno chiamare laico, visto che la chiave del testo è il rapporto dei personaggi con la religiosità e la fede.
Osservanza cristiana vs ribellione, preghiera vs bestemmia, sono infatti i due poli attorno ai quali i paesani casarsesi del 1499, nella lingua del 1944, giocano la partita della propria esistenza.
Però immobili, in controluce possente, davanti a un uniforme muro/sfondo di ruvidezza contadina (il fondo oro della pittura pre-rinascimentale italiana, già evocato da Pasolini per Teorema).

Ogni tanto, nella compattezza del muro, il profilo di un portone colonico si dischiuderà, e come nel teatro greco verrà alla fine esposto il cadavere, in forma di scultorea Pietà cristiana.
Temporali e primule
Naturalmente Pasolini resta un’icona controversa, tanto più per il sostrato cattolico dei friulani, che volentieri dimenticano il realismo “romano” dei romanzi, la disinvoltura e la crudezza delle regie cinematografiche, la vis civile e polemica dell’intellettuale, il piacere dello scandalo.
Qui in Friuli si è sempre preferito valorizzare lo stendardo della sua poesia, quella che canta la terra dei temporali, delle primule, della rugiada. A questo idillio post-pascoliano, al respiro lirico di una comunità-coro, i Turcs di Serra si accordano.
Bello però sarebbe stato far tralucere nei settanta minuti dello spettacolo anche qualcosa delle tante sfaccettature che Stefano Casi, attivo studioso del Pasolini teatrale, e Walter Siti, curatore dell’opera omnia per i Meridiani di Mondadori, hanno seminato da tempo in tanti volumi e in tanti convegni pasoliniani.

La simbiosi di lingua e corpi, più che di voci, il peso psicologico dell’omosessualità, la sublimazione dell’eros, il narcisismo, le ossessioni, la contraddizione dell’intellettuale borghese al tempo stesso candido marxista… E chissà quante alte cose, che un artista di ammirevole intelligenza e sottile vista teatrale (Serra) e un musicista raffinato (Bruno de Franceschi) avrebbero potuto lasciarci intuire.
Zombie
Il progetto sui Turcs aggiunge invece un tassello ulteriore al processo di mitificazione. Ho scritto mitificazione, non mistificazione, e Giammei scriverebbe zombificazione.
Ovvero, la venerazione di cui PPP – santo, martire, profeta – è oggetto in questo Nordest, dal giorno in cui, nel novembre 1975, è stato martoriato e ucciso. Là, in quello spiazzo, senza primule senza rugiade, della desolata periferia di Roma. L’ anno prima del terremoto del Friuli.

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I TURCS TAL FRIÙL
di Pier Paolo Pasolini
drammaturgia, regia, scene, suoni, luci e costumi Alessandro Serra
interpreti: Valerio Ameli, Aurora Cimino, Erika Cordisco, Salvo Drago, Diamara Ferrero, Noemi Grasso, Alessandro Maione, Chiara Michelini, Felice Montervino, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Mirko Soldano, Aida Talliente
e voci e canti Bruno de Franceschi
assistente ai canti Noemi Grasso
movimenti di scena Chiara Michelini
collaborazione ai costumi Francesca Novati
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,
con Teatri Stabil Furlan, Teatro Nuovo Giovanni da Udine e con Teatropersona
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, di Confindustria Udine e di Banca 360 FVG
con il patrocinio dell’Università degli Studi di Udine
in collaborazione con Centro Studi Pasolini di Casarsa della Delizia, ERT Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, i Comuni di Casarsa della Delizia e Gemona del Friuli, Associazione Icaro Volontariato Giustizia ODV
si ringrazia per la collaborazione il Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Fiume – HNK Ivana pl.Zajca u Rijeci
la produzione è parte del progetto di Cinemazero I Turcs tal Friùl 1976-2026: 50 anni dopo il terremoto, a cura di Luca Giuliani e Roberto Calabretto
