Mercanti e compratori. Le storie di Venezia raccontate da un fondaco, quello dei Tedeschi

Fondaco dei Tedeschi. Il nome non suona familiare. Eppure a Venezia ci siete andati e chissà quante volte gli siete passati davanti, dalle parti di Rialto. Quell’edificio sta lì da novecento anni e potrebbe raccontare un sacco di storie. Qualcuno infatti ha pensato di raccoglierle.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Un’eccitante visione aerea

Ci siete passati magari tanto tempo fa, davanti al quel Fondaco , ancora quand’era il principale ufficio postale della città. Oppure solo da qualche anno e – al posto della posta 🙂 – avete trovato uno sfolgorante shopping centre. 

Allora siete saliti fin sul terrazzo, sopra il quarto piano, e avete avuto la più eccitante visione aerea che si può avere di Venezia stando con i piedi per terra.

Il Canal Grande di qua, con lo sguardo a strapiombo sul ponte di Rialto, poi giù giù fin verso la cupola della Salute. Poi, rigirandovi, il Canal Grande di là, con la processione dei motoscafi che portano turisti assatanati su su, fino alla Stazione di Santa Lucia.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Se non avete ancora fatto questa esperienza, letteralmente da capogiro, dovete farla. È un edificio sorprendente, il Fondaco dei Tedeschi. E vale la pena raccontarne la storia, anzi le storie.

Però non lo faccio io, che poco mi intendo di architetture veneziane. Lo fa invece un regista di teatro, Mattia Berto

Un fondaco nella città-teatro

Ho accolto con piacere la chiamata del Fondaco dei Tedeschi – dice Berto – che mi ha chiesto di raccontare la storia millenaria di quest’edificio. Ho subito pensato a un racconto dove lo spettatore potesse riconoscersi, un ricordo legato a una storia familiare che, sottolinea come in un momento storico come questo, non dobbiamo perdere il rapporto con i luoghi, la nostra memoria e i nostri affetti. Spero torneremo presto ad abitare i teatri, le piazze, i musei, i negozi e auspico che la vita torni a essere quel palcoscenico incredibile di storie e bellezza”.

Per il momento, quindi, in attesa che sale, piazze, musei e negozi possano tornare a essere scena in quella città-teatro che è Venezia, Mattia Berto ha voluto raccontare queste storie in quattro episodi video che da domani, venerdì 2 aprile, saranno visibili sulla pagine Facebook e sul canale Instagram del Fondaco dei Tedeschi. Una miniserie insomma, di quelle a cui la televisione e gli streaming in rete ci hanno abituati.

Era nato nel 1228, quell’edifico, e non era punto di riferimento commerciale soltanto per i mercanti tedeschi. Così in realtà si indicavano tutti coloro che da Nord arrivavano a Venezia per comprare o vendere metalli e pietre preziose, spezie rare, seta, vetri, broccati, velluti e pizzi.

Funduq, chiamavano i mercanti arabi le loro case-magazzino e pertanto i Fondaci, o Fonteghi, divennero simbolo, ma anche realtà concrete, della fiorente imprenditoria commerciale veneziana. Che di vicende ne conta davvero tante. Proprio come fa Fondaco delle Storie, la miniserie di Berto, nata anche per ricordare i 1600 anni dalla fondazione della città, festeggiati proprio pochi giorni fa, il 25 marzo.

Fondaco dei Tedeschi - esterno

Lo shopping firmato Koolhaas e Fobert. E non solo

In questi giorni di zona rossa, lo shopping centre del Fondaco dei Tedeschi – affollato solitamente di turisti, specie orientali, con le loro capienti borse di acquisti – resta chiuso per evitare ogni assembramento. 

Ma dopo essere stato restituito a nuova vita grazie al restauro dell’architetto olandese Rem Koolhaas e al progetto di riqualificazione interna dell’inglese Jamie Fobert, trasformato nel 2016 in lifestyle department store da DFS Group, il Fondaco non smette di onorare il proprio impegno verso arte e cultura, mission assunta fin dal primo giorno della riapertura. 

Fondaco dei Tedeschi - interno

Al quarto piano infatti, l’Event Pavillon ospita mostre di arte contemporanea e eventi musicali e di letteratura. Anni fa mi era capitato di ritrovarmi davanti ai mosaici sommersi dall’arte acquatica di Fabrizio Plessi.

Ma lo fa anche collaborando con alcuni protagonisti e con realtà rappresentative della vita culturale veneziana. Com’è Mattia Berto, che dopo la laurea a Ca’ Foscari ha fatto di Venezia il motore dei propri progetti: con Maurizio Scaparro alla Biennale per esempio, o mettendosi alla guida del Teatrino di Villa Groggia, significativo esempio di rigenerazione urbana (vedi qui il sito della sua compagnia, degli artisti con cui collabora, e del Teatrino, nel sestiere di Cannaregio).

Mattia Berto ph Giorgia Chinellato
Mattia Berto (ph Giorgia Chinellato)

La messa in rete dei quattro episodi di Fondaco delle Storie è prevista per il 2, il 16, il 30 aprile e il 14 maggio, sulle pagine Facebook e Instagram del Fondaco .

Link al sito e alle informazioni sul Fondaco dei Tedeschi.

Dante. Settecento anni. Li dimostra tutti

Cadeva lo scorso 25 marzo, la data supposta in cui avrebbe preso avvio il viaggio ultraterreno di Dante Alighieri, del quale si celebra quest’anno anche il 700esimo anniversario della morte.

Nel Dantedì* diventa anche visibile la corsa all’arrembaggio che accompagna le ricorrenze e la mancanza di idee.

Dante "moderno"

Un anniversario è una cosa che fa spavento. Non tanto perché ricorda il decimo, il centesimo, il millesimo anno dalla nascita o dalla morte, o da chissà che. Quanto perché sull’anniversario tutti si buttano a pesce, non avendo idee migliori che occuparsi di qualcuno di cui molti altri si occupano. Potenza del gregge.

Sei poi una istituzione prodiga e danarosa ci mette pure dei soldi, siamo davvero alla pesca miracolosa. Partecipano tutti. Proprio tutti. L’arrembaggio.

Parlo di Dante, avete capito. Così come avrei potuto parlare di Leonardo Da Vinci nel 2019, o di Pier Paolo Pasolini nel 2022.

L’anniversario dantesco è quello della morte – ve l’hanno detto a scuola, 1321 – settecento anni. L’istituzione danarosa nello specifico caso è il Mibact , che attorno a Dante700 ha montato un’impalcatura economica e organizzativa, degna di un kolossal. Potete trovare in rete il valore dei contributi finanziari e il numero dei patrocini che il comitato, voluto dal ministro Franceschini e istituito presso il Mibact, ha assegnato ai 322 progetti pervenuti già entro dicembre 2019 per celebrare degnamente Dante. Qui invece trovate l’elenco completo di tutte le iniziative che in Italia si sono rincorse, si rincorrono, si rincorreranno.

Intendiamoci, la Divina Commedia è un kolossal. Per come è stata concepita e composta. Per l’impianto filosofico, religioso, immaginario che la regge. Per il ruolo del suo autore nella definizione della lingua italiana. Ma anche ai kolossal, l’inflazione nuoce.

Genova per noi

Ho letto per esempio il comunicato stampa in cui Rai Radio3 e il Teatro di Genova (l’attuale direzione artistica di è di David Livermore) annunciavano il loro progetto dantesco. E la mente mi è subito corsa all’indietro.

Torino, teatro Carignano, giugno 1898: “Quando Adelaide Ristori apparve, un po’ incurvata dagli anni, con la sua cuffietta di merletto e cominciò i versi di quel sublime Canto Quinto, in cui è la potenza di tutte le tragedie e di tutte le passioni umane, la voce, dapprima incerta e fioca, ritrovò l’antica, vibrante vivezza ed essa fu ancora una volta l’interprete magnifica” . Poi va da sé che “il pubblico, affascinato, le decretò un trionfo”.

Che altro può ricordare l’iniziativa dantesca del Teatro Nazionale di Genova, se non l’anziana attrice, con la cuffietta di merletto, ingobbita da una carriera transoceanica, alle prese con Paolo e Francesca, proprio negli anni in cui nasceva il cinema. 

Dante è morto da 700 anni, Adelaide ci ha lasciati più di un secolo fa, il cinema è diventato un’altra cosa. Ma la formula dell’iniziativa è rimasta sempre la stessa: la temibile Lectura Dantis.

Statua di Dante in piazza Santa Croce a Firenze
Firenze, piazza Santa Croce, statua di Dante (ph. Massimo Sestini)

Operazione recupero: cento giorni con Dante

“Cento giorni insieme alla Divina Commedia e agli attori che hanno fatto la storia del teatro italiano” dice il comunicato. “Il 25 marzo 2021 prende il via il progetto promosso da Rai Radio 3 e dal Teatro Nazionale di Genova in occasione delle celebrazioni dantesche. Sono state recuperate dagli archivi del Teatro le registrazioni delle letture teatrali effettuate a Genova tra il 1984 e il 1986 nel corso di un’iniziativa che per la prima volta proponeva in teatro la lettura integrale della Divina Commedia, affidando i singoli canti ad attori come Arnoldo Foà, Aroldo Tieri, Eros Pagni, Ferruccio De Ceresa, Ugo Maria Morosi, Roberto Herlitzka, Gabriele Lavia, Mariano Rigillo, Massimo De Francovich, Giuseppe Pambieri, Tino Carraro, Paolo Poli, Giulio Bosetti e molti altri”.

All’arrembaggio, appunto. Il progetto di Genova prevede la lettura di tutti i canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso. E il riascolto, anche, delle voci di Nando Gazzolo, Gabriele Ferzetti, Mario Feliciani, Renato de Carmine e molti altri attori (e di attrici nessuna) che trovarono in quegli anni accoglienza a Genova. 

Decisamente l’Italia, o quanto meno il Paese immaginato dai progettisti teatrali di quella città, non è un Paese per giovani.

Aspra e forte

Sul più recente numero della rivista Hystrio, abbiamo pubblicato un dossier nel quale discutiamo di questa prevedibile rincorsa. 

Di un mio articolo – dedicato all’aspra e forte impresa di portare in scena Dante e la Divina Commedia – mi limito qui a dire che è stata sempre un bel problema. E faccio solo due nomi recenti : Tiezzi/Lombardi e Romeo Castellucci

La maniera più scontata, banale, spiccia, per occuparsene è sempre stata, invece, quella della Lectura Dantis. Non in tutti i casi, naturalmente. Anche qui un solo un nome : Carmelo Bene. Anzi due: Roberto Benigni.

Ma che si pensi a Dante, oggi, esattamente come ci si pensava nel 1898, come esercizio di virtuosismo d’attore, mi fa ancora più detestare gli anniversari.

(le illustrazioni per Hystrio sono di Irene Bonefacic e Mattia Basso)

* Una nota infine. Tremenda è anche la scelta (voluta dal comitato di esperti) di quella intitolazione: Dantedì.

Dantisti, filologi e sovranisti della lingua in genere devono averla pensata a lungo per evitare le tentazioni dell’anglomania. Figuriamoci se si poteva chiamare Dante Day. Vien da osservare però, che la costruzione del neologismo è anglosassone (l’italiano come si deve avrebbe preferito “giornata dantesca”) e che il dì è solo la parte luminosa del giorno. Alle 19, domani, festa finita. 

STORIE – Quella sera a dicembre nel camerino di Milva

È passato quasi un mese dal post più recente di QuanteScene! Ne ho fatte mille, nel frattempo, direbbero i miei amici a Milano. Però nei teatri ne sono successe poche. E poche ne succederanno, se va avanti così. Altro che riapertura del 27 marzo. 

Pazienza. Abbiate pazienza. Esercitiamo la pazienza. È l’unico invito possibile. Così in questa domenica di passione e di pazienza (da domani precipito anch’io in zona rossa) mi sono deciso a postare un’altra storia per la miniserie degli Incontri con uomini (e donne) straordinari. Spero vi piaccia, almeno quanto vi sono piaciute i precedenti episodi dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Ingvar Kamprad

Sapete a chi tocca oggi? A lei…

Milva canta Brecht

Milva, la rossa

Perché oggi Milva? Perché stamattina in una bella puntata della rubrica che seguo ogni domenica su Facebook (la raccomando anche a voi: Il caffè di Bolzano 29) si parlava di Giorgio Strehler. Del centenario della nascita – il regista era nato a Trieste nel 1921 – e del segno che ha lasciato nel teatro italiano.

Fra i tanti ospiti, autorevoli, celebri, con tanti aneddoti da raccontare, mancava lei, Milva. Lei che con Strehler aveva stretto un sodalizio importante, e non solo: alla visibilità italiana di Bertolt Brecht, lei e la sua voce hanno contribuito quasi quanto Strehler.

Milva canta Brecht

Mancava quindi proprio lei, Milva, perché da qualche anno, chissà se per scelta o per necessità, questa indimenticabile signora dello spettacolo ha deciso di scomparire. Effetto ghosting, che rende ancor più affettuoso il suo ricordo, almeno a me.

Perciò mi sono rammentato del nostro ultimo incontro.

Giorgio Strehler e Milva
Giorgio Strehler e Milva, inizio anni ’70

Milva a Trieste, nel 2007

Ovviamente Strehler era il nostro punto di contatto. In quel 2007 cadeva il decennale dalla morte del regista e il Comune di Trieste, attraverso uno dei suoi più illuminati funzionari, Adriano Dugulin, mi aveva affidato l’ideazione e la cura di una manifestazione che lo ricordasse. Una mostra, un libro, diverse altre iniziative. Perfino un cocktail, intitolato Giorgio, e inventato da un famoso barman. Si combatte anche così l’angoscia della morte.

Si inaugurava allora anche il Fondo Giorgio Strehler, costituito dal lascito personale che Andrea Jonasson (dalla casa milanese di Strehler) e Mara Bugni (da quella di Lugano) avevano voluto donare alla città. Ne trovate notizia in questo articolo su Ateatro.

Tra le tante cose, avevo pensato fosse doveroso estendere l’invito ufficiale dell’amministrazione comunale, oltre che a Andrea Jonasson e a Mara Bugni, anche a Milva.

E perciò, in quella piovosa giornata di dicembre, nelle sale del Politeama Rossetti, apparve lei. Luminosa come un tramonto d’autunno. Rossi, i capelli. Rossa e perfettamente intonata, la pelliccia di volpe con cui fece un ingresso da regina nel foyer.

Cominciò poi a passare in rassegna le foto e i manifesti che il Teatro Stabile ed io avevamo preparato, molti dei quali erano dedicati a lei. E alla sua avventura brechtiana.

Non era la prima volta che la incontravo. Era capitato per esempio nei ristoranti del dopoteatro. Con quell’aria regale mi era apparsa, anni prima, una sera a Genova. Là si era appena conclusa la replica di uno spettacolo in cui interpretava Capitan Uncino (Capitan Uncino, credetemi). Subito dopo, già in pelliccia (nera, se non ricordo male), si era ritrovata nello stesso locale in cui cenavamo noi, giornalisti e operatori tv. Aveva voluto salutare chi aveva con lei più confidenza. E poi, con un gran sorriso, clamorosamente: “Questi amici al tavolo, sono miei ospiti“. Quando si dice, lo stile.

Milva, lo stile

Mina e Milva, per fare un esempio, sono state per lungo tempo i due poli vocali della canzone italiana. La prima sempre sperimentale (la sua estensione di voce, del resto, va dai registri del tenore a quelli del soprano). La seconda, contralto, alternativamente popolare (La filanda) o raffinata (nelle collaborazioni con Battiato, nelle canzoni dedicate a Alda Merini).

Al contrario di Mina, il contatto con il pubblico Milva lo ha sempre coltivato. Non si è arroccata, come l’altra, in qualche lontana Svizzera. E fino a poco tempo fa ha voluto raccontarsi ai giornali. “Trovo delle emozioni nella musica, in un’opera d’arte, nell’affetto profondo dei miei familiari e nelle persone che mi sono vicine, nei tortellini come li faceva mia madre… e nel dormire bene” ha detto nel 2019, prossima gli 80 anni, in un’intervista al Corriere.

E l’anno scorso, durante il lockdown, in alcune immagini emozionanti e incredibilmente tenere della clip di Dario Gay, ha scritto con le proprie mani un video-saluto a tutti gli amici (al minuto 4:18).

Soli in quel camerino

Però fu in quei giorno, dicembre 2007 a Trieste, che Milva svelò ai miei occhi il suo carattere di sovrana.

Le avevo proposto di leggere e registrare una lettera scritta a Strehler da lei stessa negli anni ’70, subito dopo la loro avventura brechtiana. Avrei fatto sentire quella voce nella stanza della mostra dove erano esposte molte lettere indirizzate al regista. Lei acconsentì.

La raggiunsi nel camerino del Politeama Rossetti. Seduti davanti allo specchio, le diedi i due fogli dell’originale e preparai il registratore Nagra che avevo portato come me. Era una lettera molto bella, scritta con cura, l’avevo letta e riletta più volte. In quelle due pagine ringraziava Giorgio e si augurava di poter tornare a lavorare con lui il più presto possibile. Tra le righe si leggeva chiara una affettuosa richiesta, una delicata supplica quasi. Le consegnai il microfono. Avviai la registrazione. 

Una regina non si inginocchia mai

Che lo dica Ecuba o Elisabetta II, è sempre di sovrane che si tratta. Così fece anche lei.

Cominciò a leggere e, proprio sotto i miei occhi o meglio le orecchie, modificò via via le parole e il tono della lettera. Sbalordito, non ci potevo credere. Lei imperturbabile, con voce suadente, come se in quel momento avesse davanti Giorgio, lei continuò a leggere inventando. Alla fine, il senso erano la stima e le congratulazioni di una grande artista a un altro un grande artista, più alcune frasi che vagamente lasciavano aperti orizzonti a una nuova collaborazione. Ma da pari a pari.

Uscii da quel camerino, senza dire una parola, sconcertato e anche ammirato dalla disinvoltura e da uno stile che mi risuona ancora dentro, quando sento uno degli Lp in cui interpreta Brecht. O quando rivedo qualche clip del Festival di Sanremo: ha partecipato a 15 edizioni, mica scherzi. Impegnata in molte occasioni, very pop in altre. Sempre fedele a se stessa.

Da allora, per me, Milva è sempre regina. Una regina rossa: per i capelli e per tante altre ragioni.

Milva canta ‘Alexanderplatz’ a Berlino Est, davanti alla Porta di Brandeburgo (1990)

Mi vedi? Con Zoom, dentro a stanze che non sono le nostre

Un’esperienza emotiva su Zoom. Una perlustrazione di sentimenti online. Una vita che non è la nostra. Ma si vive in tempo reale.

Mi vedi? di Guillermo Pisani. Schermata di Zoom

Mi vedi? è il titolo. Con un punto di domanda alla fine. La risposta è un’esperienza emotiva su Zoom, una perlustrazione di sentimenti sulla nota piattaforma per videoconferenze. Tre stanze dentro alle quali vivere, a distanza.

Animano quelle stanze sei attori e un centinaio di spettatori per sera, connessi “da là dove si trovano”. Dal divano del salotto, dal proprio studio o dalla cucina, dal posto di lavoro, dal sedile del treno che li riporta a casa…

Mi vedi?” è la domanda che torna spesso sulle nostre bocche. Soprattutto quando, davanti allo schermo, in videoconferenza, proviamo a trovare un rapporto con gli altri, mentre distanziamento, isolamento, mancanza di cinema, di teatri, di luoghi di incontro, ci costringono a essere soltanto immagini. Piccoli riquadri dentro la schermata.

Mi vedi? è quindi qualcosa da provare. Non per lavoro, o per necessità, ma per il piacere di scoprire che i limiti possono diventare canali d’espressione. Per la curiosità di capire come Zoom può trasformarsi in uno spazio emotivo, o di gioco. Per sapere come gli altri ci vedono, quando solo le facce e le voci, sembrano dover dire tutto di noi, rettangolini dentro le videochat.

L’idea è del regista e autore argentino, ma da tempo approdato in Francia, Guillermo Pisani, che dice: “Ciò che mi ha colpito, in questi mesi di videoconferenze forzate, è come gli spazi privati delle nostre case si siano aperti a una dimensione pubblica”.

Pisani utilizza le più recenti funzioni di Zoom per creare, durante la performance, tre diverse stanze virtuali nelle quali gli spettatori collegati in tempo reale possono muoversi e interloquire con gli attori che le abitano. In ogni stanza, simultaneamente, si sviluppa una situazione. Magari è un episodio doloroso. Oppure un acceso dibattito sul quale prendere posizione. O qualcos’altro ancora.

Spettatore che segue "Mi vedi?" di Guillermo Pisani

L’anteprima dello spettacolo, in versione italiana, è prevista sabato 20 febbraio (ore 21, con l’invito a connettersi su Zoom dopo essersi registrati), poi due repliche (sabato 27 e sabato 5 marzo). Biglietti si acquistano dal sito internet del Css – Udine che ospita Mi vedi? nella stagione teatrale Blossom-Contatto.

“Fa una forte impressione vedere tutte queste persone affacciarsi dal nostro schermo. Però mi interessa di più capire – continua Pisani – come ciascuno di noi può modificare la ‘scena sociale’ su si trova a interagire con agli altri, e in tempo reale”.

Il progetto Mi vedi? è stato realizzato inizialmente in Francia, una collaborazione tra il Teatro di Caen, in Normandia, e la compagnia fondata dallo stesso Pisani. L’adattamento e la traduzione che lo portano ora in Italia (ma ci si può registrare all’evento da ogni parte del mondo) è di Rita Maffei. Ad accogliere i partecipanti in ciascuna stanza ci saranno Paolo Fagiolo, Daniele Fior, Rita Maffei, Klaus Martini, Nicoletta Oscuro, Francesca Osso.

“Il senso di questo progetto va ben oltre l’emergenza sanitaria che ci limita nei movimenti – dice Pisani – che ha messo in questione i limiti stessi della democrazia e ci ha interrogati sul senso della condizione umana. Passata la crisi, i fenomeni e le tendenze che adesso sono state scoperte e accelerate, non scompariranno certo”.

Sarebbe questo su Zoom il futuro del teatro, è la domanda che sorge spontanea. “No, assolutamente no. Il futuro del teatro continuerà ad essere quello di incontrarsi dal vivo, tutti assieme intorno a un’opera rappresentata dal vivo. Ma queste sono esperienze prepotentemente entrate nelle nostre vite: è necessario e appassionante capire quale sarà il segno che lasceranno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 14 febbraio 2021]

Link a un servizio di Arte.tv e a uno di Theatre-contempororain.net sul progetto di Pisani:

https://www.arte.tv/fr/videos/101026-000-A/la-tu-me-vois-la-creation-theatrale-en-visioconference/

https://www.theatre-contemporain.net/embed/UkoHR6cB

STORIE – In sauna, nudi e sudati. Potrebbe sembrare normale. Invece no

Se vi è piaciuto l’incontro con Harold Pinter, e poi quello con Kazuo Ohno, questo nuovo episodio vi sorprenderà.

Le serie mica sono un’esclusiva di Netflix.

interno sauna

All’ambasciata finlandese di Roma, l’addetto culturale, anzi l’addetta, era una splendida intraprendente signora. Ricordo il nome: Pirkko.

Fu grazie a lei, che grande fiducia riponeva nei giornalisti, che vidi Helsinki in uno dei momenti più belli della fine degli anni’ 90.

Quando la capitale della Finlandia stava per diventare anche capitale europea della cultura (lo fu nel 2000). Quando si inaugurò l’avveniristico museo di arte contemporanea Kiasma (chiamato così per la sua forma). Quando sentii Esa-Pekka Salonen dirigere Sibelius, nella enorme sala da concerto del Finlandia-Talo, come se le note gli scorressero dentro le vene.

Ma Helsinki, con gli spazi della vecchia fabbrica di cavi della Nokia riconvertiti in atelier per artisti, con i ristorantini russi fermi al tempo degli zar, con la grande scalinata bianca della cattedrale sulla quale si era divertita a danzare Carolyn Carlson, californian-finlandese), Helsinki dicevo, non era la meta ultima del viaggio.

Carolyn Carlson danza a Helsinki
Carolyn Carlson danza a Helsinki

Lo scalo finale era Tampere, che in Finlandia segue a ruota Helsinki per vivacità della vita culturale.

Nonostante la latitudine alta, a Tampere, a giugno, il sole tramonta. Ma lo fa quando sono già passate le undici di sera. Tanto che sembra di stare in un film di Visconti. O meglio ancora in un racconto di Dostoevsky. Si è circondati da un chiarore color di latte, che fa Polo Nord.

Tampere August

Era d’agosto a Tampere

Quella volta però non era giugno: era agosto. E nel mese di agosto da quelle parti si festeggia la fine dell’estate (che effettivamente finisce così, di brutto: subito dopo il 15 riaprono le scuole). A Tampere l’estate termina, fa tra le altre cose, anche con un grande festival di teatro, Teatterikesä, che raccoglie il meglio delle produzioni di area nordica, assieme a alcune produzioni internazionali.

Tampere Teatterikesä 2021
edizione 2021

Furono visioni molto interessanti, quell’anno. Qualcuna provai anche a importarla in Italia, dopo qualche tempo, quando assieme a Mimma Gallina diedi dei consiglii a quelli del Festival di Asti, un festival che si occupava di drammaturgia contemporanea.

Il primo consiglio non ebbe grande seguito. L’altro – e di ciò vado orgoglioso – fece conoscere in Italia lo svedese Jon Fosse. Ma questa è un altra storia, che racconterò in un altro post.

Tampere Teatterikesä 2019
edizione 2019

Torniamo ai fatti. Il festival di teatro di Tampere ospitava noi giornalisti in un hotel, credo si chiamasse Scandic, importante catena alberghiera, scandinava appunto. Come ogni albergo finlandese che si rispetti, anche lo Scandic metteva a disposizione degli ospiti una sauna.

Non quel tipo di sauna che uno immagina pensando alla Finlandia: la cabina in mezzo al bosco, dalla quale, usciti bollenti, ci si tuffa direttamente nel lago ghiacciato. No no, era una sauna d’albergo, ma bella comoda.

Gli spettacoli, soprattutto quelli all’aperto, sarebbero cominciati dopo le nove di sera, com’era logico vista la stagione. E così a pomeriggio inoltrato decisi anch’io di infilarmi nella torrida sauna dello Scandic. C’erano poche persone che via via, mentre il tempo passava, uscivano dalla cabina, si buttavano addosso una gelida secchiata d’acqua e tornavano, fradici e tonificati, ai loro impegni.

sauna

Rimanemmo soli, io e un signore sulla settantina

Sapete com’è l’imbarazzo. Se siamo in tanti si può anche stare zitti e, a parte gli italiani, tutti gli europei lo fanno. Ma se siamo in due, nudi, sudati, pronti a liberare il corpo dalle tossine, un po’ di chiacchiera ci vuole, magari solo per educazione. Small talk dicono gli inglesi, chiacchiere per chiacchierare.

Così, al signore che mi stava davanti raccontai che ero italiano e perché mi trovavo a Tampere. Lui mi svelò di essere svedese.

Bene, turista anche lui. No no, era lì per lavoro. Disse anzi business. Ok, doveva davvero essere un albergo per business men, quello. Per quanto, l’arredamento minimalista (la Finlandia è la patria di Alvar Aalto, dopo tutto) non lo identificasse certo come un albergo di lusso. Anzi.

Parlammo del festival, di quella breve estate, ricordo anche uno scambio di battute sull’odio-amore che i finlandesi nutrono per l’alcol. Ingenuamente, mi entusiasmai per il minimalismo di quei mobili, che arredavano, stanze, saloni, la hall.

Lui mi guardò con sguardo ironico. “Anch’io mi occupo di mobili“.

Dissi tra me e me: evitiamo i passi falsi. Nella sauna ci si rilassa, e basta. Ma ancora più ingenuamente aggiunsi: “Ah, dunque a lei piace lo stile finlandese“.

Lui se ne usci con un lungo discorso, che capii solo in parte: mischiava arte, democrazia, accesso alla cultura, e se non ricordo male, anche Bellezza. Non aveva dimenticato che stava parlando con un italiano. E si sa: i luoghi comuni sul nostro Paese, sono appunto … molto comuni.

Il fatto che più mi impressionava, era però che il suo trattato di estetica, quel signore me lo sciorinava nudo, sudando copiosamente, torturando il corpo di tanto in tanto con un asciugamano bagnato.

Sudato e nudo anch’io, non ebbi la forza di replicare. Anche perché, una volta finito il pistolotto, lui si congedò rapidamente. “I go out for business“. Passò quindi nell’altra stanza per la classica secchiata gelida.

Che affari si concludono a Tampere dopo le 18.00 del pomeriggio?

Un mobiliere planetario

Google a quel tempo era ancora neonato (o comunque non era il gigante che frequentiamo adesso). Mi ci volle un po’ di tempo per dare un nome e un cognome al signore sudato che avevo incontrato nella sauna dell’albergo di Tampere. Ma ci riuscii. Era uno svedese – ok – ma era anche degli uomini più ricchi del mondo. E, si dice, anche uno dei più parsimoniosi.

Si chiamava Igvar Kamprad. Certo che era un mobiliere, ma un mobiliere planetario. Aveva inventato e portato in tutto il mondo IKEA. Era lui il signor Ikea.

Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma
Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma

Su Ingvar Kamprad si sono scritte molte cose: le giovanili simpatie neonaziste, le scuse rivolte decenni dopo alla comunità ebraica, gli inevitabili problemi con il fisco e la residenza in Svizzera, la parsimonia come stile di vita. Con aneddoti e particolari a volte fantasiosi, a volte documentati.

Ai miei occhi la maggior parte delle cose che mi è capitato di leggere, hanno il sapore del clamore per forza, della trovata giornalistica, del voler mettere sotto una certa luce un uomo che aveva perseguito con determinazione i suoi fini, senza andare troppo per il sottile quanto a mezzi.

L’unica luce sotto la quale io ancora vedo è invece quella, fioca, della sauna dello Scandic. Dove un poveraccio come me e uno degli uomini più ricchi del mondo, si erano incontrati per caso. Come in un titolo di Handke: L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro.

E poi non ditemi che la Finlandia non è un paese egualitario.

Annunciati a Venezia i Leoni 2021 della Biennale Teatro. Scopriamoli assieme

La notizia è di pochi minuti fa e ve la giro subito. Viene da Venezia, da Palazzo Giustinian, dai saloni in cui si progetta il presente e anche il futuro della Biennale.

Krzysztof Warlikowski nel film a lui dedicato: Nowy Sen, New Dream

Accogliendo la proposta di Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte), direttori del settore Teatro, il Consiglio di Amministrazione dell’Ente ha individuato gli artisti cui assegnare, nel prossimo mese di luglio, il Leone d’oro e il Leone d’argento per il Teatro della Biennale di Venezia.

Riprendo pari pari il comunicato ufficiale.

È il regista polacco Krzysztof Warlikowski, figura emblematica del teatro post-comunista che ha marcato la scena internazionale creando visioni memorabili, il Leone d’oro alla carriera per il Teatro 2021. 

Il Leone d’argento viene tributato all’inglese Kae Tempest, insieme poeta, autore per il teatro e di testi narrativi, rapper e performer di travolgenti e affollatissimi reading”.

La premiazione avrà luogo nel corso del 49. Festival Internazionale del Teatro, prevista dal 2 al 11 luglio 2021. Queste le motivazioni:

Krzysztof Warlikowski 

Da più di vent’anni Krzysztof Warlikowski così la motivazione – è fautore di un profondo rinnovamento del linguaggio teatrale europeo.

Utilizzando anche riferimenti cinematografici, un uso originale del video e inventando nuove forme di spettacolo atte a ristabilire il legame tra l’opera teatrale e il pubblico, Warlikowski sprona quest’ultimo a strappare il fondale di carta della propria vita e scoprire cosa nasconde realmente

Presente con le sue regie teatrali nei maggiori festival di tutto il mondo – dall’Europa alle Americhe – e con i suoi allestimenti lirici nei più importanti teatri d’opera – da Parigi a Londra e Salisburgo – Krzysztof Warlikowski è “un artista libero – scrivono ricci/forte – che apre brecce poetiche illuminando con un fascio di luce cruda il rovescio della medaglia; che rompe la crosta delle cose toccando le coscienze; che scende nelle viscere del dolore e mette in discussione con ironia le ambiguità sia della Storia con la “s” maiuscola sia quelle della nostra esistenza individuale, offrendoci la visione di una società minacciata da cambiamenti radicali e sempre più assediata da una tentacolare classe dirigente di predatori famelici, evidenziando la violenza nei rapporti sociali e familiari e il bisogno urgente che l’emozione di un puro e semplice desiderio d’amore ci può donare“.

Krzysztof Warlikowski
Warlikowski in una foto Maurycy Stankiewicz

Kae Tempest

Kae Tempest è “la voce poetica più potente e innovativa emersa nella Spoken Word Poetry degli ultimi anni – recita la motivazione – capace di scalare le classifiche editoriali inglesi e raccogliere consensi al di fuori dei confini nazionali per il coraggio ardimentoso nel dissezionare e raccontare con sguardo lucido angosce, solitudine, paure e precarietà di vivere, i più invisibili eppure concreti compagni di vita della nostra epoca – tra identità, ipocrisie e marginalità vissute anche sulla sua pelle – scaraventandosi contro l’odierna morale imperante e opprimente”.

A Kae Tempest, con una candidatura ai Brit Awards 2018 e riconoscimenti intitolati a Ted Hughes e T. S. Eliot, è ora attribuito il Leone d’argento per il Teatro 2021 – scrivono ricci/forte – “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti – tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop – arrivando a parlare col cuore a un pubblico sempre più vasto, entrandoti fin dentro le ossa, costringendoti a specchiarti nella tua dolorosa intimità”.

The Book of Traps & Lessons è il più recente dei reading di Kae Tempest e verrà presentato in prima esecuzione per l’Italia al 49. Festival Internazionale del Teatro.

Kae Tempest
Tempest in una foto di Julian Broad

I Leoni del passato

Varrà la pena, inoltre, ricordare che in passato il Leone d’oro alla carriera per il Teatro è andato a Ferruccio Soleri (2006), Ariane Mnouschkine (2007), Roger Assaf (2008), Irene Papas (2009), Thomas Ostermeier (2011), Luca Ronconi (2012), Romeo Castellucci (2013), Jan Lauwers (2014), Christoph Marthaler (2015), Declan Donnellan (2016), Katrin Brack (2017), Antonio Rezza e Flavia Mastrella (2018), Jens Hillje (2019), Franco Visioli (2020).

Il Leone d’argento, riservato al teatro del futuro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel dare spazio a nuovi talenti, è stato attribuito a Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015), Babilonia Teatri (2016), Maja Kleczewska (2017), Anagoor (2018), Jetse Batelaan (2019), Alessio Maria Romano (2020).

Dei festival della Biennale Teatro, fino allo scorso anno guidata da Antonio Latella, QuanteScene! si è occupata in parecchie occasioni.

E non solo del teatro. In questo post di qualche mese fa, per esempio parlo del libro Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia: l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale Arte e la Storia, quella con la esse maiuscola.

Le muse inquiete

Klaus Michael Grüber: quel salto con l’asta nello stadio nazista

Per chi, come me, soffre per la disgrazia dei teatri chiusi, è un colpo di fortuna che si aprano invece i loro archivi.

Altre volte ho consigliato di tener d’occhio il sito della Schaubühne di Berlino, dai cui forzieri audiovisivi, saltano spesso fuori spettacoli che rimpiango di non aver visto.

Magari ero troppo giovane. Magari non avevo i soldi per arrivare fin là e per il biglietto. E comunque le lingue rappresentavano un problema. Il tedesco lo praticavo: però affrontare Hölderlin in lingua originale non era nelle mie possibilità, allora. Forse nemmeno adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Per tante ragioni dunque Winterreise diretto da Klaus Michael Grüber, nel 1977, nell’immensità dell’Olympiastadion di Berlino non l’ho visto. 

Ma da come me lo raccontava Franco Quadri – che in abiti da esploratore teatrale, negli anni Settanta, percorreva l’Europa in lungo e in largo – quello spettacolo era una pietra miliare del teatro della seconda metà del ‘900.

Un po’ come l’Orlando Furioso di Luca Ronconi. Come 1789 di Ariane Mnouchkine. Come La trilogia del rivedersi di Peter Stein. O la Lulu di Patrice Chéreau.

Klaus Michael Grüber (1941-2008)
Klaus Michael Grüber (1941-2008)

Nello stadio voluto da Hitler

Winterreise im Olympiastadion è un’originale riscrittura che Grüber (il regista tedesco compiva allora 36 anni) aveva creato a partire da Hyperion, romanzo epistolare di Johann Christian Hölderlin. Ma dalla dalla Grecia classica dell’originale, la vicenda veniva spostata nello scenario nazista e trionfalistico dello stadio di Berlino. Quello del 1936, di Jesse Owens, e di Leni Riefenstahl.

“Per tutto Il tempo – scriveva allora Franco Quadri – si vedranno accanto ai personaggi in scena, attori e spettatori della rappresentazione, autentici atleti esercitarsi al lancio del peso, al salto con l’asta, al tiro in porta, fino a coinvolgere in queste attività, per loro quotidiane, lo stesso Iperione che tra le peregrinazioni nei luoghi deputati delle tribune, veste metaforicamente il ruolo di decathleta olimpico, ritmando con l’ansimare della sua corsa a ostacoli il suo lamento di romantico viaggiatore”.

Insomma: un avvenimento, in quegli quegli anni. Poi ci siamo abituati: teatro negli stadi o in altri luoghi inconsueti: cave di sabbia, mattatoi, siti industriali, cittadine terremotate, spiagge e cime montane… E anche teatro e sport, come se fossero cugini. E un po’ lo sono.

Fosse quel che fosse, doveva essere strabiliante in quegli anni di piombo (Winterreise è anche uno spettacolo sul terrorismo e venne visto nel dicembre 1977) un allestimento per 800 spettatori per replica, là nell‘Olympiastadion che Hitler aveva fatto progettare per 110.000.

Volete anche voi dare un’occhiata? 

Quel monumento di un teatro di quasi cinquant’anni fa, tutto sommato è ancora contemporaneo. E si può facilmente rivedere adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Basta che seguiate questo link, che vi porta nel posto giusto: il cartellone online della Schaubühne berlinese. Però affrettatevi: Winterreise si può vedere fino alle ore 18.00 di mercoledì 27 gennaio.

In quel momento, il teatro di Lehniner Platz rinnoverà il cartellone online e allora potrete assaggiare qualcosa di davvero contemporaneo: una creazione della coreografa e regista argentina (e in realtà cosmopolita) Constanza Macras. Il titolo è Megalopolis.

Inutile dire che ve lo raccomando.

Se poi volete leggere qualcosa di più sulla Schaubühne, c’è anche questo post.

Formidabile quell’anno. Nasceva la cultura teatrale italiana online

Che anno quell’anno! Doveva cascare il mondo, ricordate? Il temibile Millennium Bug non sapeva cosa farsene degli anni dopo il 1999 e avrebbe mandato all’aria tutti i computer. E altrettanti disastri doveva provocare la rivelazione del Terzo segreto di Fàtima: “città e villaggi sepolti, rasi al suolo, inghiottiti, montagne di gente indifesa…”.

Per fortuna, Bill Gates ci mise una pezza con Windows Me (Millennium Edition). E per miracolo, il terzo segreto restò un segreto.

Niente da segnalare allora in quel fatidico anno 2000?

A due decenni di distanza, io ricordo che con un gruppo di amici mettemmo mano alla prima rivista italiana online di informazioni e recensioni teatrali. Si chiamava Tuttoteatro.com. E altrettanto, in quegli stessi mesi, fece Oliviero Ponte di Pino tagliando il nastro della prima webzine di cultura teatrale. Che si chiamò, e ancora si chiama, ateatro.it.

ateatro logo

Inutile fare le gare a chi arrivò prima. Di storie sulla preistoria della cultura teatrale online, Oliviero ed io ne siamo raccontate molte. Divertendoci pure un sacco a imitare lo squittìo di quei rudimentali modem telefonici con i quali ci si collegava allora, a 56kbit al secondo. Proprio nel magico anno 2000, Tin.it cominciò a installare le primissime linee ADSL.

Ricorda Oliviero: “In quell’anno  i domini .it registrati erano più o meno 100.000. I teatri, i festival, le facoltà universitarie in grado di utilizzare un sito internet erano rari. In quella preistoria del web, ateatro.it era un sito di pagine statiche, caricate con una connessione telefonica a 56 Kbit al secondo, senza immagini (per non parlare dei filmati)“.

Da allora, tanto ateatro.it tanto Tuttoteatro.com, di strada ne hanno fatto parecchia, arricchendo il loro orizzonte: ad esempio di Premi (il Premio Cappelletti, come ha fatto Tuttoteatro) e di Buone Pratiche (come ha fatto ateatro).

Happy birthday, mr ateatro

Giovedì scorso, il 14 gennaio, ateatro.it doveva stappare la magnum del suo 20esimo compleanno. Un giorno prima dei 20 anni di Wikipedia, volendo essere pignoli. Ma il bello della diretta ha suggerito di posticiparlo di qualche giorno, e mandarlo in mondovisione (si diceva così, all’epoca, no?) grazie ai potenti mezzi di cui disponiamo oggi.

I festeggiamenti sono dunque in programma, in diretta streaming, domenica 17 gennaio, alle 11.00 dal Caffè di Bolzano29, “il duetto culturale della domenica mattina” che si può raggiungere sulle pagine Facebook di Bolzano29, appunto, e di ateatro.

ateatro 20anni a bolzano29

Oliviero Ponte di Pino e Giulia Alonzo, che condurranno la trasmissione, potrebbero già anticipare i nomi degli ospiti in collegamento e di quelli che posteranno auguri e saluti. Ma si sa: non c’è nulla che eguagli la sorpresa.

Se fin da adesso però, ne volete sapere di più, il link è questo.

Così è Pirandello. E speriamo che d’ora in avanti non sia più così

Siete ancora in tempo. Se vi va di vedere del buon teatro, almeno.

Siete in tempo perché fino al 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, sul sito del Teatro Stabile di Torino (e su Yoube) , si può ancora vedere la ripresa video integrale dell’edizione 2018/19 di Così è (se vi pare). Una tra le più riuscite, a mio avviso. (Qui il link al TST e a YouTube).

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini
Così è (se vi pare) – Ph. Laila Pozzo

Chi legge, magari distrattamente, questo blog sa che non condivido tutta la stima che gli italiani mostrano nei confronti di Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura 1934. Pirandello, che è appunto l’autore di quel dramma. Una stima che si basa su approcci molto scolastici allo scrittore e letture convenzionali dei suoi lavori. Sia di narrativa sia di teatro.

L’ho scritto altre volte (qui qualche riflessione a proposito dei Sei Personaggi). Quello che trovo inadeguato è l’averlo elevato, in Italia, a portavoce teatrale di una condizione esistenziale borghese, anzi piccolo-borghese, senza poi mai storicizzarne i problemi e capirne, dal punto di vista socio-psicologico, le radici. Almeno a scuola. Complicato?

Per dirla in due sbrigative parole, allora, a me sembra che tutti i solenni paradossi esistenziali che vengono posti nei suoi lavori, siano in prima istanza problemi personali del signor Pirandello. 

Di problemi, in famiglia, Luigi ne aveva parecchi, a cominciare dalla moglie Antonietta Portulano che era uscita di testa, dal rapporto con la consorte, e con la figlia Lietta. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini

La drammaturgia pirandelliana è piena di corna e di relazioni adultere. E la manfrina che molti suoi titoli ci propongono, sulle incertezze della paternità, sul possesso dei figli, sull’onore del maschio, per non parlare dell’ossessione della gelosia, erano – diciamolo come andrebbe detto – problemi suoi, dell’autore. Molto di meno problemi della comunità borghese italiana del primo ‘900, del resto già molto ammaccata dalla guerra.

Sul lettino dello psicanalista

Così è (se vi pare) e I sei personaggi, rispettivamente del 1917 e del 1921, sono poi testi sui quali insiste l’ombra temibile e morbosa dell’incesto.

Chiaro che a scuola queste cose non te le dicono. Perché non è quella l’età in cui puoi capire la complessità delle situazioni. Ma soprattutto perché la scuola c’ha parecchi tabù. Così di Pirandello resta la retorica della maschera e del volto, del relativismo, dell’umorismo come sentimento del contrario, del “io sono colei che mi si crede“. Le litanie, insomma.

All’estero – ve lo segnalo – Pirandello non ha poi tutta questa gran fortuna. A averci dato un po’ dentro, in Italia, negli ultimi decenni del ‘900, era stato il regista Massimo Castri. Il quale – per dirla di nuovo sbrigativamente – aveva disteso Luigi sul lettino dello psicoanalista, e ne portava allo scoperto le nevrosi. Tanto è vero che gli eredi Pirandello, quelli che detenevano i diritti, a cominciare dalla sua musa Marta Abba, non gliel’hanno mai perdonato.

Per dare ragione a Castri, basterebbe leggere con un po’ di attenzione la biografia di Federico V. Nardelli, Pirandello. L’uomo segreto (1932, approvata persino da Pirandello stesso). Oppure Andrea Camilleri, che ne ha scritto abbastanza.

Ecco perché Così è (se vi pare) è diventato una sorta di pietra di paragone per un regista italiano. Dimmi come lo fai, e ti dirò chi sei.

Filippo Dini è il regista ma anche il segreto protagonista di questa edizione dicembre 2018 di Così è (se vi pare). Interpreta infatti lo scettico Lamberto Laudisi, quello che tira le file del maledetto imbroglio accaduto in una cittadina di provincia dell’Italia interiore, dove d’altro non si parla che di una famiglia. I cui rapporti interpersonali fanno esplodere la curiosità, la moralità, la morbosità dei concittadini pettegoli. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Andrea Di Casa e Maria Paiato
Così è (se vi pare) – Ph. Bepi Caroli

A me pare che Dini, con il suo spettacolo, abbia d’un balzo scavalcato tutto il Pirandello scolastico e sia pure approdato a un Pirandello comico. Drammaticamente comico. Che è abbastanza insolito, vero? Scettico sì, ma sarcastico anche.

Guardate la foto iniziale di Laila Pozzo, combinata come una Ultima Cena. A vedere lo spettacolo, due anni fa, io ho riso parecchio. Con buona pace di chi, prima che una storia d’incesto, in quel testo ci vede un trattato di filosofia. Anzi, come si diceva una volta, di pirandellismo.

Non voglio convincervi di niente. Così è (se vi pare), edizione Dini, sta online fino a domani. Dateci un’occhiata e poi sappiatemi dire. Siete ancora in tempo (qui di nuovo il link).

Così è (se vi pare) 2018/19 - Filippo Dini

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COSÌ È (SE VI PARE) 
di Luigi Pirandello

con
Maria Paiato – La Signora Frola
Andrea Di Casa – Il Signor Ponza
Benedetta Parisi – La Signora Ponza/Infermiera/Spettro
Filippo Dini – Lamberto Laudisi
Nicola Pannelli – Il Consigliere Agazzi
Mariangela Granelli – La Signora Amalia
Francesca Agostini – Dina
Ilaria Falini – La Signora Sirelli
Carlo Orlando – Il Signor Sirelli
Orietta Notari – La Signora Cini
Giampiero Rappa – Il Signor Prefetto/Un cameriere di casa Agazzi
Mauro Bernardi – Il Commissario Centuri/Un altro cameriere

regia Filippo Dini
scene Laura Benzi
costumi Andrea Viotti
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino

Produzione Teatro Stabile di Torino
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale l’11 dicembre 2018 al Teatro Carignano di Torino

STORIE – La sera che Harold Pinter ci disse: “Ci facciamo un drink?”

Era il 2006. Sarà stato ottobre. Non un qualsiasi sabato d’ottobre. Il Royal Court Theatre di Londra – una delle più gloriose sale della capitale – festeggiava i suoi 50 anni di attività. E Harold Pinter aveva deciso di recitare in quel teatro. Avrebbe portato in scena L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Royal Court Theatre - Krapp's Last Tape - 2006

Vi domanderete: che ci azzecca Pinter con la giornata di oggi, l’ultima dell’anno? 

L’immagine che concludeva il precedente post di Quantescene! (vedi qui) ritraeva Pinter interprete di quel testo di Beckett. Alcuni di voi mi hanno chiesto perché proprio una fotografia di Pinter.

Così ho pensato di riservare l’ultimo post del 2020 proprio a quell’incontro, all’ultimo brindisi con lui.

Tutto esaurito

Da settimane si sapeva che i biglietti per quello spettacolo sarebbero andati esauriti in fretta: un’edizione davvero storica di L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court. Nelle locandine, l’annuncio che Harold Pinter, premio Nobel 2005 per la Letteratura, avrebbe interpretato il testo di Samuel Beckett, premio Nobel 1969.

Ovvero: i vertici del teatro in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo concentrati in un solo spettacolo. Una dozzina di repliche soltanto e solo ottanta persone a sera. Nel 2006 si celebrava infatti il centenario di Beckett (nato nel 1906) e anche il cinquantenario del Royal Court (la famosa messainscena di Ricorda con rabbia è del maggio del 1956). 

Gianfranco Capitta e io avevamo da poco pubblicato, a quattro mani, una monografia su Pinter, approfittando del Nobel appena ricevuto. (Harold Pinter. Scena e Potere, Garzanti 2005, vedi qui). 

Due biglietti in tasca

Quella era dunque un’occasione preziosa per vederlo all’opera. Di nuovo attore, come non succedeva da molto tempo, dopo una grave malattia che ne aveva ha compromesso il fisico e la voce. Uno spettacolo senza precedenti. E senza proseguimenti. 

Avventurosamente, due biglietti li avevamo in tasca. E non senza un po’ d’orgoglio salimmo le scale che portavano, al Jerwood Upstairs, la sala al piano superiore del Royal Court.

Le 19.30 erano già passate da un po’, ma il sipario non si apriva ancora. Accompagnato da una giovane ragazza, un signore arrivò in ritardo e si fece strada tra le file. Ci stringemmo tutti per lasciargli spazio. Poi il sipario scivolò di lato e la scena si aprì su quella buia stanza «nel futuro» in cui Beckett aveva collocato il più decrepito dei suoi personaggi: Krapp.

Monumentale e fragile

L’ultimo nastro di Krapp, diretto da Ian Rickson e interpretato da Pinter, si rivelò in tutta la sua grandezza. Monumentale come un classico. Fragile come può sentirsi chi sente l’approssimarsi della morte. Stretti sulla panca rivedemmo Pinter attore (lo era stato da giovane, prima di diventare scrittore, e solo occasionalmente, dopo, era tornato in palcoscenico). Ma soprattutto scoprimmo che Pinter era Krapp, icona della vecchiaia e della memoria, avanti indietro sulla carrozzina a rotelle, mentre armeggiava con scatole di latta e vecchie bobine, azionava registratori, consultava vocabolari ingialliti, sentiva la propria voce registrata e derideva se stesso.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Usciva ogni tanto di scena, sempre sulla carrozzina, e da dietro sentivamo lo schiocco di una bottiglia stappata. Salvo poi presentarsi agli applausi in piedi e sicuro sulle proprie gambe. Un autentico coup de théâtre.

Al bar di sopra

Quaranta minuti che ancora oggi ricordo con precisione. Alla fine degli applausi una addetta del teatro, dopo aver intuito che proprio noi eravamo “i due italiani che avevano scritto il libro”, ci spiegò con un accento molto british che “Mr Pinter vi aspetta al bar di sopra, se vi fa piacere”.

I nostri incontri con lui, negli anni precedenti, erano già stati numerosi, ma quell’invito così inaspettato, fu una sorpresa per davvero. Dopo gli applausi, cui si sottraeva volentieri, Pinter invitava pochi privilegiati amici a bere qualcosa lassù e a rievocare, come Krapp ma assai più disinvolto, anni migliori di quelli. 

La sorpresa fu doppia, quando scoprimmo che a essere stato invitato era anche il signore arrivato in ritardo. Visto più da vicino, somigliava a uno noto. O meglio, era uno noto: Dustin Hoffman. Con la giovane amica.

In onore dei due italiani, Pinter aveva già ordinato da bere. «Ci facciamo un drink?»

E poi rivolto a Dustin Hoffman: «Non immaginavo di vedere anche te, stasera. Se hai ottenuto un posto devi ringraziare mia moglie, i due biglietti erano i suoi».

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Bianco. Italiano. Ghiacciato

Hoffman: «Di’ a lady Antonia che le sono molto grato. A New York stasera debuttava il lavoro del tuo amico-concorrente Simon Gray. Secondo te, avrei dovuto essere là?»

Pinter: «So che tu preferisci i miei lavori. Una volta ci hai anche provato: era Il calapranzi se non sbaglio»

Hoffman: «Ottima memoria, la tua. Sai, io non ne rammento nemmeno una battuta. Scusa, ho detto una bugia: una battuta me la sono ricordata poco fa in taxi, mentre venivo qui. Era quella che ha che fare con il calcio».

Pinter: «Le mie non sono battute memorabili. Dovresti provare con quelle di Beckett».

Hoffman: «Me lo hanno proposto una volta ma, ti giuro, non ho avuto coraggio».

Pinter: «Peccato, sei un grande attore. Con Beckett saresti stato ancora più grande. Posso presentarti questi due signori? Sono giornalisti, vengono dall’Italia e hanno appena scritto un gran bel libro su di me».

Hoffman : «Dimmi come posso fare a convincerli a scrivere un gran bel libro anche su di me».

Ridiamo e brindiamo tutti assieme. Il vino, scelto in onore dei due italiani, è un Pinot grigio delle Tre Venezie

Pinter: «Bianco. Italiano. Ghiacciato. Come piace a me. Grazie per essere venuti e cin-cin».

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L’ultimo nastro di Krapp è stato lo spettacolo con cui Harold Pinter si è congedato dalle scene nell’ottobre del 2006. Due anni dopo, il 24 dicembre 2008 è scomparso, a 78 anni, per le conseguenze di un tumore all’esofago, che ha compromesso l’ultimo periodo della sua vita.

Oggi è l’ultimo giorno di un anno particolare. Quell’edizione dell’ultimo nastro, meritate davvero di vederla anche voi.