La carica dei 90. I novantasette anni di Gianfranco De Bosio, nel segno del teatro veneto

Per Tullio Kezich, che nel suo libro La rivolta degli attori, raccontava il teatro come prologo del Sessantotto, Gianfranco De Bosio era il sergente di ferro

“De Bosio è il sergente di ferro del teatro italiano. Colui che ha inventato la giornata lavorativa di 16 ore. Il regista di cui gli attori temono la tempra infaticabile. L’uomo di cui si sospettano origini teutoniche” scriveva Kezich nel 2005.

Nico Pepe e Gianfranco De Bosio in una foto (1957) dell'archivio del Teatro Stabile di Torino
Nico Pepe e Gianfranco De Bosio in una foto (1957) dell’archivio del Teatro Stabile di Torino

In realtà De Bosio è nato a Verona, la città più shakespeariana d’Italia, il 16 settembre 1924. Oggi dunque, il sergente di ferro compie 97 anni. E non ha smesso affatto di lavorare. 

Un regista per Ruzante

Di De Bosio si ricorda la pluridecennale devozione a Ruzante, l’autore cinquecentesco veneto, da lui introdotto nel teatro italiano del ‘900. 

La Moscheta, allestito nel 1950 con Giulio Bosetti protagonista, poi con Cesco Baseggio e dieci anni più tardi con Franco Parenti nello stesso ruolo, è stato il capitolo fondamentale della presenza ruzantiana sulle scene nazionali. Così come i successivi L’Anconitana e Bilora (1965), La Betìa (1969), Vaccària (2005). 

Anche negli allestimenti delle opere di Carlo Goldoni, De Bosio ha lasciato il proprio incisivo segno di regista, diverso certo da quello di Strehler e di Ronconi, e decisamente più affine alla lingua e al temperamento del commediografo veneziano: da La famiglia dell’antiquario (1952) a Il bugiardo (1962), poi Le donne de casa soa (1986), Le massère (1992), La bottega del caffè (1993).

Meno noto, forse messo in ombra dal ruolo di regista princeps del teatro veneto, il suo contributo alla cinematografia italiana degli anni 60: Il terrorista (1963), con Gian Maria Volontè, è un film ispirato alla sua attività di partigiano, attivo nella Resistenza in area veronese, e al suo comandante di allora Otello Pighin.

locandina di Il terrorista (1963) regia Gianfranco De Bosio

“Una radiografia della Resistenza, vent’anni dopo, una verifica, un esame di coscienza” scriveva sempre Kezich.

A quegli episodi del ’44 De Bosio ha appena dedicato un libro, di carattere storico, pubblicato proprio quest’anno da Neri Pozza: 1944. Fuga dal carcere. La liberazione di Giovanni Roveda.

Gian Maria Volontè in una scena di Il terrorista (1963)
Gian Maria Volontè in una scena di Il terrorista (1963)

Dovete sentirlo

A chi voglia conoscere meglio la caratura artistica e soprattutto lo sfaccettato carattere umano di Gianfranco De Bosio, posso consigliare una bella intervista audio (clicca qui) curata da Silvia Iracà e Pietro Crivellaro, che si può ascoltare sul sito di Patrimonio Orale, la collezione digitale di fonti orali per le arti della scena, ideata da Donatella Orecchia per il Progetto Ormete.

Per finire

Le felicitazioni a Gianfranco De Bosio per questi 97 anni di infaticabile attività sono infine d’obbligo. Accanto all’augurio che nel non lontano 2024 possa toccare i 100. Segno – nel bene e nel male – della longevità del teatro italiano.

Lino Guanciale. Europeana. Un secolo nel frullatore

Questa mattina, 28 agosto, nel cartellone di Mittelfest a Cividale del Friuli, Lino Guanciale e io parliamo di serialità televisiva e di teatro, di sex symbol, di This is us e di La porta rossa, di attori versatili e spettatori addormentati. E soprattutto di Europeana.

Lino Guanciale

Prendete la storia europea del XX secolo. Mettetela nel frullatore. Pigiate l’interruttore per pochi istanti. Ne verrà fuori Europeana, il libro che lo scrittore praghese Patrik Ourednik ha pubblicato nel 2001, appena terminato il secolo. 

E sono brandelli di vite, scampoli di notizie, frammenti di giornale, tragedie capitali, vicende minuscole. Tutti assieme. Da buttare giù, in una lunga sorsata.

Appena frullati, ve li versa nel bicchiere Lino Guanciale. Che non è soltanto l’attore italiano che vanta il più alto tasso di serialità televisiva. Ma è uno che spesso, anzi molto spesso, distilla teatro. Lui, sul palcoscenico, davanti al suo pubblico. A volte, con un musicista.

Europeana è anche il titolo dello spettacolo che Guanciale presenterà questa sera, sabato 28 agosto, a Cividale del Friuli, nel cartellone di Mittelfest, la manifestazione che da trent’anni raccoglie gli stimoli di teatro, danza, musica dai Paesi del Centro-Europa. Non solo quelli, naturalmente.

Patrick Ourednik - Europeana

L’intervista

Lino, com’è che a un attore viene in mente in portare in scena un libro che non sceglie se far cominciare il ventesimo secolo con la scoperta collettiva dell’inconscio (“L’interpretazione dei sogni” di Freud, 1898) o con l’inizio della produzione industriale di carta igienica (1901, in Svizzera).

“Ho letto e riletto più volte il libro di Ourednik, ci ho lavorato sopra parecchio, è un’opera che mi ha fatto scoprire l’altra faccia dell’Europa, il doppiofondo della storia, così come ci è stata raccontata. Per me, quand’ero ragazzino, l’Europa dell’Est erano certi potenti atleti, sempre vittoriosi alle Olimpiadi. Oggi, da adulto, la vedo diversamente, e il libro Ourednick, uno che ha vissuto la Primavera di Praga, me lo conferma. Perché riesce a demistificare tutti i luoghi comuni, filo-occidentali o filo-sovietici, con i quali da una o dall’altra parte della Cortina di Ferro, siamo cresciuti”.

Sarà un reading con musiche, quello di stasera a Mittelfest.

“Una formula mista. Una formula che amo moltissimo. Alcune pagine le leggerò, per mettere in evidenza la raffinata letterarietà del libro: un corpo a corpo con la carta, anche perché provo un vero piacere nel lavorare con i fogli in scena. Altre pagine le gestirò a memoria, impegnato in un altro corpo a corpo, quello con la musica”.

A teatro, Lino Guanciale lavora spesso con i musicisti, i compositori, gli ingegneri del suono. Meglio se dal vivo. In questo caso il fisarmonicista Marko Hatlak, uno che suona il suo strumento come fossero sessanta strumenti diversi.

“L’esperienza mi ha insegnato che la musica dal vivo è uno dei mezzi più potenti per mettersi in relazione con il pubblico. Certo non la devi trattare come un tappeto sonoro. Devi farne un impulso per arrivare più a fondo possibile nelle parole che porti sulla scena. Grazie alla musica, anche gli attori, oltre che il pubblico, possono sprofondare nelle parole. Per me è una specie di invasamento”.

Lino Guanciale set camerino
Guanciale sul set

I fan, le fan

Ma – tanto per capire – il pubblico viene per vedere Guanciale, o per sentire ciò che Guanciale dice?

“Magari viene per me. Ma poi si appassiona a ciò che interpreto o leggo”. 

Nei fan e nelle fan, quelle che seguono il loro beniamino ovunque, c’è anche un surplus di innamoramento.

“Credo sia un di problema tutti quegli attori e attrici a cui è capitato di avere un largo seguito. Il lavoro nel cinema e in televisione accelera il rapporto di fidelizzazione, che magari ricade poi sul teatro, se uno lo fa. Ed è una specie di doping. Ma io non considero la popolarità come un fine. Per me è un mezzo per portare più gente a teatro, per farlo diventare più popolare. Non nel senso di commerciale, ma nel senso nobile che a questa parola dava Jean Vilar, l’artista francese che aveva ideato il Festival di Avignone”. 

Una tra le etichette più comuni che i media appiccicano a Lino Guanciale è quella di sex symbol.

“Mammamia, mi ha fatto sempre paura essere identificato come sex symbol. A volte mi ha anche divertito, perché so che questa ‘qualifica’ non mi riguarda da un punto di vista personale: riguarda solo l’immagine dei personaggi che ho interpretato. E al cinema e in tv il lavoro d’interpretazione passa sempre attraverso manipolazioni e rimodulazioni, a cominciare dal montaggio. Nel prodotto finito, quello sullo schermo, non ci sono più io. Su un palcoscenico invece ci sono sempre e soltanto io, assieme a chi mi lavora accanto. Per questo il teatro è la vera casa degli attori”.

Lino Guanciale

This is us

Molti lettori vogliono invece sapere cosa riserverà loro la prossima serie televisiva.

“Se vogliamo parlare di “This is us”, posso dire che le riprese sono terminate e che siamo in fase di post produzione. Immagino che la potranno vedere con l’anno nuovo”.

Cinque stagioni, 88 episodi e passa, come nell’originale statunitense?

“Dodici episodi distribuiti in sei serate, uno dei format abituali della serialità televisiva del nostro Paese. Spero tanto che il pubblico apprezzi il bel lavoro di traduzione che lo sceneggiatore Sandro Petraglia e la sua équipe hanno fatto trasferendo quello che orami viene considerato un classico, nella realtà italiana, dagli anni ’70 in poi”.

Chiedo all’esperto: ma questa abbuffata di serie, questo restare per ore e ore incollati sugli schermi, sciroppando episodio dopo episodio, è un fenomeno temporaneo, un effetto delle restrizioni dell’epidemia, o è destinato a proseguire?

“Durerà, perché sprofondarsi in un’altra realtà è una cosa di cui le persone hanno bisogno”.

Inevitabile a questo punto parlare di “La porta rossa“, terza stagione.

“Cominceremo a girare a Trieste, il 30 agosto. Mi sa che in questa ultima stagione resterò orfano di Ursus. È stato un altro dei miei corpo a corpo, quello. Arrampicarmi sulla gru più iconica del porto di Trieste era un cosa che mi entusiasmava moltissimo”.

Guanciale arrampicato sulla gru Ursus in una scena della serie televisiva “La porta rossa”

[l’intervista a Lino Guanciale è stata pubblicata nell’edizione di sabato 28 agosto 2021 sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste].

Nicoletta Orsomando. La televisione italiana era lei.

“La televisione era lei” dice oggi e senza possibilità di smentita la sua collega più giovane, Maria Giovanna Elmi, ottant’anni compiuti.

“Un punto di riferimento per tutti gli italiani” aveva dichiarato Sergio Mattarella, ottant’anni anche lui, facendole gli auguri per il compleanno. 

Nicoletta Orsomando televisione

Nicoletta Orsomando, scomparsa oggi, a 92 anni, era davvero la televisione italiana del ‘900 e il punto di riferimento per la generazione dei boomers, nati e cresciuti in parallelo con l’apparecchio televisivo.

Garbata, gentile, sorridente

Sono gli aggettivi che più si ricorrono nell’antologia di obituaries (forma elegante per dire necrologio) che ha invaso oggi le reti e i giornali. Un’icona che ricordiamo tutti, noi boomers e non solo.

L’acconciatura sempre uguale attraverso i decenni. La voce sicura e la dizione esatta anche con i nomi più esotici. Il piglio discreto con cui entrava, sera dopo sera, nelle cucine degli italiani per annunciare, all’ora di cena, i programmi. Più precisa del Radiocorriere. Più in diretta di tutti. Sempre sul pezzo.

Nicoletta Orsomando negli anni '50

Non era stata la prima, ma certo fu la più iconica di tutte le annunciatrici: le signorine buonasera, che nell’Italia del boom prima, e dello sboom dopo, sapevano vagamente cullare il blando immaginario erotico della borghesia italiana.

La Farinon viso d’angelo, la Gambineri nuvola bionda, la femme fatale Cannuli (Noschese, ci campò per anni), la Cercato acqua sapone, la fata Elmi, il pepe di Peppi Franzlin. Uomini nemmeno uno, ci mancherebbe.

Ma lei, la Orsomando, no. L’eros faceva a pugni con suo il sorriso inclusivo, con il suo filo di perle, con gli abiti che per le spettatrici erano la quintessenza del classico. Magari soltanto nel mezzobusto dell’inquadratura.

Poi venne la neo-televisione (la paternità del termine è di Umberto Eco). E tutto il vecchio mondo televisivo, educato e pedagogico, scomparve. Scomparvero anche signorine buonasera, Tanto in Rai, tanto nelle reti commerciali. Marina Morgan fu l’ultima, o quasi.

Le annunciatrici vennero dismesse, si affermarono le conduttrici. Disinvolte. Determinate. A volte impiccione. Usavano il telefono come un’arma. Chi l’ha visto? Pronto, Raffaella?

L’annunciatrice che ne aveva fatte tante

Se avete la pazienza di scorrere la Wiki di Nicoletta Orsomando, troverete pane per la vostra curiosità. E se avete più di cinque decenni alle spalle, scorrerà con lei, davanti ai vostri occhi, la storia stessa della televisione italiana.

Dall’Amico degli animali, Angelo Lombardi, al Disco per l’estate di Vittorio Salvetti. Dal Festival di Sanremo, un passo dietro al proverbiale Nunzio Filogamo, a La giornata parlamentare con il severo Jader Jacobelli.

Anche un po’ di cinema, in prima persona. In Totò, lascia o raddoppia? di Camillo Mastrocinque (1956) interpretava se stessa. Esattamente come avrebbe fatto in Parenti serpenti di Mario Monicelli, quasi quarant’anni dopo.

Orsomando e quella Rai bacchettona, castigatissima

“Ricordo che inaugurando un nuovo centro di produzione – rievocava Orsomando alcuni anni fa – indossai un abito da sera con un castigatissimo décolleté. La Rai a quei tempi aveva un direttore intelligente e colto, ma era una specie di prete laico. Un funzionario zelante si precipitò a prendere una rosa per coprire quel poco che c’era da coprire e evitare lo scandalo”.

Di quella Rai bacchettona e ultrademocristiana, lei era stata comunque il volto. Anche se, nella testa le si muovevano le idee che avrebbero di lì a poco cambiato non solo la televisione, ma l’intero Paese. Come dimostra questa intervista del 1979, dove Nicoletta Orsomando dice cose che andrebbero sottoscritte, ancora oggi. 

Anche per questo, non solo scusiamo, ma siamo tutti con lei, quando le tocca combattere, oltre che i direttori cattolici, pure i colpi di tosse.

Una tovaglia a quadri e il fantasma di una notte di mezza estate. A Sorci

Castelli che ospitano fantasmi ce ne sono tanti. Ma che ai fantasmi si aggiungano anche gli artisti non capita tanto spesso. A pochi chilometri da Anghiari, città toscana famosa per la battaglia, quella forse dipinta da Leonardo, sorge il Castello di Sorci. Non pago del fantasma d’ordinanza, l’antico maniero si è scelto da tempo una diversa destinazione d’uso: cenacolo di cultura. Lo si scopre grazie a Tovaglia a quadri, cena teatrale che da 25 edizioni porta la città della battaglia leonardesca all’attenzione delle cronache estive.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

Grazie all’intraprendenza della famiglia Barelli, al suo ottimo ristorante e a cene frequentate dal bel mondo, da quasi mezzo secolo il Castello di Sorci si è trasformato in cenacolo e punto d’incontro. Tra queste mura ha soggiornato e lavorato gente come Alberto Burri (che ha pure disegnato il logo), Roberto Benigni e Massimo Troisi (che hanno ideato e scritto qui “Non ci resta che piangere”), Giuseppe Bertolucci (che vi ha collaborato), Pupi Avati. Vi sono tornati spesso noti intellettuali e attrici acchiappafolle, come la fedele Monica Bellucci

Uno spettacolo in quattro portate

Un bel po’ di queste storie ce le hanno raccontate, tra una portata e l’altra, gli attori di Tovaglia a quadri. Forte di una formula nata 25 anni fa (l’ho descritta in un post del 2018), la cena con spettacolo in quattro portate, ideata da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, continua ad attrarre il pubblico. Tanto i residenti tanto i turisti che ogni agosto si muovono tra le valli toscane (qui siamo in provincia di Arezzo). 

Dalla tradizionale location del Poggiolino, la terrazza sulle mura di Anghiari, Tovaglia a quadri si è trasferita però quest’anno a Sorci. Spinta dai protocolli antipandemici, ma anche dalla possibilità di trarre ispirazione dalla storia del luogo, dal suo fantasma, dai suoi artisti.

Seguendo il filo delle storie a Sorci

È nata così Filocrazìa, uno spettacolo che – suggerisce il titolo – perde e ritrova il filo di tanti eventi che dal Quattrocento (con l’assassinio di Baldaccio, il fantasma del posto), alla seconda guerra mondiale (quando il castello ospitò gli sfollati e un soldato alleato venne paracadutato qui sopra), fino all’oggi se non al domani (in autunno in questi Comuni si andrà al voto per le amministrative), tengono la matassa della storia locale e dell’immaginario collettivo.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

Di cui gli attori di Tovaglia a quadri sono i più esatti rappresentanti. Sono loro a imbastire, con la colorita parlata di qua e con il canto, le vicende. Episodi che si rincorrono da finestra in finestra, attorno a un pozzo abitato da mostri, tra i lunghi tavoloni e dietro ai portoni dell’edificio.

Dai quali usciranno a tempo debito e istruiti da una locandiera (che in Toscana viene chiamata fattoressa ed è interpretata da Monica Bauco), schiere di giovani “valletti” pronti a servire in piatto, sulle tovaglie a quadri bianchi e rosa, le quattro portate canoniche: crostini neri e rossi, brìngoli al sugo finto, stracotto di vitello al Chianti (con l’alternativa vegetariana del tortino di verdura) e cantucci da inzuppare nel vinsanto. Tutto buono. Tutto territorio.

Acchiappare il filo

Così si lascia il posto a notte inoltrata, soddisfatti del cibo e dei racconti, mentre le stelle cominciano a cadere. Filocrazìa, io l’ho sperimenta infatti il 10 di agosto, data fatidica. Ma gli ospiti illustri non mancano: due giorni fa, incuriosito e affamato, è arrivato qui perfino Ralph Fiennes. C’è ancora un po’ di tempo, fino a giovedì 19, per acchiappare quel filo e scoprire dove porta.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

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Filocrazìa
una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini gli con appunti musicali di Mario Guiducci e la gente del Castello:
Monica Bauco, Federica Botta, Stefania Bolletti, Paola Scolari, Sonia Cherici, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Cristian Materazzi, Rossano Ghignoni, Pierluigi Domini, Andrea Finzi, Gabriele Meoni, Gino Quieti, Miranda Neri

al Castello di Sorci, dal 10 al 19 di agosto
(prenotazioni e biglietti on line sul sito della manifestazione)

Made in Nico Pepe. Da Udine al resto della penisola, l’invasione degli ultrapepi

Fino a un decennio fa erano pochi esemplari. La prima generazione. Poi si sono moltiplicati. Ora li trovi ovunque. Festival. Rassegne. Stagioni. Non conti quasi più le loro produzioni. Cresciuti e diplomati dalla “Nico Pepe” – l’accademia teatrale che ha sede a Udine – gli ultrapepi sono qualcosa come un fenomeno.

Accademia Nico Pepe Udine – allievi in prova

Nico Pepe, chi è? chi era?

Sospetto che siano pochi oramai quelli che sanno chi era Nico Pepe. Se date un’occhiata a Google o Wikipedia, potrete scoprire che il suo nome è al centro di una costellazione nella quale trovano posto tanto l’Arlecchino di Strehler quanto Riso amaro di De Santis. Tanto Fritz Lang quanto lo Stabile di Torino. Nico Pepe – nato nel 1907, scomparso nel 1987 – aveva vissuto fino in fondo la stagione grande del teatro e del cinema del ‘900.

Ma a chi fa, e a chi vede teatro oggi, il nome di Nico Pepe dice invece altro.

Racconta di attori che si sono formati nell’Accademia teatrale di Udine (la città dove Nico Pepe era nato) e che oggi porta il suo nome. Racconta di compagnie che sono andate a formare la generazione recente del teatro italiano: Carrozzeria Orfeo, Vico Quarto Mazzini, Kepler 452, per fare nomi fra i più riconoscibili, ma aggiungerci subito dopo La Ballata dei Lenna, Scena Nuda, il più solistico Alex Cendron, il più internazionale Matteo Spiazzi. Per arrivare alle formazioni più recenti, che si fanno strada a forza di progetti e date da costruire giorno per giorno: L’Amalgama, ArtiFragili, Fuga geografica, per esempio. Fino ai nuovi battezzati dal diploma triennale, che già si organizzano per un’onorevole entrata nel mercato. Della professione teatrale, intendo.

Carrozzeria Orfeo - Miracoli metropolitani - ph Laila Pozzo
Carrozzeria Orfeo – Miracoli metropolitani – ph Laila Pozzo

La generazione recente

Davvero non so se c’è qualcosa che accumuna il cinismo sornione con cui Carrozzeria Orfeo intesse le sue storie di instabilità umana (da Thanks for vaselina al recente Miracoli metropolitani) e la fuga nell’inesplorato assurdo di Daniil Charms, che ha fatto la fortuna di L’Amalgama (Saduros è un titolo, ma è anche un anagramma).

E non so se l’assai responsabile lavoro d’interprete che Alex Cendron porta avanti da anni (e si esprime adesso in Aquile randagie), sia lo stesso che Manuel Macadamia ha esercitato nella ricerca liquida da cui è nato il progetto multipiattaforma Lux. O lo stesso che Massimiliano di Corato mette nel teatro di narrazione di La nave dolce. Per non dire della particolare strada su cui si sono messi Nicola Borghesi, Paola Aiello, Lodo Guenzi.

epler 452 - Capitalismo magico - Nicola Borghesi e Lodo Guenzi
Kepler 452 – Capitalismo magico – Nicola Borghesi e Lodo Guenzi

So invece che che il sigillo d’autenticità “Nico Pepe” è presente in tutti i loro curricola. E sempre più spesso lo vedo apparire anche nelle manifestazioni che segnalano nuove vocazioni di scena (come l’annuale Premio della rivista Hystrio). Lo ritrovo nei titoli che appaiono nei cartelloni dei festival che fanno scouting teatrale (In-Box, a Siena è uno di questi, ma anche Primavera dei Teatri a Castrovillari lo fa). E ciò mi riporta ad altri dei giovani nomi che ho visto crescere nella Nico Pepe. 

Non è quindi un caso o una fortunata evenienza, se l’accademia di Udine sempre più spesso riesce a certificare talenti come faceva, fino allo scorso decennio, una didattica del teatro che aveva i suoi punti di riferimento solo a Roma e a Milano.

Lontano dalle metropoli, forse si studia meglio: più concentrazione, meno stimoli distraenti, e un punto di vista che non è solo quello concorrenziale. Chiunque voglia fare l’attore o l’attrice sa bene che l’offerta supera di molte misure la domanda. La diffusione, l’invasione direi, dei “Nico Pepe” ha insomma le caratteristiche del fenomeno. 

L'Amalgama - Saduros - Caterina Bernardi e Gilberto Innocenti
L’Amalgama – Saduros – Caterina Bernardi e Gilberto Innocenti

Un festival per la “Nico Pepe”

Per sottolinearne la portata, proprio in questi giorni l’Accademia udinese chiama a raccolta molti dei suoi ex allievi, e per loro, e con loro, mette assieme un festival. Indispensabile anche come momento di incontro per tutti coloro che, dopo il diploma, hanno intrapreso percorsi nomadi. Come ai tempi della Commedia dell’arte.

Fino al 26 luglio il SAFest (Summer Academy Festival) mette in cartellone a Udine i risultati che questi giovani artisti hanno conseguito in due anni di lavoro teatrale, segnati dalle strette della pandemia, ma anche dagli sforzi fatti per uscirne. È un cartellone pieno di appuntamenti (li trovate elencati qui) e schiera molti nomi di compagnie in progressiva crescita. Come Sclapaduris (Attenti al loop), Collettivo Museco (Peregrinationes), Atlante (Do ut des), o la compagnia Raimondi-Iagulli (Opera Popz).

Sclapaduris  - Attenti al loop, anatomia di una fiaba
Sclapaduris – Attenti al loop, anatomia di una fiaba

Serata particolare poi, quella di domenica 25, quando, con tutti loro e sotto la guida di Julie Stanzak, prenderà avvio una Nelken Line, infinta sequenza in ricordo di un’invenzione indimenticabile di Pina Bausch. Una serpentina di gesti che si snoderà per il centro della città: l’invasione degli ultrapepi, praticamente.

QuanteScene! Oggi a quota 45K. Ci avreste creduto?

45K

Quattro anni fa, nell’aprile del 2017, cominciavo a pubblicare notizie su questo blog, che avevo deciso di intitolare QuanteScene!

Adesso, aprile 2021, gli Analytics (avete presente?) di QuanteScene! mi dicono che 45mila diverse persone sono approdate, da allora, su almeno uno di questi articoli.

Stimolanti sono anche le performance dei miei lettori. Percentuali come la frequenza di rimbalzo e la durata sessione media, che solo gli espertissimi sanno cosa sono.

Analytics aprile 2021 per QuanteScene!
Quarantacinquemila visitatori singoli in 4 anni di pubblicazione. E le visite, tra qualche mese, a centomila.

Ora: io so di milioni di visualizzazioni per alcuni video su YouTube, so di centinaia di migliaia di follower di certi siti. Non sono i risultati che mi proponevo. Tanto più con un blog di nicchia, un blog di cose che succedono nei teatri, che è modellato sui miei interessi, gli stessi che condivido con abbastanza poche persone.

Eppure, 45mila lettori… che sono poi gli abitanti di Mantova, più o meno, oppure di Lodi, di Frosinone. Un blog di provincia, insomma.

Mi fa però impressione sapere che tra questi 45mila ce ne sono alcuni che stanno in Etiopia, in Nigeria, nello Sri Lanka, o in Madagascar (questo almeno sostengono gli Analytics). Saranno pochi, pochissimi, magari uno solo. Però mi chiedo, e non so rispondere: ma quell’etiope, quella etiope, come mai saranno finiti qua, tra queste cose che succedono nei teatri italiani?

Questo è uno degli articoli più letti del blog, un’intervista a Ascanio Celestini, datata gennaio 2020.

Questo è il link al primo post di QuanteScene!

Questa infine è l’immagine che da quattro anni accompagna QuanteScene! È la foto scattata da Marcello Norberth alla prima scena di La vita è sogno di Calderon/Ronconi, Piccolo Teatro di Milano, gennaio 2000.

Ronconi - La vita è sogno

Non più triste Venezia. La Biennale dal vivo 2021 è fatta di corpi, che tornano in presenza

Annunciati questa mattina in una stream-conferenza stampa da palazzo Giustinian i programmi dei tre festival della Biennale di Venezia (Teatro, Danza, Musica). Prenderanno il via il 2 luglio, quando i teatri potranno accogliere il loro interlocutore principe: il pubblico. 

Viene in mente Charles Aznavour. Viene in mente una vecchia canzone. Tutti però vogliamo credere che non sarà triste Venezia la prossima estate, quando una nuova edizione della Biennale da vivo – Teatro, Danza, Musica – tornerà a fare da punto di attrazione. Soprattutto per chi del digitale non ne può proprio più. E alle zoomate, alle call, agli stream, vorrebbe sostituire da subito il tattile.

Wyjezdzamy, regia di Krzysztof Warlikowski (ph. Magda Hueckel), uno degli spettacoli della Biennale Teatro 2021

Il primo senso

Che cosa c’è di più tattile del corpo? Il tatto è First sense, il primo senso, proprio come Wayne McGregor, coreografo britannico, direttore della sezione Danza, ha deciso di intitolare il suo programma 2021.

Mentre intitolavano Blue il loro, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori per il Teatro, hanno pensato che di quel colore è il pigmento della speranza.

E Lucia Ronchetti, alla guida della Musica, ha capito subito che una processione – Moving still processional crossings – poteva essere l’idea più adatta per dare forma corale all’aspettativa di tutti.

Così ha previsto un muoversi assieme di tante persone, un corteo, perché un corteo è insieme rito religioso, gesto di protesta, fenomeno migratorio, e lo farà sfilare in tutta la città, a settembre, riportando l’attenzione“sul dovere e sul potere di andare altrove”.

Infatti: avanti e altrove dobbiamo andare. Consapevoli che questo anno e mezzo di transizione epidemica, è stato anche un salto di specie performativa. Un lungo evento, che dopo aver devastato il settore dello spettacolo, sta contribuendo anche alla sua evoluzione. Ci stiamo trasformando, perché così vanno le cose del mondo. Con buona pace dei nostalgici.

il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo
il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo

Le pepite della Biennale

Quelli appena illustrati sono solo segnali, ben più solidi sono i programmi che i quattro direttori hanno congegnato, e com’è nella mission della Biennale, mettono in primo piano l’innovazione, rapportandola a ciò che in anni recenti si è consolidato.

Così, nel cartellone di Teatro, che prenderà avvio il 2 luglio, un ampio sguardo internazionale metterà in sintonia i nomi importanti della regia contemporanea. Dal polacco Krzysztof Warlikowski, Leone d’oro 2021, all’ungherese Kornél Mundruczó, a altre presenze costanti delle passate Biennali: il tedesco Thomas Ostermeier e i catalani dell’Agrupación Señor Serrano.

Biennale 2021 - Agrupación Señor Serrano The Mountain / ©Jordi Soler
Agrupación Señor Serrano ( ©Jordi Soler)

Mettendo però loro accanto certe “pepite” (copyright Gianni Forte) che i due direttori sono riusciti a setacciare con l’accuratezza di uno sguardo che punta una generazione che negli anni scorsi si è allenata proprio nei College della Biennale.

Paolo Costantini, regista 25enne, è una delle figure da seguire con attenzione, e Filippo Andreatta, architetto convertito al teatro, è davvero uno che c’ha una marcia in più. Se, senza pudore alcuno, non si fa problemi a intitolare il suo futuro debutto in Biennale Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

Non mancano alcuni ritorni italiani (Roberto Latini, Danio Manfredini, Lenz Rifrazioni) con spettacoli che l’epidemia avrebbe destinato all’estinzione, ma che ritrovano visibilità su un palcoscenico d’onore, come quello veneziano.

Filippo Andreatta - OHT
Filippo Andreatta – OHT

Rime taglienti e ibridazioni hip hop

L’attesa maggiore – o almeno la mia attesa maggiore – è però per Kae Tempest cui gli stessi ricci/forte hanno voluto attribuire il Leone d’argento 2021. Lo hanno fatto “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi – si legge nella motivazione del premio – e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti, tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop”.

Biennale 2021 - Kae Tempest
Kae Tempest

Insomma da questo/a perfomer e dal suo/a reading poetico e musicale The Book of Traps & Lessons, mi aspetto una grande esperienza.

In proposito leggi un mio precedente post dedicato ai Leoni d’oro e d’argento di questa Biennale 2021.

Danza e Musica per Biennale 2021

Concepito in senso radicalmente fisico è il cartellone di Danza (a partire dal 23 luglio) presentato dal coreografo Wayne McGregor.

ritratto di Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre ©Phil Griffin
Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre (©Phil Griffin)

First touch – dicevamo – è il titolo che a star di forte impatto mediatico (Michail Baryshnikov danzerà su una partitura verbale congegnata da Jan Fabre) interseca sguardi aperti verso l’odierna danza africana (Germaine Acogny è famosa per la sua Scuola di sabbia, in Senegal), verso la Cina (Xie Xin e Yin Fang) e naturalmente l’Italia (Marco D’Agostin ha dedicato Best Regards, allo scomparso Nigel Charnock, dei DV8 Physical Theatre)

Best Regards, la coreografia di Marco D'Agostin (ph.© Roberta Segata)
Best Regards, la coreografia di Marco D’Agostin (ph.© Roberta Segata)

Molto focalizzato sarà invece il programma della sezione Musica (che parte il 17 settembre). La compositrice Lucia Ronchetti lo ha intitolato Choruses, drammaturgie vocali e costruito come un “pellegrinaggio dell’ascoltatore”, in una selezione della scrittura corale a cappella nei suoi sviluppi di questi ultimi 20 anni, che tuttavia non esclude le live-electronics. Per esempio nelle proposte di Christina Kubitsch per la Cappella Marciana della Basilica di S. Marco.

Informazioni più approfondite si possono ricavare dai tre calendari ospitati sul sito ufficiale della Biennale, ma un viaggio a Venezia – e io ve lo raccomando – andrebbe comunque messo in programma.

Perché la presenza – come tutte le cose – si apprezza solo dopo che è venuta a mancare. 

Lo sapeva anche Charles Aznavour, del resto.

Mercanti e compratori. Le storie di Venezia raccontate da un fondaco, quello dei Tedeschi

Fondaco dei Tedeschi. Il nome non suona familiare. Eppure a Venezia ci siete andati e chissà quante volte gli siete passati davanti, dalle parti di Rialto. Quell’edificio sta lì da novecento anni e potrebbe raccontare un sacco di storie. Qualcuno infatti ha pensato di raccoglierle.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Un’eccitante visione aerea

Ci siete passati magari tanto tempo fa, davanti al quel Fondaco , ancora quand’era il principale ufficio postale della città. Oppure solo da qualche anno e – al posto della posta 🙂 – avete trovato uno sfolgorante shopping centre. 

Allora siete saliti fin sul terrazzo, sopra il quarto piano, e avete avuto la più eccitante visione aerea che si può avere di Venezia stando con i piedi per terra.

Il Canal Grande di qua, con lo sguardo a strapiombo sul ponte di Rialto, poi giù giù fin verso la cupola della Salute. Poi, rigirandovi, il Canal Grande di là, con la processione dei motoscafi che portano turisti assatanati su su, fino alla Stazione di Santa Lucia.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Se non avete ancora fatto questa esperienza, letteralmente da capogiro, dovete farla. È un edificio sorprendente, il Fondaco dei Tedeschi. E vale la pena raccontarne la storia, anzi le storie.

Però non lo faccio io, che poco mi intendo di architetture veneziane. Lo fa invece un regista di teatro, Mattia Berto

Un fondaco nella città-teatro

Ho accolto con piacere la chiamata del Fondaco dei Tedeschi – dice Berto – che mi ha chiesto di raccontare la storia millenaria di quest’edificio. Ho subito pensato a un racconto dove lo spettatore potesse riconoscersi, un ricordo legato a una storia familiare che, sottolinea come in un momento storico come questo, non dobbiamo perdere il rapporto con i luoghi, la nostra memoria e i nostri affetti. Spero torneremo presto ad abitare i teatri, le piazze, i musei, i negozi e auspico che la vita torni a essere quel palcoscenico incredibile di storie e bellezza”.

Per il momento, quindi, in attesa che sale, piazze, musei e negozi possano tornare a essere scena in quella città-teatro che è Venezia, Mattia Berto ha voluto raccontare queste storie in quattro episodi video che da domani, venerdì 2 aprile, saranno visibili sulla pagine Facebook e sul canale Instagram del Fondaco dei Tedeschi. Una miniserie insomma, di quelle a cui la televisione e gli streaming in rete ci hanno abituati.

Era nato nel 1228, quell’edifico, e non era punto di riferimento commerciale soltanto per i mercanti tedeschi. Così in realtà si indicavano tutti coloro che da Nord arrivavano a Venezia per comprare o vendere metalli e pietre preziose, spezie rare, seta, vetri, broccati, velluti e pizzi.

Funduq, chiamavano i mercanti arabi le loro case-magazzino e pertanto i Fondaci, o Fonteghi, divennero simbolo, ma anche realtà concrete, della fiorente imprenditoria commerciale veneziana. Che di vicende ne conta davvero tante. Proprio come fa Fondaco delle Storie, la miniserie di Berto, nata anche per ricordare i 1600 anni dalla fondazione della città, festeggiati proprio pochi giorni fa, il 25 marzo.

Fondaco dei Tedeschi - esterno

Lo shopping firmato Koolhaas e Fobert. E non solo

In questi giorni di zona rossa, lo shopping centre del Fondaco dei Tedeschi – affollato solitamente di turisti, specie orientali, con le loro capienti borse di acquisti – resta chiuso per evitare ogni assembramento. 

Ma dopo essere stato restituito a nuova vita grazie al restauro dell’architetto olandese Rem Koolhaas e al progetto di riqualificazione interna dell’inglese Jamie Fobert, trasformato nel 2016 in lifestyle department store da DFS Group, il Fondaco non smette di onorare il proprio impegno verso arte e cultura, mission assunta fin dal primo giorno della riapertura. 

Fondaco dei Tedeschi - interno

Al quarto piano infatti, l’Event Pavillon ospita mostre di arte contemporanea e eventi musicali e di letteratura. Anni fa mi era capitato di ritrovarmi davanti ai mosaici sommersi dall’arte acquatica di Fabrizio Plessi.

Ma lo fa anche collaborando con alcuni protagonisti e con realtà rappresentative della vita culturale veneziana. Com’è Mattia Berto, che dopo la laurea a Ca’ Foscari ha fatto di Venezia il motore dei propri progetti: con Maurizio Scaparro alla Biennale per esempio, o mettendosi alla guida del Teatrino di Villa Groggia, significativo esempio di rigenerazione urbana (vedi qui il sito della sua compagnia, degli artisti con cui collabora, e del Teatrino, nel sestiere di Cannaregio).

Mattia Berto ph Giorgia Chinellato
Mattia Berto (ph Giorgia Chinellato)

La messa in rete dei quattro episodi di Fondaco delle Storie è prevista per il 2, il 16, il 30 aprile e il 14 maggio, sulle pagine Facebook e Instagram del Fondaco .

Link al sito e alle informazioni sul Fondaco dei Tedeschi.

Dante. Settecento anni. Li dimostra tutti

Cadeva lo scorso 25 marzo, la data supposta in cui avrebbe preso avvio il viaggio ultraterreno di Dante Alighieri, del quale si celebra quest’anno anche il 700esimo anniversario della morte.

Nel Dantedì* diventa anche visibile la corsa all’arrembaggio che accompagna le ricorrenze e la mancanza di idee.

Dante "moderno"

Un anniversario è una cosa che fa spavento. Non tanto perché ricorda il decimo, il centesimo, il millesimo anno dalla nascita o dalla morte, o da chissà che. Quanto perché sull’anniversario tutti si buttano a pesce, non avendo idee migliori che occuparsi di qualcuno di cui molti altri si occupano. Potenza del gregge.

Sei poi una istituzione prodiga e danarosa ci mette pure dei soldi, siamo davvero alla pesca miracolosa. Partecipano tutti. Proprio tutti. L’arrembaggio.

Parlo di Dante, avete capito. Così come avrei potuto parlare di Leonardo Da Vinci nel 2019, o di Pier Paolo Pasolini nel 2022.

L’anniversario dantesco è quello della morte – ve l’hanno detto a scuola, 1321 – settecento anni. L’istituzione danarosa nello specifico caso è il Mibact , che attorno a Dante700 ha montato un’impalcatura economica e organizzativa, degna di un kolossal. Potete trovare in rete il valore dei contributi finanziari e il numero dei patrocini che il comitato, voluto dal ministro Franceschini e istituito presso il Mibact, ha assegnato ai 322 progetti pervenuti già entro dicembre 2019 per celebrare degnamente Dante. Qui invece trovate l’elenco completo di tutte le iniziative che in Italia si sono rincorse, si rincorrono, si rincorreranno.

Intendiamoci, la Divina Commedia è un kolossal. Per come è stata concepita e composta. Per l’impianto filosofico, religioso, immaginario che la regge. Per il ruolo del suo autore nella definizione della lingua italiana. Ma anche ai kolossal, l’inflazione nuoce.

Genova per noi

Ho letto per esempio il comunicato stampa in cui Rai Radio3 e il Teatro di Genova (l’attuale direzione artistica di è di David Livermore) annunciavano il loro progetto dantesco. E la mente mi è subito corsa all’indietro.

Torino, teatro Carignano, giugno 1898: “Quando Adelaide Ristori apparve, un po’ incurvata dagli anni, con la sua cuffietta di merletto e cominciò i versi di quel sublime Canto Quinto, in cui è la potenza di tutte le tragedie e di tutte le passioni umane, la voce, dapprima incerta e fioca, ritrovò l’antica, vibrante vivezza ed essa fu ancora una volta l’interprete magnifica” . Poi va da sé che “il pubblico, affascinato, le decretò un trionfo”.

Che altro può ricordare l’iniziativa dantesca del Teatro Nazionale di Genova, se non l’anziana attrice, con la cuffietta di merletto, ingobbita da una carriera transoceanica, alle prese con Paolo e Francesca, proprio negli anni in cui nasceva il cinema. 

Dante è morto da 700 anni, Adelaide ci ha lasciati più di un secolo fa, il cinema è diventato un’altra cosa. Ma la formula dell’iniziativa è rimasta sempre la stessa: la temibile Lectura Dantis.

Statua di Dante in piazza Santa Croce a Firenze
Firenze, piazza Santa Croce, statua di Dante (ph. Massimo Sestini)

Operazione recupero: cento giorni con Dante

“Cento giorni insieme alla Divina Commedia e agli attori che hanno fatto la storia del teatro italiano” dice il comunicato. “Il 25 marzo 2021 prende il via il progetto promosso da Rai Radio 3 e dal Teatro Nazionale di Genova in occasione delle celebrazioni dantesche. Sono state recuperate dagli archivi del Teatro le registrazioni delle letture teatrali effettuate a Genova tra il 1984 e il 1986 nel corso di un’iniziativa che per la prima volta proponeva in teatro la lettura integrale della Divina Commedia, affidando i singoli canti ad attori come Arnoldo Foà, Aroldo Tieri, Eros Pagni, Ferruccio De Ceresa, Ugo Maria Morosi, Roberto Herlitzka, Gabriele Lavia, Mariano Rigillo, Massimo De Francovich, Giuseppe Pambieri, Tino Carraro, Paolo Poli, Giulio Bosetti e molti altri”.

All’arrembaggio, appunto. Il progetto di Genova prevede la lettura di tutti i canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso. E il riascolto, anche, delle voci di Nando Gazzolo, Gabriele Ferzetti, Mario Feliciani, Renato de Carmine e molti altri attori (e di attrici nessuna) che trovarono in quegli anni accoglienza a Genova. 

Decisamente l’Italia, o quanto meno il Paese immaginato dai progettisti teatrali di quella città, non è un Paese per giovani.

Aspra e forte

Sul più recente numero della rivista Hystrio, abbiamo pubblicato un dossier nel quale discutiamo di questa prevedibile rincorsa. 

Di un mio articolo – dedicato all’aspra e forte impresa di portare in scena Dante e la Divina Commedia – mi limito qui a dire che è stata sempre un bel problema. E faccio solo due nomi recenti : Tiezzi/Lombardi e Romeo Castellucci

La maniera più scontata, banale, spiccia, per occuparsene è sempre stata, invece, quella della Lectura Dantis. Non in tutti i casi, naturalmente. Anche qui un solo un nome : Carmelo Bene. Anzi due: Roberto Benigni.

Ma che si pensi a Dante, oggi, esattamente come ci si pensava nel 1898, come esercizio di virtuosismo d’attore, mi fa ancora più detestare gli anniversari.

(le illustrazioni per Hystrio sono di Irene Bonefacic e Mattia Basso)

* Una nota infine. Tremenda è anche la scelta (voluta dal comitato di esperti) di quella intitolazione: Dantedì.

Dantisti, filologi e sovranisti della lingua in genere devono averla pensata a lungo per evitare le tentazioni dell’anglomania. Figuriamoci se si poteva chiamare Dante Day. Vien da osservare però, che la costruzione del neologismo è anglosassone (l’italiano come si deve avrebbe preferito “giornata dantesca”) e che il dì è solo la parte luminosa del giorno. Alle 19, domani, festa finita. 

STORIE – Quella sera a dicembre nel camerino di Milva

È passato quasi un mese dal post più recente di QuanteScene! Ne ho fatte mille, nel frattempo, direbbero i miei amici a Milano. Però nei teatri ne sono successe poche. E poche ne succederanno, se va avanti così. Altro che riapertura del 27 marzo. 

Pazienza. Abbiate pazienza. Esercitiamo la pazienza. È l’unico invito possibile. Così in questa domenica di passione e di pazienza (da domani precipito anch’io in zona rossa) mi sono deciso a postare un’altra storia per la miniserie degli Incontri con uomini (e donne) straordinari. Spero vi piaccia, almeno quanto vi sono piaciute i precedenti episodi dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Ingvar Kamprad

Sapete a chi tocca oggi? A lei…

Milva canta Brecht

Milva, la rossa

Perché oggi Milva? Perché stamattina in una bella puntata della rubrica che seguo ogni domenica su Facebook (la raccomando anche a voi: Il caffè di Bolzano 29) si parlava di Giorgio Strehler. Del centenario della nascita – il regista era nato a Trieste nel 1921 – e del segno che ha lasciato nel teatro italiano.

Fra i tanti ospiti, autorevoli, celebri, con tanti aneddoti da raccontare, mancava lei, Milva. Lei che con Strehler aveva stretto un sodalizio importante, e non solo: alla visibilità italiana di Bertolt Brecht, lei e la sua voce hanno contribuito quasi quanto Strehler.

Milva canta Brecht

Mancava quindi proprio lei, Milva, perché da qualche anno, chissà se per scelta o per necessità, questa indimenticabile signora dello spettacolo ha deciso di scomparire. Effetto ghosting, che rende ancor più affettuoso il suo ricordo, almeno a me.

Perciò mi sono rammentato del nostro ultimo incontro.

Giorgio Strehler e Milva
Giorgio Strehler e Milva, inizio anni ’70

Milva a Trieste, nel 2007

Ovviamente Strehler era il nostro punto di contatto. In quel 2007 cadeva il decennale dalla morte del regista e il Comune di Trieste, attraverso uno dei suoi più illuminati funzionari, Adriano Dugulin, mi aveva affidato l’ideazione e la cura di una manifestazione che lo ricordasse. Una mostra, un libro, diverse altre iniziative. Perfino un cocktail, intitolato Giorgio, e inventato da un famoso barman. Si combatte anche così l’angoscia della morte.

Si inaugurava allora anche il Fondo Giorgio Strehler, costituito dal lascito personale che Andrea Jonasson (dalla casa milanese di Strehler) e Mara Bugni (da quella di Lugano) avevano voluto donare alla città. Ne trovate notizia in questo articolo su Ateatro.

Tra le tante cose, avevo pensato fosse doveroso estendere l’invito ufficiale dell’amministrazione comunale, oltre che a Andrea Jonasson e a Mara Bugni, anche a Milva.

E perciò, in quella piovosa giornata di dicembre, nelle sale del Politeama Rossetti, apparve lei. Luminosa come un tramonto d’autunno. Rossi, i capelli. Rossa e perfettamente intonata, la pelliccia di volpe con cui fece un ingresso da regina nel foyer.

Cominciò poi a passare in rassegna le foto e i manifesti che il Teatro Stabile ed io avevamo preparato, molti dei quali erano dedicati a lei. E alla sua avventura brechtiana.

Non era la prima volta che la incontravo. Era capitato per esempio nei ristoranti del dopoteatro. Con quell’aria regale mi era apparsa, anni prima, una sera a Genova. Là si era appena conclusa la replica di uno spettacolo in cui interpretava Capitan Uncino (Capitan Uncino, credetemi). Subito dopo, già in pelliccia (nera, se non ricordo male), si era ritrovata nello stesso locale in cui cenavamo noi, giornalisti e operatori tv. Aveva voluto salutare chi aveva con lei più confidenza. E poi, con un gran sorriso, clamorosamente: “Questi amici al tavolo, sono miei ospiti“. Quando si dice, lo stile.

Milva, lo stile

Mina e Milva, per fare un esempio, sono state per lungo tempo i due poli vocali della canzone italiana. La prima sempre sperimentale (la sua estensione di voce, del resto, va dai registri del tenore a quelli del soprano). La seconda, contralto, alternativamente popolare (La filanda) o raffinata (nelle collaborazioni con Battiato, nelle canzoni dedicate a Alda Merini).

Al contrario di Mina, il contatto con il pubblico Milva lo ha sempre coltivato. Non si è arroccata, come l’altra, in qualche lontana Svizzera. E fino a poco tempo fa ha voluto raccontarsi ai giornali. “Trovo delle emozioni nella musica, in un’opera d’arte, nell’affetto profondo dei miei familiari e nelle persone che mi sono vicine, nei tortellini come li faceva mia madre… e nel dormire bene” ha detto nel 2019, prossima gli 80 anni, in un’intervista al Corriere.

E l’anno scorso, durante il lockdown, in alcune immagini emozionanti e incredibilmente tenere della clip di Dario Gay, ha scritto con le proprie mani un video-saluto a tutti gli amici (al minuto 4:18).

Soli in quel camerino

Però fu in quei giorno, dicembre 2007 a Trieste, che Milva svelò ai miei occhi il suo carattere di sovrana.

Le avevo proposto di leggere e registrare una lettera scritta a Strehler da lei stessa negli anni ’70, subito dopo la loro avventura brechtiana. Avrei fatto sentire quella voce nella stanza della mostra dove erano esposte molte lettere indirizzate al regista. Lei acconsentì.

La raggiunsi nel camerino del Politeama Rossetti. Seduti davanti allo specchio, le diedi i due fogli dell’originale e preparai il registratore Nagra che avevo portato come me. Era una lettera molto bella, scritta con cura, l’avevo letta e riletta più volte. In quelle due pagine ringraziava Giorgio e si augurava di poter tornare a lavorare con lui il più presto possibile. Tra le righe si leggeva chiara una affettuosa richiesta, una delicata supplica quasi. Le consegnai il microfono. Avviai la registrazione. 

Una regina non si inginocchia mai

Che lo dica Ecuba o Elisabetta II, è sempre di sovrane che si tratta. Così fece anche lei.

Cominciò a leggere e, proprio sotto i miei occhi o meglio le orecchie, modificò via via le parole e il tono della lettera. Sbalordito, non ci potevo credere. Lei imperturbabile, con voce suadente, come se in quel momento avesse davanti Giorgio, lei continuò a leggere inventando. Alla fine, il senso erano la stima e le congratulazioni di una grande artista a un altro un grande artista, più alcune frasi che vagamente lasciavano aperti orizzonti a una nuova collaborazione. Ma da pari a pari.

Uscii da quel camerino, senza dire una parola, sconcertato e anche ammirato dalla disinvoltura e da uno stile che mi risuona ancora dentro, quando sento uno degli Lp in cui interpreta Brecht. O quando rivedo qualche clip del Festival di Sanremo: ha partecipato a 15 edizioni, mica scherzi. Impegnata in molte occasioni, very pop in altre. Sempre fedele a se stessa.

Da allora, per me, Milva è sempre regina. Una regina rossa: per i capelli e per tante altre ragioni.

Milva canta ‘Alexanderplatz’ a Berlino Est, davanti alla Porta di Brandeburgo (1990)