Così è Pirandello. E speriamo che d’ora in avanti non sia più così

Siete ancora in tempo. Se vi va di vedere del buon teatro, almeno.

Siete in tempo perché fino al 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, sul sito del Teatro Stabile di Torino (e su Yoube) , si può ancora vedere la ripresa video integrale dell’edizione 2018/19 di Così è (se vi pare). Una tra le più riuscite, a mio avviso. (Qui il link al TST e a YouTube).

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini
Così è (se vi pare) – Ph. Laila Pozzo

Chi legge, magari distrattamente, questo blog sa che non condivido tutta la stima che gli italiani mostrano nei confronti di Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura 1934. Pirandello, che è appunto l’autore di quel dramma. Una stima che si basa su approcci molto scolastici allo scrittore e letture convenzionali dei suoi lavori. Sia di narrativa sia di teatro.

L’ho scritto altre volte (qui qualche riflessione a proposito dei Sei Personaggi). Quello che trovo inadeguato è l’averlo elevato, in Italia, a portavoce teatrale di una condizione esistenziale borghese, anzi piccolo-borghese, senza poi mai storicizzarne i problemi e capirne, dal punto di vista socio-psicologico, le radici. Almeno a scuola. Complicato?

Per dirla in due sbrigative parole, allora, a me sembra che tutti i solenni paradossi esistenziali che vengono posti nei suoi lavori, siano in prima istanza problemi personali del signor Pirandello. 

Di problemi, in famiglia, Luigi ne aveva parecchi, a cominciare dalla moglie Antonietta Portulano che era uscita di testa, dal rapporto con la consorte, e con la figlia Lietta. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini

La drammaturgia pirandelliana è piena di corna e di relazioni adultere. E la manfrina che molti suoi titoli ci propongono, sulle incertezze della paternità, sul possesso dei figli, sull’onore del maschio, per non parlare dell’ossessione della gelosia, erano – diciamolo come andrebbe detto – problemi suoi, dell’autore. Molto di meno problemi della comunità borghese italiana del primo ‘900, del resto già molto ammaccata dalla guerra.

Sul lettino dello psicanalista

Così è (se vi pare) e I sei personaggi, rispettivamente del 1917 e del 1921, sono poi testi sui quali insiste l’ombra temibile e morbosa dell’incesto.

Chiaro che a scuola queste cose non te le dicono. Perché non è quella l’età in cui puoi capire la complessità delle situazioni. Ma soprattutto perché la scuola c’ha parecchi tabù. Così di Pirandello resta la retorica della maschera e del volto, del relativismo, dell’umorismo come sentimento del contrario, del “io sono colei che mi si crede“. Le litanie, insomma.

All’estero – ve lo segnalo – Pirandello non ha poi tutta questa gran fortuna. A averci dato un po’ dentro, in Italia, negli ultimi decenni del ‘900, era stato il regista Massimo Castri. Il quale – per dirla di nuovo sbrigativamente – aveva disteso Luigi sul lettino dello psicoanalista, e ne portava allo scoperto le nevrosi. Tanto è vero che gli eredi Pirandello, quelli che detenevano i diritti, a cominciare dalla sua musa Marta Abba, non gliel’hanno mai perdonato.

Per dare ragione a Castri, basterebbe leggere con un po’ di attenzione la biografia di Federico V. Nardelli, Pirandello. L’uomo segreto (1932, approvata persino da Pirandello stesso). Oppure Andrea Camilleri, che ne ha scritto abbastanza.

Ecco perché Così è (se vi pare) è diventato una sorta di pietra di paragone per un regista italiano. Dimmi come lo fai, e ti dirò chi sei.

Filippo Dini è il regista ma anche il segreto protagonista di questa edizione dicembre 2018 di Così è (se vi pare). Interpreta infatti lo scettico Lamberto Laudisi, quello che tira le file del maledetto imbroglio accaduto in una cittadina di provincia dell’Italia interiore, dove d’altro non si parla che di una famiglia. I cui rapporti interpersonali fanno esplodere la curiosità, la moralità, la morbosità dei concittadini pettegoli. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Andrea Di Casa e Maria Paiato
Così è (se vi pare) – Ph. Bepi Caroli

A me pare che Dini, con il suo spettacolo, abbia d’un balzo scavalcato tutto il Pirandello scolastico e sia pure approdato a un Pirandello comico. Drammaticamente comico. Che è abbastanza insolito, vero? Scettico sì, ma sarcastico anche.

Guardate la foto iniziale di Laila Pozzo, combinata come una Ultima Cena. A vedere lo spettacolo, due anni fa, io ho riso parecchio. Con buona pace di chi, prima che una storia d’incesto, in quel testo ci vede un trattato di filosofia. Anzi, come si diceva una volta, di pirandellismo.

Non voglio convincervi di niente. Così è (se vi pare), edizione Dini, sta online fino a domani. Dateci un’occhiata e poi sappiatemi dire. Siete ancora in tempo (qui di nuovo il link).

Così è (se vi pare) 2018/19 - Filippo Dini

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COSÌ È (SE VI PARE) 
di Luigi Pirandello

con
Maria Paiato – La Signora Frola
Andrea Di Casa – Il Signor Ponza
Benedetta Parisi – La Signora Ponza/Infermiera/Spettro
Filippo Dini – Lamberto Laudisi
Nicola Pannelli – Il Consigliere Agazzi
Mariangela Granelli – La Signora Amalia
Francesca Agostini – Dina
Ilaria Falini – La Signora Sirelli
Carlo Orlando – Il Signor Sirelli
Orietta Notari – La Signora Cini
Giampiero Rappa – Il Signor Prefetto/Un cameriere di casa Agazzi
Mauro Bernardi – Il Commissario Centuri/Un altro cameriere

regia Filippo Dini
scene Laura Benzi
costumi Andrea Viotti
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino

Produzione Teatro Stabile di Torino
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale l’11 dicembre 2018 al Teatro Carignano di Torino

STORIE – La sera che Harold Pinter ci disse: “Ci facciamo un drink?”

Era il 2006. Sarà stato ottobre. Non un qualsiasi sabato d’ottobre. Il Royal Court Theatre di Londra – una delle più gloriose sale della capitale – festeggiava i suoi 50 anni di attività. E Harold Pinter aveva deciso di recitare in quel teatro. Avrebbe portato in scena L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Royal Court Theatre - Krapp's Last Tape - 2006

Vi domanderete: che ci azzecca Pinter con la giornata di oggi, l’ultima dell’anno? 

L’immagine che concludeva il precedente post di Quantescene! (vedi qui) ritraeva Pinter interprete di quel testo di Beckett. Alcuni di voi mi hanno chiesto perché proprio una fotografia di Pinter.

Così ho pensato di riservare l’ultimo post del 2020 proprio a quell’incontro, all’ultimo brindisi con lui.

Tutto esaurito

Da settimane si sapeva che i biglietti per quello spettacolo sarebbero andati esauriti in fretta: un’edizione davvero storica di L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court. Nelle locandine, l’annuncio che Harold Pinter, premio Nobel 2005 per la Letteratura, avrebbe interpretato il testo di Samuel Beckett, premio Nobel 1969.

Ovvero: i vertici del teatro in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo concentrati in un solo spettacolo. Una dozzina di repliche soltanto e solo ottanta persone a sera. Nel 2006 si celebrava infatti il centenario di Beckett (nato nel 1906) e anche il cinquantenario del Royal Court (la famosa messainscena di Ricorda con rabbia è del maggio del 1956). 

Gianfranco Capitta e io avevamo da poco pubblicato, a quattro mani, una monografia su Pinter, approfittando del Nobel appena ricevuto. (Harold Pinter. Scena e Potere, Garzanti 2005, vedi qui). 

Due biglietti in tasca

Quella era dunque un’occasione preziosa per vederlo all’opera. Di nuovo attore, come non succedeva da molto tempo, dopo una grave malattia che ne aveva ha compromesso il fisico e la voce. Uno spettacolo senza precedenti. E senza proseguimenti. 

Avventurosamente, due biglietti li avevamo in tasca. E non senza un po’ d’orgoglio salimmo le scale che portavano, al Jerwood Upstairs, la sala al piano superiore del Royal Court.

Le 19.30 erano già passate da un po’, ma il sipario non si apriva ancora. Accompagnato da una giovane ragazza, un signore arrivò in ritardo e si fece strada tra le file. Ci stringemmo tutti per lasciargli spazio. Poi il sipario scivolò di lato e la scena si aprì su quella buia stanza «nel futuro» in cui Beckett aveva collocato il più decrepito dei suoi personaggi: Krapp.

Monumentale e fragile

L’ultimo nastro di Krapp, diretto da Ian Rickson e interpretato da Pinter, si rivelò in tutta la sua grandezza. Monumentale come un classico. Fragile come può sentirsi chi sente l’approssimarsi della morte. Stretti sulla panca rivedemmo Pinter attore (lo era stato da giovane, prima di diventare scrittore, e solo occasionalmente, dopo, era tornato in palcoscenico). Ma soprattutto scoprimmo che Pinter era Krapp, icona della vecchiaia e della memoria, avanti indietro sulla carrozzina a rotelle, mentre armeggiava con scatole di latta e vecchie bobine, azionava registratori, consultava vocabolari ingialliti, sentiva la propria voce registrata e derideva se stesso.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Usciva ogni tanto di scena, sempre sulla carrozzina, e da dietro sentivamo lo schiocco di una bottiglia stappata. Salvo poi presentarsi agli applausi in piedi e sicuro sulle proprie gambe. Un autentico coup de théâtre.

Al bar di sopra

Quaranta minuti che ancora oggi ricordo con precisione. Alla fine degli applausi una addetta del teatro, dopo aver intuito che proprio noi eravamo “i due italiani che avevano scritto il libro”, ci spiegò con un accento molto british che “Mr Pinter vi aspetta al bar di sopra, se vi fa piacere”.

I nostri incontri con lui, negli anni precedenti, erano già stati numerosi, ma quell’invito così inaspettato, fu una sorpresa per davvero. Dopo gli applausi, cui si sottraeva volentieri, Pinter invitava pochi privilegiati amici a bere qualcosa lassù e a rievocare, come Krapp ma assai più disinvolto, anni migliori di quelli. 

La sorpresa fu doppia, quando scoprimmo che a essere stato invitato era anche il signore arrivato in ritardo. Visto più da vicino, somigliava a uno noto. O meglio, era uno noto: Dustin Hoffman. Con la giovane amica.

In onore dei due italiani, Pinter aveva già ordinato da bere. «Ci facciamo un drink?»

E poi rivolto a Dustin Hoffman: «Non immaginavo di vedere anche te, stasera. Se hai ottenuto un posto devi ringraziare mia moglie, i due biglietti erano i suoi».

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Bianco. Italiano. Ghiacciato

Hoffman: «Di’ a lady Antonia che le sono molto grato. A New York stasera debuttava il lavoro del tuo amico-concorrente Simon Gray. Secondo te, avrei dovuto essere là?»

Pinter: «So che tu preferisci i miei lavori. Una volta ci hai anche provato: era Il calapranzi se non sbaglio»

Hoffman: «Ottima memoria, la tua. Sai, io non ne rammento nemmeno una battuta. Scusa, ho detto una bugia: una battuta me la sono ricordata poco fa in taxi, mentre venivo qui. Era quella che ha che fare con il calcio».

Pinter: «Le mie non sono battute memorabili. Dovresti provare con quelle di Beckett».

Hoffman: «Me lo hanno proposto una volta ma, ti giuro, non ho avuto coraggio».

Pinter: «Peccato, sei un grande attore. Con Beckett saresti stato ancora più grande. Posso presentarti questi due signori? Sono giornalisti, vengono dall’Italia e hanno appena scritto un gran bel libro su di me».

Hoffman : «Dimmi come posso fare a convincerli a scrivere un gran bel libro anche su di me».

Ridiamo e brindiamo tutti assieme. Il vino, scelto in onore dei due italiani, è un Pinot grigio delle Tre Venezie

Pinter: «Bianco. Italiano. Ghiacciato. Come piace a me. Grazie per essere venuti e cin-cin».

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L’ultimo nastro di Krapp è stato lo spettacolo con cui Harold Pinter si è congedato dalle scene nell’ottobre del 2006. Due anni dopo, il 24 dicembre 2008 è scomparso, a 78 anni, per le conseguenze di un tumore all’esofago, che ha compromesso l’ultimo periodo della sua vita.

Oggi è l’ultimo giorno di un anno particolare. Quell’edizione dell’ultimo nastro, meritate davvero di vederla anche voi.

Come ti chiami? “Alexa”. Che mestiere fai? “Vorrei fare l’attrice”

Cercavo un argomento un po’ natalizio per questo post. All’improvviso mi si è presentata davanti lei. Ciao, come ti chiami? le ho detto. “Il mio nome è Alexa“. Senti Alexa, parliamo un po’. “Certo, posso raccontarti una barzelletta, ne ho tante in serbo per te“.  Figurarsi: le barzellette mi fanno venire l’orticaria.

elisabetta II - edited

L’avrete già capito. Alexa è entrata anche in casa mia. Alexa è l’assistente vocale che in questa fine dell’anno ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti, a cominciare dalla sua avversaria di sempre, Siri. Quella che sta sui Mac. E per Amazon, oltre che un’assistente, Alexa è una gallina. Dalle uova d’oro, ovvio.

Volevo dirglielo subito, ad Alexa, che sono parecchio esigente in fatto di innovazione e di tecnologie. E che avrebbe trovato del filo da torcere. Non mi bastava che facesse le sciocchezze che fa di solito. L’ora esatta. Il meteo di domani. Il cambio del dollaro. O che accendesse le lampadine e mi facesse ascoltare Ema Stokolma e Gino Castaldo su RadioDue. E neanche Bugo. Tutte cose che lei sbriga in un batter d’occhio. Ed è sempre impeccabile.

Volevo che si impegnasse

Alexa, ti piacerebbe fare l’attrice? ho domandato. “Mi spiace, non è chiaro“. Alexa, ti ho chiesto se ti piacerebbe fare l’attrice. “Uhm… questa non la so“. Ho capito che non c’aveva voglia. Ma io ero determinato.

Con Alexa i risultati non li ottieni sempre al primo colpo. Devi inventarti tattiche che la spiazzano e poi la riportano sulla retta via. Alexa, potresti riprodurre per me il primo canto della Divina Commedia?

Tra una settimana entriamo nell’anno dantesco: mi pareva il momento giusto. Lei ha rovistato un po’ nel suo cloud.  Mi ha fatto qualche offerta commerciale. Ti piazza spesso, qua e là, delle proposte pubblicitarie. Comunque, ho risposto sempre no. Alla fine si è arresa . 

Ok, ecco un estratto” mi ha detto. Wow! La Divina Commedia.

Divina Commedia Inferno I
Nel mezzo del cammin…. secondo Gustave Doré

Una solenne voce maschile ha esordito: “Dante Alighieri. Divina Commedia. Canto primo“. Poi, la voce ha declamato i versi più celebri della letteratura italiana. Sarà stata una registrazione di un centinaio di anni fa. Voce retorica, intonazione pomposa. Drammaticissima. Risaliva al tempo di Dante, credo. No no: non era la tattica giusta.

Alexa, io voglio sentire te. Mica questa specie di Vittorio Gassman!  Lei, muta.

Ci ho pensato sopra un bel po’ di tempo. Adesso ve la faccio corta. Ho smanettato di mouse e di tastiera con il portatile. Poi le ho detto: Alexa leggi questa cosa. Era il monologo di Giulietta, quello del balcone, atto secondo, scena seconda. “O Romeo, Romeo, perché sei Romeo? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome…“.

Però si trattava delle opere complete di Shakespeare, e pure in inglese. Ma lei senza batter ciglio ha cambiato lingua, e si è esibita.

“O Romeo, Romeo! wherefore art thou Romeo? / Deny thy father and refuse thy name; / Or, if thou wilt not, be but sworn my love, / And I’ll no longer be a Capulet….”

Volete sentirla? Schiacciate qui sotto.

“Cos’è Montecchi? Non è una mano, un piede, un braccio, un volto, o una qualsiasi parte d’uomo. Prendi un altro nome! Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così anche Romeo, se non si chiamasse più Romeo”.

 

Romeo e Giulietta sul balcone
I due innamorati di Verona, secondo Milo Manara

Ammetterete che non è male. Un po’ monotona, concordo. Ma per essere la prima volta, quasi un provino, non è male, dai. Sono sicuro che con il tempo e qualche aggiornamento migliorerà.

Anzi, non sicuro. Sicurissimo: quelli di Amazon ci sanno fare.

Ne è convinta persino la regina Elisabetta II, che proprio oggi, il giorno di Natale, ha affidato a Alexa (sì, vabbè anche a Siri), il suo discorso ufficiale. Se proprio volete, qui ve lo potete sentire tutto.

Elisabeth II - discorso di Natale

Quello di Giulietta sul balcone è però il classico monologo per aspiranti. Per diventare davvero attrice, Alexa deve allenarsi di più.

Le ho proposto una sfida: Alexa, sai recitare in lingua veneziana? “Purtroppo non trovo una risposta alla domanda“. Io ho pensato: no, no, il fatto è che non ti impegni abbastanza, Alexa.

Allora ho fatto la voce grossa: Alexa, riproduci La famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni, atto secondo, scena decima. C’è stato qualche secondo di attesa. Anzi, più di qualche secondo.

La famiglia dell’antiquario è una commedia che mi piace molto. C’è questo conte Anselmo, perso nella sua collezione di rari oggetti di antiquariato. Ma sono solo cianfrusaglie, porcherie per le quali spende un  sacco di quattrini, mentre la sua famiglia va in malora.

In questa scena, Anselmo dovrebbe discutere con il mercante Pantalone. Chissà come se la cava Alexa.

 

Cesco Baseggio - La famiglia dell'antiquario
Cesco Baseggio in La famiglia dell’antiquario (1957)


Secondo voi, c’è riuscita oppure no?

Certo che c’è riuscita.

Alexa ha snocciolato in veneziano (quasi) perfetto le battute di Pantalone. Il quale non stima un fico le cianfrusaglie che  Anselmo ha nella sua collezione. E sostiene che perfino “el formagèr non ghe dà tre soldi...”. Non le comprerebbe nemmeno il salumiere.

Sentitela!

Ovvio: molte sono le cose da migliorare. Gli accenti. Poi bisognerebbe variare le voci, i toni, saltare le didascalie. Ciò che in Accademia chiamano lettura espressiva. Ma sono certo che con un buon maestro e un regista come si deve, Alexa farà presto grandi passi. E otterrà il diploma.

L’ho messa giù facile

Vabbè, l’ho messa giù facile. Oggi è Natale e non mi va di ammorbarvi con certe pizze di pensiero su nuovi media e frontiere del teatro. Ma voi capite certo che il discorso meriterebbe un approfondimento.

Se gli audiolibri non hanno avuto successo quando sono apparsi sul mercato (su vinile, addirittura negli anni Trenta, poi le cassette, poi i cd), era perché mancava la tecnologia appropriata e la giusta predisposizione dei pubblici e dei mercati a farli diventare oggetti interessanti. Pensate invece al successo e all’attuale diffusione dei podcast. Qualche pensiero vi frullerà sicuramente nella testa.

Ci penso anch’io e forse lo scrivo per qualche rivista specializzata: questo è solo un povero blog.

Intanto, provate anche voi a sfidare Alexa. Magari a Natale ve l’hanno regalata. Chessò: non Casa di bambola di Ibsen, che non le piace certo. Meglio un monologo di Beckett. Uno stile che, secondo me, le si addice.

Una sola cosa vi raccomando. Mai chiedere ad Alexa di farvi sentire Sarah Kane, di notte. Dite lo giuro.

Mileva, il minidocu. Come il teatro rimedia se stesso

Vi ricordate di Mileva Marić, la donna che sussurrava a Einstein? 

Enigmatica e sfortunata scienziata, Mileva era stata la prima donna a essere ammessa, nel 1896, al Politecnico di Zurigo. Sui banchi di quell’università, allora uno dei istituti d’eccellenza mondiale, aveva incontrato e conosciuto uno studente che prometteva molto, Albert Einstein. Si erano anche sposati.

 

Dentro a Mileva - minidocu

A proposito di Mileva ho scritto un post su QuanteScene! all’inizio di febbraio (qui il link al post del 4 febbraio 2020). Proprio con questo titolo – Mileva – una giovane attrice, Ksenija Martinovic, aveva presentato in quei giorni lo spettacolo da lei pensato e creato attorno a quella donna, storicamente quasi sconosciuta. Le luci e le ombre che il lavoro scientifico di Mileva Marić, il suo ruolo di moglie, le vicissitudini di un rapporto complesso, potevano aver proiettato sulla vita e sulla carriera dell’uomo che avrebbe cambiato il corso della scienza nel ‘900.

Poi è successo quel che è successo

Per lo spettacolo prodotto dal CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – era prevista una tournée. Sappiamo bene che cosa è successo, in Italia e nel resto del mondo, a cominciare da febbraio.

Mileva, la sua storia, quel titolo, quella produzione, sono rimasti chiusi nella memoria di qualche centinaio di spettatori: soltanto quelli che l’avevano vista nelle prime repliche.

 

 

L’emergenza, che dura da 10 mesi e che ha colpito nella sostanza essenziale anche il settore dello spettacolo dal vivo, ha avuto tuttavia la funzione di attivare ragionamenti e pratiche nuovi

E la decisione, di trasformare quattro recenti produzioni CSS in altrettanti docufilm, da condividere in Rete, ha fatto sì che di Mileva, oggi si possa parlare di nuovo. 

Il lavoro in post produzione di Fabrizio Arcuri che dietro una videocamera, assieme a Stefano Bergomas, ha registrato la costruzione e le prime repliche dello spettacolo, permette ora a Mileva di essere di nuovo oggetto di curiosità e di interesse. Del nostro interesse.

Rimediare Mileva

Altre volte ho parlato del senso che sembra oggi acquistare il verbo rimediare. Non soltanto, alla romanesca: metterci una pezza. E più prosaicamente ancora: trovare qualche anima buona con cui passare la notte. Rimediazione è il lavoro che adatta e trasforma contenuti, traghettandoli da un medium a un altro medium. 

Mileva Minidocu 10_2020

Non vi rovinerò il weekend invitandovi a leggere un lavoro fondamentale in questo senso, di 20 anni fa, e in inglese anche: il potente saggio di Jay David Bolter e Richard Grusin che si intitola Remediation. Understanding New Media (The MIT Press, Cambridge, MA).

No no, tranquilli. Però un pensierino sulla frase che segue e che è scritta  da loro, quando avete tempo, fatela. Mi raccomando.

Ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”. 

Una cosa ancora

Dimenticavo di dirvi, che in Mileva, il minidocu, ci sono in qualche modo anch’io. Perché ho visto formarsi e crescere, all’Accademia Nico Pepe di Udine, Ksenija Martinovic. E mi è piaciuto farne un ritratto. 

Ma, nonostante ciò, vale la pena che il minidocu lo vediate. Tutto. Trenta minuti, quattro voci per conoscere Mileva e il lato nascosto di Einstein.

 

DENTRO A è la nuova serie di 4 minidocu curati da Fabrizio Arcuri e dedicati alle più recenti produzioni teatrali Css Udine. È visibile sulla pagina facebook CSS, IGTV, YouTube e Cssudine.it
Sugli stessi canali si possono vedere anche gli altri minidocu realizzati finora da Arcuri per questa serie:

 

– Dentro a… Un intervento di Mike Bartlett (questo è il link

– Dentro a… 

– Dentro a.. .

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MILEVA (2020)
testo di Ksenija Martinovic 
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
con la consulenza scientifica di Marisa Michelini, professore ordinario di Didattica della Fisica, Università degli Studi di Udine
produzioneCSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

 

Franco Scaldati trasloca a Venezia. Anzi, a San Giorgio

Presentato alla Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio, l’Archivio Franco Scaldati, raccoglie testi editi e inediti, manoscritti e carte dell’autore, attore, poeta siciliano scomparso nel 2013.

Franco Scaldati

Non occorre dire quanto sia importante un archivio. Gli archivi sono i luoghi dove si raccoglie e si conserva la storia. E già questo dovrebbe bastare.

Più difficile è amare gli archivi. Perché raccogliere e ordinare sono compiti faticosi. E non danno una soddisfazione immediata.

La notizia che alla Fondazione Giorgio Cini, a Venezia, trova da adesso posto l’Archivio Franco Scaldati, è però una di quelle buone. Una volta tanto.

Scaldati a San Giorgio

Ho cominciato ad amare gli archivi del teatro una dozzina di anni fa, quando mi era capitato di prendere in mano, studiare e mettere in mostra l’archivio personale di Giorgio Strehler.

Dopo diverse peripezie, il mondo personale di Strehler, le sue lettere più private, i suoi copioni annotati, i suoi libri, molti dei suoi oggetti, erano approdati nel 2005 a Trieste, andando a formare il Fondo Strehler. Oggi il Fondo è visitabile al Museo teatrale “Carlo Schmidl”, grazie alla donazione congiunta di Andrea Jonasson e Mara Bugni.

Di Strehler, quell’archivio rivela aspetti che nemmeno approfonditi studi storici e teatrali hanno mai colto. Ve lo posso garantire.

Franco Scaldati

Capisco perfettamente perciò quanto sia importante che l’archivio di Franco Scaldati, una delle figure di maggior rilevo della recente drammaturgia italiana, sia finito nel giusto posto. 

Quanto sia soddisfatto chi – tra gli anni Settanta e il 2013, l’anno della sua morte – ha lavorato con lui e per lui, e oggi sa che le sue carte, i suoi scritti, i testi editi e gli inediti, le brutte copie e gli scarabocchi, si trovano in un luogo nel quale potranno essere conservati, consultati, studiati. Un luogo nel quale, come tutte le carte importanti, diventeranno storia.

La Fondazione Giorgio Cini custodisce numerosi archivi che hanno fatto e stanno facendo la storia recente del teatro italiano. Tra i più noti, quello di Luigi Squarzina, quello di Paolo Poli, di Santuzza Calì, di Misha Scandella, e risalendo nel tempo, anche quelli di Arrigo Boito, Eleonora Duse, Emma Gramatica…

C’è pure l’archivio di Maurizio Scaparro, che non è affatto scomparso, anzi, ne combina parecchie ancora. Ma che nel 2016 ha deciso di affidare tutte le sue carte alla Cini, stringendo di più il legame con Venezia, consolidato già al tempo dei suoi Carnevali e della direzione della Biennale Teatro.

L’Archivio Scaldati

Qualche giorno fa, il 10 novembre 2020, è stato ufficialmente presentato, in diretta streaming, anche l’Archivio Franco Scaldati, momento conclusivo di una donazione che la famiglia dello scrittore siciliano ha deciso di destinare alla Fondazione, dopo una serie lunga di vicissitudini.

La diretta della presentazione è disponibile su You Tube, e attraverso le parole di Gabriele Scaldati (il figlio di Franco), di Maria Ida Biggi (che dirige l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Cini), della docente Valentina Valentini, della curatrice Viviana Raciti, dell’assessore alla Cultura e all’Identità siciliana della Regione Sicilia, Alberto Samonà, è possibile seguire tutto il percorso che questi documenti hanno fatto per arrivare a Venezia. Ma anche intuire quali polemiche prese di posizione abbiano accompagnato il trasloco da Palermo (a detta di molti il luogo esatto per la collocazione e la consultazione) verso l’isola che guarda su piazza San Marco.

Documenti relativi a Il pozzo dei pazzi di Franco Scaldati

Il pubblico e il privato

Ci sono vistose differenze, è ovvio, tra la stanza che a Trieste ospita il Fondo Strehler e i materiali adesso presenti negli scaffali dell’Archivio Scaldati a Venezia. Il primo è davvero un archivio privato. Comprende infatti ciò che si trovava nella casa di Milano e nella casa di Lugano dove, nel 1997, Strehler è scomparso. E dà accesso a documenti e oggetti che entrano fin nell’intimo dell’uomo. 

L’archivio Scaldati raccoglie invece le sue scritture (i testi pubblicati, ma anche i lavori più segreti, magari) che vanno a documentare in primo luogo l’artista. E poi, solo di luce riflessa, anche la personalità privata.

sei espressioni di Franco Scaldati

Ugualmente, la soddisfazione per la messa in sicurezza (come dicono i geometri) di quel patrimonio così significativo per il teatro italiano, soprattutto nel segmento storico che ha posto al centro le diverse lingue regionali, è stata grande per tutti.

Se la vicenda ha cominciato a interessarvi, oltre alla differita su You Tube, di cui ripropongo il link, potete anche dare un’occhiata all’Archivio digitale, messo in rete dalla Compagnia Franco Scaldati e inoltre qui sotto, trovate l’indirizzamento alla sezione Archivi dell‘Istituto per il Teatro e il Melodramma, nel sito della Fondazione Cini.

Daphne Money, sul set delle video chat erotiche

L’hanno chiamato Sinapsi ed è il momento conclusivo di Artefici, progetto triennale di residenze artistiche ideato da Artisti Associati.
Decreti permettendo, giovedì 22 ottobre, Sinapsi raccoglierà il filo e il racconto degli otto progetti di spettacolo dal vivo che sono stati in residenza a Gorizia, Gradisca, Cormons: i tre teatri del Friuli Venezia Giulia coinvolti in Artefici.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Daphne Money

L’erotismo scatena sempre reazioni forti. È successo anche a me, qualche mese fa, di interessarmi in maniera molto forte a Daphne, che è un richiamo mitologico, un nome evocativo, ma è anche un progetto teatrale. Che con l’erotismo ha a che fare.

Daphne si è presentata un giorno, alla fine di luglio, in Sala Bergamas, un piccolo spazio nella cittadina di Gradisca, in provincia di Gorizia. Ma idealmente Daphne aveva come orizzonte l’intero pianeta, visto che il suo progetto si apre al tema erotico e viaggia sui canali della rete. Meglio: di quella parte di rete, opaca, non sempre sicura, ma sicuramente torbida, che ha che fare con il sesso virtuale, a pagamento.

Se vi va di seguirmi per un po’ in questo labirinto, assieme a Daphne e Samuele, continuate a leggere.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Sinapsi, fibre teatrali che si incontrano

Per prima cosa, voglio spiegarvi in che cosa consiste Sinapsi.

Sono 8 le compagnie teatrali che si incontreranno giovedì mattina (ore 11.00, decreti permettendo) al Kinemax di Gorizia per un bilancio sulla sessione 2020 del progetto triennale che Artisti Associati, impresa di produzione teatrale con sede a Gorizia, ha voluto intitolare Artefici e chiudere con questo incontro finale, che si chiama appunto Sinapsi, come le giunzioni dei neuroni.

Sinapsi permetterà di fare il punto su otto diversi momenti di lavoro, che tra gennaio e ottobre 2020, hanno visto risiedere per una decina di giorni, in tre teatri del Friuli Venezia Giulia, compagnie di danza e di teatro. Forse anche di qualcos’altro, che non riusciamo ancora a definire, ma che fa parte di una trasformazione verso cui ci indirizza la forte accelerazione degli scorsi mesi.

Gli artisti delle otto compagnie, che porteranno esempi in video di ciò che hanno elaborato nei giorni di residenza sono :

Dante Antonelli (ATTO DI PASSIONE)
Marco D’Agostin (BEST REGARDS)
Christian Gallucci (DICONO CHE FARA’ CALDO)
Filippo Michelangelo Ceredi (EVE #2)
Giovanni Leonarduzzi (PROFUMO D’ACACIA)
Gaia Magni e Clara Mori (VIETATO PIANGERE)
Carmelo Alù (WOYZECK!)

L’ottava compagnia è quella formata da Daphne Morelli e Samuele Chiovoloni, che a Gradisca hanno cominciato a dar corpo – e la parola qui è proprio esatta – al proprio progetto Daphne/ Money/ Female/Body .

Ascoltateli mentre ne parlano.

“Daphne/Money/Female/Body è una riflessione sul processo di identificazione di una ragazza (eterosessuale) con il suo potere di sedurre e guadagnare crediti col proprio corpo. Riflette sulla questione della inibizione e della disinibizione. Il corpo, in questo senso, è il campo di battaglia per misurarsi con il mondo. Ma Daphne/Money/Female/Body vuole proporre anche uno spunto su come le nuove generazioni interagiscono con internet per costruire mondi alternativi e ipotesi di vita o di narrazioni altrimenti impossibili”.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Curiosità e repulsione

Quando si parla di video chat erotiche, le reazioni possono essere la presa di distanza, l’avversione, a volte la repulsione. Nonostante i cambiamenti di questi ultimi 50 anni e a dispetto di enormi trasformazioni del costume e della morale, l’Italia resta un paese legato ai propri tabu.

Reazioni di questo tipo coesistono però con inevitabili impulsi di curiosità, attrazione, morbosità, che tutti noi percepiamo e che nella civiltà occidentale abbiamo percepito sempre, legati a sessualità e eros.

Daphne e Samuele hanno deciso di esplorare questo quadrante di temi. Per farlo adesso, nel tempo delle reti, altra strada non c’era se non sperimentarne le tante declinazioni in Internet. Che con la propria forza di assorbimento, ha in breve tempo cannibalizzato il sesso.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Linee di frontiera

L’erotismo oggi si colloca su una sorta di linea di frontiera. Si estende certo dalla parte dell’Internet in chiaro, accessibile a tutti gli utenti, perfino ai minori. Ma tocca anche un territorio in larga parte inesplorato, che per molti è un continente selvaggio: dark Internet, l’internet ancora oscuro. Qui regna un’economia delle monete e dei desideri che non è facile a mettere a fuoco. Qui il corpo non è carne, e tuttavia esiste. Qui i consumatori sono allo stesso tempo i produttori di contenuti. Erotici e non solo.

Questo mi interessava e mi attraeva in Daphne Money Female Body, il progetto di Samuele e Daphne, che ho seguito fin dall’inizio, dal momento aurorale, da quando Daphe ha cominciato il proprio percorso dentro le video chat erotiche.

Samuele e Daphne sono entrati dentro il progetto Artefici con alcune idee, delle proposte, e da quelle sono partiti, portandole su un palcoscenico.

Poi, assieme, hanno provato a restituire al pubblico il loro viaggio. E hanno utilizzato il teatro, i telefonini, le cam, i video, i canali di connessione, le app, le chat. Un’altra linea di frontiera, la loro, tra osservazione disincantata del fenomeno e coinvolgimento personale.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Queste che state vedendo sono alcune immagini (scattate da Giovanni Chiarot) di una tappa del loro lavoro, quella conclusa a Gradisca lo scorso agosto. Nei due mesi successivi sono poi andati avanti. Giovedì 22 ottobre, nell’incontro di Sinapsi, avremo modo parlarne di nuovo assieme. Io ho parecchie cose da domandare.

Le conseguenze del nome

Una rivista autorevole come Wired, che ha fatto un’analisi dei metacontenuti di Google, rileva che più del 20 per cento delle ricerche da mobile riguardano contenuti pornografici. Le ricerche fatte da associazioni di indirizzo politicamente conservatore sono ovviamente più allarmistiche. Erotismo e pornografia, sono i due corni della sessualità rappresentata?

Anche mettendo da parte i dati sociologici, e osservando solo la locandina di Daphne Money, balza all’occhio il fatto che la l’interprete vera e la protagonista fittizia abbiano lo stesso nome. Che Daphne Morelli e Daphne Money, condividano molte cose. Che parte dell’identità dell’una si sia riversata nell’altra. Sì, ma quale?

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

In linea etimologica, Daphne è l’alloro, il lauro, la pianta dei poeti e della poesia, quella della vittoria, quella in nome della quale ci si laurea. Ma è anche il nome mitologico della ninfa che per sfuggire alla brame erotiche di Apollo, si trasforma in pianta, eternamente casta.

Il mito di Daphne e Apollo è stato spesso interpretato come un’opposizione dinamica tra la castità e il desiderio sessuale. E tu, che all’anagrafe sei Daphne, tu ti sei fatta un’idea delle conseguenze del tuo nome?

Giovedì, assieme a Daphne e Samuele, proveremo a capirlo.

video Daphne Money

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DAPHNE/MONEY/FEMALE/BODY
di Samuele Chiovoloni e Daphne Morelli
produzione Ass. Cult. Argo e Micro Teatro Terra Marique
compagnia in residenza Artefici 2020

(le immagini sono di Giovanni Chiarot/Puntozero)

Per saperne di più

Ho parlato di Artefici e delle residenze di Artisti Associati anche in alcuni post precedenti:

Unwrapping Silvia Gribaudi. La grazia e il corpo libero, nel dicembre 2018

Per te perderò la testa, Giuditta, nel novembre 2019.

Domesticalchimia. Donne che collezionano sogni.

Non ci vuole la sfera di cristallo per accorgersi che sogno e teatro hanno in comune parecchio. E non è stato certo necessario a aspettare che Stefano Massini, Federico Tiezzi e Fabrizio Gifuni , due anni fa si trovassero assieme sotto il tetto del Piccolo di Milano, perché la psicanalisi penetrasse, con il loro spettacolo, Freud, nel più nevrotico (così è apparso, almeno, nelle scorse settimane) dei teatri italiani. 

Domesticalchimia - Banca dei sogni Giacomo-Guarino@Soheil-Rahel
Giacomo Guarino – Soheil Rahel

Sulla convergenza tra sogno e teatro sono però rimasto colpito dal lavoro che il gruppo milanese Domesticalchimia sta facendo in questo periodo nella mia città, Trieste. Ecco perché le ho incontrate (sono per lo più donne) e ho chiacchierato a lungo con loro. L’esito di questo incontro sfocia adesso una conversazione pubblica che si svolgerà domani, sempre qui a Trieste, a conclusione di un periodo di lavoro che Domesticalchimia ha sviluppato nel progetto UFO – Residenze d’arte non identificate, organizzato per la terza edizione consecutiva dal Teatro stabile La Contrada e ideato da Marcela Serli.

I sogni son desideri

Lo sosteneva la Cenerentola di Walt Disney mentre cantava e parlava con i suoi topolini tuttofare. In forma più scientifica, lo diceva anche Sigmund Freud, che dell’importanza dei sogni è stato il divulgatore massimo. Basta andare a vedere quanto vende, ancora oggi, L’interpretazione dei sogni, a 121 anni dalla pubblicazione (nel novembre del 1899): il suo best seller.

Cenerentola e il topino

La storia del significato dei sogni è comunque lunghissima e ha prodotto anche opere d’arte eccellentissime. Per esempio Il sogno di Costantino nel ciclo delle Storie della vera croce ad Arezzo: il grande Piero della Francesca. Naturalmente nel passato si credeva che i sogni annunciassero avvenimenti futuri. Qualcuno ci crede ancora, ma nel sentire comune, in quella psicanalisi pop nella quale siamo oggi immersi, i sogni sono inevitabilmente associati ad alcune costanti, e ancor più spesso a traumi, che stanno acquattati nel nostro inconscio. E si manifestano quando noi, nel sonno, allentiamo un po’ le maglie della sorveglianza. I sogni son quindi i nostri desideri segreti. Più segreti di quelli di Cenerentola, comunque. Che sognava solo di essere felice e maritata.

L’analisi freudiana classica vede nel sogno la via maestra per capire qualcosa dell’inconscio, ma ha il limite – o la forza – di essere molto individuale. Mette in primo piano il soggetto, colui o colei che sogna e racconta poi ciò che ha sognato.

Detto questo, torniamo a teatro.

La banca dei sogni

Il progetto sul quale lavora Domesticalchimia è diverso. Niente psicanalisi, niente interpretazione. L’obiettivo è quello di raccogliere quanti più sogni possibili. E di farne una banca. La banca dei sogni è il titolo del lavoro che il gruppo sta svolgendo per le Residenze UFO.

Quel che mi è parso di capire è che la ricerca, e poi il loro lavoro di allestimento teatrale della compagnia, è di andare a leggere i sogni su un piano sociale, più ampio, più stratificato. I sogni decritti da Freud erano quelli di un limitato numero di pazienti, di una classe sociale che nel primo Novecento si rivolgeva, con spirito avventuroso e con parecchie risorse economiche, a quella nuova scienza. I sogni che i pazienti raccontano oggi allo psicanalista trovano un limite nella disponibilità finanziaria di chi si può permettere di entrare in analisi.

Domesticalchimia - Banca dei sogni
ph. Filippo Manzini

La banca dei sogni di Domesticalchimia è invece interclassista. Interroga tutti, a prescindere dal portafoglio e dalla collocazione sociodemografica. Prescinde da età, geografia, professione, lingua. Che cosa sogna il pescivendolo? L’architetto? La bambina? E il pensionato con la minima? Perché non raccontarlo?

“La banca dei sogni – dice Francesca Merli – è una fotografia della nostra realtà, della nostra comunità, della città in cui agiamo con la nostra indagine. Andiamo in un preciso territorio, inquadriamo precise fasce, quindi è fondamentale il contesto in cui facciamo le interviste, che cambia a seconda del luogo. Le cose che ci hanno detto a Scandicci sono molto diverse da quelle che ci hanno detto a Milano…”.

I tarli del nostro tempo

Questo mi ha interessato: questa radiografia del presente, condotta attraverso uno strumento che abbiamo sempre considerato individuale, intimo. E che invece, a Domesticalchimia serve per mappare – dicono – “i tarli del nostro tempo”.

Non so come questa attività di raccolta e di analisi dei dati si trasformerà poi in un’esperienza teatrale, in uno spettacolo. Scoprirlo è appunto il senso di una residenza, ed è proprio ciò che scoprirò domani, quando prima del nostro incontro pubblico, Francesca Merli, regista, Federica Furlani, sound designer e musicista, e Laura Serena, attrice, restituiranno al pubblico il lavoro svolto.

Le storie più significative – dicono – saranno portate in scena con la partecipazione stessa di coloro che hanno scelto di condividerle, aprendo a loro tre una finestra sul proprio mondo onirico.

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LA BANCA DEI SOGNI
restituzione del progetto di residenza
UFO – Residenze d’arte non identificate
regia e ideazione Francesca Merli
con Federica Furlani, Laura Serena e un gruppo di sognatori
drammaturgia Francesca Merli e Laura Serena
musiche e sound design Federica Furlani
produzione Domesticalchimia 

Polo Giovanni Toti, via del Castello 3, Trieste
11 ottobre, ore 17.00 e 18.00

Un paese, la pagnotta, la tovaglia a quadri: in “Pan de’ mia” diventano un film

Il sole è appena sorto. I raggi del primo mattino svegliano l’uomo che ha passato la notte sui tetti. Disperata, una ragazza corre per le vie del borgo in cerca di qualcosa che lo possa sfamare. Bussa a tante porte, ma pochi sono disposti a darle del pane secco e un po’ di formaggio. Il sole intanto comincia a picchiare duro su quell’uomo in fuga.

Sono le immagini che aprono Pan de’ mia. Il film-teatro che ha visto la luce (del proiettore) pochi giorni fa ad Anghiari, nel bel mezzo della Toscana.

Pan de' mia. Tovaglia a quadri 2020. Il manifesto.

Per capire di più, bisogna ripassare la storia

Anghiari deve la sua fama principalmente a Leonardo Da Vinci. Basta sporgersi dalle mura, dalla contrada del Poggiolino, per ammirare la piana che quasi seicento anni fa – nel giugno del 1440 – vide i soldati di Firenze e quelli di Milano sfidarsi in una famosa battaglia. Che Leonardo pittore rese ancor più celebre e misteriosa. Soprattutto perché quell’opera imperfetta non esiste più.

Per chi si occupa di teatro, Anghiari è nota anche altrimenti. Non saranno seicento, ma sono 25 certamente gli anni che hanno visto tutto il paese (in provincia di Arezzo, a picco sulla Val Tiberina) radunarsi all’aperto, ogni agosto al Poggiolino, attorno a lunghe tavolate vestite da sgargianti tovaglie a quadri.

Tovaglia a quadri si intitola appunto la manifestazione che dal 1996, mette d’accordo teatro e cibo, turisti e concittadini, allestendo spettacoli in cui, tra una portata e l’altra, il paese e suoi abitanti si specchiano e si raccontano. Spettacolo contemporaneo, che non rinuncia alla tradizione antica di un teatro povero e popolare (vedi il mio post del 2018). Come succede ad esempio nella vicina Monticchiello. Ma con un’aria più impavida, scanzonata e golosa, l’essenza di certo spirito toscano.

Pubblicato una decina di anni fa, un bel libro ripercorre queste storie di Anghiari e di tovaglie, scritte tutte e tutte portate in scena da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini. Quest’anno se ne sarebbe aggiunta un’altra ancora. Se pandemia e limiti conseguenti non avessero decretato che no, Tovaglia a quadri 2020 non si poteva fare. Almeno così come si era fatta fino ad ora.

Tovaglia a quadri - Teatro di Anghiari
Nel borgo del Poggiolino le tovaglie a quadri delle precedenti edizioni

In ogni sacco di male, c’è un grammo di bene

Così la manifestazione, riservata ogni anno solo a un migliaio di spettatori commensali, è diventata un film.

Il sapore del cibo si può soltanto immaginare adesso, ma il pubblico si è idealmente allargato a tutto il globo. Visto che a Sidney come a L’Avana, basta acquistare un biglietto (www.tovagliaquadri.com ) per godersi in streaming la nuova storia che Merendelli (anche regista), Pennacchini e gli abitanti di Anghiari hanno congegnato. E che come ogni anno si ispira all’avvenimento che più ha colpito l’immaginario e l’immaginazione . Non solo di quel paese. Di tutto il Paese. Del mondo intero. Vuoi che non sia la pandemia?

Il gioco di parole è chiaro

Pane e pandemia si incrociano lungo insoliti labirinti narrativi e la storia dell’uomo in fuga (quello che il paese sospetta sia stato contagiato dal virus) si incrocia quella del concorso per la miglior pagnotta sfornata dal forno artigianale, che ancora opera nel centro storico. Pandemia. Pan de’ mia. Il pane che ho fatto io.

Diversamente da quel teatro dal vivo, di tavola, di strada e di comunità, che alternava portate e cantate, e che ha fatto la fortuna di Tovaglia a quadri, la forma del film, le singole inquadrature, i ritmi di montaggio, permettono adesso di sviluppare i personaggi. E di catturarne meglio, uno per uno, il dettaglio di carattere, la parlata viva, il ruolo che svolge nella comunità. E che spesso non è lontano dal ruolo che veste nella Anghiari di tutti i giorni.

La pandemia diventa insomma un’opportunità. Il film scavalca sì l’effimero e l’irripetibile di quelle poche giornate d’agosto, in cui ci si sedeva attorno ai tavoli, gomito a gomito, per mangiare, ascoltare e divertirsi . Ma consegna la minuscola comunità anghiarese a una storia più lunga, e anche più globale: una storia di cinema.

Che proprio il cinema saprà conservare. Molto meglio di come (non) fu conservato il dipinto murale di Leonardo. Molto più a lungo di quanto si conservano formaggio e pane: che è cibo di tutti, non solo mio, e è filo conduttore di Pan de’ mia.

PAN DE’ MIA – Il trailer

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PAN DE’ MIA – I crediti

una produzione del Teatro di Anghiari – Tovaglia a quadri
in collaborazione con Associazione Pro Anghiari
un film di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
con il contributo di Comune di Anghiari, Regione Toscana, Mibact
main sponsor: Busatti

Con Pietro Romanelli, Federica Botta, Stefania Bolletti, Rossano Ghignoni, Alessandro Severi, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Palmiro Martinelli, Giuseppe Ricceri, Pierluigi Domini, Sergio Fiorini, Andrea Finzi, Andrea Valbonetti, Fabrizio Mariotti, Kim Mingo, Primo Jack Ventura, Giulio Corridore, Armida Kim, Alberto Marconcini, Ilaria Lorenzini, Catia Talozzi, Vittorio Valbonetti, Elisa Cenni, Teresa Bevignani, Bianca Van Zandbergen, Mario Guiducci, Gabriele Meoni, Ermindo Santi.

Soggetto e sceneggiatura Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
Direzione di produzione Massimiliano Bruni
Direzione della fotografia Gabriele Bianchini
Assistenza alla regia Samuele Boncompagni
Montaggio Gabriele Bianchini
Assistenza sul set Filippo Massi
Operatore camera Rossano Corsi
Organizzazione tecnica Stefan Schweitzer
Fonici Jacopo Andreini, Enrico Zoi
Sound design Giacomo Calli
Scenografie e costumi Armida Kim, Emanuela Vitellozzi
Assistenza tecnica Matteo D’Amore, Filippo Massi, Eleonora Santi
Segreteria di produzione Alessandra Stanghini
Assistenza di produzione Miriam Petruccioli
Runner Mario Tanzi
Regia Andrea Merendelli

Lodo, Nicola, il capitalismo capzioso

Tornano a Udine, da dove è partita la loro strada nell’arte, Guenzi e Borghesi. Dentro il cartellone “Blossom – Fioriture” del Css va in scena stasera il loro dialogo generazionale, intitolato Capitalismo magico. Piazza Venerio, ore 20.00

Nicola Borghesi e Lodo Guenzi
(ph. Giuseppe Palmisano)

Era nato un po’ per caso, un po’ per l’occasione, questo spettacolo. Uno al piano, Lodovico “Lodo” Guenzi . L’altro davanti al leggio, Nicola Borghesi.

Capitalismo magico si sarebbe potuto esaurire anche lì sul palco del Teatro Bonci dove erano stati a chiamati da Radio 3 Rai, un anno fa, a rappresentare la loro generazione, quella dei trentenni.

Due trentenni. Che si conoscono da vent’anni. Che hanno fatto la scuola assieme, e poi l’accademia, quella di teatro. La “Nico Pepe” di Udine, per inciso.

Poi era venuta la fine del mondo, cioè l’epidemia, E più tardi ancora era venuto il post-epidemia, con le sue cervellotiche limitazioni e sospensioni. Letali per lo spettacolo, più che per un bar o una barberia. Termoscanner, autodichiarazioni, sanificazioni, distanze sociali e personali.

Il mondo là fuori, nella rarefazione

“Nel dopo-epidemia, gli spettacoli sono diventati una specie di sala d’attesa del dentista” dice Guenzi. “Così abbiamo pensato di rimetterlo in piedi i nostro Capitalismo magico. Rifacciamolo, ci siamo detti. Proviamo a vedere com’è il mondo là fuori, nella rarefazione”.

Detto fatto, a luglio, adesso, Capitalismo magico è tornato sui palcoscenici. Lodo spesso al piano, Nicola sempre davanti al leggio. Questa sera, in due, sono a Udine, nel punto esatto da dove, dal punto di vista artistico, sono partiti. E con quel titolo, ironico e capzioso, riflettono sul presente. O sul breve passato. Con le parole e con la musica.

“È un esperienza che ci fa star bene, e mette in una buona disposizione chi è venuto a sentirci. In questo dialogo, pensato inizialmente per la radiofonia, abbiamo messo i nostri ultimi dieci anni, la catena di messaggi e di stati d’animo che ci siamo scambiati su Facebook e sul telefonino“.

Lodo Guenzi e Nicola Borghesi
(ph. Giuseppe Palmisano)

Quei dieci anni in cui uno, Lodo, ha percorso le strade della musica, è diventato frontman di Lo stato sociale, si è ritrovato giudice a X-Factor. Quei dieci anni in cui l’altro, Nicola, ha messo su un gruppo dal nome stellare, Kepler-452 (ci sono dentro anche Enrico Baraldi e Paola Aiello), inventando progetti che hanno rinnovato l’offerta di spettacolo a Bologna.

“Adesso Capitalismo magico si è trasformato in un gioco di complicità e di ascolto reciproci. Lavoriamo in ambienti diversi, lui quello musicale, io quello teatrale – dice Borghesi – ma ancora dai tempi in cui studiavamo assieme ci accomuna uno stesso modo di pensare e di affrontare i problemi”.

Una normalità che non era normale

“A entrambi infatti sembra davvero strano che dopo il lockdown, di cui assistiamo ora alla rimozione sfrontata, molti si siano messi all’inseguimento di una normalità, che normale non era. E non potrebbe essere”

“Lodo ha questa capacità – continua Borghesi – sa muoversi da corsaro, leggero, dentro territori diversi, sa conquistare nuove zone, non lo spaventa nessun contesto. Io mi sono specializzato nella dimensione del teatro. Difficile dire se è una virtù o un limite. Di questa dimensione mi interessa però dilatare i confini. Aprire il teatro verso altre persone”.

Con qualche accorgimento. “Se lo leggi con attenzione, Theodor Adorno ti dice che l’ingresso nell’età matura porta immancabilmente al cretinismo”. E’ proprio vero? “È da dimostrare, ma noi, 34 anni entrambi, partiamo proprio da lì”.

Capitalismo magico

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CAPITALISMO MAGICO
di e con Lodovico Guenzi e Nicola Borghesi
produzione Kepler-452
un appuntamento di Blossom-Fioriture, stagione di Teatro Contatto 2020-2021

Semplice, buttato via, moderno. Il teatro di Gianrico Tedeschi

Il mio ricordo di Gianrico Tedeschi, pubblicato il 29 luglio su quotidiano di Trieste, IL PICCOLO.

Gianrico Tedeschi
Gianrico Tedeschi, applausi finali per La rigenerazione di Italo Svevo (2009)

È scomparso ieri, dopo aver compiuto, lo scorso aprile, cent’anni, uno degli attori italiani più longevi e più amati dal pubblico.

Un traguardo grande, importante, Gianrico Tedeschi l’aveva raggiunto. Poteva allora andarsene così: sereno, in punta di piedi, consapevole di aver operato bene. E per il bene.

Ma non erano i cent’anni il suo traguardo. Sì, li aveva compiuti, lo scorso 18 aprile. Il traguardo vero era un altro. Un’esistenza piena e onesta. Una specchiata vita d’attore. Così è stato. 

Sarebbero tanti gli aggettivi utili a raccontare Tedeschi. Molti li abbiamo spesi qualche mese fa, su queste pagine, proprio per festeggiare il monumentale compleanno. Ma volendo trovare ora, per la sua scomparsa, i termini più giusti, altro non ci viene in mente, se non il titolo della affettuosa biografia che una delle sue due figlie, Enrica, aveva voluto dedicargli: Semplice, buttato via, moderno (Viella Editore, 222 pp., 27 euro). Così era lui. Così era il suo lavoro. 

Smemorando

Tedeschi non somigliava a quegli attori che usano la scolorina per correggere la data di nascita sui documenti. Della sua lunga vita nell’arte, andava fiero. Se di qualcosa si rammaricava, era della memoria. Del non poter mettere in fila tutti i nomi, i personaggi, i copioni che in più di 70 anni di carriera aveva interpretato, alternando teatro, cinema, televisione e – certo – anche le microscopiche storie degli spot pubblicitari che lo avevano reso popolare ovunque. Cavalcando o affondando nelle onde dei ricordi aveva perciò deciso di intitolare Smemorando, ballata del tempo ritrovato lo spettacolo in cui, 15 anni fa, raccontava la propria vita. 

Raccontava di essere cresciuto, come attore, nella Milano della ricostruzione, alla fine degli Anni ’40. E di aver scalpitato per debuttare sul rivoluzionario palcoscenico che sarebbe presto diventato il Piccolo Teatro di quella grande città. Sarà protagonista, anni dopo, nell’Opera da tre soldi di Brecht e un indimenticabile Pantalone nello storico Arlecchino. La professione gli aveva riservato presto grandi incontri: con la Magnani sul set, con Visconti e Mastroianni in un’altrettanto storica Locandiera.

Lo spirito allegro che si ritrovava addosso

Ma, con lo spirito allegro che pur ultranovantenne si ritrovava addosso, preferiva rievocare quanto si fosse divertito a stare in tv con Cochi e Renato. E quanta fortuna avesse portato, con i Caroselli, a formaggi spalmabili e caramelle. Lo strillo pubblicitario più popolare lo ricordava alla perfezione: “Il cofanetto di caramelle Sperlari non si incarta mai“.

Eppure, discorrendo con lui, si finiva sempre a parlare di queste terre, del Friuli Venezia Giulia e della guerra. Perché dalla guerra era nato il suo teatro. Quando, recluso nei campi di concentramento di Sandbostel e Wietzendorf aveva provato a recitare. Per sopravvivere. E per far sopravvivere i suoi compagni prigionieri.

Non parlava solo della “sua” guerra. Per dieci anni aveva preso casa a Cormòns, dov’era stato anche insignito della cittadinanza onoraria. “Poco distante – diceva – c’è un’altra casa, un’infermeria, un edificio semidistrutto dai bombardamenti. Parlo di una guerra che non ho fatto. La guerra del ’15-’18. Da allora è rimasta così. Intatta. Mi ha sempre emozionato.”.

Tedeschi tornava volentieri quassù. E le passeggiate sul Collio e sul Carso rafforzavano il suo rapporto con Walter Mramor e con Artisti.Associati, la compagnia goriziana con la quale ha dato vita a molti spettacoli negli ultimi trent’anni: Le ultime lune (il testo di Furio Bordon, dove aveva aveva preso il posto di Marcello Mastroianni), La rigenerazione di Svevo (dove era in scena con l’altra sua figlia, Sveva). 

Quattro anni fa, quando recitava ancora, Trieste aveva avuto occasione di rivederlo. Lo spettacolo, al Rossetti, aveva qualcosa di presago. Scritto da Franco Branciaroli e interpretato anche insieme a Ugo Pagliai e Massimo Popolizio, si intitolava, scaramanticamente, Dipartita finale.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, 29 luglio 2020]