Qui Berlino, compagni. A voi, Italia. Passo e chiudo.

Nel giorno in cui la città festeggia i 30 anni dalla riunificazione tedesca, il regista Thomas Ostermeier porta in scena alla Schaubühne una commedia con presagi: Notte all’italiana (1930) di Ödön von Horváth

La strada sotto la mia finestra è interrotta. Lampeggianti blu. Auto e moto della polizia municipale di Berlino bloccano le intersezioni. Dopo pochi minuti, scortatissimo, passa il corteo delle limousine nere. Suppongo che si dirigano verso l’aeroporto, che è a pochi chilometri da qui. Con il loro carico prezioso. Quattro capi di stato: quello della Polonia, Andrzej Duda, quello ceco, Miloš Zeman, la slovacca Zuzana Caputová, e János Áder, l’ungherese.

I presidenti sovrani

Assieme a Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica tedesca, e a Frau Angela Merkel, i quattro capoccia del gruppo di Visegràd pochi minuti prima erano stati alla Porta di Brandeburgo, a complimentarsi reciprocamente per il trentennale della riunificazione tedesca, il 9 novembre 1989.

“Senza la voglia di libertà dei polacchi, degli ungheresi, dei cechi e degli slovacchi – ha detto Steinmeier – la rivoluzione pacifica nell’Europa dell’est e l’unità tedesca non sarebbero state possibili.”

Peccato fosse capitato il 9 novembre di 30 anni fa. Trenta, esattamente. Ora quelle stesse repubbliche rappresentano, anche per i tedeschi, la minaccia più consistente all’unità europea. Il fronte sovranista dell’Europa Centrale: il gruppo di Visegràd.

Certo, ci sarà pure Daniel Barenboim, alla stessa porta di Brandeburgo, ma un po’ più tardi, a innalzare verso il cielo le note della Nona di Beethoven che invita – come tutti sanno – alla fratellanza universale. Vale però la pena, nella giornata dei festeggiamenti, stare un po’ in guardia. E dopo aver imboccato Kurfürstendamm, i 3 chilometri e mezzo del luccicante viale dello shopping berlinese, arrivare fino alla piazza con il nome solenne, Adenauer, e dopo pochi metri, infilarsi nella sempre splendida architettura modernista della Schaubühne, uno dei teatri più importanti d’Europa.

Certe notti all’italiana

Perché stasera va in scena una commedia (chiamiamola così) di Ödön von Horváth che era andata in scena proprio a Berlino nel 1930. Fate un po’ i conti.

Il titolo è Italienische Nacht, Notte all’italiana. Non passa come il migliore fra i titoli di quel genio di von Horváth (il drammaturgo ungherese che era nato a Fiume, aveva passato la vita tra le capitali, scriveva in tedesco, e era morto a Parigi, 36 anni dopo, colpito da un ramo d’albero).  Eppure…

Eppure il genio berlinese di adesso, il regista Thomas Ostermeier, saldo al timone della sua Schaubühne, ne ha saputo fare un lavoro presago e inquietante. Proprio contemporaneo.

Ostermeier e le spranghe

Dunque, allora come ora: in una trattoria fuori città, un comitato di simpatizzanti di sinistra ha messo su una Festa dell’Unità (traduco così, liberamente, la notte all’italiana). Il trio musicale, affittato per l’occasione, suona Bella Ciao e Azzurro e si balla alla buona. Le discussioni sulla linea politica, i patetici discorsi del segretario locale, qualche bicchiere in più: insomma, si arriva alla zuffa. Fuori invece, la destra violenta e compatta, ragazzoni coi rayban, le bandiere, i tamburi, ha tutta l’intenzione di interrompere la festicciola. E suonare anch’essa qualche motivetto. Di quelli che si suonano con le spranghe. Perché in mattinata qualche balordo ha imbrattato un monumento ai sacri valori della patria.

Come dice la data – 1930 – il testo di von Horváth fotografa la Germania tre anni prima che bruci il Reichstag e Hitler ottenga i “pieni poteri“. Sì, avete capito bene.

La genialata di Ostermeier, e della splendida compagnia di attori della Schaubühne, è mettere in bocca agli uni e agli altri, al posto delle campagne antisemite di allora, le frasi fatte e l’aria fritta con cui il centrosinistra e la destra tedesca si confrontano oggi. Il dato più inquietante è la sottovalutazione di quelle spranghe e della rabbia populista. “A difenderci e a tenerci uniti – proclamano i compagni, sempre più divisi, anzi in aria di scissione – ci sono i valori della Costituzione”. Vedi un po’ tu, come è andata a finire, con la Costituzione tedesca.

Ma niente spiegoni

Senza farci lo spiegone, e ironizzando pure su questi ritratti di militanti balordi e facinorosi, il 51enne Ostermeier, nato quindi nel ’68, mette sull’avviso gli spettatori tedeschi (e anche noi, italiani, suppongo).

Meno Bella Ciao e più attenzione. Meno baruffe interne e occhi ben aperti su un futuro che non si presenta come una serena e stellata Italienische Nacht (la band ora suona perfida, Perfect day di Lou Reed) .

O forse sì: ha proprio l’aria di essere una nottata d’incubo, all’italiana.

Papaioannou e Sisifo. Quando gli eroi vestivano Max Mara

Il mago greco dello spettacolo, Dimitris Papaioannou, ha creato per la Collezione d’arte Maramotti un trittico dedicato al mito di Sisifo e all’insensato sforzo del sopravvivere.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment
(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono)

Ercole – l’eroe con i muscoli – sgobbava molto. Tanto che si è guadagnato nei secoli una giusta fama. Anche Sisifo sgobbava parecchio. Forse di più. Ma il macigno che con fatica e sudore egli spingeva su per il monte, ricadeva irrimediabilmente a valle. E lui, a ripetere in eterno la stessa fatica. Inutile e assurda.

Ecco perché del vittorioso Ercole ci ricordiamo sempre. Mentre a Sisifo, perdente eterno, tocca appena qualche citazione colta. Come quella che negli anni ’40, grazie al pensatore francese Albert Camus, fece di lui il simbolo dell’assurdità della vita umana.

Penso a Sisifo

Penso al povero Sisifo mentre mi muovo tra le grandi navate industriali dell’ex fabbrica di abbigliamento Max Mara, a Reggio Emilia. Da poco più di un decennio quegli ambienti sono stati svuotati dai macchinari e accolgono una delle più belle collezioni italiane d’arte, la Collezione Maramotti. A differenza di chi ha investito il proprio patrimonio in cene eleganti, Achille Maramotti (1927-2005, anche lui fra i 5 uomini più ricchi del nostro Paese) aveva collezionato il meglio dell’arte italiana prodotta a partire dal dopoguerra. E ha voluto che fosse messa in mostra, a disposizione del pubblico, nel suo storico stabilimento emiliano, ripensato e riconvertito in galleria d’arte dall’architetto Andrew Hapgwood.

Con un pensiero che si potrebbe dire olivettiano, quelle opere aprivano sguardi nuovi agli operai della Max Mara. Oggi la Collezione vede aggiunte mostre temporanee e anche spettacolo dal vivo, in collaborazione con I Teatri di Reggio Emilia e il loro festival Aperto.

Penso a Sisifo (2)

Penso a Sisifo perché lo sto osservando. Lo ha scelto come eroe, o contro-eroe, un artista di primo piano nelle performing arts contemporanee, il greco 55enne Dimitris Papaioannou. È una creazione site specific, un trittico pensato apposta per questo luogo, e titolo completo è Sisyphus / Trans / Form.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Sisifo è un tipo sulla quarantina, in completo nero. Piegato dal peso, trascina sulle spalle una enorme lastra che sembra un materasso, ma di cemento. A causa dei movimenti, l’oggetto perde continuamente qualche pezzo, schegge, frammenti, che si accumulano sul pavimento rendendo l’impresa sempre più difficile. Oltre che faticosa e assurda.

Impegnati in un compito assurdo sono pure altri uomini, Sisifi plurali, sempre in completo nero, che si muovono nello stesso spazio: scendono e salgono le scale, reggono tra le braccia, insensatamente, decine di chili di pietre, ruderi, calcinacci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Papaioannou è un genio dello spettacolo dal vivo, prestigiatore mago, un po’ come lo era stato Max Reinhardt negli anni ’30. E’ stato lui a ideare e realizzare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Atene nel 2004 (2428 comparse: dopo è scoppiata, come ricorderete, la crisi dell’economia greca) e anche l’apertura dei Giochi ‘europei’ del 2015 a Baku (Azerbaigian). Prendetevi dieci minuti per vedere che meraviglia di spettacolo è stato quell’evento. Il costo? Bazzecole per la rampante economia e per le ambizioni azere. Novantacinque milioni di dollari.

Papaioannou – che ha cominciato a lavorare come pittore, allievo di Yannis Tsarouchismagic anche in operazioni di minori dimensioni. Grezze come l’arte povera. Raffinate come l’arte concettuale. Potete dare un’occhiata ai titoli lo hanno reso noto anche in Italia (Primal Matter, Still Life, a cui Sisyphus deve molto, e The Great Tamer).

Da noi lo si considera in modo semplicistico un esponente della coreografia, ma è diversa la sua materia e anche la sua estetica: un’arte del corpo che sloga le membra, scompone e ricompone gli arti, espone fisici statuari e materia bruta. Come un anatomista infatuato dell’Arcimboldo. Impressionava e dava i brividi, per esempio, il duetto su un tavolo da obitorio di Primal Matter. Quello era uno spettacolo (anche molto premiato), Sisyphus è un’ installazione performativa, più vicina al manufatto d’arte, con cinque performer.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un’irrisolta questione di estetica si domanda se sono le opere che valorizzano la collezione o, al contrario, è la collezione che valorizza le opere. Qui il problema non si pone, perché i due estremi si parlano. Sisifo e Maramotti. Il mito nudo della Grecia e l’abbigliamento della casa di moda di Reggio Emilia.

Giocarsi le palle

Alla performance partecipa anche lo stesso Papaioannou, maestro di cerimonia, factotum. Sposta un grosso faro che serve a illuminare meglio le fatiche del suo Sisifo. Che a un certo punto, sembra davvero non farcela più. Al che, Papaioannou disinvoltamente, infila la mano nella patta dei pantaloni dell’eroe e ne estrae due palle. Di gomma, ovviamente, tipo tennis. Metaforicamente, ma nemmeno tanto, lo priva dei cosiddetti attributi.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Così si avvia la seconda tavola dell’opera, Trans, che grazie a trasformazioni e inaspettate sostituzioni di membra, fa comparire dalle fratture di quella lastra, magicamente, al posto dell’uomo, una ragazza. Prima un polpaccio, poi un braccio, poi appare il busto, mentre l’addome slogato è ancora quello dell’uomo, il quale viene infine inghiottito, in un crepaccio del cemento. Da cui si liberano invece i capelli castani di lei e poi il viso, poi tutto il corpo. Papaioannou, le impone quindi le due palle, facendo di lei il nuovo capro espiatorio. O la capra. Che può indossare i pantaloni e la giacca dell’uomo. Vivere è sopportare. Lo diceva anche Camus.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un tipo spiccio, Papaioannou

Si potrebbe ricamare molto, sui significati che tutto ciò comporta. Spiccio e per niente mentale, Papaioannou lo lascia volentieri fare a chi guarda, mentre con altri tre performer prosegue spedito verso la terza tavola del trittico, Form.

Si tratta adesso di fissare su un muro, a diverse altezze, una trentina di tavole di legno, usando solo il corpo umano, niente chiodi, niente colle. Altra impresa, senza un senso apparente, che trasmette però, per via fisica, agli spettatori, la sensazione di insensatezza e futilità che talvolta pervade anche noi mortali. E alla quale non sappiamo opporci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Anche qui, numerosi ricami intellettuali potrebbero essere aggiunti. Lo lascio fare a voi, se pensate sia il caso, ricordando che oltre i pensieri – benvenuti comunque – resta sempre una comunicazione basica, somatica, cioè del corpo, che incide sulle percezioni e sulle sensazioni. E scatta quando siamo difronte a un performer che si muove, e compie azioni, mentre noi siamo a guardalo, magari fermi. È uno scherzo della neurologia. Avete mai sentito parlare di neuroni specchio? Allora andate a guardare su Google. Poi, prenoterete anche voi un biglietto per il nuovo spettacolo di Papaioannou.

Papaioannou (ph Julian Moment)
(ph Julian Mommert)

A dire il vero, il nuovo spettacolo di Papaioannou (Seit Sie / Since She, un omaggio a Pina Bausch) si è visto già in Italia. Ma ad assistervi, laggiù a Catanzaro, erano davvero in pochi. Sono le sorprese e misteri delle geografie d’Italia 

Un altro Brecht, un’altra Courage: la madre che dalla guerra non imparò mai nulla

Dopo numerose edizioni italiane, il piglio di un’altra attrice d’eccellenza riporta in scena uno dei grandi testi di Bertolt Brecht e il suo punto di vista sul business della guerra

Andrea Paolotti (Eilif) e Maria Paiato in Madre Coraggio e i suoi figli

In tutte le edizioni di Madre Courage che ho visto, nell’ultima scena, la più famosa, questa donna oramai sfinita, curva, piegata dalle disgrazie che ha patito, si mette a trascinare da sola il proprio carro. Ostinata come un mulo, riprende a viaggiare con le sue povere mercanzie per le strade di un’Europa in guerra perenne. “Spero di farcela da sola, col carro. Devo riprendere il mio commercio”. Così dimostra quanto voleva dimostrare Bertolt Brecht: di non aver imparato nulla.

Sostengo – se mi permettete – che per mettere in scena Madre Courage e i suoi figli bisogna mettere in scena pure il carro. Potrà suonare conservativo. Anche presuntuoso. Cosi come Eduardo sosteneva che, senza presepio, il Natale non è Natale.

Il carro della Courage stava anche sui francobolli

Madre Courage, la sua vita, il suo business

Ma Madre Courage e il suo carro sono una cosa sola. La Courage, più che per i propri figli, vive per quel carro. E infatti per difenderlo, per conservarlo, li perde a uno a uno, i figli. L’impulsivo Eilif, l’onesto Schweizerkas, la muta Kattrin. Poi, senza avere imparato nulla, si rimette in cammino. La sua vita è il suo business, i suoi affari, il suo carro. È per questo che Courage, misera affarista di guerra, maledice la pace. È il 1938 quando Brecht ne fa il ritratto.

Ecco: nella nuova edizione di Madre Courage e i suoi figli che Paolo Coletta ha diretto per il Teatro Metastasio di Prato, Società per attori e Napoli Teatro festival , quel carro io me lo aspettavo. Ma non si vede mai. Sinceramente: non ho capito perché. Se ne sta, forse, nascosto dietro un fondale a specchio dove regista e scenografo aprono una misteriosa voragine, un buco nero dentro al quale brilla un inquietante punto di luce rossa. Anche questa non l’ho capita.

Con e contro Brecht

Avessi capito di più anche altre cose, ci fossero meno difettucci, mi sarei forse entusiasmato per questa ripresa di uno dei grandi testi di Brecht. Secondo molti il più importante e il più rappresentativo del teatro europeo del Novecento. Perché il piglio con cui Maria Paiato indossa il personaggio è lo stesso, e al tempo stesso è diverso, da ciascuna delle Madri Courage che, almeno in Italia, l’hanno preceduta: da Lina Volonghi a Piera Degli Esposti, da Mariangela Melato a Maddalena Crippa, a Isa Danieli. Tutte donne forti, tutte attrici in grado di andare verso e contemporaneamente contro Brecht.

Paiato interpreta (con intensità e fermezza: questo lo sa chi l’ha vista almeno una volta, calarsi in panni, in qualche occasione anche maschili). Paiato canta (e canta bene quei song inventati da Paul Dessau per sdrammatizzare i momenti drammatici). Paiato incarna quel ruolo da “iena dei campi di battaglia” (così la definisce il Cappellano) che nella fortuna di questo testo sa diventare anche “tigre dei palcoscenici”.

La copertina di Madre Courage e i suoi figli nella storica Collezione di Teatro Einaudi

L’ambiguità del drammaturgo

Il suo segreto, probabilmente, è assecondare l’ambiguità con cui Brecht impastava i suoi personaggi. Maestro, qui come altrove, nell’arte della dialettica.

Il teatro epico, lo straniamento – le formule brechtiane che si studiano a scuola – rappresentavano i suoi principi ideologici. Ma poi, con astuzia e sensibilità, il drammaturgo tradiva anche se stesso (oltre che le proprie donne) costruendo effetti emotivi fortissimi. Come Courage, che davanti al cadavere del figlio morto, finge di non riconoscerlo. Come Kattrin, che ostinatamente batte sul suo tamburo per dare l’allarme. E si becca una pallottola in testa.

Aiuta quindi, anche per i tanti pezzi musicali riarrangiati con efficacia dallo stesso regista, andare a rivedere questo testo. Anche perché, a differenza della Courage, qualcosa si impara.

Proprio ciò che voleva Brecht. Che ieri come oggi, nelle guerre, spesso invocate, sostenute e combattute da molti, sono poi pochi quelli che ci guadagnano.

E sicuramente noi non siamo, e mai non saremo, tra quelli.

Maria Paiato, Mauro Marino (il Cappellano) e Giovanni Ludeno (il Cuoco)

Dimenticavo di dirvi che questa Madre Coraggio l’ho vista a Prato, al Metastasio, il teatro con le poltrone comode d’Italia.

 

MADRE CORAGGIO E I SUOI FIGLI
di Bertolt Brecht (traduzione Roberto Menin)
con Maria Paiato
e con Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Roberto Pappalardo, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D’Auria, Francesco Del Gaudio
regia e drammaturgia musicale Paolo Coletta
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
costumi Teresa Acone
luci Michelangelo Vitullo
produzione Società per Attori e Teatro Metastasio di Prato; in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia

Seguite le bussole. Buone pratiche a NID 2019, un expo per ripensare la danza

(RE)Think Dance. Ripensare la danza. Lo raccomanda il titolo scelto per la quinta edizione di NID – New Italian Dance Platform, che si è tenuta appunto a RE, Reggio Emilia, nello scorso fine settimana.

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Harleking (ph. Andrea_Macchia)

È un invito ottimistico, certo. Ripensare la danza. Fosse per me, sarei anche più autoritario. Ripensate sì la danza. Quella contemporanea. Ma fate presto. Prima che la visibilità che si è conquistata in questi venti o trent’anni nel panorama italiano di spettacolo dal vivo non si riduca di nuovo. Per ripetitività, per egocentrismo, per noia, per quel danzare attorno a proprio l’ombelico, che è tipico di chi abita le nicchie.

E non raccontiamoci storie: la danza contemporanea italiana è nicchia.

Una crescita di rispetto

Rispetto a questa affermazione, NID – New Italian Dance Platform 2019 è un’iniziativa che procede in senso inverso. Nata nel 2012, sostenuta dal MinisteroBACT, affidata ai principali enti che si occupano della programmazione di settore e scandita da appuntamenti ogni due anni, NID è cresciuta un sacco negli scorsi bienni. Prima la Puglia, poi Pisa, Brescia, Gorizia (ne ho scritto su questo blog nel 2017), e adesso, tra i 10 e il 13 ottobre, Reggio Emilia, hanno trasformato un’idea in uno snodo indispensabile.Se dico hub va bene? Perché a Reggio Emilia, c’erano tutti. La Fondazione I Teatri, il circuito Ater, Aterballetto, insieme alla Regione Emilia Romagna, hanno fatto del loro meglio per dare loro accoglienza, assieme a rilievo e visibilità per questa quinta edizione.

Certo, diverso da un festival, NID 2019 è un expo. Dove gli artisti e le compagnie italiane, selezionate da una commissione, espongono le loro opere più o meno recenti. Così che tutti, i colleghi artisti, i programmatori, gli operatori, i direttori di festival o di circuiti, i giornalisti, e anche un po’ (un po’) di pubblico, possano vederli, giudicarli, se è il caso (molte volte lo è) criticarli. In definitiva, l’hub dove tutti – dicevo sopra – possano ripensarsi.

Non sono un critico di danza. Penso che di critica, in generale, ce ne sia anche troppa. E che sul contemporaneo ci vorrebbe un occhio diverso da quello che da più di un secolo ha definito le regole di questa professione. Se professione è rimasta.

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Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)

Territori nuovi. Dove avventurarsi

Ma a un appuntamento come NID ci vado volentieri. Perché rappresenta un termometro del presente. La bussola per avventurarsi in territori nuovi, che si stanno aprendo. Trasformarsi è nella natura delle cose.

Inoltre, se lo sguardo è lucido e – aggiungo – curioso e attento, un expo come NID aiuta a mettere da parte punti di vista preconfezionati, antiche convinzioni, spesso pregiudizi, che inevitabilmente ci si porta dentro.

Non mi stancherò ripetere che Chiara Bersani (a NID 2019 con Seeking Unicorns), Silvia Gribaudi (con Graces), Daniele Nianarello (con Pastorale), Alessandro Sciarroni e Francesca Pennini (che a Reggio Emilia però non c’erano), assieme ai più maturi Virgilio Sieni (Metamorphosis) e Bertoni/Abbondanza (La morte e la fanciulla) sono coloro che in questo decennio ci hanno fatto intravedere quei nuovi territori. Ma il bello, almeno per me, sta soprattutto negli altri. Quelli che conosco di meno, o proprio non conosco. Anche se di spettacoli abbastanza rodati si tratta.

E sui quali, solo con il mettermi dalla parte del pubblico, quel pubblico che dovrebbe crescere e non diminuire, provo a fare qualche osservazione. Che si può prendere come un invito a ripensamenti. Anche senza stare a citare maestri tipo Bausch, tipo Forsythe che, quelli sì, la danza l’hanno ripensata.

Allora, per non deludere il pubblico. Lavorate sui formati. Costruite drammaturgie. Provate un po’ a sorprenderci. Ma non siate provocatori a tutti i costi.
Faccio minuscoli esempi.

Lavorate sui formati

Si muovono molto bene Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi. Se con movenze gattesche e demoniache la loro pantomima (Harleking) richiama la Commedia dell’arte, ci si legge entro anche l’attuale dinamica del potere e degli sgambetti politici. E funziona, tra raffinate citazioni dei Balli di Sfessania disegnati nel 1600 da Jacques Callot. Ma funziona sulla lunghezza dei 20-25 minuti. Se diventano il doppio, e qui succede, risultano stiracchiati e stufano.

Costruite drammaturgie

Parlano tanto Marco d’Agostin e Teresa Silva in Avalanche. Parlano cinque lingue, parlano a valanga appunto. E pur ammettendo che il linguaggio verbale sia quello più adatto a interpretare il mondo, alla fine dei loro 55 minuti, si resta indecisi su cosa portarsi a casa di questa performance, su cosa dire a chi vorrebbe che gliela raccontassimo.

Nella danza, la drammaturgia (il lavoro di senso delle azioni, potrebbe essere una veloce definizione) non è un’opzione e serve al pubblico per capire qual è il misterioso bisogno espressivo dell’artista. Così, nonostante abbia alle spalle un eccellente drammaturgo come il poeta latino Lucrezio, il De Rerum Natura del giovane e stimato Nicola Galli si avvantaggerebbe se qualcuno piegasse un po’ il suo bell’intuito coreografico a un più preciso orizzonte di senso.

Provate un po’ a sorprenderci

In Dress/Undress (vèstiti e spògliati) l’italo-giapponese Masako Matsushita, prodotta da Nanou, dispone a terra, in fila, quattordici reggiseni. Li indosserà uno a uno, in una maniera tutta sua, sempre la stessa, muovendosi a ginocchioni, lentamente. Così che già al terzo indumento sappiamo di dover arrivare, senza alcun terremoto emotivo, fino al 14esimo. Lo stesso succederà nel girone di ritorno, quando per togliersi le ventidue mutandine che indossa, la bella Masako ci farà pazientemente aspettare che si sfili anche l’ultima. Sorprese nessuna. Nostra pazienza tanta. Inoltre, 20 anni fa Jerôme Bell, che faceva indossare una sopra l’altra decine di t-shirt nella sua Shirtology, ci aveva già consegnato la ricetta.

NID 2019 Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)
Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)

Però non siate provocatori a tutti costi

Un filmetto porno, come quello proposto da Salvo Lombardo in Opacity #5, sta bene nella privacy del vostro computer. Ma se lo proiettate in pubblico e lo presentate come “critica all’emanazione di un sapere dominante e etnocentrico che identifica l’Occidente come unica fonte di narrazione e come origine nella produzione di significato” (trascrivo le note d’autore), sappiate che nessuno capirà che cosa abbia che fare quel coito esplicito con la critica del post-colonialismo.

E molte signore, del pubblico e della critica, si adombreranno.

Scommetto che in questo teatro tutti vorreste entrare

Se qualcuno dice circuito, è facile che tu sia portato a pensare a piloti e piste di formula uno. O che ti immagini la casa che piomba nel buio, dopo che è saltata la corrente.

Per chi si interessa di teatro, circuito è un’altra cosa. È una costellazione di teatri.

illustrazione di Stefano Mancini

L’Italia è piena di piccole e grandi sale, gioielli architettonici e civili che i singoli enti locali, soprattutto quelli più piccoli, i Comuni, non riuscirebbero a gestire e a programmare con le proprie forze. Figurarsi pensare alla manutenzione.

Eppure questi teatri municipali sono un patrimonio prezioso del nostro Paese. Perché per fare un Comune, in Italia, è spesso bastata una piazza, sulla quale si affacciano sempre un municipio, una chiesa, un teatro.

Negli anni in cui risuonava di continuo la parola decentramento – gli anni ’70 – sono nati i circuiti teatrali. Strutture che si sono occupate, in alcune Regioni, di mettere in rete tutte queste sale e, attraverso una politica culturale coordinata, programmarne l’attività. Per far sì che non solo grandi centri e capoluoghi godessero del teatro maggiore, dei grandi nomi della scena, della regia importante. Ma il bel teatro raggiungesse anche città più piccole, decentrate, a volte ai margini della cultura.

Nel 1969, tra Trieste e Udine, è nato l’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia GiuliaERT FVG (qui potete raggiungere il sito). Un’istituzione che da allora ha programmato buona parte dell’attività teatrale su un territorio che – geograficamente – risulta laterale alle grande arterie culturali d’Italia. Lo sa bene chi deve raggiungere, per esempio Trieste, quassù sulla frontiera.

Quest’anno l’ERT FVG, che gestisce adesso 27 sale, ha dunque compiuto cinquant’anni. E dopo qualche riunione, ha affidato a me il compito di ideare un progetto che andasse a raccontare questi cinque decenni.

Un lungo circuito

Ho pensato a un volume di documentazione, a un’esposizione e a un momento di festa. Un compleanno, appunto. E mi è parso giusto intitolare Lungo circuito tutta l’iniziativa. Tanto per dire che non si è trattato di corto circuito anni ’70, ma di un’evoluzione duratura del sistema teatrale italiano.

libro Lungo Circuito

Non starò a raccontarvi tutto quello che abbiamo pensato e fatto. Il volume è stato pubblicato (grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia: lo potete richiedere scrivendo all’ERT FVG). E la festa di compleanno, lo scorso 28 settembre, è stata un gran bell’evento che ha riempito di amici, artisti, spettatori fedeli e occasionali la sala del teatro Palamostre a Udine.

Ne scrivo qui per rammentare, a chi fosse interessato, che la mostra del cinquantenario, allestita negli spazi espositivi di Villa Manin di Passariano si concluderà – dopo un mese e migliaia di visitatori – domenica 13 ottobre.

Circuiti regionali teatrali

Sono oggi una quindicina di circuiti regionali. Oltre al teatro possono programmare anche musica e danza e – accanto a teatri nazionali e tric – sono la spina dorsale del teatro nel nostro Paese.

Preparare il libro, selezionare nell’archivio e toccare con mano i materiali di cinquant’anni di questo circuito, mi ha fatto ripercorrere anche cinquant’anni di evoluzione culturale e politica italiana. Le scelte, i gusti, la crescita degli spettatori.

È stata un’esperienza che non immaginavo così interessante, vista anche l’idea che di solito abbiamo degli archivi.

Ma mi ha messo entusiasmo anche allestire la mostra, che grazie a una creazione del pittore e illustratore Stefano Mancini, portata a tre dimensioni dallo scenografo Andrea Stanisci, è diventata lo spazio di un allegro, vivido, animato teatro di documentazione. Una sala fantastica e colorata, nella quale scommetto che tutti voi vorreste, una volta nella vita, entrare.

Avete ancora qualche giorno di tempo.

Le immagini sono di Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

Qui è quando andava tutto bene. Il teatro sensibile di Gabriella Salvaterra

Si può chiamare in tanti modi. Sensoriale. Esperienzale. Immersivo. Ma per lo spettatore, anche il più smaliziato, è sempre un’occasione unica. Al Festival di Napoli e a Contemporanea a Prato, Un attimo prima rafforza la biodiversità del teatro.

(ph. Salvatore Pastore)

Nella penombra

Sei andato a teatro. Ma ti hanno fatto sedere in un vecchio banco di scuola e hai di fronte a te, nella penombra, qualcuno che ti chiede chi sei, dove sei nato, quando sei nato. Poi, annota tutto su un foglio.

Ti intimidiscono quelle richieste: preferiresti restare un anonimo spettatore di teatro. Ti tranquillizza, a un certo punto, il fatto che la stessa persona cominci a disporre davanti ai tuoi occhi una decina di fotografie. E ti propone di sceglierne una.

(ph. Salvatore Pastore)

Io ho scelto una vecchia polaroid, con le montagne sbiadite di rosa e l’utilitaria da cui emerge sbieco il volto di una donna. Potrebbe essere mia madre. Estate. Prati. Gli anni Sessanta. Le piccole vacanze di noi piccoli italiani. “Qui è quando andava tutto bene. Quando tutto sembrava perfetto” mi ricorda la voce che ho di fronte. E mi prende per mano.


Per un teatro dei sensi

Gabriella Salvaterra è stata, fin dal 1999, collaboratrice indispensabile di Enrique Vargas, il maestro colombiano del Teatro de los Sentidos, colui che ha diffuso in Europa spettacoli a cui non si assiste, ma si partecipa con i sensi, come viaggiatori. Singoli, solitari, unici.

Spesso bendati, appena appena guidati e accuditi da presenze umbratili e silenziose, i viaggiatori degli spettacoli di Vargas (da Oracoli a Fermentación, da Piccoli esercizi per il buon morire a Renéixer) vagano dentro a labirinti di stoffe, camminano a piedi nudi sopra terreni vaghi, odorano e tastano come se fossero ciechi, oggetti e corpi, e ne ricavano sensazioni. Ne ho scritto due anni fa, quando a Il Funaro, il suo punto di riferimento italiano a Pistoia, Vargas e Gabriella Salvaterra avevano presentato Il filo di Arianna. (Leggi qui).

È un’esperienza di tatto, di udito, di odori, il teatro di Vargas e di chi ne segue il magistero. Non è un teatro della vista. Ogni volta una storia diversa, alla cieca, ogni volta un percorso diverso, sconosciuto. E ogni volta il brivido o la curiosità di ciò che potrebbe succedere.

L’acqua, le voci, un ballo

Scoprire che devi immergere le mani in un bacile d’acqua profumata. Farti sfiorare l’orecchio da voci che ti raccontano un frammento della propria vita. Lasciarti andare in un ballo con un fantasma oscuro e sconosciuto, come in un dipinto di Magritte.

Qui, a Contemporanea a Prato, in Un attimo prima, sono stato preso per mano e invitato a sedere, con altri dodici ospiti come me, viaggiatori e commensali, a una tavola da pranzo sontuosamente apparecchiata. Sotto i miei occhi un piatto antico di porcellana, con una vistosa crepa. La sfioro con il dito.

(ph. Salvatore Pastore)

“Qui è dove tutto comincia. È quando mia madre si è ammalata” ci racconta Gabriella Salvaterra, seduta al centro. Padrona di casa, sfiora anche lei la crepa del suo piatto. “C’è chi sostiene che a tutto c’è rimedio. Io non credo che sia proprio così. Ci sono cose che sono irreparabili. O diventano irreparabili. Mentre per riparare c’è un tempo, un tempo giusto“. Lo dice, mentre ciascuno di noi cerca di risalire il proprio tempo e trovare nella memoria l’attimo in cui anche per noi si è aperta quella crepa, mai più rimediata da allora, quel bordo che taglia ancora. Intanto qualcuno, da dietro, con delicatezza, mi mette sugli occhi una benda.

Come si arriva all’intimità? Alla memoria nascosta dentro le persone? Noi lo facciamo attraverso i sensi. In questo spettacolo c’è una drammaturgia olfattiva che accompagna tutto il percorso del viaggiatore. C’è una drammaturgia sonora, pensata proprio per risvegliare questa memoria profonda, a cui solo i sensi possono accedere“, spiega Salvaterra in un’intervista.

La stanza delle giostre

Poi vengo invitato a ballare, con la benda sugli occhi, in balia di braccia e corpi che non vedo. Poi entro in una stanza dei giochi e delle giostre in cui c’è un posto riservato a me, e dove trovo una valigetta di ricordi. La scarpetta di quando avevo 3 anni. O forse soltanto le somiglia. La boccetta di inchiostro di china. Matite smozzicate. Una tessera del domino. Una macchinina. Tanti altri oggetti di un passato, forse non mio, ma quasi mio. E di nuovo quella fotografia. Strappata e rimediata alla buona, col nastro adesivo. C’è anche un foglietto bianco. Molti lo usano per scrivere le proprie impressioni. O ringraziare l’autrice per questo viaggio a ritroso.

(ph. Salvatore Pastore)

Sono passati quasi 50 minuti, usciamo assieme, tutti e dodici, da questo labirinto di ricordi. Molti sono commossi.

Rifletto: sono soltanto io a chiedermi perché il teatro dei sensi – questo teatro biologicamente diverso, questo gioco potentemente emotivo – si occupi soprattutto del passato? Potrebbe invece spingerci a immaginare il futuro? Potrebbe guardare in avanti? Superare la melanconia e il rimpianto di ciò che siamo stati, per aiutarci a capire ciò potremmo essere?

È un aspettativa. O un dubbio. Me lo sarei dovuto porre un attimo prima?

Un attimo prima
di Gabriella Salvaterra – Teatro de los Sentidos
con la collaborazione di Nelson Jara
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo e Nelson Jara
visto a Contemporanea 2019, Prato


Lascia l’ultima polka per me. Alessandro Sciarroni e la manutenzione della danza.

Save the last dance for me da domani a B Motion. A Bassano il punto sul contemporaneo, fuori dai soliti schemi.

Sostiene Sciarroni che “le danze sopravvivono solo se c’è qualcuno che le conosce”. La polka chinata, specialità emiliana, anzi proprio bolognese, la conoscono pochi. E ancora di meno la ballano. Magari perché è un ballo per soli uomini. Non per uomini soli, però. Si balla in due e ci vuole pure un fisico speciale.

“Alla fine del 2018 ho incontrato il maestro Giancarlo Stagni, titolare di una scuola di ballo a Castel San Pietro – racconta Alessandro Sciarroni, che si incammina ancora una volta sui percorsi più laterali, i meno battuti della danza. “Da lui ho appreso che erano ormai solo due le coppie di ballerini che sapevano ancora ballare questa particolare danza acrobatica maschile. Salvaguardarla, secondo me, significa evitare che venga cancellata dalla memoria delle persone”.

(ph. Claudia Borgia)

Appunto perché una danza esiste fino a quando qualcuno ancora la sa ballare, e fino quando c’è ancora qualcuno che è lì, testimone, e la guarda.

Dentro un percorso che Sciarroni coltiva da parecchi anni, è nato così Save the last dance for me, che non è solo un vecchio hit degli anni Sessanta (in Italia la fecero conoscere i Rokes). Ma è anche l’idea poetica che prenderà corpo domani sera a Bassano, nel programma di B Motion.

Dopo essere stata verificata a Venezia e a Santarcangelo, la più recente proposta di Sciarroni – un workshop per salvaguardare la polka chinata – apre domani 21 agosto la sezione dedicata al contemporaneo di OperaEstate39 a Bassano del Grappa. Nella 5giorni di danza non ci sarà solo Sciarroni naturalmente. Gribaudi, Foscarini, Bertozzi, Ninarello, sono altri nomi italiani importanti che, insieme a un folto gruppone internazionale (leggetevi il programma completo), garantiscono un’attrattiva forte al festival.

Inoltre, la visibilità di Sciarroni (che a giugno ha conquistato un Leone d’oro alla Biennale di Venezia) e il tipo di proposta (che vive in un più ampio fenomeno di attenzione, recupero e manutenzione della coreografia contemporanea e non solo, vedi il progetto RIC.CI) suscitano una curiosità speciale. E meritano certo un viaggio alla volta Bassano.

Dentro la storia di un ballo maschile

Forse perché è un ballo per soli uomini – in cerca di donne, si dice – e sicuramente per le qualità acrobatiche necessarie, la polka chinata suscita uno spunto particolare di attenzione. Vale la pena seguirlo.

(ph. Claudia Borgia)

C’è polka e polka, infatti. Le danze nate nel Centroeuropa (valzer, mazurke e polke, soprattutto) sono da oltre un secolo elementi saldi del repertorio popolare, che oramai le raccoglie sotto l’ombrello del ballo liscio (detto così perché, tradizionalmente, si va via lisci, facendo scivolare, ovvero strusciare i piedi).

L’orchestra Casadei ha elevato il liscio romagnolo a genere di massa, ma esiste anche un liscio tipicamente emiliano, bolognese per essere esatti, che conobbe nel secondo dopoguerra, con le donne ancora a casa, e i maschi in balera, un momento di fulgore.

Il sito dedicato al liscio emiliano (o più esattamente filuzziano) lo spiega bene:

“Alla fine della guerra, la città era uscita pesantemente martoriata dai bombardamenti, ma la fatica nel ricostruire tutto non schiacciava la voglia di divertirsi dopo estenuanti ore di lavoro. Nonostante la miseria e i tempi difficili, ovunque capitasse, in città ci si metteva a ballare accompagnati da un semplice organino e da una chitarra.

Mancavano però le donne, che ancora non potevano permettersi di lasciare le case a causa sia della complicata gestione familiare, sia di una mancante emancipazione femminile giunta solo successivamente.

Gli uomini, trovandosi da soli in balera, erano costretti a ballare tra di loro, e la maggiore potenza fisica permise di creare delle variazioni ai balli in voga. Nella polka inventarono la possibilità di ballarla chinata, cioè portandosi in tale posizione durante le fasi di sviluppo del ballo, mantenendo comunque inalterate le figure tipiche di coppia tra uomo e donna.

A Bologna, la polka fu oggetto di sfide giudicate oggi impossibili, si ballava sotto i portici del centro con una determinazione tale che era quasi inutile un grosso accompagnamento orchestrale: l’importante era che ci fosse almeno un organino o in alternativa una fisarmonica per permettere lo sviluppo delle spettacolari tenzoni a tempo di polka!

E sicuramente un ballo difficile da eseguire, in virtù del fatto che la pavimentazione non è sempre delle migliori, e che lo sforzo è notevole”.

Danze urbane, danze sportive

Lo sforzo e la tecnica, aggiungerei io. Visto che l’aggettivo chinato niente ha a che fare con il vermouth – tanto per dire – ma si riferisce alle particolari pose che, a ginocchia piegate, i danzatori assumono nel momento più spettacolare del ballo, il cosiddetto frullone. Provate un po’ a farlo, e poi ditemi.

Sciarroni ha riscoperto e reso accessibili agli occhi del pubblico le tecniche dei lanciatori di birilli (Untitled) e quelle degli Schuhplatten tirolesi (Folk’s), per fare solo due esempi di ciò che va sotto il nome di danza sportiva. Il suo, mi sembra perciò il nome più adatto: per salvare sì dall’estinzione la polka di Bologna, ma anche per aiutare la coreografia italiana a uscire da una chiusura al nuovo, e da una progressiva estinzione quindi, che – secondo me – la incarta su se stessa da due decenni almeno. Se non di più.

Una bella intervista a proposito si trova su PAC – Paneacquaculture. Leggetevela, mi raccomando. E guardatevi infine questo video.

Sì, ma la Huppert…

Sì, ma la Huppert… pensavo tra me e me l’altra sera, seduto in uno dei 1451 posti dell’Auditorium Grande del Centro Culturale di Belém a Lisbona. Davanti agli occhi mi si srotolavano i 90 minuti di Mary Said What She Said. Monologo che Robert Wilson ha creato per Isabelle Huppert, anti-diva in un tempo in cui anche l’anti-divismo è passato di moda.

Sì, ma la Huppert… quasi come come sessant’anni fa Giovanni Testori aveva scritto Sì, ma la Masiero…

È uno spettacolo di forte impatto visivo, Mary Said What She Said. Basta vedere le foto.

Sì, però peccato…

Peccato, pensavo ascoltando il regale monologo di Huppert. Peccato che un maestro della scena come Robert Wilson – uno che ha segnato con il suo stile il teatro del ‘900 – da quel ‘900 non riesca proprio a uscire. Peccato che vent’anni dopo la fine del secolo, intelligente e bravo com’è (o com’era), Wilson viva esclusivamente di rendita, copiando e ricopiando se stesso. Regie perfette. Non una sbavatura. L’indispensabile e il necessario. Nulla di troppo. Spettacoli dell’altro secolo, però. Gioielli antichi.

Al Festival Almada, in Portogallo, mi sono fermato una settimana (lo raccontavo nel precedente post). E al centro del programma del Festival, in una serata in collaborazione con il Centro Culturale di Belém, c’era lo spettacolo che Wilson regista, Isabelle Huppert interprete, e Darryl Pinckney autore del testo, hanno dedicato a Mary Stuart, pugnace ma sfortunata regina di Scozia.

Titolo allusivo e capzioso: Mary ha detto quel che ha detto. Interprete aristocratica e precisa come un macchina per monologhi. Allestimento impeccabile. Identico però a tutti gli ultimi dieci o quindici spettacoli di Wilson. Le stesse luci, gli stessi fondali sfumati pastello, la stessa rigidità, la stessa ossessione per le ripetizioni. Giurerei che il testo di Pinckney sia stato ripetuto almeno tre volte: riprese, riattacchi, reiterazioni. Lo stile che ha reso grande Wilson dai tempi di Einstein on the Beach. Anche lo stesso movimento del corpo, che taglia il palcoscenico in diagonale. Allora c’era Lucinda Childs, ora c’è Huppert. Allora il compositore era Philip Glass, ora c’è Ludovico Einaudi. Ma il risultato non mi sembra cambiato.

Ma la Huppert…

… è un’attrice iconica. Niente da obiettare. C’era la Lisbona bene a vederla e sentirla, a complimentarsi per la precisione ingegneristica della regia, ad applaudire in piedi per minuti e minuti. Beh, volete saperlo? A quell’iceberg di spettacolo, ho preferito sette attrici altrettanto francesi che, tutte assieme magari non fanno una Huppert, ma con il loro lavoro mi hanno riportato di colpo al presente. La loro torrida performance si intitola Saison séche.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Stagione secca, titolo altrettanto forte nel cartellone di Almada 2019, è una caduta nelle imperfezioni del teatro. Nell’imprecisione dei generi. Né rappresentazione né coreografia, né maschile né femminile. Anzi le due cose assieme. O forse nessuna. L’opposto di Wilson.

Sono figure nude, e poi vestite. Sono colori violenti – rossi, gialli, viola, blu – che macchiano, sporcano, manomettono i corpi e il bianco abbagliante di una scenografia vergine. È un caos di drammaturgia che sembra evocare il rito e si manifesta come un combattimento. È un gesto che insulta, marcia aggressivo, ma è anche atto di accoglienza o di sottomissione, a gambe spalancate.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Una banda di erinni

Orchestrata da una banda di erinni, o da una gang di maschi violenti, Stagione secca – dice la creatrice, Phia Ménard – è la condizione storica della femmina, ma anche una punizione vaginale: secchezza. Mentre con la faccia al muro, sette maschi, incarnazioni del potere, pisciano liberamente. E piscia anche la scena: da insospettabili aperture cola a un certo punto un blob nero come la pece, che distrugge ogni bellezza, se mai ce n’è stata una. Le pareti si accartocciano. I neon del soffitto sbarellano. Potete leggerci dentro un’apocalisse futura. Forse è soltanto, pessimisticamente, il presente.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Avrete capito che Saison Séche non è facile da raccontare. Meglio se vi guardate tre minuti di estratto video, e ve ne rendete conto.


Insomma, Phia Ménard, che assieme a Jean-Luc Beaujault ha realizzato tutto questo, è una che ha la stoffa terrorista di Angelica Liddel, di Romeo Castellucci. Non per niente è stata l’exploit dello scorso anno ad Avignone. E ha lasciato senza parole anche il pubblico portoghese, magari lo stesso che una sera prima aveva visto Wilson. E in mezzo a tutto quello sporco, lo ha congedato con la provocazione dell’intramontabile Femme Fatale dei Velvet Undeground. Fatale, e anche geniale.

Sì, ma la Huppert… Vabbè, se proprio insistete, Mary Said What She Said, sarà a Firenze al Teatro della Pergola, dall’11 al 13 ottobre 2019. Io vi ho avvisati.

Guardo giù dall’aereo che mi porta ad Almada, in Portogallo

La 36esima edizione del festival che si svolge nella città portoghese di fronte a Lisbona è cominciata il 4 luglio e terminerà il 18. Io ci vado.

Sono nel posto accanto al finestrino. Tra dieci minuti parte il mio volo. Guarderò giù mentre attraverserà la pianura padana e sfiorerà la costa ligure. Poi punterà sulle Baleari. Infine sorvolerà, a diecimila metri d’altezza, gli altipiani aridi della Spagna. Per terminare la sua rotta a Lisbona.

La mèta finale non è la capitale portoghese. Ci vorrà ancora mezz’ora di macchina. Alla fine del viaggio sarò ad Almada, che si trova di fronte a Lisbona, sulla sponda opposta del fiume Tago. Il Tejo, come lo chiamano lì.

Come ogni anno a luglio

Da una decina d’anni almeno, la seconda settimana di luglio, la dedico al Festival di Almada. È uno dei miei festival d’elezione. Tra quelli europei, per me è il più di ricco di scoperte. E di sorprese.

Merito senz’altro di quel respiro atlantico, che a differenza di ciò che accade nel continente, invita gli spettatori a riempirsi i polmoni e soprattutto gli occhi di aria nuova.

Merito anche di una programmazione che da sempre – da quando il Festival di Almada è nato, 36 anni fa – ha la capacità di mettere assieme spettacoli di ricerca e spettacoli popolari, grandi firme della regia internazionale e minuscoli gruppi indipendenti, drammaturghi sudamericani e performer scandinavi.

Isabelle Huppert in Mary Said What She Said (ph. Lucie Jansch)

Solo in un festival come questo può capitare di incontrare una grande dame francese come Isabelle Huppert (in una regia di Robert Wilson, sulla figura di Maria Stuarda regina di Scozia, Mary Said What She Said), subito dopo aver visto un atletico duo di machos argentini impegnati in scherzi da spogliatoio (spettacolo di divertimento immediato e – diciamolo pure – un tantino paraculo, ma va bene, Un poyo rojo).

Un poyo rojo (ph. Paola Evelina)

Negli stessi giorni, il palcoscenico del Teatro D. Maria II ospita Macbettu, la rilettura in lingua sarda che Alessandro Serra ha fatto della tragedia di Shakespeare. Che non certo è una novità per noi italiani (ha vinto l’Ubu nel 2017) ma ha una potenza che parla ben al di fuori dei confini dell’isola e del nostro Paese, ed è il primo spettacolo in sardo che si rappresenta sui palcoscenici portoghesi.

Il cartellone 2019

Ho messo in fila tre spettacoli che, in una maniera o nell’altra, già conosco. Il bello di Almada è che non conosco tutti gli altri. E per questo sono davvero curioso.

Dicevo nel post di un anno fa, che proprio qui ad Almada ho avvicinato e poi approfondito i teatri meridionali al di là dell’oltreoceano. Quello brasiliano, quello argentino, quello cileno. O magari quello di Capo Verde.

Il cartellone 2019 (messo a punto dopo molti viaggi e molte visioni dal direttore artistico Rodrigo Francisco) ha quest’anno un carattere più europeo, invece. Oltre alle produzioni portoghesi (il festival è in qualche misura un portfolio nazionale) c’è una cospicua rappresentanza francese e spagnola, ma non mancano gli scandinavi (quelli di Oslo di occupano di Giovanna d’Arco) o il quintetto di registi transnazionali che hanno dato vita a País clandestino (parla di migrazioni, di cladestinità, di politiche contemporanee, suppongo).

Su due titoli punta però la mia attenzione.

Il primo è Un amour impossible, diretto da Célie Pauthe, che schiera un tandem di attrici che hanno contribuito alla storia del cinema di due Paesi: la francese Bulle Ogier e la portoghese Maria de Medeiros, coinvolte in una storia famigliare dai confini ambigui.

Un Amour Impossible (ph. Elisabeth Carecchio)

L’altro è Se isto é um homem, l’adattamento di Se questo è un uomo, che sceglie il centenario della nascita dello scrittore (1919-1987), per portare in scena le pagine di Primo Levi sull’Olocausto e sulla mostruosità (ma anche la banalità, già indagata da Hannah Arendt) del male. È la prima volta di Levi in Portogallo, e mi pare importante vederlo.

Se isto é um homem (ph. Rui Mateus)

C’è l’Atlantico qui sotto

Ecco. Magari non mi credete, ma tra lo scrivere, il sonnecchiare, un panino e una birra, tre ore di volo sono già passate. E dal finestrino, si distingue già, in lontananza, la linea liquida dell’orizzonte. C’è l’Atlantico qui sotto. Con una virata da gabbiano, l’aereo si è già lasciato alle spalle le spiagge di Caparica, il pittoresco trenino che le attraversa, migliaia di bagnanti, l’azzurro del mare. E punta dritto sull’aeroporto di Lisbona. Tra un’ora sarò ad Almada e so che ci troverò chi come me – portoghesi, italiani, spagnoli, francesi, cileni, … – la sceglie a luglio, per il suo festival. Sul quale, vi terrò informati.

Il programma completo del Festival di Almada, in corso dal 4 luglio, fino a giovedì 18, è sul sito del Teatro Municipal de Almada.

Napoli a spicchi: capricciosa e quattro stagioni. Un fine settimana a NTF19

Napoli è. Così cantava Pino Daniele in uno dei suoi pezzi più famosi. Napoli è tante cose. Lo è anche il suo festival, che per amor di acronimo diventa NTF19.

È un programma sterminato, questo di Napoli Teatro Festival 2019, ora alla dodicesima edizione. Un cartellone che a stento riesce a stare in 140 pagine di catalogo. Che si spande su 40 diversi luoghi. Che mette insieme oltre 150 eventi e si allarga per 37 giornate di programmazione. Dall’inizio di giugno fino al 14 luglio. Anche NTFS 19, proprio come Napoli, non si può cogliere in un colpo d’occhio solo.

NTF19 - manifesto

Ci pensavo guardando la città dall’alto. Napoli è come la pizza. Dal 24esimo piano di una camera d’albergo, ne arraffavo con gli occhi uno spicchio e sapevo che non avrei avuto il tempo, la possibilità, il modo, di portarmene via altri, mentre sotto i miei occhi la città del golfo, del vulcano e delle pizze, cambiava e si muoveva invece viva.

Giusto allora approfittare di un weekend e cogliere al volo quel che c’era, buono o cattivo che fosse. Tra 150 avvenimenti avvenimenti trovi sempre di tutto, come nella capricciosa. E di tutto ho trovato.

L’ultimo Nekrošius

Ci ho trovato, per esempio, l’ultimo lavoro teatrale di Eimuntas Nekrošius, Zinc. Traduzione immediata: vuol dire zinco. Mi ci sono avvicinato con cautela, sospendendo il giudizio. Se una persona scompare (Nekrošius è morto lo scorso novembre, vedi il post di allora) ti avvicini alle sue opere in modo diverso. Pasolini diceva che la morte compie un montaggio fulmineo della vita e Zinc, che evoca casse di zinco, per me è il suo testamento. L’ultima sua volontà e l’ultima immagine che avrò del suo teatro.

Zinc regia Eimuntas Nekrošius,
Zinc, regia Eimuntas Nekrošius (ph. Laura Vanseviciene)

Non sono riuscito ad amare Zinc, come mi era capitato con altri suoi lavori. I segni del regista lituano ci sono. Leggerli, là dentro, però è più difficile. Quando Nekrošius si dedicava a Shakespeare, a Cechov, a Dostoevskij, a un’enciclopedia che più o meno tutti conosciamo, rimanevamo più o meno tutti strabiliati. In questo spettacolo, che porta in scena due libri della scrittrice e giornalista bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel 2015 per la letteratura, l’approccio del regista viene per forza di cose filtrato dal rapporto che lui, figlio della Lituania, aveva stabilito con la matrigna Russia. O meglio, con l’Unione Sovietica.

Ragazzi di zinco è il libro che Aleksievič ha dedicato alla devastante avventura dell’Urss in Afghanistan (1979-1989, il Vietnam russo). Preghiera per Chernobyl si concentra invece sulle conseguenze umane dell’incidente nucleare del 1986 . Avvenimenti che noi occidentali, non abbiamo vissuto con la stessa ansietà, la stessa ostilità, la stessa desolazione, con i quali li leggevano, in quegli anni i Paesi che stavano rivendicando la propria indipendenza dall’Urss (la nuova Lituania è del 1991). E’ stato perciò difficile, e dico pure faticoso, penetrare i segni, le immagini, le sensazioni che il lungo spettacolo, affastellava per noi, troppo velocemente, troppo ellitticamente. Rimane nella memoria l’immagine di lei, la celebrata e contestata Aleksievič (interpretata da Aldona Bendoriūte Gadliauskienė) mentre vaga per le città-palcoscenico portandosi al guinzaglio l’improbabile registratore a nastro su cui si iscriverà magneticamente il reportage del crollo di un impero.

Tossico Testori

Non sono riuscito ad amare nemmeno il nuovo lavoro di Roberto Latini. Che a NTF19 presentava la sua regia e la sua interpretazione di In Exitu. Questa tossica, sbudellata scrittura di Giovanni Testori, prima romanzo poi lavoro teatrale, nel 1988 era stata “vissuta” da Franco Branciaroli e dallo stesso Testori, in un desolato androne della stazione Centrale di Milano. E aveva fatto gridare al miracolo. Letteralmente, perché sul cristianesimo selvaggio di Testori, sulla sua idea di far diventare imitatio Christi la fine di un tossicodipendente marchettaro, si sono scritte pagine e pagine. 

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In Exitu secondo Roberto Latini

Alcune esplorazioni di Roberto Latini, soprattutto quelle degli anni scorsi, mi hanno entusiasmato. Se parliamo di Pirandello, in particolare, ho trovato che Sei, e dunque perché si fa meraviglia di noi, fosse una delle poche maniere in cui si può mettere in scena oggi quello stanco monumento al teatro nel teatro, senza farne una ricerchina scolastica e banale.

Ma Pirandello e Goldoni sono una cosa: hanno risonanze forti nella nostra percezione culturale. Altra cosa è Testori, che con il personalismo estremo, allora scandaloso oggi datato, rappresenta – a mio parere – una delle sconfitte conclamate della drammaturgia italiana, nella battaglia ingaggiata con la regia sul campo di guerra della seconda metà del Novecento. 

Detto questo si può capire perché, nonostante un egregio lavoro di corpo e di voce (la prova virtuosistica di Latini è pari al suo Arlecchino, in un Servitore di due padroni firmato Latella) sono rimasto freddo e insensibile a tutto quel dolore. Che oggi è tutta letteratura. Incredulo e per niente incantato da quell’asta di microfono che si fa bastone, siringa, stiletto, e su cui piroetta quel cristo in croce. Indifferente a quei segni di scena (un binario ferroviario, una rete e una palla da tennis che si gonfia, enorme, nel finale) che, se nonsono pura trovata, torneranno semmai buoni per titoli di giornale. Ho però paura che Testori sia una problema mio.

A scuola con i morticelli

Dalla sala del Teatro Nuovo, arrampicata sugli stretti e trafficati vicoli dei Quartieri Spagnoli, ci è voluto niente per calarsi poi nella sala Assoli, proprio lì sotto. Era l’occasione per incontrare chi di Napoli e delle sue sfaccettature si è fatto interprete in una carriera di autore, attore, regista che parte fin dal 1980 di Carcioffola. Quarant’anni. Del resto, Enzo Moscato è nato proprio qui, nei quartieri Spagnoli, e la lente urbanistica gli permette di raccontarne in modo spontaneo la miseria e la nobiltà.

Che nel caso di Ronda degli Ammoniti, è quello di una classe elementare. Moscato la fotografa negli anni Dieci dell’altro secolo, quando dalle finestre dell’edificio volarono alcuni bambini, spiaccicandosi nel cortile. Che sia più documento o più invenzione poco importa. Per lo scrittore e regista, che quella scuola ha frequentato negli anni ’50, la presenza dei morticelli suicidi era cosa viva. E il tragico volo di quei bambini è adesso metafora del salto che dall’infanzia porta all’età adulta. E che portò sicuramente in guerra, nel 1917, alcuni di quegli scolari oramai in età di leva. 

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Ronda degli Ammonti (ph Salvatore Pastore)

Su questa trama storica e fantastica assieme, viene facile a Moscato costruire una di quelle rapsodie che, senza pretese monumentali, senza arzigogoli intellettuali, fanno della regia un montaggio di attrazioni, In cui la figura deamicisiana del maestro Ambrosino (“oggi leggeremo “Il piccolo scrivano fiorentino“) fa veleggiare ogni sorta di citazione. Dalla scarpettiana “Vicenzo m’è pate a me“, alla Canzone del Piave alla ronde militare che Milly intonava quando l’Italia era un altro Paese. La classe morta di Kantor, insomma, per una sera, la mia sera, ma per chissà quante altre sere ancora, si trasferisce qui, nella città di N., se volessimo far finta che Moscato sia un po’ anche Agota Kristof.

Quattrocento gradi

C’è un ultimo spicchio di NTS19, che andrebbe raccontato. E che è venuto subito dopo Ronda degli Ammoniti, a nemmeno cento metri di distanza.

Uno spicchio di pizza fritta, di quella con i friarelli, o la sublime pizza al sugo di genovese. Ma in definitiva tutte le pizze che si cuociono nei forni della Pizzeria Rapuano, soprannominata 400°, avrebbero bisogno di post di antica cucina. Che i miei strumenti di blogger non mi permettono ancora. Forse.