STORIE – Eimuntas Nekrošius. Due occhi di acciaio che mi hanno fatto a fette

Li ricordo come se fosse ieri. Occhi chiari, luminosi, taglienti. Puntati su di me, che forse avevo detto qualcosa di sbagliato. Sono passati più di vent’anni da quell’incontro. Eppure lo sguardo di Eimuntas Nekrošius, il regista lituano scomparso nel 2018, quello sguardo in me è sempre vivo.

Sono stato rimproverato per aver trascurato le Storie. Mi hanno detto che la rubrica dei miei Incontri con uomini (e donne) straordinarie vale più delle cronache di un teatro del presente. A cui questo blog sarebbe comunque dedicato.

Riprendo a raccontare Storie, allora. E alle figure di un passato prossimo – Harold Pinter, Kazuo Ohno, il signor Ikea, Milva – aggiungo ora quest’altro indimenticabile maestro del teatro. 

Nekrošius mi squadrò

Dovevo aver detto qualcosa che non andava. Ma non sapevo che cosa avevo detto. O meglio, che cosa la gentile interprete aveva tradotto. Lui mi squadrò, puntò la lama dei suoi occhi su di me, non disse una parola sola. Capii all’istante che il nostro incontro era giunto al termine. E anche in maniera un po’ brusca.

Era un’estate calda e tranquilla, quella del 2000. Si allargava attorno la campagna del Friuli e non c’era pressione o ansia nell’attesa di quell’intervista, a cui però tenevo tanto. Il luogo era un’antica casa colonica, restaurata, poco fuori dal centro di Fagagna, un paesone a qualche decina di chilometri da Udine. Il tempo e il posto ideale per l’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri del teatro, il corso internazionale di alta specializzazione per attori ideato da Franco Quadri. Quell’anno il maestro era Eimuntas Nekrošius.

Grazie alla sua trilogia shakespeariana (Amleto, Macbeth, Otello), grazie a Tre sorelle di Cechov, Nekrošius era allora già noto in Italia. Nota era anche la sua ritrosia, il suo parlare minimo, riservato, severo. Proprio per questo volevo incontrarlo. E per quell’incontro mi ero preparato bene. Nessun registratore: solo carta e penna. Poche domande. 

Sono sicuro che Nekrošius conoscesse la lingua inglese, e persino parecchie parole di italiano: sapevo che amava tanto Dante e la Divina Commedia. Ma per proteggersi, per mettere un sottile velo tra sé e gli altri, esigeva sempre che un interprete, anche due, traducessero da qualsiasi lingua in lituano, oppure in russo.

Dieci, quindici, venti secchi di zinco

Con il gruppo dei giovani attori dell’Ecole e due interpreti, Nekrošius stava lavorando in quelle settimane su Cechov, sul Gabbiano. Dalla stanza in cui ci trovavamo in quel momento, si scorgeva la sala prove, dominata da una ventina di secchi di zinco e girandole colorate. Che insieme sarebbero stati il segno di quello spettacolo. Un gabbiano grazie al quale attori italiani come Fausto Russo Alesi, Pia Lanciotti, Paolo Mazzarelli, Alessandro Riceci e i loro compagni stranieri, avrebbero spiccato il volo, sempre più presenti nelle locandine del teatro europeo. 

Fausto Russo Alesi nelle prove di Il Gabbiano di Cechov

Cominciammo. “Dei miei lavori preferisco non parlare mai. Possiamo parlare d’altro“. Nekrošius lo mise in chiaro subito.
Attraverso il filtro dell’interprete, chiesi qualcosa su Cechov. “Ci torno sopra spesso – disse solamente – è piacevole e divertente. Finché vivo ci tornerò sempre“.
Mi era arrivata all’orecchio la notizia che fosse stato chiamato a mettere in scena il Macbeth di Verdi. “Su questo progetto non vorrei dire niente. Sono stato incauto nel confessarlo a qualcuno. È anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“.
Domandai anche qualcosa della sintonia con altri artisti. “Non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. No, non cerco la vicinanza di nessuno“.

Il grande freddo

Oltre quelle parole, tradotte dall’inaccessibile (per me) lingua baltica, mi appariva sempre più concreto il velo della solitudine dentro cui il taciturno maestro era abituato ad avvolgersi.

Mi ricordai una frase che avevo letto: un suo pensiero espresso qualche anno prima.
Noi lituani – aveva detto all’incirca Nekrošius – siamo molto diversi dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno“.

Così mi venne spontaneo chiedere che cosa il suo teatro avesse assorbito da quei campi di patate.
Non quanto l’interprete abbia capito la domanda, o in che forma la traduzione sia giunta all’orecchio del regista. Non so davvero se a essere importuno ero stato io. Vidi solo i suoi occhi farsi più chiari ancora, di neve, di ghiaccio.
Sentii le due lame che mi tagliavano a fette, da capo a piedi. Il grande gelo.
Non disse una parola. Anche l’interprete mi squadrò. Più severa ancora. O forse più disperata.
Mi uscì dalla bocca, incomprensibile, malconcio, un mezzo saluto in inglese e presi la porta, turbato. Per fortuna fuori c’era il sole d’agosto. E gli attori in pausa, facevano merenda.

Qui sotto, un breve video dall’allestimento finale (2001) del Gabbiano.

La fortezza dell’arte

Quattro anni fa, maggio 2018, ero a Vilnius. Il Ministero lituano della Cultura aveva interesse a far conoscere a giornalisti stranieri le realtà artistiche della nuova Lituania. Quella post-sovietica. Mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo Nekrošius. Scambiare due parole, dopo che in tutti quegli anni, avevo visto almeno una decina, forse anche più, dei suoi spettacoli. 

Anticipato da una telefonata ufficiale, il gruppo di noi giornalisti ha bussato alla porta di legno di Meno Fortas, la sede della sua compagnia, il cui nome, tradotto, vuol dire La Fortezza dell’arte.
Ci hanno accolti, abbiamo parlato a lungo con un suo assistente e visto qualche video dei lavori che la compagnia aveva in cantiere. Aspettavamo lui. Ma niente. Pochi mesi dopo è arrivata la notizia della scomparsa. 

Eimuntas Nekrošius

È la stampa, bellezza. E tu puoi farci qualcosa

L’ultimo post dell’anno, lo dedico agli uffici stampa. Alle ufficie stampa anzi, perché è una specializzazione per lo più femminile. E sono loro – capitane della comunicazione – le interlocutrici più frequenti nel mio lavoro. Le mie fonti, le mie informatrici, le suggeritrici.

ecologic  mail

Ufficio stampa è una definizione vecchia come il cucco. Oggi si stampa poco, i giornali su carta si leggono sempre di meno, e in una decina di anni il loro lavoro si è trasformato radicalmente. Su Quante Scene! nell’ultimo post del 2019, ringraziavo tutte queste esperte di comunicazione e mi divertivo a ricordare i tempi gloriosi e battaglieri dell’ufficio stampa vecchio stile. Quello fatto soprattutto di pubbliche relazioni. E passavo in rassegna i nuovi compiti digitali che vengono imposti oggi dalla diffusione di e-mail, messaggerie, social, zoomate, ecc. Ufficio stampa addio – dicevo – nell’infosfera, ai tempi delle infodemia, il ruolo chiave è dei Media Department.

Nuovi strumenti comportano anche nuovi linguaggi. E nuove grammatiche. Su questo punto non siamo ben messi. L’aggiornamento del come-fare, la conoscenza delle nuove pratiche, non è stata altrettanto veloce. E non altrettanto efficace. 

Era la stampa, bellezza

Molte fra le mie care interlocutrici lavorano di whatsapp e smartphone recentissimi. Ma pensano alla vecchia maniera, quando le foto si facevano con le reflex, si stampavano in bianco e nero, si spedivano alle redazioni dei giornali con il corriere. La preistoria: tipo quel famoso film anni ’50 in cui Humphrey Bogart pronuncia la frase fatidica: “È la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente. Niente”.

paura digitale

E invece qualcosa ci si può fare. Aggiornandosi, informandosi, mettendo in atto pratiche buone. 

Da anni i media ci ricordano che il digitale ha un impatto non indifferente sui consumi energetici. E questo è ovvio, pensando a quanto desktop e telefonini si cibino di energia. 

Ma chi per lavoro spedisce mail a raffica dovrebbe anche sapere che le mail inquinano tanto quanto aerei e centrali a carbone. L’invio di un messaggio di solo testo genera circa 4 grammi di CO₂. Con un allegato da 1 Megabyte (e non affatto è una cosa infrequente) si toccano i 20 grammi. Con mail più ciccione si arriva anche a 50 grammi (il libro di Mike Berners Lee che lo racconta, How bad are bananas: the carbon footprint of everything è di 10 anni fa). 

Il quarto stato

Ora: quante mail mediamente, tra pubblicità, informazione, conversazione, ricevete ogni giorno? Qual è l’impronta ambientale della vostra corrispondenza digitale? Si stimano 136 Kg di CO₂ a testa ogni anno. Ed è una cifra media. Se il Web fosse uno Stato nazionale, sarebbe il quarto, dopo Cina, Usa e India, per impatto inquinante sul pianeta.

I soliti bene informati dicono poi che ogni giorno il mondo si instradano circa 190 miliardi di mail. E sono tanti quelli e quelle che scrivono per dire “OK. Ricevuto”.

Potete immaginare a quanti viaggi aerei attorno al mondo, a quante centrali a carbone fumanti, corrispondono quei miliardi di letterine. Ecco perché è nata la raccomandazione Think before you thank. 

carbon footprint

Sarà per questo che in certe mattinate la mia casella postale rigurgita di comunicatoni stampa, lunghi come lenzuola (che mai potrebbero essere pubblicati integralmente, nemmeno sul web) e fotografie allegate, e per niente desiderate, che pesano 10, 20, a volte 30 MB (come spedire in un solo colpo tutta la Divina Commedia illustrata e tradotta in tutte le lingue del mondo). 

Sarà per questo che in quelle mattinate mi intristisco già di buon’ora, pensando che grazie a quelle mail pesanti, inutili, ciccione, depositate come grassi insolubili nella mia casella di posta, va in fumo tutto il lavoro virtuoso che faccio con la raccolta differenziata, gli spostamenti a piedi, le borracce di acqua, la doccia al posto del bagnetto con i sali.

1692358 emails

La dieta delle mail

Molti ma molti anni fa, quando la telefonia cellulare non era onnipresente, quando i modem erano scatoloni che gracchiavano e la velocità non si misurava in Giga, ma in Kbyte, avevo scritto un articolo (poi diventato una “buona pratica del teatro”) che si intitolava “La dieta delle e-mail”. E dicevo: farle dimagrire è bello.

Ecco. Ci sono uffici stampa che ogni giorno, invece, spediscono a decine e decine di persone come me, mail grassocce e imburrate di byte, come se fosse sempre Capodanno. Come se ogni santo giorno si facesse festa e bisognasse allestire il cenone. 

Un buon auspicio, allora, per il 2022: se dal prossimo 6 gennaio, come fanno tutti, proverete a mettervi a dieta, ricordatevi di tenere a stecchetto anche le vostre mail. Ve ne saremo tutti grati. Anche il pianeta.

E poi, ufficie stampa care, ci pensate? 136 chili in meno.

Lolita, l’adolescenza, il tennis

Il romanzo di Vladimir Nabokov? O la pellicola di Stanley Kubrick? About Lolita, la nuova drammaturgia di Francesca Macrì e Andrea Trapani per Biancofango, li schiva entrambi, libro e film. Bene.

Ho visto lo spettacolo a Prato, nel cartellone del Metastasio. Quasi un debutto, dopo la fugace apparizione alla Biennale Teatro 2020.

About Lolita - Biancofango - Nabokov - Kubrick

Ci sono immagini che restano nella memoria di una generazione e non se ne vanno più. Tra queste, Lolita. Gli occhiali a cuore, il lecca lecca, la linguetta fuori: la foto che ha reso immortali Sue Lyon e il film 1962 di Stanley Kubrick. L’attrice allora aveva quattordici anni, il suo personaggio dodici. Nel 2019 Lyon è morta in povertà.

Sue Lyon - Lolita
Sue Lyon a 14 anni, nel film di Kubrick

Qualcosa su Lolita

Però è impossibile dire o pensare oggi “qualcosa su Lolita” senza che per la testa si disegni ancora quella icona. Bene allora ha fatto Francesca Macrì, regista di About Lolita a consigliare gli stessi occhiali a Gaja Masciale. Che della ragazzina di sessant’anni fa è la reincarnazione, oggi. 

Capricciosa, sgarbata, maliziosa, ingenua finta, o perturbante tennista, come la voleva Nabokov nel suo scandaloso romanzo. Adolescenziale, ma non ninfetta, come invece l’avrebbe definita il parlare comune. Che in sessant’anni per fortuna si è evoluto un po’.

“È pornografia”

Nell’America anni ’50 il romanzo fece scandalo – “è pornografia” si scrisse – per la storia pruriginosa del quarantacinquenne che si invaghisce della dodicenne e la rapisce, portandosela appresso in fuga tra stanze in affitto e motel del Midwest. 

Vladimir Nabokov - Lolita - Adephi

Nel frattempo, ne abbiamo viste e sentite così tante, che occuparsi di Lolita altro non può voler dire oggi che puntare gli occhi su certi sguardi predatori, sulla competitività sessuale tra maschi, sulla devastante miscela di potenza e fragilità dei comportamenti odierni.

Come appunto fa Biancofango. Senza impartire lezioni, magari lasciando che sia il pubblico a giudicare.

A capire se per esempio una tentazione pedofila attraversi o meno certo teatro (About Lolita mette sotto esame il caso del Gabbiano di Cechov), oppure certe canzoni (provate a risentire Margherita di Cocciante, o magari qualcosa di Lucio Dalla). O ancora certe immagini (i filmati acquatici che aprono e chiudono lo spettacolo sconfessano la neutralità dell’obiettivo di qualsiasi videocamera).

About Lolita - Biancofango - Andrea Trapani e Francesco Villano
About Lolita – Gaja Masciale (ph. Piero Tauro)

Ciò che ci turba

Perché il lolitismo è diventato questione di marketing, pagina di cronaca vera, sintomo culturale. A sdoganare il termine in Italia – vi ricordate – è stata Non è la Rai: un’idea e una trasmissione di Gianni Boncompagni. Era il 1991.

Mentre supera tutto questo, schivandolo, About Lolita mette in tensione il il filo dei piaceri illeciti, delle tentazioni, di ciò che turba, qualsiasi sia l’età : adolescenti appena usciti dal gioco dell’infanzia, adulti cui la maturità non fa da freno. Per ciascuno di noi, l’età non è che un mancato pretesto.

È ben congegnato, perciò About Lolita. Non illustra il romanzo, non scimmiotta il film, né esprime giudizi sommari.
È interessante, perché tiene avvinti gli spettatori per tutta la durata, incatenandoli nel gioco maledetto delle età.
È un bel vedere, perché la scena è essenziale, semplice, pulita. Così come gli interpreti. Sull’arancione caldo della terra (è quella di un campo da tennis) si disegnano netti i tre personaggi (in candida tenuta sportiva). Sarebbero quelli del romanzo: il professor Humbert Humbert, il cinico Quilty, una volubile Lolita.

About Lolita - Biancofango - Gaja Masciale
About Lolita – Gaja Masciale (ph. Lorenzo Letizia)

Quarantenni che si tengono in forma

In realtà non lo sono, perché la drammaturgia di About Lolita prende altre vie. Non le autostrade infinite degli Usa, ma i campetti da tennis dove i quarantenni italiani in carriera si tengono in forma con le racchette. E adocchiano le ragazzine.

About Lolita - Biancofango - Andrea Trapani e Francesco Villano
About Lolita – Andrea Trapani e Francesco Villano (ph. Piero Tauro)

Se non ricordo male, nel film c’era poco tennis. Sport che a Nabokov scrittore piaceva un sacco. Mentre Kubrick cineasta non ne capiva niente.

Nello spettacolo invece si gioca a tennis tutto il tempo. E piace ai tre protagonisti rievocare l’aforisma di Jean-Luc Godard secondo il quale “il cinema può mentire, ma non lo sport“. Per questo trascinano a un certo punto in scena un enorme riflettore da teatro di posa. Come se volessero dirci: il cinema mente sempre.

About Lolita - Biancofango - Nabokov - Kubrick
il finale dello spettacolo (ph. Piero Tauro)

E sono giustamente in forma Andrea Trapani e Francesco Villani, in braghetta bianca griffata e molleggio di gambe. E si esibisce in tutta la sua giovinezza Gaja Masciale, tra bambinerie e trash food da far paura, ma con robuste briglie per tenere a bada i suoi due scalpitanti pretendenti, sempre carichi di regali e di attenzioni per la loro bimba.

Credibili tutti. Nonostante sia vero che anche il teatro mente, pure quando ci fa vedere uno sport: un tennis dove non si tocca palla. Perché la palla non c’è. Va immaginata.

Ciò che vola, tutt’al più, è un chewing gum, un chupa chups, una patatina fritta.

– – – – – – – – – – – – –
ABOUT LOLITA
drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani
con Gaja Masciale, Andrea Trapani, Francesco Villano
regia Francesca Macrì
luci Gianni Staropoli
video Lorenzo Letizia
una creazione Biancofango
prodotta con Teatro Metastasio di Prato e Fattore K
in collaborazione con TWAIN Residenze di spettacolo dal vivo

Paesaggio toscano per Harold Pinter. In collina, con Marconcini e Daddi

Scritto nel 1967 dall’autore inglese, Landscape / Paesaggio è stato allestito nel piccolo teatro di Buti (Pisa) da una coppia di attori che del pinteresque style conoscono i segreti: tutte le strettoie, tutte le aperture.

Paesaggio -  Harold Pinter - Dario Marconcini e Giovanna Daddi
“Paesaggio” di Harold Pinter al Teatro di Buti

 

Ci vuole pazienza per arrivare fin lassù. Devi lasciare Firenze, raggiungere Pontedera e quindi prendere la strada delle colline, dove la piccola e media industria toscana lascia spazio a paesaggi e paesi antichi.

Il teatro di Buti – ti spiega Google Maps – sorge in via Fratelli Disperati 10. Decidi tu se è un buon segno. Nel suo smagliante color mattone, il “Francesco di Bartolo” è una piccola sala, raccolta, intima, duecento posti, i palchetti, il soffitto decorato, una storia italiana di compagnie filodrammatiche e Maggi cantati, che si perde nell’Ottocento.

Pinter breve misterioso affettuoso

Sono salito parecchie volte a Buti. Perché Giovanna Daddi e Dario Marconcini, che di quella sala sono un po’ i numi tutelari, hanno anche un’affinità speciale con un autore che conosco bene: Harold Pinter.

In quel teatro li ho visti allestire i testi brevi e misteriosi che il drammaturgo inglese aveva scritto negli anni ’60 e ’70. Quando più stretto e più affettuoso si era fatto il suo rapporto con Samuel Beckett. Se per Beckett si può usare l’aggettivo affettuoso.

Lavori come questo Landscape / Paesaggio (scritto nel 1967) e poi Silenzio, Notte, Monologo, Voci di famiglia, fin dal titolo, sono rappresentativi di quella stagione di teatro, astratta, elusiva, lontana dalle soluzioni facili e dai lieti finali.

Voci che emergono dal buio, vicende da immaginare mentalmente, momenti di pausa. Un teatro lento. Scritto da Pinter mentre attorno a lui si scatenava la Swinging London psichedelica. I contrasti di quell’irripetibile momento.

Marconcini e Daddi prediligono quei testi. Perché la frequentazione intensa che hanno avuto con il cinema di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, li ha abituati alle sottrazioni, ai silenzi, al rigore. Dentro ai quali iniettano una famigliare ironia.

Intendo dire: nel loro Paesaggio (che dopo l’anteprima a Pistoia, nel circuito teatrale toscano, ha debuttato adesso a Buti) ci trovi tutto il Pinter che sai: la sua sfuggente poesia sentimentale, il linguaggio asciutto e deciso, le tensioni che covano sotto le ceneri del parlato. Proprio come hanno saputo ben dire i giudici di Stoccolma, che nel 2005 gli attribuirono il Nobel per la letteratura.

Fotografia di un interno con coppia

Ma ci trovi anche il vissuto dei due attori. Per garantire colori autunnali al testo, Marconcini e Daddi hanno ad esempio disperso in palcoscenico foglie ingiallite e ruggini raccolte davanti a casa. E del loro salotto domestico con i bei quadri, i libri accatastati, i comodi divani, hanno scattato la foto che fa da scenografia.

Un cortocircuito di scena e vita che si espande e invade il testo, dove si incrociano due monologhi paralleli. Una coppia in un interno.

Paesaggio -  Harold Pinter - Dario Marconcini e Giovanna Daddi
Paesaggio di Pinter al Teatro di Buti

Seduta di spalle a destra la donna rievoca un’avventura erotica al mare, la sabbia, la pelle, il suo desiderio di avere un bambino.
Seduto di spalle a sinistra l’uomo delinea un mondo maschile, fatto di caccia, di cani, di birra e pub inglesi. 

Di questi universi distanti, a sé stanti, Pinter aveva fermato solo le sensazioni. Il calore del sole, il piacere di immergersi nell’acqua, il sesso tanto desiderato e trasfigurato nel ricordo. E viceversa, il rancido delle cantine, il sottobosco fangoso, la cacca delle anatre e del cane.

Paesaggio di ricordi

Si gireranno a un certo punto verso il pubblico, i due attori, quando una storia, o una sua traccia almeno, comincerà a essere intuita. Marito e moglie, forse. In una casa di campagna, forse. Domestici tuttofare al servizio di qualcuno. Ricordi comuni affioreranno. Ma sempre distanti e tangenziali, come se gli uomini, rudi e marziali, venissero proprio da Marte e le donne da Venere. Intanto Gino Paoli canterà Il cielo in una stanza.

Pinter è arguto e acrobatico nella sua scrittura. Se qualcuno domandasse perché mai i due personaggi si chiamano Beth e Duff, basterà mettere davanti la parolina Mac, per farsi qualche idea. O perlomeno, per stare al gioco. 

Pinter inoltre lascia una certa libertà all’immaginazione. Così nel loro gioco di famiglia, Marconcini e Daddi completano Paesaggio con una suite finale, che trasforma lui in Matamoro, il capitano spaccone della Commedia dell’Arte, e lei nella figura austera e inesorabile della Morte. Antico canovaccio di farsa e al tempo stesso morality play molto inglese, che apre spazi agli interrogativi. E sarà il malinconico The Lass of Aughrim a condurre adesso la musica.

Malinconia finale che conferma un’idea. che Paesaggio sia – per Pinter e anche per loro – un gioco teatrale di ricordi, onirica collezione di momenti che non se ne vanno dalla memoria.
E in ciascuno di noi, disegnano, anno per anno, decennio per decennio, un personale e segreto paesaggio interiore. 

Giovanna Daddi in Paesaggio di Harold Pinter
Giovanna Daddi nel ruolo della Morte

 

– – – – – – – – – –
PAESAGGIO
di Harold Pinter, con farsa finale
con Giovanna Daddi e Dario Marconcini
regia Dario Marconcini
allestimento e luci Maria Cristina Fresia, Riccardo Gargiulo
produzione Buti Teatro

Giocare con Rimini Protokoll. E farlo sul serio

A volte mi scappa di dire spettacoli. Ma i lavori di Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel, che conoscete meglio con il nome di Rimini Prokotoll, sono un’altra cosa.

Più giusto sarebbe dire progetti portati a termine, idee che si sono realizzate, esperimenti riusciti. Ma soprattutto giochi sociali, pubblici.

Come La conferenza degli assenti (fino a questa sera a La Pelanda a Roma nel cartellone di RomaEuropa Festival).

l'edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)
l’edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)

A volte i Rimini Protokoll giocano con il pubblico in un teatro, ma più spesso lo fanno altrove: invitando quello stesso pubblico ad attraversare una città a piedi, a sedersi attorno a un tavolo a casa di qualcuno, a visitare un museo o un edificio ricco di storie. Può anche accadere in una piazza, in un parco, su una spiaggia, in un cantiere edile, dentro un camion.

Le loro creazioni sono esperienze collettive, per le quali il teatro spesso non trova un nome. Perché si collocano al margine della scena così come ancora oggi la concepiamo. Perché non prevedono la tradizionale distanza né l’opposizione tra chi fa l’artista e chi lo guarda. 

Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel (ph. WDR/David von Becker)
Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel (ph. WDR/David von Becker)

Da qualche mese, tutti i loro titoli sono raccolti in un libro. Vent’anni di progetti attraverso i quali si può capire come la compagnia di Berlino, i loro collaboratori e tutti gli “esperti del quotidiano” con i quali hanno lavorato, siano diventati qualcosa di unico (anche se spesso imitato) nel campo delle arti performative in tutto il mondo. Non solo: anche in quello in cui si progettano nuove abitudini e nuove culture.

Rimini Protokoll - 2000-2020 Il libro di Imanuel Schipper pubblicato da Walther und Franz König
Il libro di Imanuel Schipper pubblicato nel 2021 da Walther und Franz König

Qualche mese fa, su questo blog, ho raccontato com’era fatto uno dei loro lavori meglio riusciti (vedi qui Remote al Mittelfest di Cividale). Oggi vi dico due cose su Conference of the Absent, visto alla Pelanda del Mattatoio di Roma, nel cartellone del festival RomaEuropa.

Già il titolo anticipa una conferenza. Il formato è appunto quello: brevi contributi di nove relatori, su un tema che all’inizio appare abbastanza vago: l’Assenza. 

Ma fin da subito una voce sintetica, o quasi, una di quelle a cui ci stiamo sempre più abituando, chiarisce le caratteristiche di questa assenza. I nove relatori non ci sono, questi “esperti” sul tema dell’assenza non sono presenti all’appuntamento. Sembra un paradosso, ma è il senso ultimo del nuovo gioco pubblico di Rimini Protokoll.

Dare voce agli assenti

A impersonarli, a dire le loro parole, a sostenere le loro tesi, saranno altrettante persone del pubblico che – volontariamente – saliranno sulla pedana. E parleranno per conto di chi è assente.

L’assenza dei relatori può avere diverse motivazioni. Li tiene lontani la distanza, una disabilità impedisce loro di muoversi, presentarsi in pubblico rappresenta per loro un ostacolo, un pericolo, la vergogna. O potrebbe mettere a rischio la loro stessa vita.

Inversamente, la presenza di qualcuno che dia loro voce sul palco innesca un meccanismo di rappresentanza e re-citazione, che ha molto a che fare con il teatro. Ma anche con il principio che regola le democrazie rappresentative, i procedimenti di delega, il moltiplicarsi delle protesi attraverso le quali le nuove tecnologie hanno ampliato i limiti del nostro corpo, i limiti della sostenibilità ambientale e economica.

Rimini Protokoll - Conference of the Absent

Inizialmente, sembra un gioco. Uno di quelli in cui deleghiamo agli avatar la nostra identità. Un gioco al quale molti tra il pubblico aderiscono immediatamente, altri restano invece più scettici. Eppure mano mano che Conference of the Absent procede, oltre la dimensione ludica e un po’ esibizionista che il meccanismo comporta, si manifestano sul palcoscenico aree di riflessioni importanti. Per chi ci vuole riflettere, ovviamente. Entrano in ballo principi etici, divisioni politiche e conflitti bellici, pratiche virtuose, civili provocazioni. 

Attraverso i messaggi letti su carta, ascoltati in cuffia, illustrati in video, alle ragioni degli assenti viene data voce, e l’immaginabile della rappresentazione si sposta dalla steppa russa al conflitto somalo, dalla occupazione nazista della Polonia ai campi di concentramento per migranti odierni sulle isole greche. Distribuiti nell’arco di due ore i casi, le motivazioni, si moltiplicano, colpiscono l’attenzione, incidono la coscienza di chi assiste. E non sempre è facile condividerle tutte. 

l'edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)
(ph. Cosimo Trimboli)

Resta la convinzione, mentre si lascia La Pelanda, che siano proprio le vicende individuali, proprio la verità privata di ciascuna esperienza a incidere sul pensiero e sull’agire pubblico di chi le ascolta.

Experten des Alltags, esperti del quotidiano, è l’etichetta che Rimini Protokoll ha sempre dato alle persone di cui, in progetti ogni volta diversi, ha raccontato la storia. Che la prossima volta potrebbe essere anche la mia, la tua, la nostra storia.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – 
LA CONFERENZA DEGLI ASSENTI 

Ideazione / testo / regia: Helgard Haug, Stefan Kaegi, Daniel Wetzel
Scena / Video e design luci: Marc Jungreithmeier
Sound design: Daniel Dorsch
Ricerca / Drammaturgia: Imanuel Schipper, Lüder Pit Wilcke
Con la voce di: Lisa Lippi Pagliai
e le voci in ear di: Daniele Natali e Evelina Rosselli
Cooperazione per l’educazione politico-culturale: Dr. Werner Friedrichs
Una produzione Rimini Protokoll / Rimini Apparat
in co-produzione con Staatsschauspiel Dresden, Ruhrfestspiele Recklinghausen, HAU Hebbel am Ufer (Berlin) and Goethe-Institut

Brancaleone dà di testa. Ed è un’attrice

“Age, Scarpelli e Monicelli hanno inventato un’immaginazione” dice Roberto Latini, che per il Teatro Metastasio di Prato ha lavorato sulla sceneggiatura di L’armata Brancaleone.

L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini - Teatro Metastasio di Prato
L’armata Brancaleone, regia di Roberto Latini (ph. Guido Mencari)

Anche il cinema ha i suoi classici, così come la letteratura. Per quanto i film siano molto più giovani, relativamente parlando. Uscito nelle sale nel 1966, L’armata Brancaleone – regia di Mario Monicelli, sceneggiatura dello stesso regista assieme a Age e Scarpelli – è un classico del cinema italiano.

È anche un film pop. Monicelli seppe pensarlo quando in Italia la parola pop non esisteva ancora. E seppe inventare per Vittorio Gassman un personaggio, mezzo samurai mezzo capitano di ventura, che ne fa ancora, 50 anni dopo, una delle icone durature del cinema italiano. Assieme al famoso jingle Branca branca branca, leon leon leon… Con botto finale.

L’Armata Brancaleone (1966)

L’armata Brancaleone è pop, cioè popolare, per la sua lingua sbracata (una irresistibile parlata centro-italiana, burina, ciociara e aulica con un surplus maccheronico). È popolare per il tempo e il luogo in cui è ambientato (quello delle Crociate, ma lungo la dorsale appenninica della nostra penisola). È popolare perché in un medioevo immaginario riprende i temi e i modi della commedia all’italiana, quella appena appena scollata, appena appena sboccata, di cui Monicelli fu maestro. Anche se Catherine Spaak, allora poco più ventenne, ricorda bene le pesantezze verbali subite sul set da quella ciurma di maschi imbruttiti a zonzo per il Viterbese.

Questo e molto altro si è detto di quel film.

Una scena disegnata dalle luci

Una sfida alta, per Roberto Latini, dare lo stesso titolo a un’operazione teatrale, riprenderne la sceneggiatura, e affidarla a sette attori, oltre a lui, su una scena astratta, quasi tutta disegnata dalla luci di Max Mugnai (e dai pochi inserti di Luca Baldini).

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci è Brancaleone da Norcia (ph. Guido Mencari)

È facile, per qualsiasi spettatore, ma altrettanto inutile per chi ne scrive, cadere nel tranello di un confronto – del resto impossibile – tra la pellicola di Monicelli e il teatro di Latini. 

Le due operazioni corrono su strade diverse, e soprattuto parlano a pubblici diversi. Un’Italia in pieno boom, pronta per nuovi stili di vita e un inaspettato benessere, un pubblico interclassista per il film di Monicelli, nazionalpopolare.

Spettatori selezionati invece, nel caso di Latini, capaci di intuire tutti i perché delle scelte che fanno di questo Brancaleone una variazione su tema, un esercizio di stile fedele alla sceneggiatura, ma di pura invenzione mentale, nei modi in cui il regista ha abituato il suo pubblico, lavorando ad esempio sui Sei personaggi di Pirandello (e molto bene in quel caso) o su Il teatro comico di Goldoni.

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Brancaleone da Norcia è un’attrice

Non è insomma l’Armata che spettatori e abbonati di un teatro pubblico come il Metastasio di Prato (che apre la stagione con questa nuova produzione) possono aspettarsi dopo aver visto in locandina quel titolo. Non è un nuovo rutilante Gassman che calca la scena con i suoi compagni sgangherati e cialtroni, ma la cerebrale rilettura che ne fa Latini, consegnando il personaggio a Elena Bucci. In modi astratti, l’attrice cita Gassman, ne riprende la zazzerona nera, la magniloquenza gestuale, il fare da Rodomonte, ma con il proprio corpo e la propria storia attorale. 

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Qualcosa di simile aveva fatto Latini, citando con il proprio corpo, l’Arlecchino archetipico di Marcello Moretti e Strehler, nel Servitore di due padroni, firmato anni fa da Latella. Che infatti scontava lo stesso problema. Sorvolare l’aspettativa del pubblico di tre teatri (i nazionali Veneto e Emilia Romagna, assieme allo steso Metastasio), che si attendeva un arlecchino comico e brillante. Come andare a sentire Glenn Gould nelle Variazioni Goldberg, aspettandosi il Bach di Quark e della quarta corda.

Claudia Marsicano in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Claudia Marsicano in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Francesco Pennacchia in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Francesco Pennacchia in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Ciro Masella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Ciro Masella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

Maneggiare i classici

Maneggiare i classici, è sempre rischioso, se non lo si vuole fare in maniera banale, piatta, convenzionale. Ed è anche un doppio salto mortale, poi, se dal cinema o dalla letteratura si passa al teatro.

A volte riesce, magari felicemente. Penso a come Deflorian – Tagliarini stanno trattando il felliniano Ginger e Fred, in Avremo ancora l’occasione di ballare assieme, proprio in questi giorni all’Argentina a Roma. Penso anche a come Martone ha teatralizzato le Operette morali di Leopardi.

E comunque, il motivetto tanto atteso alla fine arriva, anch’esso in forma di raffinata citazione.

Savino Paparella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Savino Paparella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

È l’ultimo numero: un anziano signore (è lo stesso Latini con spiritosa bombetta in testa) attraversa a mezz’aria la scena. Dice sornione Branca branca branca, leon leon leon... e fragorosamente esplode il palloncino. 

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – 

L’ARMATA BRANCALEONE 
adattamento teatrale di Roberto Latini
da un’opera di Mario Monicelli, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli
regia Roberto Latini

con Elena Bucci, Roberto Latini, Claudia Marsicano, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso, Marco Vergani

musica e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Chiara Lanzillotta
luci Max Mugnai
assistente alla regia Giorgia Cacciabue e Alessandro Porcu
produzione Teatro Metastasio di Prato, ERT – Teatro Nazionale
con il sostegno di Publiacqua

Marta Cuscunà Earthbound. Perché il futuro è dietro la porta

Earthbound è il titolo del nuovo spettacolo di Marta Cuscunà. Uno sguardo contemporaneo su ciò che sarà il pianeta tra duecento anni.

“Non credo che ci trasformeremo in automi” ha detto qualche giorno al Festival della Letteratura a Mantova, il filosofo Slavoj Žižek. Uno che ha parecchio sèguito e uno sguardo spesso rivolto al futuro.

Eppure, già dal titolo del suo più recente libro Hegel e il cervello postumano è chiaro che secondo lui – garantista umano a oltranza – in qualcosa d’altro ci trasformeremo. 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

In che cosa ci trasformeremo?

Magari in quelle strane creature, un po’ tricheco, un po’ pipistrello, che Marta Cuscunà immagina abitare il mondo nel 2425. Ce le presenta nel suo più recente lavoro teatrale Earthbound, lei, creatrice e performer che già nel 2018, in Il canto della caduta (vedi qui e anche qui) aveva tentato il salto nel tempo e gettato uno sguardo su una remota comunità che non sapeva che farsene della guerra. Millenni fa, naturalmente.

Cuscunà ora guarda avanti, molto avanti, e affascinata dalla fantascienza radicale di Donna Hataway, prova a immaginare, con i mezzi teatrali di adesso, quel che potrebbe essere l’orizzonte umano, post-umano, o trans-umano – lo scopriremo vivendo – di domani.

Però la fantascienza, anche la più avanzata, come questa creata da Haraway, eco-femminista statunitense, autrice del Manifesto Cyborg, non è una previsione di futuro. È invece – almeno a mio avviso – la capacità di leggere l’oggi da un punto di vista diverso da quello abituale e banale. Giornalistico, in definitiva.

Marta Cuscunà e un pupazzo - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Posizione 2425

Seguiamo dunque Cuscunà e teletrasportiamoci assieme a lei nel 2425. Che sarà un mondo fortemente inquinato e infetto (proprio come quello odierno). Che vedrà le intelligenze artificiali svolgere tutti i compiti di routine (come succede già oggi). Un mondo in cui l’homo sapiens si abituerà a convivere con altre creature che si saranno evolute grazie a salti di specie (e anche su questo oggi siamo abbastanza ben informati, e perfino vaccinati).

Il futuro insomma è dietro la porta. Anzi, è già entrato.

EarthBound. Legati al pianeta, dipendenti dalle tecnologie

Pure il vocabolario usato dalle future creature sembra quello contemporaneo. Parole come connessione, abilitazione, sincronizzazione, tornano spesso, a ricordarci che ieri, come oggi e come domani, siamo stati e saremo sempre dipendenti dalla tecnologia.

Molti millenni erano la fusione e la lavorazione dei metalli. Ci si sono poi messi la polvere da sparo, il motore a vapore, quello a scoppio, quello elettrico, e infine Steve Jobs e Bill Gates, ad asciugarci il sudore della fronte e a indirizzarci verso una vita sedentaria.

Quella che le future creature di Earthbound sembrano esercitare nel loro habitat, ora spiaggiate sopra uno scoglio, ora appese per le zampe a un ramo, oppure rannicchiate come una pianta cactacea nella propria comfort zone.

Earthbound. Abitanti di un’enorme sfera che gira

Nell’impianto scenografico che Paola Villani ha preparato per Earthbound c’è una enorme sfera abitata che gira. E lascia di volta in volta intravedere questi nuovi esseri – simbiogenetici scrive Haraway – cui le leggi del sovrapopolamento hanno ostacolato la riproduzione. Oppure dà visibilità a esseri decrepiti e fisicamente impotenti (in pratica, la nostra specie, oramai prossima all’estinzione). 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Di lato, Villani ha collocato un alberello stentato, per dire che la natura naturans comunque esiste ancora. E si potrebbe in qualche modo farla rifiorire, grazie alle tecnologie green, naturalmente.

A fare la spola tra la sfera e l’alberello c’è Marta Cuscunà, che si muove veloce e disinvolta su un monoruota (se non immaginate che cos’è, vedetevi questo link) e dà voce a una futura intelligenza artificiale. Non troppo diversa però dall’Alexa contemporanea di Amazon (vedi qui un mio post su di lei), anche nelle numerose e divertenti defaillance di cui è zeppa la vita degli/delle assistenti digitali di oggi.

Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Animatronica

Dovessimo usare parole difficili, diremo che la distopìa annunciata da Donna Haraway e portata in scena da Cuscunà, con pupazzi animatronici (cioè meccanismi rigorosamente mossi a mano) è un’immagine dello stato di equilibrio delle società odierne.

La contesa tra la spinta all’innovazione avventurosa e le sicurezze riposte nella tradizione. O con più semplici parole, l’inestinguibile battaglia tra progressisti e conservatori, tra gli integrati e gli apocalittici che Umberto Eco immaginava scontrarsi nella cultura di massa. E che oggi si è trasferita, nel mondo occidentale almeno, ai consumi di massa. Letali, come si sa, per la sopravvivenza del pianeta.

Gli aggeggi aninatronici di Earthbound - ph Guido Mencari
Gli aggeggi aninatronici di Earthbound – ph Guido Mencari

Su questo Haraway e l’antropologo francese Bruno Latour (da cui Cuscunà ha ripreso il titolo Earthbound) hanno parecchie cose da dire.

Gli spettatori più attenti sapranno coglierle e ci rifletteranno sopra. Io per esempio vi ho scorto la somiglianza tra intelligenze artificiali e immortalità dello spirito. Che è un pensiero parareligioso.

Altri, meno portati a sognare il futuro, potranno seguire la favola , ma senza entusiasmarsi troppo. Perché l’avvenire non è materia per tutti i palati.

Se vi interessa tuttavia sapere qualcosa di più su Haraway e sul suo romanzo, andate qui e buona lettura.

Oppure guardatevi questo video:

– – – – – – – – – – –
EarthBound
ovvero le storie delle Camille

liberamente ispirato a Staying with the trouble di Donna Haraway
di e con Marta Cuscunà
scena Paola Villani
assistenza regista e scenografica Marco Rogante
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Etnorama
con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal (Lisbona)
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, i-Portunus, A Tarumba – Teatro de Marionetas (Lisbona)

Christoph Marthaler e l’uomo che faceva cantare i caloriferi

Agile, portatile, essenziale, Aucune idée è lo spettacolo che il regista svizzero Christoph Marthaler ha presentato a Napoli, al Teatro Bellini, nel cartellone internazionale di Campania Teatro Festival. Un tuffo carpiato nell’assurdo. Quello dell’altro secolo.

Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler

Ironico, o autoironico chissà, Christoph Marthaler ha voluto intitolare Aucune idée una di quelle operine che da tempo alterna a impegni più sostanziosi e regie musicali nei maggiori teatri d’Europa. Aucune idée, letteralmente, significa nessuna idea

Mai titolo fu più esatto, fatta la tara di quella autoironia, che come il sale, o il peperoncino, è un ingrediente abituale nei lavori del regista svizzero.

Christoph Marthaler
Christoph Marthaler

Marthaler: cavalcare la storia

Ho un bel ricordo del giovane Marthaler. Negli anni ’90, quando era quarantenne, il suo era il nome emergente del teatro europeo. Con Murx den Europäer (la presa in giro della Ddr-nostagia e dell’europeismo entusiasta, nati subito dopo la caduta del Muro), Marthaler lo svizzero sbaragliava registi centroeuropei assai più accreditati e maturi. Che stavano appena digerendo la svolta storica. Lui invece la cavalcava.

Sornione, un po’ stravolto, capelli lunghi e un cappellaccio rincagnato in testa, lo incontrammo una sera alla Volksbühne a Berlino, nella taverna del teatro. Le taverne sono i posti migliori nei teatri per incontrare gente. Davanti bicchieri di vino riempiti fino all’orlo, in un italiano impeccabile, Marthaler ci diede allora prova del suo pungente spirito.

La stesso che ritrovammo in altri spettacoli, successivi, più imponenti: Stunde Null, Winch only, Papperlapapp... Quelli che ce lo fecero conoscere meglio, e nei quali spiccava spesso, allampanata e originale, la figura di Graham F. Valentine

Guardate Valentine alla Cour des Papes di Avignone, mentre amoreggia con una lavatrice.

Papperlappap (2010) – regia Christoph Marthaler – ph Christophe Raynaud de Lage

Qui ne trovate anche un estratto video, dov’è vestito da arcivescovo.

Quel portamento stordito

Scozzese, capelli rossi e irrequieti, uno spiccato temperamento musicale e il dono di una parlantina sciolta, capace di destreggiarsi in ogni lingua, Valentine era entrato a gamba tesa nella teatrografia del regista fin da quando, studente a Zurigo, aveva preso alloggio nella pensione di famiglia dei Marthaler. Affiatamento immediato.

La sua flemma britannica, le cantatine in falsetto, il portamento stordito, l’impeccabile parrucchino, hanno da allora attirato l’occhio e l’orecchio dello spettatore in tanti importanti titoli del regista fino a farne una icona attesa.

Guida turistica cieca, Valentine trascinava in palcoscenico folle di onesti servitori dello stato in Stunde Null. O si accoccolava tra la mobilia malandata di casa in Das Weisse vom Ei. Che era una commedia di Labiche, rimaneggiata con spirito salace.

Puntando su questo singolare talento, Marthaler ha voluto costruire uno spettacolo-dedica al compagno d’avventure teatrali di sempre. E gli ha cucito addosso una sequenza di azioni per farlo davvero protagonista, maestro di cerimonie di scena in uno di quei “non luoghi” (sale d’attesa, aeroporti, stanze d’albergo…) che sono gli ambienti preferiti da Marthaler.

Sul pianerottolo

Nel caso di Alcune idée è un pianerottolo, sul quale si aprono molte porte. Dalle quali entrare e uscire, improbabilmente, come nelle commedie di Feydeau

È qui che Valentine di affanna ad aprire una cassetta postale, ma per una ventina di volte si lascia di mano il mazzo di chiavi. È qui che si finge scassinatore, ma rinuncia al colpo perché troppo faticoso per la sua indolenza. È qui che smonta e rimonta il radiatore del riscaldamento, fino a farlo cantare.

Graham F. Valentine e Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler – ph. Julie Masson

Davanti a quel calorifero, lui stesso si cimenta poi nel recitarcantando di un classico dadaista. Il Ribble Bobble Pimlico di Kurt Schwitters, suo cavallo di battaglia da oltre trent’anni.

Tutte cose che sarebbero state bene in bocca al Joyce più misterioso, al Beckett più sperimentale, o in una delle pagine che il reverendo Carroll dedica ad Alice nel suo paese di meraviglie.

Graham F. Valentine e Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler – ph. Julie Masson

Sotto i ponti del teatro

Sono questi i riferimenti, magari solo le suggestioni, che – nella mancanza di idee del titolo – Marthaler offre agli spettatori. Come se ci volesse far sorridere con le ripetizioni infinite, i dialoghi insensati , le battute surreali, quell’Assurdo che piaceva negli anni Cinquanta, quando era un’alternativa a lavori impegnati e realistici. 

Ma nel frattempo, tanta acqua è passata sotto i ponti del teatro. 

Così, con infinita comprensione, e uno sbuffo di noia, perfino gli spettatori più attenti attendono la fine degli 80 minuti di Aucune idèe

Li rincuora, qua e là, la viola da gamba di Martin Zeller, musicista dal vivo, ma un po’ anche attore, sparring partner che si destreggia tra Wagner e Bach, eseguiti anche loro col piglio ironico della ditta Marthaler. Che si sa, non risparmia nemmeno Tristano e Isotta

Ma siamo lontani da quello spirito caustico che motivava le aspettative.

Sarà che di tempo ne è passato. Che l’Europa è cambiata. Che l’ironia, migrante per natura, si è imbarcata per altri Paesi, su altre rotte.

– – – – – – – – – – – –
AUCUNE IDÉE

IDEATO E DIRETTO DA CHRISTOPH MARTHALER
DRAMMATURGIA MALTE UBENAUF
SCENOGRAFIA DURI BISCHOFF
MUSICHE MARTIN ZELLER
COSTUMI SARA KITTELMANN
LUCI JEAN-BAPTISTE BOUTTE
SUONO CHARLOTTE CONSTANT 
ASSISTENTE ALLA REGIA CAMILLE LOGOZ, FLORIANE MÉSENGE
COSTRUZIONE SCENOGRAFIA E OGGETTI DI SCENA THÉÂTRE VIDY-LAUSANNE
PRODUZIONE ANOUK LUTHIER
CON GRAHAM F. VALENTINE, MARTIN ZELLER
PRODUZIONE THÉÂTRE VIDY-LAUSANNE
COPRODUZIONE FESTIVAL D’AUTOMNE THÉÂTRE DE LA VILLE (PARIS), TEMPORADA ALTA – FESTIVAL INTERNATIONAL DE CATALUNYA GIRON/SALT, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – CAMPANIA TEATRO FESTIVAL, TANDEM SCÈNE NATIONALE,  MAILLON – THÉÂTRE DE STRASBOURG SCÈNE EUROPÉENNE, THÉÂTRE NATIONAL DE NICE – CDN NICE CÔTE D’AZUR, LE MANÈGE – SCÈNE NATIONALE, MAUBEUGE 

Dimitris Papaioannou. La scena è un toro. E va presa per le corna

Dopo il debutto di giugno a Lione, Trasverse Orientation, lo spettacolo creato da Dimitris Papaioannou, è stato ospite a Napoli, a Campania dei Festival. Toccherà prossimamente Torino Danza (dal 23 al 26 settembre) e il Festival Aperto di Reggio Emilia (dall’1 al 3 ottobre).

Dire capolavoro è scegliere una parola banale.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert
Transverse Orientation – tutte le foto sono di Julian Mommert

La bestia

Un toro nero, enorme, aggressivo, irrequieto, si agita in scena. Da’ di corna, tenta l’assalto, mette paura. A manovrare il grande pupazzo – questa macchia mobile e scura che si staglia su uno sfondo bianchissimo – ci sono sei giovani uomini. Uno uguale all’altro, vestiti come Dimitris Papaioannou veste sempre i suoi uomini. Giacca e pantaloni neri, affusolati, camicia bianca, scarpe nere – l’uniforme dei suoi spettacoli.

La bestia scalpita. Uno degli uomini si spoglia – si spogliano sempre nei suoi spettacoli – lo fa lentamente e la sua figura nuda, esposta, bianca, si avvicina con mille cautele al toro. Tenta una prima carezza, poi un’altra. Offre il dorso della mano a quelle narici umide. Poi prova con l’acqua, in un secchio. La bestia ci infila il muso, ne sentiamo il rumore, si abbevera, si tranquillizza, diventa mansueta.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Faranno una specie d’amore, più tardi, l’uomo e il toro. Lui lo prenderà per le corna e aderirà a quel corpo bestiale. Nella luce ora calda di un riflettore, diventeranno una cosa sola, una sola immagine. E al centro della scena, oppure di lato, quel toro accompagnerà noi spettatori per quasi due ore. Di immaginazione pura.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

L’architetto della materia

Ci sono immagini, in questo Tranverse Orientation, che rimarranno nella storia dello spettacolo contemporaneo. Come sono rimaste nella memoria le scene che hanno ideato Robert Wilson, Pina Bausch, Jan Fabre, Luca Ronconi.

Dimitris Papaioannou, greco, 57 anni, appartiene a quella stessa categoria di artisti. Dire regista, o coreografo, o pittore, è scegliere categorie dell’altro secolo. Papaioannou è un architetto delle materia. E anche il corpo è materia viva per lui, come lo sono l’acqua, il legno, la pietra, la plastica, le corde, gli abiti neri.

Con la materia Papaioannou compone quadri nitidi e bellissimi. In tre dimensioni. È un maestro dei chiaroscuri, delle nature morte. Ma dà pure vita a immagini mostruose. Ibridi animati e inanimati, creature di sogno: dite pure d’incubo, se avete paura della sua creatività estrema. 

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Ibridi

Un torso femminile si innesta su un addome di rettile e avanza verso la ribalta come uno dei mostri di Jeronimus Bosch. Una donna prima, un uomo poi, si intrappolano nella rete di un lettino pieghevole e con quell’oggetto avvolgente, pericoloso, combattono una battaglia mortale.

Una creatura marina, in proscenio, sotto i nostri occhi, cambia pelle e in questa muta diventa uomo, tra cascate di perline luminose. Omuncoli neri, corpo imponente, testolina minuscola a palla, si comportano come lemming, mentre salgono e scendono su scale snodabili di metallo.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Centauri, sirene, satiri, arcimboldi, sono i soggetti di Transverse Orientation.

Impressiona la donna che nel riquadro di altarino a forma di vulva partorisce un neonato plastico, tra scrosci di liquido limaccioso. Ma poi diverte, quella stessa donna, quando simile a una fontana vivente inonda il palco di acqua con zampilli barocchi, a decine.

Una porta erutta blocchi e lastre di pietra. Schiavi neri devono spostarli, accumularli, sovrapporli in torrioni o colline pericolanti e sghembe. Che ricadranno fragorosamente a terra. Profili di atleti da vaso greco inutilmente si affannano a far roteare i cubi sui quali si ergono in equilibrio precario.

L’erotismo si mescola al divertimento. Rivaleggiano la nudità e il mistero. Vivaldi e le sue sonate, discretamente, in sottofondo, di tanto in tanto accompagnano le invenzioni.

Miti mediterranei

“Vi prego, non chiedetemi a chi o a che cosa mi ispiro, non lo so nemmeno io. È l’immaginario collettivo che mi si rovescia addosso, io so soltanto dargli forma” dice Papaioannou a chi con ostinazione stolta vuole conoscere le radici, le fonti, le intenzioni.

Non si riconosce nemmeno nel mito, che qui potrebbe abbondare: dal Minotauro cretese, a Sisifo esasperato, alle Veneri di Botticelli. “Per molto tempo ho fatto il pittore” dice e noi sappiamo che è stato allievo di un grande della pittura greca moderna, Yannis Tsarouchis, “adesso porto quelle stesse figure in scena”.

Come capita oramai in questo nuovo secolo, è l’artista a lanciare il sasso. Lo spettatore lo raccoglie e lo fa suo, riconoscendo in quelle immagini il proprio vissuto, le proprie esperienze, le proprie visioni.

Ed è facile, per noi mediterranei, pronipoti di Omero, riconoscersi negli archetipi e le favole della infanzia della nostra civiltà. “Ovunque io vada, la Grecia mi accora” scriveva Seferis.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Così il paesaggio finale, l’affresco sublime che chiude Trasverse Orientation – e che non bisogna svelare – ci lascia negli occhi l’immagine dell’uomo che con il suo mocio vorrebbe asciugare il mare. Quel mare su cui siamo tutti nati.

Subito dopo scrosciano gli applausi.

Come ho fatto in altri post di QuanteScene!, dedicati a spettacoli di Papaioannou (clicca qui per Sisyphus) (e qui per Ink) , vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito ma soprattutto al video di Transverse Orientation.

Che è di una bellezza impressionate e abnorme. Sarete d’accordo con me.

– – – – – – – – – – – – – – – –
TRANSVERSE ORIENTATION
Conceived – Visualized + Directed by DIMITRIS PAPAIOANNOU

With DAMIANO OTTAVIO BIGI, ŠUKA HORN, JAN MÖLLMER, BREANNA O’MARA, TINA PAPANIKOLAOU, ŁUKASZ PRZYTARSKI, CHRITOS STRINOPOULOS, MICHALIS THEOPHANOUS

Music ANTONIO VIVALDI 
Set Design TINA TZOKA + LOUKAS BAKAS
Sound Composition + Design COTI K. 
Costume Design AGGELOS MENDIS
Collaborative Lighting Designer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Music Supervisor STEPHANOS DROUSSIOTIS
Sculptures + Special Constructions – Props NECTARIOS DIONYSATOS  
Mechanical Inventions DIMITRIS KORRES 

Creative – Executive Producer + Assistant Director TINA PAPANIKOLAOU
Assistant Directors + Rehearsal Directors PAVLINA ANDRIOPOULOU + DROSSOS SKOTIS
Assistant to the Set Designers TZELA CHRISTOPOULOU
Assistant to the Sound Composer MARTHA KAPAZOGLOU
Assistant to the Costume Designer AELLLA TSILIKOPOULOU
Special Constructions – Props Assistant EVA TSAMBASI
Photography + Cinematography JULIAN MOMMERT

Technical Director MANOLIS VITSAXAKIS
Assistant to the Technical Director MARIOS KARAOLIS
Stage Manager – Sound Engineer + Props Constructions DAVID BLOUIN  
Props Master TZELA CHRISTOPOULOU
Lighting Programmer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Costumes Construction LITSA MOUMOURI, EFI KARATASIOU, ISLAM KAZI
Stage Technicians KOSTAS KAKOULIDIS, EVGENIOS ANASTOPOULOS, PANOS KOUSOUMANIS
Lighting Constructions MILTOS ATHANASIOU
Silicone Baby made by JOANNA BOBRZYNSKA-GOMES
Props Team NATALIA FRAGKATHOULA, MARILENA KALAITZANTONAKI, TIMONTHY LASKARATOS, ANASTASIS MELTIS, ANTONIS VASSILAKIS

Executive Production 2WORKS in collaboration with POLYPLANITY PRODUCTIONS
Executive Production Associate VICKY STRATAKI 
Executive Production Assistant KALI KAVVATHA
Props Production Manager PAVLINA ANDRIOPOULOU
International Relations + Communications Manager JULIAN MOMMERT

A production of ONASSIS STEGI 
To be first performed at ONASSIS STEGI (2021)

Co-Produced by FESTIVAL D’AVIGNON, BIENNALE DE LA DANSE DE LYON 2021, DANCE UMBRELLA / SADLER’S WELLS THEATRE, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, GREC FESTIVAL DE BARCELONA, HOLLAND FESTIVAL – AMSTERDAM, LUMINATO (TORONTO) / TO LIVE, NEW VISION ARTS FESTIVAL (HONG KONG), RUHRFESTSPIELE RECKLINGHAUSEN, SAITAMA ARTS THEATRE / ROHM THEATRE KYOTO, STANFORD LIVE / STANFORD UNIVERSITY, TEATRO MUNICIPAL DO PORTO, THÉÂTRE DE LA VILLE – PARIS / THÉATRE DU CHÂTELET, UCLA’S CENTER FOR THE ART OF PERFORMANCE

With the support of FESTIVAL APERTO (REGGIO EMILIA), FESTIVAL DE OTOÑO DE LA COMUNIDAD DE MADRID, HELLERAU – EUROPEAN CENTRE FOR THE ARTS, NATIONAL ARTS CENTRE (OTTAWA), NEW BALTIC DANCE FESTIVAL, ONE DANCE WEEK FESTIVAL, P.P. CULTURE ENTERPRISES LTD, TANEC PRAHA INTERNATIONAL DANCE FESTIVAL, TEATRO DELLA PERGOLA – FIRENZE, TORINODANZA FESTIVAL / TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE
Funded by the HELLENIC MINISTRY OF CULTURE AND SPORTS
Dimitris Papaioannou’s work is supported by MEGARON – THE ATHENS CONCERT HALL

We would also like to thank the team at LEMON POPPY SEED for styling the performers’ hair.

Trailer filmed by JULIAN MOMMERT + edited by DIMITRIS PAPAIOANNOU

Se quarantadue centimetri vi sembrano pochi. Gap of 42.

Si conclude domani, 5 settembre, a Cividale del Friuli, la 30esima edizione di Mittelfest. Un cartellone nel quale – anche grazie ai tedeschi Rimini Protokoll, agli olandesi Strijbos e van Rijkwijk e ai loro progetti pensati apposta per il festival – si poteva leggere il balzo che lo spettacolo dal vivo sta compiendo in questi anni verso formati ibridi: #audiowalks, #musicscape, #soundspecificsound, #locativeaudio… O come si diceva un tempo Land Art.

Provate a leggere e a guardare il post procedente, dedicato a Remote, di Rimini Protokoll.

Eppure, nella fusione imprevedibile di linguaggi che caratterizza un festival – questo festival – anche il corpo, elemento di base e essenza, secondo alcuni, di ogni performance, può trovare il suo spazio eletto, la sua celebrazione.

Senza sussidi tecnologici, senza indagini drammaturgiche. Il corpo, da solo, immediato, con la sua presenza, la sua forza, la sua differenza. 

Provate adesso a leggere ciò che vi racconto di Gap of 42.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency
tutte le immagini @Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Lui e lei

Lui è alto. Lei è bassina. Lui si chiama Chris, lei Iris. Lei ha gli occhi chiari, lui scuri. Coppia come tante altre, se non per un particolare, che li rende assolutamente speciali.

Lui è altro 42 centimetri più di lei. Lei pesa 42 chili meno di lui. In questa differenza è il senso del loro spettacolo: Gap of 42. Lo scarto su cui hanno costruito la loro identità di artisti e ginnasti.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Giocano prima sulle misure. Lui si accovaccia. Lei si alza sulle punte. Poi lui seduto sullo sgabello. Lei orgogliosamente in piedi. O viceversa. La sfida è mantenere gli occhi, lo sguardo, la relazione alla stessa altezza.

Adesso è il momento delle presentazioni. Lo scarto diventa visibile, clamoroso. Lei uno scoiattolo. Lui è una sequoia. Lui è lento, statico, arborescente. Lei mobilissima, gli gira attorno, lo studia, lo esplora.

Cresce il rapporto. Lui accetta quell’innamoramento strano. Lei osa di più. Si arrampica su di lui, lo scala, lo risale, gli si siede in testa.

Senza parole, solo con un po’ di musiche, il loro spettacolo può raccontare molte storie. Bastano quelle presenze fisiche, la loro forza, la loro fiducia, a far crescere le narrazioni. Lavorano mano nella mano.

Sotto uno chapiteau

Il loro linguaggio, certo, è quello del circo. Tant’è che qui a Cividale, si esibiscono sotto uno chapiteau (e ci sono i sacchetti di pop corn per gli spettatori).

Del circo ci sono tutti i fondamentali: l’acrobazia, i numeri un po’ clowneschi, le luci puntate sul centro della pista, l’umorismo e il momento di suspence, per il salto mortale, a quattro metri di altezza.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Ma gli spettatori, seduti sulle immancabili panche di legno, corrono molto più in là con l’immaginazione. Il filo del rischio già mette i brividi… e se lei scivolasse, se lui sbagliasse la presa, se un attimo di distrazione si trasformasse in rovinosa caduta? 

Però si potrebbero immaginare Chris e Ines anche al di fuori di questa situazione. Nella vita ordinaria, nel tran tran quotidiano, dove 42 centimetri di differenza diventano motivo di preoccupazione. Oppure di divertimento. Sempre mano a mano.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Un gap of 42 centimetri

E adesso voi? Provate a pensarci pure voi. Quanti centimetri e quanti chili vi separano dal/la vostro/a partner? Siete già riusciti a colmare la distanza? Non solo quella distanza. Pensateci, dai.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

– – – – – – – –

GAP OF 42
di e con Iris Pelz e Christopher Schlunk
Occhio esterno Stefan Schönfelt
Musica Schroeder (con Jan Fitschen, Felix Borel e Bella Nugent)
Coaching teatro di figura Anne-Kathrin Klatt
Dance coaching Laura Börtlein
Luce / Tecnica Marvin Wöllner
Produzione Duo mano a mano Chris e Iris per Mittelfest 2021
Fondi e partner Fonds Darstellende Künste con i fondi del Commissario Federale per la Cultura e i Media, Hessische Kulturstiftung, Kulturzentrum Tollhaus Karlsruhe, Bürgerstiftung Tübingen, Dipartimento della Cultura della Città di Tubinga