Tutta l’Italia in cento festival (ma poi ce ne restano mille)

È il tempo giusto, l’estate. È quando l’Italia intera diventa palcoscenico. Un libro di 200 pagine racconta la penisola attraverso 100 festival: quelli di musica, teatro, cinema, arte, letteratura e di pensiero. Insomma di cultura. Lo hanno scritto Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino. E Paolo Fresu ci ha messo la prefazione.

festival

La stagione dei festival

Astronomicamente parlando, domani, 21 giugno, si apre l’estate. 

E l’estate è la stagione dei festival. Dalle località sui monti alle città d’arte, dai borghi alle piccole isole, mille e più bandierine infilzate sulla carta geografica dell’Italia segnalano il percorso di una linfa che probabilmente, in altri Paesi, non ha eguali.

Concerti, spettacoli, proiezioni, conversazioni, incontri con personaggi illustri, reading di poesia, presentazioni di libri. Manifestazioni pensate per le passioni più disparate: fumetto o scienza, cinema asiatico o latinoamericano, letteratura rosa o street art. Non c’è piazza che non ospiti un evento, piccolo o grande, famoso o sconosciuto. 

Una guida nomade

A raccontarli tutti, o almeno una cospicua parte, è la guida nomade agli eventi culturali: festival di pensiero, letteratura, musica, teatro, cinema e arte in Italia. Definizione extralunga per il libro che Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino hanno voluto intitolare In giro per festival (edizioni AltrEconomia, con una prefazione di Paolo Fresu).

In giro per festival Alonzo Ponte diPino Altraeconomia

Il volume nasce dal lavoro che gli autori hanno già sviluppato sul portale TrovaFestival.it, enciclopedia di luoghi eccellenti dove sono censiti e catalogati di più di 1.100 festival sparsi sul territorio italiano, isole comprese. “Per essere pignoli – precisano i due collezionisti di eventi – sono 217 quelli di cinema e audiovisivo, 274 di musica, 315 di teatro danza e circo, 70 di arti visive, 311 di libri e approfondimento culturale”.

Un’offerta impressionante, che sbalordisce chi ritiene che in Italia il consumo culturale sia inferiore a quello di molti altri paesi europei. Il dato è esatto, ma la spiegazione è nella relazione virtuosa che, nel nostro Paese, si sviluppa tra i festival il turismo: risorsa principe, “petrolio” italiano.

Questi eventi sono un attrattore importante, aiutano la riqualificazione territoriale, la resa economica è significativa. “Durante un festival – puntualizzano gli autori – chi mangia anche un solo panino contribuisce a sostenere l’economia locale e indirettamente anche la cultura”.

Cento, anzi mille, manifestazioni

Dei 1.100 festival mappati e geolocalizzati dal sito Trovafestival.it, per ragioni di spazio, il libro ne seleziona 100, quelli che più rappresentano la vivacità, l’innovazione, l’originalità nelle diverse categorie tematiche. E Fresu aggiunge: “un festival è un rito comunitario, una danza collettiva, uno strumento per indagare territori descrivendoli al meglio e narrandone divisioni, ricchezze, condivisioni”.

La guida nomade li esamina, regione per regione, li calendarizza, li storicizza, li racconta attraverso curiosità e dati ufficiali. Fornisce inoltre indicazioni di carattere turistico, logistico, edonistico. Come ci si va? Dove si dorme? Quanto bene si mangia?

Alla mappe geografiche, aggiunge infine 250 segnalazioni e 14 percorsi tematici: dall’alta quota alla spiritualità, dalla legalità all’ambiente, dai nerd agli Lgbtq+. Chi li cerca, li trova tutti. E poi i festival per incontrare altre culture, quelli per ballare fuori dal coro, quelli nei borghi più belli e nelle località incantate.

Alonzo e Ponte di Pino vi indicano pure quali sono i 10 festival che bisognerebbe assolutamente vedere prima di morire. Non so, fate voi. Io, mi sono già dato da fare. 

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO il 10 giugno 2022]

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IN GIRO PER FESTIVAL
guida nomade agli eventi culturali
di Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino
AltrEconomia Edizioni
16,50 euro, pp. 208

Robert Wilson e Lucinda Childs. Quei nostri periodi di relativa calma

Relative Calm è un trittico di coreografie di Lucinda Childs che si svilupperà nello spazio scenico ideato da Robert Wilson, su musiche di Jon Gibson e John Adams, ma anche sulla Pulcinella Suite di Igor Stravinsky.

La creazione (per certi tratti nuova, per altri legata alla storia dei due artisti) debutta il 17 giugno 2022 a Roma, all’Auditorium Parco della Musica (repliche il 18 e il 19) e segna un rinnovato punto di incontro tra due figure che hanno trasformato la storia dello spettacolo negli ultimi decenni del ‘900.

Architetti dell’astrazione, maestri di un formalismo nuovo, campioni dell’avanguardia della fine dello secolo. 

Relative Calm impegnerà i danzatori di MP3 Dance project, la compagnia diretta da Michele Pogliani e il PMCE Parc della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista.

Ieri, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si stava mettendo a punto la nuova creazione, sono stato ad ascoltare Wilson e Childs mentre rievocavano quei tempi, quei pensieri.

robert wilson lucinda childs relative calm
Lucinda Childs e Robert Wilson a Roma, all’Auditorium Parco della Musica

Lei e lui. East Coast e Texas

Lei, ottant’anni passati, ha un fisico asciutto, il passo disinvolto. Parla veloce, sicura, determinata: il timbro newyorkese di chi sa di non aver tempo da perdere. 

Lui, pur di qualche mese più giovane, si muove con difficoltà, sente il disagio di un corpo pesante, che prima era quello di un texano atletico. La voce è rallentata, sembra fare fatica, ma sono anche pause sornione, le sue, quasi quasi studiate. 

Sono passati più cinquant’anni da quando Lucinda Child e Robert Wilson, trentenni, si conobbero nella New York anni ’70, e diedero vita assieme al compositore Philip Glass, all’opera che avrebbe cambiato l’opera.

Musica, danza, parole c’erano, come sempre, ma erano del tutto nuove. Il minimalismo di Glass, i movimenti in diagonale di Childs, la regia astratta di Wilson. Einstein on the beach, che avrebbe debuttato nel settembre del 1976 a Avignone, era il punto di svolta. Il culmine del termometro dell’avanguardia teatrale, che registrava allora la nuova temperatura estetica.

robert wilson lucinda childs relative calm  ph Luca Guadagnini
Wilson e Childs in prova

Sentiamo ciò che dicono adesso

“Io e Lucinda abbiamo lavorato sempre con lo spazio – apre il discorso Wilson – e chi lavora con lo spazio lavora inevitabilmente con il tempo. Tempo e spazio. Non importa che cosa sto portando in scena, che sia Einstein on the Beach, o l’Amleto o il Re Lear di Shakespeare, la prima cosa da decidere è cosa va messo al primo posto, cosa va messo al secondo, e poi al terzo al quarto, e così via”.

“Ripeto: tempo e spazio. Voglio dire: non è importante da che cosa parti. Possono essere le parole, oppure la musica, oppure altro, si può cominciare da qualsiasi parte. Importante è invece avere una precisa di idea di questo spazio-tempo, averla, questa idea, davanti agli occhi”.

Robert Wilson - bozzetto per Relative Calm
Robert Wilson – bozzetto per Relative Calm

“In quegli anni – ricorda Childs – noi non avevamo bisogno raccontare, non cercavamo le storie. Semplicemente, eravamo astratti. Ci interessavano i contenuti sì, ma molto di più la forma”. 

“Astratti, lo siamo ancora, ma adesso mi è stato proposto di creare, assieme a Bob, una coreografia per il Pulcinella di Stravinsky. E lo sappiamo tutti che Pulcinella è storia, è passione, tradimento, collera. amore. Potrebbe essere una sfida questa, mi sono detta, è certo un’opportunità. Una maniera per conoscerlo e per conoscermi meglio. Voglio provarci, senza tradire me stessa, ma anche senza tradire lo spirito di questo lavoro. Trovare una strada inedita per incontrare un mondo musicale che non avevo mai praticato”. 

Lucinda Childs e Robert Wilson in prova
Wilson e Childs in prova

“Stravinski è un oggetto del tutto lontano dal mio mondo – aggiunge Wilson – Adams e Gibson sono invece compositori della stessa generazione, la mia e di Lucinda. Stravinsky è davvero un’altra cosa. L’idea che ho avuto è stata allora quella di metterlo al centro. Un contrappunto. Musicalmente e visivamente. Prendiamo Gibson, ci siamo detti, poi ci mettiamo Stravinsky, poi Adams, come se il Pulcinella fosse un punto di volta, un contrappunto”.

“In qualsiasi creazione c’è un punto centrale. C’è sempre un fulcro nei lavori di Shakespeare: qualcosa avviene prima, qualcosa succederà dopo, le situazioni a un momento si ribaltano, alla battuta centrale del Re Lear, per esempio. Lo stesso avviene nel Parsifal di Wagner. Lavorare sul punto di volta mi interessa moltissimo. Stravinsky per me è il centro di questo nostro nuovo lavoro”.

Wilson & Childs - Relative Calm
Una immagine da Relative Calm (ph Luca Guadagnini)

“Sulle musiche di Gibson e Adams – parla Childs adesso – avevamo lavorato assieme già quarant’anni fa, proprio con questo titolo Relative Calm. È curioso che questa idea arrivi ora, dopo un periodo di calma forzata, obbligati a stare fermi dall’epidemia che ci ha impedito di fare molte cose. Certo, era possibile ideare, pensare, progettare, e ci hanno aiutato tutte quelle cose come Zoom. Utili certo, ma che non sono pensate per quello che facciamo noi. Per ciò che noi facciamo è necessaria la terza dimensione, l’essere assieme, qui con voi, con il pubblico. Grazie all’epidemia, tuttavia, ne abbiamo riscoperto l’importanza”.

“Per me ha voluto dire fermarmi – conclude Wilson – starmene a riflettere e chiedermi se sono lo stesso di allora. Posso dire che il corpo è quello di quando sono nato, ma è anche quello di un uomo di ottant’anni. Mi piace paragonarmi a un albero. Un albero che nasce, che cresce, qualche volta viene scosso dalla tempesta e altre volte perde un ramo. Ma rimane lo stesso albero. Così anch’io: uomo degli anni ’70 e uomo di adesso. E sono lo stesso”.

Di Lucinda Childs, QuanteScene! ha parlato anche altre volte. In occasione del Leone d’oro per la Danza alla Biennale di venezia 2017, per esempio. E anche di Wilson, certo, quando aveva lavorato con Isabelle Huppert, o delle sue presenze al Festival di Spoleto.

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RELATIVE CALM
ideazione, luci, video, spazio scenico e regia  Robert Wilson
coreografia  Lucinda Childs 
musiche  Jon Gibson, Igor Stravinsky, John Adams

in scena MP3 Dance project diretto da Michele Pogliani 
erformers Giuseppe Catalfamo, Simone Cioffi, Francesco Curatolo, Asia Fabbri, Gaia Foglini, Lorenzo Ganni, Noemi Gregnanin, Giovanni Marino, Sara Mignani, Silvia Prete, Agnese Trippa, Irene Venuta, Rachele Zedde.

un progetto di Change Performing Arts in coproduzione con Fondazione Musica Per Roma, Teatro Comunale Di Bologna, Théatre Garonne Toulouse, LAC Lugano Arte E Cultura, Le Parvis Tarbes Pyrénées, Teatro Stabile ci Bolzano 

Jon Gibson, Rise (1981) (fiati, tastiere, autoarpa, suono ambientale, sassofono soprano e percussioni)

Igor Stravinsky, Pulcinella suite (1922), esecuzione e registrazione di Parco della Musica Contemporanea Ensemblediretto da Tonino Battista 

John Adams, Light over water, part 3 (1985) (sinfonia per ottoni e sintetizzatori)

per le immagini dall’Auditorium ©Fondazione Musica per Roma / Musacchio – Ianniello – Pasqualini

Relative  Calm - Wilson - Childs - locandina

Da MittelYoung a In-Box. Sul binario della next generation

Sto su un treno. Ho lasciato Cividale del Friuli, dove qualche giorno fa si è conclusa MittelYoung, l’iniziativa di maggio grazie alla quale, dallo scorso anno, Mittelfest punta il suo sguardo su creatori e performer under 30 provenienti dai Paesi dell’Europa centrale, e non solo.

Il treno su cui viaggio adesso ha per destinazione Siena, dove mi aspetta un’altra manifestazione, In-Box, che mette al centro un simile raggruppamento di artisti.

MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli - ph Luca A. d'Agostino
MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli – ph Luca A. d’Agostino

In partenza da Cividale

In programma a MittelYoung (che precede il Mittelfest vero e proprio, previsto tra il 22 e il 31 luglio), c’erano spettacoli, e in certi casi esperimenti, di teatro, musica e danza, come si addice a un’idea di festival multidisciplinare. Ma anche lavori creativamente fondati, pensati, realizzati a cavallo dei linguaggi e dei confini. Da artisti anche giovanissimi, alcuni poco più che ventenni , ibridi, fluidi, e sorprendenti nelle idee.

Me ne sono rimasti negli occhi alcuni, in cui la sorpresa, l’incrocio che non ti aspetti, o anche il semplice fatto di averti aperto finestre su un panorama nuovo, ti danno la sensazione di essere uno scopritore di talenti.

Guarda che bel futuro che si prospetta a questo – mi sono detto assistendo a Nymphs dell’olandese Niek Wagenaar, appena laureato al Dipartimento di danza urbana del’Università delle arti di Amsterdam (eh sì, nei Paesi bassi ci sono queste specialità , queste possibilità). Ha già strumenti tecnici solidi e idee per scompigliare, assieme ai suoi compagni d’avventura, il panorama della coreografia europea con ventate forti e rinfrescanti. Più incredibile ancora è che questo biondo e magnetico leader, gender fluid e non binario, di anni ne ha solo 22.

Niek Wagenaar - Nimphs - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Niek Wagenaar – Nimphs – ph Luca A. d’Agostino

Quel Butoh giapponese, cresciuto a Praga

E quanto stupore, poi, nel farsi catturare gli occhi da una proposta di clownerie butoh. Con questa etichetta i boemi Musasi Entertainment Company inquadrano il loro spettacolo intitolato: Since my house burned down I now own a better view of the rising moon.

È una citazione dal poeta giapponese del ‘700 Mizuta Masahide, ed è anche un incitamento ottimistico a superare gli ostacoli: se la casa è bruciata (come aveva da tempo previsto la giovane Greta Thunberg) possiamo provare a vedere la cosa anche dal lato positivo, e amaramente goderci più comodi lo spettacolo della luna crescente.

Adam Páník, Tereza Havlová, Matěj Šumbera, Veronika Traburová, i quattro membri del gruppo da poco fondato presso il Dipartimento di Teatro Alternativo e di Marionette dell’Accademia delle Arti di Praga, hanno messo su una storia che pare appena uscita dalla novellistica contadina del Sol Levante.

Un samurai, un demone malvagio, due danzatori butoh, due geishe, zoccoli, maschere e canne da pesca, per un racconto di sfida e di vendetta. Ma anche di grande divertimento, ingegnosamente in bilico tra sguardo ironico e ammirazione deferente per la cultura tradizionale e popolare giapponese.

Musasi Entertainment Company - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Musasi Entertainment Company – ph Luca A. d’Agostino

Giovani curatori

Il bello è che ad averli individuati, scelti, e alla fine presentati a Cividale è una generazione altrettanto giovane di curatori, tutti under 30, che a MittelYoung stanno apprendendo la difficile arte della programmazione di cultura e di spettacolo. Perché anche saper selezionare è un’arte.

Sono loro ad aver scelto anche le riflessioni ciniche e affettuose che Luca Oldani e Jacopo Bottani mettono giù come appunti sul rischio del morire in Assenza Sparsa. Oppure il rosso di uno spettacolo che con naturalezza si sintonizza sul tema tutto femminile delle mestruazioni, Marea del Trio Tsaba. O ancora il concerto selvaggio e multiforme del Kollektiv Cuma (Finlandia, Lituania, Stati Uniti) sulla permeabilità, oggi, delle norme sociali. E molte altre convincenti proposte ancora (vedi qui le schede delle altre proposte)

Luca Oldani - Assenza Sparsa - ph Luca A. d'Agostino- MittelYoung 2022
Luca Oldani – Assenza Sparsa – ph Luca A. d’Agostino

Destinazione Siena

Mentre scrivo il treno già sta arrivando a destinazione. Tra pochi minuti sarò a Siena, dove anno per anno ho imparato a riconoscere l’importanza di In-Box (qui e qui il resoconto delle scorse edizioni).

In-Box è una “rete di sostegno al teatro emergente italiano” e con questo appuntamento a maggio, offre opportunità distributive alle giovani formazioni, grazie alla rete di un’ottantina di sale distribuite in tutta la penisola e a programmatori con cuore e occhi attenti ai fermenti.

Che si ritrovano qui Siena a discutere, a scegliere, a garantire l’esistenza di un teatro che per tante ragioni sta ai margini del mercato. Marginalità che non sempre è uno svantaggio. Ve ne parlerò in uno dei prossimi post. Promesso.

Ecco perché dovremmo amare Angélica Liddell. Oppure odiarla

Ogni spettacolo di Angélica Liddell è un’avventura. E spesso, per lo spettatore, è un’avventura che fa male, che lascia il segno. Anche solo per questo, noi spettatori, dovremmo amare Angelica Liddell. Oppure odiarla.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage
Liebestod – tutte le foto sono di Christophe Raynaud de Lage

Liebestod (che equivale a “morir d’amore”) è uno dei suoi titoli più recenti. Dal debutto a luglio 2021 a Avignone, lo spettacolo è ora stato ospite a Bologna, nella stagione di Ert-Emilia Romagna Teatro Fondazione. E ha lasciato il segno anche qui. Fisicamente, come sempre, sul corpo della performer. Idealmente, nell’animo di chi lo ha visto.

“L’odore del sangue non mi va via dagli occhi”

Anche in Liebestod, come in tanti altre sue creazioni, ritorna il sangue. Liddell lo fa scorrere fin dall’inizio, quando con le lamette infligge tagli aguzzi alle proprie ginocchia.

È lo stesso sangue che sgorgava in Te haré invencible con mi derrota, la sua prima apparizione italiana, nel 2011 al festival Vie, creazione dedicata alla prematura scomparsa della violoncellista Jacqueline Du Pré.

Lo stesso sangue che veniva prelevato dal braccio e disperso in Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, lo spettacolo che a Vicenza nel 2015 aveva suscitato scandalo sui giornali, esorcismi e processioni integraliste.

Il sangue, quello autentico, è invece garanzia di realtà, di verità. Sanguinare è l’opposto di recitare, fare teatro, fingere.

Il sangue, in Liebestod, si può spiegare in modo ancora più definitivo. Ancora più legato alla personale storia di Liddell. Un modo che è concreto e metaforico assieme. È il sangue che bagna l’arena nelle plazas de toros della Spagna dove Liddell è nata (a Figueras, 56 anni fa) . E’ il sangue mischiato di tori e toreadores, che sempre si sono sfidati in duelli mortali. Ciò che aveva fatto piangere García Lorca alle 5 della sera, e affascinato Hemingway, che ne diede conto in Morte nel pomeriggio. È quel sangue – recita il sottotitolo –  il cui odore non mi va via dagli occhi.

Liebestod secondo Liddell è un rito iniziatico che introduce il pubblico al mistero glorioso del toreàr: l’arte crudele e aberrante che da secoli, se non millenni, si è affermata nel mondo iberico e latino. È un tributo offerto al fondatore moderno di questa pratica, così riprovevole oggi, Juan Belmonte, “il più grande torero di tutti i tempi”: tauromachista con più di 50 trafitture e un finale suicida.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage
Liebestod – ph. Christophe Raynaud de Lage

“Scrivere con il sangue, solo allora ci si renderà conto che il sangue è spirito”.

Ci sono due mondi che convergono negli spettacoli di Liddell. Il primo è quello della scrittura, di cui la performer è una mistica devota. Scrittura che sgorga a fiotti, senza filtri né impedimenti, e passa calda attraverso la sua voce, sempre diretta, rauca, arrotata, irrevocabile. In Liebestod dice:

Mi sei entrato entrato nel cuore con un fucile.
Mi sono fatta una corona funebre con il tuo silenzio.
Mi sono comprata una casa per pensare a te.
Ti regalerò la mia veste battesimale.
Sei la seta del mio divenire cristiana
Lascia che sia la tua evangelista.
La tua puttana della corona di spine.
La tua Madonna della Macarena con i canini.

L’altro mondo è quello delle immagini, che portano la scena ai livelli alti dei maestri del teatro contemporaneo. La geometria e la pulizia delle linee, la carica del colore, l’immensità dello spazio e la minuta fisionomia di lei che lo abita. Occupandolo tutto però.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage

Quando questi due mondi convergono, ecco che si realizza il miracolo terribile: la realtà si incarna nell’ideale. E viceversa. È il punto in cui la propria storia personale e quella pubblica coincidono. Il limite autodistruttivo in cui la sua vita e la sua morte si congiungono e si celebrano a vicenda. 

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage

Il Liebestod di Liddell non è quello wagneriano di Isotta sul corpo di Tristano, pur adeguatamente citato e fatto risuonare a lungo in sala.

È il desiderio più profondo dell’artista, più esattamente di questa artista. Il cui nome paradisiaco, Angélica, fa il paio con quello della sua compagnia, Atra Bilis, bile nera, e si accoda perfettamente con i libri e i lavori che hanno preceduto questa ennesima aspirazione funebre. Titoli come: Lesioni incompatibili con la vita. Greta vuole suicidarsi. Trilogia dell’afflizione. Cane morto in tintoria.

Angélica Liddell - Non devi far altro che morire nell'arena- Luca Sossella Editore

“L’unica cosa che ci libera dalla morte è desiderarla”

Di Angélica Liddell, o non si accetta nulla (e le si diagnostica una sindrome maniaco-depressiva, costellata da pulsioni suicide). Oppure si accetta tutto, anche la via crucis, anche l’estremismo, anche la spudorata autoflagellazione. Che a volte sfiora il ridicolo, ma ci fa sorridere incantati.

Flagellando se stessa dice:

“Non sarai mai Isotta. Non vedrai mai Tristano. Vuoi essere Angélica di Dio e non fai altro che lavare i vestiti sporchi dei preti. Sei stufa di scrivere per donne e froci, non è così? (…) Ti sarebbe piaciuto emozionare i grandi pensatori e i grandi maestri con la tua scrittura. Invece ti devi far bastare un sacco di entusiasti sciocchi e insignificanti. La tua scrittura cresce fino all’infima altezza dei tuoi lettori più mediocri: femministi, studenti, artigiani, tesisti, fanatici e moderni, (…) imitatori da sagra, venditori ambulanti, falsificatori e caricature, gentaglia priva di qualsiasi talento, petulanti appiccicosi, instagrammer social-totalitari di merda, fan di merda…”.

Fan di merda, noi dunque. Che se lo dice lei, possiamo stare tranquilli.

Prima di Liebestod

Qui sotto, l’intervista di Altre Velocità a Angélica Liddell in occasione della sua prima apparizione italiana (a Carpi, nel 2011 per il festival Vie): Te haré invencible con mi derrota: la mia sconfitta ti renderà invincibile.

Qui invece il link a una clip dallo spettacolo.

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LIEBESTOD
testo, regia, scene, costumi Angélica Liddell
con Angélica Liddell, Gumersindo Puche, Palestina de los Reyes, Patrice Le Rouzic, Borja Lopez, Ezekiel Chibo
assistente alla regia Borja López
disegno luci Mark Van Denesse
luci Dennis Diels
suono Antonio Navarro
produzioneNTGent, Atra Bilis Teatro, in coproduzione con Festival d’Avignon, Tandem Scene National Arras-Douai, Kunstlerhaus Mousonturm (Frankfurt)
in collaborazione con Aldo Miguel Grompone, Roma
foto di scena Christophe Raynaud

Ricordi. Come quello di Jack, che compie gli anni ogni 11 settembre

Scritto da Francesco Godina e Fabio Vignarelli, Tu dov’eri registra l’istante emozionale che è ancora dentro di noi. Anche oggi, quando sono passati più di vent’anni dall’11 settembre 2001. Repliche fino a domenica 24 aprile alla sala Bartoli del Politeama Rossetti, a Trieste.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Il compleanno di mamma. L’anniversario di matrimonio. Il giorno che tuo fratello è morto. Ci sono date scolpite nella memoria di ognuno. Altre sono date collettive: il 31 dicembre, il 25 aprile, l’11 settembre.

Sulla memoria collettiva del giorno in cui, 20 anni fa a New York, caddero le Torri Gemelle, Francesco Godina e Fabio Vignarelli hanno costruito uno spettacolo. Che ha per titolo una domanda: Tu, dov’eri?

Se lo ricordano tutti, dov’erano quel giorno. Tutti quelli nati nel secolo passato, boomers e millenials. Tutti quelli che l’11 settembre 2001, dopo le 8 e 46 del mattino (a New York, mentre in Italia erano passate da un bel po’ le 16.00 ) si attaccarono agli schermi delle tv per scoprire che cosa stava accadendo. Per capacitarsi di ciò che era impensabile potesse accadere.

Chi nella sua stanzetta di adolescente. Chi in viaggio sulla metro all’ora di punta. Anche chi non vedeva l’ora di finire il turno di lavoro. L’11 settembre era un giorno qualsiasi. Fino a che il primo aereo non si schiantò sulla torre nord. Poi il secondo. Poi le due torri vennero giù.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - produzione teatro stabile FVG

Facebook, Instagram, Twitter non esistevano proprio

Non è uno spettacolo commemorativo Tu dov’eri? Non ci riporta (o perlomeno lo fa discretamente) ai corpi in picchiata giù dalle finestre dei due grattacieli, vanto della metropoli statunitense. O alla tempesta di polveri che invade le strade di Manhattan e le soffoca.

Non è uno spettacolo sul passato Tu dov’eri? Ci parla di oggi. Sceglie i media odierni. I linguaggi contemporanei. Si concentra su ciò che, dell’emozione di allora, rimane in questo momento nella nostra memoria collettiva.

11 settembre. Alla domanda Tu dov’eri? rispondono tutti. Se lo ricordano tutti.

Sollecitati da Godina (che è anche l’interprete) e Vignarelli (che è anche il drammaturgo), boomers e millennials condividono i propri ricordi nelle stories di Instagram, o in quelle di Facebook. E lo spettacolo le mostra. Fino a che le loro parole, i loro visi, i meme, non diventano un mosaico sullo schermo che fa da fondale. E una playlist di Spotify, le commenta affettivamente.

Tu dov'eri - 11 settembre - regia Marco Casazza - Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia

L’11 settembre in tre sguardi

Sul mosaico dei mi ricordo, Godina dà vita a tre personaggi. 

Un professore che illustra come funzionano i meandri della memoria. E garantisce che quella straordinaria capacità del nostro cervello non è omogenea, ma seleziona, cancella o conserva per tutta la vita. 

Uno stand-up comedian dal fare cinico e dal linguaggio sboccato, che riflette sul fatto che quella data è lo spartiacque di un prima e di un dopo (pensate a come si viaggiava, prima, in aereo, pensate all’acqua nelle bottigliette). 

Infine Jack, un uomo che ogni 11 settembre compie gli anni, e che nel 2001, ventenne, avrebbe dovuto sostenere un colloquio di lavoro nel ristorante (allora) “più alto del mondo”, al 107° piano della torre nord. In un istante, l’appuntamento mancato si trasformò in un lutto privato.

Sono figure che si staccano vive da quel mosaico. E che Francesco Godina schizza velocemente. Con un cambio di occhiali, una t-shirt d’epoca, una confessione davanti alla telecamera dello smartphone.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Mentre ognuno di noi, in sala, saprebbe dire per filo e per segno, dov’era, cosa faceva, che reazione ha avuto, quando le prime immagini si sono stampate, quell’11 settembre e per sempre, nella sua retina, nella sua memoria.

Lo spettacolo (con la regia di Marco Casazza) è stato presentato per la prima volta proprio alle 16.46 del 11 settembre 2021, nella sala Bartoli del Rossetti di Trieste. Le repliche di questa settimana lo ripropongono al pubblico. Perché sarebbe davvero colpevole relegarlo nei cimiteri delle rimembranze e delle commemorazioni.

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TU DOV’ERI
di Francesco Godina e Fabio Vagnarelli
regia Marco M. Casazza
con Francesco Godina
video design Den Baruca
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con SUOMI

Giorni felici. La spensieratezza secondo Beckett

Lo so. Ottimismo non è una parola che usereste parlando di Samuel Beckett, o dei suoi lavori. Non se ne trova proprio in opere celebri come Aspettando Godot, oppure Finale di partita. Eppure, sotto la scorza di quel catastrofismo, qualche sintomo di felicità si intuisce. Fin dal titolo.

Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Monica Demuru in Giorni felici (ph. Duccio Burberi)

Parlo di Giorni felici, è chiaro. Felici come quelli della signora Winnie. La quale, pur cementificata dentro un tumulo che diventerà la sua tomba, incurante di tutto, continua a ringraziare il buon Dio per ogni “divino” giorno che Lui manda in terra. E si spazzola i denti, e rovista nella borsetta, e si pettina, e canta spensierata. “Tace il labbro, t’amo dice il violin…”: le note di un’operetta allegra di Lehár.

È per questo che Winnie è diventata famosa

Famosi sono anche Vladimiro e Estragone, quei due tipi malandati e sempre in attesa di Godot. Famoso è anche il vecchio Krapp, decrepito e sommerso dai nastri delle sue registrazioni.

Ma Winnie è di tutt’altra pasta.

Delle catastrofi, Winnie se ne infischia. Conficcata nel terreno, incapace di muoversi, se non con le braccia, poi solo con la testa, Winnie non si piange addosso, non si intristisce per quel disastro esistenziale, continua a amare il suo consorte Willie, e fino alla fine – “cinquantenne, ben conservata, grassottella e preferibilmente bionda” – si ostina a intonare la sua aria: “Tace il labbro, t’amo dice il violin. le sue note dicon tutte m’hai da amar… “.

Felice. Spensierata. Fiduciosa. Così mi è parsa Winnie nell’interpretazione che ne dà Monica Demuru, guidata dalla regia di Massimiliano Civica, in una nuova edizione di Giorni felici, che ha preso il via qualche giorno fa dal Teatro Metastasio di Prato

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Roberto Abbiati e Monica Demuru (ph Duccio Burberi)

Spensierata come una cinquantenne che si sia assicurata la pensione dell’Inps e si goda la nuova situazione. Fiduciosa e ben pettinata come la signora del brodo Star. Donne che si portano dietro solo una punta di malinconia per il passato. “Il vecchio stile” lo chiama Winnie. Il brodo di carne autentico, dico io.

I beneinfomati sostengono che proprio in ciò sta il tragico di Beckett, la sua depressiva ironia, il cosmico pessimismo. Nel fatto che Winnie non si renda conto della propria apocalisse e continui come se niente fosse a salutare ogni nuovo divino giorno, a parlare a Willie, a cantare. “Né peggio né meglio… nessun cambiamento…“.

Un po’ come noi, che siamo sull’orlo del baratro – dicono i beneinformati – e non ce ne accorgiamo.

Un briciolo di felicità per Winnie

Io invece dico che è più interessante, oggi, cercare dentro quel nero cupo beckettiano un sintomo, anche se piccolo, di letizia, un briciolo di felicità che non stia solo nel titolo. 

E quando la Winnie di Monica Demuru, con la sua lente d’ingrandimento, si ostina a leggere le minuscole lettere sullo spazzolino (“vera setola… animale”) e quando alla fine ci riesce, ecco, là per esempio, quel sintomo di felicità io lo trovo. E in tanti altri momenti.

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)

Con buona pace di tutti quelli che prevedono l’apocalisse prossima ventura, bellica, economica, climatica.

E con buona pace, anche, di tanta Beckett Industry che in sessant’anni – da quando Giorni felici venne pubblicato – ha sfornato allestimenti sopra allestimenti, saggi accademici sopra saggi accademici, siti in rete dopo siti in rete, e biografie dopo biografie (ma quella di James Knowlson, quella fareste bene a leggerla, nonostante le 876 pagine).

Anche se, in fondo in fondo, direi che, celebrando i propri giorni felici, Demuru e Civica aggiungano solo un’altra variante a un lunga serie di allestimenti che altro non sono se non una galleria di eccellenze d’attrice. Dalla Winnie aurorale di Laura Adani – parlo delle edizioni italiane, e di quelle che ho visto – via via a Giulia Lazzarini (per Strehler), Eva Robbin’s (per Andrea Adriatico), Anna Marchesini, Adriana Asti (per Robert Wilson), Nicoletta Braschi (per Andrea Renzi) … aggiungendoci pure l’aristocratica Natasha Parry. Alle cui spalle (“nude”) stava sorniona la regia del consorte Peter Brook.

Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)
Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)

Giorni felici per i pupazzetti

Un’ultima cosa devo ancora confessare. A me non sembra che i migliori interpreti di Beckett siano attori o attrici in carne e ossa. 

Ma piuttosto pupazzi, pupazzetti, burattini, bambole, ombre, l’universo intero del teatro di figura. Che si presta assai meglio di noi umani (sempre troppo umani) a mantenere in forma quei capolavori del ‘900. E a dare loro una speranza di vita che vada anche oltre il secolo in cui sono nati. 

Un vero sgambetto al beckettismo consueto lo avevano fatto per esempio quelli del Teatrino Giullare: Giulia dall’Ongaro e Enrico Deotti. Anni fa avevano portato in scena Finale di partita, manovrando le pedine di una scacchiera. Nel 2020, in pieno lockdown, hanno inventato una Winnie bambolina, tutta in stop motion digitale, felice, pop e inconsapevole dell’epidemia che le gravava attorno. 

Ma questo – di come Beckett possa sopravvivere al beckettismo – è un altro discorso. 

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GIORNI FELICI
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Roberto Abbiati e Monica Demuru
scene Roberto Abbiati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
produzione Teatro Metastasio di Prato

Tra rosa e noir. Con Scerbanenco sull’isola degli idealisti

Dopo che La nave di Teseo ha riscoperto e pubblicato il dattiloscritto (che si pensava disperso), ora L’isola degli idealisti diventa uno spettacolo teatrale. Una sfida. Vuoi per l’interesse che Massimo Navone regista, da sempre nutre per la narrativa di Giorgio Scerbanenco, vuoi per il rischio d’impresa che ha spinto a La Contrada, centro di produzione teatrale a Trieste, a mettere in scena il romanzo.

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
(ph Laila Pozzo)

Nel secondo dopoguerra, l’editore Rizzoli gli affidò la direzione di Novella, rivista femminile destinata a diventare poi Novella 2000, caposaldo di cronaca rosa. Ma anche su altri periodici del gruppo (Bella, Annabella) Giorgio Scerbanenco curava la posta del cuore, firmandosi Adrian o Valentino.

Prolifico scrittore di romanzi appunto rosa, Scerbanenco si riscatterà da quel colore. E diventerà negli anni 60, il maestro italiano del noir, o come si diceva da noi, del giallo. Asciutto, ironico, sarcastico, italiano.

Titoli vendutissimi: Traditori di tutti, Venere privata, I milanesi ammazzano al sabato, una raccolta ancora più esplicita: Milano calibro 9. Oppure il mix di guerra fredda, spionaggio, letteratura di frontiera e seduzione che corre nelle vicende di Appuntamento a Trieste.

Penna bifronte quella di Scerbanenco: inesorabile nelle storie d’amore, affilata nei romanzi investigativi.

Giorgio Scerbanenco
Giorgio Scerbanenco

La malavita in barca sul lago

Lettore instancabile dei suoi titoli è sempre stato il regista Massimo Navone. Che dopo aver preso in mano L’isola degli idealisti, scritto probabilmente nei primi anni ’40 (poi disperso, poi ritrovato e infine pubblicato nel 2018 da La nave di Teseo) ha immaginato che si potessero trasportare su un palcoscenico l’atmosfera malavitosa della sua Milano e la tranquillità annoiata di un lago lombardo. Combinandoli in una commedia brillante, come si diceva allora.  Ma con risvolti polizieschi.

Gli ha offerto l’occasione produttiva il teatro di Trieste La Contrada, che in questi giorni al Teatro Bobbio porta in scena quel titolo.

Ho parlato con Navone prima del debutto.

L'isola degli idealisti. Giorgio Scerbanenco. La nave di Teseo

Massimo Navone. L’intervista.

Senta Navone, partiamo dal giallo di questo giallo. C’è un romanzo che scompare e poi misteriosamente ricompare.

“Non è un mistero tanto misterioso. Quel titolo stava in un elenco che Scerbanenco aveva consegnato, come curriculum, alle autorità di frontiera quando nel settembre del ’43 era riparato in Svizzera. Tra le carte di famiglia, dopo molti decenni, il dattiloscritto è infine riemerso. l’Intenzione originaria era di pubblicarlo a puntate sul “Corriere”. Lo ha fatto invece, in volume, La nave di Teseo. Ma solo quattro anni fa”.

Lei lo ha letto e ne è rimasto colpito.

“La vicenda nasce da un’esperienza personale dello scrittore. Per certo periodo, durante la guerra, si ritrova sfollato sul lago d’Iseo. Lo affascina un’isoletta che si trova in mezzo al lago, dove sorge una villa. Decide che può essere il luogo in cui ambientare una storia. Immagina che una famiglia – padre, figlio, figlia – si siano trasferiti in quel luogo solitario dopo aver lasciato Milano. Vita altoborghese tranquilla, colta, annoiata, da eremiti quasi. Il loro patto affettivo, fortissimo, viene però scosso in una notte di tempesta. Tra i flutti, approda alla riva una piccola barca, con due balordi”.

E qui prende il via il giallo.

“Lei è una donna affascinante, sensuale, nata a Trieste. Lui un piccolo malvivente. Vivono di espedienti, sono due ladri d’albergo, inseguiti dalla polizia. Accoglierli o non accoglierli? si chiedono i membri della famiglia. Su ciò che separa personaggi così diversi, Scerbanenco impernia il racconto. L’ironia è sempre la cifra dei suoi romanzi. Qui la gioca tra lo humor sarcastico e lombardo dei tre milanesi e la follia triestina degli altri due”. 

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
Il cast insieme al regista Massimo Navone (ph Laila Pozzo)

Scerbanenco tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia

Milano e Trieste, dunque. Anche lei, Navone, è diviso tra questi due luoghi.

“Abitavo a Milano, ho preso casa qui. È naturale che quel particolare mi abbia attratto. In realtà sono da sempre un appassionato lettore di Scerbanenco, e ho intuito l’aspetto teatrale che potevo far assumere a questa vicenda”.

Appuntamento a Trieste è stato uno dei titoli più noti dello scrittore.

“Alla fine degli anni Ottanta, la Rai ne fece una miniserie tv, ambientata in città. Ero un giovane attore e mi ci sono trovato dentro anch’io. Ero l’attendente dell’agente segreto americano interpretato da Tony Musante. Ma i legami tra Scerbanenco e questa regione sono ancora più numerosi”.

A Lignano Sabbiadoro, località di villeggiatura, passava le sue estati. Là, ai tavolini dei caffè, inventava romanzi. Quella città lo celebra adesso con un premio importante.

“Viene giustamente considerato il maestro del noir italiano, e proprio questo romanzo, L’isola degli idealisti rappresenta lo spartiacque tra la sua produzione precedente e la successiva grande stagione dei gialli”.

Il teatro La Contrada sì è innamorato del suo progetto.

“Ho passato l’adattamento che ne avevo fatto a Livia Amabilino, direttrice del teatro. Ne è venuta fuori l’idea di una produzione. Scegliendo un cast che in qualche modo richiamasse le diverse dimensioni geografiche del racconto, il parlato snob della borghesia lombarda, il dialetto popolare di Trieste. Ma senza voler essere forzatamente realistico. Anche perché non è facile portare un’isola in palcoscenico. Dettagli di stanze e di mobili, prue di barche, pali d’ormeggio sembrano galleggiare sull’acqua mossa del lago nella scena creata apposta da Andrea Stanisci”.

[l’intervista è stata pubblicata, parzialmente, sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, il 28 febbraio 2022]

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L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
uno spettacolo di Massimo Navone
dal romanzo di Giorgio Scerbanenco
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Giacomo Segullia
con Pino Quartullo, Giusto Cucchiarini, Gianmaria Martini, Marzia Postogna, Antonio Veneziano e Anna Godina
produzione La Contrada

fino a domenica 6 marzo al Teatro Bobbio a Trieste, poi in tournée

Arsenico e vecchi merletti. Che poi tanto vecchi non sono

Qualche sera fa a teatro ho rivisto la commedia di Joseph Kesserling, con il titolo diventato famoso. Interpretata da Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati, con la regia di Geppy Gleijeses, Arsenico e vecchi merletti è nel mezzo di una travagliata tournée, piena di inciampi covid e recite annullate. In queste serate (fino a mercoledì 23 febbraio) è al Politeama Rossetti di Trieste.

È una commedia, non si discute. Strampalata, ovviamente démodé. Eppure… 

Marilù Prati e Anna Maria Guarnieri in Arsenico e vecchi merletti

Parlare di fine vita

Non prendetemi per visionario. Ma la storia di queste due anziane signore che si occupano di qualcuno che è avanti con l’età, abbandonato, solo, e si fanno in quattro per accompagnarlo al fine vita, con dolcezza e dignità, a me questa vicenda non pare solo una commedia famosa perché al cinema la interpretava Cary Grant e l’ha diretta Frank Capra.

Visto come è andata finire una settimana fa la faccenda del referendum sul fine vita consapevole, mi veniva spontaneo l’altra sera, mentre sul palcoscenico si sviluppava la trama di Arsenico e vecchi merletti, pensare che siamo rimasti parecchio indietro, se non addirittura arretrati, sui temi del fine vita, se già nel 1939, in un’America prossima alla guerra, qualcuno pensava che l’eutanasia fosse un tema di cui si poteva parlare al pubblico dei teatri, magari con il pretesto di una storia comica. 

Ma sotto il meccanismo comico, il tema c’era, eccome. E c’è ancora. Tolto l’intrigo inventato dall’autore Kesserling per far ridere, si è facilmente portati e riflettere su ciò che motiva quelle due anziane signore a prendersi cura e a accompagnare, con spirito di carità cristiano, chi non ha dove andare, se non quel bed&breakfast del buon congedo, chiamiamolo così. Ma possiamo anche dire hospice.

Loro avrebbero certo firmato

Oggi, Abby e Martha Webster – i due personaggi che reggono tutto il lavoro – farebbero sicuramente parte di uno dei tanti comitati che si stanno battendo per il referendum. E assieme a 1,2 milioni di persone avrebbero senza alcun dubbio firmato, per poter dare la parola ai cittadini su questo tema e – come dicono i promotori – “arrivare a una legge che renda tutti liberi di decidere sulla propria vita. Fino alla fine“.

Consegna degli scatoloni con 1,2 milioni di firme di richiesta del referendum

Detto questo, che non è poco, c’è da aggiungere che quel vecchio marchingegno di Joseph Kesserling, prima copione di teatro (nel 1939) poi sceneggiatura per il cinema (nel 1944), regge tutto sommato bene i suoi ottant’anni, anche grazie all’interpretazione di due formidabili signore del palcoscenico: Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati

La prima, dal carattere più schivo, non si concede spesso alle interviste e vive la sua grande carriera in modo defilato, con elegante understatement. La seconda è invece un vulcano. Nell’intervista apparsa sul quotidiano Il Piccolo di Trieste qualche giorno fa, me ne ha raccontate mille.

Marilù Prati. L’intervista

Basta fare un nome. Basta evocare un genere. Qualunque sia, lei c’era, lei lo ha praticato. Il teatro e il cinema, la tradizione e l’avanguardia, certe commedie scollacciate e la drammaturgia politica di Harold Pinter, gli spot televisivi e Luca Ronconi. Inoltre, tra i grandi, anche Eduardo De Filippo, Carlo Cecchi, Federico Fellini, Mario Monicelli.

Attrice, cantante, autrice, regista, Marilù Prati è uno scrigno di esperienze. E non smette mai di metterle a frutto. Come fa adesso, protagonista in questi giorni, assieme a Anna Maria Guarnieri, di Arsenico e vecchi merletti.

Titolo di successo, la gente se lo ricorda facilmente grazie al film del 1944, firmato Frank Capra, con Cary Grant. Le storia delle due adorabili vecchiette con tanti scheletri nell’armadio. Anzi in cantina: il luogo dove via via seppelliscono gli anziani inquilini del loro bed&breakfast accompagnandoli al fine vita con il sorriso e un delizioso liquorino. Corretto all’arsenico.

(ph. Fiorenzo Niccoli)

Dibattito etico a parte, è una tournée travagliata, questa del vostro spettacolo.

“Piena di fermate e di riprese, sospensioni, cambi nel cast, spettacoli annullati in 13 città a causa dell’epidemia. E anche del fatto che nostri due personaggi… hanno una certa età. Sono arrivata qualche mese fa per sostituire Giulia Lazzarini, ammalata, e poi Rosalina Neri, e qualche guaio di salute l’ho passato anch’io. Il tutto è ripagato però da uno spettacolo amato da ogni platea che abbiamo incontrato, e che continuerà anche durante la prossima stagione”. 

Pubblico entusiasta, dice chi l’ha potuto già vedere.

“Kesselring, l’autore, ha inventato una formidabile macchina di intrighi, la compagnia è bella, siamo tutti bravi. Poi ho il piacere di lavorare assieme a Anna Maria Guarnieri, attrice schiva ma di una generosità grandissima. Io stessa, con la mia parrucchetta grigia, mi diverto un mondo a interpretare una delle due velenose ziette”.

A quale delle sue numerose esperienze d’attrice è ricorsa per dar corpo al personaggio?

“Ho lavorato con Mario Ricci e Adriana Asti, con Ronconi e Monicelli, ma gli spettacoli fatti con Carlo Cecchi e Eduardo De Filippo, io li porto sempre con me. Sono un’attrice che ama il versante comico, ma la serietà e la dignità che ho appreso Eduardo rimangono delle costanti, anche se faccio ridere. E giuro che qui si ride tanto. Quando si riaprono le luci in sala, sopra le mascherine, vedo occhi felici e soddisfatti”.

Con Eduardo è lei stata protagonista in tv di “Na santarella”. Qual è il ricordo più affettuoso che ha dell’uomo?

“Eravamo a Napoli, al Teatro San Ferdinando, facevamo ‘Gli esami non finiscono mai’, una tenitura lunghissima, tre anni. Io ne avevo poco più di venti, lui 70. Ogni tanto concedeva a noi giovani attori di entrare nel suo camerino, per una chiacchiera, un giudizio. Una sera che ero da lui, aprì una minuscola cassaforte che conteneva un’ancor più minuscola bottiglia di whisky. Versò un piccola dose in un bicchiere. ‘Vedi, ogni sera prima dello spettacolo mi faccio un caffè e un baby. Serve a scaldare la voce’. Non l’ho dimenticato mai”.

[parzialmente pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste del 18 febbraio 2022]

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ARSENICO E VECCHI MERLETTI
di Joseph Kesselring
traduzione di Masolino D’Amico

regia di Geppy Gleijeses
liberamente ispirata alla regia di Mario Monicelli

con Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati
e con Maria Alberta Navello, Leandro Amato, Totò Onnis, Luigi Tabita
e Tarcisio Branca, Bruno Crucitti, Francesco Guzzo, Daniele Biagini, Lorenzo Venturini
scene di Franco Velchi
costumi di Chiara Donato
musiche di Matteo D’Amico
artigiano della luce Luigi Ascione
produzione Gitiesse Artisti Riuniti

Harold e Maude. La New Age degli anni ’70 diventa teatro

Ci sono film che alla prima uscita sembrano filmetti. Poi, inesorabilmente, diventano titoli di culto. È il caso di Harold e Maude, apparso nel 1971 e felicemente impresso nella memoria di tutti coloro che in questi 50 anni lo hanno visto. Magari per caso, ma ne sono rimasti colpiti.
Trasformarlo in uno spettacolo teatrale è un’impresa. Ma ci si può provare.

Ariella Reggio e Davide Rossi in Harold e Maude – La Contrada
Ariella Reggio e Davide Rossi in Harold e Maude – La Contrada (ph. Mario Bobbio)

Prova infatti a farlo Diana Höbel, attrice e in questo caso regista, che ha proposto l’idea al Teatro La Contrada di Trieste. Höbel sapeva di avere il materiale adatto.
Un’attrice di grande simpatia e versatilità, con l’età giusta, Ariella Reggio. E un giovane attore, Davide Rossi, disincantato quel che basta, per interpretare la parte di un ragazzino che, dopo aver a lungo flirtato con la morte, comincia a amare la vita.

Partiamo dal titolo. Harold ha 18 anni, coltiva uno spiccato humor nero, funerario e macabro. Simula suicidi e frequenta volentieri i cimiteri. Maude di anni ne ha invece 80, anzi quasi ottanta, ma della vita riesce a apprezzare tutto. Proprio tutto, compresa la morte, che non le fa affatto paura.

In occasione di un funerale qualsiasi scatta la scintilla. Si annuseranno, si conosceranno, si appassioneranno, si innamoreranno. Lui le farà una proposta di matrimonio.

Per sintonizzarvi sulla vicenda, intanto, ecco un trailer del film.

Un film del 1971

A srotolare indietro cinquant’anni di pellicola, fa impressione pensare quanto quel film anticipasse i tempi.

Se a due anni dal ’68, il pensiero New Age cominciava a diffondersi, Maude ne è il vivace emblema. Si nutre di filosofie orientali, è attenta all’ambiente, mangia e beve biologico. A ottant’anni se ne frega del body-shaming e pensa che la terza età non sia un castigo.

Anche Harold, con quell’arietta scostante e certe punte di autismo, è un precursore. Uno che silenziosamente si ribella al conformismo, all’ipocrisia, alla pressione sociale che lo circondano. Senza prendere la via delle droghe psichedeliche o dell’India. Per protesta Harold si rifugia invece in sé e nelle proprie ossessioni mortifere. Prelude quasi all’hikikomori odierno.

Un’altra breve sequenza:

Che tutto ciò si manifesti in un film, decisamente divertente, del 1971, con la colonna sonora incisivissima di Cat Stevens, lascia oggi un piacevole senso di nostalgia.

O di rimpianto per una cinematografia più spigliata e libera di quella “correttamente inclusiva” che passa oggi, soprattutto attraverso il digitale. 

Del resto il regista del film, Hal Ashby, fan dei Rolling Stones, convintamente vegetariano e hippy, capello lungo e spinello eterno, aveva cercato di catturare nel film il proprio desiderio di futuro. Sconfessato subito dal nixonismo e dal reaganismo degli USA che verranno.

Oggi, nel tempo di Greta e del bio

Non stupisce che oggi, ai tempi di Greta e del bio, lo stile allora eccentrico e ambientalista di Maude, sia una pratica diffusa.

La incarna in modi davvero credibili Ariella Reggio, icona teatrale del nord-est italiano, esperienze di scena e di set con Giorgio Strehler e con Woody Allen, a proprio agio tanto negli spot pubblicitari tanto nella cinematografia dei nuovi autori, spiritosa e disinvolta sui social. Una che del mondo vuole conoscere tutto.

Così com’è credibile Davide Rossi: lui e il suo funebre abituccio nero, sembrano tagliati apposta per il taciturno e scostante carattere di Harold. Che la relazione affettiva con Maude, incoraggerà verso un diverso abbraccio alla vita.

Harold e Maude  - locandina

Il realismo leggero di un film come Harold e Maude si presta con qualche difficoltà ai limiti della scena. E si immagina quante soluzioni siano state escogitate nel lavoro di regia da Diana Höbel, in quelli dello scenografo (Andrea Stanisci) e del musicista (Claudio Rastelli) per assicurare ai due personaggi l’affetto del pubblico.
Che tuttavia si manifesta, aiutato pure dalle figure di contorno (la madre di Harold, lo psicologo, il prete, il poliziotto… le istituzioni insomma) inevitabilmente spinte verso la macchietta.

Ma il gusto per una vita da vivere senza rinchiudersi nelle gabbie del conformismo, la scomparsa della barriera delle età, il senso liberatorio e libertario della vicenda, alla fine restano intatte.

Il poliziotto: Signora, la patente, prego.
Maude: Non ce l’ho, io non credo nelle patenti.

Certo ci sarebbe piaciuto veder arrivare in palcoscenico Maude-Reggio alla guida di una potente Moto Guzzi V7 (come succedeva nel film, o almeno di una scoppiettante Gilera). Vroomm vroomm
Ma sappiamo quali sono i limiti del teatro. Del resto, nemmeno Aida si fa più con gli elefanti. E forse non si è mai fatta.

Davide Rossi e Ariella Reggio in Harold e Maude – La Contrada (ph. Mario Bobbio)

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HAROLD E MAUDE
di Colin Higgins
adattamento e regia Diana Höbel
con Ariella Reggio, Davide Rossi, Marzia Postogna, Maurizio Zacchigna, Valentino Pagliei, Enza De Rose e Omar Giorgio Makhloufi
musiche Claudio Rastelli
scene e costumi Andrea Stanisci
disegno luci Bruno Guastini
produzione La Contrada – Teatro Stabile di Trieste

dal 10 al 20 febbraio 2022, al Teatro Bobbio di Trieste, poi in tournée

STORIE – Eimuntas Nekrošius. Due occhi di acciaio che mi hanno fatto a fette

Li ricordo come se fosse ieri. Occhi chiari, luminosi, taglienti. Puntati su di me, che forse avevo detto qualcosa di sbagliato. Sono passati più di vent’anni da quell’incontro. Eppure lo sguardo di Eimuntas Nekrošius, il regista lituano scomparso nel 2018, quello sguardo in me è sempre vivo.

Sono stato rimproverato per aver trascurato le Storie. Mi hanno detto che la rubrica dei miei Incontri con uomini (e donne) straordinarie vale più delle cronache di un teatro del presente. A cui questo blog sarebbe comunque dedicato.

Riprendo a raccontare Storie, allora. E alle figure di un passato prossimo – Harold Pinter, Kazuo Ohno, il signor Ikea, Milva – aggiungo ora quest’altro indimenticabile maestro del teatro. 

Nekrošius mi squadrò

Dovevo aver detto qualcosa che non andava. Ma non sapevo che cosa avevo detto. O meglio, che cosa la gentile interprete aveva tradotto. Lui mi squadrò, puntò la lama dei suoi occhi su di me, non disse una parola sola. Capii all’istante che il nostro incontro era giunto al termine. E anche in maniera un po’ brusca.

Era un’estate calda e tranquilla, quella del 2000. Si allargava attorno la campagna del Friuli e non c’era pressione o ansia nell’attesa di quell’intervista, a cui però tenevo tanto. Il luogo era un’antica casa colonica, restaurata, poco fuori dal centro di Fagagna, un paesone a qualche decina di chilometri da Udine. Il tempo e il posto ideale per l’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri del teatro, il corso internazionale di alta specializzazione per attori ideato da Franco Quadri. Quell’anno il maestro era Eimuntas Nekrošius.

Grazie alla sua trilogia shakespeariana (Amleto, Macbeth, Otello), grazie a Tre sorelle di Cechov, Nekrošius era allora già noto in Italia. Nota era anche la sua ritrosia, il suo parlare minimo, riservato, severo. Proprio per questo volevo incontrarlo. E per quell’incontro mi ero preparato bene. Nessun registratore: solo carta e penna. Poche domande. 

Sono sicuro che Nekrošius conoscesse la lingua inglese, e persino parecchie parole di italiano: sapevo che amava tanto Dante e la Divina Commedia. Ma per proteggersi, per mettere un sottile velo tra sé e gli altri, esigeva sempre che un interprete, anche due, traducessero da qualsiasi lingua in lituano, oppure in russo.

Dieci, quindici, venti secchi di zinco

Con il gruppo dei giovani attori dell’Ecole e due interpreti, Nekrošius stava lavorando in quelle settimane su Cechov, sul Gabbiano. Dalla stanza in cui ci trovavamo in quel momento, si scorgeva la sala prove, dominata da una ventina di secchi di zinco e girandole colorate. Che insieme sarebbero stati il segno di quello spettacolo. Un gabbiano grazie al quale attori italiani come Fausto Russo Alesi, Pia Lanciotti, Paolo Mazzarelli, Alessandro Riceci e i loro compagni stranieri, avrebbero spiccato il volo, sempre più presenti nelle locandine del teatro europeo. 

Fausto Russo Alesi nelle prove di Il Gabbiano di Cechov

Cominciammo. “Dei miei lavori preferisco non parlare mai. Possiamo parlare d’altro“. Nekrošius lo mise in chiaro subito.
Attraverso il filtro dell’interprete, chiesi qualcosa su Cechov. “Ci torno sopra spesso – disse solamente – è piacevole e divertente. Finché vivo ci tornerò sempre“.
Mi era arrivata all’orecchio la notizia che fosse stato chiamato a mettere in scena il Macbeth di Verdi. “Su questo progetto non vorrei dire niente. Sono stato incauto nel confessarlo a qualcuno. È anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“.
Domandai anche qualcosa della sintonia con altri artisti. “Non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. No, non cerco la vicinanza di nessuno“.

Il grande freddo

Oltre quelle parole, tradotte dall’inaccessibile (per me) lingua baltica, mi appariva sempre più concreto il velo della solitudine dentro cui il taciturno maestro era abituato ad avvolgersi.

Mi ricordai una frase che avevo letto: un suo pensiero espresso qualche anno prima.
Noi lituani – aveva detto all’incirca Nekrošius – siamo molto diversi dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno“.

Così mi venne spontaneo chiedere che cosa il suo teatro avesse assorbito da quei campi di patate.
Non quanto l’interprete abbia capito la domanda, o in che forma la traduzione sia giunta all’orecchio del regista. Non so davvero se a essere importuno ero stato io. Vidi solo i suoi occhi farsi più chiari ancora, di neve, di ghiaccio.
Sentii le due lame che mi tagliavano a fette, da capo a piedi. Il grande gelo.
Non disse una parola. Anche l’interprete mi squadrò. Più severa ancora. O forse più disperata.
Mi uscì dalla bocca, incomprensibile, malconcio, un mezzo saluto in inglese e presi la porta, turbato. Per fortuna fuori c’era il sole d’agosto. E gli attori in pausa, facevano merenda.

Qui sotto, un breve video dall’allestimento finale (2001) del Gabbiano.

La fortezza dell’arte

Quattro anni fa, maggio 2018, ero a Vilnius. Il Ministero lituano della Cultura aveva interesse a far conoscere a giornalisti stranieri le realtà artistiche della nuova Lituania. Quella post-sovietica. Mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo Nekrošius. Scambiare due parole, dopo che in tutti quegli anni, avevo visto almeno una decina, forse anche più, dei suoi spettacoli. 

Anticipato da una telefonata ufficiale, il gruppo di noi giornalisti ha bussato alla porta di legno di Meno Fortas, la sede della sua compagnia, il cui nome, tradotto, vuol dire La Fortezza dell’arte.
Ci hanno accolti, abbiamo parlato a lungo con un suo assistente e visto qualche video dei lavori che la compagnia aveva in cantiere. Aspettavamo lui. Ma niente. Pochi mesi dopo è arrivata la notizia della scomparsa. 

Eimuntas Nekrošius