Tra la guerra e la pace con il virus, il tempo sospeso di chi disegna teatro

Ho ripreso a viaggiare. Vorrà dire che siamo in tempo di pace. O almeno, che c’è un armistizio. Tra tamponi e vaccinazioni, la guerra quotidiana al virus si è fatta meno guerreggiata, e quasi tutti riprendiamo a fare ciò che facevamo. Più o meno. Io viaggio di nuovo, ma non mi dimentico della guerra.

disegni di François Olislaeger

Guerra e pace

Nel segno del combattimento anzi, ho ricominciato anche a vedere spettacoli. E gli spettacoli a vedere me.

Dopo mesi che non entravo in un teatro, una sala mi ha accolto con una bella storia di Guerra e Pace. Che non è solo il titolo che ha riaperto le porte del Teatro Morlacchi a Perugia, ma è anche il senso della vicenda che ha portato il Teatro stabile dell’Umbria a mettere finalmente e avventurosamente in scena (e non solo in scena) uno spettacolo programmato dalla scorsa estate.

Una produzione che tra decreti e ordinanze, guerre di politici e virologi, paci interrotte, poteva anche non arrivare mai al debutto. Ci è arrivata infine, allargandosi su più fronti, come succede nel tempo delle guerre, escogitando soluzioni di fortuna, scavalcando il limite della ribalta, invadendo la platea svuotata, esondando negli spazi cittadini con episodi site-specific intitolati Vorrei scrivere con tratti di fuoco.

Un fiume di parole di adattamento dai due primi libri del romanzo di Lev Tolstoj, firmate Letizia Russo che ha combattuto pure lei con le milleduecento pagine dell’affresco storico. Centosessantotto proiettori tra convenzionali a incandescenza e motorizzati led e duecentottantanove memorie luci. Quattrordici attori che danno vita a decine e decine di personaggi, spostandosi tra palcoscenico e platea per le cinque ore di durata dei due episodi, congegnati dal regista Andrea Baracco e dalla scenografa e costumista Marta Crisolini Malatesta. Instancabili tutti, anche nel avanzare e nel retrocedere del lavoro, dei permessi, dei protocolli sanitari, delle date che slittano, dell’incertezza sull’esito.

Mosca, Pietroburgo, Austerliz. Le feste e i campi di battaglia, le carrozze, i duelli, la massoneria e l’esercito, il desiderio e i funerali, gli esterni gelidi e il calore delle case. Napoleone. E come vuole il regista Baracco, anche “i suoni delle forchette e dei coltelli, i tintinnio dei bicchieri, il passo discreto dei camerieri, il nome delle porte e dei vini. Mai forse, qualcuno ha rappresentato con più grazia e potenza insieme, l’inconsistente”.

disegno di François Olislaeger

Disegno come teatro di guerra

Di tutto questo combattere, di questo stop and go durato mesi e mesi, resta un traccia che come tutte le tracce è rivelatrice. E dimostra che il teatro non è solo ciò che banalmente chiamiamo teatro.

Teatro, per esempio, sono anche le tavole a fumetti. Quelle in bianco e nero che il disegnatore e fumettista franco-belga François Olislaeger ha realizzato nel tempo sospeso di quei mesi in cui, nella sala storica del Morlacchi, Guerra e Pace è cresciuto senza spettatori. Se non Olislaeger, che dal suo palchetto a strapiombo sulla platea ha osservato e disegnato, partecipe a pieno titolo della creazione. Artefice pure lui, come le attrici e gli attori, come i tecnici e le maestranze, come lo stesso regista.

Si disegna meglio in teatro, c’è un’energia, l’energia umana che corre e si diffonde. L’intera sala ne è colma” scrive Olislaeger in cima a uno dei suoi disegni. Raccolti in un fascicolo che in questo momento sto sfogliando e che si intitola Diario di uno spettatore clandestino.

disegno di François Olislaeger

Si disegna bene a teatro. È una cosa che il mio amico Renzo Francabandera sa benissimo, perché anche lui fa così. Disegna durante gli spettacoli: puntando gli occhi sulla performance, per puntarli un attimo dopo sui suoi fogli e sui suoi pastelli a cera. Fa teatro anche Renzo. E le sue tavole sono anche teatro.

Renzo Francabandera disegna a teatro
Renzo Francabandera disegna a teatro

In-box, nel tempo ritrovato tempo della pace

Chissà se in questo ritrovato tempo di pace, o di armistizio soltanto, ritroverò anche lui, che torna a disegnare durante gli spettacoli. Chissà se ci sarà pure Renzo in quest ‘altra storica sala italiana, quella dei Teatro dei Rozzi di Siena. Dove un treno mi sta portando ora.

Ritorno insomma anch’io alle mie abitudini. E l’edizione 2021 di In-Box non me la perdo, dopo che quella online dello scorso anno mi era andata buca. Di questa manifestazione ho parlato altre volte su QuanteScene!

Se mi seguite, saprete che si tratta di un punto di osservazione proprio interessante su ciò che si muove nel più fervido teatro italiano, perché seleziona e mette a concorso (forse sarebbe meglio dire che mette in palio) ciò che gli spettatori vedranno nelle stagioni prossime. Qui, in un post del 2017, vi spiego come funziona. E qui sul sito della manifestazione potete vedere quali sono gli spettacoli e gli eventi previsti in queste giornate, da oggi mercoledì 10, fino al 16 giugno a Siena. Città nella quale è promosso da Straligut Teatro insieme a Mibact, Regione Toscana, Comune di Siena e Fondazione Toscana Spettacolo.

Di ciò che succederà in questi giorni, parlerò in uno dei prossimi post. Mentre il treno è quasi arrivato alla stazione di Firenze, da dove riparto subito per Siena. Anche perché oramai siamo in tempo di pace.

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GUERRA E PACE
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco

con Giordano Agrusta, Caroline Baglioni, Carolina Balucani, Dario Cantarelli, Stefano Fresi, Ilaria Genatiempo, Lucia Lavia, Emiliano Masala, Laurence Mazzoni, Woody Neri, Alessandro Pezzali, Emilia Scarpati Fanetti, Aleph Viola, Oskar Winiarski

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

disegni di François Olislaeger

Franco Quadri. Millecarte e millemiglia

Ma cosa ci faccio io a Bochum? si chiedeva Franco Quadri sulla strada che da Berlino lo portava a Colonia, attraverso una Ruhr di miniere e teatri da scoprire. Da là avrebbe spedito alcuni dispacci teatrali, corrispondenze del tutto inedite nella pur viva scena italiana di allora. Anni Settanta, sperimentazione, terzo teatro, teatro dei gruppi italiani. Ma lui, molto più avanti, già scrutava quel che succedeva a Wuppertal, dove una certa Bausch Philippina, detta Pina…

Ma cosa ci faccio io a Bochum?

Cartografo, nomade del teatro, si è detto, e si è più volte ripetuto, nel simposio di sabato 29 maggio, al DamsLab dell’Università di Bologna.
Si volevano sì rammentare i dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 26 marzo del 2011. Ma al di là del memorial, si voleva provare anche a lanciare uno sguardo diverso sul ruolo che Quadri ha avuto nella trasformazione della cultura teatrale in Italia.

In definitiva: indagare la sua eredità oggi, un decennio dopo. Con l’aiuto di molti fra coloro che gli sono stati accanto, lavorando con lui, per lui, nel suo multitasking giornalistico, critico, editoriale, ma soprattutto di esploratore attivista e movimentatore. Molti di loro continuano a farlo ancora oggi, attraverso l’Associazione Ubu per Franco Quadri, che ha voluto far nascere l’iniziativa di sabato, ideata e curata da Piersandra Di Matteo e Gerardo Guccini.

Franco Quadri identità

Lavorare con lui, per lui

Impegnati entrambi nell’introdurre al DamsLab bolognese le tante voci che – del Quadri giornalista, del Quadri editore, del Quadri attivatore e inventore – hanno illuminato i versanti, sempre nel segno di un nomadismo teatrale (“la lente dell’erranza” ha detto qualcuno) che si potrebbe anche tradurre in curiosità del nuovo, capacità di creare reti, lungimiranza di editore, audacia nello sperimentare eventi. 

Jacopo Quadri, il figlio, ha recuperato lettere private. Anna Banettini, suo tramite giornalistico a Repubblica, ha esibito biglietti e note scarabocchiate su bloc notes d’hotel. Fausto Malcovati, slavista eccellente, ha confessato le frustrazioni del traduttore. Gianni Manzella, altro nomade delle scene, ha messo insieme viaggi e pellegrinaggi. Roberta Carlotto, già direttore di RadioTreRai, ha rievocato i trascorsi radiofonici. E Leonardo Mello, al suo fianco in Ubulibri, ha delineato alti e bassi di convivenza redazionale.

Patalogo
alcune copertine del Patalogo

Chi sarà l’autore?

Citatissima sempre è stata Renata Molinari che, nei colophon del Patalogo, Quadri affettuosamente qualificava suggeritrice. Con sorriso modesto e sornione, Molinari ha introdotto nel suo intervento una ulteriore chiave di lettura. Fertile di conseguenze oggi che il pensiero teatrale viaggia su binari 2.0 (se non 3.0, 4.0, e così via all’infinito). Si è domandata cioè Molinari: di un testo, di uno spettacolo, di una recensione, di una pubblicazione, chi è veramente l’autore? La domanda implica una co-autorialità tra chi scrive, chi legge, chi assiste, chi studia, chi ricorda. E diventa presupposto inevitabile di pratiche e di pensieri che si evolvono.

Proprio come si evolvono le possibilità di lettura di quel data data-base predigitale che è stato il Patalogo, trentadue annuari di documentazione e ricognizione sul teatro italiano e internazionale tra il 1979 e 2009, che ora nel tempo analitico dei big data possono essere diversamente indagati. Non solo nella linearità cronologica della carta, ma anche con carotaggi digitali e strumenti relazionali, utili di rivelare concomitanze, influenze, correlazioni imprevedibili

A questa nuova lettura della serie dei Patalogo (e anzi, di tutto l’Archivio Franco Quadri, 350 metri lineari oggi “condizionati” in sei centinaia di scatoloni, conservati in località Morimondo presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori) ha messo mano una generazione di studenti-studiosi (dell’Università La Sapienza di Roma, guidati da Marta Marchetti) bravi a trovare tra quelle carte tutto quello che si può trovare. E anche ciò che non si può.

Nelle movenze da antica divinità orientale, Ermanna Montanari ha ridato vita all’aneddotica dell’empatia, mostrando un biglietto datato 1988. E corroborato da quello spedito recentemente da Robert Wilson, il quale certificava: “Franco Quadri was totally unique. He was an invaluable citizen of the world“. Nomade e inestimabile cittadino del globo.

Robert Wilson per Franco Quadri

Il premio Franco Quadri 2021

In occasione dell’incontro è stato anche comunicata l’assegnazione del premio Franco Quadri 2021 a Jean-Paul Manganaro.

Questa la motivazione:

Guardando al Quadri viaggiatore e studioso delle lingue, nonché traduttore illuminato e pellegrino delle arti, l’Associazione Ubu per FQ assegna il settimo Premio Franco Quadri a Jean-Paul Manganaro, intellettuale corsaro che intreccia, nel suo percorso di traduttore, saggista e critico, il teatro e la letteratura, il cinema e la filosofia, a braccetto con artisti e pensatori geniali come Carmelo Bene e Gilles Deleuze, in primo luogo, ma anche Pierre Klossowski e Roland Barthes, fino a Michel Foucault, che hanno frequentato la sua casa parigina e assieme ai quali ha contribuito ad alimentare una stagione di maestri.

Artefice di più di duecento traduzioni di autori italiani in Francia (specialmente per Gallimard e Seuil), e di ruggenti francesi in Italia – tra cui Antonin Artaud e lo stesso Deleuze – Manganaro sperimenta il potere taumaturgico della letteratura e pratica la traduzione come immedesimazione, esercitando una sfrontatezza linguistica tra alto e basso e accogliendo la voce del testo per trasformarla in un altro organismo sonoro.

Con una raffinata componente di divertimento e una intuitiva capacità di invenzione dedica la propria vita italo-siculo-francese (con una parte di cuore nell’isola greca di Patmos) ad accompagnare la parola da un mondo all’altro, in un corpo a corpo con la lingua degli autori che ha scelto, sempre alla ricerca di un cambio di registro, da Gadda e Calvino, a Pasolini e Consolo e Tabucchi e Mari, fino alla profonda passione per il “deserto luminoso” di Dolores Prato. E non senza ampie aperture al teatro, che gli deve, su tutti, la traduzione delle Opere di Carmelo Bene, oltre al suo ruolo determinante di consulente letterario e drammaturgico per François Tanguy col Théâtre du Radeau e Maguy Marin, e alla diffusione, tramite Les Solitaires Intempestifs, dei testi di Antonio Tarantino e Lina Prosa.

Ai lettori italiani – anche la Ubulibri e il Patalogo vantano sue collaborazioni – ha regalato monografie su Bene, Calvino, Gadda e Fellini, percorso, quest’ultimo, di trasfigurazione tra la materia dei fllm e le ossessioni, dentro cui egli procede come in un’intima esplorazione tra echi, revenants, reminescenze ed eterni ritorni. Il processo empatico di Manganaro raggiunge il suo apice quando egli compie l’impresa sublime e lirica di scrivere “un’autobiografia di Liz Taylor”, gesto decisivo nella conquista del firmamento patafisico.

Ci ha lasciati Giuliano Scabia, angelo e diavolo, il nostro maestro delle oche

21 maggio 2021. Stamattina nella sua casa di Firenze se n’è andato Giuliano Scabia, poeta, scrittore e sperimentatore totale di teatro. 

” Tutto l’universo si regge per gioco, nient’altro che per gioco. Velocità, equilibri, gravitazione, rotazione. È un gioco. Io non avrei mai pensato di fare un cavallo con i matti, né di andare a cercare l’uomo selvatico, né di scrivere dei testi teatrali. Il futuro viene di gioco in gioco, di avventura in avventura. Ma siamo noi che lo costruiamo”. 

Così mi aveva detto Giuliano Scabia, qualche anno fa, al compleanno per i suoi 80 anni, quando il suo teatro vagante lo aveva portato tra i giovani dell’Accademia Nico Pepe a Udine. Per loro aveva congegnato i Sei Canti dell’infinito andare, annunciati poi con tamburi e apparizioni nelle piazze di Mittelfest a Cividale.

Giuliano Scabia

A me però viene da ricordarlo ancora giovane, trentenne, quando con il tamburo a tracolla annuncia la liberazione dei matti e la fuga di Marco Cavallo dal manicomio di San Giovanni, oltre i cancelli verso le strade di Trieste.

Quell’avventura, vissuta con Franco e Vittorio Basaglia, Peppe Dell’Acqua, Franco Rotelli, diede una nuova immagine alla follia, ai matti, alla psichiatria. Ciò che faceva Michel Foucault negli stessi anni.

1973. Giuliano Scabia suona il tamburo e Marco Cavallo esce dal comprensorio psichiatrico di San Giovanni a Trieste.

A questo link, inoltre uno dei molti post dedicati a Scabia su questo blog, alla sua scrittura, a Nane Oca.

Eccellenti. Rosalind e le altre. Donne oscurate e ladri di Nobel

Di Rosalind Franklin, biochimica britannica, molti conoscono il caso e le frustrazioni. Abbastanza note sono pure le storie di scienziate come Mileva Marić e Lise Meitner. Oppure quella incredibile di Hedy Lamarr, attrice e anche pioniera del wireless. Ma le altre?

Rosalind Franklin foto 51
foto n.51

Rosalind Franklin. Era sua la foto numero 51. Era sua l’idea dell’elica. Ed è lei che per prima intuì la struttura del Dna. Ma la foto numero 51, “una delle più belle fotografie a raggi X mai scattate“, era stata poi trafugata. E il premio Nobel per la Medicina 1962 era andato ai suoi tre colleghi uomini, Watson, Crick, Wilkins. 

Storie come quelle di miss Rosalind Franklin, “la donna capace di studiare il Dna come un uomo“, non sono rare nella storia della scienza. Le hanno anche vissute la fisica Lise Meitner, la chimica Alice Ball, l’astrofisica Jocelyn Bell, la matematica Katherine Johnson. Solo nell’ultimo decennio, grazie agli studi sulla diseguaglianza di genere, ne sono emerse decine e decine. E non riguardano solo casi eclatanti come il furto dei premi Nobel, ma la vita di tutti i giorni nel campo della ricerca scientifica.

Matilda, le donne e le Stim

L’oscuramento del contributo femminile nel campo delle Stim (i campi di Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) ha un nome. Si chiama “effetto Matilda“. Ne ho parlato in altre occasioni su questo blog. In particolare per il caso di Mileva Marić, la prima mogie di Albert Einstein (vedi qui a febbraio 2020 e qui a dicembre).

Ma anche oggi: quante giovani ricercatrici si vedono scippare il risultato di un lavoro dai loro stessi mentori e supervisori, accademici e professori, che lo pubblicheranno poi a proprio nome. Quante donne impegnate in università e istituti specializzati vedono minacciata la propria carriera dai responsabili (per lo più maschi) del progetto. E non raramente capita che subiscano avance, quando non si tratta di molestie.

Le eccellenti 1 - Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Donne eccellenti, donne oscurate

Di loro – donne passate, presenti, future – si occupa il lavoro teatrale di Marcela Serli, dal titolo inequivocabile, Le eccellenti.

A questo spettacolo – coprodotto da Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro della Tosse Genova e Fattoria Vittadini Milano, con un formula cara alla regista e drammaturga italo-argentina Serli – partecipano molte donne non abituate al palcoscenico, ma a proprio agio piuttosto in laboratori, università, studi di ricerca.

Ricercatrici quindi, e professoresse, docenti, responsabili di team, imprenditrici, cui la diseguaglianza di genere assicura stipendi spesso inferiori a quelli dei loro colleghi maschi, e prospettive di carriera assai più accidentate, allorché ambiscano com’è giusto, ai ruoli apicali. Il famoso soffitto di cristallo, per dirlo con una frase già molto consumata.

Chiara, Domenica, Saveria, Anna, Pamela, Lorenza, Laura, Veronica e Caterina. Sono loro (con voci a volte incrinate dall’emozione per lo stare sotto i riflettori, una volta tanto) che raccontano i percorsi difficili della propria carriera, le delusioni, le insoddisfazioni, oppure gli spunti che le hanno convinte a reindirizzare il proprio lavoro. Ad esempio diventare imprenditrici, creatrici di un’azienda che lancia mini-satelliti nello spazio. Eccellenza italiana.

Le eccellenti 2 - regia Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Paradosso delle donne eccellenti

Dice però l’ideatrice di questo progetto teatrale, Marcela Serli, in una frase dal senso volutamente paradossale: “Non si potrà parlare di uguaglianza quando le donne di talento avranno le stesse opportunità degli uomini di talento. L’uguaglianza si realizzerà solo quando ad essere visibili saranno pure le donne mediocri, perché fin troppo evidente è la visibilità dei maschi mediocri“. Eggià: ce ne sono tanti.

Le eccellenti - Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)
Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)

Giannola e le altre

Il debutto dello spettacolo, ieri sera al Politeama Rossetti di Trieste, è stato preceduto da un incontro di altrettante eccellenze femminili, che si sono affermate in altri campi. Da Giannola Nonino (l’immagine più convincente del successo mondiale della grappa) a Barbara Franchin (visionaria ideatrice del contest internazionale di giovani creatività Its), a Serena Zacchingna (biologa molecolare all’Università di Trieste, impegnata nella ricerca sulle cellule cardiache) e Cristina Bacchini (top manager di Generali Assicurazioni, esperta di analisi del rischio). 

A condurre l’incontro, è stata la giornalista e anchorwoman Rai, Marinella Chirico, che con l’eccellenza dell’interloquire, le ha spronate a parlare di sé, tralasciando il ruolo dei loro mariti. 

Perché non succeda che il famoso luogo comune “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” possa essere ribaltato. E valga semmai il detto che si attribuisce a Luciana Littizzetto: “Dietro a un grande donna, c’è sempre una grande colf“. Battutaccia.

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LE ECCELLENTI 
progetto, regia e drammaturgia di Marcela Serli
con in scena:
Cinzia Spanò, Noemi Bresciani, Marcela Serli. Margherita Baggi, Camilla Collet, Piercarlo Favro
e le ricercatici Chiara Ameglio, Domenica Bueti, Saveria Capellari, Anna Gregorio, Pamela Martinez Orellana, Lorenza Masutto, Laura Nenzi, Veronica Ujcich
e Caterinaa Bonetti
promosso da CUG dell’Università degli Studi di Trieste, CUG della SISSA-Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
prodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro della Tosse e Fattoria Vittadini

in scena al Politeama Rossetti di Trieste fino al 23 maggio

Sai perché il Teatro Miela si chiama Teatro Miela?

No? Allora leggi questo post, che parla dell’edizione 2021 di SatieRose (un progetto che da 30 anni, a Trieste, celebra il compleanno di Erik Satie) e mi dà lo spunto per parlare di Miela Reina, alla quale quel teatro è dedicato.

Miela Reina - Prefigurazione d'un avvenimento
Miela Reina – Prefigurazione d’un avvenimento

Che cosa penseresti di un’artista che si occupa di avventure domestiche e ipotesi avveniristiche? Che ama le buste della posta (ma solo quella aerea), e poi le forbici, i fiammiferi, i paracadutisti? Di una donna che scala il muro della villa di Pablo Picasso in Costa Azzurra, inventano là per là proverbi cinesi?

Miela Reina (particolare fiammifero)
Particolare-fiammifero da una tavola di Miela Reina

Penseresti che c’è del genio, in tutta questa sregolatezza. E avresti visto giusto. Così come vedeva giusto Gillo Dorfles. Della giovane Miela Reina, Dorfles scriveva:

“In un periodo nel quale le esperienze teatrali d’avanguardia non avevano ancora assunto quegli sviluppi che avrebbero avuto negli anni successivi [si riferisce alla metà degli anni Sessanta] le operazioni tentate da Miela si devono considerare precorritrici”.

Miela Reina- La piantagione
Miela Reina- La piantagione

Non sapremo mai che cosa questa artista, proiettata nel futuro, avrebbe potuto offrire a una dimensione plurale dell’arte (era pittrice, grafica, scenografa, fumettista, e tante altre cose). Non lo sapremo, perché Miela Reina morì nel giugno del 1972, a soli 36 anni.

Miela al Miela

Dice Corrado Premuda, che assieme a Alessandro Marinuzzi (regista) e Sara Alzetta e Francesco Facca (attori), ha dedicato al lavoro artistico di Reina la prima serata del minifestival SatieRose: “Il mondo si divide in due. Una minoranza, che ben conosce e ha approfondito l’universo di Miela. Una maggioranza, ma molto vasta, che nemmeno sa chi sia”.

Sono gli stessi che non sanno perché mai il Teatro Miela si chiama così. La sala è situata a Trieste, sul sedimento di un vecchio cinema annesso alla Casa del Lavoratore Portuale, con la sua tipica e razionalistica architettura anni Trenta.

Miela. E non miele. Non è uno sbaglio di ortografia.

Nel restituire lo spazio alla città, trent’anni fa, i signori Bonawentura, trecento mecenati con in tasca una busta contenente un milione di lire a testa (i soldi che avrebbero dato il via alla ristrutturazione) dovevano decidere il nome da dare alla sala, ripensata dall’architetto Roberto Dambrosi e allora nuova di zecca. All’unanimità i Bonawentura scelsero Miela, forse per prolungare oltre la sua scomparsa i segni virtuali che Reina aveva lasciato.

Il logo di Gianfranco Pagliaro per il Teatro Miela a Trieste (1990)

Avanguardia domestica

Dedicata a lei, la serata di ieri, venerdì 14 maggio, ha visto al Miela l’allestimento di Domestica avanguardia, la lettura pubblica delle tavole a fumetti di Storie Elisabettiane, l’intervento in video o dal vivo di molti che hanno intrecciato il proprio percorso al quello di Reina.

Tra di loro, l’architetto Luciano Semerani, il musicologo Carlo de Incontrera, il fotografo Mario Sillani Djerrahian, le cui discipline da sole bastano a far intuire l’orizzonte su cui si muoveva quella donna geniale e poliedrica.

A definire di più quell’orizzonte, sempre nell’ambito di SatieRose, sarà l’appuntamento di domenica 16 maggio notte (ore 23.45) , in prossimità del compleanno di Erik Satie (che si festeggia il 17). Il violoncellista Francesco Dillon si impegnerà in una bizzarra partitura ideata da Miela Reina (mazzo di carte) e Carlo de Incontrera (composizione), e intitolata La pazienza del violoncello. In molte lingue infatti, pazienza significa anche solitario con le carte.

Se a quell’ora sarete svegli, la pagina Facebook del Teatro, o il suo canale YouTube vi permetteranno di seguire in diretta l’evento. E alla fine, di spegnere con un soffio virtuale (alle 00.00) le candeline della torta. Buon compleanno, Satie.

Miela Reina – Cuore Bretzl

E se poi, volete sapere anche qualcosa di più su SatieRose e il compleanno del musicista più eccentrico dell’ (altro) secolo, date un’occhiata ai post delle serate Satie nel 2019 e nel 2020.

Strehler chi? Quel ragazzo di Trieste

Previdente, Cristina Battocletti anticipa in un volume la data fatidica del 14 agosto 2021, quando saranno passati 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler. Mi sono letto tutte le sue 450 pagine di minuziosa biografia. La vita come spettacolo.

Strehler in tenuta da tennis

“Giorgio era un pianeta” dice Andrea Jonasson, parlando dell’uomo capace di cambiare le vite. Non solo la sua: la vita di un’attrice tedesca catapultata in Italia per amore di lui e trasformata. Ma anche la vita del teatro: quello italiano, quello europeo, il teatro di un secolo, trasformato anch’esso.

Per raccontare in un libro il “pianeta Strehler” ci vogliono almeno 450 pagine. Tante quante ne ha riempite Cristina Battocletti nel suo lavoro di esploratrice di vite. In Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, 19 euro, ebook, 9,99 euro) Battocletti percorre in lungo e in largo quel pianeta, provando a descriverne i tanti climi, le tante luci, le tante donne.

Battocletti copertina

La più rumorosa impronta nella regia italiana

Nell’anno in cui ricorre l’anniversario della nascita di Strehler, ricordi e rievocazioni e commenti non mancheranno. C’è anzi da pronosticarne il culmine, ad agosto, sotto il segno del Leone. Proprio cent’anni fa in quei giorni e dalle mie parti, nella silenziosa casetta a due piani di una stradina discosta a Barcola, frazione di Trieste, nasceva l’artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia italiana e nella pratica teatrale del Novecento europeo. Per scomparire improvvisamente un momento prima che il secolo di concludesse: la notte di Natale del 1997, a Lugano.

Ma definire Strehler “il ragazzo di Trieste“, non è solo scegliere un titolo per una biografia: è fissare un punto di vista. È la chiave per andare a scoprire che cosa abbia fatto di Strehler un uomo capace di essere triestino, milanese, italiano, europeo, tutto nello stesso tempo. Battocletti, friulana d’origine, poteva farlo. Con lo sguardo di coloro che vedono da lontano il mare – come nelle canzoni di Paolo Conte – oltre che la cultura mitteleuropea. Tanto da rimanerne infine stregata e dedicare ad alcuni grandi “triestini dentro”, prima a Boris Pahor (“Figlio di nessuno”, 2012 ), poi a Bobi Bazlen (“L’ombra di Trieste”, 2017), e adesso finalmente a Strehler, il proprio stringente lavoro di cartografa di vite straordinarie.

Strehler giovane al Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo e il grande

Non è uno scrittore, stavolta, ad essere mappato. È il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una grande notorietà mondiale. Naturale perciò che il volume vada modellandosi come una pièce teatrale, o un’opera musicale. Una tra le tante che il regista aveva messo in scena, fino a quell’ultima Così fan tutte, rimasta incompiuta nel dicembre fatidico del ’97.

Una biografia allestita come uno spettacolo: sette scene, sei intervalli, ouverture all’inizio e sipario finale. In mezzo, un apparire e uno scomparire continuo di personaggi. Dai ruoli più importanti (Paolo Grassi, Nina Vinchi “terza fondatrice del Piccolo”, e tutte le iconiche attrici di quel teatro Valentina Cortese, Milva, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Andrea Jonasson, …) fino ai figuranti meno noti, ma indispensabili e capire la complessa personalità di Strehler. Che sta tutta – assicura Battocletti – nelle sue radici. 

È nelle prime decine di pagine, dedicate alle origini, che si disegna il mondo di luci e ombre che saranno poi il segno maturo del regista, mago degli effetti luminosi. “Se quella abilità appare a tutti magica o stregonesca, è perché c’è lo zampino di Trieste” scrive la biografa.

Strehler giovane

Genealogie

Il nonno materno, Olimpio Lovrich, è un montenegrino, impresario teatrale, e a Trieste tiene il timone del Teatro Verdi e del cinema-teatro Fenice. La nonna è una francese, Marie Aline, “che mai parlò altro che il francese”. La madre, la “mammetta” anzi, si chiama Albertina Lovrich, cognome che verrà italianizzato in Ferrari, quando diventerà violinista di una certa fama e comincerà a esibirsi con il Trio di Milano.

Infine, appena sbalzato in controluce dalle proprie origini tedesche, il padre, Bruno Strehler, morto di tifo fulminante, a 28 anni, durante un viaggio con Albertina a Vienna. “Mia madre fece ritorno a Trieste in treno, da sola, con la cassetta delle ceneri sulle ginocchia”. Il piccolo Giorgio aveva solo tre anni. 

In una casa del centro (via San Lazzaro 4, per essere precisi) che risuonava di musica e di voci di donna, il ragazzo di Trieste cresce sognando un futuro da direttore d’orchestra. E tale lo prefigura Victor de Sabata (altro eccellente nome della diaspora triestina) che lo incontra quando ha meno di 30 anni: “Perché non ti rimetti a studiare musica con me per due o tre anni?”. “Penso che ognuno di noi che fa un certo mestiere – rifletterà Strehler parecchio tempo più tardi – possa sostenere che avrebbe dovuto farne un altro”.

Strehler con copione in mano
(ph. Lelli Masotti)

Il senso dell’apocalisse

Infatti la storia va in tutt’altra direzione, quella che conosciamo, e si squaderna per le successive 400 pagine del libro. Fino alla stretta finale – la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1997 – che ripercorre, in un montaggio velocissimo, quasi in un filmato, il diffondersi della notizia della morte. Che coglie impreparati, increduli, atterriti, tutti i personaggi di quello spettacolo che è stata la vita di Giorgio Strehler.

Da Trieste aveva ereditato il senso dell’apocalisse e dell’angoscia, di un sentimento sempre sull’orlo del baratro” scrive Battocletti. Che è una visione estremista della città, ma adeguata al personaggio. “Strehler è la più grande contraddizione montata su due gambe che si possa immaginare. Per lui è impossibile non spendere superlativi assoluti, e molto spesso di segno opposto“.

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 18 aprile 2021]

STORIE – Il giradischi cominciò a girare, Kazuo Ohno danzò per noi

Ci volevano gambe buone per raggiungere la casetta in cima in cima a una delle colline di Yokohama. Davanti al cancello ci attendeva, Yoshito, il figlio del Maestro. Cerimonioso, come sono sempre i giapponesi, ci invitò ad entrare. Kazuo Ohno ci aspettava.

Kazuo Ohno in Water Lilies
(ph: Keiko Ikeuchi)

La storia che ho pubblicato lo scorso dicembre – nella quale racconto un incontro con Harold Pinter – ha avuto un inaspettato numero di lettori. Molti mi hanno scritto. Avrei dovuto saperlo che raccontare storie personali – quelle che sono capitate proprio a te – crea un interesse che notizie di altro tipo non riescono a suscitare.

Così mi sono ripromesso di pubblicarne altri, di questi episodi: una piccola antologia di incontri con uomini (e donne) straordinari. Dite che si è capito che quel vecchio libro di Gurdjieff, quando l’ho letto, mi è piaciuto molto? (… e sono poi rimasto incantato dal film che, alla fine degli anni ’70, ne aveva tratto Peter Brook).

Perciò, se vi va, seguitemi.

Giro del mondo. Ultima tappa Giappone

Yokohama, estate 1996. La settimana in Giappone faceva parte di un viaggio studiato e preparato con cura. Approfittavamo, Gianfranco Capitta e io, di quelle incredibili offerte che le compagnie aeree, in tempi di vacche grasse, mettevano nei loro menù di viaggio.

Giro del mondo completo, in una sola direzione, con due vettori e sei scali, a prezzi se non stracciati, certo abbordabili.

Poi c’era una borsa di studio della Japan Foundation, che ci avrebbe sostenuto in un momento in cui lo yen valeva tanto, ma tanto. L’istituto di cultura nipponico aveva programmato per noi, nella sosta a Tokyo e in quella a Kyoto, incontri ravvicinati con il meglio del teatro giapponese, esponenti della tradizione, ma anche dell’innovazione.

Atterrammo a Tokyo, un po’ sconcertati. La precedente tappa, le isole Fiji, ci aveva fatto toccare con mano la forbice etnica che separava, su tutti i piani del vivere quotidiano, la comunità etnica figiana e quella degli immigrati indiani. Una società divisa.

L’opposto del profilo monolitico, compatto della società giapponese, che ci accolse allora – erano gli anni ’90 – con tutte le meraviglie dispiegate di un decennio che avrebbe cambiato tecnologicamente il mondo.

Superfluo parlare del viaggio sulle linee dello Shinkansen: il treno-proiettile viaggiava quando l’alta velocità in Italia stava ancora ne sogni di futuristici imprenditori. Inutile soffermarsi sulla visita all’innovativo quartier generale dell’Asahi Shimbun, il più accreditato quotidiano giapponese, accolti dallo staff, con una pletora biglietti da visita e inchini che a noi, poco abituati, procurarono alla fine solo dolori di schiena.

Il momento più emozionate di quella settimana ci attendeva sulla collina di Yokohama.

Kazuo Ohno
(ph. Chris Magee)

Riuscirò a dimenticare quella mano?

La mano di Kazuo Ohno, novant’anni proprio in quell’anno, che con un gesto incerto, lento, appoggia la puntina sul vecchio giradischi. Le note di Rachmaninoff si diffondono nello stanzone, l’atelier, un piccolo edificio discosto dalla casa e tutto dipinto di bianco. Il corpo antico, rugoso, curvo quasi di carta velina, si anima di piccoli movimenti impercettibili.

Poi, per noi due increduli, seduti a gambe incrociate a terra, Kazuo Ohno comincia a danzare.

Prima, mentre in casa sorseggiavamo il te preparato dalla consorte, la signora Chie, lui ci aveva spiegato la sua filosofia. Era cristiano, Ohno, ma di un cristianesimo tutto suo, panteista, orientale. Credeva in un Cristo zen, sapeva che un fiore può rinchiudere l’universo intero. Minuscolo e generoso, aveva detto sì quando la Japan Foundation gli aveva proposto di concedere un’intervista ai due italiani: era ovvio, venivano dal Paese del Papa.

Concentrata e diligente, l’interprete si sforzava di tradurre, ma le parole si ficcavano ogni volta nella strettoie della traduzione. Non era facile capire. E pure lui sentiva l’ostacolo di due lingue diverse.

Soltanto il perizoma bianco

Così, con un moto imprevedibile, scaturito da quella impotenza, ci aveva condotti verso l’atelier, si era liberato della tuta di lavoro ed era rimasto nudo, soltanto il perizoma bianco. Poi, lentamente, ritualmente, con una antica precisione, staccandoli da un piccolo attaccapanni, aveva indossato gli abiti che da decenni indossava danzando la sua creazione del cuore. Il vestito nero e il cappello con il fiore rosso di La Argentina.

Kazuo Ohno in Admiring La Argentina

Restavano scoperte solo le mani, i tortuosi tendini del collo, la superficie prosciugata del viso. Avrebbe danzato per noi due. Era il messaggio che ci consegnava. La sua parola-corpo.

Bisogna ritornare molti indietro per capire che cosa rappresentassero quel vestito, quel fiore, quel cappello. Bisogna rivedere le foto del 1930, quando il giovane Kazuo, allora ufficiale dell’esercito, insegnante di educazione fisica, venne accompagnato a Tokyo per assistere all’esibizione di una celebre danzatrice spagnola, Antonia Mercé, che si faceva chiamare La Argentina. Quella serata, quella visione gli cambiarono la vita. Una finestra si aprì per lui su un diverso universo, Kazuo scoprì un altro linguaggio.

manifesto 1977

In Europa con La Argentina

Non è stato Kazuo Ohno a inventare il giapponese Butho, la danza delle tenebre, ma certo ne è stato l’immagine più nota, quella che ha girato il mondo. L’Europa cominciò a conoscerlo solo negli anni ’80, quando arrivò al Festival di Nancy con la sua creazione Admiring La Argentina, appunto. Alla sfuocata attenzione della critica, quello spettacolo parve allora un capolavoro decadente, dalle figurazioni kitsch, oltre Mishima.

Ma sbagliava chi si ostinava a rintracciare in Ohno il segno del travestitismo, la tradizione dell’onnagata.

La Argentina Sho (Admiring La Argentina) a San Paulo, Brasile (1997)

Ho danzato nel liquido amniotico di chi mi ha generato, con gioia e con dolore. La mia nascita ha coinciso con l’inizio della morte di mia madre” dirà dopo aver elaborato spettacoli sempre più lontani dalla matrice estetica del Butho, e diventati manifesto di una filosofia personale, ibrida, mistica, come My Mother, come Water Lilies, entrambi visti negli anni ’90 anche in Italia.

Kazuo Ohno

Dei fiori, del ventre materno, Kazuo Ohno volle parlarci in quell’estate del 1996, per tutto un pomeriggio. Ma attraverso la danza. E noi lo comprendemmo, nel mistero doloroso dei suoi 90 anni, mentre assieme alla moglie Chie e al figlio Yoshito continuava a offrici cibo e piccoli disegni. Nel giugno del 2010, Kazuo Ohno è scomparso. Stava per compiere 104 anni. Yoshito lo ha seguito nel gennaio del 2020.

In queste immagini, Kazuo Ohno a quasi 90 anni, si muove sulle note di un Notturno di Chopin.

Ecco il link al sito ufficiale.

[una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul trimestrale HYSTRIO 3/2010]

Nella solitudine delle strade del coprifuoco. Il rider Kepler-452

Si chiama Nicola. Fa l’attore. E anche l’autore, il regista, il tecnico. O meglio: faceva tutte queste cose. Fino a un anno fa.

Un anno fa ha cominciato a capire che queste cose non erano essenziali. Proprio un anno fa: quando la sequenza inesorabile ha messo in fila il distanziamento, le mascherine, la sanificazione, i termoscanner. E poi, via via, le sale cinematografiche e teatrali sbarrate, i viaggi e gli spostamenti proibiti, il coprifuoco serale e notturno. Del lavoro di Nicola – il teatro – non è rimasto quasi niente. La sua professione si è spenta, così come si spegne, consumandosi, una candela.

Nicola però non si è spento. Nicola è nato negli anni Ottanta. A quella generazione hanno insegnato il valore della trasformazione e la virtù dell’adattamento. Gli hanno spiegato che la flessibilità rende liberi. Che è importante contare sulle proprie gambe. Così Nicola ha cambiato lavoro. Vive ora, letteralmente, della forza delle proprie gambe.

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ph. Davide Spina

Nicola ora corre in bicicletta: è un corriere (tradotto, si dice rider). Vuol dire che fa le consegne a domicilio (tradotto, equivale a delivery). Ciò che fanno oggi migliaia di persone a cui hanno spento il lavoro di prima. Recapita i pacchi, le buste, gli scatoloni. Porta a casa i cibi precucinati da mangiare per cena. È uno dei ragazzi della pizza o di Foodora. Uno degli angeli caduti di Amazon o di Zalando. La generazione dei lavoretti (tradotto: gig economy generation).

Ma Nicola, lo spirito del teatro non l’ha perso, e il suo nuovo e il suo vecchio mestiere si fondono in un’esperienza strana, corsara. Nicola si infila negli interstizi del grande modello della pandemia. Il suo lavoro, adesso, è un ibrido del nostro tempo che con i suoi compagni di avventura (Paola Aiello, Enrico Baraldi, Michela Buscema, Riccardo Tabilio, e lui, Nicola Borghesi, formano la compagnia Kepler-452) ha voluto chiamare Consegne, performance in tempo di Covid.

Consegne - Kepler-452- 2 ph_Davide Spina
ph. Davide Spina

Ti racconto che cosa succede

Hai ordinato qualcosa online e quel qualcosa tra poco ti verrà consegnato. Nicola il corriere si mette in contatto con te, sul telefonino. Infila la bici e parte dal magazzino. Ci vorrà una mezz’ora buona per la consegna. Nicola deve attraversare la città e la città adesso è buia, fredda, piovosa. La vedi scorrere nel tuo display, mentre Nicola pedala con la webcam in fronte. Senti l’affanno del suo respiro e il rumore delle poche auto in circolazione. Tra poco scatterà il coprifuoco e nessuno ha voglia di sfidare leggi e ordinanze. Può farlo solo Nicola, perché il suo nuovo lavoro – dicono quelle disposizioni – è essenziale. Consegnare.

A volte vedi Nicola in faccia. Ha girato la cam e si rivolge a te, vuole capire dove abiti e qual è la strada più veloce. Di consegne deve farne parecchie, oggi. Nicola ha preso a parlare anche di sé, di ciò che per lui era essenziale. Di ciò che è essenziale adesso.

Magari lo domanda pure a te: curioso di sapere se tu pure sei infelice o triste, resiliente o resistente. Se speri anche tu che tornino i giorni della normalità. I giorni felici, avrebbe detto Beckett. Oppure non ci speri più. O non ci hai proprio mai sperato.

Nella solitudine delle strade del coprifuoco Nicola il corriere pedala e ogni tanto perde l’orientamento. Vorresti dirgli: no, stai sbagliando, alla seconda devi svoltare a destra. Ma lui è per strada e tu sei solo a casa, e il filo intangibile del contatto è la sola cosa che in questo momento vive. Esistete solo tu e lui.

Vorresti anche dirgli: sali su, bevi un caffè, ci mangiamo un panino. Ma sai che non è possibile. La salute prima di tutto. E poi, giusto il tempo della transazione. Scambio economico senza scambio umano.

Nicola è lucido e ti fa capire che prima di tutto viene l’homo oeconomicus. Soltanto al secondo posto c’è l’homo sapiens. Chissà quante posizioni più sotto si colloca l’homo ludens. È il principio di ciò che è essenziale, e di ciò che non lo è.

Tu hai pagato, lui consegnerà il dovuto.

Quando andava tutto bene

Ogni tanto anche Nicola sgarra alle regole della consegna. Diventa un po’ sentimentale. Te le ricordi, dice, le canzoni di quando andava tutto bene? Qual era la tua canzone? Tu gliela dici, lui smanetta su Deezer o Spotify e te la trova subito. Succede perfino che la cantate assieme.

Te li ricordi i giorni del primo lockdown, ti dice poi, l’epica della fase uno, l’orgoglio nazionale? Niente di tutto questo adesso, #nientesaràcomeprima. E intanto con il passaporto notturno della sua divisa da rider, è già arrivato sotto casa tua.

La webcam adesso inquadra il tuo portone, il tuo nome sulla pulsantiera. Ed è un emozione fortissima, aspettare che il dito del guanto di Nicola prema il bottone e il tuo campanello squilli. Una frazione di secondo, ma una attesa infinita.

Scenda al pianoterra, per favore“. Tu infili le scarpe, la giacca e (madonninasanta l’avevo dimenticata) la mascherina, e ti precipiti giù per le scale. Nicola è lì davanti che attende. Immobile come un alieno. Il casco in testa e la cuffia blu luminosa, la bici a terra, lo zaino termico con la tua consegna ancora chiuso. Nessuno dei due dice una parola. Ti porge prima una cuffia, sanificata: sentirai descritte le azioni che di là a qualche decimo di secondo, insieme, vi ritroverete a compiere. Come una profezia.

Nella pioggia, nel freddo, nell’umido dei calzini, è un momento irreale. Una consegna monumentale. Al rallentatore, come se la Storia, dall’alto, vi vedesse e vi giudicasse, superstiti umani nell’era del coprifuoco, congelati nella transazione. Immobili, come la copertina di un vecchio disco dei Pink Floyd. Lui tende il suo braccio, tu tendi il tuo. Il passaggio di mano, la transazione.

Hai avuto ciò che ti spetta e ora Nicola riprende la sua bici e si dilegua nel buio. Lo attende un’altra consegna. O, per dirla come Nicola diceva nel mondo di prima, un’altra replica.

Istruzioni per l’uso.

Consegne – scrivono questi di Kepler-452 – “è un azione corsara, uno progetto nato a Bologna, lo scorso ottobre, dallo sconforto di una nuova chiusura dei teatri, pensato per la notte più desolata mai conosciuta da molti anni: quella del coprifuoco”.

In questo periodo Consegne è attivo in Friuli Venezia Giulia, sostenuto da Css – Teatro stabile di innovazione e inserito nel cartellone Blossom – Teatro Contatto.

A Udine il 21, 22, 23, 24 gennaio e il 12, 13, 14 febbraio. A Cervignano il 9, 10, 11 febbraio 2021. Consegne si replica 4 volte al giorno (alle ore 18.00, 19.00, 20.00, 21.00), fa riferimento a un indirizzo di consegna e a uno o più spettatori che condividano quel recapito e abbiano a disposizione un computer connesso alla rete. La consegna avviene in sicurezza, secondo le norme contemplate dai protocolli e dai Dpcm.

Per informazioni 0432.506925 e sito Css – Teatro Stabile d’innovazione del FVG -Udine

A proposito di Kepler-452 e di Nicola Borghesi trovate altri post su QuanteScene!

Il postino suona sempre due volte. Ma non a casa mia

Sarà che l’impianto elettrico è un po’ malandato. O malandate sono le mie orecchie. Ma lo squillo del postino a volte non lo sento.

Così è capitato che il mio vicino – persona gentile, che il postino conosce da sempre – l’altro giorno mi mette in mano tutti i pacchi arrivati per me in queste due settimane di feste. Ma depositati da lui.

Non è più tempo di panettoni e bottiglie di bollicine. Lo sapete anche voi che nessuno spedisce più certi festosi scatoloni natalizi. Arriva soltanto ciò che avete ordinato su Amazon. E a casa mia, anche tanti libri.

Alcuni abbastanza superflui. Altri molto belli e interessanti. Di questi vorrei parlare oggi.

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano

Non li ho letti tutti, naturalmente

I giornalisti che scrivono sulle Pagine di Cultura hanno un vantaggio. Arrivano loro in visione parecchi volumi. E l’implicito invito a recensirli. Dovessi leggerli tutti da cima a fondo, ci vorrebbero mesi in isolamento. Su di alcuni però, soprattutto quelli che trattano temi teatrali, mi piace soffermarmi. E avviare lente operazioni di lettura.

Ve ne voglio segnalare alcuni, tra questi libri. Quelli che più di altri hanno fatto scattare l’allarme della mia attenzione. Chissà che non suscitino pure la vostra.

Per esempio: lo sapevate che i nostri titani musicali – Rossini, Verdi, Puccini – non sono poi tanto amati? Certo, la gente vuole loro un gran bene. Ma chi si occupa professionalmente di musica storce spesso il naso davanti alle arie più celebri e popolari di Puccini. Per non parlare dei greatest hits di Verdi… evitati anche dalle generazioni giovani, che percepiscono il melodramma come linguaggio d’élite, oltreché anziano.

Parigi o cara… ma grazie no

Lo immaginavo, ma ne scopro l’estensione dopo essermi gettato nella lettura di Italiani contro l’opera, bel volume di Francesco Bracci, uno che la sa lunga. E che oltre a essere specialista di opera italiana ottocentesca, si è occupato, per dirne una, di usi politici della musica.

“Troppo rozza e provinciale per molti musicisti, scrittori e intellettuali – scrive Bracci – o troppo impegnativa per una parte crescente di pubblico, l’opera smette nella seconda metà del ‘900 di essere il genere artistico italiano per eccellenza”. In circa 300 pagine, il volume si impegna a rintracciare, dalla fine della seconda guerra a oggi, la storia dell’ostilità a volte sotterranea, a volte esplicita, di parte del nostro Paese verso questa “ingombrante eredità”.

È insomma uno studio sulla ricezione del melodramma, non sugli autori o sulle opere. Di questo tipo di ricerche, ampliate anche verso il teatro (e per dirla con un termine che non è più in voga, il teatro di prosa) ci sarebbe oggi un gran bisogno. Si eviterebbero certi clamorosi fallimenti nella programmazione dei cartelloni, negli enti lirici e nei teatri nazionali.

La Traviata - atto primo - partitura
Alfredo canta Libiamo, libiamo, uno dei greatest hits verdiani. Lo dovrebbe fare con grazia, leggerissimo…

Un sismografo per la Storia

Quattrocentocinquanta pagine e un peso di poco sotto il chilo sono invece le misure del volume che, appena uscito dal suo bustone, ha virato in positivo la mia giornata.

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia. Ricchissimo, illustratissimo, è il catalogo della mostra ospitata nel Padiglione centrale dei Giardini, a Venezia, fino a due mesi fa. Un minuzioso lavoro di selezione nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (il mitico ASAC) mette davanti agli occhi di chi aveva già visto la mostra, e di chi adesso sfoglia il volume, l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale veneziana e la Storia con la esse maiuscola. Dal 1895, cioè da 125 anni, le due interloquiscono attraverso reciproci riflessi. La Biennale continua naturalmente a perseguire il suo mandato di esplorazione delle tendenze innovative nelle arti contemporanee, ma in questo ruolo, risulta essere stata anche il “sismografo dei sussulti della storia, dei suoi cambiamenti, dei drammi e delle crisi sociali”.

Tra questi segnali sismografici mi ci sono ritrovato pure io. In una fotografia, del 1975, quando davanti alla basilica di San Marco, Julian Beck e il Living Theatre, portarono in piazza i Sei atti pubblici di L’eredità di Caino e noi stavamo là, impressionati (da un angolino sulla destra sbuca pure un giovane Cacciari). O l’anno dopo, alla Fenice, con Robert Wilson e Philip Glass, per Einstein on the beach. Spettacolo che per molti di noi, neanche ventenni allora, rappresentò La Svolta.

Le muse inquiete -La Biennale di Venezia

Nelle teche della nostra recente esperienza

Di un teatro recente, molto recente, parla invece il libro scritto da Marco Baliani e Velia Papa. 

L’attore nella casa di cristallo trasmette a chi lo legge tutto lo spaesamento provato da coloro che hanno assistito a quell’allestimento di “teatro ai tempi della Grande Pandemia”, realizzato alla fine della primavera scorsa da Baliani, nella piazza davanti al Teatro delle Muse ad Ancona. La produzione di Marche Teatro è stata “una performance volutamente priva di ordine, dove il senso non si trova, ma si smarrisce – scrivono Baliani e Papa – esattamente quello che è capitato alle nostre vite durante il lockdown e che sta ancora durando nell’incertezza del futuro prossimo. Lo stesso senso di smarrimento che gli spettatori hanno provato di fronte all’assurdità di due corpi rinchiusi in due teche di vetro incomunicabili”.

L'attore nella casa di cristallo - Marche Teatro

Ripercorre all’opposto una storia che dura da cinquant’anni Napule ’70. Chille de la balanza. Con belle fotografie, spartiti, interviste, approfondimenti, materiali inediti, Matteo Brighenti (che ha curato il volume) e Claudio Ascoli (che nel 1973 a Napoli ha fondato il gruppo), raccontano un cammino che dalla capitale campana arriva fino a Firenze, agli ambienti dell’ex manicomio di San Savi (qui Ascoli, con Sissi Abbondanza e il gruppo dei Chille lavorano adesso) per ritornare infine alle origini, Napoli, dove il loro spettacolo (quello che dà il titolo al libro) è stato presentato nel cartellone di Teatro Festival Italia.

Brighenti e Ascoli - Napule '70 - Pacini Editore

“È l’epopea di un certo tipo di teatro italiano – spiega Massimo Marino nella prefazione – una scena che rifiuta di mettersi su un palcoscenico a re-citare un testo e che configura la sua azione come viaggio, come uno di quei cammini che si facevano un tempo, quando non esisteva Internet. (…) È la storia di un mettersi per strada con uno zaino, possibilmente leggero, e con molte curiosità e tanti desideri. (…) È il movimento di una generazione inquieta che ha trasformato l’impegno in teatro in romanzo teatrale, sulla strada”.

La fine del mondo, secondo Giuliano Scabia

L’ultimo titolo di cui parlo sta sulla copertina di un volumino che non ho ancora letto. Ma che ugualmente, preventivamente, mi è caro. Ogni anno, nei primi giorni di gennaio, apro con grande aspettativa la busta, con il mio indirizzo, scritto a mano da una calligrafia che mi è familiare. Quella di Giuliano Scabia. C’è dentro sempre un libretto piccolo piccolo, ma affettuosamente curato, tirato in un numero ristretto di copie (quest’anno la mia è la numero 89 su 300). In prima pagina campeggia una personalissima dedica.

Il titolo che allo scoccare del 2021 Scabia ha inviato agli amici è Canto del monaco Silvano, un altro dei suoi poemetti vaganti, illustrato stavolta da Riccardo Fattori. “Era una persona luminosa, Silvano Maggiani, profonda, positiva, costruttore di futuro. Non lo aiutava il corpo, troppo pesante, ma era capace di volare” ricorda Scabia nel disegnare biograficamente ciò nel Canto segue le vie di una poesia animale, messa nel becco alle oche (sui viaggi e sulle geografie di Scabia, vedi anche qui)

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano 2

Fa freddo e bora quassù a Nordest, meglio non avventurarsi fuori. Il Canto del monaco Silvano lo leggerò con calma, questo pomeriggio, al caldo. Tra il quaquaraquà delle bestie che gli fanno corona.

Ps. Dimenticavo quasi di dire che qualche settimana fa mi è arrivato un altro libro firmato Scabia, tipograficamente impeccabile e intitolato Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri). È l’esito editoriale dei laboratori svolti al Teatro Olimpico di Vicenza nel 2019, promossi da Roberto Cuppone (che dirige il Laboratorio Olimpico ed è anche il curatore del volume) e preceduti da altri incontri, a Castiglioncello, a Valdagno. Come Giuliano ama fare.

Anche Dio fa la cacca è il titolo che Paolo Puppa ha voluto dare alla sua post-fazione. E dicono che porta fortuna.

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Francesco Bracci
Italiani contro l’opera. La ricezione negativa dell’opera italiana in Italia dal dopoguerra a oggi
Saggi Marsilio, 2020, 318 pp, 28 euro

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia
La Biennale di Venezia, 2020, 450 pp, 28 euro

Marco Baliani, Velia Papa
L’attore nella casa di cristallo. Teatro ai tempi della Grande Pandemia
Titivillus, 2020, 104 pp, 18 euro

Matteo Brighenti, Claudio Ascoli
Napule ’70. Chille de la Balanza
Pacini Editore, 2020, 144 pp, 16 euro.

Giuliano Scabia
Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri)
Laboratorio Olimpico / Atti, 2020, 200 pp, 16 euro

Attori di tutto il mondo, unitevi! Non bastava la pandemia. Ci si mettono pure Beckett e Alexa

Il post che ho pubblicato nel giorno di Natale ha scatenato un putiferio. Non ci avrei mai creduto. Avevo chiesto ad Alexa – la fin troppo famosa assistente vocale, al primo posto tra le vendite natalizie di Amazon – di provare a recitare per me il monologo shakespeariano di Giulietta al balcone.

Alexa, hands free?

E lei, diligente, lo ha fatto. “Complimenti Alexa – le avevo detto alla fine – niente male“. Mi piaceva condividere questa cosa, e nel post di Natale ve l’avevo fatta sentire (cliccate qui, se vi interessa).

Avrò sfiorato qualche nervo scoperto. O chissà che. Le reazioni non si sono fatte aspettare. Divertente, mi ha scritto qualcuno, da pensarci sopra. Oppure, geniale Alexa. Alcuni mi hanno telefonato: ti sei appassionato troppo a quella là, sta un po’ tranquillo. Ciò che non mi aspettavo erano però le reazioni forti. Su certe cose non si scherza, mi ha detto uno. Cattivo. Malvagissimo Canziani. Vaffanpodcast.

Credetemi: non volevo insinuare che il glorioso, plurimillenario mestiere dell’attore (e delle attrici) potesse essere comodamente svolto da una voce sintetica. Ci mancherebbe. Insegno pure in una gloriosa Accademia d’Arte Drammatica. Sarebbe la proverbiale zappa sui piedi.

Volevo invece dire che un minimo di attenzione allo sviluppo delle tecnologie, fa bene a tutti. Attori compresi. E che andare a vedere, scoprire, giocarci, sviluppa quel tanto di curiosità, che diventa poi l’additivo della vita.

Avevo allora suggerito: provate anche voi a sollecitare Alexa. Ma non fatele recitare Ibsen o Pirandello. Non fanno per lei. Invece Beckett, lui sì che si addice ad Alexa.

Alexa Dot 4th generation
Alexa, in una recentissima apparizione

Beckett si addice ad Alexa

Oggi è domenica, qui c’è il sole, ma il vituperato Dpcm non mi permette nemmeno una passeggiata. Così ho deciso di impiegare le ore del mattino smanettando tra le pagine che si occupano di TTS apps, ovvero di applicazioni text-to-speech. (Qui, se volete, un approfondimento).

Traduco: ho provato a capire che relazione ci potrebbe essere tra Samuel Beckett e i sintetizzatori vocali. Gente come Siri, Alexa, o il suo “fidanzato” Alex (vi risparmio la locuzione tipicamente italiana di “tecnologia vocale assistiva”).

Per farla breve. Parecchi tra di voi conoscono il testo di Samuel Beckett intitolato L’ultimo nastro di Krapp (1958).

C’era una volta un signor Krapp, che il giorno del suo 39esimo compleanno si era messo davanti a un magnetofono a bobine e aveva dettato al microfono il diario di quella giornata: “l’orribile ricorrenza”, così la chiama.

Samuel Beckett - ritratto
Samuel Beckett

Ok. Ho chiesto ad alcuni attori sintetici di recitarmi un breve brano, da una delle prime pagine di L’ultimo nastro di Krapp.

Il risultato, a mio avvivo, è istruttivo. Perfino divertente. Ho pregato questi attori di farmela un po’ strascinata. Come penso avesse fatto, anche il vero signor Krapp. Che nonostante l’età, 39 anni, era già un tantino malandato.

Beckett - Teatro - Mondadori

Proviamo a sentirli

Luca, per favore, comincia tu. Luca è una voce sintetica, un po’ troppo professionale per i miei gusti, distaccato anche quando parla di sé. Però ha 39 anni, tanti quanti ne aveva Krapp. Volete sentirlo? Pigiate la freccetta qui sotto.

Non granché, vero? Si sente che è finto, meccanico. Proviamo a cambiare registro. Il povero Beckett impazzirebbe venendo a sapere che voglio chiedere a una signora -che dico! a una donna sintetica – di recitare quel brano. Ma nessuno di voi è Samuel Beckett. Spero.

Alice è una attrice matura, consapevole del suo fascino. Riesce a trasmettere la calma e la sicurezza che ha di sé, anche quando interpreta Samuel. Da anziano. Sentiamola assieme.

Tiago è invece un giovane attore portoghese, di Lisbona, conosce bene Beckett. Un po’ meno bene, come è giusto, la lingua italiana. Ma a me sta molto simpatico. Forse anche a voi.

“Ho celebrato finalmente l’orrenda ricorrenza. E come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Sono rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a dividere il grano dalla pula. Ho buttato giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana. Nei miei vecchi stracci. Appena mangiato ehhh … spiace dirlo… tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato”. 

Volevo infine capire come le avrebbe dette Beckett stesso, quelle frasi. Con il suo tono da irlandese emigrato. Mi sono affidato a Will, che viene da Dublino ma fin da ragazzo ha vissuto a New York. Prego Will, facci sentire.

Vi dico una cosa: più che Beckett, a me sembra di sentire Julian Beck. Che parlava così, quelle volte che l’ho sentito, in Italia.

Di nuovo Samuel, che era molto esigente

Allora, vogliamo arrivare a una conclusione? Direi che gli attori e le attrici non devono preoccuparsi troppo (almeno per ora) di quello che Alexa e compagnia cantante fanno e faranno nei prossimi anni. Forse nei prossimi secoli.

Però, credetemi, fin da adesso, attrezzarsi conviene.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape
Non è Samuel. È Harold Pinter, la sua ultima volta in palcoscenico. E recita “Krapp’s Last Tape”. Ma questo è un altro discorso.