Le parole politiche di Harold Pinter. Lino Musella ci punta sopra i fari

Diceva la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2005: “Harold Pinter svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno, e ci costringe a entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – Paolo Mazzarelli e Lino Musella – ph Ivan Nocera

Prese di posizione

C’era una volta il teatro politico. Oggi non c’è. Oggi non c’è nemmeno la politica. Nonostante i media diano questo nome al teatrino di opinioni da divulgare ogni santo giorno, spacciandole per prese di posizione politica. Il teatrino c’è, la politica no.

C’era, invece, nel secolo scorso. E non occorre essere esperti di storia, per capirlo. Un maestro in fatto di prese di posizione è stato Harold Pinter (1930-2008), autore teatrale, premio Nobel.

È possibile riscoprire oggi la chiarezza, la determinazione, la forza delle sue parole politiche, grazie alla scelta di Lino Musella, attore, uno dei più bravi tra quelli che hanno dato spessore al teatro, al cinema e alla televisione di questi ultimi anni (È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino per dire un titolo solo, recente).

Una trilogia per Lino Musella

Per Pinter Party, la nuova produzione del Teatro di Napoli, Musella si è impegnato anche nella regia di tre testi.

Tra una cinquantina di titoli pinteriani ha scelto tre brevi opere, scritte tra 1984 e 1991, le più forti, a mio parere, in fatto di chiarezza: Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna e Party Time.

Idealmente formano una trilogia. Tutte e tre parlano di esercizio del potere, autoritarismo e dissidenza, sopraffazione e resistenza. Anzi, le mettono in scena. In maniera cruda, violenta: la naturalezza della brutalità.

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Uno. Un prigioniero politico è sottoposto a interrogatorio. Nella stanza accanto sua moglie viene stuprata e suo figlio, sette anni, viene soppresso.

Due. A una minoranza viene proibito di usare la propria lingua. Chi la parla, anche perché non ne conosce altre, sarà sbranato dai cani.

Tre: Nelle strade della capitale, una dimostrazione di dissidenti è stata violentemente repressa, ci è scappato il morto. I dirigenti delle forze di polizia assieme a un esponente del governo festeggiano la buona riuscita dell’operazione con un brindisi, durante il party.

Tortura e repressione

Senza alcuna retorica, senza comizi, anzi, con poche asciutte parole, Pinter ci mette davanti gli occhi queste tre situazioni. Non importa che a suggerirgliele, a suo tempo, sia stato l’aver visto documentate, o con i propri occhi, le torture inflitte dai dittatori sudamericani, la condizione dei curdi sotto il regime turco, la repressione delle forze dell’ordine nelle strade britanniche.

Dimostrazioni violente di potere che accadevano negli anni ’80, esattamente come sono accadute dieci anni più tardi, e accadono oggi. In tutto il mondo. Basterebbe ricordare, da noi, le cronache del G8 e della scuola Diaz a Genova, le botte agli studenti qualche mese fa a Pisa.

La capacità sovrana di Pinter è di restituirle alla nostra attenzione – distratta dalle disgrazie dei Ferragnez o dalle vittorie di Sinner – con un’asciuttezza di linguaggio e una spietatezza che mette in brividi. E costringe alle lacrime le persone più sensibili. Altro che televisione del dolore.

Harold Pinter
Harold Pinter

Musella, Pinter ce l’ha nel cuore. Aveva portato quelle parole all’esame di ammissione alla Scuola di teatro a Milano. Le aveva interpretate quando, a un anno dalla morte del drammaturgo inglese, a Udine, il CSS aveva realizzato un esteso progetto, Living Things, che comprendeva l’allestimento di dieci titoli pinteriani. Quelle parole, Musella le riscrive ora da regista (e anche interprete) in questa produzione del Mercadante di Napoli, allestita al San Ferdinando, il teatro dei De Filippo. 

Brevi e brutali

Da parecchio tempo i tre testi non venivano allestiti su palcoscenici importanti, anche per la loro brevità: non più di 20 minuti ciascuno. Musella li ha riportati sotto la luce dei fari.

Conservano intatta la forza e il gesto artistico (anche prima che politico) che denuncia governi i quali si professano democratici, ma scivolano con allarmante velocità verso l’autocrazia, il controllo della popolazione, lo stato di polizia. Per non andare troppo lontani, Ungheria, Bielorussia, Russia, già ci insegnano come si fa. E non mi pare che, da questo punto di vista l’Italia stia troppo bene. 

Nell’allestire i tre testi, Musella ha scelto di alternarli ad alcuni passi del discorso che Pinter aveva scritto nel 2005, per il Nobel. Queste altre parole, la loro perentorietà, a me non sono sembrate strettamente necessarie. Ma forse aiutano a dissipare qualche dubbio, in chi non conosca ancora la capacità di argomentazione politica dello scrittore inglese.

E sono interpretate anche dallo stesso Musella, assieme a un numerosa compagnia nella quale spiccano la calma tagliente dei torturatori (Paolo Mazzarelli), la brutalità travestita da indulgenza (Totò Onnis), la leggerezza colpevole dei benestanti e delle ladies che la sanno lunga (Betti Pedrazzi). 

Pinter Party - ph Ivan Nocera - Teatro di Napoli
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Corale finale

I loro dialoghi si trasfigurano poi nel corale finale: tutti assieme pronunciano il monologo che chiude Party Time (1991). Di bocca in bocca passano le parole di Jimmy, il caduto, la vittima dell’intervento della polizia.

Personaggio nel quale, nel 2001, non era stato difficile riconoscere il destino di Carlo Giuliani. Personaggio che oggi attende un nuovo nome e un nuovo cognome, alla svolta del prossimo intervento di sicurezza delle forze dell’ordine. In Italia, o altrove.

Il nuovo ordine del mondo, del resto, è un altro titolo di Pinter.

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PINTER PARTY 
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, Party Time
di Harold Pinter
regia Lino Musella
con Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Betti Pedrazzi, Totò Onnis, Eva Cambiale, Gennaro Di Biase, Dario Iubatti, Ivana Maione, Dalal Suleiman
in video Matteo Bugno
scene Paola Castrignanò
costumi Aurora Damanti
musiche Luca Canciello
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Le donne, che mascalzone… Parola di August Strindberg

Nuova co-produzione del Teatro di Genova e del Metastasio di Prato,  I creditori  (un lavoro scritto nel 1888 dal drammaturgo svedese) è stato riportato in scena dalla regista Veronica Cruciani.

Viola Graziosi in I Creditori di August Strindberg - ph Federico Pitto
Viola Graziosi in I Creditori – ph Federico Pitto

Le donne di August Strindberg sono un po’ tutte uguali. Tremende, dominanti, sprezzanti, vampire. In definitiva, mostri. O almeno, mostri sono molti personaggi femminili dei suoi drammi. Quanto alle donne vere, le sue tre mogli, non saprei dare un giudizio motivato. Lui, probabilmente, era assai peggio di loro.

Certi pensieri mi rimbalzavano in testa mentre assistevo a I creditori, uno dei drammi “naturalisti” di Strindberg, un testo che la regista Veronica Cruciani ha allestito per il Teatro di Genova e il Metastasio di Prato. Con un bel cast, davvero appropriato: Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza.

Lo dico subito, così fin da principio capite che la faccenda ha tre vertici (e quindi tre lati). Del resto, ai triangoli di famiglia il teatro sfuggiva difficilmente a quell’epoca.

Mogli e mariti. Un inferno

L’epoca sarebbe il 1889, anno in cui Creditori viene pubblicato e debutta a Stoccolma. Il suo autore, svedese, è appena reduce dall’aver scritto un dramma altrettanto crudo, Il Padre. Mentre Henrik Ibsen, norvegese, manda in scena in quell’anno La donna del mare. Tutte storie di mogli (e mariti) parecchio complicate.

Tanto più difficile per lui, Strindberg, allontanarsi dal tema famigliare e da quel combattimento all’ultimo respiro che, per sua esperienza, e per sua opinione, è il matrimonio. Di esperienza ne aveva fatta abbastanza, essendo sposato da nove anni con un’attrice. Un inferno. Sosteneva lui.

Inferno di August Strindberg

Crediti e debiti

Un matrimonio, anzi due, sono al centro anche di Creditori. C’è una donna, Tekla che si è sposata prima con Gustav, e poi con Adolf. (Ebbene sì, nella lungimirante e luterana Svezia il divorzio era contemplato fin dal 1734; in Italia abbiamo aspettato il 1970). 

Facendo attenzione al titolo, non è poi difficile intuire il bilancio contabile che – sempre ad avviso dell’autore – caratterizza l’unione tra un uomo e una donna. Un dare e un avere.

Non necessariamente uno scambio di beni materiali, o di denaro. Non solo, almeno. Potremmo invece parlare di un trasferimento di potenza e di energie, che ciascuna/o rinfaccia all’altra/o. Una specie di vampirismo.

Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

Fatto sta che Tekla riesce a tener testa a tutti e due. Distruggendone uno, Adolf, il secondo marito, che è un artista mancato, e quindi, per definizione un tipo vulnerabile. E mandando a quel paese per ben due volte il primo, Gustav, che fa finta di essere un cinico disinvolto, ma si dimostra poi rancoroso, vendicativo. Fragile anche lui, pertanto.

Scene da un matrimonio

Non è tanto importante, però, scoprire come va a finire. Strindberg anzi (come aveva già fatto Ibsen in Casa di bambola, o in Spettri, o in La donna del mare) lascia uno spiraglio un po’ aperto nel finale. E questo contribuisce alla suspence.

Importante – e qui la regia coglie, secondo me, la chiave di Creditori – è quell’analisi delle mosse tattiche che la donna, e i suoi due uomini, adottano per portare avanti la propria strategia di discredito dell’altro/a.

Per esempio: “sei così vecchia che non potresti nemmeno fare la troia” dice villanamente Adolf a Tekla. Che per tutta risposta non gli farà mistero di aver flirtato “con quattro giovanotti sul traghetto” (la nuova traduzione dallo svedese, svelta e disinvolta, è di Maria Valeria Davino e Katia De Marco).

La guerra dei sessi

Dunque, ignorando per quanto possibile l’aspetto temporale (sono passati 130 anni da allora, figuriamoci) ed accogliendo invece con precisione le indicazioni spaziali (“un salotto di una località balneare”, al quale aggiunge una pennellata di De Chirico), Cruciani studia la guerra dei tre. Senza risparmiarci un colpo. Ricordandoci a piè sospinto che è sempre questione di sesso (o secondo Strindberg, di disparità dei sessi). Mettendo a fuoco i repentini cambi tattici. 

Sprezzante e poi gatta morta lei, Viola Graziosi, consapevole, elegante, sempre padrona sempre di sé. Signorile flaneur prima, manipolatore e farabutto poi, lui, il Gustav di Graziano Piazza. Prostrato e sottomesso il povero Adolf. Cui Rosario Lisma, concede il nervosismo succube dei perdenti sempre, la debolezza febbricitante di chi sta male dentro. Bravo. A tratti, persino naturalistico. 

Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

È ovvio, ma non naturale né naturalistico, che alla fine vince lei. O meglio: vince la misoginia di quel genio squilibrato che fu Strindberg, mandato ai pazzi dalle sue tre mogli. Le donne, che mascalzone… Così, almeno, la raccontava lui. Facciamo finta di credergli.

Costruttori di immaginario

Una precisazione, infine. Non mi stanco mai di dire che una cosa è il profilo artistico (il drammaturgo Strindberg, in questo caso). Gli artisti sono costruttori di immaginario). Altra cosa è il profilo biografico (l’uomo Strindberg). Sovrapporre le due personalità è a volte una forzatura, a volte un errore. Ma la storia biografica aiuta senz’altro capire e a interpretare una storia artistica.

Strindberg con i tre figli avuti dalla prima moglie, Siri von Essen

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I CREDITORI
di August Strindberg
traduzione Maria Valeria Davino e Katia De Marco
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza
scene Anna Varaldo
costumi Erika Carretta
luci Gianni Staropoli
drammaturgia sonora John Cascone
movement coach Marta Ciappina
produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato

Tutti a brindare con Čechov. Dopo la maratona di Parma

Atti unici è stato un progetto di Teatro Due Parma. Otto piccoli lavori di Anton Čechov, nove mesi di lavoro, sei spazi, due traduttori, ventisei attori, più macchinisti, sarte, elettricisti, fonici, assistenti. Alla fine, sabato scorso, la maratona.

Le nozze

Nei bassifondi

Bisogna scendere una scala stretta, tortuosa. Avventurarsi nel seminterrato. Fare attenzione a non sbattere la testa. Attraversare poi la sala caldaie. Più in là gli archi in mattoni di ciò che un tempo – agli inizi del secolo scorso – furono i Bagni pubblici di Parma, lasciano intuire, nella semioscurità, l’ambiente sotterraneo.

Luci fioche. Panche lungo le pareti. Terra umida per pavimento. Non se sia solo immaginazione, la mia, ma c’è sentore di muffa. Eppure sono in un teatro, ciò che sto per vedere è uno spettacolo. Una serie di spettacoli, anzi.

L’edificio dei Bagni, sorto 120 anni fa, ospita oggi il Teatro Due di Parma. L’attuale sistemazione, con sale, salette, ridotti, foyer, uffici, spazi comuni, l’anfiteatro all’aperto sul retro, e quell’incredibile sottosuolo, è davvero un luogo ideale in cui ambientare la maratona, che attraverso otto atti unici di Čechov e attraverso i suoi tanti, curiosi strambi personaggi, in un lunga giornata, guiderà noi spettatori verso la notte.

Studi, scherzi, schizzi

Siamo dunque qui, nei bassifondi. Potrebbe anzi essere proprio il dramma di Maxim Gor’kij (più noto come L’albergo dei poveri) ciò che ci attende. In realtà, è un breve studio teatrale, da cui il maestro russo del realismo trasse forse ispirazione, e che vive delle stesse disperazioni. Povertà, freddo, rabbia, alcolismo.

Sulla strada maestra -Atti Unici
Sulla strada maestra

Sono i temi che attraversano Sulla strada maestra, il primo degli otto titoli di Čechov che ci attendono, squadernati in una sola giornata, nella quale si sintetizza, in oltre sei ore, il progetto che Teatro Due ha pensato di costruire , fin dal 9 gennaio scorso, attorno alle produzioni minori del commediografo del Gabbiano.

Che nei momenti in cui non doveva esercitare la professione di medico, o non si affaticava a cesellare i propri capolavori (dal Gabbiano appunto al Giardino dei Ciliegi), schizzava con mano felice piccoli quadretti teatrali, comici loro malgrado. Studi o scherzi, li chiamava lui. Ma minori fino a un certo punto.

Atti unici. Contro le donne

Aveva questa capacità il medico Anton Pavlovič Čechov: saper leggere il tragico della vita, i conflitti, le malattie, perfino la morte, con una leggerezza che sarebbe piaciuta a Italo Calvino.

E soprattutto, in questi Atti unici, darle un ritmo brillante, un vociare impetuoso, uno sguardo inclusivo, che accoglie infelicità, malinconie, feste di nozze, ridicole conferenze, attacchi di panico, ubriacature e – l’avreste mai pensato? – insolenze contro le donne. Chissà quanto sincere. Chissà.

L'anniversario - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
L’anniversario

Il tabacco e i suoi danni

Dalla bettola di provincia, unta e bisunta, che si trova appunto Sulla strada maestra, al punto di incrocio tra storie diverse, di ricchezza che si trasforma in miseria e di fede che diventa medicinale, la Maratona Čechov ci trasporta ben presto altrove.

I danni del tabacco - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
I danni del tabacco

Per esempio là dove un conferenziere dalla parlantina inarrestabile (Antonio Rosti) ci istruisce su I danni del tabacco e sui guai per la salute che quel vizio può comportare. Ma soprattutto sui propri guai, famigliari, scatenati, a suo dire, dal piglio con cui la moglie irregimenta la di lui vita.

Trentatré svenimenti

Tocca subito dopo, a quei due o tre titoli che, affidati ad attori bravi (ma anche, a volte, ai meno bravi) scoccano inesorabili dardi comici alla volta dello spettatore.

L'orso
L’orso

E si ride di gusto per L’orso, in cui e Bruna Rossi e Alberto Astorri, in grande forma, si affrontano testa a testa. Lei la vedova (ovviamente inconsolabile), lui il creditore (giustamente ruvido).

Un gran duello di battute orchestrato dalla regia di Nicoletta Robello, in cui compariranno pure due pistole. Stavolta viene però smentito il luogo comune cechoviano che vuole che, se sono in scena, le pistole a un certo punto sparino

Non spareranno affatto. Esploderanno semmai in un bacio umido, che salverà pure la pelle dell’affannato servitore Mauro Maliverno

Una domanda di matrimonio
Una domanda di matrimonio

Non si sta neanche dietro alla velocità con cui tre attori (Massimiliano Aceti, Irene Paloma Jona, Giovanni Carta) scandiscono la puntigliosa Domanda di matrimonio, costellata dai celebri svenimenti (33 in tutto, su tre testi) che Mejerchol’d aveva contato e portato in scena, prima di fare la drammatica fine che poi hanno fatto, lui e il suo rivoluzionario teatro biomeccanico. Teatro che qui la regia di Matteo Tarasco, prova a reinventare in chiave fluo.

Uno spiraglio sulla sala vuota

Un po’ meno noti, certo non meno garbati, Tragico suo malgrado e L’anniversario, ci aprono la vista su altri spazi del Teatro Due. Perché poi, quando saremo accomodati su un palcoscenico, il sipario discosto svelerà in uno spiraglio anche la platea vuota della Sala Grande. 

È proprio la sala dove mi era capitato di veder recitare, molti molti anni fa, Bernhard Minetti, e che era stata il primo approdo italiano di Eimuntas Nekrošius per Parma Teatro Festival. Anni Ottanta. Con le emozioni di allora, ascolto perciò Roberto Abbati, tra i fondatori a quel tempo del Collettivo di Parma e tra gli animatori di quel Festival.

Di Čechov, Abbati ha scelto Il canto del cigno. Sono i pensieri di un attore di successo e di età importanti, che ripercorre grandezze e mali della propria arte. Ma è anche, palesemente, la sua storia. 

Il canto del cigno - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
Il canto del cigno

Nozze e fichi secchi

Si finisce che è già notte. Nell’ampiezza dello Spazio Bignardi, Le nozze mettono infine attorno a un tavolone, allestito per il gran banchetto, tutti noi spettatori.

Per farci scoprire, nel crescendo trash e sboccato, che i matrimoni coi fichi secchi si possono anche fare. Poi però restano sullo stomaco.

Le nozze - Atti Unici  Cechov - Teatro Due Parma
Le nozze

Champagne

Così continuo a chiedermi, tornando all’albergo inebriato di Čechov – ma forse è il mix di prosecco e vodka – perché questo autore continui, a 120 anni dalla morte, a catturare artisti e pubblico. Sempre con risultati positivi.

Un tentativo veloce di risposta ho provato a darlo, parlando del restyling del Gabbiano firmato da Liv Ferracchiati (vedi qui). Proverò a pensarci al prossimo appuntamento con Čechov, medico e scrittore, che proprio in Il canto del cigno scrive: “Dove c’è arte e talento, non esiste vecchiaia, né solitudine, né malattie, e anche la morte non sarà così tremenda”. 

Čechov morì nel 1904, a soli 44 anni, sorseggiando una coppa di Moët, dopo aver rifiutato l’ossigeno che il medico si era prodigato per ottenergli. Così almeno ce la raccontano Irène Némirovsky e Raymond Carver.

«È tanto che non bevo champagne» disse. Bisognerebbe saperlo imitare.

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MARATONA ATTI UNICI
di Anton Čechov
traduzioni di Fausto Malcovati e Giovanni Gorla
regie di Mateo Tarasco, Antonio Rosti, Nicoletta Robello, Roberto Abbati
costumi Elisabetta Zinelli
luci Luca Bronzo
foto di scena Andrea Morgillo
produzione Fondazione Teatro Due

SULLA STRADA MAESTRA
con Giovanni Carta, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Fabio Pasquini, Franca Penone, Bruna Rossi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

I DANNI DEL TABACCO
con Antonio Rosti

TRAGICO SUO MALGRADO
con Luca Nucera, Pavel Zelinskiy

L’ORSO
con Alberto Astorri, Mauro Malinverno, Bruna Rossi

L’ANNIVERSARIO
con Francesco Biscione, Lidia Castella, Andrea Mattei, Franca Penone, Francesca Somma, Pino Tufillaro

UNA DOMANDA DI MATRIMONIO
con Massimiliano Aceti, Giovanni Carta, Irene Paloma Jona

IL CANTO DEL CIGNO
con Roberto Abbati e Pino L’Abbadessa

LE NOZZE
con Massimiliano Aceti, Lidia Castella, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Dino Lopardo, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Bruna Rossi, Massimiliano Sbarsi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

Bidibibodibiboo. Una favola per oggi, sul tempo e sul lavoro

Dopo il debutto a La Spezia e le repliche a Teatro Contatto a Udine, Bidibibodibiboo di Francesco Alberici arriva tra qualche giorno (dal 20 febbraio al 3 marzo) al Piccolo di Milano, sala Grassi.

Salvatore Aronica, Francesco Alberici - ph Francesco Capitani
Salvatore Aronica, Francesco Alberici – ph Francesco Capitani

Tutta un’altra musica

La prima cosa a cui Pietro dovrebbe pensare quando si sveglia è il suo lavoro, il suo incubo, la sua devastazione. E invece dice: “La prima cosa a cui penso al mattino è soltanto la musica”. 

Pietro lavora in una di quelle multinazionali nelle quali a tutti piacerebbe lavorare. Quelle che nel momento iniziale del reclutamento promettono: “rispettiamo il coraggio e l’originalità di pensiero, difendiamo idee, confrontiamo angolazioni di pensiero”. E prospettano poi “un percorso professionale basato sul senso di comunità”. Insomma, avete capito quali. Quelle in cui vorreste lavorare anche voi.

Credetemi, non è così

Da quando Pietro è stato ha assunto a tempo indeterminato, ha scoperto che le cose non stanno così. Appunto. Da 74 chili che pesava, Piero ha superato gli 80, e adesso è sugli 86. La psoriasi che all’inizio aveva colpito le gambe, ora gli rovina la faccia. La sua posizione in azienda precipita ogni giorno di più. Una via crucis.

Alla macchinetta del caffè, la sua capa, in maniera informale, amichevolissima, gli rimprovera performance sotto media e lo incoraggia. Ma gli ventila pure il licenziamento. Magari non usa proprio questa parola, dice opzioni alternative e sfidanti, dice exit strategy. Che, in quelle aziende, vuol dire la stessa cosa.

Pietro comunque dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Bidibibodibiboo - Francesco Alberici- ph Francesco Capitani
Francesco Alberici, Daniele Turconi – ph Francesco Capitani

Pietro e Daniele

La storia di Pietro ce la racconta suo fratello, Daniele. Che invece lavora in teatro: attore, autore, regista. Professione creativa, che dà soddisfazioni. Daniele ha chiesto a Piero se può presentare al suo pubblico quella storia. Ci ha costruito sopra un copione, ci ha vinto un premio di drammaturgia, ora sta per andare in scena con lo spettacolo. Lavorare con l’arte è mestiere che tutti vorremmo fare. Creativo.

Ma è davvero così? È la domanda che ci rivolgeremo, noi spettatori, a fine spettacolo. Davvero esiste un divario, uno scarto radicale tra chi ha scelto la strada della creatività (del teatro, della musica, e del precariato perenne, va aggiunto) e chi ha scelto la sicurezza del posto fisso, la routine della scrivania (e la logica massacrante della competitività, dentro l’azienda, tra colleghi, e fuori dell’azienda, tra competitors).

E Pietro dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Scrittura contemporanea

Credo sia questo lo snodo (almeno uno degli snodi) attorno ai quali Francesco Alberici ha costruito Bidibibodibiboo. Testo, finalista 2021 al Premio Riccione di drammaturgia, che viene ora portato in scena, con soluzioni di rottura, rispetto al ron ron, che ammorba molta scrittura contemporanea.

Bidibibodibiboo è un spettacolo fuori ordinanza. Quei 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento, che mettono in gioco tutta la compagnia che produce lo spettacolo: i liguri Gli Scarti. Con i loro attori, i figuranti di questa favola al nero, con note di autofiction.

C’è Maria Ariis, tormentata madre, modernamente all’antica (e anche quello delle aspettative famigliari è uno snodo importante). C’è Daniele Turconi, che fa il compulsivo fratello di Pietro (e anche il benessere mentale è un tema). E ci sono ancora, in ruoli che sarebbe un peccato svelare: Salvatore Aronica, Andrea Narsi e altri.

Maria Ariis- ph Francesco Capitani
Maria Ariis- ph Francesco Capitani

Tutti ben calibrati – mi sembra – su quello stile non interpretativo, diretto, interlocutivo verso il pubblico, al quale nei cinque anni di lavoro con la compagnia Deflorian/Tagliarini, Alberici si è attrezzato. Pure con bei risultati personali (il premio Ubu 2021 come migliore attore under 35, in particolare per Diario di un dolore e Chi ha ucciso mio padre), conquistati nell’area del teatro italiano più vitale.

Un teatro nel quale anche Daniele, l’artista (cioè il personaggio nel quale si proietta Alberici) è comunque un tassello, la funzione di un sistema aziendale. Che magari non produce componenti informatici, ma orienta e segrega i talenti creativi, la passione per le arti, nel labirinto di quelle procedure che, regolano, ad esempio, lo spettacolo dal vivo.

Tanto le regole antiche e non scritte (ancora dell’Ottocento capicomicale), tanto l’algoritmo (nato dieci anni fa tra le pieghe di un criticato decreto legislativo, che ha messo nero su bianco criteri di performance quantificati con minuzia).

Bidibibodibiboo - La compagnia - ph Francesco Capitani
ph Francesco Capitani

Life Work Balance

Insomma, non è soltanto questione di posto fisso vs precariato, o di soldi sicuri vs libertà creativa. Né solo di nuovi asset nel mondo del lavoro, quelli che ottimizzano il life work balance, e che oltre la forza-lavoro di marxiana memoria, mettono a profitto anche talenti, passioni, aspirazioni di chi lavora soddisfatto.

È questione, anche e soprattutto, di tempo. Quel tempo che a tutti sembra sfuggire di mano. Nonostante sia stata proprio la componentistica digitale e il magico mondo delle applicazioni, a comprimerlo, a dilatarlo, a accelerarlo, a renderlo oggi un iper-tempo.

Per questo Bidibibodibiboo fa il paio con l’altro titolo importante di questa stagione, Il capitale, di Kepler-452 (leggi qui). Anche là, di lavoro e di tempo si parla, pur dal punto di vista di una fabbrica, diciamo poco creativa, che per decenni ha prodotto semiassi automobilistici.

Sarebbero da vedere assieme, uno dopo l’altro, questi due spettacoli. E proprio a Udine, nel cartellone di Teatro Contatto, ciò è successo.

Bidibibodibiboo. Una favola di oggi, sul tempo e sul lavoro

Aggiungo due cose

Il discorso sul tempo, sulla tirannia del tempo, dà il titolo a un bel libro, da cui prende le mosse anche Bididibodidiboo, un saggio scritto dalla sociologa Judy Wajcman. Leggerlo, è il mio suggerimento. Anzi se proprio volete, acquistatevi in pochi secondi l’e-book e leggetelo sull’e-reader: guadagnerete tempo. ; -)

Judy Wajcman - La tirannia del tempo

La seconda riguarda il titolo, Bidibibodibiboo. Forse niente a che fare con il magico mondo che, cantando, la Fata presenta a Cenerentola nel celebre cartone di Disney. Molto a che fare invece con l’opera omonima dell’iper-scultore Maurizio Cattelan.

Nella quale, imbalsamato, scorgiamo uno scoiattolo suicida, un attimo dopo che si è sparato il colpo di pistola: gli occhi ancora aperti, la testa riversa sul tavolo di formica gialla, un lavabo alle sue spalle, il boiler dell’acqua calda. Tutti oggetti che lo spettacolo di Alberici riporta in scena.

Maurizio Cattelan – Bidibibodibiboodiboo

Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: la ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare.

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BIDIBIBODIBIBOO
regia e drammaturgia Francesco Alberici
testo creato nell’ambito dell’École des Maîtres 2020/21
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
e con Federico Maso per la replica di Udine
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri

produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. In coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano. 

Sul lago con Čechov e Liv Ferracchiati. Samovar o bottiglie di prosecco?


Al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 febbraio è in scena Come tremano le cose riflesse nell’acqua, una revisione del Gabbiano di Anton Čechov, alla quale ha lavorato Liv Ferracchiati.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Insomma, c’è questo lago. Pare sia stregato. Un lago però è un lago è un lago, e solo l’attenzione spasmodica che gli rivolgono i personaggi (e con loro anche noi, spettatori) lo rende tale. Un’attenzione così totale che la sua immagine impegna, in video, luminosissima, l’intero fondale del Teatro Studio Melato

E fa sì che il trascorrere dei suoi colori – dal giorno pieno fino al tramonto rosso e torpido – si rifletta sulle facce del pubblico. E le trasformi.

È così stregato quel lago, che trasforma anche il titolo dello spettacolo. Invece che Il gabbiano (si tratta infatti di un remake della commedia di Čechov), si intitola Come tremano le cose riflesse nell’acqua. Capite bene che è un lago importante. È un personaggio.

Camilla Semino Favro, Marco Quaglia - ph Masiar Pasquali
Camilla Semino Favro, Marco Quaglia – ph Masiar Pasquali

Al posto del samovar, bottiglie di prosecco

Dopo aver messo mano a una precedente commedia di Čechov (ma tanto meno bella, il Platonov, oltre che all’Hedda Gabler di Ibsen), ancora una volta nel doppio ruolo di drammaturgo e di regista Liv Ferracchiati ha preparato questa revisione del più struggente fra i titoli cecoviani.

Ne ha conservato tutta l’architettura drammatica, la dinamica dei sentimenti, le aspirazioni e le rinunce alla vita. Ma le ha astratte da quella Russia degli ultimissimi anni dell’Ottocento, dov’era nato il testo. 

Ha tolto pure i samovar: che sono diventati bottiglie di prosecco. E gli ha dato invece un’ambientazione nuova, nuove parole, nuove espressioni, nuove gag. Anche perché a Cechov le battute, l’umorismo, le situazioni burlesche piacevano un sacco, e ne scriveva in continuazione.

Roberto Latini, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Roberto Latini, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

In questo spettacolo, il personaggio del Maestro domanda al Dottore, in visita nella villa sul lago: “Dottore, lei che ha così fortemente in mano la sua vita e che ha così tanto viaggiato e vissuto, mi chiedevo, qual è la città che le piace di più?”. Micro-pausa. Il Dottore: “La Spezia. Scherzo. Genova”.

Sempre il Maestro, alla Vicina di cui è innamorato, ma non ricambiato, anzi. “Ti dà fastidio che io ti parli?”. “Ho mal di stomaco, scusa”. “Dovrei avere una bustina di Malox nella tasca della giacca…”. “Non importa”. “No, ma ce l’ho sicuramente, soffro spesso di mal di stomaco, ho il colon irritabile… succede a chi è sensibile”.

Che è una revisione esatta del non-amore che legherà la Mas’a dell’originale (Maria per Ferracchiati) a quel disperato nell’anima, povero in canna del Maestro. Accompagnato poi dalla musica del più cecoviano dei nostri cantautori anni ’60: Luigi TencoMi sono innamorato di te.

Come faceva Stanislavskij. Come si fa oggi

E ancora: mentre in Čechov, nella biblioteca della villa sul lago, si trovavano titoli di Maupassant, qui, oltre a Maupassant, si trova pure qualche libro di David Foster Wallace.

A suggerire quel titolo così particolare – come tremano le cose riflesse nell’acqua – è infatti una frase da un racconto (Caro vecchio neon) dello scrittore statunitense.

Giovanni Cannata, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Giovanni Cannata, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

Il che potrà infastidire i cultori del samovar. Ma – se ci si pensa bene – di altro non si tratta che di una traduzione aumentata e accordata ai tempi che viviamo. In cui, tra innamorati, non ci si scrive più lunghe lettere, ma si chatta. E i giovani artisti, come il giovane Figlio (nell’originale si chiama Kostja) occupano il tempo smanettando. Anche sulle consolle dei videogiochi.

E quindi: dobbiamo decidere tra prendere in mano Čechov come faceva Stanislavskij nel 1898, oppure farlo come si fa oggi nel mondo (Le tre sorelle della brasiliana Christiane Jathay, per esempio) ma anche in Italia (le stesse tre sorelle, nella proposta di Muta Imago, o Il giardino dei ciliegi ristrutturato da Kepler-452, o ancora i recenti lavori di Leonardo Lidi).

Il frenetico rumore dei tasti del computer, non esclude comunque un frinire di cicale. In fin dei conti, siamo in riva a un lago.

Laura Marinoni, Giovanni Cannata - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni, Giovanni Cannata – ph. Masiar Pasquali

Spericolato Ferracchiati

Nella sua spericolata impresa, Ferracchiati ha avuto al proprio fianco un angelo custode, uno che Čechov lo conosce meglio delle proprie tasche: il nostro più autorevole slavista, Fausto Malcovati. Che su Čechov e sulle regie cecoviane di Stanislavskij ha speso decenni di studi e ci ha consegnato indispensabili libri.

M. P. Roksanova [Nina] e K. S. Stanislavskij [il Romanziere] allestimento di Mosca 1898

Anche Malcovati avrà apprezzato – suppongo io – che Ferracchiati abbia voluto, come primi attori (così si diceva un tempo), Laura Marinoni e Roberto Latini e abbia cucito loro un po’ di battute addosso. Per lei la Madre (“una grande attrice forse in declino”). Per lui il Romanziere (“uno a cui piace pescare, ma deve scrivere”).

Laura Marinoni - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni – ph. Masiar Pasquali

Entrambi superbamente nella parte. Lei, con i suoi cinque cambi d’abito, visto che le stagioni passano (ma al modo delle divine di un tempo, tipo Valentina Cortese). Lui, con il timbro vocale avvincente (il Figlio al Romanziere: “Lei ha una voce molto profonda”).

Da tenere sott’occhio

Sintonizzati su nuovi personaggi, sono anche Nina, energica e impaziente e poi desolata, di Petra Valentini (“una che vuole fare l’attrice o la rivoluzione”), il Dottore sornione e sazio della vita di Marco Quaglia, lo Zio (“che voleva essere, e non è stato”) di Nicola Pannelli, la Vicina di Camilla Semino Favro (“porto il lutto per la mia vita, sono infelice”, dice precisamente Čechov), che al posto di masticare tabacco si scola cicchetti di Porto, invecchiato in rovere. E spiaccica in terra le prugne.

Con un ulteriore apprezzamento al casting, che ci fa scoprire le smanie artistiche del Figlio, attraverso l’interpretazione del giovane e sensitivo Giovanni Cannata. “Mi piace molto perché riesce a essere sempre naturale e in connessione con quello che gli accade intorno” dice di lui Ferracchiati. E lo veste proprio come il suicida Foster Wallace, fascia in fronte compresa.

E scopriamo pure l’arrendevole Maestro di Cristian Zandonella. Diplomati tutti e due da poco, alla D’Amico e alla Paolo Grassi, saranno da tenere sott’occhio, ai prossimi appuntamenti.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Resta il lago stregato. Personaggio che non parla, ma è sempre presente. “Si dice che nei punti più profondi si possa vedere il fondo oltre mille metri più in basso; io stesso ho visto una tale profondità, con rocce e montagne immerse nel blu turchese, che mi ha fatto rabbrividire”, scriveva Čechov in una lettera. Il tremore si addice ai laghi. E ai gabbiani.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Čechov e l’ourangutan

“Peccato per le risate del pubblico”. È di ieri il commento di uno spettatore su Facebook. Ben vengano le risate invece. Čechov ne sarebbe entusiasta, perché a lui ridere piaceva, nonostante la malattia ai polmoni avanzasse. 

Diceva: “In teatro ho una tale sfortuna, ma una tale sfortuna, che se sposassi un’attrice nascerebbe un orangutan, o qualche mostro simile”.

Nel famoso allestimento di Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, 1898, Olga Knipper interpretava Arkadina, l’attrice “in declino”. Tre anni dopo Čechov sposa proprio Knipper. E non nacque nessun orangutan, conferma Malcovati.

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COME TREMANO LE COSE RIFLESSE NELL’ACQUA 
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati 
liberamente ispirato a Il gabbiano
di Anton Čechov
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suoni spallarossa
video Alessandro Papa
consulenza letteraria Fausto Malcovati

con Giovanni Cannata, Roberto Latini, Laura Marinoni, Nicola Pannelli, Marco Quaglia, Camilla Semino Favro, Petra Valentini, Cristian Zandonella

dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
assistente volontaria alla regia Eliana Rotella 
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Due serve, una padrona, tanti oggetti. Veronica Cruciani rilegge Jean Genet

Da pochi giorni ha debuttato a Bologna una nuova produzione di Emilia Romagna Teatro FondazioneLe serve, scritto dall’autore francese nel 1947, il tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

A proposito di classici moderni

Diciamolo subito. Le serve di Jean Genet non è un classico. Nemmeno un classico del Novecento, come si usa dire a proposito di certi Brecht, Beckett oppure Pinter.

Invece – come aveva intuito il regista Massimo Castri mettendolo in scena, controvoglia, alla fine degli anni ’80 –  Le serve “sono un vuoto gioco di specchi, annebbiato da noiosi tourbillon erotico-masochistici”.

Vediamo di che si tratta. Due sorelle, cameriere al servizio di un ricca e sofisticata Signora, in sua assenza, giocano al gioco della serva e della padrona.

Frustrate e depresse come sono, la adorano, la invidiano, la odiano, vorrebbero vederla morta. E mentre la Signora è fuori di casa, approfittano dei suoi abiti, dei gioielli, dei belletti, inscenando spesso un privatissimo teatrino, in cui immaginano di assassinarla. 

All’improvviso però il campanello squilla, la Signora rientra, e si ritorna nella realtà. O quasi. Perché la volta che sembra la volta buona, quando provano a far fuori la Signora con una tisana avvelenata, il tentativo va a vuoto e le due si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Fedeli però all’insano copione, che da tempo si sono messe in testa, trangugeranno loro stesse il bibitone mortale. Forse.

copertina  Genet Les bonnes

“Una scrittura tronfia e datata – sbottava Massimo Castri – il prodotto di un autore enfatico e decadente, ripetitivo e ideologico”. Si capisce insomma che al regista toscano (scomparso dieci anni fa) Jean Genet stava sullo stomaco.

Perché allora metterlo in scena?

Perché Le serve offre al teatro la sontuosa parte di Madame, la Signora. Parte che permette ad attrici fuori dell’ordinario una prova al tempo stesso snob, eccentrica, salace.

Sarebbe stata perfetta per Paolo Poli, se avesse una volta tanto deciso di cimentarsi con testi non suoi. Come era stata perfetta per Copi, il romanziere, drammaturgo e fumettista argentino che arrivava in scena, giraffesco, caracollando su tacchi altissimi, in lontana regia di Mario Missiroli.

Copi nella parte di Madame  (1981)- Le serve - regia Mario Missiroli
Copi nella parte di Madame (1981) – Le serve, regia Mario Missiroli

Magari il severo filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre, vero e decisivo sponsor di Genet, non se la immaginava proprio così, alla Copi, alla Paolo Poli. Ma Madame è affare da uomini. Ed è stata spesso interpretata da uomini. Meritevoli della penna di un Arbasino.

Trio femminile

La pensa diversamente Veronica Cruciani, decisa a smentire, con un trio femminile, la solenne stroncatura artistica di Castri. Per Madame, la regista punta su Eva Robin’s, attrice che non si può dire manchi di originalità.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Con movimenti, intonazioni, atteggiamenti che ricordano vagamente Poli o anche Copi (di cui è stata spesso interprete), fornita di un lussureggiante guardaroba, da stilisti parigini, Robin’s fa il suo ingresso in scena spinta su una cassa di trovarobato teatrale, cilindro in testa, stola di pelliccia, cangiante abito azzurro. Alla Marlene. Insomma Madame si addice a Robin’s. Scelta azzeccata.

Anche le parti delle due Serve esercitano un fascino perverso. Se le sono contese fior di attrici. Basti ricordare che, in Italia, se ne erano impossessate Piera degli Esposti, Adriana Asti, Manuela Kustermann, Franca Valeri, Lucilla Morlacchi, Anna Bonaiuto. Per dirne solo alcune, passate alla storia.

Serve che parlano, spolverano poco 

In questo caso Matilde Vigna e Beatrice Vecchione svolgono il loro compito in modo adeguato. Spolverano poco, recitano molto. Senza però portare fino in fondo un suggerimento che mi sembra di poter leggere nella regia di Cruciani.

Viene messa da parte la chiave novecentesca con i conflitti di classe (e di genere, di etnia, di status sociale, di minoranza) che Jean Genet, sempre molto annebbiato, misturava puntando di volta la propria attenzione sui negri, sui maghrebini, oppure ladri, o detenuti, o marinai, come il sopravvalutato Querelle. E mi sembra che invece traspaia, e si addica di più ai nostri tempi, qualcosa del thriller

Un giallo criminale, che muovendo le mosse da quella tisana al veleno, per indizi, a ritroso, si incarica di svelare attraverso una – questa sì, originale – rivolta degli oggetti, il criminoso disegno delle due domestiche piene di invidia. Che Cruciani veste peraltro alla maniera delle gemelline di Shining.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Gli oggetti chiacchierano

Un guanto di gomma da cucina, una cornetta del telefono mal collocata, una sveglia dimenticata fuori posto, tracce di fard sul volto, una chiave rivelatrice, la calligrafia delle lettere anonime, fanno il resto. Le cose parlano, chiacchierano, sventano i piani, spiattellano i segreti, puntano il dito sulle due scellerate.

E le costringono all’ennesimo teatrino in cui, riconoscendosi colpevoli, si consegneranno ai gendarmi e/o berranno loro stesse il veleno. Nemmeno fossero Socrate. E sono invece due poveracce, fuori della realtà, oltre che di testa, sempre alle prese con il proprio delirio. Rito o cerimonia, come noiosamente si ripete a proposito di questo testo.

Che però merita non una nota sola, ma due

Scritto da Genet nel 1947 Le serve (Les bonnes) prende lo spunto da un caso criminale realmente accaduto a Les Mans, negli anni ’30. Riporta Wikipedia, sulle tracce del quotidiano Paris-Soir dell’epoca:

Due sorelle di nome Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni, a servizio da almeno 4 anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono madre e figlia. Lo fecero con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con accanimento. Commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice non fornirono alcun motivo comprensibile del loro atto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividerne interamente la responsabilità”.

Le sorelle Christine e Léa Papin  il 2 febbraio del 1933 massacrarono orribilmente la signora Lancelin e la giovane figlia
Le sorelle Papin

Questo sì è molto avvincente, something thrilling. Se ne erano occupati nientemeno che Jacques Lacan e Cesare Musatti, psicoanalisti eccellenti.

Inoltre, nelle sue note, intitolate Come recitare Le Serve, oltre alla solita opzione maschile, e sconsigliando ogni forma di realismo, Genet prescrive: ”Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate di...”.

E qui mi fermo, perché educazione vuole. Ma voi potete facilmente leggere il seguito. Basta googlare.

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LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna
scene Paola Villani
costumi Erika Carretta
movement coach Marta Ciappina
produzione CMC-Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
in tournée

Ambra. Quella Ambra? Sì proprio lei, che di strade ne ha percorse tante

Dovremmo costringerci a pensare che il tempo passa. E che gli anni Novanta sono passati da un bel po’. Eppure, per buona parte pubblico che affolla e affollerà, in una lunga tournée, i teatri italiani, Ambra – Ambra Angiolini intendo – è ancora un’icona anni ’90. Della televisione anni ’90. Di quello spirito ribelle e un po’ antipatico delle ragazzine spigliate anni ’90.

Invece Ambra, proprio quella Ambra, di strade ne ha fatte tante, diverse. E oggi, con uno spettacolo che sembra sfidare quegli spettatori che a teatro ci vanno per Ambra personaggio, Angiolini li costringe a dimenticare, o almeno a mettere tra parentesi, Non è la Rai, T’appartengo, il tempo delle fiction… E in successione, anche l’Ambra sanremese, l’Ambra dei concertoni del primo maggio, l’Ambra di X Factor.

Ambra Angiolini in Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
Ambra Angiolini in Oliva Denaro – ph Laila Pozzo

Da qualche settimana, per un tour che non è musicale, ma è di teatro-teatro (un monologo, per essere precisi) Angiolini è Oliva

Dire di no, per cambiare

Oliva Denaro è la protagonista di un libro di Viola Ardone, romanzo che nei modi della narrazione contemporanea, racconta una vicenda degli anni Sessanta. Di quella Sicilia dove il nodo di mafia e morale arcaica, di cultura del maschio e sottomissione della donna, era norma di vita. A quel nodo, allo stupro di cui è vittima, alla proposta di matrimonio riparatore, all’opinione della gente, Oliva dice no. È anche grazie ad Oliva che la Sicilia, da allora, cambia.

Oliva forse non è bellissima, ma quei suoi occhi, neri come due olive nere, nel mezzo della fronte bianca e sincera, restano nella memoria di chi ha letto il libro. E resteranno impressi in chi riconoscerà in Angiolini e nella minuziosa tournée che fino ad aprile la porterà in quasi quaranta teatri italiani, l’ostinazione che da molto tempo fa stare l’attrice un passo più avanti, anche rispetto ai suoi fan più affezionati.

Prese di parola

La determinazione che la annovera, ad esempio, fra le attrici che denunciano le molestie ai danni delle donne nel sistema dello spettacolo (il loro manifesto, già del 2018, si chiamava Dissenso Comune), che le ha fatto scrivere sulla bulimia (un suo libro autobiografico si intitola Infame), che la impegna in spettacoli contro il bullismo e il prendere di petto il problema del diritto d’autore nell’uso che ne fanno le piattaforme digitali.

Ambra Angiolini a X Factor

Una tavolozza di posizioni pubbliche, di prese di parola, a volte anche contestate, in linea però la scelta di portare in scena anche questo libro di Viola Ardone, questo personaggio.

Una pietra sopra

Personaggio che adombra, nei modi della letteratura, la storia di Franca Viola, la ragazzina siciliana di 17 anni che nel 1966 disse no, e con tutte le proprie forze si oppose alla logica del matrimonio riparatore.

Per la legge (la legge com’era prima di allora) accettare quell’accomodamento avrebbe messo una pietra sopra al suo rapimento, al sequestro, allo stupro subìto, alla “vergogna”. Franca invece porterà i colpevoli davanti al giudice.

E segnerà un passo irrevocabile nelle trasformazioni della legislazione italiana in tema di diritti, con l’abolizione dell’ignobile art. 455, la successiva cancellazione del delitto d’onore e il finale riconoscimento della violenza carnale come delitto contro la persona, e non più oltraggio alla morale pubblica (la vicenda di Franca Viola è ripercorsa e analizzata qui). (1) 

Il rosario della subalternità

Un gesto di emancipazione, anche prima del Sessantotto, da quel modi di pensare e vivere che, nello spettacolo, fa dire alla madre di Oliva: “La femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia”.

Anche per ricordare che il patriarcato, tanto sulle bocche oggi, non è proprio così diverso da quel matriarcato che in forma di mantra maligno torna nelle regole di vita che la madre di Olivia ripete come grani di un rosario. “Donna che sorride, ha già detto sì”. “Chìnati giunco, che passa la piena”. Il rosario della subalternità.

E anche se si avvia con toni da fiaba, in quell’eden giardino d’arance, che inquadra la Sicilia come terra dalle seduzioni forti, violente, poi sempre più penetrante si fa l’interpretazione, con cui Angiolini porta fino alle lacrime lo scorrere della vicenda.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Accompagnata dall’interessante ipotesi della regia di Giorgio Gallione, che alleggerisce e costella con le canzoni della giovane Mina (e il valore di cronaca di quei testi) una storia che invece ha un ben più drammatico scioglimento.

Ambra o Oliva o Viola?

Così alla fine dello spettacolo – che ho visto a Trieste nelle iniziali repliche della tournée, al Teatro Bobbio, tra un pubblico al 75% di signore, e tutte emancipate – è stata immediata la standing ovation delle spettatrici, il voler stare accanto a lei, l’abbracciarla, Ambra, o Viola, o Oliva che fosse (2), il sentirsi partecipi. Le lacrime dell’una e delle altre.

Per tutto ciò che viene prima e dopo quel no, che ha impresso una svolta alla Storia. E che come tanti altri no, passati e futuri, di donne soprattutto, è da tenere a mente.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

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OLIVA DENARO
dal romanzo di Viola Ardone
con Ambra Angiolini
drammaturgia Giorgio Gallione e Ambra Angiolini
regia Giorgio Gallione
scene e costumi Guido Fiorato
produzione Agidi / Goldenart Production

(1) una nota, solo per ricordare che legale di parte civile nel processo contro gli abusatori di Franca Viola e promotore poi delle modifiche legislative era stato Ludovico Corrao. Allora avvocato, quindi senatore della Repubblica e sindaco di Gibellina, uno dei centri distrutti dal terremoto del Belice nel 1966, Corrao ne incentivò la ricostruzione ad alcune decine di chilometri di distanza (Gibellina Nuova) e ne fece un hub per artisti, architetti e urbanisti contemporanei, invitando lo scultore Alberto Burri a ricoprire le rovine del paese con un Cretto, annoverato oggi tra i più importanti esempi di land-art. A Corrao, si deve anche la Fondazione del Museo delle Trame Mediterranee e l’invenzione del Festival Le Orestiadi, capace valorizzare la località a livello internazionale. Un uomo che alle mafie ha saputo dire no.

(2) una seconda nota per evidenziare che Oliva Denaro è anagramma di Viola Ardone, l’autrice del romanzo.

Un salto a Milano, dove Lino Guanciale canta il tango della dittatura. E ne succedono tante altre

Voi che a teatro ci andate, che lo leggete, che qualche volta perfino lo amate. Voi che inoltre viaggiate, un salto a Milano dovreste farlo. Di questi tempi, aggiungo.

Un salto a Milano, piuttosto che a Roma, dove la situazione teatrale si fa complicata di ora in ora (sentite a proposito che cosa ne dice il mio collega e amico Andrea Pocosgnich).

A Milano invece, e nonostante il fresco, una congiunzione astrale sta riscaldando l’atmosfera e un ingorgo di titoli e locandine accende il palinsesto teatrale della città. La quale – come i suoi supermercati 24/24 – avrebbe voglia di non dormire mai.

Ho paura torero - Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Ho paura torero – Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

In realtà, sono le ultime corse della metro, lo sferragliare dei rari tram notturni, a scandire il tempo dei teatri. E se lo spettacolo dura un po’ più del previsto, o del consueto, appena il sipario si chiude, eccoci, spettatori in fuga per acchiappare l’ultima corsa dei mezzi. Beato – viene da pensare – il pubblico accorto delle pomeridiane.

Come a Broadway

Senza togliere merito alla programmazione delle altre sale, bisogna riconoscere che è il Piccolo Teatro a impastare in queste settimane il calendario più fitto, il più variato, il più inclusivo.

Dall’11 gennaio e fino all’11 febbraio alla Sala Grassi in via Rovello (per un intero mese di repliche, quasi come a Broadway) Lino Guanciale se la vede con il romanzo di Pedro Lemebel di cui tutti media parlano, Ho paura torero

Ho paura torero - locandina Piccolo Teatro

Da qualche giorno intanto si sono concluse le recite di quei due fenomeni da palcoscenico che sono Orsini e Branciaroli (ecco ciò che scrivevo su I ragazzi irresistibili) ed è già pronto, alla sala Strehler da martedì 23, l’altro leone bianco del teatro italiano, Glauco Mauri. Con un lavoro che gli sembra tagliato proprio addosso: il Minetti (ritratto dell’artista da vecchio) di Thomas Bernhard.

Un hub di culture e spettacolo

Sempre al Piccolo, ma sul versante opposto, c’è quel teenager – teatralmente parlando – di Liv Ferracchiati, che debutterà con il suo punto di vista su Cechov (tanto che Il gabbiano secondo lui, si intitola Come tremano le foglie riflesse nell’acqua, in sala Melato, dal 27), Isabella Ragonese non vede l’ora di presentare la sua Clitemnestra (dal 7 febbraio) e il contemporaneo scalpita con Bidibodiboo di Francesco Alberici (dal 20 febbraio). 

Sono in arrivo anche un Camilleri spiritoso (La concessione nel telefono) e il più angosciante Dentro di Giuliana Musso. A ciò, bisognerebbe infine aggiungere gli appuntamenti di Oltre la scena, il progetto Unlock the city, tutto un lavoro di incontri, conversazioni, letture, presentazioni e passeggiate fuori dal palcoscenico, che il direttore del Piccolo, Claudio Longhi, ha imbastito per fare del più quotato fra i teatri italiani un hub fervido di culture e spettacolo al vivo.

Complimenti. Del resto Milano, un teatro così se lo merita.

Piccolo Teatro - Sala Grassi - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Poche sere fa, imbroccando alla svelta quei due o tre cambi di metro, sono arrivato puntuale puntuale in via Rovello. Ci tenevo a vedere in palcoscenico Lino Guanciale, attore di cui ho larga stima (anche se la televisione non la vedo proprio). E ve ne parlo.

L’ultimo nastro di Allende 

È con la voce di Salvador Allende, con il suo ultimo discorso ai cileni, con le frasi drammatiche registrate nel vivo del colpo di stato del 1973, che prende il via lo spettacolo. Mélo e dittatura, giovani rivoltosi e travestiti sul viale del tramonto, pellicole che hanno fatto grande il cinema e spezzoni di telegiornale passati alla storia del ‘900, si alterneranno poi nei saliscendi di un teatro che si prende il titolo e le pagine del libro dell’autore cileno Pedro Lemebel (1952-2015). Un poeta in tacchi, pizzi e piume di struzzo, così lo ritrae Sara Chiappori in un suo pezzo sul Venerdì di Repubblica.

Le ultime ore di Salvador Allende, 11 settembre 1973

Checche e omofobi

Poeta poligrafo e sovversivo, soprattutto cronista, agitatore, attivista, come gli argentini Copi e Manuel Puig, come il peruviano Jaime Bayly più di recente, Lemebel ha dipinto nel suo romanzo (l’unico, del 2001) il mondo che chiamiamo Lgbt+ in un continente segnato allora (e oggi) dagli stereotipi del machismo e dalle angustie del cattolicesimo.

In quel libro, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, checche e omofobi, divise militari e foulard, cinemini a luci rosse e foto dei desaparecidos, si avvicendano a velocità folle. Sul palcoscenico, li accompagneranno certi appassionati tangos e gli inni alla vita di Violeta Parra.

Ho paura torero - copertina libro Marcos y Marcos

Sono soprattutto Puig e il suo titolo più celebre, Il bacio della donna ragno (il film di Hector Babenco con William Hurt è del 1985) a riemergere dalla memoria mentre assistiamo all’idillio tra il giovane militante che assieme ai compagni di lotta prepara l’attentato al dittatore Augusto Pinochet e la vida loca di una creatura che porta invece nella vie e nei barrios militarizzati della capitale cilena la propria fluidità di genere, il grande cuore, il minuscolo guardaroba, la borsetta, e tutti testi delle canzoni che ama. 

Una soprattutto, Tengo miedo torero, Ho paura torero, titolo che diventerà anche parola d’ordine della impossibile relazione sentimentale tra la travesta e il guerrillero.

La fata e il sovversivo

Fata dell’angolo è il nome di battaglia che lui/lei si è scelta, in ricordo del proprio passato di strada. Carlos è il nome in codice del muchacho (lo interpreta Francesco Centorame: è proprio una bella scoperta per il teatro italiano, e lo avevamo già apprezzato al cinema in C’è ancora domani della Cortellesi).

Come accadeva nella prigione argentina immaginata da Puig, anche qui, nella lunga notte della dittatura cilena, assisteremo a una reciproca educazione alla vita, quella sentimentale per Carlos, quella politica per la Fata. Due esistenze destinate a incontrarsi per un momento e a disperdersi poi nel grande fiume degli eventi. In mezzo a loro, una fantasia di vecchi mélo, la potenza dei documenti della Storia, le musiche di un continente, il Sudamerica (i travestimenti musicali sono stati curati da Davide Fasulo).

Francesco Centorame e Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Francesco Centorame e Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

Era partita dall’innamoramento di Lino Guanciale per il romanzo di Lemebel (da cui è stato trattato quattro anni fa anche un film messicano) la sfida a costruire – quasi contro la propria immagine, consolidata dai personaggi delle serie televisive – questa figura di Fata, femminili movenze, indole canterina.

Ed è stato Claudio Longhi, dal banco della regia, a riattivare per lui la formula, così cara a Luca Ronconi, dell’alternarsi naturale tra dialoghi e narrazione, l’io e il lui, complice anche l’esuberanza barocca e ridondantekitsch come i fenicotteri rosa – della prosa di Lemebel, prodigo di aggettivi e avverbi, così come prodiga d’amore è lei, la Fata. 

Madri in piazza, dittatori al balcone

Le tre ore e passa di spettacolo giocano su continui ribaltamenti di piani. Quelli di una scenografia a soppalco, con i suoi squarci metropolitani e i suoi murales sparati tutto attorno nella scena allargata (di Guia Buzzi).

Diana Manea - ph Masiar Pasquali
Diana Manea – ph Masiar Pasquali

Ma più di ogni altra cosa giocano sui ribaltamenti di registro. Tanto che dalle manifestazioni in piazza delle madri, alle quali i servizi segreti hanno ucciso mariti e figli, in un solo cambio di luci, si svolta nell’ironia e nei toni da commedia all’italiana del turbolento ménage tra il generale golpista Augusto José Ramón Pinochet e la sua petulante consorte Doña Lucía.

La verve dittatora di Mario Pirello e Arianna Scommegna è del resto ogni volta pronta a strappare risate al pubblico. Proprio mentre il controcanto visivo delle proiezioni rilancia esplosive le immagini dell’attentato del 1986, quello che darà avvio al tramonto della dittatura.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello - ph Masiar Pasquali
Arianna Scommegna e Mario Pirrello – ph Masiar Pasquali

Storie d’amore in tempi difficili

Finirà come deve finire, con uno struggente addio tra Carlos e la sua Fata davanti a un tramonto sulla costa del Pacifico. Mentre Politica da una parte, Eros dall’altra, riprenderanno i propri cammini.

Sconsolati e inevitabili perché questa è la regola dei mélo. Che mettono tristezza, ma piacciono. Come tutti i romanzi d’amore in tempi difficili.

Lino Guanciale e Francesco Centorame - ph Masiar Pasquali
Lino Guanciale e Francesco Centorame – ph Masiar Pasquali

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HO PAURA TORERO
di Pedro Lemebel
traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
trasposizione teatrale Alejandro Tantanian
dramaturg Lino Guanciale
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
visual design Riccardo Frati
travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo

con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Arianna Scommegna, Giulia Trivero

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Branciaroli e Orsini. Due ragazzi anziani. E irresistibili

“È un mestiere vano, quello dell’attore. Vano, vago, e non lascia memoria”. Lo dicono Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Li smentisce, un attimo dopo, lo spettacolo che assieme stanno portando in giro nei teatri italiani. È la tournée 2024 di questi due, Ragazzi irresistibili.

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Due attori per due attori

Due attori che – a volte capita – interpretano due attori. Un gioco al quadrato che ha la firma di uno dei grandi autori comici americani, il più grande forse: il newyorkese Neil Simon. “Il Goldoni del Novecento”, assicura Branciaroli. E loro, insieme, a giocarselo tutto, quel mestiere. Fiuto per la battuta, tempismo esemplare, trucchi da gran professionista, strizzatine d’occhio. La complicità di due anziani ragazzi.

Simon aveva scritto The Sunshine Boys nel 1972, per Broadway. Pochi anni dopo era diventato un film e a interpretarlo erano Walter Matthau e George Burns. Che per una produzione televisiva del 1996 lasciarono poi il posto a Woody Allen e Peter Falk. Insomma, il meglio.

Su e giù per lo Stivale

Il meglio, in Italia, tra i ragazzi anziani, sono Branciaroli (al traguardo dei 75) e Orsini (che il prossimo aprile ne farà 90). Eppure mai stanchi, allenati, tonici, pronti per una lunga tournée che li trascinerà su e giù per lo Stivale.

Potrebbero recitare qualsiasi cosa. E molte le hanno fatte. Orsini non ha finito ancora di calarsi in nel Dostoevskij (Le memorie di Ivan Karamazov), che Luca Micheletti ha tagliato esattamente sulla sua misura. Branciaroli continua ancora a vestire l’abito del Mercante di Venezia per la regia di Paolo Valerio. Lo scorso anno se le dicevano di santa ragione, in Pour un oui ou pour un non.

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Ma se hanno scelto The Sunshine Boys (I ragazzi irresistibili, nella traduzione di Masolino D’Amico e con la regia di Massimo Popolizio) è perché in quelle due vecchie glorie del palcoscenico, ritratte a sbalzo da Simon, si rivedono fotografati tali e quali. Orsini sempre in formissima, e doverosamente tignoso, come vuole il suo personaggio. Branciaroli, che di carattere non è un santo, vagamente sdegnato, svagato, fanfarone, di corta memoria.

Di nuovo assieme

Willy Clark e Al Lewis, i loro due personaggi, hanno lavorato fianco a fianco per più di quarant’anni. Dovrebbero ritrovarsi di nuovo assieme, undici anni dopo una furibonda lite. Dovrebbero rimettere in piedi il duetto comico che li ha resi famosi in tutti gli States. Dovrebbero apparire in uno show televisivo, dedicato proprio a quel modo di fare teatro, che la televisione ha seppellito. Dovrebbero…

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Ma l’ostilità, che per tanto tempo ha covato, il livore, i rancori, bruciano ancora. E non è detto che il progetto riesca. Riescono sicuramente invece l’affilatezza delle battute, l’inesorabile seguito delle risate del pubblico, la maestria di uno che ha scritto commedie come La strana coppia e A piedi nudi nel parco. E il modo in cui i nostri due ragazzi infilano quelle battute sullo spiedo di un umorismo che suona americano, suona commerciale, e suona novecentesco. Ma acchiappa ancora, anche qui. 

Un materasso di divertimento

Sostiene Branciaroli: “Neil Simon è così bravo che il risvolto amaro, che pure c’è, galleggia su un materasso di divertimento”. Conferma Orsini: “Di questo vado orgoglioso: del saper rompere la barriera che separa teatro serio da teatro leggero”.

Spaccheremo il culo ai passeri” dicono in una una battuta della commedia, che ho visto qualche settimana fa al Teatro Manzoni di Pistoia. Infatti, veniva giù il teatro. 

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

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I RAGAZZI IRRESISTIBILI
di Neil Simon
regia Massimo Popolizio
con Umberto Orsini e Franco Branciaroli
e con Flavio Francucci, Chiara Stoppa, Eros Pascale, Emanuela Saccardi
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca
produzione Teatro de Gli Incamminati, Compagnia Orsini, Teatro Biondo Palermo

Santo Stefano in casa Cupiello. L’altro Eduardo

Devo averlo scritto un centinaio di volte almeno. Le feste raccomandate, gli anniversari, le ricorrenze, i compleanni, mi scatenano l’orticaria, le bolle, e pure il prurito. Natale più di tutte.

Quindi ho deciso di scomparire dai radar, per questi tre giorni almeno. Divano.

Eduardo De Filippo

Leggere sì. Che cosa?

A questo punto, sdraiato, mi sono chiesto: che potrei leggere? Non ci crederete, ma un’idea perversa mi ha fatto tirare fuori dallo scaffale Eduardo della libreria nientemeno che Natale in casa Cupiello. Edizione princeps. Cioè quella dei Meridiani Mondadori, quella più note che testo, quella più filologica: “Tommasi’ te piace ‘o Presebbio?” (p. 812).

Niente da fare, però. Dopo una decina di pagine ho mollato: credo di conoscerla a memoria, nonostante sia nato e cresciuto a latitudini ben distanti da Napoli.

E poi: perché calarmi anch’io, proprio nel giorno di Natale, in quel familismo moralistico e basso-borghese, che è il tipico segno dell’Eduardo più noto e più rappresentato?

“Tommasino, ti piace il presepe?”. “A me non mi piace”.

Il caso ha voluto

Caso ha voluto che dallo stesso scaffale, poco distante dal Meridiano, occhieggiassero due altri volumi, di un bel verde trifoglio. Il primo Vorrei caro Eduardo (legare il tuo nome al Piccolo Teatro. Lettere 1941-1980). Il secondo Mio caro Eduardo (Eduardo De Filippo e Lucio Ridenti. Lettere 1935, 1964).

Come si capisce, sono selezioni della corrispondenza che il co-fondatore del Piccolo teatro di Milano, Paolo Grassi, e uno dei più autorevoli critici teatrali dell’epoca, oltre che attore e editore, appunto Lucio Ridenti, hanno scambiato con De Filippo.

Con competenza e certosina pazienza, li ha messi assieme Maria Procino, che dei materiali conservati presso la Fondazione Eduardo De Filippo è un po’ la vestale. Archivista, storica e studiosa di diari, dicono di lei le note di copertina. Ma Procino è molto di più.

Al festival delle Corrispondenze

Quando l’ho incontrata, lo scorsa estate a Monte del Lago, sul Trasimeno, per una bella serata al Festival delle Corrispondenze, nei suoi racconti si è aperto un vulcano di episodi, piccoli e grandi, recenti e lontani, che la legano alla famiglia De Filippo.

E fanno di lei la voce più autorevole, e la più scientifica dal punto di vista degli epistolari, se si vuole conoscere da vicino il versante biografico della dinastia eduardiana. Perché fin da giovanissima, lei là stava, dai De Filippo.

Però, non me la sono sentita, proprio a Natale, di mettere giù una recensione. Non tirava aria. Però: se venisse voglia anche a voi di andare un po’ oltre a “te piace ‘o Presebbio?” e a “ha da passà ‘a nuttata”, questi due libri sarebbero la lettura giusta. Per conoscere, oltre all’Eduardo drammaturgo, anche l’Eduardo imprenditore e impresario, l’Eduardo dietro le quinte. L’altro Eduardo insomma.

Quello che Lino Musella ha raccontato molto bene nello spettacolo Tavola tavola, chiodo chiodo… Al quale proprio Maria Procino ha dato il proprio contributo di esploratrice di lettere e archivi.

Lino Musella in Tavola tavola, chiodo chiodo...
Lino Musella in Tavola tavola, chiodo chiodo…

Grassi, Ridenti… e Eduardo

Sono dunque due bei volumi, pubblicati da Guida Editori per la Fondazione De Filippo. Insieme fanno più di 450 pagine e aggiungono sfumature inaspettate anche al carattere di Paolo Grassi, il meno studiato dei due (o tre) fondatori del Piccolo Teatro (vedi qui quello scrivevo 4 anni fa).

Ma accendono pure un riflettore importante sull’attività di Lucio Ridenti, fino a ora terreno di studio accademico e di tesi di laurea. Ridenti, che è stato invece figura importante per il sistema teatrale italiano, attore prima, giornalista poi, aveva diretto la rivista Il Dramma, decisiva per la circolazione di nuovi testi teatrali nell’Italia pre e post-bellica.

L’immersione epistolare è durata ben oltre la giornata natalizia, e si è conclusa oggi, nell’altro giorno di relax festivo, quello di Santo Stefano

Mentre leggevo, comunque, pensavo insistentemente a una delle più belle riedizioni di Casa Cupiello che mi sia capitato di recente di vedere.

Ne ho parlato su QuanteScene! all’inizio del 2023 quando, proprio nel giorno della Befana, mi sono ritrovato a Napoli, al Teatro Bellini, per vedere ri-animata con ombre, pupazzi, figure, proprio quella commedia, novant’anni dopo il debutto. 

Cum figuris in casa Cupiello

Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris – progetto nato da un’idea di Vincenzo Ambrosino e Luca Saccoia e diretto da Lello Serao – avrebbe meritato ben più di quel minimo Premio che si è portato via nella finale degli Ubu di qualche giorno fa: il riconoscimento è andato ai costumi, ideati da Federica Del Gaudio, per i pupazzi inventati da Tiziano Fario

Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris -
Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris

Ma poteva invece essere lo Spettacolo dell’anno. Poteva essere un Premio Speciale. Come referendario Ubu lo avevo candidato “perché rivela ancora una volta la forza del teatro delle figure e sottrae questo genere al pregiudizio che lo vuole riservato a pubblici minoritari”. Ma le cose non sono andate cosi. Il perché lo spiega e anche bene, Andrea Pocosgnich, nell’ultima parte del suo commento-bilancio agli Ubu 2023.

Allora, proprio a Santo Stefano, proprio nel giorno in cui, nella commedia, Luca Cupiello potrebbe lasciarci per sempre (ma forse anche per lui, come pare abba deciso Eduardo per l’edizione televisiva, potrebbe “passà ‘a nuttata”), condivido con voi una clip di quello spettacolo-presepe.

Se ne presentasse l’occasione, fareste proprio bene a vedere (a gennaio, per esempio, il giorno 11, si replica al Comunale di Corato, in Puglia).