La volta che spensero le luci. Ma proprio tutte. E finimmo con Vargas e McIntosh nel teatro del buio

Dici che non hai paura del buio? Bugiardo. Del buio abbiamo paura tutti. È istintivo. Se non riesci a vedere, se i tuoi occhi non misurano e non controllano il mondo là fuori, scatta subito l’ansia.
Di recente ho partecipato a due spettacoli dove il buio era il protagonista. E come tutti, ho avuto un po’ paura.

vargas filo di Arianna

Seguendo Arianna e il suo filo

Devi immaginarti in piedi, solo, nel buio totale. Non vedi nulla, ma ti accorgi che una mano gentile ha preso la tua mano e ti invita ad avanzare. Verso dove, verso chi? Senti il terreno inconsistente sotto i piedi scalzi. Forse è sabbia. Però un metro più in là potrebbero essere sassi, vetri, scalini, il vuoto. Io mi sono fidato di quel gesto d’incoraggiamento e sono andato avanti. Rischiando.

Il filo di Arianna è una creazione di Enrique Vargas, regista e antropologo. Settantasette anni, colombiano, Vargas è uno di famiglia a Pistoia, dove le accoglienti sale del Funaro Centro Culturale da quasi dieci anni danno spazio ai suoi titoli e ai suoi seminari. Il gruppo che Vargas ha fondato si chiama Teatro de Los Sentidos perché il suo modo di fare teatro è un lavoro sui cinque sensi degli spettatori. O meglio, dello spettatore. I suoi allestimenti sono infatti percorsi d’esperienza sensoriale e si rivolgono a uno spettatore/viaggiatore solo. Uno solo per volta, quaranta minuti di gioco teatrale, cinquantaquattro viaggiatori a sera. Odori, sapori, rumori, cose da toccare, e soprattutto il buio, sono i primi attori di Vargas. Solo dopo vengono i suoi collaboratori.

vargas filo arianna 2

Così, seguendo le raccomandazioni sussurrate da un alchimista, ho annusato spezie e maneggiato polverine. Mi sono incamminato seguendo l’unico inizio di una corda che tenevo tra le mani. Ho sentito fruscii e suoni di campanellini che attiravano la mia attenzione. Il buio, la semioscurità, restavano sovrani. Ho capito che dovevo accucciarmi, proseguire a carponi, mi sono seduto su un minuscolo sgabello e una voce, pacatamente, si è messa a raccontarmi una storia.

La storia, come dice il titolo, è un mito: quello del labirinto di Creta, del potente Minosse, del mostruoso Minotauro. Ripercorrevo le strade di chi, migliaia di anni, fa si era perso nel dedalo a Cnosso. Sono rimasto nuovamente solo. Un lumino lontano, flebile, mi diceva vieni da questa parte. In uno specchio opaco ho intravisto la mia immagine, ma si confondeva con quella di una creatura infernale, le corna e il ghigno inconfondibile. Forse era il Minotauro. O forse era il mostro che è in me. Vuoi non aver paura?

Sono finito in un armadio, vestiti polverosi mi hanno sfiorato il viso, le braccia. Ho aperto a tentoni una valigia per ritrovare oggetti di un secolo fa. Una clessidra, che aveva smaltito la sua sabbia, mi ha invitato a proseguire e ho fatto un’esperienza che non so riscrivere, perché va sentita, ma con il corpo. Alla fine sono sbucato in una radura. Calma, tranquilla, in penombra, un’oasi di pace dopo l’emozione. Una vestale mi ha offerto un infuso caldo. E sono rimasto là, chissà quanti minuti, a rimettere a posto i miei pensieri. Un viaggio fuori della realtà: ma quando ho guardato l’orologio ne erano passati 40.

vargas filo arianna 6

Ditelo con le mani

Il secondo spettacolo, visto al Festival Contemporanea a Prato, era tutt’altra cosa. Nessuna storia da raccontare, niente misteri. Ancora una volta però era in ballo il mondo dei sensi. Primo fra tutti, il tatto. A cui il buio regala potenza.

In many hands è stato inventato da Kate McIntosh, una versatile artista neozelandese, che ha fatto base a Bruxelles, al Kaaitheater. E come dice il titolo, sono le mani, più che gli occhi, le protagoniste di quest’altro gioco esperienziale.

Macintosh many hands

Seduti davanti a lunghi tavoli disposti sul palcoscenico, noi, una quarantina di spettatori, sconosciuti gli uni agli altri, con la consegna del silenzio, ci passiamo di mano in mano una fettuccina di carta, piena di istruzioni. Poi, attraverso questa catena di mani curiose passano pietre, conchiglie, gusci d’insetti, crani di uccelli, pezzi d’animale imbalsamato. Oppure martelli e altri arnesi pesanti. Le mani si toccano e si incrociano, i polpastrelli si parlano.

E poi capelli, terra umida, fondi di caffè, materiali molli e ripugnanti. E polveri colorate. Abbiamo tutti le mani sporche, impiastricciate, impregnate di odori, quando improvvisamente cala il buio. Ma gli oggetti continuano a correre di mano in mano. Un brivido, se nell’oscurità ti agguanta le dita un filo di ferro attorcigliato. Paura, mentre la corda che stai passando sembra volerti strappare dalla seggiola, e una pioggia di sassolini, grandine o chissà che cosa ti si rovescia addosso. Terrore, se non vedi nulla e non sai quale potrebbe essere il prossimo accidente che ti toccherà tra le mani.

Due spettacoli fuori dal comune. I bene informati parlano di sensotopia, il luogo dove regnano i sensi. Altri parlano di audience engagement, coinvolgimento intenso del pubblico, oppure di un teatro immersivo. E a me pare che abbiano ragione, ma che si tratti soprattutto di tentativi del Teatro di scrollarsi di dosso le solite storie di famiglie borghesi,  le forme rappresentative che si porta dietro almeno da tre secoli. E per il secolo in cui noi abitiamo, di darsi una nuova vita.

 

Le fotografie di Il filo di Arianna sono di Stefano Di Cecio
Qui trovi altre informazioni su Il Funaro Centro Culturale.
Qui trovi altre informazioni su Festival Contemporanea 2017 al Teatro Metastasio e in altre location a Prato.

Ecole des Maîtres 26. La Scuola dei Maestri. Quella senza Maestri

Si sono dati questo nome: Transquinquennal. Un po’ troppo lungo e complicato da scrivere. Ma il significato è chiaro. Abbastanza chiaro. Transquinquennali. Già l’anno prossimo potrebbero chiamarsi transquadriennali. Poi transtriennali e così via, fino alla data di scadenza. Il collettivo teatrale belga formato da Bernard Breuse, Miguel Decleire e Stéphane Olivier ha scelto un assetto originale, se non altro, per collocarsi sul grande arco sulla scena europea. Un progetto di eutanasia, o autodistruzione, che porterà il gruppo a cessare l’attività il 31 dicembre del 2022. Sappiatelo: Andrebbero consumati preferibilmente prima del.

Intanto lavorano, creano, si danno da fare, secondo le tappe di un disegno, scandito anch’esso in cinque tempi poiché riproduce, applicato al teatro, le famose fasi che la psichiatra Elisabeth Kübler-Ross (scomparsa nel 2004) aveva individuato studiando l’elaborazione del lutto: Rifiuto. Rabbia. Contrattazione. Depressione. Accettazione.

A sentirli parlare di sé, i Transquinquennal si trovano ora a esplorare la terza fase. E proprio il tema della Contrattazione ha dato loro lo spunto per progettare il lavoro che in queste settimane stanno svolgendo come maître dell’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri (le informazioni, qui).

Il corso itinerante per giovani attori europei ideato 26 anni fa da Franco Quadri è riuscito, in questo quarto di secolo, a raccogliere nelle proprie “classi” tutti i più importanti maestri della fine del millennio. Dai registi “signori della scena” come Stein, Nekrosius, Dodin, Ronconi, alla nuova regia autoriale di gente come Pippo Delbono, Antonio Latella, Ivica Buljan, fino alla post-drammaturgia di Rodrigo Garcìa, Rafael Spregelburd, ricci/forte, Christiane Jathay. La particolarità di questa edizione 2017 è che gli odierni “maestri”, i Transquinquennal, su questa idea di magistero nutrono sostanziosi dubbi. Da una parte negano di aver qualcosa da insegnare (un metodo di pensiero, tutt’al più), dall’altra sembrano allergici a quel principio di potere che riesce a far funzionare in maniera fluida tanti sistemi e tanti strumenti sociali, dall’esercito, ai partiti tradizionali, alla scuola, fino ad arrivare anche al teatro, almeno così come lo conosciamo abitualmente. I Transquinquennal sono un collettivo antigerarchico, che in nome della parola democrazia e (in questo momento) della contrattazione si propone di ribaltare le regole del gioco.

Ora: tutto ciò può risultare interessante sul piano della riflessione, e forse dei processi mentali che vengono attivati nel costruirsi professionale di un attore. Ma diventa un po’ ostico – e diciamolo, pure palloso – se lo si orienta verso un’esperienza da portare sulla scena, e da far vedere al pubblico. Proprio questa, invece, mi sembra fosse l’idea alla base della dimostrazione che i tre Transquinquennal assieme a 14 attori dell’Ecole 2017 hanno presentato a un piccolo pubblico convenuto a Udine per scoprire qualcosa sul loro lavoro. Udine, sotto l’egida del CSS – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, è stata la tappa iniziale del percorso internazionale di lavoro che continua  a svilupparsi adesso a Bruxelles, toccherà poi Roma, Reims e Caen (Francia), e in conclusione Coimbra (Portogallo) il 24 settembre.

Mi voglio spiegare: ho l’impressione che la democrazia sia un utensile un po’ troppo ingombrante per essere usato a teatro. E che la contrattazione non sia il procedimento che mette in relazione gli attori con il pubblico. Su che cosa dovrebbero negoziare quando il contratto (generalmente siglato con l’acquisto di un biglietto) è già stato concluso. Ed è davvero opportuno che una decisione artistica (oppure  semplicemente espressiva) venga presa a maggioranza?

Insomma: aspettarsi che scena e platea si confrontino democraticamente, che il pubblico negozi con agli attori che cosa devono fare, che un’esperienza di scena vada avanti a forza contrattazioni – ciò che probabilmente era nel programma della serata a cui ho assistito – si dimostra talmente ambizioso da scivolare subito nel fallimento. Nonostante un pubblico un po’ abituato a considerare la condivisione, l’interazione, la partecipazione attiva alla cosa pubblica come comuni processi quotidiani. Poiché il mondo digitale, oggi, verso tali modalità si sta indirizzando:  il famoso approccio 2.0.

Eppure – lo abbiamo sperimentato un po’ tutti – essere pubblico, essere spettatori, mettersi in una condizione di ricezione, visione, ascolto, perché no, accomodarsi in una comodità passiva, è un privilegio al quale non siamo quasi mai disposti a rinunciare. Chi fa attivamente teatro lo sa (dovrebbe saperlo). Per venti minuti, invece, siamo rimasti così, i 14  attori e noi del pubblico, silenziosi, in attesa, a guardarci negli occhi. E nei successivi quaranta minuti, beh, non è successo granché.

Lo dico in modo sbrigativo: in platea si ragiona così: se scelgo di fare lo spettatore perché mai dalla scena tu mi inviti, mi solleciti, mi costringi a fare pure il co-protagonista. Stai al posto tuo. Fai quello che devi fare. Lascia che mi goda lo spettacolo. Tranquillamente. Alla faccia del 2.0.

E’ pur vero che l’Ecole des Maîtres non ha l’ambizione né l’intenzione di mettere in scena spettacoli: si tratta di un’attività di pedagogia per attori. Però sentitemi, maestri non maestri cari, progettisti a scadenza, per i prossimi cinque anni, pensate anche a noi spettatori, che siamo un po’ pigri e un po’ comodoni, non costringeteci a fare un mestiere che non è il nostro. Si fa già tanta fatica a farne uno, bene.

Devo aggiungere qualcosa. Vale la pena conoscere meglio il lavoro dei Transquinquennal e qualcuno dei loro 41 titoli di progetto. Provate a dare un’occhiata a questo breve teaser, che mostra l’idea che stava dietro a  L’un d’entre nous.

O al trailer del loro spettacolo – questo sì, uno spettacolo – Capital Confiance.

O ancora a quel simpatico pasticcio intitolato : We want more.

E su questa pagina (clicca qui) trovate invece tutte le informazioni sull’edizione 2017 dell’Ecole des Maîtres.

 

 

Prima di maltrattare il gender, prova a capirlo

Come tutte le parole che vengono da fuori, gender non piace agli italiani. Alle nostre orecchie suona più vicino a gendarme, che a genere, che è il suo significato. Con il gender ce l’hanno su quelli che tengono alla purezza della lingua. E soprattutto quelli che tengono alla saldezza dei valori. Anche se il più delle volte, né gli uni né gli altri sanno con precisione di che si tratta.

È invece con parole semplici, quasi elementari, che Livia Ferracchiati racconta il gender. E siccome le sue sono le parole del teatro, non di un faticoso dibattito sui media, viene più facile darle ascolto, e provare a capire meglio quel significato.

Peter Pan guarda sotto le gonne (2015)

Tra le signore della scena europea che Antonio Latella ha invitato con i loro spettacoli alla Biennale Teatro, alcuni dei quali davvero imponenti e impegnativi, Livia è la più giovane: trent’anni. Teatralmente è la più ingenua, con i suoi spettacoli semplici, di gruppo, tutto sommato lineari, come sono le sue parole. Forse perché Livia non è una signora del teatro. E ci tiene a dirlo: no, non sono una signora.

Lo spiega ai media senza malizia, senza scalpori, enunciando un semplice dato di fatto: la sua identità di genere è maschile. Anche se il nome e il corpo sono femminili. Transessuale si dovrebbe scrivere, se la parola non facesse ancora più paura di gender. Ma trilogia sulla transessualità è un progetto che Ferracchiati sta costruendo da qualche anno assieme al suo gruppo, The Baby Walk, e al Teatro Stabile dell’Umbria, e usarla è inevitabile. Prima Peter Pan guarda sotto le gonne, poi Stabat Mater (tutti e due tra gli appuntamenti della Biennale), tra qualche mese anche Un eschimese in Amazzonia, che ha già avuto un riconoscimento iniziale al Premio Scenario.

Un eschimese in Amazzonia (2017, Premio Scenario)

Dice di non voler fare autobiografia, Ferracchiati, autrice e regista. Però è inevitabile riferire a lei le storie che racconta. A proposito: sarà più opportuno scrivere lui? e autore? Perché sta proprio là il problema, nelle parole, nelle gabbie di una lingua e di valori che non sanno o proprio non possono uscire dal dualismo del genere. E sul gender appunto si inceppano.

Perciò la miglior cosa da fare è andarli a vedere, questi spettacoli, ora che cominceranno a girare, suscitando – si sa – piccoli scalpori provinciali tra i guardiani della lingua e dei valori (com’è capitato all’altro spettacolo giocato su questo tema, Fa’afafine di Giulio Scarpinato). Vederli e provare a capire, senza malizia, senza scalpore, di che si tratta, perché gender e identità di genere sono parole e concetti che valgono per tutti, ma proprio per tutti. Anche se può non piacere.

Stabat Mater (2017, Premio Hystrio Scritture di Scena)

Si potranno così capire i modi che la generazione dei ventenni ha di rapportarsi con quei problemi, che problemi sono anche per chi si sente abbastanza evoluto, come il nostro/nostra autore/autrice Ferracchiati. Capire è sempre una buona cosa. Inoltre, con un po’ di sforzo, si potrà provare a sintonizzare su questo tema anche la nostra lingua che – dico io –  molto più della morale è difficile cambiare.

Todi is a small town in the center of Italy (2016)

Se vuoi saperne di più, qui trovi Federico Bellini , che ti dà alcune informazioni su Livia Ferracchiati. Oppure puoi andare al sito della compagnia The Baby Walk, e scoprire la loro storia. Te lo consiglio.

L’americano Bob Wilson e la macedonia dei due mondi

È un festival vecchiotto, quello di Spoleto, che quest’anno arriva al traguardo delle sessanta edizioni. Vecchiotta, del resto, è la stessa Spoleto, che nei bar e nelle vetrine espone ancora manifesti con una giovane Carla Fracci e fotografie del maestro Menotti – il gran fondatore – scattate probabilmente sessant’anni fa.

 

Lo scorso ottobre qui si è sentito il terremoto, ma non c’è terremoto che tenga, se lungo il Corso si vede ancora passare, ora a luglio, quando il festival vive le sue giornate più intense, qualche dama romana in abito da sera, o certi artisti in cappello, vestito a colori sgargianti, quel gusto dandy.

Come se non fosse passato mai il tempo raccontato da Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia. Che è un libro del 1963. Appunto.
E come una di quelle insalate, che in Italia si chiamano Macedonia, il Festival dei Due Mondi edizione sessantenario mette in cartellone un po’ tutto. Dal Don Giovanni di Mozart con la regia del direttore dello stesso festival, che è Giorgio Ferrara, a Fiorella Mannoia e Mario Biondi. Dal gala popular di Roberto Bolle and his friends a un’edizione in cinese di una vecchia commedia di Dario Fo. Un debutto di Emma Dante e gli eterni salotti di Paolo Mieli. Ma non mancano Corrado Augias, Ernesto Galli della Loggia, Federico Rampini e figlio. Il bel mondo dei due mondi, insomma.

A spingermi fino a Spoleto, nel bel cuore umbro dell’Italia, è stata però una locandina che prometteva. In testa, due nomi pesanti: Heiner Müller e Robert Wilson. Poi un titolo che ha eco profonde: Hamletmaschine. Infine gli interpreti: gli allievi attori dell’Accademia nazionale Silvio d’Amico.

Si sarà capito che andare a curiosare negli spettacoli dei giovani e giovanissimi interpreti che studiano nelle accademie, è una cosa che mi piace. Detto in due parole: il loro è il teatro di domani. Anche se non per tutti. Anche se non non per sempre. Ma si tratta comunque del respiro di un’altra generazione e di idee fresche, spesso ammirevoli. Vale la pena stare ad ascoltarle, imparare da loro.

La formula che metteva insieme i due antichi maestri (Müller è scomparso nel 1995, Wilson ha 75 anni) e i ventenni che ancora studiano all’Accademia mi è sembrata interessante. Anche perché l’amicizia e la stima tra Müller e Wilson avevano fatto sì che negli anni ’80, il regista americano mettesse in scena il testo del drammaturgo tedesco proprio con gli allievi di teatro della New York University.

L’edizione 1988 di Hamletmaschine alla New York University

Ne era uscito, quella volta, uno spettacolo abbastanza memorabile, che non ero riuscito a vedere. Quale miglior occasione, se non questa di Spoleto, anche a costo di trascurare gli altri spettacoli, quella macedonia che il programma stipava tutti  in una giornata.

L’edizione 2017 a Spoleto con gli attori dell’Accademia Nazionale Sivio d’Amico

Ne sono uscito, io questa volta, abbastanza sgomento. Non per il lavoro dei quindici allievi attori che devono aver fatto salti mortali per eseguire tale e quale la partitura teatrale orchestrata da Wilson trent’anni fa. Ma per essermi accorto, proprio grazie a questa formula, di quanto l’inconfondibile stile wilsoniano, così radioso nei miei ricordi e pure in allestimenti recenti, sveli proprio grazie a questa nuova copia dal passato, tutte le crepe, le ingessature, i tic di un maestro del ‘900, che del Novecento rimane un’icona. Ma senza mai aver oltrepassato il limite del secolo.

I fondali dai cromatismi intensi, le posture ingessate dei personaggi, il rigore formale che si autodenuncia come estetismo. E quel gusto, molto anni ’80, seriale, minimalista, di ripetizioni, e ripetizioni delle ripetizioni, e ripetizioni di ripetizioni delle ripetizioni, che fanno lievitare un testo di nove pagine gonfiando uno spettacolo fino a quasi due ore. Ogni tanto, il sollievo, di una giuntura musicale che Wilson aveva allora scelto dal suo jukebox colto. Schubert, oppure un tango di Peggy Lee.

 

È chiaro che in certi momenti si rimane incantati. Ma l’incantesimo fa presto a sciogliersi in stanchezza. Perché sulla lunga distanza il cliché si manifesta. Come quel dondolarsi delle attrici sulla sedia di sbieco, per esempio, che sarà pure una autocitazione da Einstein on the beach, ma che nessuno coglie e si ripete vuota. Mentre tra il pubblico del Teatrino di San Nicolò, soprattutto le giovani generazioni continuano per tutto il tempo a smanettare sullo smartphone, alzando solo ogni tanto lo sguardo sulla scena. Con uno sbuffo di sufficienza.

Vivere a proprio agio. Alle Bermudas, o nella villa di Napoleone

Le parole sono come interruttori. Ne schiacci uno e ti sorprende a volte la cascata di luce che riesce ad accendere. Le parole accedono invece l’immaginazione. Bermudas, per esempio.

Impressions d’Afrique, una precedente creazione di MK

Bermudas è il titolo di un futuro lavoro del collettivo di danza MK. Ma allo stesso tempo scatena associazioni di idee. Per Michele Di Stefano (che ha fondato MK alla fine degli anni ’90 e si è conquistato il Leone d’argento della Biennale danza 2014), Bermudas si occupa della costruzione di “un campo energetico carico di tensione relazionale”. Non so se l’ironico riferimento vada al famoso arcipelago britannico, o al suo temibile triangolo, o al sistema fiscale piuttosto allegro che regna laggiù. O ancora ai pantaloncini corti che da quelle isole prendono il nome e fanno subito estate. Però in uno di questi caldi pomeriggi, mi è capitato di intravedere che cosa sarà, prossimamente, Bermudas.

Dialoghi, le residenze a Villa Manin

MK è uno dei gruppi che hanno trovato ospitalità – più esattamente, residenza – nel progetto che CSS di Udine e l’ente che cura le attività di Villa Manin a Passariano stanno sviluppando in questa splendida location, che è la villa veneta nella quale si favoleggia che Napoleone avesse firmato il trattato (che si chiama invece) di Campoformido.

Del progetto Dialoghi, residenze delle arti performative a Villa Manin, sono stati ospiti già molti ensemble coreografici che hanno indubbiamente tratto vantaggio dal poter studiare, lavorare, esercitarsi, creare in tranquillità, senza stringenti obblighi produttivi, in un ambiente che per la qualità del vivere e il rapporto tra natura e architettura stimola intensamente l’immaginazione. Residenti (oltre a Napoleone) sono stati in questi due anni di progetto anche gli ensemble coreografici Dewey Dell,  Arearea, e ancora Alessandro Sciarroni, Arkadi Zaides, Rima Najdi,  e un gruppo di performer guidati da Constanza Macras.

Robinson, altra creazione di MK

Bermudas, ha detto Di Stefano presentando a un piccolo pubblico di osservatori l’esito finale di due settimane di lavoro, nasce da tre principi. Primo: dev’essere una creazione “abitabile” da un numero di interpreti che può variare da tre a quindici. Secondo: si basa su una regola di movimento elementare la quale, moltiplicata, riesce a produrre elaborati complessi. Terzo: danzare, oltre che sul proprio corpo, vuol dire concentrarsi sul corpo degli altri. Detta come la dice lui: “la danza del mio corpo produce lo spazio che dà alla danza del tuo corpo la possibilità di esistere”.

Bermudas, in costruzione a Villa Manin

Bermudas sta ancora prendendo forma, e lo farà nei prossimi mesi, ma come suggerisce lo stesso Di Stefano, ha già dentro di sé lo spirito che ai performer, tre o quindici che siano, dà la possibilità di trovarsi a proprio agio.

E agio è un’altra parola-interruttore. Se si risale indietro nel tempo, se ne trova l’origine latina. Viene da ad iacere, cioè stare accanto. E in questa prospettiva, essere anche consapevoli di chi ci sta vicino. “Per me – dice il coreografo – la danza si situa fuori del corpo del perfomer, non dentro”.

Informazioni utili

Trova qui altre informazioni su MK.

Trova qui informazioni su Dialoghi, progetto di residenze delle arti performative  a Villa Manin.

(Detto tra parentesi : lo sapevate che i bermuda nascono in conseguenza di una legge, in vigore un tempo sulle quelle isole britanniche, che vietava alle donne di mostrare le gambe completamente scoperte. L’uso si diffuse poi tra la popolazione maschile. E persino i militari ne trassero vantaggio.
Gancio storico che riporta alla mente la motivazione con la quale nel 2014 La Biennale di Venezia premiava Di Stefano con il Leone d’argento per la danza: “per aver scelto questo linguaggio allo scopo di dar luogo a camminamenti antropologici, che ci lasciano intuire la presenza di tribù organizzate per posture, dinamiche irregolari, e decostruzione dei perimetri spaziali, all’interno di ciascuno di noi”).

 

La Sleep Technique e le giornate di pioggia. Secondo voi, c’è un nesso?

La selezione di Command Alternative Escape a Venezia e la danza archeologica di Dewey Dell, alle prese con i metri di giudizio.

Se a meno di 24 ore di distanza, in due diverse occasioni, mi sono tornati in testa gli stessi pensieri, un nesso ci sarà, mi sono detto.

La prima. Un sabato di pioggia consistente a Venezia. La parte più remota di Venezia, quella dell’Arsenale, che grazie alla Biennale e altri attori culturali ha ripreso valore in questi decenni. Proprio là dietro ai Bacini ci sono alcuni giardini che Thetis, azienda che si occupa di problemi e soluzioni ambientali, ha riqualificato investendoli d’arte. Ci sono finito per vedere che cosa si erano inventati quelli di Command Alternative Escape: giovane gruppo di futuri curatori artistici, che a ridosso dell’inaugurazione della Biennale d’Arte 2017, ha messo in mostra all’aperto la propria selezione di artisti, per lo più altrettanto giovani.

La seconda. Il giorno dopo, domenica, con la medesima pioggia, a Udine. Teatro Contatto, la stagione congegnata dal CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG, ha chiuso il cartellone degli spettacoli 2016/2017 con il lavoro più recente di Dewey Dell, Sleep Tecnique. Anche loro giovane formazione di artisti, più vicini alla danza che a musica e suoni. Anche se nei titoli firmati DD in dieci anni le due lingue si avvinghiano l’una sull’altra, per dare vita a lavori di un’originalità che via via ho imparato a riconoscere .

In entrambe le occasioni mi sono chiesto: nell’essere riconosciuto artista, e nell’acquistare valore, quanto giocano la qualità e le caratteristiche dell’opera. E quanto gioca il contesto in cui l’ autore si trova a presentarla?

Non è una domanda retorica, giuro. E’ la curiosità di spiegare a me stesso il processo che mi porta a vagliare in un certo modo, a dare un determinato valore, a un autore. Parla di più l’opera? O parla di più chi l’accoglie e ciò che fa da perimetro all’opera?

A Venezia, nei Giardini Thetis, sul tetto di uno di questi antichi magazzini rimessi a nuovo, spicca L’uomo che misura le nuvole, sberluccicante scultura di Jan Fabre. Un uomo che protende verso il cielo il suo strumento di misura: lui, l’oggetto e il piedistallo, completamente rivestiti di vernice dorata. Un abbaglio nel cielo grigio e scuro di quella giornata. Ma volgendo lo sguardo dal cielo verso terra, ecco il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, e più in là ecco la Quercia di Joseph Beyus, in rappresentanza delle 7.000 piantate negli anni ’80 a Documenta/Kassel.

L’uomo che misura le nuvole (Jan Fabre)

Command Alternative Escape, che ha scelto quei Giardini, deve saper bene quanto un’opera di valore luminoso getta luce sulle altre opere che le stanno intorno. E intorno, scelte dal gruppo degli intrepidi curatori, c’erano le installazioni del giovane Paul Kneale (simboliche parabole satellitari, di neon colorati, che scrutano il cielo, attente a captare segnali e a farli risuonare nelle odierne echo-chamber). O gli specchietti mobili del giapponese Kensuke Koike, pronti a riflettere ovunque i minimi bagliori. O ancora i lavori della londinese Jesse Darling e quelli d’acqua di Tania Kovats.

Cassina Projects (Paul Kneale)

Anche nel caso di Dewey Dell, Sleep Technique, la loro creazione più recente, trae forza particolare dal essere l’appuntamento del cartellone di Teatro Contatto che in pochi mesi ha acceso le luci pure su Constanza Macras, Christane Jathay, ricci/forte, Amir Reza Koohestani. E non solo: dall’essere biologicamente e artisticamente percepiti come seconda generazione della factory Castellucci/Socìetas, nutriti di quel pensiero divergente su cui riposa il fascino e l’importanza dei lavori dei genitori. E dall’aver infine trovato sponde produttive, prima nella lungimirante politica di residenze creative di Centrale Fies/Dro, e poi nella rete internazionale di teatri e manifestazioni che a quello svezzamento ha fatto seguito.

Non ho dei dubbi sull’originalità e la creatività di Kneale e di Koike. E di Teodora, Agata, Demetrio Castellucci e Eugenio Resta. Si vedono. Ciò che metto in questione è la mia percezione delle loro opere, drogata – ci credo fermamente – da ciò che le circonda.

Sleep Techniques, viene presentato da Dewey Dell come risposta alle sensazioni e alle emozioni che la visita alle caverne francesi di Chauvet Port d’Arc nelle Ardenne e il colloquio con l’archeologa Dominique Baiffer. Quell’incontro ha scatenato reazioni forti nei quattro di gruppo, impegnandoli a trovare il filo che lega i gesti e i comportamenti rappresentati nelle figure rupestri disegnate  36.000 anni fa in quelle grotte (425 animali e una sola figura di donna) ai gesti e ai comportamenti che ci appartengono, oggi. Un legame lungo 36 millenni durante i quali – dicono loro – le funzioni e i processi cognitivi di Homo sapiens sapiens non sarebbero granché cambiati, mentre le trasformazioni sono tutte frutto di civiltà e tecnologia.

Mi domando se la curiosità, e in certi momenti anche il sospetto, con cui sono andato incontro a Sleep Technique, o qualche anno fa al loro Marzo, sarebbero stati gli stessi se fossi andati a vederli come un qualsiasi spettatore, un abbonato che sceglie di dare fiducia a un cartellone, magari poco consapevole della rete famigliare e produttiva in cui quello spettacolo è nato. Oppure se avessi letto il loro progetto di archeologia coreografica, come uno dei tanti progetti che spesso mi capita di leggere, reso anonimo dai requisiti di partecipazione a un premio o a un concorso. Non sono troppo sicuro che il mio giudizio sarebbe stato lo stesso. E questo getta una scura luce sui pre-giudizi, i para-giudizi, che ci portiamo dentro.

Oppure, mi dico, è solamente il frutto di due giornate consecutive di pioggia. Quando la luce con cui guardi le cose non è la migliore.

 

Vai a vedere che cosa propone Command Alternative Escape ai Giardini Thetis, a Venezia fino al 13 maggio

Vai a vedere la scheda di Sleeep Technique sul sito del CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

Scalare montagne. Un gesto d’arte di paurosa bellezza

L’arrampicata come danza e come meditazione. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre rocciatori, i loro pensieri, le loro ascese nella scrittura di Marko Sosič portata in palcoscenico da Matjaž Farič.

Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza è uno spettacolo che porta alla superficie l’aspirazione che ha segnato la vita pericolosa e ardita di tre rocciatori nati a Trieste. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre figure essenziali dell’alpinismo moderno, che hanno allenato  il proprio corpo e i propri pensieri a un’esperienza d’elevazione. In quell’anelito fisico, ma anche meditativo e per molti aspetti filosofico, tutti e tre hanno riposto e perso la vita. Come Comici, tradito da un cordino a 39 anni durante una banale esercitazione. Come Cozzolino e Weiss, precipitati giovanissimi, uno a 23 sul monte Civetta, l’altra a 26 sulle Pale di San Martino. Tre atleti, e nello stesso senso tre artisti, tre idealisti, attratti dal tentante e ugualmente spaventoso abbraccio del vuoto, consapevoli e fiduciosi nelle proprie forze, animati da un rapporto religioso, se non mistico, con la montagna.

Emilio Comici (1901- 1940) in un’ascensione

Uno sguardo contemporaneo comprende l’arte della scalata e quella della danza. Identica la conoscenza del corpo e delle sue forze. Identiche la precisione, la disciplina e la fiducia nelle tecniche. Tanto che che a volte coreografia e alpinismo trovano percorsi paralleli. In Italia, un filone sempre più interessante si chiama “danza verticale” e adotta imbragature, moschettoni, corde. In Francia si chiama addirittura “danse escalade” e porta ai livelli estremi un’aspirazione che è stata tipica della danza, così come lo è dell’arrampicata: contrastare l’inesorabile forza della gravità, la nostra salvezza, la nostra condanna.

Nessuno stupore quindi se, a portare in scena le parole che lo scrittore Marko Sosič ha scelto per ripercorrere in uno spazio teatrale i pensieri e gli scritti di Comici, Cozzolino, Weiss, è un regista che ha riservato gran parte della propria carriera alla coreografia: Matjaž Farič .

Sul palcoscenico piccolo del Teatro Stabile Sloveno, a Trieste, dove Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza ha debuttato in una doppia edizione (italiana e slovena, frutto di una collaborazione tra Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Stabile Sloveno di Trieste) a prevalere sono comunque le parole scritte da Sosič: un flusso che è monologo interiore e dialogo ad alta quota e che intercetta ciò che la storia personale di quelle tre figure ci consegna. Mentre prova a esplorare, in soggettiva, una spinta e una dedizione totale.

Io intendo l’alpinismo soprattutto come arte, come, per esempio, la danza o, se vuoi, l’arte del violino… Perché se sei padrone assoluto della tecnica dell’arrampicare, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza” riflette Emilio Comici in uno dei suoi scritti, raccolti in Alpinismo eroico (postumo, 1942) e segnati con evidenza dallo spirito dell’epoca, pieno fascismo. Dai quali però, superando la zona d’ombra, è possibile distillare la stessa aspirazione che negli anni ‘60 e ‘70 faceva intraprendere a Cozzolino e Weiss, compagni di scalata, oltre che di vita e quasi di morte, una identica scelta. L’esperienza etica ed estetica del corpo umano che si confronta liberamente con il corpo roccioso della montagna. La poetica della “goccia che cade” (la via più breve e più essenziale, più naturale, sulla quale disegnare l’ascensione alla cima) come prescrizione tecnica e scelta poetica.

Non si fa fatica a immaginare quanto sia stato difficoltoso, ma direi anche esaltante, per i sei attori, tre nella versione italiana, altrettanti in quella slovena, aderire alle richieste del testo e allo stesso tempo della regia. Una piattaforma orizzontale li incita ad adottare la stessa tecnica di leggerezza che gli scalatori liberi adottano in verticale. E dietro a loro, le impressionanti riprese video dello stesso Farič, esaltano il senso della vertigine sparando negli occhi dello spettatore la maestosità del Monte Mangart (2679 metri, sulle alpi Giulie) e nelle sue orecchie una colonna sonora nella quale, accanto a Noto & Sakamoto, a dominare è il ritornello inesorabile di Signora illusione, antico richiamo di regime, della fine degli anni ‘30, appunto (ascoltala qui, cantata da Lina Termini).

Evade volutamente la ricostruzione storica e documentaria, Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza. Ma nei suoi tanti spessori – spettacolari, etici, comprese le pieghe insondabili della scelta mistica e della adesione politica – permette allo spettatore di immaginare, quasi di compiere, in sicurezza, quei voli che a i tre angeli delle Dolomiti e delle Alpi Giulie, rubarono la vita, senza che ne avessero rimorso.

Guarda la scheda della versione in lingua italiana – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Guarda la scheda della versione in lingua slovena – SSG Trst TSS – Teatro Stabile Sloveno

La scena selvaggia di Ivica Buljan. Antiteatro tra Seneca e Bolaño

Leggere letteratura come se fosse teatro. O viceversa. Dal sangue e dalle atrocità di Tieste alla passione infuocata del regista croato per 2666, romanzo arcipelago di Roberto Bolaño.

Ho ancora il rammarico di non essermi imbarcato, la scorsa estate, sul traghetto per Silba (in italiano Selve). Silba è una isola piccola e selvatica della Dalmazia settentrionale, famosa cent’anni fa per il suo vino e le sue dinastie di marinai, e oggi proibita ad auto e moto. Ma non è questo che conta. Nell’agosto del 2016 il Mini Teater di Lubiana aveva scelto Silba per il debutto del nuovo spettacolo di Ivica Buljan, regista croato e dal 2014 direttore del settore Drama del Teatro Nazionale a Zagabria.

Ho stima di Buljan. Nell’ultimo decennio ho visto molti dei suoi spettacoli e mi sono sentito quasi sempre in sintonia con il suo lavoro post-drammatico, anche quando il punto di partenza erano materiali intrinsecamente drammatici.  Zio Vanja di Cechov ad esempio (nel 2014, al Teatro Stabile Sloveno di Trieste), testo che il regista aveva affidato al restyling di uno scrittore e sceneggiatore alquanto esplosivo, Nejc Gazvoda.

Durante i suoi sopralluoghi estivi, Buljan è riuscito a trovare a Silba, in quell’ambiente naturale, quasi incontaminato, il luogo esatto per mettere in scena Thyestes. Tragedia selvaggia, tribale, con gesti estremi e massacri spietati, il Tieste di Seneca evoca perfino un episodio di cannibalismo. La parola precisa sarebbe tecnofagìa: per dire che il padre si ciba, pur inconsapevole, della carne dei propri figli. Così come il vuole il vendicativo mito dei due fratelli Tieste e Atreo.

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Mi spiace di non aver assistito – all’aperto, tra terra, sassi, animali in libertà, bracieri ardenti, attori vestiti e svestiti con costumi arcaici – alle sequenze che Buljan aveva ideato maneggiando il sanguinoso storytelling dell’autore latino. Le fotografie da Silba e poi quelle dallo spazio chiuso di Sveti Nikola a Zara ne restituiscono appena l’eco, con la memoria che corre alle immagini della prima mezz’ora della Medea di Pasolini. Pure lei selvaggia eroina di Seneca, del resto.

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Altrettanta selvatichezza ho ritrovato però alcuni giorni fa, quando al Teatro delle Passioni di Modena, mi sono ritrovato tra il pubblico di Universo Bolaño. Lo spettacolo, tre ore buone, è l’esito di un percorso laboratoriale che Buljan ha costruito per sedici giovani attori selezionati per l’iniziativa di perfezionamento della Scuola Iolanda Gazzero, avviata da Emilia Romagna Teatro Fondazione, esperienza che ruotava attorno al “romanzo arcipelago” di Roberto Bolaño intitolato 2666.

L’universo mediterraneo della tragedia antica è stato sostituito dal caos meticcio dello scrittore cileno ma la sensazione è che le soluzioni che il regista ha adottato stavolta, partendo dai materiali di quella labirintica letteratura, tornino a raccontarci il suo metodo, così performativo, così anti-teatrale. Se intendiamo questa parola con lo stesso significato con cui l’ha utilizzata quel sovversivo teatrale che si chiamava Fassbinder, cinquant’anni fa, prima di diventare il cineasta mélo che sappiamo.

La prima parte di Universo Bolaño si svolgeva nello spazio bar delle Passioni, tra spettatori seduti ai tavoli, birre, mojitos, arachidi, e serviva a tracciare, con più voci, personaggi, action painting e schitarrate, l’immaginario incivile di una cittadina messicana, Santa Teresa, situata al limite di un deserto e abitata da narcotrafficanti, stravaganti critici letterari, giornalisti, povere operaie e promettenti puttane, tra i quali Bolaño ci conduce, increduli visitatori.

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Si passava quindi nella attigua sala dove spesso mi è capitato di vedere i debutti di Pippo Delbono, che con Buljan spartisce parecchie consonanze. Ma mica per accomodarsi sulle poltroncine. Era un concerto in piena regola, da seguire in piedi, quello che i sedici performer (scelti anche per le attitudini musicali, di voce e di strumenti) ci stavano organizzando, e sempre più spingeva ad addentrarsi, adesso con un taglio da giornalismo d’inchiesta, o ancor meglio da detective selvaggi, nel racconto di violenze, sparizioni e omicidi sopra i quali si puntella l’incredibile storia del romanzo bolañesco più amato da Buljan. 2666, appunto.

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“La passione infuocata che nutro per 2666 – spiega lui – è condivisa da tutti i suoi lettori nel mondo, tra i quali spicca Patti Smith. I critici letterari mettono a paragone l’importanza di questo titolo con l’influenza sovversiva provocata da Ulisse di Joyce nei primi anni del ventesimo secolo. A me piacerebbe accostarlo al coraggio sovraumano del Moby Dick di Melville e all’attrattiva sensuale delle pagine di Proust”. Sempre che Proust avesse trattato esplicitamente di narcos e stupri, friggendo uova e wurstel da servire poi agli spettatori, in odorose sequenze.

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Non mi è sembrato, alla fine, uno spettacolo perfetto, Universo Bolaño. Né forse poteva esserlo, nella scelta di sostituire la tribù di attori e collaboratori con cui Buljan è abituato a lavorare (presenza costante è l’iconico Marko Mandić) con i sedici attori provenienti dal fiore delle accademie e delle scuole teatrali italiane. Volitivi, disinibiti, capaci di enorme generosità performativa, peraltro. Costretta a volte dalla regia a scavalcare il limite della cautela, ma in parte sprecata, perché è inevitabile che lungo le tre ore di rischio, la tensione dello spettatore si allenti, laddove il puro concentrato di emozioni, anche fisiche, lo avrebbe eccitato più della caffeina, più del crack. Si fa per dire.

Chissà se dopo dodici date modenesi Universo Bolaño avrà anche una serie di repliche in cui, asciugata per situazioni e tempi, la produzione ERT possa mostrare la sua indole, surreale e selvaggia come il suo autore. Come il suo regista. E lo spettatore non si meravigli poi tanto se la barista che serve al tavolo una Corona ghiacciata si rivela poi attrice, piuttosto tosta, ed eccellente batterista. Mentre sul lungo tavolo, cosparso di bucce, il suo compagno performer, nudo, oltraggia il senso emiliano del pudore con l’evidenza di un Caravaggio ridisegnato da Frida Kahlo.

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La locandina di Thyestes prodotto da Mini Teatr Lubiana

La locandina di Universo Bolaño prodotto da Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione