Terreni creativi. Un teatro che cresce tra gli aromi ed è attento al clima

In faccia al mar Ligure, sulla riviera di Ponente, ci sono terreni dove si coltiva creatività. Qui nascono e mettono le prime radici le piantine di basilico, di menta, di maggiorana, quelle che acquisti nei santuari della grande distribuzione: Lidl, Esselunga, Coop Consumatori…  Ma qui si sviluppano anche le foglie di un teatro recente, vitale, che cresce, ramifica, fruttifica. Velocemente. Non te ne accorgi quasi.

Terreni Creativi - Albenga - Serre

Una brezza di odori

Francesca Sarteanesi, sola, sulla pedana, massacra di parole Sergio. Potrebbe essere suo marito, nella finzione di un monologo che aspira a essere un dialogo, ma si scontra con il mutismo dell’uomo. 

Nel frattempo, ti arriva a tratti nel naso, di soppiatto, una brezza di menta, di basilico, di chissà quali piante aromatiche, quelle che in cucina si chiamano odori. Di lato, a sinistra e a destra, a perdita d’occhio, si stende una prateria di piccoli vasi: pelargonium, citrus, pentas…

Sergio (che è anche il titolo) resta irrimediabilmente muto. Ma lei, Sarteanesi, lo incalza con il suo accento toscano forte. Come forte è il temperamento di questa donnina loquace, petulante, figurina sottile che si confonde adesso con il tramonto sui monti liguri, alle spalle di Albenga.

Francesca Sarteanesi - Sergio (ph Luca Dal Pia)
Francesca Sarteanesi – Sergio (ph Luca Dal Pia)

L’habitat dal vivo

Terreni creativi è un festival che in un decennio ha mantenuto un’identità precisa. Cosa che è capitata a pochi altri festival in Italia. Semmai, è successo il contrario: l’identità nativa si è andata disperdendo. Qui invece è specifica, territoriale. Qui ha trovato un suo habitat. Gli spettacoli vengono allestiti dentro le serre e i capannoni agricoli, dove il clima della Riviera fa maturare ortaggi, piante commestibili o decorative, fiori, primizie. 

Terreni Creativi - Albenga - Serre

È un mix di arti dal vivo – teatro, musica, danza – che incontra un comparto economico trainante del territorio – secondo solo al turismo – e con lui scambia un potenziale di crescita: il comun denominatore delle creazioni che, ogni anno ai primi di agosto, si alternano tra gli olivi e i limoni, grazie all’impianto organizzativo della compagnia di qua: Kronoteatro

Rodati da dodici edizioni, i Terreni Creativi di Albenga hanno visto germogliare e maturare in quelle serre, i gruppi della generazione Duemila, gli Omini, i Sotterraneo, i MenoVenti… e ne coltivano oggi altri più nuovi.

Oltre vetrate traslucide

In tre capitoli e in due diverse serre, la danza fluida di Daniele Ninarello e della sua compagnia Codeduomo, impagina un’idea di movimento, che via via matura, accordato alla musica, fondato sulla sintonia dei corpi, su moti individuali eppure partecipi di una stessa esperienza. Là, davanti alle vetrate traslucide, oltre cui si intuiscono i boschi dell’Appennino, si distende Pastorale, una rivoluzione di corpi celesti. Pastorale è anche il momento più bello di questa trilogia firmata Ninarello, una personale che prima recupera Kudoku del 2016 (il sax che conduce l’opera è quello Dan Kinzelman) e finisce con l’estendersi alle recenti improvvisazioni ermetiche di Nobody nobody nobody (It’s not ok to be ok).

Daniele Ninarello - Pastorale (ph  Luca Dal Pia)
Daniele Ninarello – Pastorale (ph Luca Dal Pia)

“Nasce da pratiche solitarie e meditative – dice il coreografo – pratiche mantriche sviluppate negli ultimi mesi di distanziamento”. Spiega una nota sul programma di sala, che si prevedono “scene di nudo”. Ma non è niente a cui il pubblico dei Terreni Creativi non sia abituato.

Oltre che sulle sedie, ovviamente distanziate, gli spettatori si accomodano su imballaggi di terriccio e substrati nutritivi. Così che sembra quasi di percepire, sotto il sedere, la crescita di future piante. Proprio come una scenografia specific può essere fatta soltanto di cartoni: il package che protegge i prodotti di orticultura. Cartoni come quelli che circondano Francesca Foscarini, coreografa e danzatrice, nella sua creazione Hit me!

Hit me, baby!

Foscarini è nata il 10 gennaio 1992. Trentanove compleanni fino ad oggi. Hit me! è costruita a partire da una playlist di canzoni strettamente legate a un dato biografico. “Ho scelto i pezzi al vertice delle classifiche nel giorno del mio compleanno – dice – dalla nascita a oggi”. Lei stessa ha poi chiesto alla sua dj, Chiara Bortoli, di mettere sul piatto, ad ogni replica, una ventina di queste canzoni. Scelte a caso, random, a seconda di come gira: il tempo, l’ambiente, la fatica, gli spettatori.

Così, di colpo, la musica si rovescia su Francesca e lei “senza aver previsto un disegno coreografico” ne viene investita: “canzoni che mi ritrovo addosso, maratona di una vita in cui buttarmi a capofitto in un’improvvisazione sempre diversa”. Ora sono Paul McCartney e Michael Jackson, ora è Whitney Huston. Ora Eminem, ora Adele. Una playlist imprevedibile, e una danza in rapporto con il caso. O piuttosto, con l’atmosfera del luogo.

Francesca Foscarini - Hit Me! (ph Luca Dal Pia)
Francesca Foscarini – Hit Me! (ph Luca Dal Pia)

In alcune mie riflessioni, ho provato a chiamare post-coreografiche, le creazioni come Hit me!, che oltre a performance sono prima di tutto concept. Conta il progetto, più che il risultato. Il quale invece è casuale, estemporaneo, disperso. Volatile insomma. All’opposto della precisione e del rigore di spazio e di tempo che sono valori fondanti della coreografia. Della maggior parte delle coreografie, almeno.

Dissodare la terra, spostare i confini

Mi pare una cosa bella che Hit me! trovi posto qui, nelle serre, poco dopo che Oliviero Ponte di Pino ha presentato il suo nuovo libro, Un teatro per il XXI secolo (FrancoAngeli Editore) nel quale si occupa di crescite e trasformazioni (non solo teatrali) avvenute in questi ultimi due decenni. Durante i quali molte fughe in avanti (non solo in risposta alla pandemia) hanno dissodato il terreno dello spettacolo dal vivo, ne hanno spostato i confini, divelto i recinti, incrociato le tendenze. In luoghi spesso eccentrici, come questi Terreni creativi, qui ai margini occidentali dell’Italia. 

Oliviero Ponte di Pino - Un teatro per il XXI secolo - FrancoAngeli Editore

Infatti, mentre con attenzione ascolto Alessandro Berti, continuo a chiedermi sotto quale etichetta potremmo classificare il suo progetto, White lies, bugie bianche. La trilogia che propone si apre con Black Dick. È una lezione di storia e fenomenologia del razzismo? Una Ted Conference di citazioni e dimostrazioni? Magari un concerto, nel quale Berti canta e suona la chitarra. Molto bene, peraltro. 

Uomo nero, donna bianca

Con un titolo che fa un po’ impressione (devo proprio tradurre?), però è pertinente, Black Dick analizza il ruolo della sessualità nera nella percezione del maschio bianco. E si avventura in un’escursione tra gli stereotipi del porno, in particolare quello interracial. Uomo nero sopra donna bianca in un amplesso, il più delle volte violento, in cui vittima e carnefice non sono mai quello che sembrano. Ma incarnano fantasmi e proiezioni di una storia Wasp (White Anglo Saxon Protestant) che oggi ambirebbe a essere politicamente corretta – no nigger, sì black – ma appena sotto la superficie mostra le antiche pulsioni razziali. Non solo in America, naturalmente. “Parlo dell’America, per alludere all’Italia”. 

Alessandro Berti - Black Dick (ph Luca Dal Pia)
Alessandro Berti – Black Dick (ph Luca Dal Pia)

In questo modo Berti (che in tempi assai meno sospetti aveva fondato, assieme a Michela Lucenti, il gruppo L’Impasto) impasta anche la sua trilogia di bugie bianche, e dalle parole scivola nel cinema e nella musica. In un nuovo genere transgender. Ed è bello risentire Strange Fruit di Billie Holiday, capolavoro di denuncia black, cantato da lui. 

Freddure per display

Alla stessa maniera, trovatemi voi una definizione per la creazione dei Quotidiana.com (End to end, si intitola). In pratica, è una conversazione su Whatsapp.

I due display si parlano e affastellano frasine e iconine, nel solito stile flemmatico del duo Scappin-Vannoni. Scritture d’intimità, ipocondrie, freddure piovono a raffica, mentre i messaggi vocali ci fanno sentire ogni tanto le voci di Romeo Castellucci, Luca Ronconi, Renato Palazzi.

Non si capisce perché, e a chi siano dirette, ma intanto il perimetro del teatro rappresentato viene scavalcato, e il tu per tu di Whatsapp diventa, più che messaggistica, una piattaforma espressiva, obliqua. Con quali risultati, è ancora da capire.

Tiresia, il primo dei non-binary

Spariscono però le etichette di genere. E sparisce anche il genere, se il momento più intenso nelle quattro giornate di questa edizione 2021 di Terreni Creativi, lo si tocca con la poesia-teatro di Kate/Kae Tempest, poet* e performer non-binary, incoronat* quest’anno con il Leone d’argento della Biennale di Venezia. Non a caso, in Hold on you own /Resta te stess* (2014), Tempest aveva imbastito un ritratto di Tiresia, veggente androgino della mitologia greca, maschio e femmina, giovane e vecchio. 

Gabriele Portoghese in Tiresias di Kae Tempest (ph Luca Dal Pia)
Gabriele Portoghese in Tiresias di Kae Tempest (ph Luca Dal Pia)

Ora grazie alla regia di Giorgina Pi, Tiresias svela per chi non le conoscesse le doti eccellentissime e fluide di Gabriele Portoghesi, a suo agio già con la parola poetica di Pasolini (Questo è il tempo in cui attendo la grazia). Ma qui investito dalla sostanza attuale, energetica, colloquiale della spoken word poetry di Tempest, che trova naturalmente posto in questi Terreni. Che ogni sera, dopo la cena sui lunghi banconi, chiudono con una band, e qualche chupito.

Ambienti di crescita, orti protetti, dove i linguaggi dell’oggi e lo spettacolo contemporaneo agiscono da fertilizzanti. Compost naturali che Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco e Alex Nesti – le firme di Kronoteatro dietro a questo festival – si impegnano anno dopo anno, non senza difficoltà, a spargere. Come coltivatori 3.0, che sanno che cos’è il crowfunding. Come new farmers che, oltre ai prodotti, hanno a cuore il benessere, l’ambiente, il clima della cultura e delle colture. Quello del nostro presente, in cui cultura – ripete Ponte di Pino – è fabbrica di immaginario e attivatrice di desideri.

Terreni Creativi -  Albenga - Serre
Le tavolate pronte per la cena di Terreni Creativi (ph Nicolò Puppo)

Isabelle Huppert è Ljubov’. Per lei, Čechov ha scritto Il giardino dei ciliegi

Svagata. Vulnerabile. Malinconica. Il volto intenso, i capelli rossi, la testa sempre altrove. Pensieri lontani, probabilmente ricordi che fanno male. Rari i sorrisi. Di tanto in tanto un entusiasmo infantile. Che poi si increspa e si tinge di amaro. Potrebbe essere così, Ljubov’ Andreevna, la protagonista di Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov.  Invece è proprio lei. Isabelle Huppert.

Isabelle Huppert a Cannes
Isabelle Huppert a Cannes

La Huppert del cinema e del teatro. Così come l’abbiamo vista, così come appare, e come si è voluta raccontare in un incontro con il pubblico, il giorno dopo il debutto del Giardino al Teatro Grande di Pompei.

La Cerisaie – Il giardino dei ciliegi – regia Tiago Rodrigues – Pompei Theatrum Mundi – ph Marco Ghidelli

Conversazione un po’ riservata, vietate le macchine fotografiche, guai a qualsiasi cineoperatore. Lei vuole sempre così. Minuta, quasi a disagio su quella seggiola. Risposte gentili e distratte. Una maniera per evitare le domande, per dileguarle, se troppo personali. Creatura complessa. Giustamente attrice.

Non è facile immaginarla interprete del più scolpito, il più biografico forse, tra i personaggi femminili di Čechov. Pensarla protagonista di quel teatro che nasce e muore al tempo di Stanislavskij (e grazie a Stanislavskij). Difficile insomma collocarla là, lei Isabelle, sempre lontana da ogni realismo, aliena dalla psicologia del plausibile e del quotidiano. Mai convenzionale.

Nervosa e disturbata nei suoi film più noti, La merlettaia, Violette Nozière, La pianista. Inesorabile per Patrice Chéreau in Gabrielle (“voleva che tenessi la testa bassa, che esprimessi la mia sconfitta”). Fredda e rarefatta per Robert Wilson (Orlando e Mary said what she said, di cui ho scritto qui).

Regina distante di un cinema raffinato, introspettivo, feroce, ovviamente d’autore. E di un teatro astratto.

Isabelle Huppert - La Cerisaie - Il giardino dei ciliegi  - regia Tiago Rodrigues - Pompei Theatrum Mundi

“Non esiste un teatro psicologico. E se c’è, non è interessante”

A parlare di sé, la sollecita Roberto Andò, direttore del Mercadante – Teatro Nazionale a Napoli, che ha voluto questo spettacolo come ultimo appuntamento del cartellone di Pompei Theatrum Mundi.

A parlare della sua Ljubov’, la sollecita invece Tiago Rodrigues, regista portoghese e direttore fra due anni del festival di Avignone, che l’ha voluta in questo personaggio e in questa produzione internazionale. Un allestimento che non è realistico, non è psicologico, né quotidiano. Non è nemmeno cechoviano. È post-cechoviano.

La Cerisaie regia Tiago Rodrigues Pompei Theatrum Mundi foto Marco Ghidelli
La Cerisaie – Il giardino dei ciliegi – regia Tiago Rodrigues – Pompei Theatrum Mundi – ph Marco Ghidelli

“Anton Čechov ha scritto questo personaggio per Isabelle – sostiene Rodrigues – ma lui non l’ha mai saputo. Però lo sappiamo noi, ed è un vero peccato che non ci sia anche lui qui, a lavorare a questa messainscena”. Sembra un battuta. Non lo è.

Rodrigues è uno che si interroga sul tempo, sulla poesia e le dinamiche del tempo. Sa che un Čechov non può essere Čechov, oggi. Inevitabilmente è un Čechov che viene dopo, che avviene adesso.

“La cosa più difficile e la più interessante, per un regista, è convocare in scena, qui e ora, la poesia”.

“In questo lavoro – le fa eco Rodrigues – si parla di una vecchia casa che viene venduta. Ma la storia ci interessa poco. A interessarci, come dice Isabelle, è una successione di stati d’animo. Il Giardino è uno spettacolo sulle trasformazioni”.

Così non è necessario che i personaggi dialoghino tra di loro. Si rivolgono infatti preferibilmente al pubblico. In lingua francese, sottotitolata. 

Così non è necessario che siano vestiti alla russa (o nel tipico e strehleriano bianco Čechov) né che sembrino russi. E’ una tavolozza di provenienze questa compagnia, e di colori degli abiti e della pelle.

Alex Descas interpreta Gaev (che nella storia è il fratello di Ljubov’) ed è nerissimo, con le radici nelle Antille. Black anche le figlie di lei, Anja e Varja (Alison Valence e Oceanografie Cairaty) . Lopachin, il contadino, il mugik, che acquista il podere dove suo padre era servo della gleba, pure lui, Adama Diop, è senegalese.

Isabelle Huppert - La Cerisaie - Il giardino dei ciliegi  - regia Tiago Rodrigues - Pompei Theatrum Mundi - ph Marco Ghidelli

Non è necessaria neppure una scenografia: a fare da sfondo possono essere gli archi della Cour d’Honneur del Palazzo dei Papi a Avignone, dove lo spettacolo si è visto per la prima volta a metà luglio. Ma anche le rovine di Pompei, dove è arrivato adesso, subito dopo. 

Molte seggiole in scena. Anzi, solo seggiole. Da muovere, da accatastare, qualche volta da lanciare, in un momento di rabbia. Tre piattaforme mobili scorrono avanti e indietro, e sorreggono lampioni: una quindicina di lampadari diversi, di cristallo, dalle mille gocce, dai mille riflessi. I famosi ciliegi, sostiene qualcuno. Non necessariamente. Non è un Čechov di metafore questo.

Adama Diop e Isabelle Huppert in La Cerisaie Regia Tiago Rodrigues Pompei Theatrum Mundi - ph Marco Ghidelli
Adama Diop e Isabelle Huppert in La Cerisaie Regia Tiago Rodrigues Pompei Theatrum Mundi – ph Marco Ghidelli

Poi la musica, molta musica, dal vivo, che si trascina a lungo. Così come Angelo Ripellino, in un saggio che tutti dovrebbero leggere, spiegava il trascinarsi indolente della giornate delle commedie di Čechov. 

“La musica l’aveva prevista l’autore – spiega Rodrigues – ma solo all’inizio del terzo atto. Per noi invece si espande, esonda, e invade tutto lo spettacolo, con canzoni che abbiamo composto apposta”. I testi sono dello stesso Rodrigues, le partiture di Hélder Goncalves che le suona dal vivo.

Chitarra rock, percussioni e canto corale festeggiano al primo atto il ritorno di Ljubov’, che eccita tutti. “Le retour, le retour…” Sempre cantando in coro si assiste alla sua partenza, il lungo addio del quarto atto, Ça va changerÇa va changer…”.

La Cerisaie- regia Tiago Rodrigues - Pompei Theatrum Mundi ph Marco Ghidelli

“Non è un testo sulla fine di un’epoca”

Non è un testo sulla fine di un’epoca” – ripete Rodrigues – almeno come l’intendo io, è un saggio sul cambiamento, su come si continua a vivere dopo un trauma.”  E la vita dopo un trauma, dopo la catastrofe, pare un buon argomento, oggi.

Un Giardino post-cechoviano, quindi. Ma non non irrispettoso. Čechov rimproverava a Stanislavskij regista di aver fatto durare 40 minuti il quarto atto: il doppio dei venti da lui previsti. Qui, a Pompei, sono esattamene venti. 

E il vecchio Firs li chiude clownescamente. Molto più di qualsiasi vecchio Firs che io abbia visto. Si distende a terra, e invece di addormentarsi, muore, quasi per sbaglio. È probabile che Čechov l’avesse pensata così. Sornione.

E che così l’avesse scritta, per noi spettatori del 2021.

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LA CERISAIE

Avec Isabelle HuppertIsabel AbreuTom AdjibiNadim AhmedSuzanne AubertMarcel BozonnetOcéane CairatyAlex DescasAdama DiopDavid GeselsonGrégoire MonsaingeonAlison Valence
Et Manuela Azevedo, Hélder Gonçalves (musiciens)

Texte Anton Tchekhov
Traduction André Markowicz et Françoise Morvan
Mise en scène Tiago Rodrigues
Collaboration artistique Magda Bizarro
Scénographie Fernando Ribeiro
Lumière Nuno Meira
Costumes José António Tenente
Musique Hélder Goncalves (composition), Tiago Rodrigues (paroles)
Son Pedro Costa
Production Festival d’Avignone, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, Odéon-Théâtre de l’Europe

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Made in Nico Pepe. Da Udine al resto della penisola, l’invasione degli ultrapepi

Fino a un decennio fa erano pochi esemplari. La prima generazione. Poi si sono moltiplicati. Ora li trovi ovunque. Festival. Rassegne. Stagioni. Non conti quasi più le loro produzioni. Cresciuti e diplomati dalla “Nico Pepe” – l’accademia teatrale che ha sede a Udine – gli ultrapepi sono qualcosa come un fenomeno.

Accademia Nico Pepe Udine – allievi in prova

Nico Pepe, chi è? chi era?

Sospetto che siano pochi oramai quelli che sanno chi era Nico Pepe. Se date un’occhiata a Google o Wikipedia, potrete scoprire che il suo nome è al centro di una costellazione nella quale trovano posto tanto l’Arlecchino di Strehler quanto Riso amaro di De Santis. Tanto Fritz Lang quanto lo Stabile di Torino. Nico Pepe – nato nel 1907, scomparso nel 1987 – aveva vissuto fino in fondo la stagione grande del teatro e del cinema del ‘900.

Ma a chi fa, e a chi vede teatro oggi, il nome di Nico Pepe dice invece altro.

Racconta di attori che si sono formati nell’Accademia teatrale di Udine (la città dove Nico Pepe era nato) e che oggi porta il suo nome. Racconta di compagnie che sono andate a formare la generazione recente del teatro italiano: Carrozzeria Orfeo, Vico Quarto Mazzini, Kepler 452, per fare nomi fra i più riconoscibili, ma aggiungerci subito dopo La Ballata dei Lenna, Scena Nuda, il più solistico Alex Cendron, il più internazionale Matteo Spiazzi. Per arrivare alle formazioni più recenti, che si fanno strada a forza di progetti e date da costruire giorno per giorno: L’Amalgama, ArtiFragili, Fuga geografica, per esempio. Fino ai nuovi battezzati dal diploma triennale, che già si organizzano per un’onorevole entrata nel mercato. Della professione teatrale, intendo.

Carrozzeria Orfeo - Miracoli metropolitani - ph Laila Pozzo
Carrozzeria Orfeo – Miracoli metropolitani – ph Laila Pozzo

La generazione recente

Davvero non so se c’è qualcosa che accumuna il cinismo sornione con cui Carrozzeria Orfeo intesse le sue storie di instabilità umana (da Thanks for vaselina al recente Miracoli metropolitani) e la fuga nell’inesplorato assurdo di Daniil Charms, che ha fatto la fortuna di L’Amalgama (Saduros è un titolo, ma è anche un anagramma).

E non so se l’assai responsabile lavoro d’interprete che Alex Cendron porta avanti da anni (e si esprime adesso in Aquile randagie), sia lo stesso che Manuel Macadamia ha esercitato nella ricerca liquida da cui è nato il progetto multipiattaforma Lux. O lo stesso che Massimiliano di Corato mette nel teatro di narrazione di La nave dolce. Per non dire della particolare strada su cui si sono messi Nicola Borghesi, Paola Aiello, Lodo Guenzi.

epler 452 - Capitalismo magico - Nicola Borghesi e Lodo Guenzi
Kepler 452 – Capitalismo magico – Nicola Borghesi e Lodo Guenzi

So invece che che il sigillo d’autenticità “Nico Pepe” è presente in tutti i loro curricola. E sempre più spesso lo vedo apparire anche nelle manifestazioni che segnalano nuove vocazioni di scena (come l’annuale Premio della rivista Hystrio). Lo ritrovo nei titoli che appaiono nei cartelloni dei festival che fanno scouting teatrale (In-Box, a Siena è uno di questi, ma anche Primavera dei Teatri a Castrovillari lo fa). E ciò mi riporta ad altri dei giovani nomi che ho visto crescere nella Nico Pepe. 

Non è quindi un caso o una fortunata evenienza, se l’accademia di Udine sempre più spesso riesce a certificare talenti come faceva, fino allo scorso decennio, una didattica del teatro che aveva i suoi punti di riferimento solo a Roma e a Milano.

Lontano dalle metropoli, forse si studia meglio: più concentrazione, meno stimoli distraenti, e un punto di vista che non è solo quello concorrenziale. Chiunque voglia fare l’attore o l’attrice sa bene che l’offerta supera di molte misure la domanda. La diffusione, l’invasione direi, dei “Nico Pepe” ha insomma le caratteristiche del fenomeno. 

L'Amalgama - Saduros - Caterina Bernardi e Gilberto Innocenti
L’Amalgama – Saduros – Caterina Bernardi e Gilberto Innocenti

Un festival per la “Nico Pepe”

Per sottolinearne la portata, proprio in questi giorni l’Accademia udinese chiama a raccolta molti dei suoi ex allievi, e per loro, e con loro, mette assieme un festival. Indispensabile anche come momento di incontro per tutti coloro che, dopo il diploma, hanno intrapreso percorsi nomadi. Come ai tempi della Commedia dell’arte.

Fino al 26 luglio il SAFest (Summer Academy Festival) mette in cartellone a Udine i risultati che questi giovani artisti hanno conseguito in due anni di lavoro teatrale, segnati dalle strette della pandemia, ma anche dagli sforzi fatti per uscirne. È un cartellone pieno di appuntamenti (li trovate elencati qui) e schiera molti nomi di compagnie in progressiva crescita. Come Sclapaduris (Attenti al loop), Collettivo Museco (Peregrinationes), Atlante (Do ut des), o la compagnia Raimondi-Iagulli (Opera Popz).

Sclapaduris  - Attenti al loop, anatomia di una fiaba
Sclapaduris – Attenti al loop, anatomia di una fiaba

Serata particolare poi, quella di domenica 25, quando, con tutti loro e sotto la guida di Julie Stanzak, prenderà avvio una Nelken Line, infinta sequenza in ricordo di un’invenzione indimenticabile di Pina Bausch. Una serpentina di gesti che si snoderà per il centro della città: l’invasione degli ultrapepi, praticamente.

Biennale Teatro 2021. Venezia è blu. Non ostinatevi a guardare il grigio.

Si conclude oggi a Venezia l’edizione 2021 della Biennale Teatro. Sempre un buon punto di osservazione per ciò che accade sulle scene europee. Quelle più interessanti. E non solo.

AB IMIS / iolagemmainnestai di Stellario di Blasi / ©Andrea Avezzù
AB IMIS / iolagemmainnestai – Stellario di Blasi / ph©Andrea Avezzù

Blu dappertutto. È blu, insolitamente, l’acqua della laguna mentre il vaporetto mi fa scivolare vicino all’isola di San Giorgio. Sono blu le strisce di vernice che Stellario Di Blasi si spruzza sul corpo, modellato e performante, di fronte a una facciata bianchissima, in campo Santo Stefano. E blu of course è il catalogo di un buon chilo e trecento pagine che accompagna, con un onorevole sforzo editoriale, questa Biennale Teatro 2021.

Blu equivale a libertà. Lo scrivono Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori alla prima tappa del loro Festival internazionale di teatro. Che nonostante le intenzioni anche quest’anno è andato incontro a restrizioni. Purtroppo.

Il G20 dei grandi del pianeta ha sequestrato i tradizionali spazi della Biennale dal vivo e blindato gli alberghi con carabinieri e polizia.

La finale di Coppa va a cascare proprio sulla giornata finale, mentre le temperature, anche quella emotiva, precipitosamente salgono.

L’epidemia per niente domata costringe ad alcune rinunce d’artista. E rende burocraticamente faticosa la visione agli spettatori: termocontrollati, tracciati in digitale, mascherinati, distanziati, tutti ci accomodiamo sulle nostre seggioline, diligenti e mesti, anche all’aperto, mentre su vaporetti, in negozi e locali pubblici, prevale la regola della calca.

L’esuberante gruppo di spagnoli, che sotto il ponte di Rialto, verso mezzanotte, sembra voler danzare la zarzuela con i boccali di birra in mano, fa almeno colore. Così Venezia torna ad essere la Disneyland d’Italia. Con grande scorno del poco distante parco tematico sul Garda. Che vive di misure di sicurezza.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù

Un festival è un festival è un festival

Scrivo parecchie sciocchezze, lo so. Ma un festival è un festival è un festival è un festival. E in un festival l’atmosfera conta. Lo sanno bene i festival atmosferici, come Santarcangelo (pure lui in corso) o Spoleto (idem) o Mittelfest (quest’anno partirà a fine agosto), dove il posto e la gente fanno evento, magari più che gli spettacoli.

Biennale Teatro 2021 tiene comunque fede al mandato e ci ragguaglia su ciò che il teatro europeo costruisce di più interessante. Quando dico interessante, uso l’espressione in modo personale. In pratica: a me interessa poco vedere spettacoli ben fatti, che sembrano però essere nati nel secolo scorso. Guardo piuttosto nella direzione di ciò che odora d’oggi e di futuro. Ciò che segnala nuove strade, o le indica almeno come probabili.

Perciò le scelte principali di Ricci e Forte mi sono sembrate giuste. Il polacco Krzysztof Warlikowski, l’ungherese Kornél Mundruczó, il tedesco Thomas Ostermeier. Tre bei nomi, in grado di scansare la modellizzazione franco-britannica e di ricordarci che il significato della parola regia va cambiando. Eccome. Tanto per dire: la scelta del portoghese Tiago Rodriguez alla direzione del Festival di Avignone è un altro segno.

Il tema regia è parecchio movimentato (ecco: interessante, appunto) e sono contento di averne parlato pure altre volte in questi post e in un recente articolo su Hystrio. Anche i registi della attuale generazione cinquantenne mi paiono aver abbandonato il formato della regia tardo novecentesca, a favore di materiali di racconto (o di non-racconto) che non hanno bisogno di rifarsi al canone teatrale classico (da Shakespeare in giù) né di fare appello all’incidenza politica del teatro (uno dei canoni novecenteschi, da Brecht in poi).

Cinema, libri, fotografia, poesia, canzoni, tecnologie audiovisive, sono il contemporaneo nutrimento.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Ostermeier

Lo dice con chiarezza Ostermeier. Rispondendo a una domanda di Andrea Porcheddu sul valore politico del lavoro che ha presentato a Venezia, assieme allo scrittore Edouard Louis, il regista sostiene che in termini politici il teatro non sposta una virgola. A lui interessa invece lavorare su storie e temi che lo colpiscono, che abbiano adesso e qui una necessità. Che movimentino i pensieri, oggi. E Qui a tué mon père (libro di partenza e interpretazione sono di Louis, la regia è di Ostermeier) parla appunto di qualcosa che non è politico nel senso che abbiamo avuto davanti agli occhi decine se non centinaia di volte visto (alla Milo Rau, tanto per capirci). Né solo individuale, per quanto sia autobiografico. Ma ci riguarda come collettività pensante.

Incide sulla percezione contemporanea della sessualità, per esempio. Ci interroga sui modelli di genere e mostra con precisione cosa sia la mascolinità. Quella tossica. Lo fa raccontando il rapporto tra un padre e un figlio. Dove a essere sbagliato, non è il figlio gay, ma il padre omofobo. Spettacolo che non va sicuramente a piacere a coloro che osteggiano (o furbescamente mediano sul Ddl Zan). Ma quelli a teatro mica ci vanno. Che gliene importa.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Mundruczó

Anche lo spettacolo di Kornél Mundruczó, testa pensante e bella del cinema e del teatro di oggi, sembrerebbe parlare di politica. Tra gli spettatori, molti sollevano il fantasma di Viktor Orbán, anche se lo spettacolo ha debuttato una decina di anni fa e Mundruczó vive a Berlino.

Il sapiente regista ungherese (Imitation of life, vedi qui, è davvero uno dei capolavori del decennio) mi sembra piuttosto deciso a preparare uno splatter farcito di sfruttamento della prostituzione, torture, pratiche abortive, sangue finto a fiotti (a tratti perfino ingenuo come i film horror degli anni ottanta). Lo confeziona dentro a una storiella di fantascienza e di fantapolitica e lo intitola : Sapessi com’è difficile essere un dio (Hard to be a God). Abbastanza ironico, non pare anche voi?

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Anche lui, interrogato sul messaggio politico che vorrebbe tramettere agli spettatori, dichiara: “Non credo di dover trasmettere nemmeno una parola. Sono loro che devono mettere insieme una storia”. E a lato aggiunge: “Direi che il 2020 ha cambiato il mio approccio alla vita. Le ha dato una visione più chiara di ciò che è davvero importante e di ciò che non lo è”. Se non è chiaro cosi.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Warlikowski e il suo We are leaving non sono riuscito a vederli. L’ho incontrato altre volte però al Premio Europa per il Teatro e ho visto una manciata dei suoi spettacoli. Direi che mi posso fidare. Interessante anche lui. Se poi si ritrova in mano il Leone d’oro della Biennale Teatro 2021, una ragione ci sarà.

Basta un po’ di Google, no?

Non posso nemmeno parlarvi di Kae Tempest, che è autor*, poet* e artist* discografic* (gli asterischi li ho messi apposta, e anche un po’ a caso, ma ci stanno, eccome). Alla fine ho dovuto abbandonare il blu di Venezia in fretta e furia. Ma saranno sicuramente in tanti a parlarne. Basta un po’ di Google, no?

Conclusione banale di questa nota, decisamente lunga. Se avete bisogno di sciropparvi ancora uno Shakespeare, un Pirandello, un Beckett, o una regia ben fatta, abbonatevi pure alla stagione del teatro sotto casa. Da quelle parti di solito si vede tutto grigio. Se siete invece curiosi di sapere dove va il teatro, e che posto avrà nel nostro vivere nei prossimi dieci anni, tornate a Venezia il prossimo anno. Potreste restare sorpresi.

Com’è bello far l’amore (da Trieste in giù). Le mappe amorose di Raffaella Carrà

Trieste, all’inizio del Novecento, era cara al cuore degli italiani per le bandiere tricolori e irredentiste. Ben altre bandiere, verso la fine del secolo breve, fecero tornare Trieste alla ribalta.

A sventolare la bandiera di un amore più libero fu lei, che oggi ci ha lasciati. “La mia vita è una roulette, i miei numeri tu li sai” diceva la prima strofa della sua canzone del 1978, in Italia forse la più famosa di Raffaella Carrà . “Il mio corpo è una moquette, dove tu ti addormenterai”, aggiungeva la seconda.

Raffaella Carrà's Line

Subito dopo il ritornello, che stampò la città con “l’identità di frontiera” (Magris) nelle aspettative erotiche di tutti gli italiani. E delle italiane.

Com’è bello far l’amore da Trieste in giù 

L’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu“, precisava la rima. Raffaella Carrà ne faceva una questione di latitudine. Era solo a meridione del parallelo di Trieste che gli italiani cominciavano a dar prova della loro prestanza. La famosa Raffaella Carrà’s Line: le performance migliori, solo sotto il 45° parallelo.

Più a nord solo patetici tentativi? Tutti scarsi a Udine, a Belluno, a Trento, a Bolzano? Certo che no. Ma era solo da Trieste in giù che la cosa diventava più bella e più intensa.

E Raffaella, vera figlia dei fiori (neanche 25 anni aveva nel ’68) ci aggiungeva l’impegno pacifista, quello di Joan Baez e di Bob Dylan. Fate l’amore, non la guerra. E fatelo a letto.

“Ma girando la mia terra, io mi sono convinta che, non c’è odio non c’è guerra, quando a letto l’amore c’è”.

Tanti auguri, a chi tanti amanti ha

Secondo Raffaella Carrà non era importante che il partner fosse “di campagna o di città“. Lei, cuore vagabondo, regole non ne aveva: bastava piacersi.

Il motivo per la quale amai questa canzone, era ancora un altro però. Non perché sono nato a Trieste. Ma perché certe amiche, un po’ rigide, si indignavano quando prendevo un po’ in giro le sofferenti d’amore, quelle lasciate da fidanzati, mariti e amanti. Donne che si struggevano mesi e mesi per essere state scaricate. E vivevano una rottura come una vedovanza. Ferme là, a piangersi addosso.

E se ti lascia lo sai che si fa?

Raffella, la risposta ce l’aveva pronta. E io con lei. “Trovi un altro più bello, che problemi non ha”. Una maestra di vita, insomma.

Perciò anche adesso che Raffaella e il suo casco biondo non ci sono più, continueremo a raccomandarlo a tutti gli italiani e le italiane. Non fa niente se abitano più a nord di Trieste.

Raffaella Carrà versione spagnola. Più malandrina

In-Box 2021. Generazione e rigenerazione

In-Box è un termometro. Misura la temperatura del giovane teatro italiano. Quello vivace. Indipendente. Quello che non sta là a calcolare con gli algoritmi. Un teatro semplicemente libero. Che molti chiamano emergente. Che io chiamerei rinnovamento. O rigenerazione.

In-Box 2021 - La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza- Les-Moustaches (ph. Simona-Albani)
La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza- Les Moustaches (ph. Simona-Albani)

Se poi In-Box è dal vivo – come succede da qualche anno a Siena, complici Straligut Teatro e Fondazione Toscana Spettacolo – tanto di guadagnato. 

Passati attraverso le selezioni di In-Box dal vivo, in questi anni visto emergere a Siena e poi affermarsi Caroline Baglioni e Silvia Gribaudi, Oyes e Controcanto, Paolo Paolocà e Fabiana Iacozzilli. Sono passati tutti sul palcoscenico del teatro dei Rozzi, o quello dei Rinnovati, o al teatro del Costone, e sono i nomi che formano oggi l’area più agile e movimentata del teatro italiano, i nomi che lasceranno un segno negli anni Venti. 

Per questo In-Box è un luogo di articolazione, un osservatorio unico. Un contest speciale.

La Foresta, I Pesci / Ortika (Napoli-Torino)
La Foresta, I Pesci / Ortika (Napoli-Torino)

Come funziona

Selezionate da una giuria di una settantina di operatori teatrali, che programmano festival, sale teatrali, circuiti, manifestazioni in tutta Italia, alcune centinaia di candidature (quest’anno erano 564) si assottigliano fino a ridursi a una manciata di finalisti. A cui si aggiungono i finalisti di In_Box Verde (la sezione riservata al pubblico infantile e adolescente).

A selezionarli è gente esperta. Io di loro mi fido. Colleghi che si conoscono e soprattutto conoscono le proprie platee. Ne intuiscono i gusti e le inclinazioni. Sanno quale titolo potrà piacere alle a un certo tipo di pubblico e quale no. Riuniti in una assemblea finale, acquistano le repliche di ciascun spettacolo e le programmano nella stagione prossima. Tra i finalisti vince il più acquistato. Vince per modo di dire dire, il punto è che lavorerà. Di questi tempi, meno male.

L’edizione di quest’anno

Sei erano i finalisti di questa In-Box dal vivo 2021. Buona annata direi.

Tra questi sei, le differenze si sono notate. Con una divisione netta tra creazioni che consapevolmente si appoggiano al passato prossimo del teatro nazionale (uso di lingue regionali, drammaturgie di ispirazione civile, linearità della narrazione) e quelle che guardano invece a un prossimo futuro, a una scena che accolga nuove architetture di racconto, manipolazione di contenuti, tecnologie audiovideo, e pure l’interazione con il pubblico.

Di questo secondo indirizzo fa certo parte il più ardito tra i titoli finalisti, Arturo, in cui Niccolò Matcovich e Laura Nardinocchi, in modalità fortemente emozionale, raccontano il rapporto che ciascuno di loro due (o meglio, ciascuno di noi) ha stabilito o stabilirà con il padre, inevitabilmente destinato a morire, e a lasciare sedimentati dentro i ricordi. 

Arturo, di e con Niccolo Matcovich e Laura Nardinocchi (Roma)
Arturo, di e con Niccolo Matcovich e Laura Nardinocchi (Roma)

Creazione ardita, ho detto prima, forse troppo per le platee più tradizionali, Arturo è stato facilmente sopravanzato da Apocalisse tascabile di Niccolò Fettarappa Sandri e Lorenzo Guerrieri. Con le lusinghe più facili di un cabaret esistenziale, i due riescono a trattare il trash consumistico e le derive linguistiche della generazione Erasmus, infilzandone gli snodi. Ciò che avevano fatto 15 anni fa quelli di Babilonia Teatro. Il registro però è aggiornato con sapienza e lo premiano i compratori, assicurandogli un cospicuo numero di repliche.

In-Box 2021 - Apocalisse Tascabile, Fettarappa-Guerrieri (Roma)
Apocalisse Tascabile, Fettarappa-Guerrieri (Roma)

Questi, per me, erano i più interessanti. Seguono, gli altri. Tra il napoletano verace di Il colloquio (tre donne in attesa davanti al portone del carcere di Poggioreale) e il finto-contadino di La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza (poetico ragazzo sovrappeso sogna una carriera di danzatore), in territorio neutro si è posta la scrittura esperta di Blue Thunder. Il testo è dell’irlandese Padraic Walsh, ben condotto, quindi, ma come al solito inquadrato dentro i conflitti di una famiglia disfunzionale. L’efficace prova attorale era di Marco Cavalcoli, Mauro Lamanna, (anche regista) e della nuova star delle serie tv Gianmarco Saurino.

Un po’ meno mi ha convito La Foresta del duo I Pesci – Ortika, che sembra inseguire un sogno generazionale, sul filo dello sballo ma finisce – è una valutazione mia molto personale – solo col girarci attorno.

In-Box 2021 - Blue Thunder, Divina Mania (Roma)
Blue Thunder, Divina Mania (Roma)

Ma avessi un teatro a disposizione, li programmerei quasi tutti, perché ciascuno, dentro la propria fabbrica creativa, sembra cogliere una necessità, il filo di un interesse del pubblico, o piuttosto dei pubblici. Che per fortuna sono tanti e rappresentano la varietà di gusti e di culture del teatro italiano meno ingessato e istituzionale. Quello che piace a me.

Peccato solo che un teatro a disposizione io non ce l’abbia. Ancora. 😉

Tra la guerra e la pace con il virus, il tempo sospeso di chi disegna teatro

Ho ripreso a viaggiare. Vorrà dire che siamo in tempo di pace. O almeno, che c’è un armistizio. Tra tamponi e vaccinazioni, la guerra quotidiana al virus si è fatta meno guerreggiata, e quasi tutti riprendiamo a fare ciò che facevamo. Più o meno. Io viaggio di nuovo, ma non mi dimentico della guerra.

disegni di François Olislaeger

Guerra e pace

Nel segno del combattimento anzi, ho ricominciato anche a vedere spettacoli. E gli spettacoli a vedere me.

Dopo mesi che non entravo in un teatro, una sala mi ha accolto con una bella storia di Guerra e Pace. Che non è solo il titolo che ha riaperto le porte del Teatro Morlacchi a Perugia, ma è anche il senso della vicenda che ha portato il Teatro stabile dell’Umbria a mettere finalmente e avventurosamente in scena (e non solo in scena) uno spettacolo programmato dalla scorsa estate.

Una produzione che tra decreti e ordinanze, guerre di politici e virologi, paci interrotte, poteva anche non arrivare mai al debutto. Ci è arrivata infine, allargandosi su più fronti, come succede nel tempo delle guerre, escogitando soluzioni di fortuna, scavalcando il limite della ribalta, invadendo la platea svuotata, esondando negli spazi cittadini con episodi site-specific intitolati Vorrei scrivere con tratti di fuoco.

Un fiume di parole di adattamento dai due primi libri del romanzo di Lev Tolstoj, firmate Letizia Russo che ha combattuto pure lei con le milleduecento pagine dell’affresco storico. Centosessantotto proiettori tra convenzionali a incandescenza e motorizzati led e duecentottantanove memorie luci. Quattrordici attori che danno vita a decine e decine di personaggi, spostandosi tra palcoscenico e platea per le cinque ore di durata dei due episodi, congegnati dal regista Andrea Baracco e dalla scenografa e costumista Marta Crisolini Malatesta. Instancabili tutti, anche nel avanzare e nel retrocedere del lavoro, dei permessi, dei protocolli sanitari, delle date che slittano, dell’incertezza sull’esito.

Mosca, Pietroburgo, Austerliz. Le feste e i campi di battaglia, le carrozze, i duelli, la massoneria e l’esercito, il desiderio e i funerali, gli esterni gelidi e il calore delle case. Napoleone. E come vuole il regista Baracco, anche “i suoni delle forchette e dei coltelli, i tintinnio dei bicchieri, il passo discreto dei camerieri, il nome delle porte e dei vini. Mai forse, qualcuno ha rappresentato con più grazia e potenza insieme, l’inconsistente”.

disegno di François Olislaeger

Disegno come teatro di guerra

Di tutto questo combattere, di questo stop and go durato mesi e mesi, resta un traccia che come tutte le tracce è rivelatrice. E dimostra che il teatro non è solo ciò che banalmente chiamiamo teatro.

Teatro, per esempio, sono anche le tavole a fumetti. Quelle in bianco e nero che il disegnatore e fumettista franco-belga François Olislaeger ha realizzato nel tempo sospeso di quei mesi in cui, nella sala storica del Morlacchi, Guerra e Pace è cresciuto senza spettatori. Se non Olislaeger, che dal suo palchetto a strapiombo sulla platea ha osservato e disegnato, partecipe a pieno titolo della creazione. Artefice pure lui, come le attrici e gli attori, come i tecnici e le maestranze, come lo stesso regista.

Si disegna meglio in teatro, c’è un’energia, l’energia umana che corre e si diffonde. L’intera sala ne è colma” scrive Olislaeger in cima a uno dei suoi disegni. Raccolti in un fascicolo che in questo momento sto sfogliando e che si intitola Diario di uno spettatore clandestino.

disegno di François Olislaeger

Si disegna bene a teatro. È una cosa che il mio amico Renzo Francabandera sa benissimo, perché anche lui fa così. Disegna durante gli spettacoli: puntando gli occhi sulla performance, per puntarli un attimo dopo sui suoi fogli e sui suoi pastelli a cera. Fa teatro anche Renzo. E le sue tavole sono anche teatro.

Renzo Francabandera disegna a teatro
Renzo Francabandera disegna a teatro

In-box, nel tempo ritrovato tempo della pace

Chissà se in questo ritrovato tempo di pace, o di armistizio soltanto, ritroverò anche lui, che torna a disegnare durante gli spettacoli. Chissà se ci sarà pure Renzo in quest ‘altra storica sala italiana, quella dei Teatro dei Rozzi di Siena. Dove un treno mi sta portando ora.

Ritorno insomma anch’io alle mie abitudini. E l’edizione 2021 di In-Box non me la perdo, dopo che quella online dello scorso anno mi era andata buca. Di questa manifestazione ho parlato altre volte su QuanteScene!

Se mi seguite, saprete che si tratta di un punto di osservazione proprio interessante su ciò che si muove nel più fervido teatro italiano, perché seleziona e mette a concorso (forse sarebbe meglio dire che mette in palio) ciò che gli spettatori vedranno nelle stagioni prossime. Qui, in un post del 2017, vi spiego come funziona. E qui sul sito della manifestazione potete vedere quali sono gli spettacoli e gli eventi previsti in queste giornate, da oggi mercoledì 10, fino al 16 giugno a Siena. Città nella quale è promosso da Straligut Teatro insieme a Mibact, Regione Toscana, Comune di Siena e Fondazione Toscana Spettacolo.

Di ciò che succederà in questi giorni, parlerò in uno dei prossimi post. Mentre il treno è quasi arrivato alla stazione di Firenze, da dove riparto subito per Siena. Anche perché oramai siamo in tempo di pace.

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GUERRA E PACE
riscrittura Letizia Russo
regia Andrea Baracco

con Giordano Agrusta, Caroline Baglioni, Carolina Balucani, Dario Cantarelli, Stefano Fresi, Ilaria Genatiempo, Lucia Lavia, Emiliano Masala, Laurence Mazzoni, Woody Neri, Alessandro Pezzali, Emilia Scarpati Fanetti, Aleph Viola, Oskar Winiarski

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

disegni di François Olislaeger

Franco Quadri. Millecarte e millemiglia

Ma cosa ci faccio io a Bochum? si chiedeva Franco Quadri sulla strada che da Berlino lo portava a Colonia, attraverso una Ruhr di miniere e teatri da scoprire. Da là avrebbe spedito alcuni dispacci teatrali, corrispondenze del tutto inedite nella pur viva scena italiana di allora. Anni Settanta, sperimentazione, terzo teatro, teatro dei gruppi italiani. Ma lui, molto più avanti, già scrutava quel che succedeva a Wuppertal, dove una certa Bausch Philippina, detta Pina…

Ma cosa ci faccio io a Bochum?

Cartografo, nomade del teatro, si è detto, e si è più volte ripetuto, nel simposio di sabato 29 maggio, al DamsLab dell’Università di Bologna.
Si volevano sì rammentare i dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 26 marzo del 2011. Ma al di là del memorial, si voleva provare anche a lanciare uno sguardo diverso sul ruolo che Quadri ha avuto nella trasformazione della cultura teatrale in Italia.

In definitiva: indagare la sua eredità oggi, un decennio dopo. Con l’aiuto di molti fra coloro che gli sono stati accanto, lavorando con lui, per lui, nel suo multitasking giornalistico, critico, editoriale, ma soprattutto di esploratore attivista e movimentatore. Molti di loro continuano a farlo ancora oggi, attraverso l’Associazione Ubu per Franco Quadri, che ha voluto far nascere l’iniziativa di sabato, ideata e curata da Piersandra Di Matteo e Gerardo Guccini.

Franco Quadri identità

Lavorare con lui, per lui

Impegnati entrambi nell’introdurre al DamsLab bolognese le tante voci che – del Quadri giornalista, del Quadri editore, del Quadri attivatore e inventore – hanno illuminato i versanti, sempre nel segno di un nomadismo teatrale (“la lente dell’erranza” ha detto qualcuno) che si potrebbe anche tradurre in curiosità del nuovo, capacità di creare reti, lungimiranza di editore, audacia nello sperimentare eventi. 

Jacopo Quadri, il figlio, ha recuperato lettere private. Anna Banettini, suo tramite giornalistico a Repubblica, ha esibito biglietti e note scarabocchiate su bloc notes d’hotel. Fausto Malcovati, slavista eccellente, ha confessato le frustrazioni del traduttore. Gianni Manzella, altro nomade delle scene, ha messo insieme viaggi e pellegrinaggi. Roberta Carlotto, già direttore di RadioTreRai, ha rievocato i trascorsi radiofonici. E Leonardo Mello, al suo fianco in Ubulibri, ha delineato alti e bassi di convivenza redazionale.

Patalogo
alcune copertine del Patalogo

Chi sarà l’autore?

Citatissima sempre è stata Renata Molinari che, nei colophon del Patalogo, Quadri affettuosamente qualificava suggeritrice. Con sorriso modesto e sornione, Molinari ha introdotto nel suo intervento una ulteriore chiave di lettura. Fertile di conseguenze oggi che il pensiero teatrale viaggia su binari 2.0 (se non 3.0, 4.0, e così via all’infinito). Si è domandata cioè Molinari: di un testo, di uno spettacolo, di una recensione, di una pubblicazione, chi è veramente l’autore? La domanda implica una co-autorialità tra chi scrive, chi legge, chi assiste, chi studia, chi ricorda. E diventa presupposto inevitabile di pratiche e di pensieri che si evolvono.

Proprio come si evolvono le possibilità di lettura di quel data data-base predigitale che è stato il Patalogo, trentadue annuari di documentazione e ricognizione sul teatro italiano e internazionale tra il 1979 e 2009, che ora nel tempo analitico dei big data possono essere diversamente indagati. Non solo nella linearità cronologica della carta, ma anche con carotaggi digitali e strumenti relazionali, utili di rivelare concomitanze, influenze, correlazioni imprevedibili

A questa nuova lettura della serie dei Patalogo (e anzi, di tutto l’Archivio Franco Quadri, 350 metri lineari oggi “condizionati” in sei centinaia di scatoloni, conservati in località Morimondo presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori) ha messo mano una generazione di studenti-studiosi (dell’Università La Sapienza di Roma, guidati da Marta Marchetti) bravi a trovare tra quelle carte tutto quello che si può trovare. E anche ciò che non si può.

Nelle movenze da antica divinità orientale, Ermanna Montanari ha ridato vita all’aneddotica dell’empatia, mostrando un biglietto datato 1988. E corroborato da quello spedito recentemente da Robert Wilson, il quale certificava: “Franco Quadri was totally unique. He was an invaluable citizen of the world“. Nomade e inestimabile cittadino del globo.

Robert Wilson per Franco Quadri

Il premio Franco Quadri 2021

In occasione dell’incontro è stato anche comunicata l’assegnazione del premio Franco Quadri 2021 a Jean-Paul Manganaro.

Questa la motivazione:

Guardando al Quadri viaggiatore e studioso delle lingue, nonché traduttore illuminato e pellegrino delle arti, l’Associazione Ubu per FQ assegna il settimo Premio Franco Quadri a Jean-Paul Manganaro, intellettuale corsaro che intreccia, nel suo percorso di traduttore, saggista e critico, il teatro e la letteratura, il cinema e la filosofia, a braccetto con artisti e pensatori geniali come Carmelo Bene e Gilles Deleuze, in primo luogo, ma anche Pierre Klossowski e Roland Barthes, fino a Michel Foucault, che hanno frequentato la sua casa parigina e assieme ai quali ha contribuito ad alimentare una stagione di maestri.

Artefice di più di duecento traduzioni di autori italiani in Francia (specialmente per Gallimard e Seuil), e di ruggenti francesi in Italia – tra cui Antonin Artaud e lo stesso Deleuze – Manganaro sperimenta il potere taumaturgico della letteratura e pratica la traduzione come immedesimazione, esercitando una sfrontatezza linguistica tra alto e basso e accogliendo la voce del testo per trasformarla in un altro organismo sonoro.

Con una raffinata componente di divertimento e una intuitiva capacità di invenzione dedica la propria vita italo-siculo-francese (con una parte di cuore nell’isola greca di Patmos) ad accompagnare la parola da un mondo all’altro, in un corpo a corpo con la lingua degli autori che ha scelto, sempre alla ricerca di un cambio di registro, da Gadda e Calvino, a Pasolini e Consolo e Tabucchi e Mari, fino alla profonda passione per il “deserto luminoso” di Dolores Prato. E non senza ampie aperture al teatro, che gli deve, su tutti, la traduzione delle Opere di Carmelo Bene, oltre al suo ruolo determinante di consulente letterario e drammaturgico per François Tanguy col Théâtre du Radeau e Maguy Marin, e alla diffusione, tramite Les Solitaires Intempestifs, dei testi di Antonio Tarantino e Lina Prosa.

Ai lettori italiani – anche la Ubulibri e il Patalogo vantano sue collaborazioni – ha regalato monografie su Bene, Calvino, Gadda e Fellini, percorso, quest’ultimo, di trasfigurazione tra la materia dei fllm e le ossessioni, dentro cui egli procede come in un’intima esplorazione tra echi, revenants, reminescenze ed eterni ritorni. Il processo empatico di Manganaro raggiunge il suo apice quando egli compie l’impresa sublime e lirica di scrivere “un’autobiografia di Liz Taylor”, gesto decisivo nella conquista del firmamento patafisico.

Ci ha lasciati Giuliano Scabia, angelo e diavolo, il nostro maestro delle oche

21 maggio 2021. Stamattina nella sua casa di Firenze se n’è andato Giuliano Scabia, poeta, scrittore e sperimentatore totale di teatro. 

” Tutto l’universo si regge per gioco, nient’altro che per gioco. Velocità, equilibri, gravitazione, rotazione. È un gioco. Io non avrei mai pensato di fare un cavallo con i matti, né di andare a cercare l’uomo selvatico, né di scrivere dei testi teatrali. Il futuro viene di gioco in gioco, di avventura in avventura. Ma siamo noi che lo costruiamo”. 

Così mi aveva detto Giuliano Scabia, qualche anno fa, al compleanno per i suoi 80 anni, quando il suo teatro vagante lo aveva portato tra i giovani dell’Accademia Nico Pepe a Udine. Per loro aveva congegnato i Sei Canti dell’infinito andare, annunciati poi con tamburi e apparizioni nelle piazze di Mittelfest a Cividale.

Giuliano Scabia

A me però viene da ricordarlo ancora giovane, trentenne, quando con il tamburo a tracolla annuncia la liberazione dei matti e la fuga di Marco Cavallo dal manicomio di San Giovanni, oltre i cancelli verso le strade di Trieste.

Quell’avventura, vissuta con Franco e Vittorio Basaglia, Peppe Dell’Acqua, Franco Rotelli, diede una nuova immagine alla follia, ai matti, alla psichiatria. Ciò che faceva Michel Foucault negli stessi anni.

1973. Giuliano Scabia suona il tamburo e Marco Cavallo esce dal comprensorio psichiatrico di San Giovanni a Trieste.

A questo link, inoltre uno dei molti post dedicati a Scabia su questo blog, alla sua scrittura, a Nane Oca.

Eccellenti. Rosalind e le altre. Donne oscurate e ladri di Nobel

Di Rosalind Franklin, biochimica britannica, molti conoscono il caso e le frustrazioni. Abbastanza note sono pure le storie di scienziate come Mileva Marić e Lise Meitner. Oppure quella incredibile di Hedy Lamarr, attrice e anche pioniera del wireless. Ma le altre?

Rosalind Franklin foto 51
foto n.51

Rosalind Franklin. Era sua la foto numero 51. Era sua l’idea dell’elica. Ed è lei che per prima intuì la struttura del Dna. Ma la foto numero 51, “una delle più belle fotografie a raggi X mai scattate“, era stata poi trafugata. E il premio Nobel per la Medicina 1962 era andato ai suoi tre colleghi uomini, Watson, Crick, Wilkins. 

Storie come quelle di miss Rosalind Franklin, “la donna capace di studiare il Dna come un uomo“, non sono rare nella storia della scienza. Le hanno anche vissute la fisica Lise Meitner, la chimica Alice Ball, l’astrofisica Jocelyn Bell, la matematica Katherine Johnson. Solo nell’ultimo decennio, grazie agli studi sulla diseguaglianza di genere, ne sono emerse decine e decine. E non riguardano solo casi eclatanti come il furto dei premi Nobel, ma la vita di tutti i giorni nel campo della ricerca scientifica.

Matilda, le donne e le Stim

L’oscuramento del contributo femminile nel campo delle Stim (i campi di Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) ha un nome. Si chiama “effetto Matilda“. Ne ho parlato in altre occasioni su questo blog. In particolare per il caso di Mileva Marić, la prima mogie di Albert Einstein (vedi qui a febbraio 2020 e qui a dicembre).

Ma anche oggi: quante giovani ricercatrici si vedono scippare il risultato di un lavoro dai loro stessi mentori e supervisori, accademici e professori, che lo pubblicheranno poi a proprio nome. Quante donne impegnate in università e istituti specializzati vedono minacciata la propria carriera dai responsabili (per lo più maschi) del progetto. E non raramente capita che subiscano avance, quando non si tratta di molestie.

Le eccellenti 1 - Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Donne eccellenti, donne oscurate

Di loro – donne passate, presenti, future – si occupa il lavoro teatrale di Marcela Serli, dal titolo inequivocabile, Le eccellenti.

A questo spettacolo – coprodotto da Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro della Tosse Genova e Fattoria Vittadini Milano, con un formula cara alla regista e drammaturga italo-argentina Serli – partecipano molte donne non abituate al palcoscenico, ma a proprio agio piuttosto in laboratori, università, studi di ricerca.

Ricercatrici quindi, e professoresse, docenti, responsabili di team, imprenditrici, cui la diseguaglianza di genere assicura stipendi spesso inferiori a quelli dei loro colleghi maschi, e prospettive di carriera assai più accidentate, allorché ambiscano com’è giusto, ai ruoli apicali. Il famoso soffitto di cristallo, per dirlo con una frase già molto consumata.

Chiara, Domenica, Saveria, Anna, Pamela, Lorenza, Laura, Veronica e Caterina. Sono loro (con voci a volte incrinate dall’emozione per lo stare sotto i riflettori, una volta tanto) che raccontano i percorsi difficili della propria carriera, le delusioni, le insoddisfazioni, oppure gli spunti che le hanno convinte a reindirizzare il proprio lavoro. Ad esempio diventare imprenditrici, creatrici di un’azienda che lancia mini-satelliti nello spazio. Eccellenza italiana.

Le eccellenti 2 - regia Marcela Serli
(ph. Vito Lorusso)

Paradosso delle donne eccellenti

Dice però l’ideatrice di questo progetto teatrale, Marcela Serli, in una frase dal senso volutamente paradossale: “Non si potrà parlare di uguaglianza quando le donne di talento avranno le stesse opportunità degli uomini di talento. L’uguaglianza si realizzerà solo quando ad essere visibili saranno pure le donne mediocri, perché fin troppo evidente è la visibilità dei maschi mediocri“. Eggià: ce ne sono tanti.

Le eccellenti - Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)
Marcela Serli come Lise Meitner in Le eccellenti (ph. Vito Lorusso)

Giannola e le altre

Il debutto dello spettacolo, ieri sera al Politeama Rossetti di Trieste, è stato preceduto da un incontro di altrettante eccellenze femminili, che si sono affermate in altri campi. Da Giannola Nonino (l’immagine più convincente del successo mondiale della grappa) a Barbara Franchin (visionaria ideatrice del contest internazionale di giovani creatività Its), a Serena Zacchingna (biologa molecolare all’Università di Trieste, impegnata nella ricerca sulle cellule cardiache) e Cristina Bacchini (top manager di Generali Assicurazioni, esperta di analisi del rischio). 

A condurre l’incontro, è stata la giornalista e anchorwoman Rai, Marinella Chirico, che con l’eccellenza dell’interloquire, le ha spronate a parlare di sé, tralasciando il ruolo dei loro mariti. 

Perché non succeda che il famoso luogo comune “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” possa essere ribaltato. E valga semmai il detto che si attribuisce a Luciana Littizzetto: “Dietro a un grande donna, c’è sempre una grande colf“. Battutaccia.

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LE ECCELLENTI 
progetto, regia e drammaturgia di Marcela Serli
con in scena:
Cinzia Spanò, Noemi Bresciani, Marcela Serli. Margherita Baggi, Camilla Collet, Piercarlo Favro
e le ricercatici Chiara Ameglio, Domenica Bueti, Saveria Capellari, Anna Gregorio, Pamela Martinez Orellana, Lorenza Masutto, Laura Nenzi, Veronica Ujcich
e Caterinaa Bonetti
promosso da CUG dell’Università degli Studi di Trieste, CUG della SISSA-Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati
prodotto dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Teatro della Tosse e Fattoria Vittadini

in scena al Politeama Rossetti di Trieste fino al 23 maggio