Ricordi. Come quello di Jack, che compie gli anni ogni 11 settembre

Scritto da Francesco Godina e Fabio Vignarelli, Tu dov’eri registra l’istante emozionale che è ancora dentro di noi. Anche oggi, quando sono passati più di vent’anni dall’11 settembre 2001. Repliche fino a domenica 24 aprile alla sala Bartoli del Politeama Rossetti, a Trieste.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Il compleanno di mamma. L’anniversario di matrimonio. Il giorno che tuo fratello è morto. Ci sono date scolpite nella memoria di ognuno. Altre sono date collettive: il 31 dicembre, il 25 aprile, l’11 settembre.

Sulla memoria collettiva del giorno in cui, 20 anni fa a New York, caddero le Torri Gemelle, Francesco Godina e Fabio Vignarelli hanno costruito uno spettacolo. Che ha per titolo una domanda: Tu, dov’eri?

Se lo ricordano tutti, dov’erano quel giorno. Tutti quelli nati nel secolo passato, boomers e millenials. Tutti quelli che l’11 settembre 2001, dopo le 8 e 46 del mattino (a New York, mentre in Italia erano passate da un bel po’ le 16.00 ) si attaccarono agli schermi delle tv per scoprire che cosa stava accadendo. Per capacitarsi di ciò che era impensabile potesse accadere.

Chi nella sua stanzetta di adolescente. Chi in viaggio sulla metro all’ora di punta. Anche chi non vedeva l’ora di finire il turno di lavoro. L’11 settembre era un giorno qualsiasi. Fino a che il primo aereo non si schiantò sulla torre nord. Poi il secondo. Poi le due torri vennero giù.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - produzione teatro stabile FVG

Facebook, Instagram, Twitter non esistevano proprio

Non è uno spettacolo commemorativo Tu dov’eri? Non ci riporta (o perlomeno lo fa discretamente) ai corpi in picchiata giù dalle finestre dei due grattacieli, vanto della metropoli statunitense. O alla tempesta di polveri che invade le strade di Manhattan e le soffoca.

Non è uno spettacolo sul passato Tu dov’eri? Ci parla di oggi. Sceglie i media odierni. I linguaggi contemporanei. Si concentra su ciò che, dell’emozione di allora, rimane in questo momento nella nostra memoria collettiva.

11 settembre. Alla domanda Tu dov’eri? rispondono tutti. Se lo ricordano tutti.

Sollecitati da Godina (che è anche l’interprete) e Vignarelli (che è anche il drammaturgo), boomers e millennials condividono i propri ricordi nelle stories di Instagram, o in quelle di Facebook. E lo spettacolo le mostra. Fino a che le loro parole, i loro visi, i meme, non diventano un mosaico sullo schermo che fa da fondale. E una playlist di Spotify, le commenta affettivamente.

Tu dov'eri - 11 settembre - regia Marco Casazza - Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia

L’11 settembre in tre sguardi

Sul mosaico dei mi ricordo, Godina dà vita a tre personaggi. 

Un professore che illustra come funzionano i meandri della memoria. E garantisce che quella straordinaria capacità del nostro cervello non è omogenea, ma seleziona, cancella o conserva per tutta la vita. 

Uno stand-up comedian dal fare cinico e dal linguaggio sboccato, che riflette sul fatto che quella data è lo spartiacque di un prima e di un dopo (pensate a come si viaggiava, prima, in aereo, pensate all’acqua nelle bottigliette). 

Infine Jack, un uomo che ogni 11 settembre compie gli anni, e che nel 2001, ventenne, avrebbe dovuto sostenere un colloquio di lavoro nel ristorante (allora) “più alto del mondo”, al 107° piano della torre nord. In un istante, l’appuntamento mancato si trasformò in un lutto privato.

Sono figure che si staccano vive da quel mosaico. E che Francesco Godina schizza velocemente. Con un cambio di occhiali, una t-shirt d’epoca, una confessione davanti alla telecamera dello smartphone.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Mentre ognuno di noi, in sala, saprebbe dire per filo e per segno, dov’era, cosa faceva, che reazione ha avuto, quando le prime immagini si sono stampate, quell’11 settembre e per sempre, nella sua retina, nella sua memoria.

Lo spettacolo (con la regia di Marco Casazza) è stato presentato per la prima volta proprio alle 16.46 del 11 settembre 2021, nella sala Bartoli del Rossetti di Trieste. Le repliche di questa settimana lo ripropongono al pubblico. Perché sarebbe davvero colpevole relegarlo nei cimiteri delle rimembranze e delle commemorazioni.

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TU DOV’ERI
di Francesco Godina e Fabio Vagnarelli
regia Marco M. Casazza
con Francesco Godina
video design Den Baruca
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con SUOMI

Biennale dal vivo. Tre mesi, tre festival, seicento leoni

Si distenderà comodamente sopra i tre mesi dell’estate, l’edizione 2022 della Biennale delle Arti dal vivo. Nei suoi luoghi di spettacolo, Venezia alternerà dal 24 giugno al 25 settembre il Festival Internazionale di Teatro (giugno), quello di Danza (luglio) e quello di Musica (settembre).

Il programma delle tre manifestazioni è stato presentato oggi, dal presidente Roberto Cicutto e dai direttori delle sezioni: ricci/forte, Wayne McGregor, Lucia Ronchetti.

Katharina Fritsch,  Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)
Katharina Fritsch, Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)

Figlio più giovane della storica Esposizione Internazionale d’Arte (che tradizionalmente occupa l’Arsenale e i padiglioni dei Giardini) e della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (con le sue sale al Lido), il settore Arti dal Vivo della Biennale si riprende i propri spazi, i propri tempi, la propria programmazione. Dopo due anni di incertezze e restrizioni pandemiche. 

Già lo scorso gennaio erano stati comunicati i nomi degli artisti a cui, nel corso delle tre manifestazioni, verranno assegnati i Leoni alla carriera. Leoni d’oro e Leoni d’argento.

Oggi, dalla location istituzionale di Palazzo Giustinian in streaming, e questa volta anche in presenza, presidente e direttori hanno scandagliato e presentato gli oltre 170 appuntamenti del programma 2002. A tanto ammontano gli spettacoli che – volendo restare sui numeri – vedranno ospiti a Venezia 600 artisti provenienti da tutte le parti del mondo.

In questo video, la presentazione ufficiale dalla Sala delle Colonne a Ca’ Giustinian:

Il Teatro 

Dopo il blu dello scorso anno è rosso, anzi il tedesco Rot, il titolo scelto ora per la sezione teatro.

Rot ha un suono duro, è un graffio, una lacerazione che racconta uno sforzo, è il rumore dei denti nello sforzo. E’ il rosso che acceca, la metamorfosi della passione, furia che avvampa, iconoclastia; è il sangue che irradia i nostri cuori o il marchio della violenza dei crimini perpetrati… ma è anche il linguaggio del perdono e delle emozioni; è il colore ancestrale dell’Eros“. Lo hanno spiegato, con metaforica volatilità, i direttori Stefano Ricci e Gianni Forte, al secondo anno del loro mandato.

Triptych - Peeping Tom (ph Virginia Rota)- Biennale dal vivo 2022
Triptych – Peeping Tom (ph Virginia Rota)

Il programma (dal 24 giugno al 3 luglio)

Ricci/forte hanno annunciato che saranno in scena: Christiane Jatahy (premiata anche con il Leone d’oro 2022) con l’odissea dei migranti di The Lingering Now; Samira Elagoz (Leone d’argento) e il suo personale migrare del corpo in Seek BromanceBig Art Group di Caden Manson e Jemma Nelson che in Broke House incrociano Cechov con l’Occupy Movement; Yana Ross e la mascolinità tossica di Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace; il duo Natacha Belova e Tita Icobelli e la loro specialissima arte dei burattini che in Loco fa interagire corpo artificiale e corpo organico; Milo Rau, a Venezia con uno spettacolo – La reprise, che scardina la nostra percezione sul mondo della violenza – e un ciclo di film (The New Gospel, The Congo Tribunal, Orestes in Mosul: the Making of, Familie).

Ma ci saranno pure il mondo onirico di Peeping Tom con Triptychla coppia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Sovrimpressioni che tocca tangenzialmente il film di Fellini Ginger e FredOlmo Missaglia, vincitore del bando Biennale College Registi, che in Una foresta metaforica e reale inscrive le vite di tre millennial; Antoine Neufmars Aine E. Nakamura, vincitori del bando performance site specific, in scena rispettivamente con Odorama e Under an Unnamed Flower; inoltre, la mise en lecture di En Abyme di Tolja Djokovic e Veronica di Giacomo Garaffoni, testi vincitori del bando per autori di Biennale College”.

La Danza

I lavori e gli artisti di questo secondo anno non sono catalogabili – ha detto il direttore di sezione, Wayne McGregorsfuggono alla singola definizione, in quanto trascendono il genere e il mezzo espressivo con cui lavorano. Il loro essere senza confini apre nuove strade al fare arte e offre al pubblico sfide inedite in materia di percezione e interpretazione”. Per questo il titolo scelto quest’anno è Boundary-Less.

Rocío Molina (ph Simone Fratini) - Biennale del vivo 2022
Rocío Molina (ph Simone Fratini)

Il programma (dal 22 al 31 luglio)

Concorrono a infatti a formare “ecosistemi artistici” le diverse discipline di cui si avvale Saburo Teshigawara (Leone d’oro) re-immaginando un’opera seminale come Petrouchka. Mentre la mercuriale danzatrice di flamenco contemporaneo Rocío Molina (Leone d’argento) mette in scena una battaglia fra il suo corpo vulcanico e cinque musicisti dal vivo. A guidare invece in un viaggio attraverso il corpo, a partire dalla gola, è Diego Tortelli (vincitore del bando per una nuova coreografia italiana) con il suo Fo:NO, un esperimento sonoro e viscerale che vede in scena un beatboxer e tre danzatori.

Riunisce sullo stesso palco sette coreografi di prima grandezza, sette diversi mondi artistici per i sette peccati capitali laGauthier Dance Company di Eric Gauthier – con Aszure Barton, Sidi Larbi Cherkaoui, Sharon Eyal, Marco Goecke, Marcos Morau, Hofesh Shechter e Sasha Waltz

Sono confini e barriere reali quelle infrante da Marrugeku, compagnia interculturale di artisti indigeni e non, unica nel suo genere in Australia, sotto la guida della coreografa Dalisa Pigram e la regista Rachel SwainStraight Talk è un grido di libertà per l’abolizione di tutte le forme di violenza, oppressione, confinamento. 

Con potere sciamanico Rudi Cole Júlia Robert di Humanhood fondono nel linguaggio del corpo fisica moderna e misticismo orientale offrendo in Infinite uno spettacolo che è anche meditazione. A.I.M di Kyle Abraham, voce potente di una visione politica della danza che programmaticamente si impegna a nutrire della storia e della cultura Black, sarà a Venezia con Requiem: Fire in the Air of the Earth; mentre la danza espansa di Trajal Harrell, che metabolizza Vogue dance, postmodern, butoh, ricerca e cultura pop, arriva alla Biennale con Maggie the Cat, dal testo di Tennessee Williams, per interrogarsi su potere, gender, intolleranza, inclusione. 

Si spingono infine oltre i limiti dello spazio reale rendendo visibile l’invisibile Tobias Gremmler con l’installazione scenica digitale di Collisions e Blanca Li con la danza in V/R di Le bal de Paris, dove reale e virtuale si confondono.

La Musica

Tutti artisti invitati per il Festival di Musica – sono parole di Lucia Ronchetti, direttrice di sezione – ci restituiscono in forme mutuate dalla creazione musicale pop e dalla ricerca compositiva non-accademica, la denuncia di spoliazioni, di soprusi, di negazione dei diritti, di mancato riconoscimento e rispetto dell’identità sessuale, che sono tuttora sotto i nostri occhi. Il festival di settembre tratteggia una larga prospettiva del teatro musicale contemporaneo e del ruolo delle nuove tecnologie, della multimedialità, con programmazione di realtà virtuale e realtà aumentata applicata al suono, secondo forme e generi nuovi, codificati dai compositori coinvolti nel festival”.

Ars Ludi (ph Leonardo Puccini) Biennale dal vivo 2022
Ars Ludi (ph Leonardo Puccini)

Il programma (dal 14 al 25 settembre)

Intitolata Out of Stage, la Biennale Musica 2022 presenterà nuovi lavori di teatro musicale sperimentale commissionati a Simon Steen-AndersenHelena TulveMichel van der AaPaolo Buonvino e Annelies Van Parys, oltre a prime italiane di nuovi progetti di Alexander SchubertRino Murakami e Ondřej Adámek co-prodotti con altre istituzioni europee. Di Giorgio Battistelli, Leone d’oro alla carriera del 2022, sarà realizzata una nuova produzione di Jules Verne eseguita dai performer di Ars Ludi, Leone d’argento 2022, nella serata inaugurale del festival al Teatro la Fenice. Battistelli, autore di questa fantasia da camera in forma di spettacolo sarà impegnato anche nella inedita veste di regista.

Il programma del festival prevede inoltre alcuni classici del “teatro strumentale” di Mauricio Kagel, Georges Aperghis e lavori di compositori riconosciuti in questo ambito come Carola Bauckholt e François Sarhan.

Ci saranno le voci del compositore curdo-iraniano Mehdi Jalali, della statunitense di origine africana Yvette Janine Jackson, di Klein, performer nigeriana attiva a Londra, del compositore e producer americano di origini taiwanesi X. Lee, del compositore di musica elettronica fiorentino Daniele Carcassi e del gruppo di compositori nativi americani messo in luce dal progetto collettivo dello Shenandoah Conservatory.

Biennale College

Il programma di Biennale College – progetto della Biennale di Venezia dedicato alla formazione dei giovani – si interseca ai tre festival con un ciclo di masterclass destinato ad attori, performer, danzatori, drammaturghi, cantanti, video artisti, registi, giornalisti, scrittori, studiosi. 

Big Art Group - Broke House (ph Ves Pitts) - Biennale dal vivo 2022
Big Art Group – Broke House (ph Ves Pitts)

Per informazioni sui programmi e sulle candidature di Biennale College, si può aprire la pagina relativa a formazione artistica e stage.

Tutti i programmi

È invece la pagina ufficiale della Biennale di Venezia, quella da raggiungere per avere il quadro completo della programmazione dei tre festival, oltre che delle altre sezioni.

Giorni felici. La spensieratezza secondo Beckett

Lo so. Ottimismo non è una parola che usereste parlando di Samuel Beckett, o dei suoi lavori. Non se ne trova proprio in opere celebri come Aspettando Godot, oppure Finale di partita. Eppure, sotto la scorza di quel catastrofismo, qualche sintomo di felicità si intuisce. Fin dal titolo.

Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Monica Demuru in Giorni felici (ph. Duccio Burberi)

Parlo di Giorni felici, è chiaro. Felici come quelli della signora Winnie. La quale, pur cementificata dentro un tumulo che diventerà la sua tomba, incurante di tutto, continua a ringraziare il buon Dio per ogni “divino” giorno che Lui manda in terra. E si spazzola i denti, e rovista nella borsetta, e si pettina, e canta spensierata. “Tace il labbro, t’amo dice il violin…”: le note di un’operetta allegra di Lehár.

È per questo che Winnie è diventata famosa

Famosi sono anche Vladimiro e Estragone, quei due tipi malandati e sempre in attesa di Godot. Famoso è anche il vecchio Krapp, decrepito e sommerso dai nastri delle sue registrazioni.

Ma Winnie è di tutt’altra pasta.

Delle catastrofi, Winnie se ne infischia. Conficcata nel terreno, incapace di muoversi, se non con le braccia, poi solo con la testa, Winnie non si piange addosso, non si intristisce per quel disastro esistenziale, continua a amare il suo consorte Willie, e fino alla fine – “cinquantenne, ben conservata, grassottella e preferibilmente bionda” – si ostina a intonare la sua aria: “Tace il labbro, t’amo dice il violin. le sue note dicon tutte m’hai da amar… “.

Felice. Spensierata. Fiduciosa. Così mi è parsa Winnie nell’interpretazione che ne dà Monica Demuru, guidata dalla regia di Massimiliano Civica, in una nuova edizione di Giorni felici, che ha preso il via qualche giorno fa dal Teatro Metastasio di Prato

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Roberto Abbiati e Monica Demuru (ph Duccio Burberi)

Spensierata come una cinquantenne che si sia assicurata la pensione dell’Inps e si goda la nuova situazione. Fiduciosa e ben pettinata come la signora del brodo Star. Donne che si portano dietro solo una punta di malinconia per il passato. “Il vecchio stile” lo chiama Winnie. Il brodo di carne autentico, dico io.

I beneinfomati sostengono che proprio in ciò sta il tragico di Beckett, la sua depressiva ironia, il cosmico pessimismo. Nel fatto che Winnie non si renda conto della propria apocalisse e continui come se niente fosse a salutare ogni nuovo divino giorno, a parlare a Willie, a cantare. “Né peggio né meglio… nessun cambiamento…“.

Un po’ come noi, che siamo sull’orlo del baratro – dicono i beneinformati – e non ce ne accorgiamo.

Un briciolo di felicità per Winnie

Io invece dico che è più interessante, oggi, cercare dentro quel nero cupo beckettiano un sintomo, anche se piccolo, di letizia, un briciolo di felicità che non stia solo nel titolo. 

E quando la Winnie di Monica Demuru, con la sua lente d’ingrandimento, si ostina a leggere le minuscole lettere sullo spazzolino (“vera setola… animale”) e quando alla fine ci riesce, ecco, là per esempio, quel sintomo di felicità io lo trovo. E in tanti altri momenti.

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)

Con buona pace di tutti quelli che prevedono l’apocalisse prossima ventura, bellica, economica, climatica.

E con buona pace, anche, di tanta Beckett Industry che in sessant’anni – da quando Giorni felici venne pubblicato – ha sfornato allestimenti sopra allestimenti, saggi accademici sopra saggi accademici, siti in rete dopo siti in rete, e biografie dopo biografie (ma quella di James Knowlson, quella fareste bene a leggerla, nonostante le 876 pagine).

Anche se, in fondo in fondo, direi che, celebrando i propri giorni felici, Demuru e Civica aggiungano solo un’altra variante a un lunga serie di allestimenti che altro non sono se non una galleria di eccellenze d’attrice. Dalla Winnie aurorale di Laura Adani – parlo delle edizioni italiane, e di quelle che ho visto – via via a Giulia Lazzarini (per Strehler), Eva Robbin’s (per Andrea Adriatico), Anna Marchesini, Adriana Asti (per Robert Wilson), Nicoletta Braschi (per Andrea Renzi) … aggiungendoci pure l’aristocratica Natasha Parry. Alle cui spalle (“nude”) stava sorniona la regia del consorte Peter Brook.

Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)
Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)

Giorni felici per i pupazzetti

Un’ultima cosa devo ancora confessare. A me non sembra che i migliori interpreti di Beckett siano attori o attrici in carne e ossa. 

Ma piuttosto pupazzi, pupazzetti, burattini, bambole, ombre, l’universo intero del teatro di figura. Che si presta assai meglio di noi umani (sempre troppo umani) a mantenere in forma quei capolavori del ‘900. E a dare loro una speranza di vita che vada anche oltre il secolo in cui sono nati. 

Un vero sgambetto al beckettismo consueto lo avevano fatto per esempio quelli del Teatrino Giullare: Giulia dall’Ongaro e Enrico Deotti. Anni fa avevano portato in scena Finale di partita, manovrando le pedine di una scacchiera. Nel 2020, in pieno lockdown, hanno inventato una Winnie bambolina, tutta in stop motion digitale, felice, pop e inconsapevole dell’epidemia che le gravava attorno. 

Ma questo – di come Beckett possa sopravvivere al beckettismo – è un altro discorso. 

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GIORNI FELICI
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Roberto Abbiati e Monica Demuru
scene Roberto Abbiati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
produzione Teatro Metastasio di Prato

Tra rosa e noir. Con Scerbanenco sull’isola degli idealisti

Dopo che La nave di Teseo ha riscoperto e pubblicato il dattiloscritto (che si pensava disperso), ora L’isola degli idealisti diventa uno spettacolo teatrale. Una sfida. Vuoi per l’interesse che Massimo Navone regista, da sempre nutre per la narrativa di Giorgio Scerbanenco, vuoi per il rischio d’impresa che ha spinto a La Contrada, centro di produzione teatrale a Trieste, a mettere in scena il romanzo.

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
(ph Laila Pozzo)

Nel secondo dopoguerra, l’editore Rizzoli gli affidò la direzione di Novella, rivista femminile destinata a diventare poi Novella 2000, caposaldo di cronaca rosa. Ma anche su altri periodici del gruppo (Bella, Annabella) Giorgio Scerbanenco curava la posta del cuore, firmandosi Adrian o Valentino.

Prolifico scrittore di romanzi appunto rosa, Scerbanenco si riscatterà da quel colore. E diventerà negli anni 60, il maestro italiano del noir, o come si diceva da noi, del giallo. Asciutto, ironico, sarcastico, italiano.

Titoli vendutissimi: Traditori di tutti, Venere privata, I milanesi ammazzano al sabato, una raccolta ancora più esplicita: Milano calibro 9. Oppure il mix di guerra fredda, spionaggio, letteratura di frontiera e seduzione che corre nelle vicende di Appuntamento a Trieste.

Penna bifronte quella di Scerbanenco: inesorabile nelle storie d’amore, affilata nei romanzi investigativi.

Giorgio Scerbanenco
Giorgio Scerbanenco

La malavita in barca sul lago

Lettore instancabile dei suoi titoli è sempre stato il regista Massimo Navone. Che dopo aver preso in mano L’isola degli idealisti, scritto probabilmente nei primi anni ’40 (poi disperso, poi ritrovato e infine pubblicato nel 2018 da La nave di Teseo) ha immaginato che si potessero trasportare su un palcoscenico l’atmosfera malavitosa della sua Milano e la tranquillità annoiata di un lago lombardo. Combinandoli in una commedia brillante, come si diceva allora.  Ma con risvolti polizieschi.

Gli ha offerto l’occasione produttiva il teatro di Trieste La Contrada, che in questi giorni al Teatro Bobbio porta in scena quel titolo.

Ho parlato con Navone prima del debutto.

L'isola degli idealisti. Giorgio Scerbanenco. La nave di Teseo

Massimo Navone. L’intervista.

Senta Navone, partiamo dal giallo di questo giallo. C’è un romanzo che scompare e poi misteriosamente ricompare.

“Non è un mistero tanto misterioso. Quel titolo stava in un elenco che Scerbanenco aveva consegnato, come curriculum, alle autorità di frontiera quando nel settembre del ’43 era riparato in Svizzera. Tra le carte di famiglia, dopo molti decenni, il dattiloscritto è infine riemerso. l’Intenzione originaria era di pubblicarlo a puntate sul “Corriere”. Lo ha fatto invece, in volume, La nave di Teseo. Ma solo quattro anni fa”.

Lei lo ha letto e ne è rimasto colpito.

“La vicenda nasce da un’esperienza personale dello scrittore. Per certo periodo, durante la guerra, si ritrova sfollato sul lago d’Iseo. Lo affascina un’isoletta che si trova in mezzo al lago, dove sorge una villa. Decide che può essere il luogo in cui ambientare una storia. Immagina che una famiglia – padre, figlio, figlia – si siano trasferiti in quel luogo solitario dopo aver lasciato Milano. Vita altoborghese tranquilla, colta, annoiata, da eremiti quasi. Il loro patto affettivo, fortissimo, viene però scosso in una notte di tempesta. Tra i flutti, approda alla riva una piccola barca, con due balordi”.

E qui prende il via il giallo.

“Lei è una donna affascinante, sensuale, nata a Trieste. Lui un piccolo malvivente. Vivono di espedienti, sono due ladri d’albergo, inseguiti dalla polizia. Accoglierli o non accoglierli? si chiedono i membri della famiglia. Su ciò che separa personaggi così diversi, Scerbanenco impernia il racconto. L’ironia è sempre la cifra dei suoi romanzi. Qui la gioca tra lo humor sarcastico e lombardo dei tre milanesi e la follia triestina degli altri due”. 

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
Il cast insieme al regista Massimo Navone (ph Laila Pozzo)

Scerbanenco tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia

Milano e Trieste, dunque. Anche lei, Navone, è diviso tra questi due luoghi.

“Abitavo a Milano, ho preso casa qui. È naturale che quel particolare mi abbia attratto. In realtà sono da sempre un appassionato lettore di Scerbanenco, e ho intuito l’aspetto teatrale che potevo far assumere a questa vicenda”.

Appuntamento a Trieste è stato uno dei titoli più noti dello scrittore.

“Alla fine degli anni Ottanta, la Rai ne fece una miniserie tv, ambientata in città. Ero un giovane attore e mi ci sono trovato dentro anch’io. Ero l’attendente dell’agente segreto americano interpretato da Tony Musante. Ma i legami tra Scerbanenco e questa regione sono ancora più numerosi”.

A Lignano Sabbiadoro, località di villeggiatura, passava le sue estati. Là, ai tavolini dei caffè, inventava romanzi. Quella città lo celebra adesso con un premio importante.

“Viene giustamente considerato il maestro del noir italiano, e proprio questo romanzo, L’isola degli idealisti rappresenta lo spartiacque tra la sua produzione precedente e la successiva grande stagione dei gialli”.

Il teatro La Contrada sì è innamorato del suo progetto.

“Ho passato l’adattamento che ne avevo fatto a Livia Amabilino, direttrice del teatro. Ne è venuta fuori l’idea di una produzione. Scegliendo un cast che in qualche modo richiamasse le diverse dimensioni geografiche del racconto, il parlato snob della borghesia lombarda, il dialetto popolare di Trieste. Ma senza voler essere forzatamente realistico. Anche perché non è facile portare un’isola in palcoscenico. Dettagli di stanze e di mobili, prue di barche, pali d’ormeggio sembrano galleggiare sull’acqua mossa del lago nella scena creata apposta da Andrea Stanisci”.

[l’intervista è stata pubblicata, parzialmente, sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, il 28 febbraio 2022]

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L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
uno spettacolo di Massimo Navone
dal romanzo di Giorgio Scerbanenco
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Giacomo Segullia
con Pino Quartullo, Giusto Cucchiarini, Gianmaria Martini, Marzia Postogna, Antonio Veneziano e Anna Godina
produzione La Contrada

fino a domenica 6 marzo al Teatro Bobbio a Trieste, poi in tournée

Arsenico e vecchi merletti. Che poi tanto vecchi non sono

Qualche sera fa a teatro ho rivisto la commedia di Joseph Kesserling, con il titolo diventato famoso. Interpretata da Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati, con la regia di Geppy Gleijeses, Arsenico e vecchi merletti è nel mezzo di una travagliata tournée, piena di inciampi covid e recite annullate. In queste serate (fino a mercoledì 23 febbraio) è al Politeama Rossetti di Trieste.

È una commedia, non si discute. Strampalata, ovviamente démodé. Eppure… 

Marilù Prati e Anna Maria Guarnieri in Arsenico e vecchi merletti

Parlare di fine vita

Non prendetemi per visionario. Ma la storia di queste due anziane signore che si occupano di qualcuno che è avanti con l’età, abbandonato, solo, e si fanno in quattro per accompagnarlo al fine vita, con dolcezza e dignità, a me questa vicenda non pare solo una commedia famosa perché al cinema la interpretava Cary Grant e l’ha diretta Frank Capra.

Visto come è andata finire una settimana fa la faccenda del referendum sul fine vita consapevole, mi veniva spontaneo l’altra sera, mentre sul palcoscenico si sviluppava la trama di Arsenico e vecchi merletti, pensare che siamo rimasti parecchio indietro, se non addirittura arretrati, sui temi del fine vita, se già nel 1939, in un’America prossima alla guerra, qualcuno pensava che l’eutanasia fosse un tema di cui si poteva parlare al pubblico dei teatri, magari con il pretesto di una storia comica. 

Ma sotto il meccanismo comico, il tema c’era, eccome. E c’è ancora. Tolto l’intrigo inventato dall’autore Kesserling per far ridere, si è facilmente portati e riflettere su ciò che motiva quelle due anziane signore a prendersi cura e a accompagnare, con spirito di carità cristiano, chi non ha dove andare, se non quel bed&breakfast del buon congedo, chiamiamolo così. Ma possiamo anche dire hospice.

Loro avrebbero certo firmato

Oggi, Abby e Martha Webster – i due personaggi che reggono tutto il lavoro – farebbero sicuramente parte di uno dei tanti comitati che si stanno battendo per il referendum. E assieme a 1,2 milioni di persone avrebbero senza alcun dubbio firmato, per poter dare la parola ai cittadini su questo tema e – come dicono i promotori – “arrivare a una legge che renda tutti liberi di decidere sulla propria vita. Fino alla fine“.

Consegna degli scatoloni con 1,2 milioni di firme di richiesta del referendum

Detto questo, che non è poco, c’è da aggiungere che quel vecchio marchingegno di Joseph Kesserling, prima copione di teatro (nel 1939) poi sceneggiatura per il cinema (nel 1944), regge tutto sommato bene i suoi ottant’anni, anche grazie all’interpretazione di due formidabili signore del palcoscenico: Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati

La prima, dal carattere più schivo, non si concede spesso alle interviste e vive la sua grande carriera in modo defilato, con elegante understatement. La seconda è invece un vulcano. Nell’intervista apparsa sul quotidiano Il Piccolo di Trieste qualche giorno fa, me ne ha raccontate mille.

Marilù Prati. L’intervista

Basta fare un nome. Basta evocare un genere. Qualunque sia, lei c’era, lei lo ha praticato. Il teatro e il cinema, la tradizione e l’avanguardia, certe commedie scollacciate e la drammaturgia politica di Harold Pinter, gli spot televisivi e Luca Ronconi. Inoltre, tra i grandi, anche Eduardo De Filippo, Carlo Cecchi, Federico Fellini, Mario Monicelli.

Attrice, cantante, autrice, regista, Marilù Prati è uno scrigno di esperienze. E non smette mai di metterle a frutto. Come fa adesso, protagonista in questi giorni, assieme a Anna Maria Guarnieri, di Arsenico e vecchi merletti.

Titolo di successo, la gente se lo ricorda facilmente grazie al film del 1944, firmato Frank Capra, con Cary Grant. Le storia delle due adorabili vecchiette con tanti scheletri nell’armadio. Anzi in cantina: il luogo dove via via seppelliscono gli anziani inquilini del loro bed&breakfast accompagnandoli al fine vita con il sorriso e un delizioso liquorino. Corretto all’arsenico.

(ph. Fiorenzo Niccoli)

Dibattito etico a parte, è una tournée travagliata, questa del vostro spettacolo.

“Piena di fermate e di riprese, sospensioni, cambi nel cast, spettacoli annullati in 13 città a causa dell’epidemia. E anche del fatto che nostri due personaggi… hanno una certa età. Sono arrivata qualche mese fa per sostituire Giulia Lazzarini, ammalata, e poi Rosalina Neri, e qualche guaio di salute l’ho passato anch’io. Il tutto è ripagato però da uno spettacolo amato da ogni platea che abbiamo incontrato, e che continuerà anche durante la prossima stagione”. 

Pubblico entusiasta, dice chi l’ha potuto già vedere.

“Kesselring, l’autore, ha inventato una formidabile macchina di intrighi, la compagnia è bella, siamo tutti bravi. Poi ho il piacere di lavorare assieme a Anna Maria Guarnieri, attrice schiva ma di una generosità grandissima. Io stessa, con la mia parrucchetta grigia, mi diverto un mondo a interpretare una delle due velenose ziette”.

A quale delle sue numerose esperienze d’attrice è ricorsa per dar corpo al personaggio?

“Ho lavorato con Mario Ricci e Adriana Asti, con Ronconi e Monicelli, ma gli spettacoli fatti con Carlo Cecchi e Eduardo De Filippo, io li porto sempre con me. Sono un’attrice che ama il versante comico, ma la serietà e la dignità che ho appreso Eduardo rimangono delle costanti, anche se faccio ridere. E giuro che qui si ride tanto. Quando si riaprono le luci in sala, sopra le mascherine, vedo occhi felici e soddisfatti”.

Con Eduardo è lei stata protagonista in tv di “Na santarella”. Qual è il ricordo più affettuoso che ha dell’uomo?

“Eravamo a Napoli, al Teatro San Ferdinando, facevamo ‘Gli esami non finiscono mai’, una tenitura lunghissima, tre anni. Io ne avevo poco più di venti, lui 70. Ogni tanto concedeva a noi giovani attori di entrare nel suo camerino, per una chiacchiera, un giudizio. Una sera che ero da lui, aprì una minuscola cassaforte che conteneva un’ancor più minuscola bottiglia di whisky. Versò un piccola dose in un bicchiere. ‘Vedi, ogni sera prima dello spettacolo mi faccio un caffè e un baby. Serve a scaldare la voce’. Non l’ho dimenticato mai”.

[parzialmente pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste del 18 febbraio 2022]

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ARSENICO E VECCHI MERLETTI
di Joseph Kesselring
traduzione di Masolino D’Amico

regia di Geppy Gleijeses
liberamente ispirata alla regia di Mario Monicelli

con Anna Maria Guarnieri e Marilù Prati
e con Maria Alberta Navello, Leandro Amato, Totò Onnis, Luigi Tabita
e Tarcisio Branca, Bruno Crucitti, Francesco Guzzo, Daniele Biagini, Lorenzo Venturini
scene di Franco Velchi
costumi di Chiara Donato
musiche di Matteo D’Amico
artigiano della luce Luigi Ascione
produzione Gitiesse Artisti Riuniti

Tiago Rodrigues, Ginevra, la Croce Rossa. Teatro e soccorso umanitario

Sì, lo farò, nella misura del possibile. Lo diciamo a volte per mettere le mani avanti. Nella misura dell’impossibile, dice invece il regista Tiago Rodrigues. E lo fa, parlando di soccorsi umanitari. Il debutto italiano dello spettacolo, domani 18 febbraio a Teatro Contatto a Udine.

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

Nella misura del possibile. Lo diciamo quando siamo decisi a fare qualcosa, ma già mettiamo le mani avanti, perché conosciamo anche i limiti del nostro fare: le complicazioni, gli impedimenti, gli ostacoli.

Con Dans la mesure de l’impossible, titolo della nuova creazione teatrale, Tiago Rodrigues ci vuole invece dire che gli ostacoli ci possono abbattere, e che i limiti vanno superati. Se c’è la necessità di farlo. Nei momenti di crisi, bisogna farlo. Nella misura dell’impossibile.

Quarantacinque anni, nato a Lisbona, attore, autore, regista, Rodrigues è un uomo di teatro. Ma è anche uno che conosce il mondo, i mondi. Qualche mese fa è stato nominato direttore artistico del Festival di Avignone il più rinomato tra i festival di teatro al mondo. Lo sarà ufficialmente dal 1 settembre 2022, con un mandato di 4 anni. Su QuanteScene! ho parlato molte volte di lui.

Da un po’ Rodrigues ha preso alloggio a Ginevra – dicono le note che presentano Dans la mesure de l’impossible – e ha intervistato coloro che lavorano nelle due più importanti associazioni umanitarie, quelle che mettono in campo decine di migliaia di persone in tutto il mondo: la Croce Rossa e Medici Senza Frontiere. Ha raccolto le loro parole, in francese e in inglese. Poi si è messo a scrivere nella sua lingua, il portoghese.

 

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

 

La realtà delle emergenze

Dans la mesutre de l’impossibile è quindi uno spettacolo che affronta il tema delicato e spinoso degli aiuti umanitari nelle zone di crisi. È il tentativo di capire il lavoro dei professionisti e dei volontari sanitari. Affonda nella realtà delle emergenze, la documenta, la sottopone agli occhi, all’attenzione, all’emotività degli spettatori. 

Ho voluto occuparmi dei problemi degli uomini e delle donne che vanno e tornano da zone d’intervento critiche, pericolose” spiega Rodrigues. “Quali sono le ragioni che li hanno spinti a fare di questo principio una professione? E cosa succede quando tornano indietro, nelle nostre comode zone di pace?

Nato da una proposta della Comédie de Génève / Ginevra, realizzato grazie a un cordata internazionale di teatri, subito dopo le repliche nella città della Croce Rossa, Dans la mesure de l’impossible arriverà a Udine, prima tappa italiana, il 18 e il 19 febbraio 2022, nel cartellone del CSS – teatro stabile di innovazione – che di quella cordata fa parte.

CSS Udine - Tiago Rodrigues

Quattro domande a Tiago Rodrigues

In vista del debutto, abbiamo posto al regista alcune domande.

Sono questi due anni di epidemia che l’hanno spinta a occuparsi di situazioni di emergenza, zone di crisi, aiuti umanitari?

L’idea che sta dietro a Dans la mesure de l’impossible è precedente all’epidemia. Mi era capitato di parlare con persone che lavoravano nel settore degli aiuti umanitari e sono rimasto profondamente colpito dalla loro esperienza. Penso che lavorare tra pericoli, conflitti, sofferenze e catastrofi abbia permesso loro di acquisire uno speciale punto di vista sul mondo. E abbia anche avuto un impatto molto personale sulle loro vite”.

Certo la pandemia ha cambiato il modo in cui la sua ricerca si è sviluppata.

Era previsto che viaggiassi attraverso alcune regioni del mondo e li osservassi mentre sono all’opera. Molti di questi itinerari sono stati cancellati. Tuttavia, invece di annullare o differire il progetto, ho sentito che farlo ora era ancora più importante. Se queste persone sono costrette a lavorare in situazioni difficili, mi sono detto, perché non dovrei farlo anch’io? Così ho deciso di partire dalle interviste e dagli incontri che ho fatto e sono soddisfatto, perché questo permette davvero di guardare il mondo attraverso i loro occhi”.

Si può perciò parlare Documentary Theatre, teatro documentario?

Non è teatro documentario, lo potremo definire invece teatro documentato. Non c’è mai stata l’intenzione di scrivere un saggio o un reportage sul fenomeno. Ciò che facciamo non riguarda gli aiuti umanitari nel loro complesso, come se fossero una foresta. Ci occupiamo solo di trenta alberi, trenta storie di soccorso, ciascuna basata sul racconto di un operatore“. 

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

 Che metodo avete seguito lei, drammaturgo e regista, e i cinque performer che sono in scena?

Siamo partiti da eventi e interviste reali, ma ci siamo poi mossi verso una dimensione più teatrale. All’approccio giornalistico abbiamo aggiunto la scena, gli strumenti narrativi, manipolando il linguaggio, cambiando l’ordine degli eventi, organizzando le emozioni. Interpretando la realtà con la sensibilità del teatro. È un lavoro, questo, in cui ci sono attori che raccontano storie che sono state raccontate loro da coloro che le hanno vissute. A volte le parole sono esattamente quelle dette. Altre volte se ne distaccano, liberamente. E non è facile per lo spettatore, distinguere“.

Agli spettatori dunque che cosa chiedete? Cosa vi aspettate da loro?

La sola cosa che, sempre, mi aspetto dagli spettatori è che riconoscano che il mio lavoro è importante per qualcuno. È chiaro: ci tengo a emozionare il pubblico, cerco di condividere con loro cose che hanno importanza per me, propongo un diversa maniera di osservare parte delle nostre vite, provo a fare delle domande. Non è detto che funzioni per tutti. Ma va bene così, nella misura in cui si capisce che questo lavoro è importante almeno per qualcuno. Ci sono un sacco di esperienze artistiche che non mi toccano profondamente, e tuttavia posso riconoscere che, a qualche persona hanno cambiato la vita“.

[una versione corta di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste il 16/2/2022]

 Il trailer dello spettacolo: https://www.theatre-contemporain.net/video/tmpurl_fi1BKUFS

Per altre informazioni e prenotazioni, vai al sito di CSS – Udine.

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DANS LA MESURE DE L’IMPOSSIBLE

testo e regia Tiago Rodrigues
traduzione Thomas Resendes
interpreti Adrien Barazzone, Beatriz Brás, Baptiste Coustenoble, Natacha Koutchoumov, Gabriel Ferrandini (musicista dal vivo)
scene Laurent Junod
composizione musicale Gabriel Ferrandini, suono Pedro Costa
costumi Magda Bizarro
assistente alla regia Lisa Como

una produzione Comédie de Genève 
in coproduzione con Odéon – Théâtre de l’Europe – Paris, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Nacional D. Maria II – Lisbonne, Équinoxe – Scène nationale de Châteauroux, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG – Udine, Festival d’Automne à Paris, Théâtre national de Bretagne – Rennes, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, CDN Orléans – Val de loire, La Coursive Scène nationale La Rochelle
con l’aiuto di CICR – Comité international de la Croix-Rouge

spettacolo in francese, inglese e portoghese, sottotitolato in italiano

18 e 19 febbraio 2022, Teatro Palamostre, Udine
25, 26, 27 maggio 2022, Piccolo Teatro, Milano

 

Harold e Maude. La New Age degli anni ’70 diventa teatro

Ci sono film che alla prima uscita sembrano filmetti. Poi, inesorabilmente, diventano titoli di culto. È il caso di Harold e Maude, apparso nel 1971 e felicemente impresso nella memoria di tutti coloro che in questi 50 anni lo hanno visto. Magari per caso, ma ne sono rimasti colpiti.
Trasformarlo in uno spettacolo teatrale è un’impresa. Ma ci si può provare.

Ariella Reggio e Davide Rossi in Harold e Maude – La Contrada
Ariella Reggio e Davide Rossi in Harold e Maude – La Contrada (ph. Mario Bobbio)

Prova infatti a farlo Diana Höbel, attrice e in questo caso regista, che ha proposto l’idea al Teatro La Contrada di Trieste. Höbel sapeva di avere il materiale adatto.
Un’attrice di grande simpatia e versatilità, con l’età giusta, Ariella Reggio. E un giovane attore, Davide Rossi, disincantato quel che basta, per interpretare la parte di un ragazzino che, dopo aver a lungo flirtato con la morte, comincia a amare la vita.

Partiamo dal titolo. Harold ha 18 anni, coltiva uno spiccato humor nero, funerario e macabro. Simula suicidi e frequenta volentieri i cimiteri. Maude di anni ne ha invece 80, anzi quasi ottanta, ma della vita riesce a apprezzare tutto. Proprio tutto, compresa la morte, che non le fa affatto paura.

In occasione di un funerale qualsiasi scatta la scintilla. Si annuseranno, si conosceranno, si appassioneranno, si innamoreranno. Lui le farà una proposta di matrimonio.

Per sintonizzarvi sulla vicenda, intanto, ecco un trailer del film.

Un film del 1971

A srotolare indietro cinquant’anni di pellicola, fa impressione pensare quanto quel film anticipasse i tempi.

Se a due anni dal ’68, il pensiero New Age cominciava a diffondersi, Maude ne è il vivace emblema. Si nutre di filosofie orientali, è attenta all’ambiente, mangia e beve biologico. A ottant’anni se ne frega del body-shaming e pensa che la terza età non sia un castigo.

Anche Harold, con quell’arietta scostante e certe punte di autismo, è un precursore. Uno che silenziosamente si ribella al conformismo, all’ipocrisia, alla pressione sociale che lo circondano. Senza prendere la via delle droghe psichedeliche o dell’India. Per protesta Harold si rifugia invece in sé e nelle proprie ossessioni mortifere. Prelude quasi all’hikikomori odierno.

Un’altra breve sequenza:

Che tutto ciò si manifesti in un film, decisamente divertente, del 1971, con la colonna sonora incisivissima di Cat Stevens, lascia oggi un piacevole senso di nostalgia.

O di rimpianto per una cinematografia più spigliata e libera di quella “correttamente inclusiva” che passa oggi, soprattutto attraverso il digitale. 

Del resto il regista del film, Hal Ashby, fan dei Rolling Stones, convintamente vegetariano e hippy, capello lungo e spinello eterno, aveva cercato di catturare nel film il proprio desiderio di futuro. Sconfessato subito dal nixonismo e dal reaganismo degli USA che verranno.

Oggi, nel tempo di Greta e del bio

Non stupisce che oggi, ai tempi di Greta e del bio, lo stile allora eccentrico e ambientalista di Maude, sia una pratica diffusa.

La incarna in modi davvero credibili Ariella Reggio, icona teatrale del nord-est italiano, esperienze di scena e di set con Giorgio Strehler e con Woody Allen, a proprio agio tanto negli spot pubblicitari tanto nella cinematografia dei nuovi autori, spiritosa e disinvolta sui social. Una che del mondo vuole conoscere tutto.

Così com’è credibile Davide Rossi: lui e il suo funebre abituccio nero, sembrano tagliati apposta per il taciturno e scostante carattere di Harold. Che la relazione affettiva con Maude, incoraggerà verso un diverso abbraccio alla vita.

Harold e Maude  - locandina

Il realismo leggero di un film come Harold e Maude si presta con qualche difficoltà ai limiti della scena. E si immagina quante soluzioni siano state escogitate nel lavoro di regia da Diana Höbel, in quelli dello scenografo (Andrea Stanisci) e del musicista (Claudio Rastelli) per assicurare ai due personaggi l’affetto del pubblico.
Che tuttavia si manifesta, aiutato pure dalle figure di contorno (la madre di Harold, lo psicologo, il prete, il poliziotto… le istituzioni insomma) inevitabilmente spinte verso la macchietta.

Ma il gusto per una vita da vivere senza rinchiudersi nelle gabbie del conformismo, la scomparsa della barriera delle età, il senso liberatorio e libertario della vicenda, alla fine restano intatte.

Il poliziotto: Signora, la patente, prego.
Maude: Non ce l’ho, io non credo nelle patenti.

Certo ci sarebbe piaciuto veder arrivare in palcoscenico Maude-Reggio alla guida di una potente Moto Guzzi V7 (come succedeva nel film, o almeno di una scoppiettante Gilera). Vroomm vroomm
Ma sappiamo quali sono i limiti del teatro. Del resto, nemmeno Aida si fa più con gli elefanti. E forse non si è mai fatta.

Davide Rossi e Ariella Reggio in Harold e Maude – La Contrada (ph. Mario Bobbio)

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HAROLD E MAUDE
di Colin Higgins
adattamento e regia Diana Höbel
con Ariella Reggio, Davide Rossi, Marzia Postogna, Maurizio Zacchigna, Valentino Pagliei, Enza De Rose e Omar Giorgio Makhloufi
musiche Claudio Rastelli
scene e costumi Andrea Stanisci
disegno luci Bruno Guastini
produzione La Contrada – Teatro Stabile di Trieste

dal 10 al 20 febbraio 2022, al Teatro Bobbio di Trieste, poi in tournée

Del teatro, a David Foster Wallace, gliene importava un fico. Però…

Del teatro, a David Foster Wallace, gliene importava un fico. Ai teatranti invece, Foster Wallace ha sempre fatto gola. Brevi interviste con uomini schifosi potrebbe dimostrare ancora un volta questo teorema. Il debutto è previsto a Napoli, Teatro San Ferdinando, il primo febbraio. Regia dell’argentino Daniel Veronese. Interpreti Lino Musella e Paolo Mazzarelli. Qualcosa da vedere, insomma.

Brevi interviste con uomini schifosi  Foster Wallace

La distanza tra la scrittura di David Foster Wallace e il teatro è tanta. Ma chi crea e chi produce per la scena – parlo di quella italiana in particolare – ha provato ad accorciarla. 

Nel decennio che ha fatto seguito al suicidio dello scrittore americano (settembre 2008), un’attrazione imprevedibile ha spinto uomini e donne di teatro a riprendere in mano una decina dei suoi volumi, diventati nel frattempo oggetti di culto, da Infinite Jest a The Pale King

Li hanno riletti con specifica curiosità e con attenzione, per scoprire se la macchina narrativa DFW poteva avventurarsi, oltre che sulle comode autostrade della distribuzione libraria, anche su percorsi più accidentati. Quelli della scena cioè, nella molteplicità delle sue tante forme e nelle sue infinite variazioni. Anche perché la vita secondo Foster Wallace sembra fatta di molte più virgole che punti fermi.

Così a incrementare il fenomeno DFW (che in questi anni due anni di pandemia ha subito qualche rallentamento) ecco ora il rilancio di Brevi interviste con uomini schifosi. Un libro del 1999, pubblicato in Italia l’anno dopo, con l’introduzione di Fernanda Pivano. Nientedimeno.

copertina Brevi interviste con uomini schifosi

Il Mercadante – teatro nazionale di Napoli – lo produce adesso assieme a Marche Teatro, al TPE piemontese e altri partner, e ne affida la regia a Daniel Veronese, regista argentino. Che è uno dei punti forti, assieme e Foster Wallace e al duo Musella-Mazzarelli, di questa avventura transoceanica.

Lasciare un segno

Interessante, per l’Italia, il ritorno di Daniel Veronese. Argentino, ma con base anche a Madrid, regista di un teatro di oggetti, poi autore, poi direttore di festival internazionali, poi di nuovo regista ma di attori, Veronese era conosciuto da noi come fondatore del Periférico de Objetos, poi come autore di titoli che lasciavano il segno, mentre polemicamente picconavano la drammaturgia borghese. Spiando una donna che si uccide (da Zio Vanja di Cechov), I figli si sono addormentati (da Il gabbiano), Tutti i grandi governi hanno scansato il teatro intimo (da Hedda Gabler di Ibsen). O ancora, Modi per rivolgersi alle madri dei minatori, mentre sperano che i loro figli risalgano in superficie.

Così sembrerebbe appartenergli e confondersi con la sua drammaturgia, anche questo titolo, Brevi interviste con uomini schifosi (se non che l’autore è effettivamente DFW). Opera in cui la fluvialità della scrittura cresce in 26 brevi racconti e nello spettacolo si condensa in otto interviste appunto con uomini schifosi (hideous è il termine americano), che fronteggiano sempre una donna. Un rapporto tra il maschile e il femminile che “mette in luce tutte le fragilità, le gelosie, il desiderio di possesso, la violenza, il cinismo insiti nei rapporti affettivi. Il risultato è comico e disturbante allo stesso tempo”.

Foster Wallace - Interviste - Musella - Veronese - Mazzarelli
In prova con il regista Daniel Veronese

Foster Wallace, meravigliosamente scomodo

“Foster Wallace è un autore meravigliosamente scomodo per il lettore – spiega Veronese – sembra sempre che voglia giocare a gatto e topo con lui. In questo caso esplora otto personaggi maschili, che prima ritrae con un volto innocente, quasi una caricatura, e poi denuncia, con le armi dell’ironia e del sarcasmo, per le loro riprovevoli azioni di sottomissione, di prevaricazione maschile sulle donne“.

“Ero a Madrid, sei o sette anni fa – continua Veronese – e ricordo che fin dalla vetrina quel titolo mi aveva sedotto. Comprai il libro e tornai in Argentina. Lo lessi e lo rilessi, sembrava che questi materiali fossero là ad aspettarmi. Fu proprio il lavoro di riscrittura a chiarirmi le idee. Per dare un senso attuale a quei monologhi di Foster Wallace, a quell’alternarsi di maschile e di femminile, per rendere psicologicamente plausibile quel potenziale violento maschile, che non è certo tramontato, ci volevano proprio due uomini. L’accoglienza che lo spettacolo ebbe in Argentina e poi in Cile ne è la dimostrazione. Alcune donne mi spiegarono di aver ritrovato in quelle figure maschili il proprio stile di comportamento. Il patriarcato non è solo un problema maschile“.

Foster Wallace - Interviste - Musella - Veronese - Mazzarelli

Ogni volta è diverso

“E tuttavia, ciò che rende vivo il teatro è che ogni diverso luogo, ogni diversa combinazione di attori, e di registi, creano un prodotto nuovo. È ciò che giorno per giorno verifico con i miei due attuali compagni di strada – Lino Musella e Paolo Mazzarelli – con i quali stiamo dando una nuova forma e una nuova vita al mio progetto di allora“.

“Perché in queste storie – confermano i due, Musella e Mazzarelli – investiamo il nostro personale vissuto. Il teatro, diceva Amleto, è specchio della natura. Tanto più ci avviciniamo ai volti di questi uomini, tanto più scopriamo, nel riflesso di quello specchio, le dolorose consonanze con una natura umana che ci appartiene in quanto maschi. Comportamenti dai quali avremmo il dovere di emanciparci. Ma andare così a fondo, diciamolo, fa male”.

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BREVI INTERVISTE CON UOMINI SCHIFOSI
di David Foster Wallace
traduzione Aldo Miguel Grompone e Gaia Silvestrini
regia e drammaturgia Daniel Veronese
con Paolo Mazzarelli e Lino Musella 

produzione, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Marche Teatro, Tpe Teatro Piemonte Europa, FOG Triennale Milano Performing Arts, Carnezzeria srls
con il sostegno del Teatro di Roma-Teatro Nazionale, e in collaborazione con Timbre 4 Buenos Aires

Dopo il debutto del 1 > 6 febbraio, al Teatro San Ferdinando di Napoli, lo spettacolo sarà in scena a:
Roma, Teatro India 8 > 13 febbraio 2022
Torino, Teatro Astra 15 > 20 febbraio 2022
Milano, Triennale Teatro dell’Arte 22 > 24 febbraio 2022
Ancona, Teatro Sperimentale 4 > 5 marzo 2022

STORIE – Eimuntas Nekrošius. Due occhi di acciaio che mi hanno fatto a fette

Li ricordo come se fosse ieri. Occhi chiari, luminosi, taglienti. Puntati su di me, che forse avevo detto qualcosa di sbagliato. Sono passati più di vent’anni da quell’incontro. Eppure lo sguardo di Eimuntas Nekrošius, il regista lituano scomparso nel 2018, quello sguardo in me è sempre vivo.

Sono stato rimproverato per aver trascurato le Storie. Mi hanno detto che la rubrica dei miei Incontri con uomini (e donne) straordinarie vale più delle cronache di un teatro del presente. A cui questo blog sarebbe comunque dedicato.

Riprendo a raccontare Storie, allora. E alle figure di un passato prossimo – Harold Pinter, Kazuo Ohno, il signor Ikea, Milva – aggiungo ora quest’altro indimenticabile maestro del teatro. 

Nekrošius mi squadrò

Dovevo aver detto qualcosa che non andava. Ma non sapevo che cosa avevo detto. O meglio, che cosa la gentile interprete aveva tradotto. Lui mi squadrò, puntò la lama dei suoi occhi su di me, non disse una parola sola. Capii all’istante che il nostro incontro era giunto al termine. E anche in maniera un po’ brusca.

Era un’estate calda e tranquilla, quella del 2000. Si allargava attorno la campagna del Friuli e non c’era pressione o ansia nell’attesa di quell’intervista, a cui però tenevo tanto. Il luogo era un’antica casa colonica, restaurata, poco fuori dal centro di Fagagna, un paesone a qualche decina di chilometri da Udine. Il tempo e il posto ideale per l’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri del teatro, il corso internazionale di alta specializzazione per attori ideato da Franco Quadri. Quell’anno il maestro era Eimuntas Nekrošius.

Grazie alla sua trilogia shakespeariana (Amleto, Macbeth, Otello), grazie a Tre sorelle di Cechov, Nekrošius era allora già noto in Italia. Nota era anche la sua ritrosia, il suo parlare minimo, riservato, severo. Proprio per questo volevo incontrarlo. E per quell’incontro mi ero preparato bene. Nessun registratore: solo carta e penna. Poche domande. 

Sono sicuro che Nekrošius conoscesse la lingua inglese, e persino parecchie parole di italiano: sapevo che amava tanto Dante e la Divina Commedia. Ma per proteggersi, per mettere un sottile velo tra sé e gli altri, esigeva sempre che un interprete, anche due, traducessero da qualsiasi lingua in lituano, oppure in russo.

Dieci, quindici, venti secchi di zinco

Con il gruppo dei giovani attori dell’Ecole e due interpreti, Nekrošius stava lavorando in quelle settimane su Cechov, sul Gabbiano. Dalla stanza in cui ci trovavamo in quel momento, si scorgeva la sala prove, dominata da una ventina di secchi di zinco e girandole colorate. Che insieme sarebbero stati il segno di quello spettacolo. Un gabbiano grazie al quale attori italiani come Fausto Russo Alesi, Pia Lanciotti, Paolo Mazzarelli, Alessandro Riceci e i loro compagni stranieri, avrebbero spiccato il volo, sempre più presenti nelle locandine del teatro europeo. 

Fausto Russo Alesi nelle prove di Il Gabbiano di Cechov

Cominciammo. “Dei miei lavori preferisco non parlare mai. Possiamo parlare d’altro“. Nekrošius lo mise in chiaro subito.
Attraverso il filtro dell’interprete, chiesi qualcosa su Cechov. “Ci torno sopra spesso – disse solamente – è piacevole e divertente. Finché vivo ci tornerò sempre“.
Mi era arrivata all’orecchio la notizia che fosse stato chiamato a mettere in scena il Macbeth di Verdi. “Su questo progetto non vorrei dire niente. Sono stato incauto nel confessarlo a qualcuno. È anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“.
Domandai anche qualcosa della sintonia con altri artisti. “Non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. No, non cerco la vicinanza di nessuno“.

Il grande freddo

Oltre quelle parole, tradotte dall’inaccessibile (per me) lingua baltica, mi appariva sempre più concreto il velo della solitudine dentro cui il taciturno maestro era abituato ad avvolgersi.

Mi ricordai una frase che avevo letto: un suo pensiero espresso qualche anno prima.
Noi lituani – aveva detto all’incirca Nekrošius – siamo molto diversi dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno“.

Così mi venne spontaneo chiedere che cosa il suo teatro avesse assorbito da quei campi di patate.
Non quanto l’interprete abbia capito la domanda, o in che forma la traduzione sia giunta all’orecchio del regista. Non so davvero se a essere importuno ero stato io. Vidi solo i suoi occhi farsi più chiari ancora, di neve, di ghiaccio.
Sentii le due lame che mi tagliavano a fette, da capo a piedi. Il grande gelo.
Non disse una parola. Anche l’interprete mi squadrò. Più severa ancora. O forse più disperata.
Mi uscì dalla bocca, incomprensibile, malconcio, un mezzo saluto in inglese e presi la porta, turbato. Per fortuna fuori c’era il sole d’agosto. E gli attori in pausa, facevano merenda.

Qui sotto, un breve video dall’allestimento finale (2001) del Gabbiano.

La fortezza dell’arte

Quattro anni fa, maggio 2018, ero a Vilnius. Il Ministero lituano della Cultura aveva interesse a far conoscere a giornalisti stranieri le realtà artistiche della nuova Lituania. Quella post-sovietica. Mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo Nekrošius. Scambiare due parole, dopo che in tutti quegli anni, avevo visto almeno una decina, forse anche più, dei suoi spettacoli. 

Anticipato da una telefonata ufficiale, il gruppo di noi giornalisti ha bussato alla porta di legno di Meno Fortas, la sede della sua compagnia, il cui nome, tradotto, vuol dire La Fortezza dell’arte.
Ci hanno accolti, abbiamo parlato a lungo con un suo assistente e visto qualche video dei lavori che la compagnia aveva in cantiere. Aspettavamo lui. Ma niente. Pochi mesi dopo è arrivata la notizia della scomparsa. 

Eimuntas Nekrošius

Chi ha paura del futuro? I 40 anni di Teatro Contatto: quelli che verranno

Teatro Contatto 2022, il cartellone del CSS di Udine, teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, tocca quest’anno quota 40. Si potrebbero rievocare i quattro decenni trascorsi. Meglio immaginare quelli futuri.

Teatro Contatto 2022

Controcorrente. In tempi complicati come questi non è facile muoversi in direzione contraria. Ma è necessario farlo. Per non restare in balia dei flussi negativi.

Nel 1982 a Udine, città di provincia e di caserme, un manipolo di ventenni raggruppato sotto un’inedita etichetta – CSS – ideava una stagione di spettacoli e la chiamava Teatro Contatto.

Oggi, nel 2022, quarant’anni dopo, il CSS di Udine è teatro stabile di innovazione e centro di produzione, tra i primi i Italia per volume di attività e capacità di internazionalizzazione.

In queste settimane l’impatto della pandemia sulle attività di spettacolo dal vivo torna ad essere allarmante. Teatri, sale, programmatori si tengono sul vago, in attesa di capire quali disposizioni regoleranno la loro vita quando metà della popolazione italiana e europea risulterà contagiata.

Controcorrente, in questa fase di incertezze e pensieri negativi, Teatro Contatto consolida e lancia il suo nuovo progetto annuale: quello a quota 40.

Chi ha paura del futuro? 

È ciò che si domandano i progettisti di Teatro Contatto. Ma si potrebbe anche scrivere: Chi ha paura del futuro! Per intendere che il futuro è comunque un’incognita, ma non per questo ci deve fermare.

Ecco quindi schierate sulla distanza dei prossimi sei mesi, le produzioni e le ospitalità che Teatro Contatto 2022 mette in campo. Sicuro che chi si arrende all’incertezza, si arrende tout court.

Gli internazionali

Il più interessante, il più internazionalizzato, è il progetto che vede Teatro Contatto tra i produttori del nuovo spettacolo di Tiago Rodrigues. Il titolo sarà:  Dans la mesure de l’impossible.

Il regista portoghese, stimato nel mondo, Premo Europa per il Teatro 2018, Premio Pessoa 2019, e dal prossimo autunno anche direttore del Festival d’Avignone, ha un rapporto consolidato con Udine. Nel 2019 Rodrigues era stato maestro all’Ecole des Maitres, il corso di alta professionalizzazione per attori. Là è nato il rapporto che, dopo alcuni spettacoli, porta adesso i progettisti CSS a co-produrre il suo nuovo titolo assieme a Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano, Odéon di Parigi, Teatro di Strasburgo. Il 18 e il 19 febbraio prossimi, Dans la mesure de l’impossible sarà al Teatro Palamostre.

Tiago Rodrigues - Teatro Contatto 2022
Tiago Rodrigues

Dopo aver deciso di occuparsi dei numerosi teatri di guerra presenti nel pianeta, Rodrigues ha voluto conoscere da vicino il mondo della Ginevra internazionale, il direttore della Croce Rossa, i professionisti che lavorano con lui, medici, infermieri, operatori sociosanitari, mediatori culturali. Ha quindi provato a guardare il mondo attraverso i loro occhi e le loro responsabilità. Ispirato dalle loro testimonianze, ne racconta adesso le storie. Cosa spinge un essere umano a scegliere di rischiare la propria vita per aiutare gli altri?

Produzione internazionale è anche quella sviluppata con Agrupación Señor Serrano. Dopo aver debuttato al Festival International des Arts Bordeaux Métropole e lo scorso luglio alla Biennale di Venezia, la compagnia di Barcellona premiata con il Leone d’argento, presenterà anche a Udine The Mountain.
Lo spettacolo “pone il tema delle fake news al centro del suo stupefacente universo multimediale dove convergono la prima spedizione sull’Everest, Orson Welles, un sito web di fake news, un drone che scruta il pubblico, molta neve, schermi mobili e Vladimir Putin“.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain
Agrupación Señor Serrano – The Mountain

Gli italiani

Produzione italiana, realizzata insieme a Marche Teatro sarà il nuovo lavoro scritto da Liv Ferracchiati. Elaborato durante le sessioni dell’Ecole des Maitres 2021 (che era impostata sulla scrittura e necessariamente si è svolta in remoto) il nuovo progetto drammaturgico d’autore si intitolerà Uno spettacolo di fantascienza e troverà spazio in un verosimile 2050, o da quelle parti.
Ispirato all’ultimo progetto, mai realizzato, di Cechov, questa pièce ambientata su una nave diretta al Polo Nord, riprende l’idea di quel viaggio e lo immagina collegato al tentativo dei suoi tre personaggi di scongiurare una catastrofe climatica“.

Nuova produzione CSS sarà anche A+A Storia di una prima volta, scritta e diretta dal regista Giuliano Scarpinato e realizzata con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
Con grazia, poesia e adeguata ironia lo spettacolo racconta il viaggio di due adolescenti come tanti, alla scoperta dell’intimità nella quale i due protagonisti dovranno destreggiarsi, tra falsi miti, paure ed ansie, per giungere insieme a qualcosa di unico, speciale ed irripetibile“.

Gli ospiti e gli incontri

Il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini offrirà a Teatro Contatto l’occasione per ospitare un lavoro di Ascanio Celestini intitolato Pasolini Museo.
Qual è il pezzo forte di questo Museo? – si domanda il performer romano – Quale oggetto dobbiamo cercare? Quale oggetto dovremmo impegnarci a acquisire da una collezione privata o pubblica, recuperarlo da qualche magazzino, discarica, biblioteca o ufficio degli oggetti smarriti?”

Emma Dante - Pupo di zucchero
Emma Dante – Pupo di zucchero

Saranno presenti nella prima parte del cartellone 2022 anche Carrozzeria Orfeo (con Miracoli metropolitani), Emma Dante (con Pupo di zucchero e le dieci sculture create ad hoc da Cesare Inzerillo) e  Il bacio della vedova di Israel Horovitz, “ipnotico viaggio dentro i rimbalzi psicologici della violenza sulle donne, orchestrato dalla regia di Teresa Ludovico“.

Alle produzioni e agli spettacoli ospiti si intrecceranno gli incontri Il futuro accade che sul palcoscenico del Palamostre udinese inviteranno a conversare, tra gli altri, Alberto Negri (giornalista del Sole 24), Chiara Valerio (scrittrice e editor della casa editrice Marsilio), Francesca Cavallo (scrittrice e coautrice della serie bestseller Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli) e Massimo Polidoro (psicologo, giornalista, esperto nel campo delle fake news delle pseudoscienze).