Addio Peter Brook, agile tigre, leone bianco

Se ne è andato l’ultimo maestro del teatro del Novecento. Peter Brook, 97 anni. Tigre agilissima e crudele, prima. Leone bianco e saggio filosofo, poi. Una vita nell’arte, longeva, tumultuosa. Una scena universo, la sua. 

Peter Brook, l'ultimo maestro

Scopritore di un teatro crudele (“Marat-Sade” di Peter Weiss) e inventore di un nuovo Shakespeare (“Sogno di una notte di mezza estate”). Fedele ai classici della modernità (“Giorni felici” di Samuel Beckett) ma anche inclusivo, quanto altri mai (“The Ik”, sulla scomparsa di una popolazione africana, oppure “Mahabharata”, saga infinita delle mitologie indiane).

Peter Brook, origini russe, formazione britannica, residenza in Francia, estimatore della cucina italiana, era un europeista del teatro. Prima ancora che la parola nascesse.

E conosceva bene questo Nordest d’Italia.

Con lui, in distilleria

A fargli da guida, erano stati Giannola Nonino e la sua famiglia, quella estesa del Premio Nonino. Lo premiarono nel 1991, tra i grandi calibri della scena culturale del ‘900 (come avevano fatto con Jerzy Grotowski). E poi lo vollero nella Giuria, che si riuniva ogni gennaio, facesse pure freddo, nella dorata e accogliente culla delle grappe: la distilleria di Percoto, pochi chilometri da Udine. 

Narratore brillante e di spirito, davanti al bicchierino di altro spirito, alcolico, che Giannola continuava a riempire, là a Percoto, nelle interviste ai giornalisti di tutti i Paesi, Brook sciorinava la sua dettagliata esperienza del mondo. E del teatro soprattutto.

Nei miei ricordi, restano incontri sempre eccitanti con quest’uomo dagli occhi azzurri e dal volto amichevole.

In un campiello a Venezia, per esempio, molti anni fa, tutti in piedi, sui masegni coperti di sabbia, e lui che metteva in scena tutto il suo innamoramento per le culture altre, quella africana, in quel caso, (“The Ik”).

O nella sua sala preferita, al margine della Periphérique a Parigi: le Theatre des Bouffes du Nord. L’antico teatro divorato da un incendio, che lui si ostinò mantenere tale e quale, con le pareti sbrecciate e il fascino sterminato che il tempo conserva. Là vidi andare in scena una “Tempesta” indimenticabile (Ariele aveva la pelle nera come il carbone e una barchetta di carta bianca in testa). Ma anche un “Giardino dei ciliegi”, dove la scena fatta era di tappeti. Soltanto tappeti, distesi, arrotolati, affastellati, e provenivano dai mille paesi del mondo che aveva visitato e raccontato nei suoi spettacoli. 

Con lui, nei suoi giorni felici

E ancora, in un minuscolo teatro a Udine, su un palcoscenico altrettanto ridotto, lo seguii mentre metteva a punto uno dei suoi spettacoli più asciutti e più belli, “Giorni Felici”, “Oh le beaux jours!” di Beckett. Bello anche perché c’era la sua incantevole e longilinea, moglie Natasha Parry, che si infilava fino alla vita dentro la montagnola di terra imposta dal drammaturgo irlandese. Emergeva solo il bianco busto, la collana di perle, il cappellino fantastico. 

Un’immagine ancora, forse l’ultima, quando più affaticato ancora per aver attraversato in pratica tutto il secolo, al suono di un handpan indiano solamente, raccontava ai giovani studenti e agli spettatori di un festival, ciò che aveva appreso in quella sua lunga vita, e molte volte trascritto nei suoi libri: “Lo spazio vuoto”, “La porta aperta”, “Il punto in movimento” sono soltanto alcuni dei tanti titoli, che ora certo ritroveranno posto nelle librerie di carta, mentre quelle digitali li hanno rimessi in circolo questa mattina.

Anche per ricordarci che il teatro sarà pure effimero, ma i pensieri di un maestro del teatro, l’ultimo, ciò che Peter Brook indiscutibilmente è stato, quelli sì, rimangono.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO il 3 luglio 2022]

“Siamo tutti Ulisse”. Christiane Jatahy alla Biennale Teatro

Christiane Jatahy ha aperto le dieci giornate di Rot-Rosso, il festival di teatro della Biennale di Venezia, diretto per il secondo anno da Stefano Ricci e Gianni Forte. La creazione della regista brasiliana, O agora que demora, è un titolo che rimarrà nella storia della manifestazione.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Qualcosa sarebbe successo, me lo sentivo. Prima che cominciasse lo spettacolo, attorno a me non c’era solo il pubblico solito, quello della Biennale, spettatori affezionatissimi e stagisti. C’erano anche volti inconsueti e colori inconsueti. E anche altre lingue, oltre che l’italiano e l’inglese d’ordinanza.

Qui, nel Teatro delle Tese, in fondo all’arsenale di Venezia, soffiano – mi dicevo – le ventate del Sudamerica di Christiane Jatahy. E portano con sé i volti e le parole di quella vasta umanità fuggiasca insieme alla quale la regista brasiliana ha realizzato O agora que demora.

Il presente che rimane

Presentato in inglese come The Lingering Now, il titolo equivale in italiano a un presente che permane. Questo secondo capitolo che Jatahy ha dedicato all’esilio contemporaneo, ai milioni di Ulisse che vagano nel mondo, spiega bene l’infinito presente di chi è in fuga: dalla guerra, dalla povertà, dalla assenza dei diritti, dalla soppressione delle libertà, dalle prigioni, dai regimi autoritari, dalle torture, dagli abusi. Una fuga che sembra non avere mai fine, che attraversa sì stati e confini, deserti e fiumi, ma sopratutto le condizioni umane e le lingue. E anche i linguaggi dell’arte, il cinema, il teatro.

Da sempre, da quando si è fatta conoscere sulla scena internazionale, Christiane Jatahy, ha scelto di porsi sul confine apparentemente netto che separa la scena dal vivo dall’opera d’arte riprodotta. Né di qua né di là. A cavallo. La sua doppia versione del Cevhov delle Tre Sorelle (E se ellas fossem para Moscou, vedi qui) ne era un luminoso esempio.

Ma adesso, in O agora que demora, il tempo è quello dell’oggi infinito, e il confine si fa più mobile, più sottile, più permeabile. O più drammaticamente umano. Dallo schermo e dal palcoscenico la ripresa video e l’azione teatrale dialogano, rimpallano le domande, danno delle risposte, cantano assieme, suonano. Di ogni singola replica dello spettacolo fanno una festa. Solo a momenti vivace, più spesso malinconica. Perché la malinconia, la nostalgia, è il sentimento dell’esilio. Dopo Omero, ne hanno parlato tanti.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Poi succede qualcosa

Qualcosa succede infatti, me l’aspettavo. C’è un quarto d’ora di documentario, girato in Libano, e racconta una piccola, povera festa, di cibi e bevande, di racconti e risate, di uomini, donne e bambini, fuggiti dalla Siria, o da altri Paesi, e approdati là. Spaesati tra una cucina di tradizioni antiche e nuovi marchi occidentali. Tra edilizia ultrapopolare e fusti secolari d’albero.

Poi, come se uscissero dal documentario e dallo schermo, come se la forza dei racconti le portasse qui, tra di noi seduti in teatro, le storie, ogni storia, ciascuna personale odissea, trova il proprio narratore vivo. La voce diversa, di uomo, di donna, di bambini, o il suono di uno strumento, o di un canto, diventa concreto davanti a noi, o dietro, o nella poltrona accanto.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Ci pare di incamminarci tutti sulla strada che ha fatto chi viene dal Malawi e dallo Zimbabwe. Oppure aspettare, come chi è bloccato nei campi profughi delle isole della Grecia. Sembra anche a noi di aver attraversato mezza Europa, forse tutta, alla ricerca di un posto in cui fermarsi, venendo magari da Johannesburg o da Jenin in Cisgiordania. Registrata nelle immagini del video, o sussurrata quasi al nostro orecchio, anche la loro è un’Odissea. Anzi sono tante odissee contemporanee. E ci tornano in mente le vicende che abbiamo sentito da piccoli e hanno fatto la storia delle storie del mondo. Quella del Ciclope, della maga Circe, del ritorno a Itaca… A ognuno di loro, invece, è toccato un diverso esilio. Altrettanto epico. Altrettanto sofferto.

Christiane Jatahy non è in esilio. O forse lo è, artisticamente. Perché nel suo Paese, il Brasile, essere artisti, agire fuori dal liberalismo imperante, non essere bolsonariani, vuol dire ricominciare ogni giorno da capo. Ed è lei stessa a dirci, a un certo punto, attraverso le immagini girate in Amazzonia tra gli indios kayapós e il racconto della scomparsa di suo nonno, proprio in quella foresta, settant’anni fa, quanto il nostos, il desiderio del ritorno, sia un tema forte.

Anzi, sia il solo tema di chi è emigrato, rifugiato, espulso, sfollato, di chi è fuggito, di chi non ha tetto, di chi ha perso la propria casa, e con essa l’identità. Intesa non solo come carta.

E quanto sia importante allora parlare anche di quella piccola comunità amazzonica, i kayapós, che con le unghie e con i denti, cercano di salvaguardare la propria storia e la propria libertà, dalla spietatezza delle seghe e dalle ruspe che stanno mettendo fine all’unicità naturale e antropologica dell’Amazzonia.

Secondo capitolo di un dittico intitolato Ulisse, realizzato nel 2019, O agora que demora non cita per ovvie ragioni temporali, la condizione dei profughi ucraini. E proprio questa assenza la rende più pressante. Come ha sottolineato la stessa regista nel discorso pronunciato in occasione della cerimonia in cui – domenica scorsa – le veniva consegnato il Leone d’oro teatrale della Biennale di Venezia.

Un festival è un festival è un festival

Poi si sa: un festival è un festival. Tanto più i tre della Biennale DMT, dedicati alle performing arts, le arti dal vivo. Oltre alle opere memorabili, ce ne sono molte altre che più facilmente svaniranno dalla memoria. E se le trascrivo qui, è per lasciarne traccia. 

Potrebbe infatti succedere di dimenticare l’allestimento di gusto anni ’80 degli statunitensi Big Art Group. Scritto da Caden Manson, Broke House è basato su un’improbabile poliamorosa vicenda, ma più che ammiccare alla disinvoltura di una comunità gender fluid di oggi, sembrava riciclava soluzioni care all’avanguardia americana di allora. 

Potrebbe anche succedere di non ricordare granché di quella divertente – diciamolo subito, per soluzioni extra-drammaturgiche – rilettura registica di alcune pagine dalle Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace. Del teatro – dicevo in un altro post – allo scrittore americano gliene importava un fico. Liberi tutti dunque di scegliere alcuni quei racconti e farli diventare provocazioni. La più clamorosa, in questa versione teatrale del libro, ideata dalla regista Yana Ross – origini lettoni, naturalizzata americana, direttore alla Volksbuehne di Berlino – è stata quella di piazzare in scena fin dall’inizio una coppia intenta, dal vivo e platealmente, a un coito. Professionisti del porno live, beninteso: impeccabili.

Con un uso più frequente della parola, il seguito dello spettacolo si modulava sulla stessa lunghezza d’onda: consigli per un sesso orale perfetto, ricette per insaporire le polpette con le mutandine appena tolte, stupro con bottiglie di whisky, ricognizione sui rumori e gli odori di pisciatoio pubblico, altre pratiche sporcaccione. Pubblico tra l’ironico e l’imbarazzato. Scandalizzato nessuno. Perché l’adult entertainment è oramai facilmente digeribile, come se fosse Topolino.

Brief Interviews with Hideous Men - Yana Ross - ph Sabina Boesch
Brief Interviews with Hideous Men – Yana Ross – ph Sabina Boesch

Mi va infine di ricordare Loco, che la cilena Tita Iacobelli e la russa Natacha Belova (anche grazie a Marta Pereira) hanno tratto da Le memorie di un pazzo di Gogol, regalando le proprie mani e le proprie braccia ai movimenti di un pupazzo in cui si incarna Popriščin, il patetico scrivano descritto dallo scrittore russo.

Spettacolo delicato, con quel sottofondo di poesia visiva che spesso viene adottato dal teatro di figura, quando si rivolge anche a un pubblico adulto. Tanto che un amico mio dice che si dovrebbe sempre scrivere teatro delle figure. Che sono tante. Che siano, o non siano, poetiche lo lascio poi decidere a chi, assieme a me, l’ha visto.

Loco di Tita Iacobelli e Natacha Belova
Loco di Tita Iacobelli e Natacha Belova

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O AGORA QUE DEMORA – THE LINGERING NOW 
di Christiane Jatahy
tratto da Odissea di Omero
con Abbas Abdulelah Al’Shukra, Abdul Lanjesi, Abed Aidy, Adnan Ibrahim Nghnghia, Ahmed Tobasi, Bepkapoy, Blessing Opoko, Corina Sabbas, Emilie Franco, Faisal Abu Alhayjaa, Fepa Teixeira, Frank Sithole, Iketi Kayapó, Irengri Kayapó, Ivan Tirtiaux, Jehad Obeid, Joseph Gaylard, Jovial Mbenga, Kroti, Laerte Késsimos, Leon David Salazar, Linda Michael Mkhwanasi, Maroine Amimi, Mbali Ncube, Melina Martin, Mustafa Sheta, Nadège Meden, Nambulelo Meolongwara, Noji Gaylard, Ojo Kayapó, Omar Al Sbaai, Phana, Pitchou Lambo, Pravinah Nehwati, Pykatire, Ramyar Hussaini, Ranin Odeh, Renata Hardy, Vitor Araújo, Yara Ktaish

direttore della fotografia Paulo Camacho
produzione Théâtre National Wallonie-Bruxelles, SESC São Paulo, in coproduzione con Ruhrtriennale, Comédie de Genève, Odéon-Théâtre de l’Europe, Teatro Municipal São Luiz, Festival d’Avignon, Le Maillon-Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, Riksteatern, Temporada Alta

Tutta l’Italia in cento festival (ma poi ce ne restano mille)

È il tempo giusto, l’estate. È quando l’Italia intera diventa palcoscenico. Un libro di 200 pagine racconta la penisola attraverso 100 festival: quelli di musica, teatro, cinema, arte, letteratura e di pensiero. Insomma di cultura. Lo hanno scritto Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino. E Paolo Fresu ci ha messo la prefazione.

festival

La stagione dei festival

Astronomicamente parlando, domani, 21 giugno, si apre l’estate. 

E l’estate è la stagione dei festival. Dalle località sui monti alle città d’arte, dai borghi alle piccole isole, mille e più bandierine infilzate sulla carta geografica dell’Italia segnalano il percorso di una linfa che probabilmente, in altri Paesi, non ha eguali.

Concerti, spettacoli, proiezioni, conversazioni, incontri con personaggi illustri, reading di poesia, presentazioni di libri. Manifestazioni pensate per le passioni più disparate: fumetto o scienza, cinema asiatico o latinoamericano, letteratura rosa o street art. Non c’è piazza che non ospiti un evento, piccolo o grande, famoso o sconosciuto. 

Una guida nomade

A raccontarli tutti, o almeno una cospicua parte, è la guida nomade agli eventi culturali: festival di pensiero, letteratura, musica, teatro, cinema e arte in Italia. Definizione extralunga per il libro che Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino hanno voluto intitolare In giro per festival (edizioni AltrEconomia, con una prefazione di Paolo Fresu).

In giro per festival Alonzo Ponte diPino Altraeconomia

Il volume nasce dal lavoro che gli autori hanno già sviluppato sul portale TrovaFestival.it, enciclopedia di luoghi eccellenti dove sono censiti e catalogati di più di 1.100 festival sparsi sul territorio italiano, isole comprese. “Per essere pignoli – precisano i due collezionisti di eventi – sono 217 quelli di cinema e audiovisivo, 274 di musica, 315 di teatro danza e circo, 70 di arti visive, 311 di libri e approfondimento culturale”.

Un’offerta impressionante, che sbalordisce chi ritiene che in Italia il consumo culturale sia inferiore a quello di molti altri paesi europei. Il dato è esatto, ma la spiegazione è nella relazione virtuosa che, nel nostro Paese, si sviluppa tra i festival il turismo: risorsa principe, “petrolio” italiano.

Questi eventi sono un attrattore importante, aiutano la riqualificazione territoriale, la resa economica è significativa. “Durante un festival – puntualizzano gli autori – chi mangia anche un solo panino contribuisce a sostenere l’economia locale e indirettamente anche la cultura”.

Cento, anzi mille, manifestazioni

Dei 1.100 festival mappati e geolocalizzati dal sito Trovafestival.it, per ragioni di spazio, il libro ne seleziona 100, quelli che più rappresentano la vivacità, l’innovazione, l’originalità nelle diverse categorie tematiche. E Fresu aggiunge: “un festival è un rito comunitario, una danza collettiva, uno strumento per indagare territori descrivendoli al meglio e narrandone divisioni, ricchezze, condivisioni”.

La guida nomade li esamina, regione per regione, li calendarizza, li storicizza, li racconta attraverso curiosità e dati ufficiali. Fornisce inoltre indicazioni di carattere turistico, logistico, edonistico. Come ci si va? Dove si dorme? Quanto bene si mangia?

Alla mappe geografiche, aggiunge infine 250 segnalazioni e 14 percorsi tematici: dall’alta quota alla spiritualità, dalla legalità all’ambiente, dai nerd agli Lgbtq+. Chi li cerca, li trova tutti. E poi i festival per incontrare altre culture, quelli per ballare fuori dal coro, quelli nei borghi più belli e nelle località incantate.

Alonzo e Ponte di Pino vi indicano pure quali sono i 10 festival che bisognerebbe assolutamente vedere prima di morire. Non so, fate voi. Io, mi sono già dato da fare. 

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO il 10 giugno 2022]

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IN GIRO PER FESTIVAL
guida nomade agli eventi culturali
di Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino
AltrEconomia Edizioni
16,50 euro, pp. 208

Robert Wilson e Lucinda Childs. Quei nostri periodi di relativa calma

Relative Calm è un trittico di coreografie di Lucinda Childs che si svilupperà nello spazio scenico ideato da Robert Wilson, su musiche di Jon Gibson e John Adams, ma anche sulla Pulcinella Suite di Igor Stravinsky.

La creazione (per certi tratti nuova, per altri legata alla storia dei due artisti) debutta il 17 giugno 2022 a Roma, all’Auditorium Parco della Musica (repliche il 18 e il 19) e segna un rinnovato punto di incontro tra due figure che hanno trasformato la storia dello spettacolo negli ultimi decenni del ‘900.

Architetti dell’astrazione, maestri di un formalismo nuovo, campioni dell’avanguardia della fine dello secolo. 

Relative Calm impegnerà i danzatori di MP3 Dance project, la compagnia diretta da Michele Pogliani e il PMCE Parc della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista.

Ieri, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si stava mettendo a punto la nuova creazione, sono stato ad ascoltare Wilson e Childs mentre rievocavano quei tempi, quei pensieri.

robert wilson lucinda childs relative calm
Lucinda Childs e Robert Wilson a Roma, all’Auditorium Parco della Musica

Lei e lui. East Coast e Texas

Lei, ottant’anni passati, ha un fisico asciutto, il passo disinvolto. Parla veloce, sicura, determinata: il timbro newyorkese di chi sa di non aver tempo da perdere. 

Lui, pur di qualche mese più giovane, si muove con difficoltà, sente il disagio di un corpo pesante, che prima era quello di un texano atletico. La voce è rallentata, sembra fare fatica, ma sono anche pause sornione, le sue, quasi quasi studiate. 

Sono passati più cinquant’anni da quando Lucinda Child e Robert Wilson, trentenni, si conobbero nella New York anni ’70, e diedero vita assieme al compositore Philip Glass, all’opera che avrebbe cambiato l’opera.

Musica, danza, parole c’erano, come sempre, ma erano del tutto nuove. Il minimalismo di Glass, i movimenti in diagonale di Childs, la regia astratta di Wilson. Einstein on the beach, che avrebbe debuttato nel settembre del 1976 a Avignone, era il punto di svolta. Il culmine del termometro dell’avanguardia teatrale, che registrava allora la nuova temperatura estetica.

robert wilson lucinda childs relative calm  ph Luca Guadagnini
Wilson e Childs in prova

Sentiamo ciò che dicono adesso

“Io e Lucinda abbiamo lavorato sempre con lo spazio – apre il discorso Wilson – e chi lavora con lo spazio lavora inevitabilmente con il tempo. Tempo e spazio. Non importa che cosa sto portando in scena, che sia Einstein on the Beach, o l’Amleto o il Re Lear di Shakespeare, la prima cosa da decidere è cosa va messo al primo posto, cosa va messo al secondo, e poi al terzo al quarto, e così via”.

“Ripeto: tempo e spazio. Voglio dire: non è importante da che cosa parti. Possono essere le parole, oppure la musica, oppure altro, si può cominciare da qualsiasi parte. Importante è invece avere una precisa di idea di questo spazio-tempo, averla, questa idea, davanti agli occhi”.

Robert Wilson - bozzetto per Relative Calm
Robert Wilson – bozzetto per Relative Calm

“In quegli anni – ricorda Childs – noi non avevamo bisogno raccontare, non cercavamo le storie. Semplicemente, eravamo astratti. Ci interessavano i contenuti sì, ma molto di più la forma”. 

“Astratti, lo siamo ancora, ma adesso mi è stato proposto di creare, assieme a Bob, una coreografia per il Pulcinella di Stravinsky. E lo sappiamo tutti che Pulcinella è storia, è passione, tradimento, collera. amore. Potrebbe essere una sfida questa, mi sono detta, è certo un’opportunità. Una maniera per conoscerlo e per conoscermi meglio. Voglio provarci, senza tradire me stessa, ma anche senza tradire lo spirito di questo lavoro. Trovare una strada inedita per incontrare un mondo musicale che non avevo mai praticato”. 

Lucinda Childs e Robert Wilson in prova
Wilson e Childs in prova

“Stravinski è un oggetto del tutto lontano dal mio mondo – aggiunge Wilson – Adams e Gibson sono invece compositori della stessa generazione, la mia e di Lucinda. Stravinsky è davvero un’altra cosa. L’idea che ho avuto è stata allora quella di metterlo al centro. Un contrappunto. Musicalmente e visivamente. Prendiamo Gibson, ci siamo detti, poi ci mettiamo Stravinsky, poi Adams, come se il Pulcinella fosse un punto di volta, un contrappunto”.

“In qualsiasi creazione c’è un punto centrale. C’è sempre un fulcro nei lavori di Shakespeare: qualcosa avviene prima, qualcosa succederà dopo, le situazioni a un momento si ribaltano, alla battuta centrale del Re Lear, per esempio. Lo stesso avviene nel Parsifal di Wagner. Lavorare sul punto di volta mi interessa moltissimo. Stravinsky per me è il centro di questo nostro nuovo lavoro”.

Wilson & Childs - Relative Calm
Una immagine da Relative Calm (ph Luca Guadagnini)

“Sulle musiche di Gibson e Adams – parla Childs adesso – avevamo lavorato assieme già quarant’anni fa, proprio con questo titolo Relative Calm. È curioso che questa idea arrivi ora, dopo un periodo di calma forzata, obbligati a stare fermi dall’epidemia che ci ha impedito di fare molte cose. Certo, era possibile ideare, pensare, progettare, e ci hanno aiutato tutte quelle cose come Zoom. Utili certo, ma che non sono pensate per quello che facciamo noi. Per ciò che noi facciamo è necessaria la terza dimensione, l’essere assieme, qui con voi, con il pubblico. Grazie all’epidemia, tuttavia, ne abbiamo riscoperto l’importanza”.

“Per me ha voluto dire fermarmi – conclude Wilson – starmene a riflettere e chiedermi se sono lo stesso di allora. Posso dire che il corpo è quello di quando sono nato, ma è anche quello di un uomo di ottant’anni. Mi piace paragonarmi a un albero. Un albero che nasce, che cresce, qualche volta viene scosso dalla tempesta e altre volte perde un ramo. Ma rimane lo stesso albero. Così anch’io: uomo degli anni ’70 e uomo di adesso. E sono lo stesso”.

Di Lucinda Childs, QuanteScene! ha parlato anche altre volte. In occasione del Leone d’oro per la Danza alla Biennale di venezia 2017, per esempio. E anche di Wilson, certo, quando aveva lavorato con Isabelle Huppert, o delle sue presenze al Festival di Spoleto.

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RELATIVE CALM
ideazione, luci, video, spazio scenico e regia  Robert Wilson
coreografia  Lucinda Childs 
musiche  Jon Gibson, Igor Stravinsky, John Adams

in scena MP3 Dance project diretto da Michele Pogliani 
erformers Giuseppe Catalfamo, Simone Cioffi, Francesco Curatolo, Asia Fabbri, Gaia Foglini, Lorenzo Ganni, Noemi Gregnanin, Giovanni Marino, Sara Mignani, Silvia Prete, Agnese Trippa, Irene Venuta, Rachele Zedde.

un progetto di Change Performing Arts in coproduzione con Fondazione Musica Per Roma, Teatro Comunale Di Bologna, Théatre Garonne Toulouse, LAC Lugano Arte E Cultura, Le Parvis Tarbes Pyrénées, Teatro Stabile ci Bolzano 

Jon Gibson, Rise (1981) (fiati, tastiere, autoarpa, suono ambientale, sassofono soprano e percussioni)

Igor Stravinsky, Pulcinella suite (1922), esecuzione e registrazione di Parco della Musica Contemporanea Ensemblediretto da Tonino Battista 

John Adams, Light over water, part 3 (1985) (sinfonia per ottoni e sintetizzatori)

per le immagini dall’Auditorium ©Fondazione Musica per Roma / Musacchio – Ianniello – Pasqualini

Relative  Calm - Wilson - Childs - locandina

STORIE – Il Living Theatre e quel nudo che travolse Trieste

Una storia d’altri tempi, di tanto in tanto fa bene. Al corpo e allo spirito. Alla politica dei corpi, soprattutto.

Con questo tuffo nel passato – pubblicato qualche settimana fa sul quotidiano Il Piccolo – vi riporto al 1965, in quel luogo strano che ai tempi della Guerra Fredda era Trieste

Living Theatre

un’azione del Living Theatre

Arriva il Living Theatre

Non era arrivato ancora il Sessantotto. E ci sarebbero voluti anni perché Hair, lo scandaloso musical dell’Era dell’Acquario, giungesse in Italia. Eppure in un luogo estraneo al grande circuito degli spettacoli e poco propenso al peccatoTrieste – il nudo andò in scena. Non senza conseguenze.

È 1965, aprile. Il quotidiano locale, Il Piccolo, annuncia l’arrivo in città del Living Theatre. Scrive il giornale: “è un complesso di giovani attori che esprime le propensioni, le forme di rottura, le categorie per così dire estetiche del teatro beat“. In realtà è la punta di diamante del New Theatre, l’avanguardia teatrale americana, attiva anche sul piano politico. Quelli del Living sono antimilitaristi, anarchici, pacifisti, anticonsumisti, vegetariani, femministi. A cominciare dai due fondatori del gruppo, Judith Malina e Julian Beck.

Creazioni collettive, coinvolgimenti

Lo spettacolo che sta per andare in scena si intitola Mysteries and smaller pieces. Sono tante brevi scene ricomposte in una creazione collettiva, che prevede anche il coinvolgimento del pubblico.

L’Auditorium di via Tor Bandena, pronto ad accoglierlo, è un teatro un po’ particolare. Una sola parete e una porticina lo separano dalla questura. Non il luogo ideale, insomma, per le avanguardie artistiche che in quei formidabili anni ’60 cominciano a catturare le ribellioni di una generazione nuova. Quella però è l’unica sala che il Teatro Stabile Città di Trieste, promotore dell’evento, abbia a disposizione. 

Il Living Theatre è già celebre per le sue scelte radicali. Non c’è città in cui un loro spettacolo non susciti entusiasmo o riprovazione. Nei teatri il pubblico si azzuffa, a volte la polizia interviene a sedare gli animi.

Living Theatre

Parla Judith Malina

“Non rammento le centinaia e centinaia di repliche che io e Julian abbiamo fatto con Mysteries and smaller pieces – ricordava Judith Malina, scomparsa sette anni fa – ma la tappa di Trieste resta per me indimenticabile“.

Living Theatre – Judith Malina e Julian Beck

Succede insomma che lo spettacolo prende una piega allarmante, a dispetto dei tutori dell’ordine, convocati apposta. Riporta ancora Il Piccolo: “con tutti quei giovanotti di pelle bianca e di pelle scura che si rotolavano sul tavolaccio e tra le sedie della platea, gemendo e spasimando come buoi squartati, e con una parte degli spettatori che manifestavano più o meno cordialmente la loro insofferenza, le cose sembravano volgere al peggio”.

Living Theatre - Paradise now

Interviene il commissario di polizia, intima di sospendere la rappresentazione, poi si rimangia l’ordine, e lascia che le “piccole scene” vadano avanti. In nome dell’arte. 

Se non che “un attore della compagnia, afferrato dal raptus della mimesi realistica, in una scena figurata del resto molto bella, ha avuto l’imprudenza di dimenticarsi nello spogliatoio la tradizionale foglia di fico“. Insomma, nudo. Anche se per pochi secondi, e insieme a un’attrice.

Living Theatre

Atti osceni

Il verbale di Polizia è eloquente: “visto che si sono verificati gravi inconvenienti con vivaci contrasti tra gli spettatori, accertato e contestato il reato di cui all’art.527 del C.P. per atti osceni, commesso da uno degli attori, si decreta la sospensione dello spettacolo e si vieta ogni futura rappresentazione“. E tutti via in questura, attori e spettatori.

Il caso del Living Theatre a Trieste mobilita le cronache nazionali. Ma soprattuto fa precipitare la già pericolante struttura del Teatro Stabile Città di Trieste. “L’uomo svestito sul palcoscenico ha messo a nudo la crisi del teatro“: questo il tenore dei titoli. Interrogazioni. Dimissioni. Scioglimento del consiglio di amministrazione. Una vera debacle per l’istituzione guidata da Sergio D’Osmo, che si voleva aprire a un teatro un po’ meno convenzionale e conservatore

Living e Stabile triestino vengono alla fine assolti dalle imputazioni. Anche per la testimonianza di un pompiere in servizio sul palcoscenico, scarsamente illuminato: “nero lu, nera ela, mi no go visto niente”.

Il caso Living è chiuso. Alla storia si affaccia un soggetto nuovo di zecca, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 maggio 2022]

Una breve storia del Living Theatre.

Su QuanteScene! trovi anche altre STORIE. Per esempio Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Milva… tutti raccontati dal vivo

Cartoline da Siena. In-Box 2022, il turismo e i pronostici di stagione

Famosa per il Palio che si corre a luglio e agosto, la città toscana parla anche al mondo del teatro. A maggio, gli spettacoli di In-Box 2022 lo hanno già movimentato. Seguono considerazioni.

In-Box dal vivo 2022

A Siena, a In-Box dal vivo, ci torno sempre volentieri. È un bel punto di osservazione su ciò che si sta muovendo nel teatro italiano. Piccole produzioni, compagnie indipendenti, ricerca di strade nuove.

Tra il Teatro dei Rozzi (in pieno centro) e quello dei Rinnovati (che addirittura si apre su piazza del Campo) in soli tre giorni si pronosticano quali saranno i titoli che potranno rimbalzare nelle piccole e medie sale italiane nella stagione prossima.

Alla tre giorni di Siena sono arrivato dopo altrettante giornate di MittelYoung a Cividale del Friuli (vedi qui il post). Le due manifestazioni – quasi anomali festival posizionati a maggio – anticipano la Grande Estate Italiana del Teatro che comincia adesso, in giugno. E per oltre tre mesi mobiliterà nord e sud della penisola, città e paesi, monti, colline e località di mare.

Turismo e festival sono un binomio consolidato e non c’è sorpresa nel constatare che le manifestazioni dal vivo, soprattutto quelle più strutturate, sono un richiamo forte. Magneti e volani che movimentano la grande filiera turistica, la più importante fonte di Pil italiano. Leggete la “guida nomade agli eventi culturali” firmata da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino (In giro per festival, edito da Altraeconomia) e capirete perché.

Ristorazione, alloggi, comparto espositivo e museale, shopping e industria del souvenir, ne beneficiano enormemente. Nel mio piccolo, per esempio, un vassoio di ricciarelli alla mandorla, e qualche bell’esemplare di panforte e di panpepato, trovano ogni volta che vado a Siena, la strada di casa mia.

Ricciarelli di Siena
Ricciarelli di Siena

Vince chi porta a casa più repliche

Ma restiamo su In-Box 2022 e sulla sua formula particolare. Coordinata da Straligut Teatro, ben supportata da Comune di Siena, Fondazione Toscana Spettacolo e altri partner istituzionali, la manifestazione è l’esito annuale del lavoro condiviso da una ottantina di teatri sparsi in tutta la penisola. In altre parole, una “rete di sostegno del teatro emergente italiano” che da parecchi anni sceglie la città toscana per le giornate finali.

Una selezione tra le proposte pervenute nei mesi precedenti (quest’anno sono state 150), individua sei titoli finalisti, presentati poi dal vivo nella tre giorni di maggio.

Ognuno degli ottanta teatri sceglie a questo punto quello più adatto alla propria sala e acquista a cachet una replica. Vince chi porta a casa più repliche. Al concorso principale si affianca in parallelo In-Box verde che si rivolge a spettacoli per l’infanzia e l’adolescenza.

Questa splendida non belligeranza - In-Box 2002
Simona Oppedisano e Giordano Domenico Agrusta in Questa splendida non belligeranza – spettacolo vincitore

Precisa nelle intenzioni, che considerano fattori di pubblico e di mercato e sostengono gli artisti riconoscendo loro dignità economica e lavoro, In-Box dal vivo risente ovviamente della qualità delle proposte che candidano alla selezione. Una volatilità qualitativa che ogni anno incide sulla scelta dei finalisti e sul tono della manifestazione.

In-Box e questo 2022

Un giudizio sintetico: assai meno bene, questo 2022, rispetto ai risultati degli anni passati. Meno proposte che stimolino, meno artisti da scoprire, meno teatro emergente – per dirla con le stesse parole di In-Box.

Una medietà, anche ideativa, che dimostra quanto due anni di fermo sanitario abbiano influito, oltre che sulla distribuzione, anche sulla creatività delle compagnie indipendenti.

Rimini - Gruppo RNM - In-Box 2022
Rimini – Gruppo RNM

Tanto è vero che un allestimento solo si è portato via la maggior parte delle repliche in palio. A conquistare una trentina di palcoscenici è stato un bell’esemplare di scrittura: Questa splendida non belligeranza

Marco Ceccotti, regista e autore, la traduce in scena ricostruendo con i suoi attori l’ordinaria banalità di un tinello domestico, divano e tavolo da pranzo. Il testo è una parodia di tutte quelle drammaturgie imperniate su famiglie disfunzionali e mostruose, e si risolve in commedia arguta, surreale quel tanto che basta, sorniona, papabile.

Questa splendida non belligeranza ha staccato di molte lunghezze i concorrenti. Forse perché un teatro di soli contenuti, come quello degli altri titoli in gara, è l’esatto opposto di quel Nuovo che proprio da In-Box dovrebbe emergere.

Ineccepibile, ma tutto d’anniversario, è L’ultima estate (KNK Teatro) che a trent’anni di distanza esatti, fotografava gli ultimi giorni palermitani di Falcone e Borsellino. Giornalistica, ma superficiale, era l’indagine dei milanesi Guinea Pigs Teatro sulle Nuove Povertà, trattate alla pari in uno show televisivo di fascia domenicale. E la scelta musicaleggiante, utile semmai alla promozione turistica, non ha certo aiutato Rimini del Gruppo RNM di Bologna.

L'ultima estate - KNK teatro - In-Box 2022
Simone Luglio e Giovanni Santangelo in L’ultima estate – KNK teatro

Percepire, accogliere

Nemmeno il nome di spicco, quello di Jon Fosse, autore di Inverno (allestito da PianoInBilico con la regia Michele Di Mauro), è riuscito a convincere la rete dei compratori. A parere dei quali, le atmosfere gelide, nordiche, cimiteriali del drammaturgo norvegese, poco si addicono al pubblico di una piccola sala di provincia. Che il più delle volte ambisce all’intrattenimento.

Ma è anche grazie a queste constatazioni che i momenti di messa a punto tornano utili. Momenti come quello di In-Box dal vivo, il suo lavoro sui contrasti e sulle tensioni – ricerca e mercato, artisti e pubblico, qualità e intrattenimento – riescono a registrare movimenti, sommovimenti, percorsi, indirizzi. Che la programmazione mainstream, ufficiale, garantita Fus, metropolitana, non è quasi mai in grado di percepire. E tanto meno di accogliere.

Pasquale di Filippo e Silvia Giulia Mendola in Inverno di Jon Fosse

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IN-BOX 2002 dal vivo
un progetto di sostegno del teatro emergente italiano
di Straligut Teatro
con il sostegno di Comune di Siena, Regione Toscana, Ministero della Cultura, Fondazione Toscana Spettacolo, Università di Siena, UniCoopFirenze
Siena 19-21 maggio 2022

Ritorno a Kleine Berlin. Nella zona di tenebra, con Andrej Tarkovskij

Hanno fatto bene a riallestirlo. A tornare, quattro anni dopo, nelle gallerie e nei cunicoli che si aprono sotto la città. A riattraversare il confine oscuro che Andrej Tarkovskij aveva varcato seguendo il suo stalker

La zona, liberamente tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij - Approdi Futuri 2022

Per tre giorni ancora, da giovedì 26 a sabato 28 maggio, a Trieste, si può assistere a La zona, lo spettacolo interpretato da Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi e liberamente tratto dal film più noto del regista sovietico: Stalker (1979).

Su QuanteScene! ne avevo parlato nel 2018, quando insieme ai tre attori e a uno sparuto gruppo di spettatori ero entrato anch’io nelle gallerie della Piccola Berlino, il dedalo che si apre sotto la collina di Scorcola.

Un’inquietante successione di tunnel, pozzi, condotti, scavati durante la seconda guerra mondiale. E utilizzati come rifugio antiaereo dai tedeschi che avevano occupato Trieste.

Kleine Berlin Trieste - La zona, liberamente tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij - Approdi Futuri 2022

A me, e agli spettatori che erano entrati in quegli ambienti sotterranei, tra stalattiti e pozze d’acqua, condotti quasi per mano nella zona off-limits, proibita, aliena immaginata da Tarkovskij, quell’esperienza è rimasta impressa nella memoria.

Ma chi non fosse riuscito a viverla allora, lo può fare adesso che La zona viene ripresa nel programma del festival Approdi Futuri. In una nuova edizione, potenziata.

Qui potete leggere il post di allora. Ne vale la pena.

Qui il programma di Approdi Futuri, il festival che si estenderà fino a settembre 2022. Assieme a tutte le indicazioni necessarie per assistere a La Zona.

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LA ZONA 
liberamente tratto da Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij
con Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi
regia teatrale Giovanni Boni e Lorenzo Acquaviva
regia video Diego Cenetiempo
produzione Festival Approdi con la collaborazione de La Cappella Underground

“Si consiglia la disponibilità di uno smartphone e un abbigliamento adeguato: la temperatura all’interno delle gallerie è di 17° costanti. Sono previste al massimo 40 persone a ogni rappresentazione”.

Da MittelYoung a In-Box. Sul binario della next generation

Sto su un treno. Ho lasciato Cividale del Friuli, dove qualche giorno fa si è conclusa MittelYoung, l’iniziativa di maggio grazie alla quale, dallo scorso anno, Mittelfest punta il suo sguardo su creatori e performer under 30 provenienti dai Paesi dell’Europa centrale, e non solo.

Il treno su cui viaggio adesso ha per destinazione Siena, dove mi aspetta un’altra manifestazione, In-Box, che mette al centro un simile raggruppamento di artisti.

MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli - ph Luca A. d'Agostino
MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli – ph Luca A. d’Agostino

In partenza da Cividale

In programma a MittelYoung (che precede il Mittelfest vero e proprio, previsto tra il 22 e il 31 luglio), c’erano spettacoli, e in certi casi esperimenti, di teatro, musica e danza, come si addice a un’idea di festival multidisciplinare. Ma anche lavori creativamente fondati, pensati, realizzati a cavallo dei linguaggi e dei confini. Da artisti anche giovanissimi, alcuni poco più che ventenni , ibridi, fluidi, e sorprendenti nelle idee.

Me ne sono rimasti negli occhi alcuni, in cui la sorpresa, l’incrocio che non ti aspetti, o anche il semplice fatto di averti aperto finestre su un panorama nuovo, ti danno la sensazione di essere uno scopritore di talenti.

Guarda che bel futuro che si prospetta a questo – mi sono detto assistendo a Nymphs dell’olandese Niek Wagenaar, appena laureato al Dipartimento di danza urbana del’Università delle arti di Amsterdam (eh sì, nei Paesi bassi ci sono queste specialità , queste possibilità). Ha già strumenti tecnici solidi e idee per scompigliare, assieme ai suoi compagni d’avventura, il panorama della coreografia europea con ventate forti e rinfrescanti. Più incredibile ancora è che questo biondo e magnetico leader, gender fluid e non binario, di anni ne ha solo 22.

Niek Wagenaar - Nimphs - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Niek Wagenaar – Nimphs – ph Luca A. d’Agostino

Quel Butoh giapponese, cresciuto a Praga

E quanto stupore, poi, nel farsi catturare gli occhi da una proposta di clownerie butoh. Con questa etichetta i boemi Musasi Entertainment Company inquadrano il loro spettacolo intitolato: Since my house burned down I now own a better view of the rising moon.

È una citazione dal poeta giapponese del ‘700 Mizuta Masahide, ed è anche un incitamento ottimistico a superare gli ostacoli: se la casa è bruciata (come aveva da tempo previsto la giovane Greta Thunberg) possiamo provare a vedere la cosa anche dal lato positivo, e amaramente goderci più comodi lo spettacolo della luna crescente.

Adam Páník, Tereza Havlová, Matěj Šumbera, Veronika Traburová, i quattro membri del gruppo da poco fondato presso il Dipartimento di Teatro Alternativo e di Marionette dell’Accademia delle Arti di Praga, hanno messo su una storia che pare appena uscita dalla novellistica contadina del Sol Levante.

Un samurai, un demone malvagio, due danzatori butoh, due geishe, zoccoli, maschere e canne da pesca, per un racconto di sfida e di vendetta. Ma anche di grande divertimento, ingegnosamente in bilico tra sguardo ironico e ammirazione deferente per la cultura tradizionale e popolare giapponese.

Musasi Entertainment Company - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Musasi Entertainment Company – ph Luca A. d’Agostino

Giovani curatori

Il bello è che ad averli individuati, scelti, e alla fine presentati a Cividale è una generazione altrettanto giovane di curatori, tutti under 30, che a MittelYoung stanno apprendendo la difficile arte della programmazione di cultura e di spettacolo. Perché anche saper selezionare è un’arte.

Sono loro ad aver scelto anche le riflessioni ciniche e affettuose che Luca Oldani e Jacopo Bottani mettono giù come appunti sul rischio del morire in Assenza Sparsa. Oppure il rosso di uno spettacolo che con naturalezza si sintonizza sul tema tutto femminile delle mestruazioni, Marea del Trio Tsaba. O ancora il concerto selvaggio e multiforme del Kollektiv Cuma (Finlandia, Lituania, Stati Uniti) sulla permeabilità, oggi, delle norme sociali. E molte altre convincenti proposte ancora (vedi qui le schede delle altre proposte)

Luca Oldani - Assenza Sparsa - ph Luca A. d'Agostino- MittelYoung 2022
Luca Oldani – Assenza Sparsa – ph Luca A. d’Agostino

Destinazione Siena

Mentre scrivo il treno già sta arrivando a destinazione. Tra pochi minuti sarò a Siena, dove anno per anno ho imparato a riconoscere l’importanza di In-Box (qui e qui il resoconto delle scorse edizioni).

In-Box è una “rete di sostegno al teatro emergente italiano” e con questo appuntamento a maggio, offre opportunità distributive alle giovani formazioni, grazie alla rete di un’ottantina di sale distribuite in tutta la penisola e a programmatori con cuore e occhi attenti ai fermenti.

Che si ritrovano qui Siena a discutere, a scegliere, a garantire l’esistenza di un teatro che per tante ragioni sta ai margini del mercato. Marginalità che non sempre è uno svantaggio. Ve ne parlerò in uno dei prossimi post. Promesso.

Cento candele che suonano per il compleanno di Satie 

Due o tre forse li avrò mancati, ma i compleanni di Erik Satie, da trent’anni a questa parte, li ho festeggiati quasi tutti. E ogni volta in maniera diversa. Lo farò anche nel 2022.

manifesto SatieRose 2022

Erik Satie era nato a Parigi nel 1866. La data da segnare sul calendario è il 17 maggio. Uno scopo soltanto hanno infatti calendari e compleanni: farci far festa ogni anno. Del resto, qui a Trieste non abbiamo mai rinunciato alla festa per Satie, l’eccentrico compositore e pianista francese che a cavallo tra ‘800 e ‘900 metteva in fila, disordinatamente, stravaganti idee musicali, e non solo. 

Accompagnato da celebrazioni bizzarre, inventate fin dal 1992 da Rosella Pisciotta e Cesare Piccotti, SatieRose è oramai un appuntamento d’obbligo per i cultori del musicista e si ripete anche nel 2022 al Teatro Miela.

Erik Satie da trent’anni, anche a dispetto della pandemia

Eleonora Cedaro, appassionata esploratrice di arti, ha infatti raccolto il testimone lasciatole dai “satie-maniaci” di tre decenni, e tra le opere del maestro delle Gymnopédies trova sempre sollecitazioni nuove. 

Come quest’anno: ispirata dalla penultima composizione di Satie, ha ideato un micro-festival che culminerà nella serata di martedì 17 (ore 21.00) con il concerto del compositore e musicista statunitense Alvin Curran. “È il punto di arrivo di tutto l’incerto, l’accidentale, il mai definitivo, che è nello spirito di questo festival” spiega Cedaro. “Concerto e manifestazione si intitolano perciò Penultimi pensieri. Perché non arriveremo mai scoprire l’ultimo”.

“Tutto ciò che riguarda Erik Satie mi interessa” – aveva detto Curran, messo al corrente delle celebrazioni triestine. “Satie ha un’influenza fondamentale sul mio modo di comporre. Tenetemi informato”. 

Alvin Curran
Alvin Curran

Attorno all’esibizione dell’85enne maestro dell’elettronica contemporanea, compagno di strada di John Cage, David Tudor, Philip Glass, si dispone perciò la tre-giorni che prenderà il via già domenica 15 (ore 21.00) con Il sogno di 100 candele e l’apparizione al Teatro Miela di una sorprendente macchina di luce e di suono.

Fabio Bonelli 100 candele per Erik Satie

La macchina dei suoni e delle luci

“Accendere una candelina di compleanno è un segno festoso – prosegue Cedaro – ma accenderne 100, e in tempi bui come questi, ci ricordava anche Hannah Arendt, ha un valore speciale”.

La macchina dei suoni e delle luci, ideata da Fabio Bonelli, è semplice, ma anche complessa. Un carillon gigante di scintillanti metalli e caldo legno. Un turbine calmo di girandole, cetre, fili, tasselli, mossi da cento piccole candele, che danno calore e luce. Il marchingegno li trasforma poi in delicate note musicali, cui si sovrappongono la chitarra e il vibrafono dello stesso Bonelli e di Paolo Novellino.

Fabio Bonelli 100 candele per Erik Satie
Fabio Bonelli e la sua macchina sonora

Le tre giornate prevedono anche il Satie-Laboratorio condotto da Giovanni Mancuso (fondatore del Laboratorio Novamusica), residenza alla quale prenderanno parte 14 musicisti under 35, italiani e stranieri. Dal loro lavoro collettivo di composizione, improvvisazione e musica d’insieme, scaturirà Entr’acte – Penultimi giochi, la performance che nella giornata di martedì 17 (ore 19.30) anticiperà il concerto di Curran.

E non basta. Durante tutti i tre giorni, ad accogliere il pubblico negli spazi del Miela ci sarà l’installazione sonora Penultimopensierometro (a cura di Spazioersetti). Un congegno sonoro (musica, testi, idee, e chissà quant’altro) realizzato con i messaggi vocali che in questi giorni stanno arrivano da tutto il mondo. 

Scopri di più su SatieRose, sul sito della manifestazione.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO DI TRIESTE, domenica 15 maggio 2022]

La senti la tua voce? Il programma di Santarcangelo Festival 2022

Can you feel your own voice è il titolo di Santarcangelo Festival 2022 in programma dall’8 al 17 luglio. Il nuovo direttore artistico, Tomasz Kireńczuk, attivista, critico teatrale, curatore polacco, lo condurrà nel triennio 2022-2024 e dice: “Immaginate questa 52esima edizione come un’esperienza generosa, empatica e intima“.

Teresa Vittucci e Colin Self - Doom
Teresa Vittucci e Colin Self – Doom

Santarcangelo è come la Mecca. Una volta almeno devi esserci stato. Meglio se in due, tre, quattro occasioni. Oppure, come è capitato a qualcuno, quasi sempre.

Fossero gli anni del teatro in piazza (i leggendari Settanta). Fossero quelli del teatro dei gruppi (gli Ottanta). Fosse la direzione di Leo De Berardins, o quella dei Motus, o ancora quelle internazionali: il francese Olivier Bouin, la bielorussa Eva Neklyaeva. 

Santarcangelo Festival 1971
il manifesto della prima edizione – 1971

Non si è spettatori attenti, se non si è passati a Santarcangelo. E non si è percepita la mission innovativa del festival, sempre però in rapporto con il tradizionalismo della tavola romagnola: dalle tagliatelle alle piadine. Per non parlare del sangiovese.

Perché un festival non è solo un festival: è un ambiente, è un’esperienza multisensoriale.

Santarcangelo Festival
una recente edizione di Santarcangelo Festival

Certo sono stati complessi i due anni di pandemia, con i Motus Enrico Casagrande e Daniela Nicolò a governare la macchina degli inviti agli artisti e degli stop dovuti alle restrizioni sanitarie.

Ora, al timone per il triennio nel quale siamo entrati c’è un attivista, drammaturgo e critico teatrale polacco, Tomasz Kireńczuk, fondatore a Cracovia del Teatr Nowy e co-creatore di Dialog – Wrocław International Theatre Festival, tra i più importanti festival di quel Paese.

Santarcangelo Festival 22

Il programma

Qui di seguito, sulla base del comunicato stampa, riporto il programma che Kireńczuk ha stilato per Santarcangelo Festival 2022 (tra l’8 e il 17 luglio).

“Numerose saranno le presenze internazionali che faranno il loro debutto assoluto in Italia: la coreografa portoghese Mónica Calle, la regista e performer franco-belga Léa Drouet, la performer mozambicana Márilu Mapengo Namóda, il danzatore, performer e coreografo brasiliano Calixto Neto che riprende una coreografia di Luiz de Abreu, l* interprete e coreograf* brasilian* Catol Texeira, il trio composto dall’artista tedesca Lucy Wilke, Paweł Duduś Kim Twiddle, e la regista polacca Anna Karasińska. 

Mónica Calle

Quest’ultima presenterà all’interno dell’ex-cementificio BUZZI-UNICEM un progetto site-specific, così come il regista, filmmaker e giornalista Mats Staub in otto diversi appartamenti privati di Santarcangelo, e gli svizzeri Igor Cardellini e Tomas Gonzalez al centro commerciale Le Befane di Rimini.

Nello spazio pubblico di Piazza Ganganelli, attorno alla tavola rotonda di 12 metri di diametro realizzata appositamente per questa edizione del festival, si esibiranno il performer polacco Paweł Sakowicz e i collettivi svizzero-italiani Dreams Come True, Hichmoul Pilon Production, collectif anthropie e Siamo ovunque.

Mats Staub – Death and Birth in my Life

Saranno prime italiane anche gli spettacoli della performer sudafricana Ntando Cele, della performer e coreografa svizzera Teresa Vittucci, di Marina Otero, tra le artiste più importanti della nuova generazione di theatre maker sudamericani (alla sua prima europea), del giovane performer bielorusso Igor Shugaleev e della scrittrice, performer e regista polacca Maria Magdalena Kozłowska. 

Completano il programma internazionale, la performer, regista e ricercatrice brasiliana Gabriela Carneiro da Cunha e il coreografo polacco-britannico Alex Baczyński-Jenkins.

Gli italiani (anzi, le italiane)

Tra gli artisti italiani Annamaria Ajmone, la coreografa di stanza a Berlino Rita MazzaCristina Kristal Rizzo – tra le più rinomate dancemaker della scena contemporanea italiana, Stefania TansiniMotus e CollettivO CineticO.

Giovanfrancesco Giannini – Cloud – ph. Piero Tauro

Questa edizione vedrà anche i debutti di due giovani performer: Giovanfrancesco Giannini e Camilla Montesi, individuata attraverso la call di KRAKK per un periodo di residenza artistica a Santarcangelo.

Anche quest’anno in programma al Festival gli esiti dei laboratori Let’s Revolution! / Teatro Patalò e della non-scuola del Teatro delle Albe, frutto di quattro mesi di lavoro con i ragazzi e le ragazze delle scuole medie e superiori di Santarcangelo.

… e una Bright Room

Santarcangelo Festival 2022 si è confermato negli ultimi anni come spazio di speranza e resistenza per un gran numero di giovani artisti con identità ed estetica queer. Con l’intenzione di continuare a supportare questa comunità, per la prossima edizione del Festival, Kunstencentrum Voouit (Belgio), Kampnagel Hamburg (Germania), Fierce Festival (UK), Imbricated Real (Svizzera) lavoreranno insieme per la creazione di Bright Room, un ambiente atto a ospitare workshop, talk, wellness session, feste e incontri aperti a tutti i partecipanti del Festival. All’interno di questo habitat Santarcangelo Festival 2022 presenterà intanto il lavoro di Industria Indipendente.

(vedi il post di QuanteScene! dedicato al loro Klub Taiga)

Industria Indipendente – Klub Taiga

Il Festival prosegue inoltre nella realizzazione di una proposta di clubbing sperimentale, in linea con la tradizione romagnola che proprio nei club ha visto nascere alleanze sociali e nuovi movimenti politici e culturali. Santarcangelo Festival amplierà l’offerta musicale organizzando concerti all’aperto a cura di Chris Angiolini, di artisti tra cui Joan Thiele (Italia), WOW (Italia), SIKSA (Polonia), POCHE cltv (Italia). Non mancheranno i live-set che animeranno le notti del Festival”.

(dal comunicato stampa del 3/5/22)

(questo è il link al sito ufficiale di Santarcangelo Festival 2022)