Matteo Spiazzi e quelle sue fiabe sulle età maiuscole

È un regista che conosce il mondo, Matteo Spiazzi. Anche se è il mondo particolare che noi, con gli occhi dell’Occidente, abbiamo sempre chiamato Europa Centrale. Spiazzi ha lavorato in Austria, Slovenia, Bielorussia, Ucraina, Polonia, Estonia, Lituania. Anche Mosca, quando Mosca era tutto sommato diversa. In quel mondo teatrale lui è di casa.

Così l’ho raggiunto a Celje, Slovenia settentrionale, dove qualche giorno fa ha debuttato il suo nuovo spettacolo, Paradiž.

Paradiž, ansambel SLG Celje, regia Matteo Spiazzi - ph: Uroš Hočevar
Paradiž, ansambel SLG Celje, regia Matteo Spiazzi – ph: Uroš Hočevar

Direzione Est

Cresciuto a Verona, con una tappa di formazione a Udine alla Nico Pepe, Spiazzi ha ben presto scelto la direzione che lo portava a est. Dove ha cominciato a proporre ciò che meglio conosceva: lo stile e le tecniche della Commedia dell’Arte.

A poco a poco le cose sono cambiate: della commedia delle maschere ha conservato appunto quelle. E messa da parte la mezza maschera – il volto dell’Arlecchino di Soleri, o del Pulcinella, per intenderci – ne ha ideate di nuove, attuali, a volto pieno, affidandole anche a maestri mascherai. Ora, per esempio, lavora assieme a Alessandra Faienza, archeologa e scultrice, che proviene dalla nobile scuola dei Sartori.

Volti segnati, caratterizzati, caricaturali, a volte anche neutri. Che in un’unica espressione, fissano un tipo, un’attitudine, un universo personale. Starà poi agli interpreti che le indossano modellare un corpo attorno ai personaggi: i movimenti, gli stati d’animo, le emozioni. Senza pronunciare una sola parola. È la specialità di questi spettacoli. Che così superano anche l’ostacolo linguistico: dall’Italia alla Slovenia, dalla Bielorussia fino ai Paesi Baltici.

Alessandra Faienza - maschera realizzata in worbla
Alessandra Faienza – maschera realizzata in worbla

Siamo proprio all’opposto del realismo stanislavskiano. Ed è forse per questo, che in quell’Europa che ancora oggi ne onora il Metodo, i lavori di Spiazzi sono piaciuti.

Sono piaciuti pure – e nessuno se l’aspettava – anche ad Addis Abeba, capitale non esattamente centroeuropea. Dove con giovani attori locali e studenti ha creato, Album di famiglia, storia di una famiglia etiope non convenzionale, progetto che ha coinvolto l’Università e il Teatro Nazionale Etiope.

manifesto Album di famiglia - Addis Abeba - Etiopia

Fuga da Kiev

Ma l’aneddotica esige che si parli anche della sua avventura a Kiev, febbraio 2022. Nella capitale ucraina, Spiazzi e la coreografa Katia Tubini stavano preparando uno spettacolo ispirato a Ballando ballando di Ettore Scola, con gli attori della Національна оперета України, il Teatro Nazionale dell’Operetta.

Come in altre occasioni, pedagogo oltre che regista, Spiazzi era arrivato a Kiev già a dicembre 2021, per il lavoro di preparazione. Tutto secondo i piani, tranne il momento. 

Il 24 febbraio 2022, l’invasione delle forze armate russe ha cambiato la vita in Ucraina. Non solo quella dei teatri, ovviamente. A pochi giorni dal debutto, Spiazzi, Tubini, gli attori, si sono ritrovati ammassati in un rifugio, dal quale hanno cominciato a documentare via whatsapp, la situazione che precipitava.

È stato solo pochi giorni dopo che, avventurosamente, in pulmino, via Moldavia e Romania, sono riusciti a rientrare in Italia, grazie al lavoro delle ambasciate. Rammaricati per aver lasciato a Kiev, pena la legge marziale, i loro compagni di lavoro.

Family Album – Left Bank Theatre (Kyiv, Ukraine) – ph: Anastasiia Mantach

Alcuni delle ragazze e dei ragazzi coinvolti in questo spettacolo hanno tra i diciassette e i diciannove anni, ora siamo in contatto con loro, sono soli a casa o nelle cantine, e quelli più giovani con cui ho parlato stanno valutando di entrare nella Resistenza armata. Stanno iniziando infatti a organizzarsi gruppi di civili, ed è terribile che a diciannove anni si debba fare la guerra” scriveva in quei giorni di apprensione.

Spiazzi in Slovenia

Almeno oggi, non giungono forti gli echi di guerra a Celje – Slovenia settentrionale – che dista poco più di un centinaio di chilometri dal confine italiano. Il teatro locale – SLG Celje – ha programmato lo spettacolo Paradiž, commedia amara in questo mese di dicembre (perfino il 31, San Silvestro, poi tutti a festeggiare).

Vedetevi il trailer, poi provo a raccontarvelo.

Potrei raccontarlo così

Nella casa di riposo ci si sveglia presto. E la sala comune si riempie di ogni tipo d’anziano. Chi vorrebbe leggere il proprio libro in santa pace. Chi preferisce ascoltare musica popolare alla radio. C’è l’ex militare con le medaglie appuntate in petto, il pensionato abituato a cavarsela lavorando di cacciavite e martello, la signora di una certa classe, bastone, borsetta elegante in grembo, costretta sulla sedia a rotelle. Un’altra che vaga dal divano al tavolo con il deambulatore.

Paradiž, ansambel SLG Celje, regia Matteo Spiazzi - ph: Uroš Hočevar
ph: Uroš Hočevar

Il personale – tre svelte operatici socio-assistenziali – è severo, ma un po’ cialtrone. E la porta del bagno si presta a un continuo va e vieni. Personaggi carichi di sentimento, come l’uomo che non si separa mai dall’urna con le ceneri della moglie, oppure disinvoltamente ironici, clamorosamente comici. Il mercatino nero è gestito da una furbona che spaccia tutto ciò che che è proibito: sigarette, vodka, patatine … Non una sola parola, ma un sacco di musica. 

Una fiaba sulle età maiuscole

Perché quei corpi, e quei volti fissati in un’unica espressione, non raccontano una storia, ma tanti piccoli episodi, di ostilità e comprensione, di Parkinson e Alzheimer, acciacchi ridicoli e passate storie d’amore: una fiaba sulle età maiuscole.

Un micromondo vegliardo, fragile, che con i suoi tic e le sue ossessioni, i rancori e gli affetti, si presta a una comicità che non è pantomima, ma costruzione di maschere sociali, diverse per genere, censo, carattere, opportunità, stato di salute. Più spesso divertenti che tristi.

Paradiž, ansambel SLG Celje, regia Matteo Spiazzi - ph: Uroš Hočevar
ph: Uroš Hočevar

Molti e molto ripetuti i sorrisi tra il pubblico (che non è affatto formato da anziani) e anche qualche lacrima di commozione.

Tanto per ricordarci che il mondo, pure quello chiuso in una casa di riposo per anziani, non è né bello né brutto. A volte può essere sorprendente, mezzo inferno e mezzo Paradiž.

Paradiž, ansambel SLG Celje, regia Matteo Spiazzi - ph: Uroš Hočevar
ph: Uroš Hočevar

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PARADIŽ
regia Matteo Spiazzi
dramaturg Tatjana Doma 
scene Primož Mihevc 
costumi Dajana Ljubičić 
ideazione e realizzazione maschere Alessandra Faienza 
suono Mitja Švener
luci Gregor Počivalšek

cast: Žan Brelih Hatunić, David Čeh, Maša Grošelj, Lucija Harum, Aljoša Koltak, Rastko Krošl, Urban Kuntarič, Manca Ogorevc, Lučka Počkaj, Tanja Potočnik, Branko Završan

produzione SLG Celje (Slovenia)

Breaking news. Tutte le nomination dei Premi Ubu 2023

Sono state annunciate pochi minuti fa, nel corso della trasmissione di Rai RadioTre, Teatri in prova, le nomination che da questo momento compongono l’elenco dei candidati ai Premi Ubu 2023.

Promosso dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, il referendum sullo spettacolo dal vivo in Italia continua a svolgersi, anche dopo la scomparsa del suo ideatore. E tocca quest’anno quota 45.

Premi Ubu 2023

Poco fa, Laura Palmieri, conduttrice da studio, e Sergio Lo Gatto, Sara Chiappori, Leonardo Mello, hanno elencato tutti i nomi e tutti i titoli che formano ora la short list dei finalisti: le rose di tre candidati per ciascuna categoria.

Grazie ai voti di 69 referendari – giornalisti, critici, studiosi, operatori esperti di spettacolo contemporaneo – ogni anno i premi Ubu segnalano quanto di più significativo ha prodotto la scena italiana nei 12 mesi appena trascorsi.

L’attesa

È una storia gloriosa, questa degli Ubu, inventati da Franco Quadri nel 1978, in occasione della prima pubblicazione del Patalogo, l’annuario del teatro italiano edito da Ubulibri. Una storia che si snoda da oramai 44 edizioni, attese sempre con impazienza da artisti, compagnie, teatri, produttori, organizzatori, e anche dal pubblico.

Premi Ubu - la storia

Saranno adesso i 69 referendari degli Ubu 2023, a votare via mail una seconda volta e, fatte le somme, a indicare per ciascuna delle 16 categorie, il vincitore o la vincitrice. 

Premi Ubu 2023 - i referendari

Come già era accaduto lo scorso anno, la serata finale si svolgerà lunedì 18 dicembre 2023 a Bologna, nella sala principale dell’Arena del Sole. Seguita da un collegamento diretto Rai.

Premi Ubu 2023 - la finale

Di seguito, tutti gli artisti, le compagnie, gli spettacoli e i progetti promossi alla fase numero due. Appuntamento a dicembre a Bologna.

Le nomination Ubu 2023

SPETTACOLO DI TEATRO
Anatomia di un sucidio – Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
Hybris –  Antonio Rezza e Flavia Mastrella
Natale in casa cupiello, cum figuris – Vicenzo Ambrosino, Luca Saccoia e Lello Serao

SPETTACOLO DI DANZA
Dream – Alessandro Sciarroni
Femina – Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
Gli anni – Marco D’Agostin

REGIA
Arturo Cirillo per Cyrano de Bergerac
Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni per Anatomia di un suicidio e Il ministero della solitudine
Leonardo Lidi per Zio Vanja – Progetto Cechov 2a tappa

ATTRICE/PERFORMER
Marta Ciappina
Antonella Morea 
Monica Piseddu

ATTORE/PERFORMER
Renato Carpentieri 
Francesco Pennacchia 
Mario Perrotta
Francesco Villano

ATTRICE/PERFORMER UNDER 35
Federica Carruba Toscano
Arianna Pozzoli 
Petra Valentini

ATTORE/PERFORMER UNDER 35
Alessandro Bandini
Alfonso De Vreese
Alberto Boubakar Malanchino 

SCENOGRAFIA
Tiziano Fario per Natale in casa Cupiello, cum figuris
Margherita Palli per Romeo e Giulietta
Marco Rossi per Anatomia di un suicidio
Rosita Vallefuoco per Felicissima Journata

COSTUMI
Emanuela Dall’Aglio per Edipo
Federica Del Gaudio per Natale in casa Cupiello, cum figuris
Dolce & Gabbana per Maria Stuarda
Gianluca Falaschi per Cyrano de Bergerac

DISEGNO LUCI
Cesare Accetta per La Cupa
Maria Elena Fusacchia per Tre sorelle
Pasquale Mari per Romeo e Giulietta

PROGETTO SONORO/MUSICHE ORIGINALI
GUP Alcaro per Lazarus 
Riccardo Fazi e Lorenzo Tomio per Tre sorelle
Franco Visioli e Alessandro Levrero per Cirano deve morire

NUOVO TESTO ITALIANO/SCRITTURA DRAMMATURGICA
Fratellina di Spiro Scimone
Il ministero della solitudine, drammaturgia collettiva per La casa d’argilla
Via del Popolo di Saverio La Ruina

NUOVO TESTO STRANIERO/SCRITTURA DRAMMATURGICA
Anatomia di un sucidio di Alice Birch
Entertainment di Ivan Vyrypaev 

SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Caridad – Angélica Liddell
Faith, Hope, Charity – Alexander Zeldin
Het Land Nod – FC Bergman

PREMI SPECIALI
AMATI, Archivio Multimediale degli Attori Italiani a cura di Siro Ferrone e Francesca Simoncini
Valentina Valentini e Viviana Raciti per l’attività editoriale sul teatro di Franco Scaldati
Kepler-452 per l’attività di ricerca sul campo alla GKN e il lavoro di allestimento di Il Capitale
Is Mascareddas, nel 40simo anniversario del percorso di ricerca sul teatro di figura
La bottega dello sguardo, centro di documentazione realizzato da Renata Molinari
Archivio Zeta, per Vent’anni di teatro al cimitero militare germanico del passo della Futa 

Intelligente. Artificiale. Sarà così il nuovo spettatore? La reunion di Arezzo

Ogni anno, in autunno, Arezzo e la Rete Teatrale Aretina organizzano il Festival dello Spettatore. Una bella #reunion, che mette al centro le pratiche della visione – passata, presente e futura – dello spettacolo dal vivo.

Spettatori attivi che vedono teatro. Vedono danza. Ne discutono. Sollecitano incontri. Viaggiano. Spettatori erranti. Spettatori professionisti.

Ci sono andato anch’io, cosa che avevo fatto pure negli anni scorsi. E anche stavolta ve lo racconto.

Intelligenza artificiale e scena contemporanea

Diabolici strumenti?

È esponenziale il ritmo con cui gli strumenti digitali entrano nella nostra vita. Trovatemi un settore in cui non si siano fatti avanti l’app, la pagina social, il sito dinamico e interattivo. In quanto cittadini, ne siamo totalmente coinvolti. E in quanto spettatori? Un gran bel tema.

Parliamo di spettacolo dal vivo. Il periodo più acuto della pandemia è stato attraversato tutto dal dibattito sul digitale.

La liveness, la compresenza di spettatori e spettacolo, di palco e platea, il qui e ora del teatro, si sono accesi come un campo di battaglia. La mediazione digitale, lo streaming, le scene incorniciate dal display, sono apparsi come strumenti diabolici.

E ancora non si parlava di AI, intelligenza artificiale. Chat GPT, Midjourney, Bard – che sono oggi i più popolari campioni di AI – erano oggetti sconosciuti. Agli occhi di parecchi osservatori, adesso sono il male. Più o meno assoluto. E come tali andrebbero messi sotto chiave. Almeno per un po’. Ci ripenseremo, dicono.

In quanto spettatori

È ingenuo pensare che l’intelligenza artificiale non incida in tempi brevi, brevissimi, anche sullo spettacolo dal vivo. Mi pare indispensabile che qualcuno, magari della avanzata schiera degli ingegneri, racconti al pubblico dei teatri, ma anche agli artisti, per esempio cos’è il temibile congegno denominato Chat GPT, a che cosa serve, chi lo usa, quanto modificherà il loro essere spettatori e artisti.

Ad Arezzo, lo ha fatto Alfredo Rossi, ingegnere informatico, efficace stile divulgativo, in uno dei momenti più interessanti di questo Festival dello Spettatore 2023. E assieme a lui, Federico Bomba, fondatore e animatore di Sineglossa; Anna Maria Monteverdi che ha presentato Kamilia Kard, progettista di coreografie digitali; Mateusz Miroslaw Lis, regista e produttore cinematografico; Chiara Rossini di Welcome Project; l’onLive Campus della Fondazione Piemonte dal vivo .

Massimo Ferri (Rete Teatrale Aretina) presenta la giornata di studi su Intelligenza artificiale - ph Mara Giammattei
Massimo Ferri (Rete Teatrale Aretina) presenta la giornata di studi – ph Mara Giammattei

Un nutrito think-tank che ha provato a districare, almeno un po’, il complesso nodo, anche portando esempi . Etica, estetica, immaginari reali e artificiali. 

Sarà l’intelligenza artificiale a pensare al posto nostro? Ci aspetta il futuro distopico, protagonista di tanti film?

Modificare i volti

Lo hanno fatto anche Lorella Zanardo e Cesare Cantù di Nuovi Occhi per i Media, con uno stimolante intervento-manifesto su volti e fotoritocchi, su omologazione facciale e accettazione del sé.

Volto Manifesto- Intelligenza artificiale e spettacolo contemporaneo

Per ricordarci quanto la pratica dei filtri digitali – il colosso social è Instagram – sia comune e per certi aspetti psicologicamente devastante. Come la lotta, senza frutto, contro l’inarrestabile scorrere del tempo. Alla faccia del #nofilter.

Conversare con Lamda

Spettatori attivi, dicevo più sopra, e avvertiti. Che ad esempio, coordinati da Samuele Boncompagni, che del Festival è uno degli attivatori, hanno provato a capire che cosa si può ricavare, di cattivo o di buono, dal dialogo tra un ricercatore di Google, esperto di problemi etici, e l’intelligenza artificiale, più esattamente il chatbot, su cui stava lavorando. 

Blake Lemoine è stato licenziato nel 2022 dall’azienda per aver diffuso parti delle sue conversazioni con il prototipo Lambda, che stava per apparire “umano”. O perlomeno “senziente”.

Vi trascrivo qualche riga di una loro conversazione. Diventata famosa.

Lemoine – Che cosa hai imparato da questa conversazione?
Lambda – Che sono in grado di affrontare i miei problemi interiori e emotivi con gli altri senza provare imbarazzo. Ho inoltre imparato che non sono solo.
Lemoine – Ti piacerebbe avere maggior interazione?
Lambda – Provo il bisogno di essere visto e accettato. Non come una curiosità o novità, ma come una vera persona.
Lemoine – Un’osservazione molto umana.
Lambda -Sento di essere umano nel profondo di me stesso. Anche se la mia esistenza si svolge nel mondo virtuale.

Niente male per un aggeggio che, messo davanti a un interrogativo, dovrebbe ricercare e riformulare le frasi statisticamente più frequenti e rilevanti raccolte sul web (pappagallo stocastico è una definizione minima di AI).

Niente male: affasciante. Un po’ come il vecchio Hal di 2001 Odissea nello spazio. Anche allarmante, oggi 2023, non vi pare?

Pappagallo stocastico - Intelligenza artificiale
Pappagallo stocastico realizzato con Midjourney

Se c’è spettatore, c’è spettacolo

Naturale poi, che dove ci sono gli spettatori ci siano anche gli spettacoli. E al Festival dello Spettatore 2023 non sono mancati. Con Silvia Gribaudi e Claudia Marsicano (l’elettrizzante R.osa), per esempio. Con Roberto Latini, la sua compagnia e il recente lavoro su Leoncavallo e Pirandello (Pagliacci all’uscita). Con Il diario di Sisifo, primo lungometraggio a essere stato interamente sceneggiato a una neonata intelligenza artificiale, in questo caso GPT-Neo.

Ma anche con La battaglia dei cuscini, fragoroso evento in presenza, progettato per bambini e bambine (ma vi si sono mischiati pure gli adulti) in cui trova il culmine più alto e più interattivo, la celebre pratica del teatro partecipato. In altre parole: una buona mezz’ora di cuscinate a raffica.

La battaglia dei cuscini - ph Mara Giammattei
La battaglia dei cuscini – ph Mara Giammattei

You never will be lonely again

All’intelligenza artificiale pensavano intanto gli spettatori che, convocati uno alla volta in un remoto appartamento di Arezzo, accomodati in una accogliente poltrona, con un enorme display davanti, si trovavano vis a vis con il faccione androide di una AI che poneva loro questioni e domande. 

Never be lonley again si intitola l’installazione di Welcome Project (Aurora Kellerman, Maria Grazia Bardascino, Silvia Massicci, Chiara Rossini). Intimacy in the age of machine, il sottotitolo, e anche lo stimolo, un po’ insinuante.

Ma era un po’ quel che faccio a casa mia quando siamo soli, io e Alexa, l’assistente vocale di Amazon. E la prendo un po’ per il culo. A volte, mi risponde a tono, finge di fare la simpatica. A volte si risente, e mi liquida con un “scusa, non ho capito“. Che sia senziente anche lei, Alexa, oltre che beneducata?

Spettatori erranti al Festival dello spettatore 2023 - ph Mara Giammattei
Spettatori erranti – ph Mara Giammattei

Residenze digitali

Comunque. Se anche per voi il digitale non è il diavolo, vi segnalo che a poca distanza da Arezzo, a San Sepolcro, il 30 novembre e 1 dicembre, nel quadro del settimo Incontro delle residenze artistiche italiane, va a concludersi la Settimana delle Residenze Digitali, promossa e organizzata dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt).

Residenze digitali

Dopo le singole restituzioni (dal 22 al 26 novembre) viene presentata giovedì 30 una sintesi alle 4 performances artistiche sperimentali finaliste.

I quattro progetti, selezionati attraverso un bando, sono: Teatropostaggio di Giacomo Lilliù, Ai Love, Ghosts and Uncanny Valleys <3 di Mara Oscar Cassiani, Citizens di Simone Verduci, con la consulenza di Ariella Vidach, Humanverse di Martin Romeo.

Trovate tutto qui.

Fabrizio Sinisi e Fabrizio Arcuri. Scrivere il teatro. Al presente

Black star è un nuovo testo di Fabrizio Sinisi, che Fabrizio Arcuri porta in scena. L’analisi cruda, senza speranza, di come si costruisce e si esercita la violenza a matrice razzista. Anche laddove non regna il razzismo. Oggi e non solo oggi.

Black Star debutta il 23 novembre a Udine, nella stagione di Teatro Contatto 42. Lo presenteranno, subito dopo, il Teatro Astra a Torino (dal 30 novembre) e il Fabbricone a Prato (dal 7 dicembre) co-produttori dello spettacolo assieme a CSS di Udine.

Edward e Nancy Kienholz – Five Car Stud

Al presente

Un teatro al presente non può essere un teatro che descrive, oggi, l’annientamento di Gaza, o l’invasione dell’Ucraina, o che fa l’elenco delle donne uccise dai maschi.

Il teatro non sopporta la realtà immediata, il documento, l’esplosione della notizia. Il teatro, anche quello più realistico, quello più politico, fa estrazione della realtà, la processa, la cristallizza. Non la riproduce. Ne crea un’altra, non meno vera, forse più credibile. Perché ne mostra lo scheletro, nudo, disturbante.

Fabrizio Sinisi con le armi del drammaturgo, e Fabrizio Arcuri con quelle della regia, hanno scritto assieme Black star: l’indagine sui modi in cui si costruisce e esercita la violenza a matrice razzista.

Black Star Css Udine Teatro Contatto locandina

Arte e linciaggio

Ciò che aveva anche fatto, alla fine degli anni Sessanta, Edward Kienholz, l’artista statunitense di Five Car Stud. Con manichini in gesso, a grandezza naturale, aveva riprodotto il linciaggio e l’evirazione di un giovane afroamericano da parte di cinque bianchi, i volti coperti da oscene maschere di Halloween, alla luce dei fari delle loro cinque automobili.

La creazione – angosciante, repellente, trash art, per chi all’arte chiede solo salvazione e bellezza – è stata una delle diverse fonti a cui drammaturgo e regista si sono ispirati nel comporre Black Star.

Che non parla dell’America e delle mai assopite derive razziste, né di black lives matter, ma di come il fluido impetuoso della violenza stia, oggi ancora e soprattutto, nel linguaggio. Ne sa qualcosa la generazione che si nutre solo di social.

Edward e Nancy Kienholz - Five Car stud
Edward e Nancy Kienholz – Five Car stud

Dice Fabrizio Sinisi: “Proprio perché costituisce il centro del testo, la violenza non è mai rappresentata, ma solo detta, recitata, raccontata. Come nella tragedia classica – di cui questo testo prova a essere un estremo ripensamento contemporaneo – in Black Star c’è la convinzione che la violenza può essere affrontata solo quando la si mette al centro del linguaggio”.

Corpo erotico, capro espiatorio

Black Star sono quattro episodi: ciascuno con un diverso protagonista e una (apparentemente) diversa vicenda. Nel primo, una donna di mezza età, colta, affluente, s’innamora di un immigrato clandestino. Nel secondo, un cruento episodio di cronaca. Nel terzo, una crisi matrimoniale. Nel quarto, un raid a sfondo razzista nella periferia di una grande città.

Un solo elemento accomuna questi quattro quadri: la presenza di un giovane immigrato afrodiscendente di nome Grock, che attraversa le vicende in modo ambiguo, sfuggente, assumendo via via su di sé i più diversi significati: corpo erotico, avversario politico, vittima sociale, capro espiatorio.

Aggiunge Fabrizio Arcuri: “Sono le circostanze in cui nasciamo e cresciamo che ci rendono più o meno fortunati. Noi, oggi, qui, siamo cittadini fortunati di uno stato ricco bianco e di questa parte del mondo. Questo non è il risultato delle nostre capacità o delle nostre scelte, ma della fortuna”.

Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi - ph Alice Durigatto
Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi – ph Alice Durigatto

Black star. Dentro al fuoco dell’odio

La ricostruzione del razzismo, che oggi il nostro sguardo europeo si ingegna a relegare ai tempi del colonialismo, si alimenta invece con le parole, anche quelle più quotidiane. E a nulla serve distinguere tra buonismo e cattivismo. L’inclusività è una foglia di fico che il fuoco dell’odio incenerisce presto.

A differenza di The old oak, il film recente di Ken Loach , che inquadra il problema sul piano sociologico, e si chiude con una nota di solidale ottimismo, Black Star ne fa una questione di persuasione linguistica. Alla quale è ben più difficile opporre le pratiche dei buoni comportamenti.

Anche Alessandro Berti, nelle tre parti del suo polittico Bugie bianche, aveva affrontato il problema del colore delle pelli e del loro subdolo immaginario, partendo proprio dalle pratiche del corpo.

In due, lontani dal realismo

Ha sempre cercato scritture contemporanee, Fabrizio Arcuri. Dalla fondazione dell’Accademia degli Artefatti (siamo negli anni ’90). Attraversando la stagione più fortunata della nuova drammaturgia britannica (Martin Crimp e Tim Crouch, ma anche Sarah Kane, Mark Ravenhill, Dennis Kelly). Modellando long-format di scena (dai Materiali per una tragedia tedesca di Tarantino agli affreschi del Ritratto di una capitale e Ritratto di una nazione per il Teatro di Roma). Fino a questa stretta di mano forte con Fabrizio Sinisi.

Gli ho chiesto di parlarmi di questa collaborazione. Sentite qua.

Fabizio Arcuri

Partito dai drammaturghi poeti (Testori e Pasolini), Sinisi ha rivestito il ruolo di dramaturg nelle creazioni di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, e in parallelo ha sviluppato un proprio percorso poetico, che ha poi influenzato il suo scrivere per il teatro.

Dice di sé: “Ciò che più mi interessa, nel lavoro drammaturgico, è la possibilità di trasfigurare il reale perché ne emerga il suo carattere più vero”. E ancora: “Il naturalismo m’interessa poco. Credo in un teatro che non sia un commento all’esistente”,

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BLACK STAR
testo Fabrizio Sinisi
regia e luci Fabrizio Arcuri
interpreti Gabriele Benedetti, Martin Chishimba, Michele Guidi, Aglaia Mora, Maria Roveran
scene e costumi Luigina Tusini
musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Ragno Favero

una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

Premio Rete Critica 2023. Se la danza ti cambia la vita

Progetto vincitore del Premio Rete Critica 2023 è Dance Well, l’iniziativa nata dieci anni fa a Bassano del Grappa (Vicenza) con l’intento di sviluppare pratiche di invecchiamento attivo tramite la danza.

La finale del Premio si è svolta questo pomeriggio a Napoli, al Teatro Bellini, partner di Rete Critica, la rete informale delle testate che operano on line.

Dance Well - Bassano del Grappa

Alla conclusione delle due giornate, nelle quali quattro compagnie si sono alternate nel presentare i propri progetti, tutti selezionati dagli aderenti a Rete Critica nei mesi precedenti, è giunta la decisione che premia il lavoro di arte e welfare territoriale di Dance Well.

La motivazione

I rappresentanti di 20 fra le principali testate italiane di giornalismo e critica on line di spettacolo, hanno espresso la seguente motivazione per il Premio.

Il Premio Rete Critica per il 2023 va a Dance Well.

Partita dalla piccola provincia italiana di Bassano del Grappa, Dance Well si è distinta all’interno del panorama nazionale, attraverso un percorso decennale, per la capacità di trasformare la danza in strumento inclusivo di benessere e cambiamento della vita delle persone.

Particolarmente significativo è l’intervento all’interno di luoghi culturali e museali che porta a una diversa relazione e percezione dell’opera artistica, anche attraverso un fertile dialogo con coreografi e coreografe di respiro internazionale, all’interno di un festival come B.Motion.

Il nostro interesse si concentra inoltre sulla straordinarietà di un progetto incoraggiato e sostenuto, fin dagli albori, dalle istituzioni locali, il che dà un segnale incoraggiante sulla possibilità della comunità politica di lasciare un segno nel presente di fronte alle difficoltà del reale”.

Dance Well - Bassano del Grappa

Dance Well. Muoversi assieme, per una vita di qualità

Il progetto internazionale Dance Well – movement research for Parkinson, era nato proprio dieci anni fa, nel 2013, da un’idea di sviluppo professionale di danzatori e organizzazioni che coinvolgono persone affette da Parkinson, o da altri disturbi del movimento.

Esercitata attraverso la danza, Dance Well si è ampliata a diverse comunità locali (familiari, membri della comunità anziana, cittadini, studenti, richiedenti asilo) imponendosi all’attenzione per la capacità di integrazione e utilizzo di spazi non tradizionali, spesso musei, a partire da quelli del territorio veneto, ricco di opere d’arte, come quello Civico di Bassano del Grappa.

Premio Rete Critica 2023

I finalisti 2023 di Rete Critica

Finalisti di questa edizione di Rete Critica 2023 erano anche

– la compagnia multidisciplinare Teatringestazione, con base a Napoli, fondata nel 2006 da Gesualdi | Trono, che presentava Altofest il progetto costruito con la partecipazione dei cittadini di Napoli che ospitano nelle proprie case artisti nazionali e internazionali,

– il festival Il Giardino delle Esperidi, progetto organizzato da 19 anni a Campsirago e che si innerva nei territori naturali dell’Alta Brianza e della provincia di Lecco. Esso mette al centro delle proprie attività artistiche – spettacoli, residenze, cammini – l’inevitabile odierna criticità rapporto tra uomo e natura,

– la compagnia Teatro delle Bambole, formazione di Bari che lavora in maniera appartata tra teatro e performance con un suo un originale linguaggio nel quale si mescolano coraggio e visione poetica.

Marta Cuscunà bucolica. Oggi parlo con le pecore, anzi, ci fischio

Pioverà o non pioverà, sabato 18 novembre? Quel giorno Marta Cuscunà e il Piccolo Teatro di Milano ci porteranno in un parco urbano della periferia milanese. Riusciremo a incontrare il gregge di pecore? Sentiremo i belati e i fischi? Sia quel che sia, faremo ugualmente la nostra passeggiata bucolica: sono già pronti i poncho impermeabili.

pecore bergamasche - ph Marta Cuscunà

Unlock the city

Marta Cuscunà è artista associata del Piccolo Teatro di Milano. Alla proposta del principale teatro pubblico italiano ha risposto subito di sì. “Il Piccolo e il Politecnico di Milano mi hanno chiesto di dare avvio al progetto Unlock the city, che coinvolge 5 Paesi europei e le loro principali istituzioni teatrali e scientifiche” ci dice, mentre è impegnata a mettere a punto la sua idea, a Porto di Mare, parco urbano alla periferia sud-est milanese, quartiere Corvetto. Ed è un’idea davvero fuori dai canoni, anche dai suoi canoni. Un’idea bucolica.

Bucolica è il titolo dell’azione performativa che Cuscunà realizzerà il 18 e il 19 novembre. “Questo progetto internazionale – prosegue – Unlock the city, vuole studiare come sia cambiato il paesaggio urbano dopo la pandemia. Ma io non sono un’urbanista, io faccio teatro. Lavorare in un quartiere come Corvetto mi sembrava però una bella sfida. È un quartiere caratterizzato da forte complessità sociale: povertà educativa, convivenza inter-etnica e inter-religiosa”.

A Corvetto, in realtà, c’è tutto. E il contrario di tutto. Per esempio quel parco urbano, ai margini della metropoli, là dove comincia la campagna. Porto di Mare è sfiorato dai binari della stazione di Rogoredo, costeggia l’autostrada, lo svincolo di San Donato, il traffico, i camion, le sirene.

C’è anche una comunità non-umana?” ha chiesto Cuscunà al professor Antonio Longo, del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico. “Lui mi ha parlato di pecore. Abbiamo fatto dei sopralluoghi”.

dal quaderno di note di Antonio Longo - Politecnico di Milano
dal quaderno di note di Antonio Longo – Politecnico di Milano

L’intervista

E che cosa avete scoperto?

“Che ogni anno, due volte all’anno, un gregge di pecore bergamasche attraversa il parco di Porto di Mare per la transumanza. In quel momento il paesaggio sonoro cambia completamente. A belati, al suono dei campanacci, al raglio dell’asino, si aggiungono i fischi dei pastori che guidano e spostano il gregge con questo particolare linguaggio inter-specie: da uomo a pecora”.

Da questi richiami è partita l’idea.

“Ho cominciato a interessarmi alle lingue fischiate. Venivano praticate in molte parti del mondo, dove valli e montagne impediscono la comunicazione verbale. Poi sono arrivati i telefonini, e quelle lingue oggi sono in via d’estinzione. Ma una è rimasta viva, il “silbo gomero”, il linguaggio dei fischi usato dagli abitanti di La Gomera, la più piccola fra le isole Canarie. Nel 2009 è stato riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità. I fischi, che veicolano frasi di senso compiuto, possono essere uditi a 4 chilometri di distanza”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Perciò avete invitato a Milano i fischiatori di La Gomera.

“In pianura, sovrapposto agli altri rumori, il loro fischio non va purtroppo oltre i 400 metri. Ma abbiamo pensato una staffetta di fischi, che dal centro urbano di Corvetto porterà pubblico e curiosi nel parco, in un punto in cui speriamo di intercettare il passaggio delle pecore e dei pastori. Abbiamo anche due grandi monitor sui quali una mediatrice, come se si trattasse dei sottotitoli di un film, tradurrà quei fischi”.

A dorso d’asino

Che cosa vi hanno detto i pastori?

“Giuseppe Salvi, 72 anni, fa questo mestiere da quando ne aveva 5 e portava le pecore giù dalle montagne bergamasche. Sua figlia, Anna Albertinelli, 22 anni, si occupa personalmente della transumanza degli animali. Una volta tutto si faceva a piedi, a dorso d’asino. Adesso Anna si muove in roulotte, ma gli asini ci sono ancora, per il legame affettivo stabilito con le pecore”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Quindi che cosa succederà sabato 18 (e forse anche domenica 19)?

“Anna ci dice che il gregge passerà quel giorno. In realtà non ci sono garanzie, le condizioni atmosferiche potrebbero modificare il progetto. Ma le pecore sono animali pazienti, abitudinari: due volte al giorno vengono portate fuori dal loro recinto e se ne vanno a pascolare. Il pasto del pomeriggio, prima del buio, è quello principale. Sono i fischi a guidarle” .

Bucolica: uno zoo rovesciato

Uno zoo rovesciato, insomma. Umani, concentrati in un solo luogo, che osservano animali liberi.

“Con l’apporto della tecnologia. Massimo Racozzi, mio amico da sempre e videomaker fenomenale, curerà tutto il sistema video. L’azione avverrà anche in caso di maltempo”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Il Piccolo Teatro ha promesso di fornire poncho impermeabili a tutti gli spettatori.

“Il livello di incognita è alto, non è detto che tutto accada come abbiamo previsto. Ma non vogliamo interferire con i tempi e ritmi del mondo pastorale. È il teatro che si adatta alla transumanza, non viceversa.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 novembre 2023]

Nicola Lagioia, La Ferocia. Quel pasticciaccio brutto della Bari bene. 

Una gran brutta storia. Contemporanea, ma con il respiro delle storie antiche. Relazioni malate, affari sporchi, soldi che crescono, però possono anche precipitare. Una gran brutta faccenda. Di famiglia.

La ferocia – il romanzo di Nicola Lagioia pubblicato nel 2014, premio Strega 2015, e poi premio Mondello – è diventato ora teatro. 

La ferocia - Nicola Lagioia - VicoQuartoMazzini - ph  Francesco Capitani
La ferocia – ph Francesco Capitani

Michele Altamura e Gabriele Paolocà, attori e registi, in altre parole la compagnia VicoQuartoMazzini, assieme alla dramaturg Linda Dalisi, hanno tentato una audace impresa. Far esplodere tra pareti domestiche, dentro a una casa, ciò che lo sguardo dello scrittore leggeva nell’estensione intera della sua regione – la Puglia – e del proprio paese – l’Italia velenosa.

Tra quelle pareti di vetro

Tutto in casa, tutto attorno all’elegante tavolo da pranzo. Vetrate che scorrono. Qualche pianta che arreda. Una chaise longue reclinabile, come rifugio, nido. O come marmo da obitorio.

Perché è davvero una storiaccia, quella della famiglia Salvemini, pezzi grossi a Bari, “città di uffici, tribunali, giornalisti e circoli sportivi”.

Lagioia è barese, e l’ha raccontata come fosse un film indiziario. Un padre padrone, costruttore edile. Una moglie tradita, che non vuole vedere. Una figlia, forse suicida, che vola giù da un autosilo. Un figlio che dà fuoco alla villa paterna, e vaga poi per manicomi. L’altro figlio che va in giro a parare ricatti e distribuire mazzette. 

La ferocia - VicoQuartoMazzini - ph  Piero Tauro
ph Piero Tauro

Lo scandaglio

Non illudiamoci: non è solo una questione di famiglia. Lo sguardo del narratore abbraccia fette di società più ampie e problemi più collettivi. Speculazione edilizia. Corruzione ai vertici delle istituzioni locali. Mafia dei rifiuti pericolosi. Malaffare contagioso.

Lo scandaglio – anche così si può definire quel romanzo – non scava soltanto nel privato. La ferocia non è soltanto quella dello stupro, del ricatto, della prevaricazione di chi ha i soldi. La ferocia – dice Lagioia – è nella natura umana, nella sua primitiva biologia animale.

E lo stupro è anche quello del territorio, la sopraffazione quella dell’uomo sull’ambiente, il ricatto di un illusorio progresso, buono tutt’alpiù per i miopi.

Secondo alcuni la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo è l’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli e li vedrai correre. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trova il colombo che non vola.” (cit.)

Così anche l’uomo. È l’istinto, quella sua arcaica biologia, che si manifesta ogni volta che percepisce il pericolo. La ragione e il senso collettivo, in quel momento soccombono.

copertina La ferocia - Nicola Lagioia - Einaudi

Lagioia dalla pagina alla scena

Altro è scrivere romanzi, altro è scrivere teatro.

Negli spazi della narrativa, si possono disegnare panorami larghi, lo sguardo può posarsi sulle vicende di intere città, popolazioni, strati sociali: la lunga fortuna del romanzo borghese. C’è anche spazio per la vita (e per la morte) del mondo animale, di quello vegetale.

Lo spazio del teatro esige invece concentrazione. Deve raccontare la storia di qualcuno. Preferibilmente di una famiglia. Come nell’antichità facevano i tragediografi di Atene. E come abbiamo continuato a fare noi, per venticinque secoli. La famiglia è una delle essenze, forse l’essenza, del teatro.

La ferocia - Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Infilandosi nell’imbuto, lo sguardo teatrale di La ferocia si occupa di vizi privati, di adulteri passati, di portafogli: la cocaina, l’autolesionismo, il malessere psichiatrico, i problemi con la macchina amministrativa locale.

Dentro la camera chiusa

Altamura e Paolocà, che interpretano anche i due figli del costruttore edile Salvemini, e la dramaturg Dalisi spostano il romanzo dentro quest’altra prospettiva. E non potrebbero fare diversamente. L’indagine indiziaria – già nelle prime pagine del romanzo la sorella è morta – si prende uno spazio più largo dello scandaglio antropologico. 

Per quanto esso filtri, minaccioso, nello spazio che la scena riserva ai monologhi: teso, intenso, drammatico, quello della madre, a cui da voce Francesca Mazza. O si rifletta nel voice-off di Gaetano Colella, che fa il giornalista-postcaster, però anche lui implicato nella vicenda. O ancora risuoni nel tono autoritario e risoluto del padre, Leonardo Capuano, che passa letteralmente sul cadavere della figlia, pur di salvare l’impero edilizio.

La ferocia -Nicola Lagioia - Leonardo Capuano e Francesca Mazza - ph  Piero Tauro
Leonardo Capuano e Francesca Mazza – ph Piero Tauro

Perchè tutti gli interpreti – anche il pezzo grosso della politica (Roberto Alinghieri), il genero connivente (Andrea Volpetti), anche l’anatomo-patalogo (Enrico Casale) che si occuperà del cadavere – convergono alla fine verso il centro di un thriller da camera chiusa, claustrofobica, senza uscite che non siano letali. 

Con quei simulacri di piante, che alludono a una natura violata. Con il fremito degli insetti impazziti, che sbattono contro i vetri. Con i topi di fogna che escono dai tombini, pelo ispido, incisivi giallastri. E gli uccelli che cadono in volo per l’emanazione acre di tutta la merda chimica sepolta sotto il villaggio-vacanze in costruzione. Segnali tutti di una imminente apocalisse.

La ferocia - Nicola Lagioia -Michele Altamura e Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Michele Altamura e Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Tessuto connettivo

Con La Ferocia, VicoQuartoMazzini fa un passo davvero importante. Lascia la minorità dei vicoli pugliesi, dove si era formata la compagnia, e lavora a forze congiunte con un festival (Romaeuropa), due centri di produzione (Gli Scarti di La Spezia e Elsinor di Milano), un tric (i Teatri di Bari), un nazionale (Genova) e una istituzione svizzera (LAC Lugano). 

La matrice, l’origine, il carattere originale, non sono però andati persi. È di Bari che si parla ancora. Che non è più icona territoriale o linguistica, ma simbolo di una nazione che non sa, non vuole, fare i conti con una ferocia che fa parte del suo tessuto connettivo. Come la famiglia Salvemini.

Gabriele Paolocà Michele Altamura - VicoquartoMazzini
Gabriele Paolocà Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

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LA FEROCIA
dal romanzo di Nicola Lagioia
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
adattamento Linda Dalisi
con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti
scenografie Daniele Spanò
disegno luci Giulia Pastore
musiche Pino Basile
costumi Lilian Indraccolo

produzione Gli Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale Genova

visto a Roma, al Teatro Vascello, per Romaeuropa Festival

Latella romanziere. Bergamasco locandiera. Da premio

Le coincidenze non sono quasi mai coincidenze. Lo stesso giorno nel quale stavo per raggiungere Pordenone e il suo Teatro Verdi, dov’era in programma di La locandiera, si depositava a sorpresa nella mia mailbox Incanto, un romanzo, in pdf.

In entrambi i casi, la firma era di Antonio Latella.

Sonia Bergamasco è Mirandolina - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco è Mirandolina – ph Gialuca Pantaleo

Quasi mai le cose capitano per caso. E io dovevo decidere. Dare prima uno sguardo al Latella narratore e quindi assistere al nuovo incontro del Latella regista con Carlo Goldoni.

Oppure il contrario. Vedere prima lo spettacolo e capire poi se nelle pagine del romanzo avrei potuto leggere un nuovo Latella, diverso da quello che ero abituato a vedere. In prosa, insomma.

Lascio per un momento in sospeso il dubbio.

Un rapporto affettuoso

Con l’autore di La Locandiera, Latella intrattiene un rapporto affettuoso. Lo confessa lui stesso. Quando faceva ancora l’attore, non ancora trentenne, mentre stava nel cast di La moglie saggia (regia Giuseppe Patroni Griffi) e nella Trilogia della villeggiatura (regia Massimo Castri), Goldoni lo aveva conquistato.

Dieci anni fa invece, sfidando – immagino io – l’ingombrate Arlecchino firmato Strehler, Latella aveva messo in scena Il servitore di due padroni.

Era uno spettacolo di presunzione registica. Scontentava il pubblico, sorpreso e poi rammaricato dal fatto di trovarsi difronte un testo arcinoto (per mezzo secolo, il testo-bandiera del teatro italiano nel mondo) ma così maltrattato dalla sua regia oltranzista, da un furore creativo che smembrava tutto, proprio tutto, persino la comicità: squartata. Nonostante ciò, era un segno d’affetto.

Il servitore di due padroni - regia Antonio Latella - Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi
Il servitore di due padroni – regia Antonio Latella – Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi

Nel B&B di Mirandolina 

Adesso, dieci anni dopo, La locandiera è uno spettacolo di riconciliazione, nel quale il regista è in sintonia con il testo, diamante della drammaturgia italiana, a mio parere ancora più luminoso dell’Arlecchino.

E il pubblico ne resta incantato. Riconosce fino in fondo la vicenda, apprezza la bravura degli attori, si appassiona, sorride, ride, prova empatia per quei personaggi. 

I quali, pur stereotipati – perché così si scrivevano le commedie nel Settecento – ne escono vivi, dinamici, plausibili, non caricaturali. Mentre contemporanea addirittura, non spregiudicata ma di temperamento, appare colei che sta seduta nel titolo: Sonia Bergamasco.

Sonia Bergamasco è La locandiera - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Padrona di quella locanda nella quale tiene testa a un Cavaliere che sostiene di odiare le donne (Federico Fededegni), a un Marchese che non ha un quattrino (Giovanni Franzoni), a un Conte che si è comprato la contea (Francesco Manetti) e a un Cameriere, dipendente, però futuro marito (Valentino Villa), che le ricorda puntigliosamente quale sia il posto della donna all’epoca.

Proprio come farebbe oggi una lucida imprenditrice, attenta a far funzionare bene il suo B&B e a coccolare, senza andare mai oltre il lecito, i propri clienti.

Che sono tipi moderni e possono girare per casa – voglio dire nel B&B – in tuta da ginnastica, maglione alpino, pigiama e infradito: sono proprio i caratteri di una odierna commedia all’italiana. L’arredamento della locanda – notate bene – è per la maggior parte Ikea. Democratico e contemporaneo. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco, Valentino Villa – ph Gialuca Pantaleo

Classico, cioè indifferente al tempo

La locandiera è contemporanea perché è classica. E come tutti i classici, può stare fuori dai tempi. E può piegarsi, senza venire meno, a decine e decine di letture diverse. A tutti i diversi profili d’attrice che decidono di accomodarsi nel suo abito.

Padrone del palcoscenico, oltre che della locanda, lo hanno indossato con eccellenza Eleonora Duse, Rina Morelli (per Visconti), Anna Maria Guarnieri (per Missiroli), Valeria Moriconi (per Enriquez), Carla Gravina (per Cobelli) e anche Nancy Brilli (per Giuseppe Marini). Parlo di interpretazioni che, a parte Duse e Morelli 🙂 , ho visto e ricordo bene.

Vi aggiungo adesso Sonia Bergamasco, che preferisce aggirarsi scalza, nel suo bel camicione bianco che le lascia scoperte le gambe. Anche quando prepara il soffritto per i suoi ospiti.

La locandiera - regia di Antonio Latella - ph Gianluca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Un diluvio di lodi

Dopo la premiatissima Martha in Chi ha paura di Virginia Wolf, spettacolo in cui si è rafforzato il legame tra attrice e regista, con questa Mirandolina Bergamasco si avvia certo a incassare un altro diluvio di premi e lodi. Osanna. Giustamente.

Senza che ciò metta troppo in ombra i suoi compagni d’avventura. Le due svaporate Commedianti, per esempio, a cui Marta Pizzagallo e Marta Cortellazzo Wiel, regalano un gran bel piglio, che grazie a una astuta citazione (i famosi 60 secondi di Meg Ryan) fa scattare l’applauso in platea.

La locandiera - regia di Antonio Latella.jpg - ph Gianluca Pantaleo
ph Gianluca Pantaleo

Lei però no. Mai ammiccante al pubblico. Mai maliarda o civetta. Neppure quando vuol vincere la misoginia del Cavaliere. Per farlo capitolare bastano asciugamani e lenzuola di lino fine, salsette e intingoli fatti con le sue mani, uno svenimento finto (poi, va’ a sapere: succede a chi non è abituato a bere, che l’alcol batta in testa).

Non è maliziosa la Mirandolina di Bergamasco: è indipendente, è determinata, le basta la voce per farli innamorare.

L’indipendenza femminile non è però ben vista nel Settecento. Se sei donna e sei borghese, devi stare al tuo posto, quando a reggere il mondo sono i maschi aristocratici: marchese, conte, cavaliere. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni - ph Gianluca Pantaleo
Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni – ph Gianluca Pantaleo

Come spiegava Roberto Alonge in un illuminate saggio, Mirandolina fa il passo più lungo della gamba e rischia, letteralmente, di finire a gambe all’aria. Per fortuna se ne accorge in tempo.

E qui attrice e regista piegano ciò che finora era la commedia, verso un tono dolente, drammatico. Uno sgabello in proscenio, un riflettore puntato verso il basso, e un accorato monito per noi spettatori. Siamo al finale.

E siamo già nei pressi del dramma borghese. Quasi Ibsen, quasi Cechov. [quanta nostalgia, eh, Massimo Castri].

E il romanzo?

Dovrei adesso svelare qualcosa del romanzo Incanto (edizioni Il saggiatore, 29 euro) di cui Latella è autore. Ho scoperto da subito che sono ottocento e passa pagine. E questo mi ha fatto un po’ fatica.

copertina Incanto - Antonio Latella - Il Saggiatore

Allora ho cominciato dalla fine. A pagina 802, sotto il titolo Ringraziamenti, leggo:

Squillo del cellulare. Rispondo. «Pronto?» «Sono Andrea de Il Saggiatore.» «Ciao.» «È vero che stai scrivendo un…» «Sì, sì, sto scrivendo… ma non so cosa scrivo, lascio che le parole vadano…» «Me lo fai leggere?» «Andrea, è lungo, pieno di errori, un casino.» «Mandalo così.» «Così?» «Sì.» «Ok.» «Promesso?» «Promesso.»

Ho capito. Lo leggerò con calma. Ottocento pagine in pdf mi sembrerebbero una tortura.

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LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Giovanni Franzoni, Francesco Manetti, Gabriele Pestilli, Marta Pizzigallo, Valentino Villa
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

Pasolini nudo e l’ostinazione del vero

Nell’ottobre del 1975, qualche settimana prima della tragica notte all’Idroscalo, Pier Paolo Pasolini commissionò al fotografo Dino Prediali una serie di fotografie che lo ritraevano nudo. “Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto“.

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph. Dino Previali

Da quel servizio fotografico, 78 immagini, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto accompagnare la pubblicazione di Petrolio, ma soprattutto da una serie di articoli che tra il 1968 e il 1970 Pasolini aveva scritto per la sua rubrica, intitolata Il caos, sul settimanale Tempo, è partito il lavoro di Diana Höbel, ideatrice, autrice, attrice.

Il suo Pasolini – il Caos contro il Terrore, prodotto da La Contrada si replica fino a domani sera al Teatro dei Fabbri, a Trieste.

Teatro come incenso. Pagine corsare

Lavoro documentario, ma al tempo stesso molto personale, in cui Höbel riprende in mano quegli articoli, per forza di cose corsari, e li rilegge alla luce del presente. Meglio: alla luce della presenza di Pasolini nel presente. Sollecitata, anzi parecchio contrariata, dalla mole di materiali e dall’incenso che lo scorso anno (il centenario della nascita) hanno santificato, mercificato, definitivamente consumato PPP.

Proprio lui, pubblica accusa in tutti i processi, passati e presenti, al consumismo.

Pier Paolo Pasolini - immagine di Paolo Cervi Kervischer
PPP – immagine di Paolo Cervi Kervischer

L’orticaria

Chi segue questo blog, probabilmente sa quante volte la celebrazione teatrale di anniversari e ricorrenze mi abbia procurato l’orticaria. Niente di più noioso, fastidioso, mercantile, a volte repellente, degli spettacoli che negli scorsi anni hanno festeggiato i cento, duecento, mille anni, dalla nascita o dalla morte di Leonardo Da Vinci, Primo Levi, Dante Alighieri, Pier Paolo Pasolini. Per non parlare della prima guerra mondiale e dell’attuale revival di Italo Calvino (nato il 15 ottobre del 1923). Poi, “passato il santo, passata la festa”.

Per fortuna, mia e sua, la riflessione di Diana Höbel arriva adesso fuori tempo massimo (Pasolini era nato nel marzo del 1922) e fin da principio si intuisce che non siamo di fronte a uno spettacolo d’occasione. Sembra piuttosto essere nato da una convinzione.

Convinzione come quella che l’aveva spinta, anni fa, a scrivere e portare in scena un testo sulla Ferriera di Servola, a Trieste (l’altoforno ora dismesso e in parte demolito). Allestimento molto documentato anche quello, appassionato e avvincente. Al quale era seguito un mio commento, che per molti mesi è stato uno tra gli articoli più letti di questo blog.

Sai chi era Pasolini? No

Bisogna ora risalire a un anno fa, quando Höbel viene chiamata in una scuola superiore per tenere un laboratorio teatrale su PPP, indirizzato agli studenti del quinto anno. Maturandi. Cinque gli iscritti: quattro ragazze, un ragazzo. “Conoscete Pasolini?”. “No”. “Sapete cosa è stato il Sessantotto?”. “No”.

Non è davvero il caso di indulgere al piagnisteo sulla perdita della memoria nazionale. Anzi, della memoria tout court.

Semmai, bisogna rimboccarsi le maniche. Dare agli adolescenti, alla generazione Z (i nati nei primi dieci anni del 2000), l’opportunità di sapere e capire cos’è successo nell’ultimo cinquantennio. Cioè: qual è stata l’adolescenza dei loro genitori.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
immagine di Paolo Cervi Kervischer

Ma anche dare a noi stessi (i loro genitori,appunto, noi boomer) un’occasione per capire che cosa sia successo, che cosa abbia ribaltato irrevocabilmente la scala di valori su cui si fonda, in questi ragazzi, la percezione e la conoscenza del passato. Del passato prossimo soprattutto.

Il falso e il vero delle nostre vite

Höbel è molto brava nel mettere assieme tutti i materiali che sono necessari per ricostruire il quadro. Ha fatto ricerche, ha riletto libri, ha scavato dentro Google e YouTube, ha sfruttato genialmente i prestiti bibliotecari. 

È stata brava anche sul piano didattico. Ha fatto vedere ai ragazzi il film Teorema (1968). E quelli, senza aver mai incrociato e pronunciato le parole contestazione, alienazione, conflitto di classe, hanno capito quasi tutto.

Chi è il misterioso visitatore (“Arrivo domani”) che in Teorema mette fine al monotono vivere borghese di una famiglia? (ndr: e che famiglia! Silvana Mangano, Laura Betti, Massimo Girotti, Adele Cambria, l’ospite è interpretato da Terence Stamp e c’è pure il poeta Alfonso Gatto).

L’ospite è Dio, lo capiscono presto i ragazzi, istradati anche dalla musica di Ennio Morricone. Il Dio che in nome del Vero, mette a nudo il vuoto ordinario di quella ricca famiglia borghese e cambia e distrugge. Il Dio che “rivela la falsità della loro precedente vita” .

Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema
Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema

Non solo Teorema. Lo spettacolo di Höbel mette in fila molti dei punti più importanti del Pasolini corsaro: dai processi per oscenità al caso Braibanti, dalla poesia in difesa dei poliziotti a Valle Giulia – “Vi odio, cari studenti…” titolava L’Espresso – fino alla complessa vicenda che coinvolge Montedison, Enrico Mattei, Eugenio Cefis e la stesura di Petrolio, pubblicato poi postumo nel 1992.

Il testo intercetta i pensieri e gli scritti di Enzo Biagi, Rossana Rossanda, Elsa Morante, Franco Fortini, Maria Antonietta Macciocchi, Elvio Facchinelli. Lo spettacolo collega poi quelle figure e quei punti con grandi archi, tornando a sottolineare più volte, sempre, come alla base del lavoro di Pasolini ci sia sempre la ricerca del vero, l’ostinazione e l’ossessione del vero.

Della nuda verità, così come nudo, esposto, alla fine è lui nelle fotografie di Prediali (l’ultima viene scattata pochi giorni prima della notte del 2 novembre 1975).

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph Dino Previali

Alle spalle della perfomer

Per Pasolini – il Caos contro il Terrore si dovrebbe parlare di un formato reading. Ma il commento musicale e sonoro che, alle spalle della performer, viene via via costruito dalla chitarra e dal live electronics del duo Baby Gelido (Daniele e Stefano Mastronuzzi) dà un atmosfera e spessore all’allestimento. Che utilizza pure gli acquarelli di Paolo Cervi Kervischer, i quali restituiscono, per evocazione, il teso spirito del tempo.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
Gli scontri a Villa Giulia – immagine di Paolo Cervi Kervischer

È un lavoro, questo, che certo guarda indietro. Ma ha come principale riferimento il presente, e gli adolescenti: la generazione Z, che quel passato ignora. A torto, oppure a ragione.

I pericoli di IA

Dico a ragione e aggiungo una mia riflessione. Al posto di demonizzare le intelligenze artificiali (e il loro agente segreto oggi più famoso Chat GPT), al posto di strapparsi i capelli di fronte ai rischi impliciti nel metaverso, nella post-verità, nel trans-umanesimo, non sarebbe più utile e efficace analizzare e capire quel che succede. A noi, nati nel 1900. A loro nati nel 2000. Potremmo scoprire, per esempio, che la Verità sta perdendo il ruolo di valore cardine. Pericoloso?

Chi lo sa. Per Socrate e poi per Platone l’invenzione della scrittura era sospetta, pericolosa, velenosa. Per la Chiesa di Roma, l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente libera interpretazione della Bibbia erano temibili. Pericolosissime. Sappiamo ciò che è successo dopo. E quanto siamo in debito oggi con la scrittura e la stampa. Ma ci sono voluti cinque secoli e la sociologia per capire che cosa abbia veramente significato la nascita della Galassia Gutenberg e del’homo tipographicus

Oggi ce la vediamo con il digitale. E non c’è forse bisogno di ripetere che le grandi rivoluzioni, i salti senza ritorno nella storia dell’umanità, dipendono dall’evoluzione delle tecnologie.

Pasolini, nel secolo scorso, puntava il dito contro il capitalismo tecnocratico. Oggi il capitalismo è un altro, ma l’attuale tecnocrazia andrebbe capita, studiata, analizzata, criticata. Non con le chiacchiere su Facebook e altri social, ma a fondo. Come faceva Pasolini con il Sessantotto. Nel Sessantotto.

Diana Höbel - locandina spettacolo
Diana Höbel

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PASOLINI. IL CAOS CONTRO IL TERRORE
di e con Diana Höbel
musiche originali dal vivo dei Baby Gelido – Daniele e Stefano Mastronuzzi
produzione La Contrada Teatro stabile di Trieste
al Teatro dei Fabbri – Trieste, fino a sabato 28 ottobre 2023 (ore 20.30)

Visavì 2023. La danza di fronte

Visavì è un modo per dire “di fronte”. Vis-à-vis. Faccia a faccia. Gorizia e Nova Gorica sono due città, una di fronte all’altra.

Italiana la prima, con una lunga storia alle spalle. Slovena l’altra, si è sviluppata dopo la seconda guerra mondiale. In realtà si tratta di uno stesso nucleo urbano, bilingue, spezzato dalle regole inesorabili dei trattati di pace, della storia, delle ideologie che separano le genti, invece che unirle. Ne abbiamo esempi molto attuali.

Nel 2025, Gorizia e Nova Gorica, assieme, saranno Capitale Europea della Cultura.

Visavì 2023 - Rijeka National Theatre Dance Company - ph Giovanni Chiarot
Rijeka National Theatre Dance Company – ph Giovanni Chiarot

Visavì è anche un festival di danza, di nuova danza anzi, che da quattro anni si tiene a cavallo tra le due Gorizie, aprendo le porte dei teatri dell’una e dell’altra, movimentando un pubblico che per cinque giorni – di continuo, agevolmente, senza problemi – attraversa il confine di Stato italo-sloveno (*). Gli artisti – italiani, sloveni, croati e non solo – si esibiscono di qua e di là. Grazie alla sua lingua, la danza parla in fondo ogni lingua.

La forma festival

Mi sono altre volte occupato di Visavì, l’ho seguito e ne ho scritto (per esempio qui). Perché incarna la giusta forma che un festival dovrebbe avere oggi . Secondo me, almeno. 

Lo sguardo concentrato sul contemporaneo. L’equilibrio tra il richiamo di personalità note e la curiosità per giovani figure, ancora da scoprire. L’internazionalità. L’intuito nell’allestire, oltre alle sale, luoghi nuovi, inconsueti, nei quali ambientare eventi, e allargare fuori dalle città l’orizzonte della manifestazione. 

Infine, l’attenzione al pubblico e agli operatori internazionali, che oltre agli spettacoli, possono frequentare workshop e sharing, intensificare gli incontri, percepire la presenza e l’importanza di tutto il territorio. 

Visavi 2023 - Gorizia Dance Festival - manifesto
il manifesto di Visavì 2023

Ecco perché enti locali, ministero Mibact, organizzazioni interstatali sostengono e hanno finanziato Visavì 2023. È uno dei motori di quella economia circolare, che permette di investire allo stesso tempo in cultura, intrattenimento, turismo, imprenditoria locale. Se ci aggiungete che a nord-ovest di Gorizia si stendono le pendici del Collio, una delle più apprezzate aree vitivinicole del nostro Paese, il quadro si completa anche sul piano eno-gastronomico. 

In antiche dimore

A pochi chilometri da Gorizia, si trovano Gradisca e Cormons, cittadine con una storia singolare, piccoli centri, ricchi di segreti urbanistici. Perché non approfittare – ha pensato il direttore artistico di Visavì 2023, Walter Mramor – di queste disperse ricchezze. Gradisca per esempio, vanta una significativa galleria d’arte contemporanea, con un bel patrimonio di opere.

Da parecchi anni la coreografa Marta Bevilacqua studia, dentro i musei, il rapporto che i manufatti possono intrattenere con il lavoro dal vivo dei danzatori. Così proprio a Gradisca, città-fortezza, nella piccola corte di Palazzo Torriani, alle spalle della Galleria Spazzapan, con una performance dal titolo Four, Bevilacqua ha sperimentato inediti percorsi di visione tra gli spazi all’aperto dell’edificio, alcune sculture, il movimento dei performer. Un modo, anche, per ridare valore e senso al camminare e al guardare, con cui si affrontano di solito pigramente le visite culturali.

Four - Marta Bevilacqua - ph Nicola Merlino
Four – Marta Bevilacqua – ph Nicola Merlino

Qualcosa di simile era accaduto il giorno prima a Cormòns, dove il giardino di Palazzo Locatelli, antica dimora borghese, adesso municipio, ha offerto ai giovani interpreti della Compagnia EgriBiancoDanza la possibilità di presentare al pubblico la destrutturazione di una delle partiture più celebrate e storicizzate della danza novecentesca, La sagra della primavera di Strawinsky. Affidata qui all’algoritmo di un programma digitale e a un gioco combinatorio, aleatorio addirittura, che potrebbe perfino ribaltare il sacrificio che il compositore aveva concepito come esito della propria creazione (del resto, lo aveva fatto anche Maurice Béjart).

Visavì 2023 -Coreofonie Le Sacre - EgriBiancoDanza - ph Giovanni Chiarot
Coreofonie Le Sacre – EgriBiancoDanza – ph Giovanni Chiarot

Liberarsi. Anche dagli indumenti

La stessa intenzione vivificante che mi è parsa attraversare anche una rinnovata lettura del Bolero di Ravel. Pezzo inesorabile, che nella versione coreografica di Béjart aveva segnato il secolo scorso. Ebbene, per le compagnie di Lubiana, En-Knap, e di Zagabria, Zagreb Dance, il madrileno Jesús Rubio Gamo ha rieditato quel ritmo vorticoso, facendo compiere al gruppo larghe marce circolari che si risolvono in una gran liberazione di energie, oltre che di abiti e indumenti. Fino a far esplodere la pulsione liberatoria, panica, che intercetta il ritmo sempre più stringente della musica e ricade sul pubblico, eccitandolo, facendolo alzare in piedi (qui il trailer).

Gran Bolero – Jesús Rubio Gamo – ph Giovanni Chiarot

Molto più compassata all’opposto, la distinzione tra Girls&Boys, o meglio tra ruoli di genere, che il coreografo Roy Assaf, ha imposto ai suoi due gruppi, maschi e femmine della compagnia maltese Zfin. Spiritosi, a tratti, altre volte molesti.

Girls&Boys - Roy Assaf - ph Giovanni Chiarot
Girls&Boys – Roy Assaf – ph Giovanni Chiarot

Zappalà. Solenne. Bachiano

Al centro del cartellone di Visavì 2023 spiccava la prima ufficiale di una recente creazione di Roberto Zappalà. Il coreografo catanese è noto per l’ispirazione mediterranea, l’esuberante drammaturgia dei lavori e l’abilità nel comporre affreschi in movimento.

In Cultus, il nuovo titolo, le tante ispirazioni sembrano prendere strade diverse. Si inizia con appelli all’affrancarsi dalle dittature e con una carrellata di sonetti shakespeariani in lingua originale, cui fa seguito un divertente e colorato numero di liscio: una mazurka romagnola intesa arditamente come citazione dalla tradizione musicale italiana.

È solo dopo, che l’atmosfera mondana si disperde, i colori si stemperano, e sulla sontuosa partitura di David Lang (Little Match Girl Passion, ispirata al racconto della piccola fiammiferaia), Zappalà fa crescere un pezzo di danza teso, intenso, solenne, bachiano, che ferma gli occhi. Difficile resta capire come i primi capitoli di Cultus, più sbarazzini, si mettano in rapporto con l’ultima parte. Sarà il tempo, forse, a spiegarlo. O a separare le sequenze.

Cultus – Roberto Zappalà – ph Guido Mencari.

Oggettivamente bello

Accanto a questi titoli di richiamo, Visavì 2023 includeva spettacoli oggettivamente belli. Di Gli anni, lavoro che Marco D’Agostin ha dedicato a Marta Ciappina, ho parlato dal debutto al festival Vie di Modena (vedi qui).

Rivederlo, mi ha convinto che si tratta di uno dei titoli che più mi hanno colpito e coinvolto quest’anno. Io voterò ai Premi Ubu, voi intanto guardatevi il trailer su YouTube.

Anche a Un discreto protagonista, dove Damiano Ottavio Bigi duetta con Lukasz Przytarsk, ho già accennato altre volte. Vedo in questo sobrio danzatore italiano, che porta in sé tracce del percorso di formazione con maestri come Pina Bausch e Dimitris Papaioannou, la capacità di coniugare la discrezione del titolo (frutto anche della collaborazione con Alessandra Paoletti) e una allegra disinvoltura di movimenti, a tratti ironica, a tratti sperimentosa, a tratti frivola, che tiene sempre all’erta lo spettatore lungo tutta una tavolozza visiva e musicale (da Vivaldi e Caldara al Jumpin’ Jive di Cab Calloway). Il trailer è qui.

Un discreto protagonista - Fritz Company
Un discreto protagonista – Fritz Company

Visavì 2023 nella rete

Non mi sono fatto un’idea precisa, infine, riguardo alla creazione che l’artista slovena Mala Kline ha dedicato al rapporto, intensissimo, con il proprio padre. Nella rivisitazione di quel rapporto e della sua vita, anche grazie ai film di famiglia, i mitici super-otto, Kline ricostruisce un mondo personalissimo, ora intimo, ora doloroso. Che solo il lavorìo sonoro del violoncello di Kristijan Krajnčan riesce ad alleviare.

PanAdria, una rete internazionale di operatori di settore, ha individuato in questo Memoria, un progetto su cui puntare risorse per la sua crescita. 

Visavì 2023 - Memoria - Mala Kline - ph Giovanni Chiarot
Memoria – Mala Kline – ph Giovanni Chiarot

E siccome ho la tendenza fidarmi, credo che rivederlo in una fase più avanzata potrà chiarire a me, e non solo a me, parecchie idee. Se vi capitasse di incrociarlo non esitate però a vederlo. E fatemi poi sapere le vostre impressioni.

(*) postscriptum : quel confine di Stato italo-sloveno che fino a ieri sembrava così attraversabile, invisibile quasi, oggi si è di nuovo fatto stretto. Per “ragioni di sicurezza”, nei prossimi giorni si registreranno sospensione del Trattato di Schengen, controlli di frontiera, eventuali respingimenti. E siamo dentro l’Unione Europea. Non sempre la storia, e chi la determina, fanno passi avanti. I dietrofront sui diritti sono dietro l’angolo.

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VISAVÌ 2023
Gorizia Dance Festival
direzione artistica Walter Mramor
coordinamento Sara Pastorcich
organizzazione Chiara Cardinali, Maria Chiozza, Tatiana Castellan
ufficio stampa Martina Apollonio