Baccanti, tragedia terminale. Terzopoulos al suo settimo allestimento

Ad aprire la nona edizione del festival Pompeii Theatrum Mundi, la scorsa settimana, sono state Le Baccanti con la regia di Theodoros Terzopoulos.

Lo spettacolo è in scena anche questa sera giovedì 25 e domani 26 al teatro di Ostia Antica. In autunno sarà a Modena al Teatro Storchi.

Baccanti Terzopoulos 1 Gemma Carbone ph Johanna Weber
Gemma Carbone in Le Baccanti – regia T. Terzopoulos – ph J. Weber

Ossigeno e sangue

Le ho contate, sono centocinquanta. Centocinquanta sacche trasfusionali di sangue che fanno da sfondo a Le Baccanti, nuova versione che Terzopoulos dà dell’ultima e più estrema tragedia di Euripide.

Davanti alle sacche di sangue si scorge qualcosa che assomiglia a una barella o a una navicella spaziale, magari temporale, dove giace un corpo tenuto in vita – pare di capire – da tubi che lo allacciano a due bomboloni di ossigeno a lato.

Davvero ci vogliono ossigeno e sangue – mi sono subito chiesto – per tenere in vita, se non resuscitare, la più terminale fra tragedie di Euripide? Un testo vertiginoso che già ha attraversato due millenni e mezzo, e che ancora proietta le sue terribili immagini sul presente?

Baccanti Terzopoulos - Musio Vetrano ph Johanna Weber
Paolo Musio e Enzo Vetrano – ph Johanna Weber

La più estrema

Baccanti è la più estrema tra le opere del canone classico. Non a caso quel titolo entra nel linguaggio comune come una ventata di ebbrezza, fanatica e pericolosa. Baccanti sono le donne inebriate dal vino, scompigliate nei gesti, incontrollate nei sensi, fameliche, feroci.

Baccanti in quanto seguaci di Bacco. Che è uno dei tanti nomi di Dioniso. Come Dioniso Lieo, il liberatore. Come Dioniso Bromio, il festoso. Saranno poi i Romani a fare di Bacco, autonomamente, il dio del vino. Con tutto ciò che ne consegue.

Bene lo sa Terzopoulos, 81 anni, greco, nato proprio sotto il Monte Olimpo, e fondatore del Teatro ateniese Attis. Di Baccanti, Terzopoulos ha già realizzato sei allestimenti diversi e sul dio protagonista ha scritto anche un diffuso manuale di teatro che si intitola Il ritorno di Dionysos.

copertina il ritorno di Dionysos

Quel mito lo conosce dunque bene, benissimo, per averlo studiato nelle tante sfaccettature, e per aver immaginato, altre sei volte, un disegno diverso, adatto ai tempi e alle situazioni, in cui le sue Baccanti si sono trovate a replicare, ebbre, scomposte, gli scandalosi riti boschivi. “Un dio terribile e dolcissimo” lo definisce Euripide. “Il dio protettore dei rave” potremmo chiamarlo noi.

L’archetipo del profugo

Qui, nel Teatro Grande di Pompei, non siamo nella Epidauro del turismo di massa, ma la richiesta è ancora una volta quella di ammansire il tragico, renderlo più comprensibile, dargli perfino una patina di attualità. Cosa di cui il tragico, che va alle radici dei comportamenti umani, davvero non avrebbe bisogno.

“Dioniso è l’archetipo di un profugo che attraversa i paesaggi di guerra – ha raccontato il regista in un’ intervista al Corriere della Sera – “è il predecessore dei profughi di oggi come quelli che cercano salvezza, per esempio sulle coste di Lampedusa”. E via avanti con lo spiegone.

Ecco perciò ricomposto nel suo disegno di regia un mondo, non senza tempo, ma di tutti i tempi. Che mette insieme il passo dell’oca nazista e il settecentesco Lascia ch’io pianga… Il corpo nudo della liberazione dionisiaca e il corpo armato della militarizzazione.

Baccanti Terzopoulos - Randisi Carbone ph Johanna Weber
Stefano Randisi e Gemma Carbone- ph Johanna Weber

Tra le tante altre soluzioni estrose, noi spettatori vedremo e sentiremo: rombi guerra e sirene, un rotear di ventagli rossi, movimenti di scena che trasformano il coro in coreografia…. Tutte cose abbastanza incongrue con l’assunto principale, ma adatte a fare spettacolo.

Riccioli d’oro

Perfino il casting appare piuttosto curioso. La regia assegna a Roberto Latini il ruolo del biondo e riccioluto Dioniso. Che era un Massimo Popolizio, divino nell’edizione di Luca Ronconi a Siracusa, un’ambigua Federica Rosellini nella versione di Andrea De Rosa, proprio qui a Pompei nove anni fa.

Ma Latini – il quale resta un attore superbamente bravo e molto applaudito – non è né biondo né riccioluto, e deve perciò mimare riccioli e belli capelli.

Roberto Latini e Marco Cacciola
Roberto Latini e Marco Cacciola – ph Ivan Nocera

Lo stesso vale per Penteo, tiranno di Tebe, co-protagonista repressivo prima, poi sedotto anche lui dalla divinità. Con un po’ di imbarazzo vedremo l’interprete, Marco Cacciola, costretto allo spogliarello e a un balletto sinuoso, un po’ odalisca, un po’ sette veli.

Autentica mater dolorosa è Alvia Reale, mentre succhia il proprio dolore dal cranio del figlio Penteo, scambiato per una belva feroce e decapitata. Terrore e raccapriccio.

Baccanti Terzopoulos - Alvia Reale
Alvia Reale – ph Johanna Weber

Sono i particolari di quella tendenza allo spettacolare e – sottolinerei – pure al banale che abbondano spesso nelle riprese dei titoli del canone classico. Ma che le Baccanti, estremiste e sovversive, non si meriterebbero. E che non si merita nemmeno la gloriosa carriera di Terzopoulos.

Dioniso è Bacco

Mi risuona, mentre lascio i gradini del Teatro Grande, un canto ritmato e allegro che viene dai camerini, curiosi container bianchi tra le pietre antiche. “Venite Baccanti, Baccanti venite!” scandiscono con l’entusiasmo di chi è stato poco prima applaudito, e finalmente si disseta, i dodici ragazzi e ragazze del Coro.

Chissà – mi chiedo salutando Pompei – se le sacche trasfusionali erano piene di sangue davvero. Dionisio è pure Bacco, e inventò il vino. E il bel colore, un rosso rubino, più o meno è lo stesso.

Baccanti Terzopoulos - Pompeii Theatrum Mundi

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LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumposcon Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
il Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Pompei, Teatro Grande, dal 18 al 20 giugno 2026
Ostia, Teatro Antico, 25 e 26 giugno
Modena Teatro Storchi, dal 22 ottobre

Ivor Martinić, autore croato. Felicità teatrale per famiglie infelici

Ha debuttato a Rijeka/Fiume nella monumentale sala del Teatro Nazionale Croato “Ivan Zaic”, Mio figlio cammina solo un po’ lentamente di Ivor Martinić.

Tre lingue, tre produttori, nove attori e la regia “argentina” di Marcela Serli.

Ivor Martinic - Mio figlio cammina solo un po' più lentamente
Il cast – ph Željko Jerrneić 

Birthday blues, lo chiamano gli anglosassoni. Non è un genere musicale. Ma è quella sensazione di disagio, di depressione e scoraggiamento, che si prova a volte [spesso, #diciamocelo] nel momento in cui si dovrebbe invece festeggiare il proprio compleanno.

Anniversari

A teatro, ma anche al cinema e nella musica, il compleanno è un topic ricorrente. Sempre drammatico. The birthday party di Harold Pinter. Il film Festen di Lars von Trier. La canzone di Guccini. Questi e molti altri titoli raccontano quanto di spaventoso possa nascondersi in quegli anniversari.

Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, creazione 2011 dello scrittore croato Ivor Martinić, prende avvio dai preparativi per una festa di compleanno. Temibile. Perché nessuno o quasi ci tiene a festeggiarlo. Ma tutti sentono il dovere di farlo.

Infelicità

Anche le famiglie infelici sono un topic teatrale ricorrente. “Tutte le famiglie felici si somigliano. Ma tra quelle infelici, ciascuna è infelice a modo suo” sentenziava Tolstoj. Non credetegli.

Andando a memoria, non mi sembra di avere mai visto, in scena, una famiglia felice. Anzi: più infelici sono, più teatro fanno. A cominciare da quelle tremendissime di Oreste e di Edipo. Fanno massa, le infelicità.

Capita ancha a voi, no?

Pure Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, si occupa di una famiglia infelice. Non più di tanto. Qualcuno potrebbe etichettarla: disgregata, traballante. Ancora peggio: disfunzionale. Non credetegli.

Una nonna che non sta bene con la testa. Una mamma apprensiva. Un marito disattento. Un figlio che ha problemi di salute. Un flirt tra cognati. Normale amministrazione. Capita anche a voi, no? [non tutto nello stesso momento, spero]. Ma vi definireste una famiglia disfunzionale?

Giuseppe Nicodemo - Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
Giuseppe Nicodemo – ph Željko Jerrneić 

Nel suo testo Ivor Martinić combina i due topic: infelicità e compleanno. Che non sarebbe una novità. Ma lo fa con un suo gusto per la lingua, per le battute, per una palette di toni e sentimenti che va dal malinconico al grottesco. Si può ridere delle disgrazie altrui, certo, facendo però finta che non siano anche le nostre.

Una regia “argentina”

Mentre assistevo al debutto dello spettacolo, qualche sera fa, allestito dalla compagnia del Dramma Italiano nel bel teatro storico-ottocentesco di Rijeka / Fiume, pensavo: ha qualcosa di argentino questo testo.

E mi ricordavo di certe famiglie latinoamericane raccontate da Claudio Tolcachir (Le omissioni della famiglia Coleman, Emilia) o Rafael Spregelburd (Lucido, Il panico). O ancora da Roberto Cossa e Gabriel Calderón.

Il conto torna: infatti colei che ha proposto il testo alla compagnia fiumana (e anche al CSS di Udine e al Teatri Stabil Furlan) è una regista di ineccepibile origine argentina: Marcela Serli, che è nata a Tucumán.

Quando a scrivere sono gli argentini, c’è sempre di mezzo uno psicanalista. La dissestata famiglia di Martinić deve invece sbrigarsela da sola. Con le complicazioni del caso. Divertenti a volte, pensose altre volte.

Perché il festeggiato, 25 anni, si trova purtroppo costretto su una sedia a rotelle. Perché la nonna manifesta sintomi evidenti di declino cognitivo. Perché tra sorelle il rancore supera l’amore, e i mariti pensano ad altro. Perché in fin dei conti nessuno vuole vedere la propria infelicità e – come spiega con una metafora il titolo – “cammina solo un po’ lentamente”.

Sosteneva Beckett

“Niente è più buffo dell’infelicità” scrive Samuel Beckett in Finale di partita. Consapevole del proprio compito, la compagnia degli attori, sintomaticamente affiatata, ci dà dentro parecchio per rendere sopportabile, se non comica, tutta questa infelicità.

I palloncini colorati scoppiano. Sulla sedia a rotelle si balla. I costumi sono un’esplosione di fiori. E una telecamera ingigantisce i primi piani, le espressioni dei volti, e sottolinea le battute.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

Di più: la linearità del testo croato, viene allegramente demolita mettendo in ballo l’italiano (nella traduzione di Elisa Copetti) assieme al dialetto di Fiume e alla lingua friulana. Un mix che ben si adatta al triangolo fiumano-udinese che produce lo spettacolo e lo porterà prossimamente in tournée.

Copertina - Edizioni del Teatri Stabil Furlan
Il testo in edizione bilingue croato-friulano

Tavolozza Martinić

Mi dicono che Martinić (classe 1984, nato a Spalato, ora vive a Barcellona) sia uno dei croati più tradotti, in tutto il mondo, soprattutto in Sudamerica. Giustamente.

E che laggiù, di questo testo, siano stati realizzati allestimenti diversi, che virano dal melodrammatico al tragicomico. Lo capisco bene, perché l’attenzione che lo scrittore mette nell’uso della lingua dà spazio a una colorata tavolozza interpretativa dei legami famigliari. Così come succedeva nel precedente Questo è il titolo della storia di Ante (2009). E e come succede anche nel più recente Peccato… marciranno le piante (2019).

Dimensione alla quale io però opporrei la domanda provocatoria spesso avanzata da Spregelburd. “Ma siamo davvero sicuri che una famiglia sia il modo migliore di organizzare corpi nello spazio?” Andate a vedere Mio figlio cammina solo un po’ lentamente. Pensateci. E ne riparliamo.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

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MIO FIGLIO CAMMINA SOLO UN PO’ LENTAMENTE
di Ivor Martinić
traduzione italiana Elisa Copetti
regia e concept scenico Marcela Serli
musiche Enza De Rose
con Rita Maffei, Massimo Somaglino, Elena Brumini, Serena Ferraiuolo, Annamaria Ghirardelli, Stefano Iagulli, Giuseppe Nicodemo, Mirko Soldano, Leonora Surian Popov
una co-produzione HNK Dramma Italiano di Fiume, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatri Stabil Furlan
lo spettacolo è anche parte nella stagione 2026/2027 di Teatro Contatto, a Udine

STORIE – Tom Stoppard, Harold Pinter, e un incontro di schiena

E così, alcune sera fa, siamo finiti a parlare di personaggi minori. Ci saranno magari stati altri argomenti, più decisivi, da mettere in discussione. Ma quella sera là, niente da fare: personaggi minori e basta. Ovvero, soprattutto a teatro, personaggi che non sempre stanno sotto il riflettore, ma sono indispensabili, con il loro intervento, a fare andar avanti la storia.

Tra i personaggi minori – sostenevo io – i più interessanti, i maggiori, per me restano sempre Rosencrantz e Guildenstern, i compagni di studi di Amleto, i suoi traditori.

Tom Stoppard (Ansa)
Tom Stoppard (Ansa)

Personaggi minori

Dalla questa minorità – argomentavo – li aveva liberati nel 1966, al festival di Edimburgo, il commediografo inglese Tom Stoppard, che aveva dedicato loro addirittura un titolo: Rosencrantz e Guildenstern are dead. Cioè sono morti: una “tragicommedia dell’assurdo”, poi anche un film ( molto premiato, Leone d’oro a Venezia nel 1990). Una promozione di grado che li aveva, una volta tanto, resi protagonisti.

Appunto parlando di Stoppard, mi era tornato in mente un episodio curioso. Una storiellina che può figurare bene tra le mie STORIE: gli incontri con uomini (e donne) straordinari che un po’ per caparbietà, un po’ per caso, hanno attraversato la mia vita. E che di tanto intanto rievoco su QuanteScene!

Ve lo racconto, quel divertente episodio.

Memorial Day

Giugno 2009. Eravamo tutti commossi alla fine della cerimonia: un memorial day che, a Londra, il National Theatre aveva dedicato a Harold Pinter, scomparso sei mesi prima (24 dicembre 2008).

Nella sala Olivier del principale teatro della capitale si era ritrovata la maggior parte degli attori che, nei decenni, avevano interpretato i suoi lavori: la crema più crema del teatro inglese.

Da Jeremy Irons (che indossava incredibili scarpe rosse) a Colin Firth, a Jude Law. Da Penelope Wilton a Eileen Atkins, solo per dire i nomi di quelli noti anche da noi.

Ciascuno aveva letto, e rivissuto in poche battute, il personaggio interpretato in un momento magico della propria carriera. Dal barbone molesto di Il guardiano (David Bravely) alle due scombinate prostitute di The Black & White (Atkins and Sheila Hancock).

Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter
Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter

Molti anche gli amici, i registi, gli scrittori che avevano accompagnato la sua carriera. E guarda caso, anche i suoi due biografi italiani (cioè Gianfranco Capitta ed io), arrivati frettolosamente a Londra con un volo low-cost, per non mancare alla celebration. E per abbracciare Antonia Fraser, la seconda moglie di Harold, storica di grande rilievo, a cui ci legava, esattamente come a lui, un affetto particolare.

Roberto Canziaini - Gianfranco Capitta - Harold Pinter

Standing reception

Non sono sobri né frugali, gli inglesi, nelle celebrazioni. Figuriamoci per un Premio Nobel. Alla fine della serata, che aveva toccato tutti i cuori, ci aspettava infatti un’abbondante standing reception. Ciò che in Italia si chiama buffet in piedi.

Non ho più memoria delle pietanze fatte circolare da impeccabili waiter, i camerieri messi a disposizione dal teatro. Ma certo ricordo l’affollamento e il vorticoso alternarsi dei piatti in mano. E dei bicchieri.

Sbadatamente, mi capitò di scontrarmi di schiena con un signore che stava riempiendo il proprio piatto, tenendo pericolosamente un bicchiere con l’altra mano. Anzi: non era la schiena, lo scontro avveniva più in basso.

Una botta di culo

Chissà di chi era la colpa. Ma l’incontro, così come era avvenuto, risultava un po’ sconveniente. Tanto che, rosso come un peperone rosso, mi affrettai a chiedere scusa a quel signore. “Sorry, I’m really sorry”. Lui si voltò senza battere ciglio. E il signore si rivelò per quel che era: un gran signore, Tom Stoppard.

L’imbarazzo prevalse sul rossore. “Good evening, mr Stoppard”. Pausa pinteriana. “Aren’t you mr Stoppard?” aggiunsi, potevo anche essermi sbagliato. “I’m Tom Stoppard”, la laconica risposta. Che altro potevo dire?

In una frazione di secondo sfogliai tutto il mio repertorio di espressioni brillanti in inglese. Ne cavai fuori una che peggio non si poteva. “Pity I didn’t meet Rosencrantz and Guildenstern too, at the celebration”. Peccato che non ci siano anche quei due qui alla cerimonia. “Oh, they’re dead, really”. Che in quel momento suonava non so se macabra non so se divertente. Ma sciolse il ghiaccio, dopo quel colpo di culo. Letterale.

Stoppard - Rosencrantz e Guildenstern are dead

Ecco: due sole battute. Ma nello stile arguto e frizzante, che potreste apprezzare leggendo qualcuna delle sue commedie. Peccato che anche lui non ci sia più.

Sei mesi fa pure Stoppard, che aveva sceneggiato film come Shakespeare in Love (Oscar e Golden Globe nel 1999), ci ha lasciati.

Tom Stoppard
Tom Stoppard

FESTIVAL 2026 – Castrovillari, o del pensiero meridiano

Quattro giorni a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per la 26esima edizione di Primavera dei Teatri, caposaldo dello spettacolo dal vivo a Sud.

Il reportage.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

Anche i festival hanno un’anima. I festival più interessanti, dico. Spesso è un luogo di incontro. Lo spazio dove spettatori e artisti si incrociano, si annusano, approfondiscono la conoscenza, al di là del momento dello spettacolo, che è venuto prima, o verrà dopo. Un’anima che pulsa di esperienze e passioni teatrali, dal mattino a sera.

Primavera estiva

A Castrovillari, a Primavera dei Teatri, quell’anima per molti anni è stata il chiostro del Protoconvento. Spazio di quiete nelle già estive giornate di maggio, quando il festival abitualmente si apre a un pubblico che viene anche da molto lontano (come me) per l’infilata di prime, anteprime, anticipazioni, presentazioni, che la Primavera calabrese promette. E mantiene pure.

Castrovillari - Chiostro del Protoconvento - ph Angelo Maggio
Chiostro del Protoconvento – ph Angelo Maggio

Quest’anno il chiostro era vuoto: la logistica ha avuto il sopravvento. Ma non si è persa l’anima, che si è spostata semplicemente altrove.

Un cortile nobile, poco distante, con il suo spicchio di cielo e annessa bakery. Che si chiama Emy’s e assicura agli abbracci e agli incontri, ai libri, alla musica, quel capitale di inclusività e colazioni, brunch, torte dolci e salate, apertivi, gatti… Senza i quali il meridione italiano non è tale.

Meridiano soprattutto

Meridione, ma soprattutto meridiano. Nell’eco di un “pensiero meridiano” che è risuonato più volte nelle conversazioni con artisti, studiosi, scrittori di teatro che hanno animato il cortile di Emy.

Franco Cassano - il pensiero meridiano

Il richiamo va al titolo pubblicato vent’anni fa dal sociologo Franco Cassano (1943-2021): superamento di una questione meridionale disagiata e piagnona, e slancio invece verso un diverso futuro. Richiamo ancora vivo in questo avamposto del teatro a Sud.

Che la compagnia Scena Verticale coltiva da 26 edizioni e si interfaccia oggi con un altro pensiero. Quella della “restanza” (il rimanere qui, il resistere, l’àncora dello spaesamento) che un altro studioso meridionale, l’antropologo calabrese Vito Teti, ha maturato negli scorsi anni.

Fughe in avanti. Riesami all’indietro

Sono traccianti di pensiero che – per la forza dei luoghi, i luoghi dell’anima – investono anche il programma degli spettacoli intessuto da Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Fughe in avanti, come i lavori di Luna Cenere coreografa, o di Filippo Andreatta, atmosferico progettista di Nuvolario.

Oppure riesami all’indietro, come la ripresa di Sutta scupa, exploit siciliano di precariato che Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa avevano tracciato ancora venti anni fa. E che ora, tra schiavitù economiche e intelligenze artificiali, acquista se possibile ancora più sinistri bagliori.

Castrovillari - Primavera dei Teatri 2026  - Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa - ph Angelo Maggio
Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa – ph Angelo Maggio

Ma qui pure si fanno tuffi nella favolistica locale e al tempo stesso europea: Dario De Luca con Le tre cicoriane rilegge in dialetto locale l’orizzonte della leggenda di Barbablù.

E anche nella favolistica irrisoria e moderna con cui Niccolò Fettrappa e Lorenzo Guerrieri condiscono i loro affreschi sul trash contemporaneo (dalla premiata Apocalisse tascabile del 2020, siamo adesso, qui, all’anteprima di Scemi del villaggio, che preannuncia altrettanti traguardi).

Più esagerato ancora, nel suo estremismo linguistico, Dino Lopardo, drammaturgo e regista. Dopo la malandata famiglia di Affogo (del 2022, anche in volume), il lucano Lopardo si imbatte ora in problemi di corpo e alimentazione (Rigetto, è il titolo, bulimico, del suo più recente lavoro, che anticipa il prossimo Cesso). Con cui lui pensa di chiudere la trilogia sulle disfunzioni. O come dice lui, sull’odio.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026 - Angela Ciaburri e Claudia A.Marsicano in Rigetto - ph Angelo Maggio
Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano in Rigetto – ph Angelo Maggio

Naufrago senza nome

Ma qui, a Castrovillari, a qualche ora di macchina da Cutro e dal suo naufragio 2023, qui, a pochi chilometri da Amendolara, e dal suo spietato rogo dell’altro giorno, è impossibile non pensare a chi migra. E resta impigliato nel traffico di esseri su cui malavita, mafie e caporalati gettano benzina politica. E qui muore.

Così KR70M16 – Naufrago senza nome, scritto dallo stesso La Ruina (e a mio avviso uno dei suoi testi più intensi) aggancia il discorso del disumano, senza la retorica e il piagnisteo degli spiegoni e con quel minimo di disincanto che garantisce dignità a tutte le vittime della Storia. Non solo quelle della Shoah, anche quelle di chi, affogato, senza nome, con il corpo smembrato dai pesci, ci ascolta dal fondo delle coste calabre.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026  -Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 - ph Angelo Maggio
Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 – ph Angelo Maggio

Karamu è un 16enne, migrante, annegato mentre cercava di raggiungere Crotone: “… e vacci da quei poveretti, fagli compagnia, che è brutta la solitudine in mezzo al mare. Parlagli, che loro ti sentono. Sentono quello che dice la gente sulla spiaggia, i bambini che giocano, quelli che ridono, pensa se lo sapessero che li sentiamo mentre ridono. Che poi fanno il bagno proprio sopra di noi, com’è che non ci pensano che siamo là sotto? “

Je suis Armande, a Castrovillari

Nei miei quattro giorni a Castrovillari, non sono riuscito a vedere tutto ciò che questa primavera calabrese prometteva, e ha poi mantenuto.

Un titolo rimarrà comunque impresso in me: Armande sono io. È il francesismo di uno spettacolo d’intervento, in cui Fiorenza Menna e Luce Sant’Ambrogio riscoprono la lezione di Carla Lonzi, attivista femminista (1931 -1982).

Castrovillari - primavera dei teatri 2026 ARMANDE foto Angelo Maggio
Armande sono io – ph Angelo Maggio

In filigrana, le due attrici leggono la delegittimazione che già Molière riservava alle donne d’intelletto (preziose e ridicole, secondo lui) e con registratori d’epoca e interviste, la riportano a quel pensare avanzato che caratterizzò la stagione della Rivolta Femminista. Dalla quale, oggi, ci ritroviamo lontani, in retromarcia. Spettacolo che raccomanderei a chi sa tenere lo sguardo e le orecchie tese ai miti d’oggi, alle trasformazioni del costume.

Genius loci

Non mi va infine di trascurare la dedica che ha accompagnato Primavera dei Teatri 2026. Dedica triplice e triste, ad amici di Castrovillari e del Festival, oltre che miei, che negli scorsi mesi ci hanno lasciato. Giancarlo Cauteruccio regista, Laura Palmieri giornalista, Goffredo Fofi critico e saggista.

Tutti e tre, a modo loro, hanno valorizzato il pensiero meridiano che in 25 anni ha fatto di questo piccolo centro del nord della Calabria, un luogo essenziale della geografia teatrale italiana, caposaldo al Sud, un territorio dove riconoscere l’impronta, il genius loci.

Che spicca pure nelle immagini di Angelo Maggio, fotografo. Sono quelle che accompagnano questo mio reportage da Castrovillari. Ma anche quelle, pubblicate nel più recente numero della rivista Mas Ruido.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

In quelle pagine, la rovina del “non finito”, cemento sbrecciato, ferro arrugginito, il degrado edilizio meridionale insomma, si manifestano come ulteriore, ammaliante presenza di questo genius loci.

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SUTTA SCUPA
di Giuseppe Massa
diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano
produzione Babel con Sutta scupa

RIGETTO
regia, drammaturgia, scene e luci Dino Lopardo
con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano
costumi Annamaria Porcelli
ambienti sonori Mario Russo
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale

KR70M16 – NAUFRAGO SENZA NOME
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina
con Cecilia Foti e Dario De Luca
musiche tradizioni, musiche originali di Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale

ARMANDE SONO IO!
di Carla Lonzi
ideazione e regia Fiorenza Menni
drammaturgia Sara De Simone, Caterina Venturini, Fiorenza Menni
con Fiorenza Menni e Luce Sant’Ambrogio
realizzazione costume Umberta Burroni
produzione Ateliersi
in coproduzione con Festival dell’Eccellenza al Femminile

Polis Festival 2026. Perché la Romagna non si affaccia sul Baltico?

Tre giorni a Ravenna, a maggio. Per Polis Festival 2026, che ogni anno apre finestre su una nuova geografia teatrale. Contemporanea. Questa volta il Nord.

Polis Festival 2026 - Je suisse - Camilla Parini - ph Dario Bonazza
Polis Festival 2026 – Je suisse – Camilla Parini – ph Dario Bonazza

Piangipane, duemila abitanti in provincia di Ravenna, ha un teatro sociale. Anzi, un Teatro Socjale. Nel 1920 i braccianti agricoli del posto lo costruirono con le proprie mani, pensando a uno strumento di elevazione culturale e politica. E quella j sembrò “migliorare l’armonia della scritta”.

Domenica scorsa, mi sono ritrovato anch’io nel Teatro Socjale di Piangipane. E dalle tradizioni del luogo, dai tavolini che stanno al posto delle poltrone in platea, dal piatto di cappelletti con il ragù che regolarmente viene servito nell’intervallo degli spettacoli, sono stato catapultato a Nord. Nei Paesi baltici, addirittura.

Teatro Socjale di Piangipane (1920)
Teatro Socjale di Piangipane (1920)

Sintomi di felicità. O di paura

Baltico, cioè nordico, scandito dai contorni di Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia era il programma di Polis Festival 2026, manifestazione che da nove anni ErosAntEros organizza in quella che un tempo era la Romagna Felix.

I tempi, oggi, non registrano eccessi di felicità. Ma darsi da fare per attivare anche a Ravenna sguardi sul contemporaneo internazionale è ciò che fanno Agata Tomsic e Davide Sacco, direttori artistici, le due metà di ErosAntEros. Decisi infatti a orientare, anno per anno, la loro bussola verso una geografia diversa.

Pertanto, dopo la penisola iberica dell’edizione scorsa, per il 2026 hanno scelto il grande freddo settentrionale. Che artisticamente, così freddo non è. Peccato solo che qui in Italia se ne sappia poco, davvero poco, limitandosi a quei tre quattro nomi che dal Novecento abbiamo ereditato: Nekrošius, Tuminas, Koršunovas, il divisivo Hermanis…

Un compito di riattivazione internazionale se lo è dato perciò Polis Festival 2026, provando ad importare una nuova leva di artisti baltici. Ma pure nomi e figure espunte dalla storia, che vale invece la pena riscoprire, oggi, sotto luce diversa.

Asja, ingegnere delle idee

Il nome di Asja Lācis, artista e attivista nata in Lettonia, era balenato dalle nostre parti quando l’animazione teatrale degli anni ’80 e il teatro per l’infanzia e la gioventù avevano cominciato a studiare il celebre Programma per un teatro proletario di bambini, scritto a quattro mani da lei e Walter Benjamin. Poi, per decenni, l’indomita agitatrice rossa (è il titolo dato a una sua biografia, 1891-1979) era stata consegnata all’oblio.

Asja Lācis
Asja Lācis

Riemerge grazie alla compagnia italiana Carullo-Minasi che proprio al Teatro Socjale di Piangipane, tra vecchie fotografie bracciantili, ha voluto far debuttare Asja Lācis. La donna che fa parlare la storia.

Titolo nel quale viene restituita al teatro una personalità paragonabile a una Frida Kahlo, a una Camille Claudel. Di più, anzi, per la forza con la quale Lācis, di professione rivoluzionaria (altro titolo di biografia), si era opposta al conformismo sovietico della prima metà (e anche della seconda, a dire il vero) del Novecento.

Scrive Benjamin che l’aveva incontrata e designata musa – intellettuale, sentimentale, e soprattutto politica – nella dedica che apre il libro intitolato Strada a senso unico (1926). “Questa strada si chiama / via Asja Lacis / dal nome di colei che, / da ingegnere, / l’ha aperta dentro l’autore”.

Walter Benjamin - Einbahnstrasse

Il che, oltre a essere una inaspettata dichiarazione d’amore, riconosce il ruolo che questa donna ha avuto nel pensiero del filosofo di Infanzia berlinese.

E Cristiana Minasi, accompagnata dalle evoluzioni vocali e strumentali di Irida Gjergji, la racconta tutta, la loro storia. Avventurandosi come un segugio tra biglietti, abiti, valige, stazioni ferroviarie, stanze deserte, pillole di morfina. Da Capri a Portbou.

POLIS FESTIVAL 2026 - Asja Lacis - foto di Dario Bonazza
Irida Gjergji e Cristiana Minasi – Asja Lacis – ph Dario Bonazza

Affacciarsi sul Baltico

Ma è lo sguardo contemporaneo, ciò che più intreccia i binari di Polis Festival 2026, capaci di trasportare il pubblico verso una sorprendente indagine su piacere e dispiacere erotico femminile (Tremolo è il progetto, tra l’artistico e lo statistico, l’intimo e il collettivo, della lituana Laura Kutkaitė).

Ma anche alla simbiosi di musica contemporanea e immagini d’archivio che l’altrettanto lituano Karolis Kaupinis ha composto in Radvila Darius, figlio di Vytautas. Concerto nel quale i documentari sulla oppressione russo-sovietica tornano fuori, catapultati dai sintomi di pericolo e paura che a quarant’anni quasi dalla piena indipendenza (1990) tornano ad affacciarsi nelle città del Baltico.

POLIS FESTIVAL 2026 - Tremolo - foto di Dario Bonazza
Tremolo – ph Dario Bonazza

Ha trovato strade ancora diverse la drammaturgia di quei Paesi. Per il tramite di due compagnie italiane (MaMiMò e Studio Doiz), la nuova scrittura baltica si è manifestata nella lettura scenica dei testi dell’autrice finlandese Eeva Turunen (il maniacale Due parole su Ulla) e dell’estone Martin Algus (Qualcosa di reale, stringente plot di estorsioni video-pornografiche, con la consolazione però del lieto fine).

Barbara, feroce, klimtiana Medea

Molti altri inoltre, e internazionali, gli appuntamenti di questo Polis Festival, tra i quali si incastonava la ripresa di Materiale per Medea, il frequentato testo di Heiner Müller, a cui Agata Tomsic, in veste (anzi piuttosto svestita) di performer e regista ha rigenerato i neri stridenti bagliori della discesa nel mito. E, grazie al potente mantello dorato, klimtiano quasi, di una risalita verso il presente, cui il tema dello straniero (e della straniera Medea) riverbera feroce nelle attuali dispute sul patriarcato. Nonché nella partitura di Matevž Kolenc, già compagno di strada della band musicale slovena Laibach, barbara e industrial.

Agata Tomsic_ErosAntEros_Medea_foto Dario Bonazza
Agata Tomsic – Materiale per Medea – ph Dario Bonazza

Da qualche anno, l’immagine-guida di Polis viene affidata a Gianluca Costantini, fumettista e graphic journalist, noto anche per le immagini che hanno accompagnato il movimento per liberazione di Patrick Zaki.

Quest’anno, Costantini ha scelto di piazzare il volto severo e climatico di Greta Thunberg tra il pelo accogliente di un orso polare, sotto le aurore dell’Artico. Mentre una sua mostra, Shieldmaiden, a via Zirardini Open-Air Gallery (fino al 19 maggio), ancora ritrae quattordici poetesse nordiche.

Polis Festival 2026 - Manifesto

Mosaici

In definitiva, un tonificante tuffo nordic, questi miei tre giorni a Polis Festival 2026. Contrappesati dalla struggente bellezza adriatica di Ravenna e dei suoi mosaici, bizantini e non.

Che sono riusciti a infilarsi persino nei miei breakfast. La sorpresa di trovare, al primo mattino, tessere di mosaico in forma di biscotto, aveva qualcosa di predittivo.

Per quando, nella futura deriva dei continenti, il Baltico si affaccerà su Ravenna.

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ASJA LACIS, LA DONNA CHE FA PARLARE LA STORIA
di e con Cristiana Minasi
viola, voce, elettronica Irida Gjergji
drammaturgia Silvia Bragonzi e Cristiana Minasi
produzione Carullo-Minasi

TREMOLO
idea, autrice, drammaturga e regista Laura Kutkaitė
performer Kristina Morta P. B., Laura Kutkaitė
coreografa Agnietė Lisičkinaitė

RADVILA DARIUS, FIGLIO DI VYTAUTAS
team creativo Karolis Kaupinis, Birutė Kapustinskaitė, Arnas Mikalkėnas, Kristupas Gikas, Kazimieras Jušinskas, Simonas Kaupinis, Goda Palekaitė, Julius Kuršis, Ervinas Gresevičius, Ignas Juzokas
produzione Operomanija

MATERIALE PER MEDEA
testo Heiner Müller
traduzione di Saverio Vertone
ideazione, regia, spazio Agata Tomšič / ErosAntEros
musiche e sound design Matevž Kolenc
costumi Bàste sartoria
con Agata Tomšič
produzione ErosAntEros

MUUTAMA SANA ULLASTA. DUE PAROLE SU ULLA
testo di Eeva Turunen
traduzione di Delfina Sessa
con Alice Giroldini
regia Eugenio Sideri
produzione Centro Teatrale MaMiMò

MIDAGI TÕELIST. QUALCOSA DI REALE
testo Martin Algus
traduzione Daniele Monticelli
con Lorenzo Carpinelli e Alessandro Renda
regia Iacopo Gardelli
produzione Studio Doiz

JE SUISSE (OR NOT)
di e con Camilla Parini
produzione Collettivo Treppenwitz

STORIE – Orcolat. Il mostro che si agita sottoterra e nella memoria di una comunità

Cade oggi 6 maggio l’anniversario – il 50esimo – del terremoto che ha distrutto vasta parte del Friuli nel 1976. Un evento della memoria collettiva italiana che investe anche il teatro.

Friuli 1976
Friuli, 1976

Reenactment

C’è una parola che torna ormai spesso nelle riflessioni fatte sul teatro. È la parola reenactment. Che, alla svelta, si potrebbe tradurre rievocazione. Ma ha un significato diverso, più specifico.

Tra i molti compiti che le comunità assegnano al teatro, o meglio allo spettacolo dal vivo, c’è anche quello della memoria. I grandi eventi si riflettono nelle comunità che li hanno attraversati grazie alla loro rievocazione, spesso teatrale, che funziona poi come strumento di trasmissione.

Se il teatro medievale si è sovraccaricato di via crucis e crocefissi è proprio perché trasmissione e evangelizzazione (di popolazioni in larga parte analfabete) convergevano in quel rievocare, o con più precisione, mettere al centro dell’azione, la morte di Gesù Cristo.

Memoria collettiva

Ma non occorre tornare tanto indietro. Nella mia memoria di spettatore c’è ad esempio un grande evento (pur molto lontano da me) qual è stata la strage della comunità Tutsi ad opera di quella Hutu, nel Ruanda africano del 1994. Un milione di morti in poche settimane.

Portato in maniera prepotente al centro dell’azione teatrale, era uno spettacolo fatto di sole testimonianze che ancora ricordo nei dettagli. Per la forza emotiva che quella rievocazione aveva saputo trasmettere anche a chi, come noi, occidentali, europei, pacifisti magari, ne era all’oscuro. Il titolo era Rwanda 94. Lo aveva ideato il collettivo teatrale belga Groupov, guidato dai registi Jacques Delcuvellerie e Marie-France Collard.

Su eventi importanti, tragedie collettive spesso, si è concentrato ciò che in Italia abbiamo chiamato teatro civile, di narrazione. Dallo storico Racconto del Vajont (1993, di Marco Paolini) a Ustica (2000, sempre Paolini), a Radio clandestina (2000, di Ascanio Celestini, sulle Fosse Ardeatine), fino al più recente L’abisso (2018, di Davide Enia), sugli sbarchi a Lampedusa.

6 maggio

La data di oggi, 6 maggio, riporta all’attenzione la tragedia collettiva che 50 anni ebbe come vittime il territorio e le popolazioni del Friuli. Una magnitudo 6,5 scala Richter, circa 10 scala Mercalli, e una contabilità dolorosa di quasi mille morti, un centinaio di centri abitati distrutti o danneggiati, 100.000 sfollati. La feroce coda, quattro mesi dopo, a settembre ’76, butterà giù anche quel poco che era rimasto in piedi.

Non riesco ad apprezzare per niente, e più volte l’ho scritto, gli anniversari. Ma il fatto che quell’evento, ogni decennio, in particolare questo, di mezzo secolo dopo, spinga il teatro a rievocare e a rimettere al centro dell’azione l’Orcolat, è qualcosa che non si può trascurare.

Un mostro chiamato Orcolat

In Friuli, territorio che in modo così distruttivo ha conosciuto la sua forza, la cultura popolare umanizza il movimento tellurico, immaginandolo in forma di creatura mostruosa, che vive sottoterra, indifferente alle sorti umane: l’Orcolat, in lingua friulana, variante peggiorativa di orco, come dire un mostro gigante, brutto e spaventoso.

La favola dell'Orcolat - Sacile

In cinquant’anni l’immaginario feroce di quell’orco, ha dato spazio a numerosi titoli. E proprio oggi, in forma di anniversario, se ne possono intercettare parecchi.

Il film documentario, anticipato già a marzo, L’Orcolat, con la regia di Federico Savonitto e la voce udinese di Bruno Pizzul (in proiezione in questi giorni al Visionario di Udine). O la produzione della compagnia teatrale friulana Anà-Thèma, in versione radiofonica proprio stasera alle 20:59.

O ancora il lavoro di una scuola di Sacile (PN): La favola dell’Orcolat raccontata da Carla Manzon. Senza trascurare la tournée (avviata già ad aprile in Canada e Usa) di Orcolat ’76, il lavoro di Simone Cristicchi, realizzato per Ert Friuli Venezia Giulia, in occasione del 40ennale, nel 2016.

Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti - Orcolat '76 - ph Walter Menegaldo
Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti – Orcolat ’76 – ph Walter Menegaldo

Sempre questa sera, al Teatro Giovanni da Udine (20.30), un’opera-musical, tra lirica e contemporaneo, ideata dal soprano Fiorenza Cedolins, prodotta da Orchestra Fvg, e intitolata 55 secondi, prova a raccontare anche lo slancio della successiva ricostruzione (quel “55” lo aveva scritto David Maria Turoldo, ma è inesatto).

Per parte mia, volevo portare anche il terremoto del ’76 a far parte delle mie STORIE, i miei incontri con uomini e donne (ma a questo punto anche creature) straordinarie.

La mia storia con l’Orcolat

Attorno alle ore 21 del 6 maggio ’76, mi trovavo in un letto d’ospedale, a Udine, con una gamba rotta. Era una stanza a due letti e il mio compagno di sventura ortopedica era un giovanotto, più o meno della mia età, che si era rotto “soltanto” le dita di un piede, operato in mattinata.

Insieme a noi, in quel momento, c’era la sua fidanzata, una ragazza di Tolmezzo, lontana, chissà per quale misteriosa fortuna, dalla sua città. E in amorevole soccorso infermieristico. Ci trovavamo al sesto piano (mi pare) del padiglione ospedaliero che ospitava l’Ortopedia.

La prima scossa arrivò alle 20:59, ma debole, tanto che da lassù la scambiammo per un forte colpo di vento. Lei esclamò “Diobbono, terremoto”. Lui la tranquillizzò, minimizzando che a sud del Friuli, a Trieste, la bora soffia anche più impetuosa.

La seconda scossa, la spallata disastrosa, arrivò un minuto più tardi. 21:00:13. Lui, su una sola gamba, scattò fuori dal letto e a balzelloni, con l’aiuto di lei, si fiondò sulla porta. Scomparvero. Andò via la luce. La stanza cominciò a ballare.

Io, che non potevo muovermi, rimasi nel letto, orizzontale (o quasi), per tutti quegli infiniti 59 secondi.

Poche ore dopo, l’arrivo nelle corsie di decine e decine di feriti, tutti coperti di polvere grigia, prostrati, alcuni davvero in un gravissimo stato, rivelò l’entità dell’evento. In quel momento cominciai anch’io a sentir parlare dell’Orcolat.

Il pomeriggio successivo giunse sul posto il presidente della Repubblica, allora Giovanni Leone. Le corsie erano ingombre: letti, barelle, soluzioni d’emergenza, con il loro carico umano dolorante. L’uomo volle accertarsi sulla salute dei terremotati, e i giornalisti radiotelevisivi lo seguirono. Tra tanti volti che piangevano, io – che non ero stato ricoverato quella notte, che terremotato non ero – apparivo come uno dei meno malconci.

Ignaro, proprio con me, lui volle congratularsi. A favore di cineprese, mi augurò una veloce guarigione. E così successe, a dispetto, e forse anche a beffa, dell’Orcolat. Che mi aveva soltanto sfiorato. Ma che ricordo ancora in ogni dettaglio.

Orcolat '76 - ERT FVG

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STORIE

Parecchi tra i post di QuanteScene! sono STORIE: racconti che, strizzando l’occhio a Gurdjieff, parlano dei miei incontri con uomini (e donne) straordinari. Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Living Theatre, Giorgio Strehler, Milva, Luca Ronconi… e tanti altri, anche a venire, tutti dal vivo.

Georges Gutdjieff - Incontri - Adelphi

Amazzoni, lottatrici. Le donne nuove di Silvia Gribaudi

 Alle Fonderie Limone di Moncalieri, per TorinoDanza Festival, debutta dopodomani, 5 maggio, la nuova creazione della performer e coreografa torinese. Il titolo è Amazzoni.

Amazzoni - ph Silvia Gribaudi
Amazzoni – ph Silvia Gribaudi

Amazzoni – parlo per me – richiama soprattutto l’Amazzonia. Si racconta che quei temibili conquistadores, nel xvi secolo, avessero incontrato là, su un fiume, un gruppo di indigene altrettanto temibili. E soprattutto feroci. Vuoi mettere: difendevano la loro terra.

Ai più colti tra quegli spagnoli venne facile battezzare quel fiume col nome delle antiche guerriere del mito greco. Amazzoni, rio delle Amazzoni, Amazzonia.

Capitasse anche a voi di assistere, dopodomani, o magari più in là nella lunga tournée, alla nuova creazione di Silvia Gribaudi, fareste bene a sbarazzarvi di tutto l’immaginario che le Amazzoni si portano dietro. A cominciare dalla raccapricciante immagine di una volontaria amputazione. Per tirare meglio con l’arco. Piuttosto cringe, no?

Spazzate ora tutto via dalla testa. E provate a riflettere assieme a noi – Gribaudi ed io – su quel titolo.

Scoprirsi diversa

“Non ti posso dire tanto altro. Nemmeno io so la strada che questo spettacolo sta prendendo”. Gribaudi me lo dice al telefono, quando mancano ancora dieci giorni al debutto di dopodomani. E per una coreografa come lei, per la quale creare è una pratica plurale, c’è ancora lavoro, parecchio, da sviluppare con le cinque danzatrici che andranno in scena.

Amazzoni - coreografia Silvia Gribaudi - ph Andrea Macchia
Amazzoni – coreografia Silvia Gribaudi – ph Andrea Macchia

“Di sicuro – continua lei – c’è che io, stavolta, non sarò sul palco. Ed è abbastanza inusuale per me stare fuori. Però sto trovando una diversa forma di trasmissione: sperimento. Mi sto scoprendo anch’io diversa” .

Diversa dalla Gribaudi che in un decennio ha lascato la sua originale firma comica nella contemporanea danza italiana. Diversa dalle proposte sovrappeso di R.osa, dieci esercizi per nuovi virtuosismi (2017, dove la verve irresistibile di Claudia Marsicano strizzava l’occhio a Botero). Dalla liberazione dagli stereotipi di genere attraverso il balsamo dell’ironia (Graces, 2019, rilettura al maschile della bellezza delle Grazie di Canova). Dalla fumettizzazione del movimento (Monjour, 2021, con i disegni di Francesca Ghermandi) e dalla destrutturazione dell’alfabeto accademico (Grand Jeté, 2023).

Suspended Chorus - ph Andrea Macchia
Suspended Chorus – ph Andrea Macchia

Fino a danzare da sola, in Suspended Chorus (2025), titolo dentro al quale Gribaudi sperimentava un diretto ingaggio comico della platea. Scavalcava la linea di ribalta e, volando, si gettava tra le braccia del pubblico, pronto a tenerla sollevata in aria. Non un amazzone, ma una divinità imperfetta. Che con ironia celebra la forza della gravità.

Se non scatta il riso

“Mi chiedo – si domanda – che cosa ne sarà di questa mia poetica, se non sono in scena, se non scatta ancora una volta il riso. Mi rispondo che guardare da fuori e lasciare andare la risata non vuol dire cadere per forza nella depressione. Piuttosto, è lasciare aperta la porta a una vitalità di altro tipo”.

Amazzoni - Silvia Gribaudi

Raccontiamola, questa vitalità.

“La lotta di sentirsi donna, oggi. Che vuol dire destrutturare tutto quello che viene pensato sull’essere donna, oggi. Una diversa attitudine nel mettersi in azione, andando anche oltre al concetto di genere: femminile, maschile. Ma anche tenendolo presente. Perché pure nel campo della coreografia, essere donne vuol dire che devi lottare, se vuoi aprirti degli spazi. Ho scelto di lavorare con queste cinque danzatrici perché ogni giorno lottano per essere quello che sono. Una di loro ha appena avuto un bambino. Che cosa vuol dire, oggi, essere danzatrice, coreografa, e anche madre? È questa la vitalità delle amazzoni di cui parliamo”.

Da maschio, faccio un po’ difficoltà a immaginarlo. Però potresti dirmi come state lavorando.

“Cinque danzatrici. Hanno età e background diversi. Ho cercato proprio queste artiste con le quali sapevo di poter lavorare attraverso forme sciamaniche, in un rituale che crea comunità, in cui la relazione passa soprattutto attraverso gli occhi e lo sguardo”.

ph Andrea Macchia

Nemmeno un’immagine vuoi anticiparmi?

“Nei miei spettacoli finora predominava il bianco. Sono curiosa di capire quale sarà l’impatto di una nuova creazione che invece parte dal nero. Lo sto scoprendo. Che cosa vuol dire costruire sui corpi una nudità, anche se sono vestiti. Cosa coprire. Cosa scoprire. È stato un lavoro attento anche sui costumi. Abiti che sprigionano la nudità, ma non la espongono. È nel buio, che stiamo lavorando, è una diversa luce – una non-luce anzi – e viene da dentro”.

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AMAZZONI

concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
consulenza artistica Matteo Maffesanti
produzione Associazione Culturale Zebra (IT), coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)

Amazzoni sarà poi in tournée. Dal 20 maggio 2026 al 23 maggio 2026 ai Chantiers d’Europe Festival, Théâtre des Abbesses – Parigi, dal 3 giugno 2026 al 4 giugno 2026 ai Potsdamer Tanztage, Fabrik Potsdam. E poi nuovamente in Italia: 18 giugno 2026 Ira festival a Soverato, 30 giugno 2026 Festival Inequilibrio a Castiglioncello, 10 ottobre 2026 a Romaeuropa.

STORIE – Cinquant’anni di Contrada. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno quel teatro popolare…

A 50 anni esatti dal giorno in cui era nata, una mostra ripercorre l’avventura del Teatro Popolare La Contrada. La ospita a Trieste, sulle rive, Palazzo Gopcevich. Fino al 6 settembre 2026.

Orazio Bobbio  e Ariella Reggio - A casa tra un poco - La Contrada 1976
Orazio Bobbio e Ariella Reggio – A casa tra un poco – 1976

Una mostra

Una mostra, certo. Ma, dentro la mostra, anche un piccolo spazio nel quale mostrarsi. Un camerino, una stanga con abiti di scena e poi, opplà, eccoci già in palcoscenico, sotto i riflettori.

Credo di conoscere bene la storia del Teatro Popolare La Contrada. Allo spettacolo con cui inauguravano la loro cinquantennale oramai avventura di compagnia – era il 1976, era Trieste, era il Teatro Auditorium – io c’ero. Giovane magari, ma c’ero. Si intitolava A casa tra un poco. Lo avevano scritto da Roberto Damiani e Claudio Grisancich.

Fossero spettacoli in dialetto triestino, allestimenti di teatro ragazzi, produzioni da circuitazione nazionale, oppure progetti speciali, credo di averne visti una buona parte. E su tutti qualcosa ho scritto, soprattutto sulle pagine del quotidiano di Trieste, Il Piccolo.

Potrei riconoscere uno ad uno i manifesti e le locandine lungo i quali si snoda questa mostra. Potrei rievocare con esattezza quelli più importanti, o ripescare nella memoria la piccola aneddotica di quelli meno memorabili.

Eppure questo colpo di scena – il camerino, i costumi, i riflettori per un entrata in scena – non me lo sarei mai immaginato.

Il giacchetto da marinaretto

Così, visto che ero là, ho tolto dall’appendino un giacchetto da marinaretto e l’ho indossato. A malapena, perché mi stava clamorosamente stretto. E ho fatto finta anch’io di partecipare, illuminato di lato, a una di quelle marinaresche, che per anni sono state il segno distintivo della compagnia.

La Contrada 50 anni  - La mostra
Camerino e “palcoscenico”

Spettacoli che ancora rappresentano un capitolo essenziale della vicenda teatrale e culturale di questa città. Due paia di calze di seta di Vienna, Locanda grande, Maldobrie… Insomma, la lunga saga adriatica dei due dioscuri del territorio, Lino Carpinteri e Mariano Faraguna.

Chi era con me, e non conosceva la storia della compagnia, ha scovato tra gli abiti una vestaglia a fiori, un boa di piume di struzzo, un elegante abito fin de siècle, e si è inventata un personaggio di Cechov, o una dolce signorina schnitzleriana, o una femme fatale. Piombando anche lei, sotto i riflettori, in mezzo alla lista di titoli, italiani, russi, austriaci, inglesi o americani, che accanto ai titoli del territorio, compongono la teatrografia completa della Contrada.

La Contrada 50 anni  - La mostra

Teatro ragazzi

Senza dimenticare le produzioni di quel teatro-ragazzi che, proprio a metà degli anni Settanta, cominciava a spiccare il volo, e che una intuitiva decisione di compagnia consolidò allora grazie a titoli di forte richiamo giovanile. Marcovaldo, Marionette in libertà, C’era due volte il barone Lamberto…

C'era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari - Moser, Amodeo, Plos, Giagodi
C’era due volte il barone Lamberto di Gianni Rodari – Moser, Amodeo, Plos, Giagodi

Per un pubblico che li avesse visti tutti (gli abbonati a Trieste sono molto molto fedeli) oppure ne avesse trascurato qualcuno, lo svelto catalogo che accompagna la mostra riporta tutti quei titoli. Anche con molte fotografie, nel bianco e nero dell’epoca, poi naturalmente a colori.

Tra gli scatti primeggia, per forza di cose, il volto di Ariella Reggio. Era tra i quattro fondatori della Contrada, riuniti un pomeriggio d’aprile nello studio di un notaio, per dare vita e ufficialità a quel loro desiderio di andare in scena.

La Contrada 50 anni - Ariella Reggio e Livia Amabilino il giorno dell'inaugurazione
Ariella Reggio e Livia Amabilino, il giorno dell’inaugurazione della mostra

Tre di loro, Orazio Bobbio, Lidia Braico, Francesco Macedonio, oggi non ci sono più, ma Ariella, che a settembre festeggerà i 90 anni, nel frattempo è diventa super-icona del teatro, in questa città e non solo. La più amata.

Per tornare indietro, assieme con lei, riporto più sotto un’intervista che combinammo dieci anni fa, in occasione del quarantennale. Allora Reggio raccontava come ebbe inizio una storia che ancora rimane avventurosa.

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LA CONTRADA
50 anni e oltre

curatela Livia Amabilino, Mario Bobbio, Andrea Stanisci
allestimento Diego Fantoma e Nathan Villa
costruzioni Bruno Guastini e Francesco Orrendo
grafiche Mario Bobbio
video Maurizio Bressan
Comune di Trieste, assessorato alle politiche della Cultura e del Turismo
con il sostegno di Fondazione CRTrieste, Camera di Commercio di Trieste e Gorizia, Regione Friuli Venezia Giulia, Ministero della Cultura, BCC Venezia Giulia

La Contrada 50 anni  - Manifesto

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Ariella Reggio racconta: “Che fatica, ragazzi. Ma così inventammo La Contrada”

intervista di Roberto Canziani

TRIESTE – “Erano anni incredibili. Fatiche tante, soddisfazioni poche, almeno all’inizio. Oggi nessuno ci crederebbe, ma allora, nel ’76, non c’erano né email né telefonini. E il teatro si faceva …con i gettoni”.

Ariella Reggio
Ariella Reggio

A quarant’anni dalla fondazione, Ariella Reggio ritorna con la memoria ai giorni in cui nacque La Contrada. Al tempo dei gettoni del telefono. “Ricordo Orazio Bobbio, con il costume di scena addosso, ancora truccato, che raggiunge la prima cabina telefonica nei dintorni, da là chiama tutta l’Italia e prova a vendere i nostri primi spettacoli. Non so dire se eravamo più ingenui o più incoscienti”.

Maggio ’76. Il mese del terremoto in Friuli fu anche il mese in cui vide la luce quel “teatro popolare” che nelle intenzioni dei suoi fondatori – tre attori e un regista: Orazio Bobbio, Ariella Reggio, Lidia Braico e Francesco Macedonio – voleva rappresentare l’alternativa al monopolio teatrale dello Stabile del Friuli Venezia Giulia.

E i gettoni?

“Per un po’ andammo avanti con i gettoni del telefono. Più tardi riuscimmo a trovare un piccolo ufficio in affitto. E ci concedemmo un telefono vero. Da quel momento fu Renata Camillucci a chiamare i teatri. Riusciva a convincerne parecchi: i nostri spettacoli cominciarono a piacere, la nostra impresa cominciò piano piano a decollare. Non so se fu pazzia. O la grande incoscienza che ci mettevamo: creare un teatro dal nulla”.

Volle anche dire inventarsi un mestiere nuovo.

“Sì, perché fino ad allora eravamo stati attori scritturati. In quel momento diventavamo invece imprenditori. E dovevamo sapere fare tutto. Ricordo ad uno ad uno i camion che ho scaricato, i tubi Innocenti che ho spostato. E poi la burocrazia, le carte, i permessi. Soprattutto i debiti”.

Ne faceste tanti.

“Li facemmo e li ripagammo. Il mio papà e la mamma di Orazio ne sapevano qualcosa. Ma erano tutte scoperte per noi. Tenevo i conti proprio io, che per i conti sono negata, e ci non dormivo la notte. Orazio, più incosciente, dormiva invece tranquillo”.

Francesco Macedonio lo chiamava il “periodo romantico” della Contrada.

“Ad essere romantici eravamo solo noi, perché i tempi davvero duri. Pensare che mentre allestivamo il nostro primo spettacolo, “A casa tra un poco”, arrivò il terremoto”.

Proprio durante le prove.

“Provavamo negli spazi di un Centro di Salute Mentale e quella sera, il grande scossone che arrivò all’improvviso, noi lo attribuimmo ai ricoverati che stavano nelle stanze sopra le nostre teste. ‘Che gli avrà preso stasera?’ si chiese Macedonio. Ma capimmo subito la portata di quella tragedia”.

Lo spettacolo debuttò, due settimane dopo, all’Auditorium.

“Non era uno spettacolo allegro. Parlava dello sciopero generale del 1902, a sostegno dei fuochisti del Lloyd Triestino che chiedevano condizioni di lavoro più umane. Assieme agli autori, Damiani e Grisancich, avremmo voluto dare al dialetto una dignità diversa, un ruolo drammatico rispetto al versante comico, che aveva decretato il successo delle “prime” Maldobrìe, quelle che pochi anni prima avevano portato al Politeama Rossetti più di diecimila abbonati”.

Non c’è autore che tenga: al dialetto si addice il comico.

“Orazio aveva un fiuto speciale. Per anni continuò a ripetere due cose. La prima era: dobbiamo dare un tetto alla nostra compagnia. E a forza di chiacchiere e di persuasione riuscì a convincere la signora Spadoni, che era la proprietaria del Cinema Cristallo, ad affittarci al sala. Altrimenti chissà, sarebbe diventato un supermercato. Ancora debiti, comunque. Ma La Contrada aveva finalmente una casa. E i primi 186 abbonati”.

La seconda cosa che stava a cuore a Bobbio?

“Diceva: è il dialetto la nostra strada. Qualche anno dopo scoprì il testo che avrebbe cambiato la storia della compagnia. Gli era capitato tra le mani un vecchio vaudeville francese, “Le sorprese del divorzio”. Lo portò da Carpinteri & Faraguna. ‘Se ne può ricavare qualcosa’ dissero i due in coro. E nacquero le famose “Due paia di calze di seta di Vienna”. Un successo di cui non ci capacitavamo. I triestini accorsero in massa. Non credevamo ai nostri occhi quando la fila per i acquistare i biglietti raggiunse perfino Piazza Perugino, distante duecento metri”.

Da quel momento la commedia in dialetto è diventata un punto fermo in Contrada. Ogni anno un titolo.

“Abbiamo tentato anche altre strade: testi contemporanei come “Tango viennese” di Peter Turrini, che mi piacerebbe tanto riportare in scena, o “Buonanotte mamma” di Marsha Norman , un ruolo drammatico che mi ha dato molte soddisfazioni. Ma è il dialetto che va naturalmente incontro al pubblico. E il pubblico si fida noi”.

riella Reggio e Marcela Serli - Buonanotte mamma
Ariella Reggio e Marcela Serli – Buonanotte mamma – 2011

[intervista pubblicata sul quotidiano di Trieste Il Piccolo, 9 maggio 2016]

La vecchia volpe, la giovane faina, i loro stupidi intenti


Una vecchia volpe insegna a una giovane faina il mistero grande della scrittura. Nel farlo le trasmette pure la consapevolezza della morte, grande e misteriosa anch’essa. Che cosa farà la faina di quell’attributo umano?

Paolocà e Leonardo Capuano - i miei stupidi intenti
Gabriele Paolocà e Leonardo Capuano – I miei stupidi intenti – ph Masiar Pasquali

Un giovane uomo

Davvero può – mi chiedevo – un giovane uomo, 25 anni, porsi problemi tanto impegnativi. Rivolgere domande e tentare soluzioni sulle quali filosofia, scienza, religione, indagano da millenni. Che cosa sia la morte. Quanto permane in noi dell’istinto animale. Che rapporto c’è tra civilizzazione e scrittura. Il significato di Dio.

Me lo chiedevo nella confortevole sala di LAC – Lugano Arte e Cultura – dove alcuni giorni fa ho visto debuttare la versione teatrale di I miei stupidi intenti, diBernardo Zannoni, romanzo che nel 2022 ha vinto il premio Campiello, e poi molti altri riconoscimenti. Prima di diventare, adesso, uno spettacolo che girerà l’Italia.

Allegorie

A 25 anni, al proprio romanzo d’esordio, quelle sono domande che si possono fare, se in letteratura si trova la chiave per liberarsi dagli impicci di tanta cultura occidentale e tentare qualche altra strada.

Zannoni romanziere l’aveva trovata, nello scegliere la formula che da altrettanti millenni dà vita all’allegoria. Raccontare gli uomini attraverso gli animali: una vecchia volpe, una giovane faina, un cane, un istrice, una lince… E attorno a loro, la profondità cupa di una tana nel bosco.

I miei stupidi intenti - Zannnoni - Sellerio

Di volpi astute avevano già narrato Esopo e Fedro. Una, l’aveva delicatamente ritratta Saint-Exupéry nel Piccolo principe. Ma l’animale che in maniera più stretta, per consapevolezza e malinconia, si avvicina alla volpe sapiente di Zannoni, è quella scimmia, umanizzatasi e diventata un ossequiato oratore, che Franz Kafka fa parlare nella lectio magistralis di Relazione per un’Accademia.

Anche in quella scimmia era cresciuto lo stupido intento di farsi uomo. Anche in lei si era accesa la consapevolezza crudele della morte. Ci sarà un senso, un benessere – si chiedeva Kafka, come si chiede Zannoni – nel cercare di andare oltre la propria natura?

Qui siamo a teatro, e nello spettacolo che Gabriele Paolocà e Michele Altamura, assieme alla drammaturg Linda Dalisi, hanno tratto dal romanzo di Zannoni, il gioco tra natura e cultura si ribalta ancora. Sono uomini – attori, visto c’è una attrice sola (Arianna Scommegna, per tutti i ruoli femminili) – a dare corpo a quegli animali il cui linguaggio sarebbe prerogativa umana.

Le fiabe, le paure

E quanti significati fiabeschi e morali si agitano nella nostra testa mentre vediamo Volpe (Leonardo Capuano) sillabare per Faina (Gabriele Paolocà) i segni di un alfabeto, tracciato prima col sangue, poi con il succo delle bacche.

Quante paure si scatenano in noi, mentre la silhouette minacciosa di Lince si profila all’ingresso della tana. Quale sapienza animale si riversa nell’enciclopedia delle piante e delle erbe che Istrice (Michele Altamura) finirà con il comporre grazie alla parola. E quante delle nostre storie riconosciamo in Cane (Jonathan Lazzini) che si adatta, domesticamente, ai più ingrati lavori.

ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Certo l’immaginario dello spettatore è sollecitato da tanti rimandi. Più di quanto non facciano la pur imponente scenografia (Daniele Spanò), o le luci (Giulia Pastore), o il commento sonoro (di Demetrio Castellucci). Più di quanti non riescano ad attivare la forma dialogica e i monologhi che – scavalcato il debutto – dovranno pure trovare un ritmo più svelto, attrattivo.

Di mio, io c’ho visto perfino i filmati di certe videotrappole che spiano e registrano i movimenti notturni degli animali nel bosco, la loro vita segreta, l’agire istintivo, animalescamente crudele.

Un’esistenza animale

Raccoglie i fili di tutte le queste storie, custodite nel prezioso libro di Volpe, un narratore (Giuseppe Cederna). Perché la giovane faina è oramai diventa anziana, e manovra magistralmente i meccanismi della parola. Allertandoci (adesso che siamo qui, a teatro) anche sulla punteggiatura.

Giuseppe Cederna - I miei stupidi intenti
Giuseppe Cederna

Ma se la scrittura porta conoscenza ed esige trasmissione, quanto è astuto, per un animale, e quanto per lui è doloroso, lo stupido intento di andare oltre la propria natura? Conoscere il tempo. Imparare che si muore.

E quindi – ragiona l’anziana faina – “Ti insegnerò tutto quello che so, ma non ti parlerò mai di Dio, né della morte. Ti salverò, ti lascerò un’esistenza da animale”.

È il punto di contrasto, il più sottile, delle pagine dell’allora 25enne Zannoni. Su quanto la scrittura sia nociva agli uomini, qualcosa aveva già detto Platone.

ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Castelli di produzione

Si ripete con I miei stupidi intenti la perseveranza che aveva già spinto Altamura, Dalisi e Paolocà a trasporre a teatro un romanzo italiano contemporaneo, altrettanto stratificato, per quanto molto diverso: La Ferocia di Nicola Lagioia.

Allora, li avevano ripagati il conforto di ben quattro Premi Ubu 2024, e l’imponente castello produttivo, con cui si misurano di nuovo.

Stavolta VicoQuartoMazzini (la loro company) mette a profitto una co-produzione con LAC Lugano Arte e Cultura, il Piccolo di Milano, il Teatro di Genova, lo Stabile dell’Umbria e ancora i liguri Scarti. La tournée si annuncia lunga.

Gabriele Paolocà, Michele Altamura - VicoQuartoMazzini
Gabriele Paolocà, Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

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I MIEI STUPIDI INTENTI
dal romanzo di Bernardo Zannoni (Sellerio editore)

ideazione VicoQuartoMazzini
drammaturgia Linda Dalisi, Gabriele Paolocà, Michele Altamura
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
con (in ordine alfabetico) Michele Altamura, Leonardo Capuano, Giuseppe Cederna, Jonathan Lazzini, Gabriele Paolocà, Arianna Scommegna
scena Daniele Spanò
costumi Aurora Damanti
luci Giulia Pastore
musica originale Demetrio Castellucci
co-produzione LAC Lugano Arte Cultura, Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, TSU – Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Nazionale di Genova

fino al 26 aprile, I miei stupidi intenti è al Teatro Gustavo Modena di Genova. La tournée prosegue, il 29 e 30 aprile al Teatro Verdi di Pordenone .

FESTIVAL 2026. L’estate del vostro contento

Dopo le schiarite di inizio aprile, sempre più soleggiata si distende l’estate dei festival di teatro.

Camilla Montesi a Sanratcangelo  - ph pietrobertora
Camilla Montesi a Sanratcangelo – ph pietrobertora

Cartelloni, programmi, iniziative e rispettive date, continuano a essere presentate in capoluoghi di provincia, città, paesi, paesini che, insieme, danno forma alla rete italiana che mette assieme turismo e spettacolo dal vivo. Un connubio che ha dato visibilità e notorietà a molti luoghi, forse difficili da trovare sulle mappe, ma rinomati per la manifestazione che li caratterizza.

Località minuscole magari – Dro, Monticchiello, Polverigi, San Ginesio, solo per fare alcuni nomi – piccoli borghi emersi dalle topografie proprio grazie ai progetti e agli spettacoli che accolgono. Nelle maggiori città, d’altra parte, i festival rivitalizzano i mesi estivi, solitamente segnati dagli esodo per le vacanze.

Fin dall’inizio di questo mese, QuanteScene! dà conto delle principali manifestazione che costellano la penisola. Quelle, perlomeno, che stimolano la curiosità di chi ora sta scrivendo questa nota e che, imbracciate pinne, fucile e occhiali, disegnerà tra non molto le proprie, personalissime, mappe.

Per tenervi aggiornati sui più recenti annunci parto quest’oggi da Nord, più esattamente dal Nordest del Friuli, per arrivare al Sud, non quello più estremo, insulare, ma certo un Sud parecchio meridionale: la Calabria.

Mittelfest a Cividale del Friuli

Proprio ieri, a conclusione del suo secondo mandato da direttore, Giacomo Pedini, ha presentato l’edizione 2026 di di Mittelfest, l’ultima da lui programmata.

Un festival che all’estremo oriente d’Italia, Cividale del Friuli, da 35 edizioni, volge lo sguardo a ciò che le performing arts sviluppano sui palcoscenici nell’Europa Centrale. L’edizione 2026 si svolgerà tra il 16 e il 26 luglio, preceduta, tra 14 e 17 maggio da Mittelyoung, che agli stessi territori guarda, ma con il filtro degli under 30.

Sul sito del festival cividalese, che quest’anno si è dato come tema portante la Paura, si possono già consultare entrambi i programmi (link al sito). E visto che spesso capita, evitare i tutto esaurito, acquistando fin d’ora i biglietti.

Pergine Festival in Trentino

Ha traguardato, lo scorso anno, le cinquanta edizioni il festival che dalle sponde di un lago alpino, lancia anche quest’anno le sue proposte. Dal 2023, a imprimere una svolta decisiva alla programmazione c’èla direzione di Babilonia Teatri.

Screenshot

Geografie Umane – il titolo di questa edizione – si svolgerà tra 27 giugno e 11 luglio . “Quando il cielo si fa più scuro, l’arte non arretra. Si alza. Si tende. Si lascia guidare e allo stesso tempo guida. Invita ad alzare lo sguardo” dicono Enrico Castellani e Valeria Raimondi, che hanno scelto questa immagine per il programma 2026. Sarà disponibile online a partire dal 14 maggio, con una offerta “plurale, comunitaria e intergenerazionale”. Intanto, già ieri, Licia Lanera ha fatto sua un’anticipazione, dando avvio al proprio The Black’s Tales Tour estivo.

Santarcangelo di Romagna

Sempre atteso, anche per una lunga e gloriosa storia che parte dal teatro di piazza arriva alle recenti edizioni curate da Tomasz Kireńczuk, anche Santarcangelo Festival si appresta a presentare il cartellone 2026. Il programma va dal 3 al 12 luglio.

Lascio qui il link alla home page dove, appena ufficializzata, il prossimo 19 maggio, si potrà scorrere la nuova programmazione

Primavera dei Teatri a Castrovillari

Avamposto primaverile di un teatro che fiorirà poi nel resto dalla penisola, il festival diretto da Saverio La Ruina e Dario De Luca conta una numerosa schiera di fedelissimi. Spettatori e osservatori, come del resto il sottoscritto, disposti a macinarsi centinaia di chilometri per arrivare sotto il calabrese Monte Pollino, con la soddisfazione però di puntare sempre lo sguardo su nuove creazioni.


Questa edizione è dedicata a Laura Palmieri, Giancarlo Cauteruccio e Goffredo Fofi, figure scomparse da poco e che, in modi diversi e profondi – dicono i due direttori – “hanno intrecciato il proprio percorso umano e intellettuale con quello di Primavera dei Teatri, condividendone nel tempo visione, tensione etica e responsabilità culturale”.

Come risulta chiaro, gli appuntamenti del festival si snodano tra il 26 il 31 maggio. Il sito è ancora in aggiornamento, ma non mi è difficile trascrivervi qui sotto il comunicato stampa che lo anticipa.

[dal comunicato stampa]

26 MAGGIO

Il festival si apre come un attraversamento simultaneo di tre nuclei di ricerca. Al Teatro Sybaris la restituzione della residenza di Principio Attivo Teatro e Drama Teatro con Nervo Vago porta in superficie una scrittura scenica che lavora sulla fragilità percettiva del presente, mettendo al centro il dispositivo attoriale e la sua instabilità.

27 MAGGIO

Al Teatro Vittoria la restituzione della residenza coreografica di Aurelio Di Virgilio con Scented Panther prosegue questa indagine nei territori del corpo, tra esposizione e costruzione di immaginario. Al Teatro San Girolamo, in anteprima nazionale, Luna Cenere con Agape apre un lessico coreografico che interroga la prossimità, la relazione e la tensione tra gesto e comunità, inscrivendo la danza dentro una dimensione politica dello stare insieme.

La giornata si articola come una mappa mobile. Al Castello Aragonese la restituzione della residenza di Maria Chiara Pederzini con Carmen si misura con la riscrittura del mito, lavorando sulle sue stratificazioni simboliche e corporee.

Al Teatro Sybaris Rossella Pugliese, autrice e interprete, presenta PapàVeri sempre in piedi, una partitura scenica che affonda nella materia opaca del legame filiale, tra colpa, rimozione e un bisogno ostinato di riscatto, mentre al Teatro Vittoria Maiali rosa volanti di e con Giulia Carrara attraversa il quotidiano come dispositivo di deviazione e slittamento. Al Teatro San Girolamo – in anteprima nazionale – Daniela Vitale con Untitled n°22 insiste su una pratica coreografica che si sottrae alla nominazione definitiva. Il lavoro di Teatro delle Ariette, Noi siamo un minestrone, porta il discorso sul terreno della convivenza: un’esperienza condivisa in cui la scena si costruisce come gesto alimentare, relazione diretta e comunità temporanea.

28 MAGGIO

La giornata insiste sulla disseminazione. Teatro delle Ariette torna con due repliche di Noi siamo un minestrone, spostando il teatro nella dimensione del tempo lungo e della prossimità fisica tra artiste, artisti e pubblico.

Al Teatro San Girolamo Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa con Sutta Scupa propongono – in prima nazionale – un nuovo allestimento a distanza di vent’anni, attraversando le tensioni della lingua e della memoria, mentre al Teatro Vittoria Bambole da Collezione di Erika Fusini — prima nazionale — vede protagonista una compagine tutta al femminile di artiste giovanissime: autrice, regista e cinque attrici lavorano insieme su una grammatica dell’identità esposta e costruita. Filippo Andreatta con Nuvolario/Elena – in anteprima – apre una riflessione sul dispositivo scenico come architettura percettiva e ambientale. La giornata si chiude al Giardino Emi’s Bakery con il concerto di Marco Russo, che riporta il suono dentro la trama del festival come ulteriore forma di scrittura.

29 MAGGIO

Il rapporto tra forma e dissoluzione diventa centrale. Al Teatro Vittoria Mario Perrotta, autore, regista e interprete, presenta — in prima nazionale — Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop, lavorando sulla reiterazione come dispositivo critico dell’identità. Al San Girolamo Scena Verticale presenta KR70M16 – Naufrago senza nome di e con Saverio La Ruina e con Dario De Luca, Cecilia Foti, musiche Gianfranco De Franco, costruendo una stratificazione di segni, memoria e presenza che insiste sulla responsabilità della testimonianza.

Al Teatro Sybaris – in prima nazionale – Roberto Rustioni con Nada del amor me produce envidia, con protagonista Silvia D’Amico, continua questa linea di disarticolazione del discorso sentimentale presentando per la prima volta in Italia il testo di Santiago Loza, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo argentino le cui opere, acclamate nei principali festival internazionali, intrecciano cinema e teatro in un linguaggio originale. La giornata si apre e si chiude nel suono con il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery, controcampo ritmico dell’intero programma.

30 MAGGIO

La scrittura scenica si fa esplicitamente politica nella sua forma quotidiana. Al Teatro San Girolamo, Scena Verticale presenta in prima nazionale Le Tre Cicoriane, spettacolo che completa la trilogia sulla fiaba calabrese di Dario De Luca, mantenendo una tensione costante tra radicamento territoriale e costruzione drammaturgica, e affrontando, in filigrana ma con incisività, il tema della violenza di genere.

IN prima nazionale, al teatro Vittoria, i Quotidiana.com con Vorrei morire non so come fare, sviluppano una scrittura scenica di forte rigore formale, capace di rovesciare le attese e di aprire prospettive inattese su una materia che riguarda in modo radicale l’esperienza umana, trattata con uno sguardo lucido e spiazzante, attraversando la soglia tra vita e rappresentazione con una tensione insieme analitica e disincantata.

Al Sybaris – in prima nazionale – Ivonne Capece con Casa di bambola rilegge il classico attraverso una lente di frattura contemporanea, insistendo sul dispositivo attoriale come campo di crisi. Anche qui il concerto Marley Session al Giardino Emi’s Bakery torna come elemento di continuità sonora, quasi a segnare una respirazione collettiva del festival.

31 MAGGIO

La giornata conclusiva si apre con una concentrazione dei processi. Alla Sala Varcasia la restituzione della residenza di Cecilia Foti con La Questione dell’imbuto si colloca dentro il farsi stesso della scrittura scenica, rendendo visibile il suo statuto instabile.

Al Teatro San Girolamo Ateliersì con Armande sono io! — progetto che intreccia drammaturgia, regia e interpretazione in una dimensione autoriale condivisa, a partire da un testo di Carla Lonzi sul femminismo, che indaga le relazioni tra il movimento delle Preziose del XVII secolo e l’opera di Molière — con ideazione e regia di Fiorenza Menni, lavora sulla costruzione dell’identità come spazio plurale. Al Teatro Vittoria Dino Lopardo, autore e interprete, con Rigetto, in anteprima nazionale, porta il discorso su una soglia di resistenza corporea e linguistica. Al Teatro Sybaris il duo Fettarappa/Guerrieri con Scemi del Villaggio — in anteprima nazionale — chiude il percorso attraversando la figura del disallineamento come possibilità critica e politica dello sguardo.