STORIE – La sera che Harold Pinter ci disse: “Ci facciamo un drink?”

Era il 2006. Sarà stato ottobre. Non un qualsiasi sabato d’ottobre. Il Royal Court Theatre di Londra – una delle più gloriose sale della capitale – festeggiava i suoi 50 anni di attività. E Harold Pinter aveva deciso di recitare in quel teatro. Avrebbe portato in scena L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Royal Court Theatre - Krapp's Last Tape - 2006

Vi domanderete: che ci azzecca Pinter con la giornata di oggi, l’ultima dell’anno? 

L’immagine che concludeva il precedente post di Quantescene! (vedi qui) ritraeva Pinter interprete di quel testo di Beckett. Alcuni di voi mi hanno chiesto perché proprio una fotografia di Pinter.

Così ho pensato di riservare l’ultimo post del 2020 proprio a quell’incontro, all’ultimo brindisi con lui.

Tutto esaurito

Da settimane si sapeva che i biglietti per quello spettacolo sarebbero andati esauriti in fretta: un’edizione davvero storica di L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court. Nelle locandine, l’annuncio che Harold Pinter, premio Nobel 2005 per la Letteratura, avrebbe interpretato il testo di Samuel Beckett, premio Nobel 1969.

Ovvero: i vertici del teatro in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo concentrati in un solo spettacolo. Una dozzina di repliche soltanto e solo ottanta persone a sera. Nel 2006 si celebrava infatti il centenario di Beckett (nato nel 1906) e anche il cinquantenario del Royal Court (la famosa messainscena di Ricorda con rabbia è del maggio del 1956). 

Gianfranco Capitta e io avevamo da poco pubblicato, a quattro mani, una monografia su Pinter, approfittando del Nobel appena ricevuto. (Harold Pinter. Scena e Potere, Garzanti 2005, vedi qui). 

Due biglietti in tasca

Quella era dunque un’occasione preziosa per vederlo all’opera. Di nuovo attore, come non succedeva da molto tempo, dopo una grave malattia che ne aveva ha compromesso il fisico e la voce. Uno spettacolo senza precedenti. E senza proseguimenti. 

Avventurosamente, due biglietti li avevamo in tasca. E non senza un po’ d’orgoglio salimmo le scale che portavano, al Jerwood Upstairs, la sala al piano superiore del Royal Court.

Le 19.30 erano già passate da un po’, ma il sipario non si apriva ancora. Accompagnato da una giovane ragazza, un signore arrivò in ritardo e si fece strada tra le file. Ci stringemmo tutti per lasciargli spazio. Poi il sipario scivolò di lato e la scena si aprì su quella buia stanza «nel futuro» in cui Beckett aveva collocato il più decrepito dei suoi personaggi: Krapp.

Monumentale e fragile

L’ultimo nastro di Krapp, diretto da Ian Rickson e interpretato da Pinter, si rivelò in tutta la sua grandezza. Monumentale come un classico. Fragile come può sentirsi chi sente l’approssimarsi della morte. Stretti sulla panca rivedemmo Pinter attore (lo era stato da giovane, prima di diventare scrittore, e solo occasionalmente, dopo, era tornato in palcoscenico). Ma soprattutto scoprimmo che Pinter era Krapp, icona della vecchiaia e della memoria, avanti indietro sulla carrozzina a rotelle, mentre armeggiava con scatole di latta e vecchie bobine, azionava registratori, consultava vocabolari ingialliti, sentiva la propria voce registrata e derideva se stesso.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Usciva ogni tanto di scena, sempre sulla carrozzina, e da dietro sentivamo lo schiocco di una bottiglia stappata. Salvo poi presentarsi agli applausi in piedi e sicuro sulle proprie gambe. Un autentico coup de théâtre.

Al bar di sopra

Quaranta minuti che ancora oggi ricordo con precisione. Alla fine degli applausi una addetta del teatro, dopo aver intuito che proprio noi eravamo “i due italiani che avevano scritto il libro”, ci spiegò con un accento molto british che “Mr Pinter vi aspetta al bar di sopra, se vi fa piacere”.

I nostri incontri con lui, negli anni precedenti, erano già stati numerosi, ma quell’invito così inaspettato, fu una sorpresa per davvero. Dopo gli applausi, cui si sottraeva volentieri, Pinter invitava pochi privilegiati amici a bere qualcosa lassù e a rievocare, come Krapp ma assai più disinvolto, anni migliori di quelli. 

La sorpresa fu doppia, quando scoprimmo che a essere stato invitato era anche il signore arrivato in ritardo. Visto più da vicino, somigliava a uno noto. O meglio, era uno noto: Dustin Hoffman. Con la giovane amica.

In onore dei due italiani, Pinter aveva già ordinato da bere. «Ci facciamo un drink?»

E poi rivolto a Dustin Hoffman: «Non immaginavo di vedere anche te, stasera. Se hai ottenuto un posto devi ringraziare mia moglie, i due biglietti erano i suoi».

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Bianco. Italiano. Ghiacciato

Hoffman: «Di’ a lady Antonia che le sono molto grato. A New York stasera debuttava il lavoro del tuo amico-concorrente Simon Gray. Secondo te, avrei dovuto essere là?»

Pinter: «So che tu preferisci i miei lavori. Una volta ci hai anche provato: era Il calapranzi se non sbaglio»

Hoffman: «Ottima memoria, la tua. Sai, io non ne rammento nemmeno una battuta. Scusa, ho detto una bugia: una battuta me la sono ricordata poco fa in taxi, mentre venivo qui. Era quella che ha che fare con il calcio».

Pinter: «Le mie non sono battute memorabili. Dovresti provare con quelle di Beckett».

Hoffman: «Me lo hanno proposto una volta ma, ti giuro, non ho avuto coraggio».

Pinter: «Peccato, sei un grande attore. Con Beckett saresti stato ancora più grande. Posso presentarti questi due signori? Sono giornalisti, vengono dall’Italia e hanno appena scritto un gran bel libro su di me».

Hoffman : «Dimmi come posso fare a convincerli a scrivere un gran bel libro anche su di me».

Ridiamo e brindiamo tutti assieme. Il vino, scelto in onore dei due italiani, è un Pinot grigio delle Tre Venezie

Pinter: «Bianco. Italiano. Ghiacciato. Come piace a me. Grazie per essere venuti e cin-cin».

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L’ultimo nastro di Krapp è stato lo spettacolo con cui Harold Pinter si è congedato dalle scene nell’ottobre del 2006. Due anni dopo, il 24 dicembre 2008 è scomparso, a 78 anni, per le conseguenze di un tumore all’esofago, che ha compromesso l’ultimo periodo della sua vita.

Oggi è l’ultimo giorno di un anno particolare. Quell’edizione dell’ultimo nastro, meritate davvero di vederla anche voi.

Attori di tutto il mondo, unitevi! Non bastava la pandemia. Ci si mettono pure Beckett e Alexa

Il post che ho pubblicato nel giorno di Natale ha scatenato un putiferio. Non ci avrei mai creduto. Avevo chiesto ad Alexa – la fin troppo famosa assistente vocale, al primo posto tra le vendite natalizie di Amazon – di provare a recitare per me il monologo shakespeariano di Giulietta al balcone.

Alexa, hands free?

E lei, diligente, lo ha fatto. “Complimenti Alexa – le avevo detto alla fine – niente male“. Mi piaceva condividere questa cosa, e nel post di Natale ve l’avevo fatta sentire (cliccate qui, se vi interessa).

Avrò sfiorato qualche nervo scoperto. O chissà che. Le reazioni non si sono fatte aspettare. Divertente, mi ha scritto qualcuno, da pensarci sopra. Oppure, geniale Alexa. Alcuni mi hanno telefonato: ti sei appassionato troppo a quella là, sta un po’ tranquillo. Ciò che non mi aspettavo erano però le reazioni forti. Su certe cose non si scherza, mi ha detto uno. Cattivo. Malvagissimo Canziani. Vaffanpodcast.

Credetemi: non volevo insinuare che il glorioso, plurimillenario mestiere dell’attore (e delle attrici) potesse essere comodamente svolto da una voce sintetica. Ci mancherebbe. Insegno pure in una gloriosa Accademia d’Arte Drammatica. Sarebbe la proverbiale zappa sui piedi.

Volevo invece dire che un minimo di attenzione allo sviluppo delle tecnologie, fa bene a tutti. Attori compresi. E che andare a vedere, scoprire, giocarci, sviluppa quel tanto di curiosità, che diventa poi l’additivo della vita.

Avevo allora suggerito: provate anche voi a sollecitare Alexa. Ma non fatele recitare Ibsen o Pirandello. Non fanno per lei. Invece Beckett, lui sì che si addice ad Alexa.

Alexa Dot 4th generation
Alexa, in una recentissima apparizione

Beckett si addice ad Alexa

Oggi è domenica, qui c’è il sole, ma il vituperato Dpcm non mi permette nemmeno una passeggiata. Così ho deciso di impiegare le ore del mattino smanettando tra le pagine che si occupano di TTS apps, ovvero di applicazioni text-to-speech. (Qui, se volete, un approfondimento).

Traduco: ho provato a capire che relazione ci potrebbe essere tra Samuel Beckett e i sintetizzatori vocali. Gente come Siri, Alexa, o il suo “fidanzato” Alex (vi risparmio la locuzione tipicamente italiana di “tecnologia vocale assistiva”).

Per farla breve. Parecchi tra di voi conoscono il testo di Samuel Beckett intitolato L’ultimo nastro di Krapp (1958).

C’era una volta un signor Krapp, che il giorno del suo 39esimo compleanno si era messo davanti a un magnetofono a bobine e aveva dettato al microfono il diario di quella giornata: “l’orribile ricorrenza”, così la chiama.

Samuel Beckett - ritratto
Samuel Beckett

Ok. Ho chiesto ad alcuni attori sintetici di recitarmi un breve brano, da una delle prime pagine di L’ultimo nastro di Krapp.

Il risultato, a mio avvivo, è istruttivo. Perfino divertente. Ho pregato questi attori di farmela un po’ strascinata. Come penso avesse fatto, anche il vero signor Krapp. Che nonostante l’età, 39 anni, era già un tantino malandato.

Beckett - Teatro - Mondadori

Proviamo a sentirli

Luca, per favore, comincia tu. Luca è una voce sintetica, un po’ troppo professionale per i miei gusti, distaccato anche quando parla di sé. Però ha 39 anni, tanti quanti ne aveva Krapp. Volete sentirlo? Pigiate la freccetta qui sotto.

Non granché, vero? Si sente che è finto, meccanico. Proviamo a cambiare registro. Il povero Beckett impazzirebbe venendo a sapere che voglio chiedere a una signora -che dico! a una donna sintetica – di recitare quel brano. Ma nessuno di voi è Samuel Beckett. Spero.

Alice è una attrice matura, consapevole del suo fascino. Riesce a trasmettere la calma e la sicurezza che ha di sé, anche quando interpreta Samuel. Da anziano. Sentiamola assieme.

Tiago è invece un giovane attore portoghese, di Lisbona, conosce bene Beckett. Un po’ meno bene, come è giusto, la lingua italiana. Ma a me sta molto simpatico. Forse anche a voi.

“Ho celebrato finalmente l’orrenda ricorrenza. E come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Sono rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a dividere il grano dalla pula. Ho buttato giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana. Nei miei vecchi stracci. Appena mangiato ehhh … spiace dirlo… tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato”. 

Volevo infine capire come le avrebbe dette Beckett stesso, quelle frasi. Con il suo tono da irlandese emigrato. Mi sono affidato a Will, che viene da Dublino ma fin da ragazzo ha vissuto a New York. Prego Will, facci sentire.

Vi dico una cosa: più che Beckett, a me sembra di sentire Julian Beck. Che parlava così, quelle volte che l’ho sentito, in Italia.

Di nuovo Samuel, che era molto esigente

Allora, vogliamo arrivare a una conclusione? Direi che gli attori e le attrici non devono preoccuparsi troppo (almeno per ora) di quello che Alexa e compagnia cantante fanno e faranno nei prossimi anni. Forse nei prossimi secoli.

Però, credetemi, fin da adesso, attrezzarsi conviene.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape
Non è Samuel. È Harold Pinter, la sua ultima volta in palcoscenico. E recita “Krapp’s Last Tape”. Ma questo è un altro discorso.

Come ti chiami? “Alexa”. Che mestiere fai? “Vorrei fare l’attrice”

Cercavo un argomento un po’ natalizio per questo post. All’improvviso mi si è presentata davanti lei. Ciao, come ti chiami? le ho detto. “Il mio nome è Alexa“. Senti Alexa, parliamo un po’. “Certo, posso raccontarti una barzelletta, ne ho tante in serbo per te“.  Figurarsi: le barzellette mi fanno venire l’orticaria.

elisabetta II - edited

L’avrete già capito. Alexa è entrata anche in casa mia. Alexa è l’assistente vocale che in questa fine dell’anno ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti, a cominciare dalla sua avversaria di sempre, Siri. Quella che sta sui Mac. E per Amazon, oltre che un’assistente, Alexa è una gallina. Dalle uova d’oro, ovvio.

Volevo dirglielo subito, ad Alexa, che sono parecchio esigente in fatto di innovazione e di tecnologie. E che avrebbe trovato del filo da torcere. Non mi bastava che facesse le sciocchezze che fa di solito. L’ora esatta. Il meteo di domani. Il cambio del dollaro. O che accendesse le lampadine e mi facesse ascoltare Ema Stokolma e Gino Castaldo su RadioDue. E neanche Bugo. Tutte cose che lei sbriga in un batter d’occhio. Ed è sempre impeccabile.

Volevo che si impegnasse

Alexa, ti piacerebbe fare l’attrice? ho domandato. “Mi spiace, non è chiaro“. Alexa, ti ho chiesto se ti piacerebbe fare l’attrice. “Uhm… questa non la so“. Ho capito che non c’aveva voglia. Ma io ero determinato.

Con Alexa i risultati non li ottieni sempre al primo colpo. Devi inventarti tattiche che la spiazzano e poi la riportano sulla retta via. Alexa, potresti riprodurre per me il primo canto della Divina Commedia?

Tra una settimana entriamo nell’anno dantesco: mi pareva il momento giusto. Lei ha rovistato un po’ nel suo cloud.  Mi ha fatto qualche offerta commerciale. Ti piazza spesso, qua e là, delle proposte pubblicitarie. Comunque, ho risposto sempre no. Alla fine si è arresa . 

Ok, ecco un estratto” mi ha detto. Wow! La Divina Commedia.

Divina Commedia Inferno I
Nel mezzo del cammin…. secondo Gustave Doré

Una solenne voce maschile ha esordito: “Dante Alighieri. Divina Commedia. Canto primo“. Poi, la voce ha declamato i versi più celebri della letteratura italiana. Sarà stata una registrazione di un centinaio di anni fa. Voce retorica, intonazione pomposa. Drammaticissima. Risaliva al tempo di Dante, credo. No no: non era la tattica giusta.

Alexa, io voglio sentire te. Mica questa specie di Vittorio Gassman!  Lei, muta.

Ci ho pensato sopra un bel po’ di tempo. Adesso ve la faccio corta. Ho smanettato di mouse e di tastiera con il portatile. Poi le ho detto: Alexa leggi questa cosa. Era il monologo di Giulietta, quello del balcone, atto secondo, scena seconda. “O Romeo, Romeo, perché sei Romeo? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome…“.

Però si trattava delle opere complete di Shakespeare, e pure in inglese. Ma lei senza batter ciglio ha cambiato lingua, e si è esibita.

“O Romeo, Romeo! wherefore art thou Romeo? / Deny thy father and refuse thy name; / Or, if thou wilt not, be but sworn my love, / And I’ll no longer be a Capulet….”

Volete sentirla? Schiacciate qui sotto.

“Cos’è Montecchi? Non è una mano, un piede, un braccio, un volto, o una qualsiasi parte d’uomo. Prendi un altro nome! Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così anche Romeo, se non si chiamasse più Romeo”.

 

Romeo e Giulietta sul balcone
I due innamorati di Verona, secondo Milo Manara

Ammetterete che non è male. Un po’ monotona, concordo. Ma per essere la prima volta, quasi un provino, non è male, dai. Sono sicuro che con il tempo e qualche aggiornamento migliorerà.

Anzi, non sicuro. Sicurissimo: quelli di Amazon ci sanno fare.

Ne è convinta persino la regina Elisabetta II, che proprio oggi, il giorno di Natale, ha affidato a Alexa (sì, vabbè anche a Siri), il suo discorso ufficiale. Se proprio volete, qui ve lo potete sentire tutto.

Elisabeth II - discorso di Natale

Quello di Giulietta sul balcone è però il classico monologo per aspiranti. Per diventare davvero attrice, Alexa deve allenarsi di più.

Le ho proposto una sfida: Alexa, sai recitare in lingua veneziana? “Purtroppo non trovo una risposta alla domanda“. Io ho pensato: no, no, il fatto è che non ti impegni abbastanza, Alexa.

Allora ho fatto la voce grossa: Alexa, riproduci La famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni, atto secondo, scena decima. C’è stato qualche secondo di attesa. Anzi, più di qualche secondo.

La famiglia dell’antiquario è una commedia che mi piace molto. C’è questo conte Anselmo, perso nella sua collezione di rari oggetti di antiquariato. Ma sono solo cianfrusaglie, porcherie per le quali spende un  sacco di quattrini, mentre la sua famiglia va in malora.

In questa scena, Anselmo dovrebbe discutere con il mercante Pantalone. Chissà come se la cava Alexa.

 

Cesco Baseggio - La famiglia dell'antiquario
Cesco Baseggio in La famiglia dell’antiquario (1957)


Secondo voi, c’è riuscita oppure no?

Certo che c’è riuscita.

Alexa ha snocciolato in veneziano (quasi) perfetto le battute di Pantalone. Il quale non stima un fico le cianfrusaglie che  Anselmo ha nella sua collezione. E sostiene che perfino “el formagèr non ghe dà tre soldi...”. Non le comprerebbe nemmeno il salumiere.

Sentitela!

Ovvio: molte sono le cose da migliorare. Gli accenti. Poi bisognerebbe variare le voci, i toni, saltare le didascalie. Ciò che in Accademia chiamano lettura espressiva. Ma sono certo che con un buon maestro e un regista come si deve, Alexa farà presto grandi passi. E otterrà il diploma.

L’ho messa giù facile

Vabbè, l’ho messa giù facile. Oggi è Natale e non mi va di ammorbarvi con certe pizze di pensiero su nuovi media e frontiere del teatro. Ma voi capite certo che il discorso meriterebbe un approfondimento.

Se gli audiolibri non hanno avuto successo quando sono apparsi sul mercato (su vinile, addirittura negli anni Trenta, poi le cassette, poi i cd), era perché mancava la tecnologia appropriata e la giusta predisposizione dei pubblici e dei mercati a farli diventare oggetti interessanti. Pensate invece al successo e all’attuale diffusione dei podcast. Qualche pensiero vi frullerà sicuramente nella testa.

Ci penso anch’io e forse lo scrivo per qualche rivista specializzata: questo è solo un povero blog.

Intanto, provate anche voi a sfidare Alexa. Magari a Natale ve l’hanno regalata. Chessò: non Casa di bambola di Ibsen, che non le piace certo. Meglio un monologo di Beckett. Uno stile che, secondo me, le si addice.

Una sola cosa vi raccomando. Mai chiedere ad Alexa di farvi sentire Sarah Kane, di notte. Dite lo giuro.

Mileva, il minidocu. Come il teatro rimedia se stesso

Vi ricordate di Mileva Marić, la donna che sussurrava a Einstein? 

Enigmatica e sfortunata scienziata, Mileva era stata la prima donna a essere ammessa, nel 1896, al Politecnico di Zurigo. Sui banchi di quell’università, allora uno dei istituti d’eccellenza mondiale, aveva incontrato e conosciuto uno studente che prometteva molto, Albert Einstein. Si erano anche sposati.

 

Dentro a Mileva - minidocu

A proposito di Mileva ho scritto un post su QuanteScene! all’inizio di febbraio (qui il link al post del 4 febbraio 2020). Proprio con questo titolo – Mileva – una giovane attrice, Ksenija Martinovic, aveva presentato in quei giorni lo spettacolo da lei pensato e creato attorno a quella donna, storicamente quasi sconosciuta. Le luci e le ombre che il lavoro scientifico di Mileva Marić, il suo ruolo di moglie, le vicissitudini di un rapporto complesso, potevano aver proiettato sulla vita e sulla carriera dell’uomo che avrebbe cambiato il corso della scienza nel ‘900.

Poi è successo quel che è successo

Per lo spettacolo prodotto dal CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – era prevista una tournée. Sappiamo bene che cosa è successo, in Italia e nel resto del mondo, a cominciare da febbraio.

Mileva, la sua storia, quel titolo, quella produzione, sono rimasti chiusi nella memoria di qualche centinaio di spettatori: soltanto quelli che l’avevano vista nelle prime repliche.

 

 

L’emergenza, che dura da 10 mesi e che ha colpito nella sostanza essenziale anche il settore dello spettacolo dal vivo, ha avuto tuttavia la funzione di attivare ragionamenti e pratiche nuovi

E la decisione, di trasformare quattro recenti produzioni CSS in altrettanti docufilm, da condividere in Rete, ha fatto sì che di Mileva, oggi si possa parlare di nuovo. 

Il lavoro in post produzione di Fabrizio Arcuri che dietro una videocamera, assieme a Stefano Bergomas, ha registrato la costruzione e le prime repliche dello spettacolo, permette ora a Mileva di essere di nuovo oggetto di curiosità e di interesse. Del nostro interesse.

Rimediare Mileva

Altre volte ho parlato del senso che sembra oggi acquistare il verbo rimediare. Non soltanto, alla romanesca: metterci una pezza. E più prosaicamente ancora: trovare qualche anima buona con cui passare la notte. Rimediazione è il lavoro che adatta e trasforma contenuti, traghettandoli da un medium a un altro medium. 

Mileva Minidocu 10_2020

Non vi rovinerò il weekend invitandovi a leggere un lavoro fondamentale in questo senso, di 20 anni fa, e in inglese anche: il potente saggio di Jay David Bolter e Richard Grusin che si intitola Remediation. Understanding New Media (The MIT Press, Cambridge, MA).

No no, tranquilli. Però un pensierino sulla frase che segue e che è scritta  da loro, quando avete tempo, fatela. Mi raccomando.

Ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”. 

Una cosa ancora

Dimenticavo di dirvi, che in Mileva, il minidocu, ci sono in qualche modo anch’io. Perché ho visto formarsi e crescere, all’Accademia Nico Pepe di Udine, Ksenija Martinovic. E mi è piaciuto farne un ritratto. 

Ma, nonostante ciò, vale la pena che il minidocu lo vediate. Tutto. Trenta minuti, quattro voci per conoscere Mileva e il lato nascosto di Einstein.

 

DENTRO A è la nuova serie di 4 minidocu curati da Fabrizio Arcuri e dedicati alle più recenti produzioni teatrali Css Udine. È visibile sulla pagina facebook CSS, IGTV, YouTube e Cssudine.it
Sugli stessi canali si possono vedere anche gli altri minidocu realizzati finora da Arcuri per questa serie:

 

– Dentro a… Un intervento di Mike Bartlett (questo è il link

– Dentro a… 

– Dentro a.. .

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MILEVA (2020)
testo di Ksenija Martinovic 
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
con la consulenza scientifica di Marisa Michelini, professore ordinario di Didattica della Fisica, Università degli Studi di Udine
produzioneCSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

 

Anghiari Dance Hub: che cosa guarda uno spettatore

Condivido con voi alcune riflessioni fatte giorni fa, a conclusione di uno degli eventi di Anghiari Dance Hub. È un post abbastanza lungo, lo so. Leggerlo tutto vi porterà via 6 minuti. Più o meno. Ma se siete anche voi spettatori, l’argomento vi interessa, eccome.

Anghiari Dance Hub - il teatro

Trovo sempre più stimolanti le restituzioni. Sono le occasioni in cui, dopo un periodo di residenza creativa, spesso in un teatro, un artista, un gruppo di artisti, il più delle volte giovani, restituiscono alla comunità che il ha ospitati il risultato del loro lavoro. Lavorano per una settimana, due, anche per un periodo più lungo – che sia teatro, danza, musica dal vivo, non cambia molto – e alla fine consegnano un risultato a chi li ha accolti e ospitati. Sarà qualcosa di provvisorio, magari di incompleto. Ma è una tappa importante per passare alla fase successiva: un’altra residenza, un ulteriore momento di elaborazione, la produzione vera e propria.

Alcune sere fa mi sono trovato ad assistere, assieme a una ventina di artisti già affermati, di operatori di settore e di osservatori, a quattro restituzioni.

Cerniera Anghiari

Quattro periodi di residenza avevano fatto sì che nel teatro di Anghiari, in Toscana poco distante da Arezzo, uno spazio settecentesco, piccolo e raccolto, altrettanti gruppi di giovani danzatori/coreografi potessero sviluppare i loro progetti. Dal 2015 Anghiari Dance Hub funziona così: una cerniera, il passaggio tra la formazione e la produzione della danza contemporanea. Accompagna cioè i giovani coreografi e i loro interpreti nello sviluppo delle creazioni (ecco il link al sito di ADH)

Questa era la sesta edizione di Anghiari Dance Hub. In due serate, su una piattaforma di streaming, abbiamo assistito alla restituzione di quattro progetti:

Golden Hour, una coreografia di Silvia Oteri, interpretata anche da Erika Boschiroli e Marta Greco
Evento, di cui erano coreografi e interpreti Giulio Petrucci e Jari Boldrini
Scritto in tre C, una coreografia di Giorgia Fusari, interpretata anche da Serena Pedrotti e Maria Chiara Vitti
Eufemia, una coreografia di Giorgia Lolli, interpretata anche da Sophie Annen e Vittoria Caneva.

Anghiari Dance Hub 2020 - Golden Hour

Al mattino dopo, da diverse parti d’Italia, ma “assembrati” tutti su Zoom con gli undici giovani artisti, noi osservatori abbiamo discusso di ciò che era passato sui nostri schemi la sera prima. Abbiamo provato a capire com’era nato e come era stato condotto ciascun lavoro. Ciò che funzionava bene e ciò che poteva essere migliorato. Le osservazioni, le reazioni, i pensieri che ciascuno di quei quattro titoli aveva suscitato in noi. Consigli, raccomandazioni, le istruzioni attente di chi è chiamato a fare da tutor.

Indirizzare la forze creative

Due punti di vista – mi pare – sono emersi. Distinti ma simmetrici. Due modi di guardare una creazione che sta per venire alla luce, due maniere di indirizzare la forza creativa che quei progetti generano.

Da una parte il parere di altri artisti più maturi, i maestri, le guide che sanno incanalare stimoli che, per il momento, sprizzano in mille direzioni diverse. Dall’altra parte, le opinioni di chi, nel sistema dello spettacolo dal vivo si occupa di produrre quei progetti, di circuitarli, programmarli, farli arrivare al pubblico. Insomma, si prende cura di loro.

Esiste però anche un terzo punto di vista, lo sguardo finale direi, e per sua natura conclusivo: quello del pubblico. Cosa guarda, e cosa vede il pubblico, negli spettacoli dal vivo (adesso anche in digitale) a cui assiste.

Anghiari Dance Hub 2020 - Evento

La terza via

È un aspetto che mi ha sempre interessato, e che negli ultimi anni ho coltivato con attenzione. La percezione e la ricezione dello spettatore. I modi in cui egli osserva e rielabora la propria esperienza. Quel qualcosa in più che si porta a casa, dopo essere stato a teatro.

Ci sono tanti di studi sul tema, è ovvio. Ma ho cercato, in questi anni, di applicarli anche in via empirica, raccogliendo senza essere sistematico, i pensieri degli spettatori su se stessi, in quanto spettatori. L’ho fatto parlando con studenti (all’università), con giovani artisti in formazione (nelle accademie), con piccoli gruppi di spettatori più sensibili (in una attività di formazione del pubblico che si chiama La Scuola dello Sguardo). A volte raccogliendo pure in modo estemporaneo le opinioni della gente che se ne tornava a casa dopo una replica.

Lo dico in poche parole, adesso, ma conto di tornarci su in un altro post: lo sguardo e l’opinione di un artista, sul proprio lavoro o su quello degli altri, implica percorsi cognitivi e reazioni totalmente diverse dallo sguardo e dalle reazioni di chi guarda lo stesso oggetto, ma nella posizione e nel ruolo dello spettatore, e nella maggior parte delle occasioni, per una vola sola. Sono processi distinti. A volte producono valutazioni distinte.

Anghiari Dance Hub 2020 - Scritto in tre C

Nell’esperienza dello spettatore si intrecciano fenomeni di attenzione e di memoria, di evocazione emotiva e di reazione neurologica, che sono caratteristici soltanto dello spettatore.

L’attenzione è intermittente (lo sapeva bene, e lo teorizzava anche Luca Ronconi). La memoria pesca nelle svariate enciclopedie cognitive che ognuno di noi possiede. Le emozioni si incanalano su percorsi psicologici individuali, prima che collettivi. Le reazioni mettono in campo i famosi neuroni specchio di cui tanti parlano, ma che rimangono tutto sommato misteriosi, nel loro funzionamento e nel loro ruolo.

Se ciò vale per tutto lo spettacolo dal vivo (e con le dovute differenze, anche per quello riprodotto), tanto più forte dovrebbe essere l’interesse per questo sguardo in quanti creano e programmano la danza. Non che ci sia bisogno di una laurea in neurofisiologia. Però un pensierino ogni tanto bisognerebbe farlo.

Eufemia

Ecco perché – arrivo a una provvisoria conclusione e finisco col dire che – delle quattro restituzioni viste nelle due serate di Anghiari Dance Hub, quella che è stata per me, spettatore, la più interessante, la più ricca di agganci capaci di attivare e rilanciare la mia attenzione, è quella che si intitolava Eufemia, coreografia ideata da Giorgia Lolli, portata sul palco assieme a Sophie Annen e Vittoria Caneva.

Anghiari Dance Hub 2020 - Eufemia

Ricordo che l’idea iniziale sembrava voler definire lo spazio attraverso il movimento dei tre corpi, con una segnaletica quasi, una apparente verosimiglianza che presto spostava il gesto verso la meccanica e l’artificio. Succedeva poi che un accenno erotico, esplicito ma non scomposto, orientasse il tutto verso risonanze più intime, amorose quasi, soprattutto in un momento statico di composizione a tre.

Il registro cambiava allora improvvisamente, e ribaltava l’attenzione dai corpi a un oggetto: una macchina per scrivere, la gloriosa Lettera 22 Olivetti, esibita teatralmente in proscenio, mentre tutorial dattilografici, in lingua straniera, occupavano tutto lo spazio sonoro. Da un barattolo, una delle interpreti pescava a questo punto un biglietto, e su una parola emersa a caso, improvvisava riflessioni random, trascritte a macchina dalla sua compagna dattilografa, a volte impegnata pure in uno slapstick laterale, che sembrava prendersi gioco del tutto. Subito dopo la voce di Elvis Presley lanciava una subdola freccia emotiva: Love me tender, love me true, all my dreams fulfill…

Anghiari Dance Hub - Eufemia

Ciò che lo spettatore si porta a casa

Questo è ciò che ricordo, a due giorni di distanza, detto pure in poche parole. Questo è un esempio – potrebbero essercene molti altri, e anche molti diversi – di ciò che un reale spettatore – o una spettatrice – guarda, vede, sente e ritiene, una volta messo davanti a un’opera. Dal disegno coreografico congelato in preziosi stop, alla teatralità che esplode quando l’interprete si siede sul filo della ribalta. Dalla raffinatezza di un cimelio meccanico della grande industria italiana al pop del più sdolcinato e più caldo fra i refrain di Elvis.

Scarti continui, agganci, coinvolgimenti a sorpresa o sulle tracce dell’empatia, nel gioco cross-over che mescola i linguaggi, e costringe lo spettatore a ingegnarsi nella ricerca di un senso, una coerenza, una apertura e una soddisfazione. Ciò che poi si porterà a casa.

Insomma, altro che stare in poltrona!, o davanti a un monitor. Anche chi assiste a uno spettacolo lavora, eccome. È il suo mestiere. Il mestiere dello spettatore.

Di questa professione ho già scritto su QuanteScene! (vedi qui, a proposito del Festival dello Spettatore di Arezzo). Ma ci torniamo su in un prossimo post.

Anghiari Dance Hub 2020- Giulio Petrucci e Jari Boldrini
Giulio Petrucci e Jari Boldrini

Rete Critica 2020: il teatro, nonostante

L’hub che raccoglie blog, riviste e siti indipendenti di teatro online dà prova di resilienza. Venerdì 4 e sabato 5 dicembre, Rete Critica 2020 apre sul web la sua edizione numero dieci. O meglio, nove e tre quarti.

Rete Critica 2020 su Zoom

Nonostante tutto. Nonostante i mesi drammatici di primavera, le ondate di adesso, le restrizioni, le limitazioni, i vecchi e i nuovi dpcm. Insomma, nonostante, si continua a fare teatro. E si continua a pensarlo.

Noi di Rete Critica – questo hub che raccoglie più di trenta testate online, blog, riviste e siti web indipendenti di informazione e critica teatrale – ci pensiamo da dieci anni almeno. Perché a tante edizioni sarebbe arrivata, nel 2020, la manifestazione che ha premiato ogni anno le migliori esperienze di spettacolo dal vivo, valutando per singoli criteri proposte artistiche, formati di comunicazione, progettazione organizzativa (vedi il post sull’edizione 2019).

Non è tempo di premi però, questo dicembre difficile per chi fa – o piuttosto faceva – spettacolo, per chi era abituato ad assistere, per chi ne scriveva sulle pagine di un blog o di una rivista condividendo visioni e opinioni.

Rete Critica 2017 - Futuri_Maestri_ph_Luciano_Paselli_
Futuri Maestri del Teatro dell’Argine è stato un progetto selezionato di Rete Critica 2017 (ph. Luciano Paselli)

Nove e tre quarti

Nonostante tutto, Rete Critica 2020 si farà. Ma non sarà l’edizione numero dieci. Con la consapevolezza di ciò che sono stati questi mesi e con uno sguardo disincantato, tipo quello di Federico Fellini, sarà l’edizione 9 e 3/4. Per dire che qualche cosa, anche molto, ci è mancato.

Grazie alla collaborazione, ancora una volta, del Teatro Stabile del Veneto, Rete Critica 2020 tornerà sul web. Venerdì 4 (ore 18.00) e sabato 5 dicembre (ore 16.00) presenterà online le mappe di un sistema teatrale, colpito e abbattuto sì nella sua forma essenziale – lo spettacolo in presenza, il feeling immediato tra artisti e spettatori, la liveness – ma altrettanto vivace nel costruire idee e soluzioni, vie di ripiego e scatti in avanti, rivendicazioni non solo economiche, immaginazioni.

In trenta o quanti siamo, nei mesi scorsi abbiamo dedicato tempo a studiare i progetti artistici ideati e realizzati durante il primo periodo di black-out teatrale e anche quelli messi in scena dopo la riapertura di metà giugno. La ricognizione completa delle esperienze che abbiamo segnalato è disponibile sul sito di Rete Critica.

Poi, per non cadere nella tentazione del “tutto come prima” e provare a raccontare un momento storico che sarà anche spartiacque sociale e culturale, abbiamo provato a rilanciare verso il futuro gli artisti e chi sta immaginando il teatro che sarà.

Venerdì 4 e 5 sabato saremo perciò su Zoom: ci troverete e ci potrete seguire sulle pagine Facebook del Teatro Stabile del Veneto e di Rete Critica.

Il programma di Rete Critica 2020

In questi due giorni svilupperemo tre momenti di approfondimento tematico (della durata di un’ora circa) a partire dai progetti segnalati in questa edizione straordinaria.

Quindi, per ripercorrere il decennio presenteremo uno short doc su tutte queste edizioni, a cura di Simone Pacini, scritto e diretto da Andrea Esposito. Un’occasione per ripercorrere la storia e l’origine del premio con le immagini e le testimonianze dei vincitori.

Ci saranno artisti, compagnie e progetti premiati: Gianni Farina di Menoventi (2011), Daniele Timpano (2012), Armando Punzo e Archivio Zeta (2014), Case Matte e Puglia Off (2015), Davide Lorenzo Palla e Zona K (2016), NEST Napoli Est Teatro e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità (2017), Kepler-452 (2018) e Stefano Tè del Teatro dei Venti (2019).

Ma anche tanti altri, fra coloro che hanno e stanno animando Rete Critica 2020, con il loro contributo e la partecipazione.

Nuove e vecchie tecnologie incontreranno nuovi e vecchi linguaggi. Che cosa ha prodotto e pensato il mondo del teatro italiano in questo anno? L’obiettivo di Rete Critica 2020 è riuscire a dare un contributo utile a rappresentare e incarnare il cambiamento che – nostro malgrado – stiamo vivendo. Guardando verso il futuro, senza peraltro perdere di vista tutto ciò che è stato: un periodo sicuramente difficile, economicamente un disastro. Ma un disastro fertile, forse. Avete presente le piene del Nilo?

I tre momenti di approfondimento e lo short doc

– – – – – – 4 dicembre

Tavolo “Teatro e politica” – ore 18.00
ospite Giovanni Boccia Artieri
moderatore Roberta Ferraresi
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Progetto C.Re.S.Co. | Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea
Giorgina Pi (Tiresias)
Kepler 452 (Lapsus urbano)

Dieci anni di Rete Critica – ore 19.30
uno short doc a cura di Simone Pacini, scritto e diretto da Andrea Esposito

– – – – – – 5 dicembre

Tavolo “Teatro in ascolto” – ore 16.00
ospite Rodolfo Sacchettini
moderatore Viviana Raciti
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Campsirago Residenza (Favole al telefono)
Radio India
Frosini/Timpano (InDifferita)

Tavolo “Danza e immagine” – ore 18.00
ospite Roberta Nicolai
moderatore Laura Gemini
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Balletto Civile (progetto M.A.D. Museo Antropologico del Danzatore)
Paola Bianchi (ELP)
Teatrino Giullare (Il diario dei giorni felici)

Rete Critica 2020 è stata possibile grazie anche al lavoro di Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Elena Scolari e Francesca Serrazanetti, e la collaborazione dello Stabile del Veneto con Massimo Ongaro.

Franco Scaldati trasloca a Venezia. Anzi, a San Giorgio

Presentato alla Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio, l’Archivio Franco Scaldati, raccoglie testi editi e inediti, manoscritti e carte dell’autore, attore, poeta siciliano scomparso nel 2013.

Franco Scaldati

Non occorre dire quanto sia importante un archivio. Gli archivi sono i luoghi dove si raccoglie e si conserva la storia. E già questo dovrebbe bastare.

Più difficile è amare gli archivi. Perché raccogliere e ordinare sono compiti faticosi. E non danno una soddisfazione immediata.

La notizia che alla Fondazione Giorgio Cini, a Venezia, trova da adesso posto l’Archivio Franco Scaldati, è però una di quelle buone. Una volta tanto.

Scaldati a San Giorgio

Ho cominciato ad amare gli archivi del teatro una dozzina di anni fa, quando mi era capitato di prendere in mano, studiare e mettere in mostra l’archivio personale di Giorgio Strehler.

Dopo diverse peripezie, il mondo personale di Strehler, le sue lettere più private, i suoi copioni annotati, i suoi libri, molti dei suoi oggetti, erano approdati nel 2005 a Trieste, andando a formare il Fondo Strehler. Oggi il Fondo è visitabile al Museo teatrale “Carlo Schmidl”, grazie alla donazione congiunta di Andrea Jonasson e Mara Bugni.

Di Strehler, quell’archivio rivela aspetti che nemmeno approfonditi studi storici e teatrali hanno mai colto. Ve lo posso garantire.

Franco Scaldati

Capisco perfettamente perciò quanto sia importante che l’archivio di Franco Scaldati, una delle figure di maggior rilevo della recente drammaturgia italiana, sia finito nel giusto posto. 

Quanto sia soddisfatto chi – tra gli anni Settanta e il 2013, l’anno della sua morte – ha lavorato con lui e per lui, e oggi sa che le sue carte, i suoi scritti, i testi editi e gli inediti, le brutte copie e gli scarabocchi, si trovano in un luogo nel quale potranno essere conservati, consultati, studiati. Un luogo nel quale, come tutte le carte importanti, diventeranno storia.

La Fondazione Giorgio Cini custodisce numerosi archivi che hanno fatto e stanno facendo la storia recente del teatro italiano. Tra i più noti, quello di Luigi Squarzina, quello di Paolo Poli, di Santuzza Calì, di Misha Scandella, e risalendo nel tempo, anche quelli di Arrigo Boito, Eleonora Duse, Emma Gramatica…

C’è pure l’archivio di Maurizio Scaparro, che non è affatto scomparso, anzi, ne combina parecchie ancora. Ma che nel 2016 ha deciso di affidare tutte le sue carte alla Cini, stringendo di più il legame con Venezia, consolidato già al tempo dei suoi Carnevali e della direzione della Biennale Teatro.

L’Archivio Scaldati

Qualche giorno fa, il 10 novembre 2020, è stato ufficialmente presentato, in diretta streaming, anche l’Archivio Franco Scaldati, momento conclusivo di una donazione che la famiglia dello scrittore siciliano ha deciso di destinare alla Fondazione, dopo una serie lunga di vicissitudini.

La diretta della presentazione è disponibile su You Tube, e attraverso le parole di Gabriele Scaldati (il figlio di Franco), di Maria Ida Biggi (che dirige l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Cini), della docente Valentina Valentini, della curatrice Viviana Raciti, dell’assessore alla Cultura e all’Identità siciliana della Regione Sicilia, Alberto Samonà, è possibile seguire tutto il percorso che questi documenti hanno fatto per arrivare a Venezia. Ma anche intuire quali polemiche prese di posizione abbiano accompagnato il trasloco da Palermo (a detta di molti il luogo esatto per la collocazione e la consultazione) verso l’isola che guarda su piazza San Marco.

Documenti relativi a Il pozzo dei pazzi di Franco Scaldati

Il pubblico e il privato

Ci sono vistose differenze, è ovvio, tra la stanza che a Trieste ospita il Fondo Strehler e i materiali adesso presenti negli scaffali dell’Archivio Scaldati a Venezia. Il primo è davvero un archivio privato. Comprende infatti ciò che si trovava nella casa di Milano e nella casa di Lugano dove, nel 1997, Strehler è scomparso. E dà accesso a documenti e oggetti che entrano fin nell’intimo dell’uomo. 

L’archivio Scaldati raccoglie invece le sue scritture (i testi pubblicati, ma anche i lavori più segreti, magari) che vanno a documentare in primo luogo l’artista. E poi, solo di luce riflessa, anche la personalità privata.

sei espressioni di Franco Scaldati

Ugualmente, la soddisfazione per la messa in sicurezza (come dicono i geometri) di quel patrimonio così significativo per il teatro italiano, soprattutto nel segmento storico che ha posto al centro le diverse lingue regionali, è stata grande per tutti.

Se la vicenda ha cominciato a interessarvi, oltre alla differita su You Tube, di cui ripropongo il link, potete anche dare un’occhiata all’Archivio digitale, messo in rete dalla Compagnia Franco Scaldati e inoltre qui sotto, trovate l’indirizzamento alla sezione Archivi dell‘Istituto per il Teatro e il Melodramma, nel sito della Fondazione Cini.

Daphne Money, sul set delle video chat erotiche

L’hanno chiamato Sinapsi ed è il momento conclusivo di Artefici, progetto triennale di residenze artistiche ideato da Artisti Associati.
Decreti permettendo, giovedì 22 ottobre, Sinapsi raccoglierà il filo e il racconto degli otto progetti di spettacolo dal vivo che sono stati in residenza a Gorizia, Gradisca, Cormons: i tre teatri del Friuli Venezia Giulia coinvolti in Artefici.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Daphne Money

L’erotismo scatena sempre reazioni forti. È successo anche a me, qualche mese fa, di interessarmi in maniera molto forte a Daphne, che è un richiamo mitologico, un nome evocativo, ma è anche un progetto teatrale. Che con l’erotismo ha a che fare.

Daphne si è presentata un giorno, alla fine di luglio, in Sala Bergamas, un piccolo spazio nella cittadina di Gradisca, in provincia di Gorizia. Ma idealmente Daphne aveva come orizzonte l’intero pianeta, visto che il suo progetto si apre al tema erotico e viaggia sui canali della rete. Meglio: di quella parte di rete, opaca, non sempre sicura, ma sicuramente torbida, che ha che fare con il sesso virtuale, a pagamento.

Se vi va di seguirmi per un po’ in questo labirinto, assieme a Daphne e Samuele, continuate a leggere.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Sinapsi, fibre teatrali che si incontrano

Per prima cosa, voglio spiegarvi in che cosa consiste Sinapsi.

Sono 8 le compagnie teatrali che si incontreranno giovedì mattina (ore 11.00, decreti permettendo) al Kinemax di Gorizia per un bilancio sulla sessione 2020 del progetto triennale che Artisti Associati, impresa di produzione teatrale con sede a Gorizia, ha voluto intitolare Artefici e chiudere con questo incontro finale, che si chiama appunto Sinapsi, come le giunzioni dei neuroni.

Sinapsi permetterà di fare il punto su otto diversi momenti di lavoro, che tra gennaio e ottobre 2020, hanno visto risiedere per una decina di giorni, in tre teatri del Friuli Venezia Giulia, compagnie di danza e di teatro. Forse anche di qualcos’altro, che non riusciamo ancora a definire, ma che fa parte di una trasformazione verso cui ci indirizza la forte accelerazione degli scorsi mesi.

Gli artisti delle otto compagnie, che porteranno esempi in video di ciò che hanno elaborato nei giorni di residenza sono :

Dante Antonelli (ATTO DI PASSIONE)
Marco D’Agostin (BEST REGARDS)
Christian Gallucci (DICONO CHE FARA’ CALDO)
Filippo Michelangelo Ceredi (EVE #2)
Giovanni Leonarduzzi (PROFUMO D’ACACIA)
Gaia Magni e Clara Mori (VIETATO PIANGERE)
Carmelo Alù (WOYZECK!)

L’ottava compagnia è quella formata da Daphne Morelli e Samuele Chiovoloni, che a Gradisca hanno cominciato a dar corpo – e la parola qui è proprio esatta – al proprio progetto Daphne/ Money/ Female/Body .

Ascoltateli mentre ne parlano.

“Daphne/Money/Female/Body è una riflessione sul processo di identificazione di una ragazza (eterosessuale) con il suo potere di sedurre e guadagnare crediti col proprio corpo. Riflette sulla questione della inibizione e della disinibizione. Il corpo, in questo senso, è il campo di battaglia per misurarsi con il mondo. Ma Daphne/Money/Female/Body vuole proporre anche uno spunto su come le nuove generazioni interagiscono con internet per costruire mondi alternativi e ipotesi di vita o di narrazioni altrimenti impossibili”.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Curiosità e repulsione

Quando si parla di video chat erotiche, le reazioni possono essere la presa di distanza, l’avversione, a volte la repulsione. Nonostante i cambiamenti di questi ultimi 50 anni e a dispetto di enormi trasformazioni del costume e della morale, l’Italia resta un paese legato ai propri tabu.

Reazioni di questo tipo coesistono però con inevitabili impulsi di curiosità, attrazione, morbosità, che tutti noi percepiamo e che nella civiltà occidentale abbiamo percepito sempre, legati a sessualità e eros.

Daphne e Samuele hanno deciso di esplorare questo quadrante di temi. Per farlo adesso, nel tempo delle reti, altra strada non c’era se non sperimentarne le tante declinazioni in Internet. Che con la propria forza di assorbimento, ha in breve tempo cannibalizzato il sesso.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Linee di frontiera

L’erotismo oggi si colloca su una sorta di linea di frontiera. Si estende certo dalla parte dell’Internet in chiaro, accessibile a tutti gli utenti, perfino ai minori. Ma tocca anche un territorio in larga parte inesplorato, che per molti è un continente selvaggio: dark Internet, l’internet ancora oscuro. Qui regna un’economia delle monete e dei desideri che non è facile a mettere a fuoco. Qui il corpo non è carne, e tuttavia esiste. Qui i consumatori sono allo stesso tempo i produttori di contenuti. Erotici e non solo.

Questo mi interessava e mi attraeva in Daphne Money Female Body, il progetto di Samuele e Daphne, che ho seguito fin dall’inizio, dal momento aurorale, da quando Daphe ha cominciato il proprio percorso dentro le video chat erotiche.

Samuele e Daphne sono entrati dentro il progetto Artefici con alcune idee, delle proposte, e da quelle sono partiti, portandole su un palcoscenico.

Poi, assieme, hanno provato a restituire al pubblico il loro viaggio. E hanno utilizzato il teatro, i telefonini, le cam, i video, i canali di connessione, le app, le chat. Un’altra linea di frontiera, la loro, tra osservazione disincantata del fenomeno e coinvolgimento personale.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Queste che state vedendo sono alcune immagini (scattate da Giovanni Chiarot) di una tappa del loro lavoro, quella conclusa a Gradisca lo scorso agosto. Nei due mesi successivi sono poi andati avanti. Giovedì 22 ottobre, nell’incontro di Sinapsi, avremo modo parlarne di nuovo assieme. Io ho parecchie cose da domandare.

Le conseguenze del nome

Una rivista autorevole come Wired, che ha fatto un’analisi dei metacontenuti di Google, rileva che più del 20 per cento delle ricerche da mobile riguardano contenuti pornografici. Le ricerche fatte da associazioni di indirizzo politicamente conservatore sono ovviamente più allarmistiche. Erotismo e pornografia, sono i due corni della sessualità rappresentata?

Anche mettendo da parte i dati sociologici, e osservando solo la locandina di Daphne Money, balza all’occhio il fatto che la l’interprete vera e la protagonista fittizia abbiano lo stesso nome. Che Daphne Morelli e Daphne Money, condividano molte cose. Che parte dell’identità dell’una si sia riversata nell’altra. Sì, ma quale?

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

In linea etimologica, Daphne è l’alloro, il lauro, la pianta dei poeti e della poesia, quella della vittoria, quella in nome della quale ci si laurea. Ma è anche il nome mitologico della ninfa che per sfuggire alla brame erotiche di Apollo, si trasforma in pianta, eternamente casta.

Il mito di Daphne e Apollo è stato spesso interpretato come un’opposizione dinamica tra la castità e il desiderio sessuale. E tu, che all’anagrafe sei Daphne, tu ti sei fatta un’idea delle conseguenze del tuo nome?

Giovedì, assieme a Daphne e Samuele, proveremo a capirlo.

video Daphne Money

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DAPHNE/MONEY/FEMALE/BODY
di Samuele Chiovoloni e Daphne Morelli
produzione Ass. Cult. Argo e Micro Teatro Terra Marique
compagnia in residenza Artefici 2020

(le immagini sono di Giovanni Chiarot/Puntozero)

Per saperne di più

Ho parlato di Artefici e delle residenze di Artisti Associati anche in alcuni post precedenti:

Unwrapping Silvia Gribaudi. La grazia e il corpo libero, nel dicembre 2018

Per te perderò la testa, Giuditta, nel novembre 2019.

Domesticalchimia. Donne che collezionano sogni.

Non ci vuole la sfera di cristallo per accorgersi che sogno e teatro hanno in comune parecchio. E non è stato certo necessario a aspettare che Stefano Massini, Federico Tiezzi e Fabrizio Gifuni , due anni fa si trovassero assieme sotto il tetto del Piccolo di Milano, perché la psicanalisi penetrasse, con il loro spettacolo, Freud, nel più nevrotico (così è apparso, almeno, nelle scorse settimane) dei teatri italiani. 

Domesticalchimia - Banca dei sogni Giacomo-Guarino@Soheil-Rahel
Giacomo Guarino – Soheil Rahel

Sulla convergenza tra sogno e teatro sono però rimasto colpito dal lavoro che il gruppo milanese Domesticalchimia sta facendo in questo periodo nella mia città, Trieste. Ecco perché le ho incontrate (sono per lo più donne) e ho chiacchierato a lungo con loro. L’esito di questo incontro sfocia adesso una conversazione pubblica che si svolgerà domani, sempre qui a Trieste, a conclusione di un periodo di lavoro che Domesticalchimia ha sviluppato nel progetto UFO – Residenze d’arte non identificate, organizzato per la terza edizione consecutiva dal Teatro stabile La Contrada e ideato da Marcela Serli.

I sogni son desideri

Lo sosteneva la Cenerentola di Walt Disney mentre cantava e parlava con i suoi topolini tuttofare. In forma più scientifica, lo diceva anche Sigmund Freud, che dell’importanza dei sogni è stato il divulgatore massimo. Basta andare a vedere quanto vende, ancora oggi, L’interpretazione dei sogni, a 121 anni dalla pubblicazione (nel novembre del 1899): il suo best seller.

Cenerentola e il topino

La storia del significato dei sogni è comunque lunghissima e ha prodotto anche opere d’arte eccellentissime. Per esempio Il sogno di Costantino nel ciclo delle Storie della vera croce ad Arezzo: il grande Piero della Francesca. Naturalmente nel passato si credeva che i sogni annunciassero avvenimenti futuri. Qualcuno ci crede ancora, ma nel sentire comune, in quella psicanalisi pop nella quale siamo oggi immersi, i sogni sono inevitabilmente associati ad alcune costanti, e ancor più spesso a traumi, che stanno acquattati nel nostro inconscio. E si manifestano quando noi, nel sonno, allentiamo un po’ le maglie della sorveglianza. I sogni son quindi i nostri desideri segreti. Più segreti di quelli di Cenerentola, comunque. Che sognava solo di essere felice e maritata.

L’analisi freudiana classica vede nel sogno la via maestra per capire qualcosa dell’inconscio, ma ha il limite – o la forza – di essere molto individuale. Mette in primo piano il soggetto, colui o colei che sogna e racconta poi ciò che ha sognato.

Detto questo, torniamo a teatro.

La banca dei sogni

Il progetto sul quale lavora Domesticalchimia è diverso. Niente psicanalisi, niente interpretazione. L’obiettivo è quello di raccogliere quanti più sogni possibili. E di farne una banca. La banca dei sogni è il titolo del lavoro che il gruppo sta svolgendo per le Residenze UFO.

Quel che mi è parso di capire è che la ricerca, e poi il loro lavoro di allestimento teatrale della compagnia, è di andare a leggere i sogni su un piano sociale, più ampio, più stratificato. I sogni decritti da Freud erano quelli di un limitato numero di pazienti, di una classe sociale che nel primo Novecento si rivolgeva, con spirito avventuroso e con parecchie risorse economiche, a quella nuova scienza. I sogni che i pazienti raccontano oggi allo psicanalista trovano un limite nella disponibilità finanziaria di chi si può permettere di entrare in analisi.

Domesticalchimia - Banca dei sogni
ph. Filippo Manzini

La banca dei sogni di Domesticalchimia è invece interclassista. Interroga tutti, a prescindere dal portafoglio e dalla collocazione sociodemografica. Prescinde da età, geografia, professione, lingua. Che cosa sogna il pescivendolo? L’architetto? La bambina? E il pensionato con la minima? Perché non raccontarlo?

“La banca dei sogni – dice Francesca Merli – è una fotografia della nostra realtà, della nostra comunità, della città in cui agiamo con la nostra indagine. Andiamo in un preciso territorio, inquadriamo precise fasce, quindi è fondamentale il contesto in cui facciamo le interviste, che cambia a seconda del luogo. Le cose che ci hanno detto a Scandicci sono molto diverse da quelle che ci hanno detto a Milano…”.

I tarli del nostro tempo

Questo mi ha interessato: questa radiografia del presente, condotta attraverso uno strumento che abbiamo sempre considerato individuale, intimo. E che invece, a Domesticalchimia serve per mappare – dicono – “i tarli del nostro tempo”.

Non so come questa attività di raccolta e di analisi dei dati si trasformerà poi in un’esperienza teatrale, in uno spettacolo. Scoprirlo è appunto il senso di una residenza, ed è proprio ciò che scoprirò domani, quando prima del nostro incontro pubblico, Francesca Merli, regista, Federica Furlani, sound designer e musicista, e Laura Serena, attrice, restituiranno al pubblico il lavoro svolto.

Le storie più significative – dicono – saranno portate in scena con la partecipazione stessa di coloro che hanno scelto di condividerle, aprendo a loro tre una finestra sul proprio mondo onirico.

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LA BANCA DEI SOGNI
restituzione del progetto di residenza
UFO – Residenze d’arte non identificate
regia e ideazione Francesca Merli
con Federica Furlani, Laura Serena e un gruppo di sognatori
drammaturgia Francesca Merli e Laura Serena
musiche e sound design Federica Furlani
produzione Domesticalchimia 

Polo Giovanni Toti, via del Castello 3, Trieste
11 ottobre, ore 17.00 e 18.00

Contemporanea 20 a Prato. Le oscillazioni, le ancore, le via di fuga

Lo dice la parola stessa. Contemporanea, festival delle arti della scena a Prato, si occupa di ciò che accade sotto i nostri occhi. Ciò che è nuovo, attuale, nascente.

C’è cosa più giusta se non far nascere, a Prato, nel corso di Contemporanea 20, una rivista? Una rivista di teatro, di carta, di pensieri. Cose un po’ fuori moda, dite? Contemporanee, piuttosto.

La Falena

Un’avventura editoriale, magari un azzardo, ha portato quattro teste pensanti della generazione 40enne a buttarsi più a fondo nella mischia delle opinioni sul teatro che inondano la rete. Come del resto fanno le righe che sto scrivendo adesso.

E da quel fondo, liberata dal bozzolo, è nata La Falena, rivista di critica e di cultura teatrale, spiega il sottotitolo. Cartacea, aggiungo.

La Falena - rivista

Alessandro Toppi, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Rodolfo Sacchettini, e assieme a loro il Teatro Metastasio con Franco D’Ippolito e Massimiliano Civica e Massimo Bressan, editori che l’hanno fortemente voluta, sono arrivati al traguardo del primo numero, con una copertina sfidante e un tema di fondo che più contemporaneo non si può: Salto di specie.

Come se le acrobazie biologiche del virus che in questo momento ruba tutti i nostri pensieri, si riflettessero nella trasformazione che le arti dello spettacolo dal vivo in questo momento stanno subendo. Non solo lockdown, distanziamento, massime capienze. Ma una nuova biologia teatrale, al cui centro c’è la questione della liveness, la viva presenza.

Di questo tema, cruciale per il futuro del teatro, sto leggendo adesso, nelle pagine centrali di La Falena. Ci sono, tra gli altri, gli interventi di Laura Gemini e Vincenzo Del Gaudio, che il fenomeno lo osservano da tempo. E volentieri li leggerei assieme a voi, che potete scaricare La Falena gratuitamente (almeno le prime 200 copie) dal sito del Teatro Metastasio.

Se non arrivate in tempo, basteranno solo 2 euro per il pdf.

La liveness

Da parte sua, Edoardo Donatini, che di Contemporanea 20 è il direttore artistico, ha provato a fare la stessa cosa con il programma del festival. Programma che non ha rinunciato alla liveness, perché essa stessa è la ragione di un festival, ma prova a indagarne le oscillazioni, le àncore e le linee di fuga.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain a Contemporanea 20 - Prato
Agrupación Señor Serrano The Mountain

Per esempio: quando intervengono strumenti e media digitali. Solo per dirne uno: il lavoro svolto da anni di Agrupación Señor Serrano (a Prato con The Mountain). Ma anche la superfetazione di video e audio in Gisher di Giorgia Ohanesian Nardin.

Per esempio: quando il flusso tradizionale dello spettacolo, la narrazione, si sfalda su piani diversi e l’acrobazia delle luci, l’ibridazione di live electronis e voce, l’assenza di direzioni, diventano motori dell’evento. Della serata Klub Taiga di Industria Indipendente ho già parlato su QuanteScene! e a quel post vi rimando.

Klub Taiga – Industria Indipendente

Per esempio, infine, quando i formati cambiano, evadono, scartano i binari.

È un segno, se un regista già minimalista come Massimiliano Civica, sceglie la forma austera della lectio, per una affascinate escursione tra racconti chassidici, ispirazioni zen, parabole sufi, e con L’Angelo e la Mosca, si interroga sulla presenza del misticismo nel teatro.

È un segno se Sergio Blanco, uruguaiano, autore (anzi di più: architetto) di audaci drammaturgie (come El bramido de Düsseldorf, vedi il post), riconduce i propri pensieri sulla morte, Memento mori, alle 30 short-stories di una conferenza-spettacolo. Deludente, peraltro nonostante le belle fotografie sullo sfondo di Matilde Campodónico.

Memento mori  - Sergio Blanco a Contemporanea 20 - Prato
Sergio Blanco – Memento mori

Il corpo non si immola

La resilienza – un termine che piace, oggi – è però quella del corpo in scena. Che non ci sta. Che non si immola nel gioco degli opposti, che vorrebbe fare di lui uno sfidante nel duello con il digitale, il visuale, l’immateriale del broadcasting, e con le furbizie di Skype, Zoom e compagnia bella.

Contemporanea 20 fa il suo dovere e registra: l’atletismo di Michele Scappa in Hello (produzione Kinkaleri), le evoluzioni concentriche ideate da Elisabetta Consonni (con Plutone), le grafiche nudità esposte in Kokoro da Luna Cenere, l’iconico Marco Chenevier con il suo abito di piume nere d’uccello. E la simpatica Masako Matsushita che il guardaroba ce l’ha tutto addosso.

Masako Matsushita -Un/dress (ph. Kylestevenson.com)

Certo si impone poi, nella serata finale, la maestà ipnotica di Alessandro Sciarroni. Il moto di rotazione con cui gira su se stesso in Chroma dura oramai da sei anni. E una volta di più conferma che questo titolo è uno di quelli da mettere nella capsula del tempo, quando andremo ad archiviare ciò che teatro e danza hanno inventato in questo decennio.

Chroma - Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto
Chroma – Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto

Scrivere per la scena

Cenerentola del contemporaneo, apparirebbe a questo punto la scrittura drammatica. Pratica obsoleta – sostiene qualcuno – adesso che la morte del personaggio, la prevalenza della performance, l’ingaggio del pubblico, sembrano sempre di più alimentare il fiume del post-drammatico. Con rischio di esondazione, anche.

Ma Cenerentola, niente affatto. La drammaturgia ha tenuto e tiene la posizione. Non bastassero tutti i copioni che mi capitano addosso, quando mi vesto da giurato nelle competizioni che ancora grazieaddio premiano chi scrive bene. Tipo Scritture di Scena, il premio organizzato dalla rivista Hystrio. Tipo Tuttoteatro.com, Premio Cappelletti, che ha appena lanciato un nuovo bando.

Tornando al punto. Di scrittura e di personaggi c’era, c’è e ci sarà, bisogno. Come di attori, del resto. Negli otto giorni di Contemporanea 20, la casella della drammaturgia, quella seria, con una storia, dei personaggi, un percorso di senso, era occupata tutta dalla compagnia Vico Quarto Mazzini. Sul cui spettacolo, infine, voglio soffermarmi un momento.

Livore

Livore è il titolo del più recente lavoro di Vico Quarto Mazzini. Livore, come quello che provava Salieri nei confronti di Mozart

La velenosa rivalità è un falso storico, ma il rancore resta e dà a Francesco D’Amore l’occasione mettere sulla carta una storia, che ne conserva i nomi: Antonio e Amedeo. Una vicenda essenziale, dinamica, tramata di mistero. Come aveva fatto Puškin. Come avevano fatto Peter Shaffer e poi Milos Forman in Amadeus

Nello spettacolo che ha debuttato a Prato, la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà colora il lutto del Requiem mozartiano con la tinta livida delle barbabietole. 

Contemporanea 20 - Prato - Livore - drammaturgia Francesco D'Amore - regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà - ph. Rocco Malfanti
Livore – drammaturgia Francesco D’Amore – regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà – ph. Rocco Malfanti

In un loft di quelli eleganti, nel quartiere bene, si consumano i preparativi di una cena importante: la cena che deciderà una carriera. A mettere di fronte l’attore talentuoso e senza una lira (Altamura) e l’altro, che ha successo in tv, grazie a potenti raccomandazioni (D’Amore), è la visita di una figura del mistero, vestita di scuro, inzuppata di pioggia. La stessa che – si racconta – era apparsa dal niente e aveva commissionato a Mozart la sua ultima opera.

Ai giorni nostri, il gioco delle parti è tutto psicologico, tagliente. Come i coltelli che brillano nella cucina e fanno a fette le verdure da cui già cola il succo viola dell’astio. Il padrone di casa (Paolocà) è un agente che conosce bene “il giro” delle serie televisive, della popolarità, dei soldi.

In tipica sequenza pinteriana, l’attore sfigato diventa un intruso, si insinua nella vita della coppia di successo, e a forza di remissione e umiliazione, ne incrina il legame.

Ma le cose non sono mai come sembrano. La dinamica degli opposti spalanca lo spazio della scena e sposta il riflettore sull’oggi, sulla condizione instabile dell’attore, sulla cabala del successo che, spesso, è un’ambigua questione di sguardi.

O magari, di barbabietole fatte a fette, per una preparazione al cartoccio.

Livore - Vico Quarto Mazzini - locandina