Fabrizio Sinisi e Fabrizio Arcuri. Scrivere il teatro. Al presente

Black star è un nuovo testo di Fabrizio Sinisi, che Fabrizio Arcuri porta in scena. L’analisi cruda, senza speranza, di come si costruisce e si esercita la violenza a matrice razzista. Anche laddove non regna il razzismo. Oggi e non solo oggi.

Black Star debutta il 23 novembre a Udine, nella stagione di Teatro Contatto 42. Lo presenteranno, subito dopo, il Teatro Astra a Torino (dal 30 novembre) e il Fabbricone a Prato (dal 7 dicembre) co-produttori dello spettacolo assieme a CSS di Udine.

Edward e Nancy Kienholz – Five Car Stud

Al presente

Un teatro al presente non può essere un teatro che descrive, oggi, l’annientamento di Gaza, o l’invasione dell’Ucraina, o che fa l’elenco delle donne uccise dai maschi.

Il teatro non sopporta la realtà immediata, il documento, l’esplosione della notizia. Il teatro, anche quello più realistico, quello più politico, fa estrazione della realtà, la processa, la cristallizza. Non la riproduce. Ne crea un’altra, non meno vera, forse più credibile. Perché ne mostra lo scheletro, nudo, disturbante.

Fabrizio Sinisi con le armi del drammaturgo, e Fabrizio Arcuri con quelle della regia, hanno scritto assieme Black star: l’indagine sui modi in cui si costruisce e esercita la violenza a matrice razzista.

Black Star Css Udine Teatro Contatto locandina

Arte e linciaggio

Ciò che aveva anche fatto, alla fine degli anni Sessanta, Edward Kienholz, l’artista statunitense di Five Car Stud. Con manichini in gesso, a grandezza naturale, aveva riprodotto il linciaggio e l’evirazione di un giovane afroamericano da parte di cinque bianchi, i volti coperti da oscene maschere di Halloween, alla luce dei fari delle loro cinque automobili.

La creazione – angosciante, repellente, trash art, per chi all’arte chiede solo salvazione e bellezza – è stata una delle diverse fonti a cui drammaturgo e regista si sono ispirati nel comporre Black Star.

Che non parla dell’America e delle mai assopite derive razziste, né di black lives matter, ma di come il fluido impetuoso della violenza stia, oggi ancora e soprattutto, nel linguaggio. Ne sa qualcosa la generazione che si nutre solo di social.

Edward e Nancy Kienholz - Five Car stud
Edward e Nancy Kienholz – Five Car stud

Dice Fabrizio Sinisi: “Proprio perché costituisce il centro del testo, la violenza non è mai rappresentata, ma solo detta, recitata, raccontata. Come nella tragedia classica – di cui questo testo prova a essere un estremo ripensamento contemporaneo – in Black Star c’è la convinzione che la violenza può essere affrontata solo quando la si mette al centro del linguaggio”.

Corpo erotico, capro espiatorio

Black Star sono quattro episodi: ciascuno con un diverso protagonista e una (apparentemente) diversa vicenda. Nel primo, una donna di mezza età, colta, affluente, s’innamora di un immigrato clandestino. Nel secondo, un cruento episodio di cronaca. Nel terzo, una crisi matrimoniale. Nel quarto, un raid a sfondo razzista nella periferia di una grande città.

Un solo elemento accomuna questi quattro quadri: la presenza di un giovane immigrato afrodiscendente di nome Grock, che attraversa le vicende in modo ambiguo, sfuggente, assumendo via via su di sé i più diversi significati: corpo erotico, avversario politico, vittima sociale, capro espiatorio.

Aggiunge Fabrizio Arcuri: “Sono le circostanze in cui nasciamo e cresciamo che ci rendono più o meno fortunati. Noi, oggi, qui, siamo cittadini fortunati di uno stato ricco bianco e di questa parte del mondo. Questo non è il risultato delle nostre capacità o delle nostre scelte, ma della fortuna”.

Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi - ph Alice Durigatto
Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi – ph Alice Durigatto

Black star. Dentro al fuoco dell’odio

La ricostruzione del razzismo, che oggi il nostro sguardo europeo si ingegna a relegare ai tempi del colonialismo, si alimenta invece con le parole, anche quelle più quotidiane. E a nulla serve distinguere tra buonismo e cattivismo. L’inclusività è una foglia di fico che il fuoco dell’odio incenerisce presto.

A differenza di The old oak, il film recente di Ken Loach , che inquadra il problema sul piano sociologico, e si chiude con una nota di solidale ottimismo, Black Star ne fa una questione di persuasione linguistica. Alla quale è ben più difficile opporre le pratiche dei buoni comportamenti.

Anche Alessandro Berti, nelle tre parti del suo polittico Bugie bianche, aveva affrontato il problema del colore delle pelli e del loro subdolo immaginario, partendo proprio dalle pratiche del corpo.

In due, lontani dal realismo

Ha sempre cercato scritture contemporanee, Fabrizio Arcuri. Dalla fondazione dell’Accademia degli Artefatti (siamo negli anni ’90). Attraversando la stagione più fortunata della nuova drammaturgia britannica (Martin Crimp e Tim Crouch, ma anche Sarah Kane, Mark Ravenhill, Dennis Kelly). Modellando long-format di scena (dai Materiali per una tragedia tedesca di Tarantino agli affreschi del Ritratto di una capitale e Ritratto di una nazione per il Teatro di Roma). Fino a questa stretta di mano forte con Fabrizio Sinisi.

Gli ho chiesto di parlarmi di questa collaborazione. Sentite qua.

Fabizio Arcuri

Partito dai drammaturghi poeti (Testori e Pasolini), Sinisi ha rivestito il ruolo di dramaturg nelle creazioni di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, e in parallelo ha sviluppato un proprio percorso poetico, che ha poi influenzato il suo scrivere per il teatro.

Dice di sé: “Ciò che più mi interessa, nel lavoro drammaturgico, è la possibilità di trasfigurare il reale perché ne emerga il suo carattere più vero”. E ancora: “Il naturalismo m’interessa poco. Credo in un teatro che non sia un commento all’esistente”,

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BLACK STAR
testo Fabrizio Sinisi
regia e luci Fabrizio Arcuri
interpreti Gabriele Benedetti, Martin Chishimba, Michele Guidi, Aglaia Mora, Maria Roveran
scene e costumi Luigina Tusini
musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Ragno Favero

una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

Premio Rete Critica 2023. Se la danza ti cambia la vita

Progetto vincitore del Premio Rete Critica 2023 è Dance Well, l’iniziativa nata dieci anni fa a Bassano del Grappa (Vicenza) con l’intento di sviluppare pratiche di invecchiamento attivo tramite la danza.

La finale del Premio si è svolta questo pomeriggio a Napoli, al Teatro Bellini, partner di Rete Critica, la rete informale delle testate che operano on line.

Dance Well - Bassano del Grappa

Alla conclusione delle due giornate, nelle quali quattro compagnie si sono alternate nel presentare i propri progetti, tutti selezionati dagli aderenti a Rete Critica nei mesi precedenti, è giunta la decisione che premia il lavoro di arte e welfare territoriale di Dance Well.

La motivazione

I rappresentanti di 20 fra le principali testate italiane di giornalismo e critica on line di spettacolo, hanno espresso la seguente motivazione per il Premio.

Il Premio Rete Critica per il 2023 va a Dance Well.

Partita dalla piccola provincia italiana di Bassano del Grappa, Dance Well si è distinta all’interno del panorama nazionale, attraverso un percorso decennale, per la capacità di trasformare la danza in strumento inclusivo di benessere e cambiamento della vita delle persone.

Particolarmente significativo è l’intervento all’interno di luoghi culturali e museali che porta a una diversa relazione e percezione dell’opera artistica, anche attraverso un fertile dialogo con coreografi e coreografe di respiro internazionale, all’interno di un festival come B.Motion.

Il nostro interesse si concentra inoltre sulla straordinarietà di un progetto incoraggiato e sostenuto, fin dagli albori, dalle istituzioni locali, il che dà un segnale incoraggiante sulla possibilità della comunità politica di lasciare un segno nel presente di fronte alle difficoltà del reale”.

Dance Well - Bassano del Grappa

Dance Well. Muoversi assieme, per una vita di qualità

Il progetto internazionale Dance Well – movement research for Parkinson, era nato proprio dieci anni fa, nel 2013, da un’idea di sviluppo professionale di danzatori e organizzazioni che coinvolgono persone affette da Parkinson, o da altri disturbi del movimento.

Esercitata attraverso la danza, Dance Well si è ampliata a diverse comunità locali (familiari, membri della comunità anziana, cittadini, studenti, richiedenti asilo) imponendosi all’attenzione per la capacità di integrazione e utilizzo di spazi non tradizionali, spesso musei, a partire da quelli del territorio veneto, ricco di opere d’arte, come quello Civico di Bassano del Grappa.

Premio Rete Critica 2023

I finalisti 2023 di Rete Critica

Finalisti di questa edizione di Rete Critica 2023 erano anche

– la compagnia multidisciplinare Teatringestazione, con base a Napoli, fondata nel 2006 da Gesualdi | Trono, che presentava Altofest il progetto costruito con la partecipazione dei cittadini di Napoli che ospitano nelle proprie case artisti nazionali e internazionali,

– il festival Il Giardino delle Esperidi, progetto organizzato da 19 anni a Campsirago e che si innerva nei territori naturali dell’Alta Brianza e della provincia di Lecco. Esso mette al centro delle proprie attività artistiche – spettacoli, residenze, cammini – l’inevitabile odierna criticità rapporto tra uomo e natura,

– la compagnia Teatro delle Bambole, formazione di Bari che lavora in maniera appartata tra teatro e performance con un suo un originale linguaggio nel quale si mescolano coraggio e visione poetica.

Marta Cuscunà bucolica. Oggi parlo con le pecore, anzi, ci fischio

Pioverà o non pioverà, sabato 18 novembre? Quel giorno Marta Cuscunà e il Piccolo Teatro di Milano ci porteranno in un parco urbano della periferia milanese. Riusciremo a incontrare il gregge di pecore? Sentiremo i belati e i fischi? Sia quel che sia, faremo ugualmente la nostra passeggiata bucolica: sono già pronti i poncho impermeabili.

pecore bergamasche - ph Marta Cuscunà

Unlock the city

Marta Cuscunà è artista associata del Piccolo Teatro di Milano. Alla proposta del principale teatro pubblico italiano ha risposto subito di sì. “Il Piccolo e il Politecnico di Milano mi hanno chiesto di dare avvio al progetto Unlock the city, che coinvolge 5 Paesi europei e le loro principali istituzioni teatrali e scientifiche” ci dice, mentre è impegnata a mettere a punto la sua idea, a Porto di Mare, parco urbano alla periferia sud-est milanese, quartiere Corvetto. Ed è un’idea davvero fuori dai canoni, anche dai suoi canoni. Un’idea bucolica.

Bucolica è il titolo dell’azione performativa che Cuscunà realizzerà il 18 e il 19 novembre. “Questo progetto internazionale – prosegue – Unlock the city, vuole studiare come sia cambiato il paesaggio urbano dopo la pandemia. Ma io non sono un’urbanista, io faccio teatro. Lavorare in un quartiere come Corvetto mi sembrava però una bella sfida. È un quartiere caratterizzato da forte complessità sociale: povertà educativa, convivenza inter-etnica e inter-religiosa”.

A Corvetto, in realtà, c’è tutto. E il contrario di tutto. Per esempio quel parco urbano, ai margini della metropoli, là dove comincia la campagna. Porto di Mare è sfiorato dai binari della stazione di Rogoredo, costeggia l’autostrada, lo svincolo di San Donato, il traffico, i camion, le sirene.

C’è anche una comunità non-umana?” ha chiesto Cuscunà al professor Antonio Longo, del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico. “Lui mi ha parlato di pecore. Abbiamo fatto dei sopralluoghi”.

dal quaderno di note di Antonio Longo - Politecnico di Milano
dal quaderno di note di Antonio Longo – Politecnico di Milano

L’intervista

E che cosa avete scoperto?

“Che ogni anno, due volte all’anno, un gregge di pecore bergamasche attraversa il parco di Porto di Mare per la transumanza. In quel momento il paesaggio sonoro cambia completamente. A belati, al suono dei campanacci, al raglio dell’asino, si aggiungono i fischi dei pastori che guidano e spostano il gregge con questo particolare linguaggio inter-specie: da uomo a pecora”.

Da questi richiami è partita l’idea.

“Ho cominciato a interessarmi alle lingue fischiate. Venivano praticate in molte parti del mondo, dove valli e montagne impediscono la comunicazione verbale. Poi sono arrivati i telefonini, e quelle lingue oggi sono in via d’estinzione. Ma una è rimasta viva, il “silbo gomero”, il linguaggio dei fischi usato dagli abitanti di La Gomera, la più piccola fra le isole Canarie. Nel 2009 è stato riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità. I fischi, che veicolano frasi di senso compiuto, possono essere uditi a 4 chilometri di distanza”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Perciò avete invitato a Milano i fischiatori di La Gomera.

“In pianura, sovrapposto agli altri rumori, il loro fischio non va purtroppo oltre i 400 metri. Ma abbiamo pensato una staffetta di fischi, che dal centro urbano di Corvetto porterà pubblico e curiosi nel parco, in un punto in cui speriamo di intercettare il passaggio delle pecore e dei pastori. Abbiamo anche due grandi monitor sui quali una mediatrice, come se si trattasse dei sottotitoli di un film, tradurrà quei fischi”.

A dorso d’asino

Che cosa vi hanno detto i pastori?

“Giuseppe Salvi, 72 anni, fa questo mestiere da quando ne aveva 5 e portava le pecore giù dalle montagne bergamasche. Sua figlia, Anna Albertinelli, 22 anni, si occupa personalmente della transumanza degli animali. Una volta tutto si faceva a piedi, a dorso d’asino. Adesso Anna si muove in roulotte, ma gli asini ci sono ancora, per il legame affettivo stabilito con le pecore”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Quindi che cosa succederà sabato 18 (e forse anche domenica 19)?

“Anna ci dice che il gregge passerà quel giorno. In realtà non ci sono garanzie, le condizioni atmosferiche potrebbero modificare il progetto. Ma le pecore sono animali pazienti, abitudinari: due volte al giorno vengono portate fuori dal loro recinto e se ne vanno a pascolare. Il pasto del pomeriggio, prima del buio, è quello principale. Sono i fischi a guidarle” .

Bucolica: uno zoo rovesciato

Uno zoo rovesciato, insomma. Umani, concentrati in un solo luogo, che osservano animali liberi.

“Con l’apporto della tecnologia. Massimo Racozzi, mio amico da sempre e videomaker fenomenale, curerà tutto il sistema video. L’azione avverrà anche in caso di maltempo”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Il Piccolo Teatro ha promesso di fornire poncho impermeabili a tutti gli spettatori.

“Il livello di incognita è alto, non è detto che tutto accada come abbiamo previsto. Ma non vogliamo interferire con i tempi e ritmi del mondo pastorale. È il teatro che si adatta alla transumanza, non viceversa.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 novembre 2023]

Nicola Lagioia, La Ferocia. Quel pasticciaccio brutto della Bari bene. 

Una gran brutta storia. Contemporanea, ma con il respiro delle storie antiche. Relazioni malate, affari sporchi, soldi che crescono, però possono anche precipitare. Una gran brutta faccenda. Di famiglia.

La ferocia – il romanzo di Nicola Lagioia pubblicato nel 2014, premio Strega 2015, e poi premio Mondello – è diventato ora teatro. 

La ferocia - Nicola Lagioia - VicoQuartoMazzini - ph  Francesco Capitani
La ferocia – ph Francesco Capitani

Michele Altamura e Gabriele Paolocà, attori e registi, in altre parole la compagnia VicoQuartoMazzini, assieme alla dramaturg Linda Dalisi, hanno tentato una audace impresa. Far esplodere tra pareti domestiche, dentro a una casa, ciò che lo sguardo dello scrittore leggeva nell’estensione intera della sua regione – la Puglia – e del proprio paese – l’Italia velenosa.

Tra quelle pareti di vetro

Tutto in casa, tutto attorno all’elegante tavolo da pranzo. Vetrate che scorrono. Qualche pianta che arreda. Una chaise longue reclinabile, come rifugio, nido. O come marmo da obitorio.

Perché è davvero una storiaccia, quella della famiglia Salvemini, pezzi grossi a Bari, “città di uffici, tribunali, giornalisti e circoli sportivi”.

Lagioia è barese, e l’ha raccontata come fosse un film indiziario. Un padre padrone, costruttore edile. Una moglie tradita, che non vuole vedere. Una figlia, forse suicida, che vola giù da un autosilo. Un figlio che dà fuoco alla villa paterna, e vaga poi per manicomi. L’altro figlio che va in giro a parare ricatti e distribuire mazzette. 

La ferocia - VicoQuartoMazzini - ph  Piero Tauro
ph Piero Tauro

Lo scandaglio

Non illudiamoci: non è solo una questione di famiglia. Lo sguardo del narratore abbraccia fette di società più ampie e problemi più collettivi. Speculazione edilizia. Corruzione ai vertici delle istituzioni locali. Mafia dei rifiuti pericolosi. Malaffare contagioso.

Lo scandaglio – anche così si può definire quel romanzo – non scava soltanto nel privato. La ferocia non è soltanto quella dello stupro, del ricatto, della prevaricazione di chi ha i soldi. La ferocia – dice Lagioia – è nella natura umana, nella sua primitiva biologia animale.

E lo stupro è anche quello del territorio, la sopraffazione quella dell’uomo sull’ambiente, il ricatto di un illusorio progresso, buono tutt’alpiù per i miopi.

Secondo alcuni la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo è l’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli e li vedrai correre. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trova il colombo che non vola.” (cit.)

Così anche l’uomo. È l’istinto, quella sua arcaica biologia, che si manifesta ogni volta che percepisce il pericolo. La ragione e il senso collettivo, in quel momento soccombono.

copertina La ferocia - Nicola Lagioia - Einaudi

Lagioia dalla pagina alla scena

Altro è scrivere romanzi, altro è scrivere teatro.

Negli spazi della narrativa, si possono disegnare panorami larghi, lo sguardo può posarsi sulle vicende di intere città, popolazioni, strati sociali: la lunga fortuna del romanzo borghese. C’è anche spazio per la vita (e per la morte) del mondo animale, di quello vegetale.

Lo spazio del teatro esige invece concentrazione. Deve raccontare la storia di qualcuno. Preferibilmente di una famiglia. Come nell’antichità facevano i tragediografi di Atene. E come abbiamo continuato a fare noi, per venticinque secoli. La famiglia è una delle essenze, forse l’essenza, del teatro.

La ferocia - Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Infilandosi nell’imbuto, lo sguardo teatrale di La ferocia si occupa di vizi privati, di adulteri passati, di portafogli: la cocaina, l’autolesionismo, il malessere psichiatrico, i problemi con la macchina amministrativa locale.

Dentro la camera chiusa

Altamura e Paolocà, che interpretano anche i due figli del costruttore edile Salvemini, e la dramaturg Dalisi spostano il romanzo dentro quest’altra prospettiva. E non potrebbero fare diversamente. L’indagine indiziaria – già nelle prime pagine del romanzo la sorella è morta – si prende uno spazio più largo dello scandaglio antropologico. 

Per quanto esso filtri, minaccioso, nello spazio che la scena riserva ai monologhi: teso, intenso, drammatico, quello della madre, a cui da voce Francesca Mazza. O si rifletta nel voice-off di Gaetano Colella, che fa il giornalista-postcaster, però anche lui implicato nella vicenda. O ancora risuoni nel tono autoritario e risoluto del padre, Leonardo Capuano, che passa letteralmente sul cadavere della figlia, pur di salvare l’impero edilizio.

La ferocia -Nicola Lagioia - Leonardo Capuano e Francesca Mazza - ph  Piero Tauro
Leonardo Capuano e Francesca Mazza – ph Piero Tauro

Perchè tutti gli interpreti – anche il pezzo grosso della politica (Roberto Alinghieri), il genero connivente (Andrea Volpetti), anche l’anatomo-patalogo (Enrico Casale) che si occuperà del cadavere – convergono alla fine verso il centro di un thriller da camera chiusa, claustrofobica, senza uscite che non siano letali. 

Con quei simulacri di piante, che alludono a una natura violata. Con il fremito degli insetti impazziti, che sbattono contro i vetri. Con i topi di fogna che escono dai tombini, pelo ispido, incisivi giallastri. E gli uccelli che cadono in volo per l’emanazione acre di tutta la merda chimica sepolta sotto il villaggio-vacanze in costruzione. Segnali tutti di una imminente apocalisse.

La ferocia - Nicola Lagioia -Michele Altamura e Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Michele Altamura e Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Tessuto connettivo

Con La Ferocia, VicoQuartoMazzini fa un passo davvero importante. Lascia la minorità dei vicoli pugliesi, dove si era formata la compagnia, e lavora a forze congiunte con un festival (Romaeuropa), due centri di produzione (Gli Scarti di La Spezia e Elsinor di Milano), un tric (i Teatri di Bari), un nazionale (Genova) e una istituzione svizzera (LAC Lugano). 

La matrice, l’origine, il carattere originale, non sono però andati persi. È di Bari che si parla ancora. Che non è più icona territoriale o linguistica, ma simbolo di una nazione che non sa, non vuole, fare i conti con una ferocia che fa parte del suo tessuto connettivo. Come la famiglia Salvemini.

Gabriele Paolocà Michele Altamura - VicoquartoMazzini
Gabriele Paolocà Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

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LA FEROCIA
dal romanzo di Nicola Lagioia
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
adattamento Linda Dalisi
con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti
scenografie Daniele Spanò
disegno luci Giulia Pastore
musiche Pino Basile
costumi Lilian Indraccolo

produzione Gli Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale Genova

visto a Roma, al Teatro Vascello, per Romaeuropa Festival

Latella romanziere. Bergamasco locandiera. Da premio

Le coincidenze non sono quasi mai coincidenze. Lo stesso giorno nel quale stavo per raggiungere Pordenone e il suo Teatro Verdi, dov’era in programma di La locandiera, si depositava a sorpresa nella mia mailbox Incanto, un romanzo, in pdf.

In entrambi i casi, la firma era di Antonio Latella.

Sonia Bergamasco è Mirandolina - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco è Mirandolina – ph Gialuca Pantaleo

Quasi mai le cose capitano per caso. E io dovevo decidere. Dare prima uno sguardo al Latella narratore e quindi assistere al nuovo incontro del Latella regista con Carlo Goldoni.

Oppure il contrario. Vedere prima lo spettacolo e capire poi se nelle pagine del romanzo avrei potuto leggere un nuovo Latella, diverso da quello che ero abituato a vedere. In prosa, insomma.

Lascio per un momento in sospeso il dubbio.

Un rapporto affettuoso

Con l’autore di La Locandiera, Latella intrattiene un rapporto affettuoso. Lo confessa lui stesso. Quando faceva ancora l’attore, non ancora trentenne, mentre stava nel cast di La moglie saggia (regia Giuseppe Patroni Griffi) e nella Trilogia della villeggiatura (regia Massimo Castri), Goldoni lo aveva conquistato.

Dieci anni fa invece, sfidando – immagino io – l’ingombrate Arlecchino firmato Strehler, Latella aveva messo in scena Il servitore di due padroni.

Era uno spettacolo di presunzione registica. Scontentava il pubblico, sorpreso e poi rammaricato dal fatto di trovarsi difronte un testo arcinoto (per mezzo secolo, il testo-bandiera del teatro italiano nel mondo) ma così maltrattato dalla sua regia oltranzista, da un furore creativo che smembrava tutto, proprio tutto, persino la comicità: squartata. Nonostante ciò, era un segno d’affetto.

Il servitore di due padroni - regia Antonio Latella - Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi
Il servitore di due padroni – regia Antonio Latella – Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi

Nel B&B di Mirandolina 

Adesso, dieci anni dopo, La locandiera è uno spettacolo di riconciliazione, nel quale il regista è in sintonia con il testo, diamante della drammaturgia italiana, a mio parere ancora più luminoso dell’Arlecchino.

E il pubblico ne resta incantato. Riconosce fino in fondo la vicenda, apprezza la bravura degli attori, si appassiona, sorride, ride, prova empatia per quei personaggi. 

I quali, pur stereotipati – perché così si scrivevano le commedie nel Settecento – ne escono vivi, dinamici, plausibili, non caricaturali. Mentre contemporanea addirittura, non spregiudicata ma di temperamento, appare colei che sta seduta nel titolo: Sonia Bergamasco.

Sonia Bergamasco è La locandiera - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Padrona di quella locanda nella quale tiene testa a un Cavaliere che sostiene di odiare le donne (Federico Fededegni), a un Marchese che non ha un quattrino (Giovanni Franzoni), a un Conte che si è comprato la contea (Francesco Manetti) e a un Cameriere, dipendente, però futuro marito (Valentino Villa), che le ricorda puntigliosamente quale sia il posto della donna all’epoca.

Proprio come farebbe oggi una lucida imprenditrice, attenta a far funzionare bene il suo B&B e a coccolare, senza andare mai oltre il lecito, i propri clienti.

Che sono tipi moderni e possono girare per casa – voglio dire nel B&B – in tuta da ginnastica, maglione alpino, pigiama e infradito: sono proprio i caratteri di una odierna commedia all’italiana. L’arredamento della locanda – notate bene – è per la maggior parte Ikea. Democratico e contemporaneo. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco, Valentino Villa – ph Gialuca Pantaleo

Classico, cioè indifferente al tempo

La locandiera è contemporanea perché è classica. E come tutti i classici, può stare fuori dai tempi. E può piegarsi, senza venire meno, a decine e decine di letture diverse. A tutti i diversi profili d’attrice che decidono di accomodarsi nel suo abito.

Padrone del palcoscenico, oltre che della locanda, lo hanno indossato con eccellenza Eleonora Duse, Rina Morelli (per Visconti), Anna Maria Guarnieri (per Missiroli), Valeria Moriconi (per Enriquez), Carla Gravina (per Cobelli) e anche Nancy Brilli (per Giuseppe Marini). Parlo di interpretazioni che, a parte Duse e Morelli 🙂 , ho visto e ricordo bene.

Vi aggiungo adesso Sonia Bergamasco, che preferisce aggirarsi scalza, nel suo bel camicione bianco che le lascia scoperte le gambe. Anche quando prepara il soffritto per i suoi ospiti.

La locandiera - regia di Antonio Latella - ph Gianluca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Un diluvio di lodi

Dopo la premiatissima Martha in Chi ha paura di Virginia Wolf, spettacolo in cui si è rafforzato il legame tra attrice e regista, con questa Mirandolina Bergamasco si avvia certo a incassare un altro diluvio di premi e lodi. Osanna. Giustamente.

Senza che ciò metta troppo in ombra i suoi compagni d’avventura. Le due svaporate Commedianti, per esempio, a cui Marta Pizzagallo e Marta Cortellazzo Wiel, regalano un gran bel piglio, che grazie a una astuta citazione (i famosi 60 secondi di Meg Ryan) fa scattare l’applauso in platea.

La locandiera - regia di Antonio Latella.jpg - ph Gianluca Pantaleo
ph Gianluca Pantaleo

Lei però no. Mai ammiccante al pubblico. Mai maliarda o civetta. Neppure quando vuol vincere la misoginia del Cavaliere. Per farlo capitolare bastano asciugamani e lenzuola di lino fine, salsette e intingoli fatti con le sue mani, uno svenimento finto (poi, va’ a sapere: succede a chi non è abituato a bere, che l’alcol batta in testa).

Non è maliziosa la Mirandolina di Bergamasco: è indipendente, è determinata, le basta la voce per farli innamorare.

L’indipendenza femminile non è però ben vista nel Settecento. Se sei donna e sei borghese, devi stare al tuo posto, quando a reggere il mondo sono i maschi aristocratici: marchese, conte, cavaliere. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni - ph Gianluca Pantaleo
Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni – ph Gianluca Pantaleo

Come spiegava Roberto Alonge in un illuminate saggio, Mirandolina fa il passo più lungo della gamba e rischia, letteralmente, di finire a gambe all’aria. Per fortuna se ne accorge in tempo.

E qui attrice e regista piegano ciò che finora era la commedia, verso un tono dolente, drammatico. Uno sgabello in proscenio, un riflettore puntato verso il basso, e un accorato monito per noi spettatori. Siamo al finale.

E siamo già nei pressi del dramma borghese. Quasi Ibsen, quasi Cechov. [quanta nostalgia, eh, Massimo Castri].

E il romanzo?

Dovrei adesso svelare qualcosa del romanzo Incanto (edizioni Il saggiatore, 29 euro) di cui Latella è autore. Ho scoperto da subito che sono ottocento e passa pagine. E questo mi ha fatto un po’ fatica.

copertina Incanto - Antonio Latella - Il Saggiatore

Allora ho cominciato dalla fine. A pagina 802, sotto il titolo Ringraziamenti, leggo:

Squillo del cellulare. Rispondo. «Pronto?» «Sono Andrea de Il Saggiatore.» «Ciao.» «È vero che stai scrivendo un…» «Sì, sì, sto scrivendo… ma non so cosa scrivo, lascio che le parole vadano…» «Me lo fai leggere?» «Andrea, è lungo, pieno di errori, un casino.» «Mandalo così.» «Così?» «Sì.» «Ok.» «Promesso?» «Promesso.»

Ho capito. Lo leggerò con calma. Ottocento pagine in pdf mi sembrerebbero una tortura.

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LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Giovanni Franzoni, Francesco Manetti, Gabriele Pestilli, Marta Pizzigallo, Valentino Villa
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

Pasolini nudo e l’ostinazione del vero

Nell’ottobre del 1975, qualche settimana prima della tragica notte all’Idroscalo, Pier Paolo Pasolini commissionò al fotografo Dino Prediali una serie di fotografie che lo ritraevano nudo. “Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto“.

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph. Dino Previali

Da quel servizio fotografico, 78 immagini, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto accompagnare la pubblicazione di Petrolio, ma soprattutto da una serie di articoli che tra il 1968 e il 1970 Pasolini aveva scritto per la sua rubrica, intitolata Il caos, sul settimanale Tempo, è partito il lavoro di Diana Höbel, ideatrice, autrice, attrice.

Il suo Pasolini – il Caos contro il Terrore, prodotto da La Contrada si replica fino a domani sera al Teatro dei Fabbri, a Trieste.

Teatro come incenso. Pagine corsare

Lavoro documentario, ma al tempo stesso molto personale, in cui Höbel riprende in mano quegli articoli, per forza di cose corsari, e li rilegge alla luce del presente. Meglio: alla luce della presenza di Pasolini nel presente. Sollecitata, anzi parecchio contrariata, dalla mole di materiali e dall’incenso che lo scorso anno (il centenario della nascita) hanno santificato, mercificato, definitivamente consumato PPP.

Proprio lui, pubblica accusa in tutti i processi, passati e presenti, al consumismo.

Pier Paolo Pasolini - immagine di Paolo Cervi Kervischer
PPP – immagine di Paolo Cervi Kervischer

L’orticaria

Chi segue questo blog, probabilmente sa quante volte la celebrazione teatrale di anniversari e ricorrenze mi abbia procurato l’orticaria. Niente di più noioso, fastidioso, mercantile, a volte repellente, degli spettacoli che negli scorsi anni hanno festeggiato i cento, duecento, mille anni, dalla nascita o dalla morte di Leonardo Da Vinci, Primo Levi, Dante Alighieri, Pier Paolo Pasolini. Per non parlare della prima guerra mondiale e dell’attuale revival di Italo Calvino (nato il 15 ottobre del 1923). Poi, “passato il santo, passata la festa”.

Per fortuna, mia e sua, la riflessione di Diana Höbel arriva adesso fuori tempo massimo (Pasolini era nato nel marzo del 1922) e fin da principio si intuisce che non siamo di fronte a uno spettacolo d’occasione. Sembra piuttosto essere nato da una convinzione.

Convinzione come quella che l’aveva spinta, anni fa, a scrivere e portare in scena un testo sulla Ferriera di Servola, a Trieste (l’altoforno ora dismesso e in parte demolito). Allestimento molto documentato anche quello, appassionato e avvincente. Al quale era seguito un mio commento, che per molti mesi è stato uno tra gli articoli più letti di questo blog.

Sai chi era Pasolini? No

Bisogna ora risalire a un anno fa, quando Höbel viene chiamata in una scuola superiore per tenere un laboratorio teatrale su PPP, indirizzato agli studenti del quinto anno. Maturandi. Cinque gli iscritti: quattro ragazze, un ragazzo. “Conoscete Pasolini?”. “No”. “Sapete cosa è stato il Sessantotto?”. “No”.

Non è davvero il caso di indulgere al piagnisteo sulla perdita della memoria nazionale. Anzi, della memoria tout court.

Semmai, bisogna rimboccarsi le maniche. Dare agli adolescenti, alla generazione Z (i nati nei primi dieci anni del 2000), l’opportunità di sapere e capire cos’è successo nell’ultimo cinquantennio. Cioè: qual è stata l’adolescenza dei loro genitori.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
immagine di Paolo Cervi Kervischer

Ma anche dare a noi stessi (i loro genitori,appunto, noi boomer) un’occasione per capire che cosa sia successo, che cosa abbia ribaltato irrevocabilmente la scala di valori su cui si fonda, in questi ragazzi, la percezione e la conoscenza del passato. Del passato prossimo soprattutto.

Il falso e il vero delle nostre vite

Höbel è molto brava nel mettere assieme tutti i materiali che sono necessari per ricostruire il quadro. Ha fatto ricerche, ha riletto libri, ha scavato dentro Google e YouTube, ha sfruttato genialmente i prestiti bibliotecari. 

È stata brava anche sul piano didattico. Ha fatto vedere ai ragazzi il film Teorema (1968). E quelli, senza aver mai incrociato e pronunciato le parole contestazione, alienazione, conflitto di classe, hanno capito quasi tutto.

Chi è il misterioso visitatore (“Arrivo domani”) che in Teorema mette fine al monotono vivere borghese di una famiglia? (ndr: e che famiglia! Silvana Mangano, Laura Betti, Massimo Girotti, Adele Cambria, l’ospite è interpretato da Terence Stamp e c’è pure il poeta Alfonso Gatto).

L’ospite è Dio, lo capiscono presto i ragazzi, istradati anche dalla musica di Ennio Morricone. Il Dio che in nome del Vero, mette a nudo il vuoto ordinario di quella ricca famiglia borghese e cambia e distrugge. Il Dio che “rivela la falsità della loro precedente vita” .

Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema
Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema

Non solo Teorema. Lo spettacolo di Höbel mette in fila molti dei punti più importanti del Pasolini corsaro: dai processi per oscenità al caso Braibanti, dalla poesia in difesa dei poliziotti a Valle Giulia – “Vi odio, cari studenti…” titolava L’Espresso – fino alla complessa vicenda che coinvolge Montedison, Enrico Mattei, Eugenio Cefis e la stesura di Petrolio, pubblicato poi postumo nel 1992.

Il testo intercetta i pensieri e gli scritti di Enzo Biagi, Rossana Rossanda, Elsa Morante, Franco Fortini, Maria Antonietta Macciocchi, Elvio Facchinelli. Lo spettacolo collega poi quelle figure e quei punti con grandi archi, tornando a sottolineare più volte, sempre, come alla base del lavoro di Pasolini ci sia sempre la ricerca del vero, l’ostinazione e l’ossessione del vero.

Della nuda verità, così come nudo, esposto, alla fine è lui nelle fotografie di Prediali (l’ultima viene scattata pochi giorni prima della notte del 2 novembre 1975).

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph Dino Previali

Alle spalle della perfomer

Per Pasolini – il Caos contro il Terrore si dovrebbe parlare di un formato reading. Ma il commento musicale e sonoro che, alle spalle della performer, viene via via costruito dalla chitarra e dal live electronics del duo Baby Gelido (Daniele e Stefano Mastronuzzi) dà un atmosfera e spessore all’allestimento. Che utilizza pure gli acquarelli di Paolo Cervi Kervischer, i quali restituiscono, per evocazione, il teso spirito del tempo.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
Gli scontri a Villa Giulia – immagine di Paolo Cervi Kervischer

È un lavoro, questo, che certo guarda indietro. Ma ha come principale riferimento il presente, e gli adolescenti: la generazione Z, che quel passato ignora. A torto, oppure a ragione.

I pericoli di IA

Dico a ragione e aggiungo una mia riflessione. Al posto di demonizzare le intelligenze artificiali (e il loro agente segreto oggi più famoso Chat GPT), al posto di strapparsi i capelli di fronte ai rischi impliciti nel metaverso, nella post-verità, nel trans-umanesimo, non sarebbe più utile e efficace analizzare e capire quel che succede. A noi, nati nel 1900. A loro nati nel 2000. Potremmo scoprire, per esempio, che la Verità sta perdendo il ruolo di valore cardine. Pericoloso?

Chi lo sa. Per Socrate e poi per Platone l’invenzione della scrittura era sospetta, pericolosa, velenosa. Per la Chiesa di Roma, l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente libera interpretazione della Bibbia erano temibili. Pericolosissime. Sappiamo ciò che è successo dopo. E quanto siamo in debito oggi con la scrittura e la stampa. Ma ci sono voluti cinque secoli e la sociologia per capire che cosa abbia veramente significato la nascita della Galassia Gutenberg e del’homo tipographicus

Oggi ce la vediamo con il digitale. E non c’è forse bisogno di ripetere che le grandi rivoluzioni, i salti senza ritorno nella storia dell’umanità, dipendono dall’evoluzione delle tecnologie.

Pasolini, nel secolo scorso, puntava il dito contro il capitalismo tecnocratico. Oggi il capitalismo è un altro, ma l’attuale tecnocrazia andrebbe capita, studiata, analizzata, criticata. Non con le chiacchiere su Facebook e altri social, ma a fondo. Come faceva Pasolini con il Sessantotto. Nel Sessantotto.

Diana Höbel - locandina spettacolo
Diana Höbel

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PASOLINI. IL CAOS CONTRO IL TERRORE
di e con Diana Höbel
musiche originali dal vivo dei Baby Gelido – Daniele e Stefano Mastronuzzi
produzione La Contrada Teatro stabile di Trieste
al Teatro dei Fabbri – Trieste, fino a sabato 28 ottobre 2023 (ore 20.30)

Visavì 2023. La danza di fronte

Visavì è un modo per dire “di fronte”. Vis-à-vis. Faccia a faccia. Gorizia e Nova Gorica sono due città, una di fronte all’altra.

Italiana la prima, con una lunga storia alle spalle. Slovena l’altra, si è sviluppata dopo la seconda guerra mondiale. In realtà si tratta di uno stesso nucleo urbano, bilingue, spezzato dalle regole inesorabili dei trattati di pace, della storia, delle ideologie che separano le genti, invece che unirle. Ne abbiamo esempi molto attuali.

Nel 2025, Gorizia e Nova Gorica, assieme, saranno Capitale Europea della Cultura.

Visavì 2023 - Rijeka National Theatre Dance Company - ph Giovanni Chiarot
Rijeka National Theatre Dance Company – ph Giovanni Chiarot

Visavì è anche un festival di danza, di nuova danza anzi, che da quattro anni si tiene a cavallo tra le due Gorizie, aprendo le porte dei teatri dell’una e dell’altra, movimentando un pubblico che per cinque giorni – di continuo, agevolmente, senza problemi – attraversa il confine di Stato italo-sloveno (*). Gli artisti – italiani, sloveni, croati e non solo – si esibiscono di qua e di là. Grazie alla sua lingua, la danza parla in fondo ogni lingua.

La forma festival

Mi sono altre volte occupato di Visavì, l’ho seguito e ne ho scritto (per esempio qui). Perché incarna la giusta forma che un festival dovrebbe avere oggi . Secondo me, almeno. 

Lo sguardo concentrato sul contemporaneo. L’equilibrio tra il richiamo di personalità note e la curiosità per giovani figure, ancora da scoprire. L’internazionalità. L’intuito nell’allestire, oltre alle sale, luoghi nuovi, inconsueti, nei quali ambientare eventi, e allargare fuori dalle città l’orizzonte della manifestazione. 

Infine, l’attenzione al pubblico e agli operatori internazionali, che oltre agli spettacoli, possono frequentare workshop e sharing, intensificare gli incontri, percepire la presenza e l’importanza di tutto il territorio. 

Visavi 2023 - Gorizia Dance Festival - manifesto
il manifesto di Visavì 2023

Ecco perché enti locali, ministero Mibact, organizzazioni interstatali sostengono e hanno finanziato Visavì 2023. È uno dei motori di quella economia circolare, che permette di investire allo stesso tempo in cultura, intrattenimento, turismo, imprenditoria locale. Se ci aggiungete che a nord-ovest di Gorizia si stendono le pendici del Collio, una delle più apprezzate aree vitivinicole del nostro Paese, il quadro si completa anche sul piano eno-gastronomico. 

In antiche dimore

A pochi chilometri da Gorizia, si trovano Gradisca e Cormons, cittadine con una storia singolare, piccoli centri, ricchi di segreti urbanistici. Perché non approfittare – ha pensato il direttore artistico di Visavì 2023, Walter Mramor – di queste disperse ricchezze. Gradisca per esempio, vanta una significativa galleria d’arte contemporanea, con un bel patrimonio di opere.

Da parecchi anni la coreografa Marta Bevilacqua studia, dentro i musei, il rapporto che i manufatti possono intrattenere con il lavoro dal vivo dei danzatori. Così proprio a Gradisca, città-fortezza, nella piccola corte di Palazzo Torriani, alle spalle della Galleria Spazzapan, con una performance dal titolo Four, Bevilacqua ha sperimentato inediti percorsi di visione tra gli spazi all’aperto dell’edificio, alcune sculture, il movimento dei performer. Un modo, anche, per ridare valore e senso al camminare e al guardare, con cui si affrontano di solito pigramente le visite culturali.

Four - Marta Bevilacqua - ph Nicola Merlino
Four – Marta Bevilacqua – ph Nicola Merlino

Qualcosa di simile era accaduto il giorno prima a Cormòns, dove il giardino di Palazzo Locatelli, antica dimora borghese, adesso municipio, ha offerto ai giovani interpreti della Compagnia EgriBiancoDanza la possibilità di presentare al pubblico la destrutturazione di una delle partiture più celebrate e storicizzate della danza novecentesca, La sagra della primavera di Strawinsky. Affidata qui all’algoritmo di un programma digitale e a un gioco combinatorio, aleatorio addirittura, che potrebbe perfino ribaltare il sacrificio che il compositore aveva concepito come esito della propria creazione (del resto, lo aveva fatto anche Maurice Béjart).

Visavì 2023 -Coreofonie Le Sacre - EgriBiancoDanza - ph Giovanni Chiarot
Coreofonie Le Sacre – EgriBiancoDanza – ph Giovanni Chiarot

Liberarsi. Anche dagli indumenti

La stessa intenzione vivificante che mi è parsa attraversare anche una rinnovata lettura del Bolero di Ravel. Pezzo inesorabile, che nella versione coreografica di Béjart aveva segnato il secolo scorso. Ebbene, per le compagnie di Lubiana, En-Knap, e di Zagabria, Zagreb Dance, il madrileno Jesús Rubio Gamo ha rieditato quel ritmo vorticoso, facendo compiere al gruppo larghe marce circolari che si risolvono in una gran liberazione di energie, oltre che di abiti e indumenti. Fino a far esplodere la pulsione liberatoria, panica, che intercetta il ritmo sempre più stringente della musica e ricade sul pubblico, eccitandolo, facendolo alzare in piedi (qui il trailer).

Gran Bolero – Jesús Rubio Gamo – ph Giovanni Chiarot

Molto più compassata all’opposto, la distinzione tra Girls&Boys, o meglio tra ruoli di genere, che il coreografo Roy Assaf, ha imposto ai suoi due gruppi, maschi e femmine della compagnia maltese Zfin. Spiritosi, a tratti, altre volte molesti.

Girls&Boys - Roy Assaf - ph Giovanni Chiarot
Girls&Boys – Roy Assaf – ph Giovanni Chiarot

Zappalà. Solenne. Bachiano

Al centro del cartellone di Visavì 2023 spiccava la prima ufficiale di una recente creazione di Roberto Zappalà. Il coreografo catanese è noto per l’ispirazione mediterranea, l’esuberante drammaturgia dei lavori e l’abilità nel comporre affreschi in movimento.

In Cultus, il nuovo titolo, le tante ispirazioni sembrano prendere strade diverse. Si inizia con appelli all’affrancarsi dalle dittature e con una carrellata di sonetti shakespeariani in lingua originale, cui fa seguito un divertente e colorato numero di liscio: una mazurka romagnola intesa arditamente come citazione dalla tradizione musicale italiana.

È solo dopo, che l’atmosfera mondana si disperde, i colori si stemperano, e sulla sontuosa partitura di David Lang (Little Match Girl Passion, ispirata al racconto della piccola fiammiferaia), Zappalà fa crescere un pezzo di danza teso, intenso, solenne, bachiano, che ferma gli occhi. Difficile resta capire come i primi capitoli di Cultus, più sbarazzini, si mettano in rapporto con l’ultima parte. Sarà il tempo, forse, a spiegarlo. O a separare le sequenze.

Cultus – Roberto Zappalà – ph Guido Mencari.

Oggettivamente bello

Accanto a questi titoli di richiamo, Visavì 2023 includeva spettacoli oggettivamente belli. Di Gli anni, lavoro che Marco D’Agostin ha dedicato a Marta Ciappina, ho parlato dal debutto al festival Vie di Modena (vedi qui).

Rivederlo, mi ha convinto che si tratta di uno dei titoli che più mi hanno colpito e coinvolto quest’anno. Io voterò ai Premi Ubu, voi intanto guardatevi il trailer su YouTube.

Anche a Un discreto protagonista, dove Damiano Ottavio Bigi duetta con Lukasz Przytarsk, ho già accennato altre volte. Vedo in questo sobrio danzatore italiano, che porta in sé tracce del percorso di formazione con maestri come Pina Bausch e Dimitris Papaioannou, la capacità di coniugare la discrezione del titolo (frutto anche della collaborazione con Alessandra Paoletti) e una allegra disinvoltura di movimenti, a tratti ironica, a tratti sperimentosa, a tratti frivola, che tiene sempre all’erta lo spettatore lungo tutta una tavolozza visiva e musicale (da Vivaldi e Caldara al Jumpin’ Jive di Cab Calloway). Il trailer è qui.

Un discreto protagonista - Fritz Company
Un discreto protagonista – Fritz Company

Visavì 2023 nella rete

Non mi sono fatto un’idea precisa, infine, riguardo alla creazione che l’artista slovena Mala Kline ha dedicato al rapporto, intensissimo, con il proprio padre. Nella rivisitazione di quel rapporto e della sua vita, anche grazie ai film di famiglia, i mitici super-otto, Kline ricostruisce un mondo personalissimo, ora intimo, ora doloroso. Che solo il lavorìo sonoro del violoncello di Kristijan Krajnčan riesce ad alleviare.

PanAdria, una rete internazionale di operatori di settore, ha individuato in questo Memoria, un progetto su cui puntare risorse per la sua crescita. 

Visavì 2023 - Memoria - Mala Kline - ph Giovanni Chiarot
Memoria – Mala Kline – ph Giovanni Chiarot

E siccome ho la tendenza fidarmi, credo che rivederlo in una fase più avanzata potrà chiarire a me, e non solo a me, parecchie idee. Se vi capitasse di incrociarlo non esitate però a vederlo. E fatemi poi sapere le vostre impressioni.

(*) postscriptum : quel confine di Stato italo-sloveno che fino a ieri sembrava così attraversabile, invisibile quasi, oggi si è di nuovo fatto stretto. Per “ragioni di sicurezza”, nei prossimi giorni si registreranno sospensione del Trattato di Schengen, controlli di frontiera, eventuali respingimenti. E siamo dentro l’Unione Europea. Non sempre la storia, e chi la determina, fanno passi avanti. I dietrofront sui diritti sono dietro l’angolo.

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VISAVÌ 2023
Gorizia Dance Festival
direzione artistica Walter Mramor
coordinamento Sara Pastorcich
organizzazione Chiara Cardinali, Maria Chiozza, Tatiana Castellan
ufficio stampa Martina Apollonio

Marco Paolini, VajontS 23. La storia in mano ai cittadini

Succederà questa sera, 60 anni dopo, alle 22.39, nell’esatto momento, in 135 teatri, grandi e piccoli, in Italia e anche all’estero, la lancetta ripercorrerà lo stesso tratto, e la tragedia del Vajont tornerà ad essere collettiva.

manifesto per VajontS 2023

Succederà di ripercorrere ciò che accadde la sera del 9 ottobre 1963. La montagna franò nel bacino della diga – quella del Vajont – e l’onda gigantesca, 50 milioni di metri cubi d’acqua, ricadendo a valle, rase al suolo tutto ciò che incontrava. Paesi, case, strade. Duemila morti.

Sessant’anni anni dopo, VajontS 23 è una “azione corale di teatro civile” ideata da Marco Paolini assieme a Marco Martinelli e al comitato promotore di La Fabbrica del Mondo.

Oltre ai teatri, il progetto mette insieme scuole, università, istituzioni, in tutta la penisola: 118 momenti di lettura, 236 gruppi “affettivi”, 50 compagnie amatoriali, comitati di quartiere, centrali idroelettriche. Persino la corsia di un reparto oncologico. 

Un territorio fragile

“Quella tragedia appartiene alla storia del nostro Paese anche grazie al teatro. Ecco perché dobbiamo continuare a usarlo, il teatro, per far entrare altri racconti importanti in questa storia” dice Paolini, interprete dello spettacolo Il racconto del Vajont, capostipite del filone di “teatro civile”, tramesso in tv direttamente dalla diga, nel 1997, con un riscontro straordinario di audience, e ancora indelebile dalla memoria di molti spettatori.

Marco Paolini sulla diga del Vajont -1997
Marco Paolini sulla diga del Vajont -1997

“Questo di lunedì 9 sarà un Vajont con la S al plurale – continua l’attore – perché le situazioni di fragilità del nostro territorio sono tante. La fragilità idrogeologica e le situazioni di siccità, a cui la crisi climatica ci espone, richiedono anche al teatro, all’arte in generale, di occupare un ruolo di collante sociale tra i cittadini”.

Più di centotrenta teatri, dall’Alto Adige alla Sicilia, hanno lavorato autonomamente con un proprio coro per VajontS 23 , sulla base di un comune canovaccio. Tra gli stabili si sono attivati il Piccolo Teatro di Milano (dove ci sarà lo stesso Paolini), lo Stabile del Veneto (la serata sarà condotta da Telmo Pievani e Giuliana Musso), lo Stabile Torino, lo Stabile del Friuli Venezia Giulia, lo Stabile di Bolzano, Sardegna Teatro e lo Stabile dell’Umbria.

A loro si uniranno le compagnie storiche del teatro di ricerca e le compagnie che negli scorsi decenni hanno costruito generazioni attraverso il teatro per gli adolescenti. E ancora l’ex ospedale psichiatrico Pini di Milano, l’Hangar 11 a Belluno, un’aula del Politecnico di Milano e il Circolo dei Lettori di  Torino.

VajontS 23 in Friuli Venezia Giulia

Ricordando che Erto e Casso, due dei paesi distrutti allora dalla frana, appartengono al Friuli Venezia Giulia, molti saranno i momenti in cui, anche in questa regione, VajontS 23 coinvolgerà artisti e pubblico. 

A Trieste, La Contrada prevede un evento ideato da Mario Bobbio e Enza De Rose, presso la Kleine Berlin, le gallerie antiaeree della seconda guerra mondiale (ore 21.30). Il pubblico si addentrerà nel sottosuolo assieme a Enza De Rose, Zita Fusco, Valentino Pagliei e alle musiche di Leonardo Zannier.

A Udine, il Css aderirà a VajontS 23 con una serata al Teatro Palamostre (ore 21.00). È annunciata la partecipazione di Roberto Anglisani, Fabiano Fantini, Rita Maffei, Nicoletta Oscuro, accompagnati da un intervento pubblico di Davide Enia, un altro fra gli esponenti forti del teatro civile di narrazione. Anche al Teatro Giovanni da Udine (ore 21.15), un’ulteriore iniziativa sarà promossa dal direttore Roberto Valerio.

Al Comunale di Gradisca (ore 20.00), dopo la proiezione del film Vajont (2011, regia di Enzo Martinelli), Artisti Associati presenterà il reading corale La dosolina a cura di Chiara Cardinali e Gioia Battista.

Qualche giorno dopo, Trieste si assocerà di nuovo al progetto con lo spettacolo di Andrea Ortis Il Vajont di tutti, programmato al Rossetti, in Sala Bartoli, il 12 e il 13 ottobre. Lo stesso titolo sarà presente nei giorni successivi nel circuito ERT FVG, a Cividale, Maniago Artegna, Sacile.

Andrea Ortis - Il Vajont di tutti

Segnali ignorati, indizi sottovalutati

Il senso complessivo non è tuttavia quello della rievocazione: VajontS 23 intende piuttosto essere una riflessione trasversale, viste le tante diverse realtà coinvolte, intorno al temi dell’emergenza idrica e più in generale della crisi climatica

“In questi decenni – aggiunge Paolini – dopo aver raccontato tante volte vicenda, ho capito che oggi, essa parla di noi, e non di loro, ho capito che parla di adesso, e non di allora. Non raccontiamo solo ciò che è accaduto sessant’anni fa, ma quello che potrebbe accadere a noi, su scala diversa, in un tempo assai più breve. Raccontiamo di segnali ignorati o sottovalutati”.

Longarone, ottobre 1963
Il greto del fiume Piave davanti a Longarone – ottobre 1963

In questo senso VajontS 23 si annuncia anche come il più grande evento di “teatro diffuso” mai realizzato finora in Italia: “Sarà un coro che richiama i cittadini, senza fornire a loro delle risposte tecniche – dice ancora – senza indicazioni politiche su che cosa bisogna fare. Non compete a certo noi artisti la direzione politica. Ci compete invece rimettere in mano ai cittadini una presenza attiva: quella che chiamiamo prevenzione civile. Un ruolo pre-politico, dunque, al quale la politica oggi non è in grado di rispondere, perché divisiva. Storie come questa del Vajont ci aiutano a rimettere insieme le persone”. 

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, sabato 7 ottobre 2022]

Due festival e una abbuffata. Gorizia è pronta

Era un’insonnolita città di provincia e un posto di confine. La accompagnava un passato altoborghese (la Nizza dell’Adriatico, negli slogan turistici dell’Ottocento) e una brutta fama bellica (O Gorizia tu sei maledetta, cantavano anarchici e antimilitaristi, dopo le pesanti perdite umane nelle battaglie del 1916). 

Più di recente, la promozione di Gorizia a Capitale Europea della Cultura 2025 – assieme alla gemella Nova Gorica, sua estensione in Slovenia – le ha ridato energia. 

GO! 2025 è la sigla con cui la città si presenta al futuro appuntamento internazionale.

GO! 2025Bus per Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025

Un’energia vorace e contemporanea, se qualche giorno fa, sotto il segno delle grandi abbuffate, 600.000 visitatori (tanti ne hanno quantificati i media) l’hanno scelta come meta per una delle sue più stuzzicanti manifestazioni: Gusti di Frontiera, 4 giornate, più di 40 cucine nazionali rappresentate, quasi 400 stand enogastronomici. Figurarsi ciò che accadrà l’anno prossimo.

Al di là della fejiolada

Perché il fritto – si sa – è il re dei sapori. Ma oltre alle ravvicinate wienerschnitzel, oltre alle più lontane samosa (India), fejiolada (Brasile), kürtőskalács (il premiato cannolo ungherese) e oltre a cascate di birre a caduta, l’imminente titolo di capitale culturale europea regala uno speciale accento anche ad altre iniziative che Gorizia coltiva da tempo e si affacciano adesso con risalto maggiore all’attenzione nazionale.

Gorizia - Gusti di Frontiera 2023
Gusti di Frontiera 2023 a Gorizia

In questo primo spicchio d’ottobre – che nel mio personale calendario apre l’autunno – due festival si contendono i palcoscenici di Gorizia e quelli situati nella slovena Nova Gorica, oltreconfine, ma distanti solo qualche centinaio di metri.

Se nei vostri programmi è compresa una breve escape in Friuli Venezia Giulia, se ci stavate pensando, o se ci abitate addirittura, quale miglior occasione per arricchire con lo spettacolo dal vivo alcune delle vostre giornate?

Alpe Adria Puppet Festival 2023

Il primo dei due festival ha un’anzianità onorevole: 32 edizioni. Alpe Adria Puppet Festival nasce infatti negli anni Ottanta quando godeva grande stima il settore del teatro-ragazzi.

Oggi, dopo tre decenni di evoluzioni, un forte risalto va invece al teatro delle figure, entro il quale si muove un universo intero di animatori dalle disparate specialità, votati anche a creazioni tout-public.

Alpe Adrira Puppet Festival 2023

Il volume di Mario Bianchi – appena pubblicato, Il teatro ragazzi in Italia, un percorso possibile dal 2008, FrancoAngeli Editore – dedica al settore un accurato reportage, che aggiorna il suo Atlante del 2009, e ne mette in luce il valore pedagogico e il rilievo sociale, senza trascurare la componente di piacere e di benessere. Ciò che questo teatro, coscientemente lontano dal realismo e seriamente fantastico, mobilita in chi lo vede.

Mario Bianchi - Il teatro ragazzi in Italia - FrancoAngeli Editore 2023

Tra teatri da tavolo e pupazzi di carta

Diretto da Roberto Piaggio, il festival goriziano di animazione e figura prende il via martedì 3 ottobre e si articola in quattro percorsi: Teatro di carta, Teatro da tavolo, Puppet & Design, più una personale dell’animatore isrealiano Ariel Doron

Mentre i personaggi creati con ritagli di giornale dagli ispano-argentini Rauxa se la batteranno con la scatola da scarpe che Doron utilizza per il suo minimalismo scenico, e mentre Carlo Montagna illustrerà in una mastercalss come si fa a trasformare in palcoscenico un banale tavolo, il Puppet Festival punta a incrementare anche le modalità partecipative: Sentieri della Memoria è un percorso performativo di spettatori in cuffia a itinerario transfrontaliero (giovedì 5).

Naturalmente c’è anche molto altro: basta andare sul sito del festival oppure scaricare direttamente qui il pieghevole con l’intero programma.

Visavì, Gorizia Dance Festival 2023

Dentro una storia più recente si colloca invece Visavì – Gorizia Dance Festival che comincia mercoledì 11 ottobre. Esito del buon risultato di una edizione di NID, piattaforma della New Dance Italiana (Gorizia, 2017), la manifestazione organizzata da Artisti Associati e diretta da Waler Mramor ha fatto del carattere transfrontaliero il proprio punto di forza. Cosicché in pochi anni – quattro – questo appuntamento si è aggiunto ai calendari della festivologia made in Italy, però con lo sguardo rivolto anche altrove. 

Visavì - Gorizia Dance Festival

Se non vi è ancora passata sotto gli occhi una delle migliori creazioni di questa stagione – Gli anni di Marco D’Agostin e Marta Ciappina – Gorizia è il luogo giusto per riacciuffarla. E ci potreste mettere accanto Un discreto protagonista, che ha fatto di Damiano Ottavio Bigi (e di Lukasz Przytarski, che danza con lui) uno dei nomi di spicco delle recenti cronache coreografiche.

Gli anni - Marco d'Agostini e Marta Ciappina - ph Michelle Davis
Gli anni – di Marco d’Agostini e Marta Ciappina – ph Michelle Davis

Le attese, i debutti

Volendo concentrarsi sulle attese, saranno un debutto assoluto e cinque prime nazionali a qualificare il festival sul versante delle novità.

Cultus è il nuovissimo lavoro di Roberto Zappalà e della sua compagnia (“un viaggio dalla sofferenza della tortura alla felicità della resurrezione“, il 12 ottobre).

Cultus - Compagnia Roberto Zappalà - ph Guido Mencari
Cultus – Compagnia Roberto Zappalà – ph Guido Mencari

Si apriranno inoltre allo sguardo al pubblico italiano la slovena Mn Company (Distance), l’israeliana Kibbutz Contemporary Dance Company (Me, who am I), i croati En-Knap (Gran Bolero, del madrileno Jesus Rubio Gamo) e la connazionale Mala Kline (Memoria). Da Malta arriveranno infine gli Zfin con Girls&Boys di Roy Assaf (un coreografo bianco, etero, maschio. Così mi definiscono alcune persone“, 13 ottobre).

Altri spettacoli, workshop e il talking time dedicato al fundrising per le arti performative completano il programma. Che si può scorrere sul sito di Visavì

Ecole des Maîtres 2023. Shakespeare e quel sogno nel buio, al parco

Sotto la quercia del Duca, ci vediamo là“. Così Shakespeare, nel Sogno di una notte di mezza estate, dà appuntamento agli attori che in quel luogo, a un miglio dalla città, si preparano per allestire la loro recita. Di notte.

E così anche noi, quando il buio cala, ci incamminiamo verso la quercia del Duca. Che magari è un ippocastano, un tasso, un cedro himalaiano, poco importa.

Intorno, nell’oscurità, si estende il vasto parco di Villa Manin a Passariano, storica dimora veneta in provincia di Udine. E gli attori sono già là. Con le loro lampade.

Ecole des Maitres 2023 - Sogno di una notte di mezza estate - 1
Sogno di una notte di mezza estate – ph Alice BL Durigatto

Un maestro e la sua scuola

Bella intuizione, questa di Marcial Di Fonzo Bo, attore e regista argentino, ma soprattutto maître chiamato quest’anno a dirigere la 31esima edizione dell’Ecole des Maîtres, la scuola del teatro dei maestri.

Assieme ai 16 giovani attori impegnati in questo progetto internazionale di formazione, il regista ha pensato che una commedia notturna e fatata, com’è il Sogno, potesse trovare posto solo in boschi, parchi, giardini. Luoghi esatti, dove la sfera del naturale e quella soprannaturale – se ci credi – ogni notte si sfiorano.

Ecole des Maitres 2023 - Sogno di una notte di mezza estate - 1

E così al Parc Balzac di Angers (Francia), al Jardim de Sereia di Coimbra (Portogallo), al Parco Trotter di Milano, e qualche sera fa nel fitto degli alberi e delle siepi di Villa Manin, circondati dalla campagna, Di Fonzo Bo e i suoi attori hanno saputo raccogliere e restituire a noi spettatori seduti sull’erba, tutti gli amori, i disamori, i sortilegi, i misteri, anche gli odori che Shakespeare aveva sparso nella sua commedia nuziale. 

Con l’intreccio di tre diverse storie, il drammaturgo inglese aveva aperto il varco dal quale filtrano le fate, gli elfi, i folletti, e le figure della mitologia nordica cominciano a confondersi con i personaggi della scena classica. Oberon e Titania, Ippolita e Teseo, i quattro innamorati sballottati qua e là, e quei pasticcioni degli artigiani che si credono grandi attori.

Un carosello di ombre cinesi

Creano un incanto arcano, i parchi di notte. Anche qui, alle spalle della settecentesca dimora dove soggiornò addirittura Napoleone. Anche adesso, nel buio, ora che la grande luna di carta fa a gara con la luna vera.

Ecole des Maitres 2023 - Sogno di una notte di mezza estate - 1

E minuscole, nella lunga prospettiva del prato, le ombre degli attori si rincorrono tra l’erba, spariscono dietro le sagome degli alberi, ricompaiono. Mentre lo stagno riflette la loro voce: il corteggiamento, i dinieghi, le risate e i rimproveri.

Niente paura se mancano i macchinari del teatro, i riflettori, le poltrone. Ci sono pile e telefonini per illuminare la strada, cuscini sui quali accomodarsi, tutti i piccoli rumori della natura in modalità notturna.

E il gioco dei sortilegi, come lo aveva pensato Shakespeare, diventa un carosello di ombre cinesi che si proiettano su un muro

Ecole des Maitres 2023 - Sogno di una notte di mezza estate - 1

Dopo che negli anni scorsi, altri nomi di spicco del panorama teatrale mondiale – da Claudio Tolcachir a Tiago Rodrigues, da Christiane Jatahy a Angélica Liddell – hanno lavorato con altrettanti gruppi di attori, tra i 24 e i 35 anni, provenienti dai quattro Paesi (Belgio, Francia, Italia e Portogallo), ecco stavolta aggiungersi alle loro sessioni l’inventiva latina di Marcial Di Fonzo Bo, che congiunta all’agile schema organizzativo dell’Ecole des Maîtres, li porta a cimentarsi con quel profilo di attore europeo che il critico teatrale Franco Quadri aveva immaginato più di trent’anni fa, nel dare avvio a questo progetto di pedagogia teatrale avanzata.

La notte poi si riprende gli spazi

Si è fatto tardi. La recita degli artigiani è terminata, si sono ricomposti le storie e i contrasti , quattro matrimoni sembrano imminenti e la notte si riprende gli spazi.

Intanto gli attori, i collaboratori dell’Ecole, la parte più giovane del pubblico, ancora in vena di rave, o di sabba, continua a ballare alla luce delle pile. E dai telefonini si alza il sound dei Bronski Beat. Run away, turn away, run away…

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ECOLE DES MAÎTRES 2023
corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale
31esima edizione: 28 agosto – 7 ottobre 2023

maestro Ecole des Maîtres 2023
Marcial Di Fonzo Bo
assistente 
Marianne Ségol-Samoy

allievi
Giuseppe Benvegna, Emma Bolcato, Michele De Paola, Elena Natucci (Italia); Fanny Blondeau, Simon Espalieu, Jules Puibaraud, Souâd Toughraï (Belgio); Hélène Bressiant, Julien Crampon, Alexis Gilot, Adil Mekki (Francia); Pedro Baptista, Mariana Magalhães, Carolina Lopes, Rui Maria Pêgo (Portogallo)

gli allievi dell'Ecole 2023

partner di progetto e direzione artistica
CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa (Italia), CREPA – Centre de Recherche et d’Expérimentation en Pédagogie Artistique (CFWB/Belgio), Teatro Nacional D. Maria II, TAGV – Teatro Académico de Gil Vicente (Portogallo), Le Quai Centre Dramatique National Angers Pays de la Loire, Comédie, Centre dramatique national de Reims (Francia)

con il sostegno di
MiC Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale cultura, sport e solidarietà, Fondazione Friuli (Italia)
con la partecipazione di
ERPAC – Ente Regionale Patrimonio Culturale Friuli Venezia Giulia (Italia), Théâtre de Liège – Centre européen de création théâtrale et chorégraphique, Centre des Arts scéniques, Fédération Wallonie Bruxelles – Service général de la Création artistique, Wallonie-Bruxelles International, La Loterie Nationale (CFWB/Belgio), Ministère de la Culture et de la Communication (Francia), Universidade de Coimbra (Portogallo)