Non più triste Venezia. La Biennale dal vivo 2021 è fatta di corpi, che tornano in presenza

Annunciati questa mattina in una stream-conferenza stampa da palazzo Giustinian i programmi dei tre festival della Biennale di Venezia (Teatro, Danza, Musica). Prenderanno il via il 2 luglio, quando i teatri potranno accogliere il loro interlocutore principe: il pubblico. 

Viene in mente Charles Aznavour. Viene in mente una vecchia canzone. Tutti però vogliamo credere che non sarà triste Venezia la prossima estate, quando una nuova edizione della Biennale da vivo – Teatro, Danza, Musica – tornerà a fare da punto di attrazione. Soprattutto per chi del digitale non ne può proprio più. E alle zoomate, alle call, agli stream, vorrebbe sostituire da subito il tattile.

Wyjezdzamy, regia di Krzysztof Warlikowski (ph. Magda Hueckel), uno degli spettacoli della Biennale Teatro 2021

Il primo senso

Che cosa c’è di più tattile del corpo? Il tatto è First sense, il primo senso, proprio come Wayne McGregor, coreografo britannico, direttore della sezione Danza, ha deciso di intitolare il suo programma 2021.

Mentre intitolavano Blue il loro, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori per il Teatro, hanno pensato che di quel colore è il pigmento della speranza.

E Lucia Ronchetti, alla guida della Musica, ha capito subito che una processione – Moving still processional crossings – poteva essere l’idea più adatta per dare forma corale all’aspettativa di tutti.

Così ha previsto un muoversi assieme di tante persone, un corteo, perché un corteo è insieme rito religioso, gesto di protesta, fenomeno migratorio, e lo farà sfilare in tutta la città, a settembre, riportando l’attenzione“sul dovere e sul potere di andare altrove”.

Infatti: avanti e altrove dobbiamo andare. Consapevoli che questo anno e mezzo di transizione epidemica, è stato anche un salto di specie performativa. Un lungo evento, che dopo aver devastato il settore dello spettacolo, sta contribuendo anche alla sua evoluzione. Ci stiamo trasformando, perché così vanno le cose del mondo. Con buona pace dei nostalgici.

il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo
il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo

Le pepite della Biennale

Quelli appena illustrati sono solo segnali, ben più solidi sono i programmi che i quattro direttori hanno congegnato, e com’è nella mission della Biennale, mettono in primo piano l’innovazione, rapportandola a ciò che in anni recenti si è consolidato.

Così, nel cartellone di Teatro, che prenderà avvio il 2 luglio, un ampio sguardo internazionale metterà in sintonia i nomi importanti della regia contemporanea. Dal polacco Krzysztof Warlikowski, Leone d’oro 2021, all’ungherese Kornél Mundruczó, a altre presenze costanti delle passate Biennali: il tedesco Thomas Ostermeier e i catalani dell’Agrupación Señor Serrano.

Biennale 2021 - Agrupación Señor Serrano The Mountain / ©Jordi Soler
Agrupación Señor Serrano ( ©Jordi Soler)

Mettendo però loro accanto certe “pepite” (copyright Gianni Forte) che i due direttori sono riusciti a setacciare con l’accuratezza di uno sguardo che punta una generazione che negli anni scorsi si è allenata proprio nei College della Biennale.

Paolo Costantini, regista 25enne, è una delle figure da seguire con attenzione, e Filippo Andreatta, architetto convertito al teatro, è davvero uno che c’ha una marcia in più. Se, senza pudore alcuno, non si fa problemi a intitolare il suo futuro debutto in Biennale Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

Non mancano alcuni ritorni italiani (Roberto Latini, Danio Manfredini, Lenz Rifrazioni) con spettacoli che l’epidemia avrebbe destinato all’estinzione, ma che ritrovano visibilità su un palcoscenico d’onore, come quello veneziano.

Filippo Andreatta - OHT
Filippo Andreatta – OHT

Rime taglienti e ibridazioni hip hop

L’attesa maggiore – o almeno la mia attesa maggiore – è però per Kae Tempest cui gli stessi ricci/forte hanno voluto attribuire il Leone d’argento 2021. Lo hanno fatto “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi – si legge nella motivazione del premio – e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti, tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop”.

Biennale 2021 - Kae Tempest
Kae Tempest

Insomma da questo/a perfomer e dal suo/a reading poetico e musicale The Book of Traps & Lessons, mi aspetto una grande esperienza.

In proposito leggi un mio precedente post dedicato ai Leoni d’oro e d’argento di questa Biennale 2021.

Danza e Musica per Biennale 2021

Concepito in senso radicalmente fisico è il cartellone di Danza (a partire dal 23 luglio) presentato dal coreografo Wayne McGregor.

ritratto di Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre ©Phil Griffin
Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre (©Phil Griffin)

First touch – dicevamo – è il titolo che a star di forte impatto mediatico (Michail Baryshnikov danzerà su una partitura verbale congegnata da Jan Fabre) interseca sguardi aperti verso l’odierna danza africana (Germaine Acogny è famosa per la sua Scuola di sabbia, in Senegal), verso la Cina (Xie Xin e Yin Fang) e naturalmente l’Italia (Marco D’Agostin ha dedicato Best Regards, allo scomparso Nigel Charnock, dei DV8 Physical Theatre)

Best Regards, la coreografia di Marco D'Agostin (ph.© Roberta Segata)
Best Regards, la coreografia di Marco D’Agostin (ph.© Roberta Segata)

Molto focalizzato sarà invece il programma della sezione Musica (che parte il 17 settembre). La compositrice Lucia Ronchetti lo ha intitolato Choruses, drammaturgie vocali e costruito come un “pellegrinaggio dell’ascoltatore”, in una selezione della scrittura corale a cappella nei suoi sviluppi di questi ultimi 20 anni, che tuttavia non esclude le live-electronics. Per esempio nelle proposte di Christina Kubitsch per la Cappella Marciana della Basilica di S. Marco.

Informazioni più approfondite si possono ricavare dai tre calendari ospitati sul sito ufficiale della Biennale, ma un viaggio a Venezia – e io ve lo raccomando – andrebbe comunque messo in programma.

Perché la presenza – come tutte le cose – si apprezza solo dopo che è venuta a mancare. 

Lo sapeva anche Charles Aznavour, del resto.

Contemporanea 20 a Prato. Le oscillazioni, le ancore, le via di fuga

Lo dice la parola stessa. Contemporanea, festival delle arti della scena a Prato, si occupa di ciò che accade sotto i nostri occhi. Ciò che è nuovo, attuale, nascente.

C’è cosa più giusta se non far nascere, a Prato, nel corso di Contemporanea 20, una rivista? Una rivista di teatro, di carta, di pensieri. Cose un po’ fuori moda, dite? Contemporanee, piuttosto.

La Falena

Un’avventura editoriale, magari un azzardo, ha portato quattro teste pensanti della generazione 40enne a buttarsi più a fondo nella mischia delle opinioni sul teatro che inondano la rete. Come del resto fanno le righe che sto scrivendo adesso.

E da quel fondo, liberata dal bozzolo, è nata La Falena, rivista di critica e di cultura teatrale, spiega il sottotitolo. Cartacea, aggiungo.

La Falena - rivista

Alessandro Toppi, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Rodolfo Sacchettini, e assieme a loro il Teatro Metastasio con Franco D’Ippolito e Massimiliano Civica e Massimo Bressan, editori che l’hanno fortemente voluta, sono arrivati al traguardo del primo numero, con una copertina sfidante e un tema di fondo che più contemporaneo non si può: Salto di specie.

Come se le acrobazie biologiche del virus che in questo momento ruba tutti i nostri pensieri, si riflettessero nella trasformazione che le arti dello spettacolo dal vivo in questo momento stanno subendo. Non solo lockdown, distanziamento, massime capienze. Ma una nuova biologia teatrale, al cui centro c’è la questione della liveness, la viva presenza.

Di questo tema, cruciale per il futuro del teatro, sto leggendo adesso, nelle pagine centrali di La Falena. Ci sono, tra gli altri, gli interventi di Laura Gemini e Vincenzo Del Gaudio, che il fenomeno lo osservano da tempo. E volentieri li leggerei assieme a voi, che potete scaricare La Falena gratuitamente (almeno le prime 200 copie) dal sito del Teatro Metastasio.

Se non arrivate in tempo, basteranno solo 2 euro per il pdf.

La liveness

Da parte sua, Edoardo Donatini, che di Contemporanea 20 è il direttore artistico, ha provato a fare la stessa cosa con il programma del festival. Programma che non ha rinunciato alla liveness, perché essa stessa è la ragione di un festival, ma prova a indagarne le oscillazioni, le àncore e le linee di fuga.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain a Contemporanea 20 - Prato
Agrupación Señor Serrano The Mountain

Per esempio: quando intervengono strumenti e media digitali. Solo per dirne uno: il lavoro svolto da anni di Agrupación Señor Serrano (a Prato con The Mountain). Ma anche la superfetazione di video e audio in Gisher di Giorgia Ohanesian Nardin.

Per esempio: quando il flusso tradizionale dello spettacolo, la narrazione, si sfalda su piani diversi e l’acrobazia delle luci, l’ibridazione di live electronis e voce, l’assenza di direzioni, diventano motori dell’evento. Della serata Klub Taiga di Industria Indipendente ho già parlato su QuanteScene! e a quel post vi rimando.

Klub Taiga – Industria Indipendente

Per esempio, infine, quando i formati cambiano, evadono, scartano i binari.

È un segno, se un regista già minimalista come Massimiliano Civica, sceglie la forma austera della lectio, per una affascinate escursione tra racconti chassidici, ispirazioni zen, parabole sufi, e con L’Angelo e la Mosca, si interroga sulla presenza del misticismo nel teatro.

È un segno se Sergio Blanco, uruguaiano, autore (anzi di più: architetto) di audaci drammaturgie (come El bramido de Düsseldorf, vedi il post), riconduce i propri pensieri sulla morte, Memento mori, alle 30 short-stories di una conferenza-spettacolo. Deludente, peraltro nonostante le belle fotografie sullo sfondo di Matilde Campodónico.

Memento mori  - Sergio Blanco a Contemporanea 20 - Prato
Sergio Blanco – Memento mori

Il corpo non si immola

La resilienza – un termine che piace, oggi – è però quella del corpo in scena. Che non ci sta. Che non si immola nel gioco degli opposti, che vorrebbe fare di lui uno sfidante nel duello con il digitale, il visuale, l’immateriale del broadcasting, e con le furbizie di Skype, Zoom e compagnia bella.

Contemporanea 20 fa il suo dovere e registra: l’atletismo di Michele Scappa in Hello (produzione Kinkaleri), le evoluzioni concentriche ideate da Elisabetta Consonni (con Plutone), le grafiche nudità esposte in Kokoro da Luna Cenere, l’iconico Marco Chenevier con il suo abito di piume nere d’uccello. E la simpatica Masako Matsushita che il guardaroba ce l’ha tutto addosso.

Masako Matsushita -Un/dress (ph. Kylestevenson.com)

Certo si impone poi, nella serata finale, la maestà ipnotica di Alessandro Sciarroni. Il moto di rotazione con cui gira su se stesso in Chroma dura oramai da sei anni. E una volta di più conferma che questo titolo è uno di quelli da mettere nella capsula del tempo, quando andremo ad archiviare ciò che teatro e danza hanno inventato in questo decennio.

Chroma - Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto
Chroma – Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto

Scrivere per la scena

Cenerentola del contemporaneo, apparirebbe a questo punto la scrittura drammatica. Pratica obsoleta – sostiene qualcuno – adesso che la morte del personaggio, la prevalenza della performance, l’ingaggio del pubblico, sembrano sempre di più alimentare il fiume del post-drammatico. Con rischio di esondazione, anche.

Ma Cenerentola, niente affatto. La drammaturgia ha tenuto e tiene la posizione. Non bastassero tutti i copioni che mi capitano addosso, quando mi vesto da giurato nelle competizioni che ancora grazieaddio premiano chi scrive bene. Tipo Scritture di Scena, il premio organizzato dalla rivista Hystrio. Tipo Tuttoteatro.com, Premio Cappelletti, che ha appena lanciato un nuovo bando.

Tornando al punto. Di scrittura e di personaggi c’era, c’è e ci sarà, bisogno. Come di attori, del resto. Negli otto giorni di Contemporanea 20, la casella della drammaturgia, quella seria, con una storia, dei personaggi, un percorso di senso, era occupata tutta dalla compagnia Vico Quarto Mazzini. Sul cui spettacolo, infine, voglio soffermarmi un momento.

Livore

Livore è il titolo del più recente lavoro di Vico Quarto Mazzini. Livore, come quello che provava Salieri nei confronti di Mozart

La velenosa rivalità è un falso storico, ma il rancore resta e dà a Francesco D’Amore l’occasione mettere sulla carta una storia, che ne conserva i nomi: Antonio e Amedeo. Una vicenda essenziale, dinamica, tramata di mistero. Come aveva fatto Puškin. Come avevano fatto Peter Shaffer e poi Milos Forman in Amadeus

Nello spettacolo che ha debuttato a Prato, la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà colora il lutto del Requiem mozartiano con la tinta livida delle barbabietole. 

Contemporanea 20 - Prato - Livore - drammaturgia Francesco D'Amore - regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà - ph. Rocco Malfanti
Livore – drammaturgia Francesco D’Amore – regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà – ph. Rocco Malfanti

In un loft di quelli eleganti, nel quartiere bene, si consumano i preparativi di una cena importante: la cena che deciderà una carriera. A mettere di fronte l’attore talentuoso e senza una lira (Altamura) e l’altro, che ha successo in tv, grazie a potenti raccomandazioni (D’Amore), è la visita di una figura del mistero, vestita di scuro, inzuppata di pioggia. La stessa che – si racconta – era apparsa dal niente e aveva commissionato a Mozart la sua ultima opera.

Ai giorni nostri, il gioco delle parti è tutto psicologico, tagliente. Come i coltelli che brillano nella cucina e fanno a fette le verdure da cui già cola il succo viola dell’astio. Il padrone di casa (Paolocà) è un agente che conosce bene “il giro” delle serie televisive, della popolarità, dei soldi.

In tipica sequenza pinteriana, l’attore sfigato diventa un intruso, si insinua nella vita della coppia di successo, e a forza di remissione e umiliazione, ne incrina il legame.

Ma le cose non sono mai come sembrano. La dinamica degli opposti spalanca lo spazio della scena e sposta il riflettore sull’oggi, sulla condizione instabile dell’attore, sulla cabala del successo che, spesso, è un’ambigua questione di sguardi.

O magari, di barbabietole fatte a fette, per una preparazione al cartoccio.

Livore - Vico Quarto Mazzini - locandina