Terreni creativi. Un teatro che cresce tra gli aromi ed è attento al clima

In faccia al mar Ligure, sulla riviera di Ponente, ci sono terreni dove si coltiva creatività. Qui nascono e mettono le prime radici le piantine di basilico, di menta, di maggiorana, quelle che acquisti nei santuari della grande distribuzione: Lidl, Esselunga, Coop Consumatori…  Ma qui si sviluppano anche le foglie di un teatro recente, vitale, che cresce, ramifica, fruttifica. Velocemente. Non te ne accorgi quasi.

Terreni Creativi - Albenga - Serre

Una brezza di odori

Francesca Sarteanesi, sola, sulla pedana, massacra di parole Sergio. Potrebbe essere suo marito, nella finzione di un monologo che aspira a essere un dialogo, ma si scontra con il mutismo dell’uomo. 

Nel frattempo, ti arriva a tratti nel naso, di soppiatto, una brezza di menta, di basilico, di chissà quali piante aromatiche, quelle che in cucina si chiamano odori. Di lato, a sinistra e a destra, a perdita d’occhio, si stende una prateria di piccoli vasi: pelargonium, citrus, pentas…

Sergio (che è anche il titolo) resta irrimediabilmente muto. Ma lei, Sarteanesi, lo incalza con il suo accento toscano forte. Come forte è il temperamento di questa donnina loquace, petulante, figurina sottile che si confonde adesso con il tramonto sui monti liguri, alle spalle di Albenga.

Francesca Sarteanesi - Sergio (ph Luca Dal Pia)
Francesca Sarteanesi – Sergio (ph Luca Dal Pia)

L’habitat dal vivo

Terreni creativi è un festival che in un decennio ha mantenuto un’identità precisa. Cosa che è capitata a pochi altri festival in Italia. Semmai, è successo il contrario: l’identità nativa si è andata disperdendo. Qui invece è specifica, territoriale. Qui ha trovato un suo habitat. Gli spettacoli vengono allestiti dentro le serre e i capannoni agricoli, dove il clima della Riviera fa maturare ortaggi, piante commestibili o decorative, fiori, primizie. 

Terreni Creativi - Albenga - Serre

È un mix di arti dal vivo – teatro, musica, danza – che incontra un comparto economico trainante del territorio – secondo solo al turismo – e con lui scambia un potenziale di crescita: il comun denominatore delle creazioni che, ogni anno ai primi di agosto, si alternano tra gli olivi e i limoni, grazie all’impianto organizzativo della compagnia di qua: Kronoteatro

Rodati da dodici edizioni, i Terreni Creativi di Albenga hanno visto germogliare e maturare in quelle serre, i gruppi della generazione Duemila, gli Omini, i Sotterraneo, i MenoVenti… e ne coltivano oggi altri più nuovi.

Oltre vetrate traslucide

In tre capitoli e in due diverse serre, la danza fluida di Daniele Ninarello e della sua compagnia Codeduomo, impagina un’idea di movimento, che via via matura, accordato alla musica, fondato sulla sintonia dei corpi, su moti individuali eppure partecipi di una stessa esperienza. Là, davanti alle vetrate traslucide, oltre cui si intuiscono i boschi dell’Appennino, si distende Pastorale, una rivoluzione di corpi celesti. Pastorale è anche il momento più bello di questa trilogia firmata Ninarello, una personale che prima recupera Kudoku del 2016 (il sax che conduce l’opera è quello Dan Kinzelman) e finisce con l’estendersi alle recenti improvvisazioni ermetiche di Nobody nobody nobody (It’s not ok to be ok).

Daniele Ninarello - Pastorale (ph  Luca Dal Pia)
Daniele Ninarello – Pastorale (ph Luca Dal Pia)

“Nasce da pratiche solitarie e meditative – dice il coreografo – pratiche mantriche sviluppate negli ultimi mesi di distanziamento”. Spiega una nota sul programma di sala, che si prevedono “scene di nudo”. Ma non è niente a cui il pubblico dei Terreni Creativi non sia abituato.

Oltre che sulle sedie, ovviamente distanziate, gli spettatori si accomodano su imballaggi di terriccio e substrati nutritivi. Così che sembra quasi di percepire, sotto il sedere, la crescita di future piante. Proprio come una scenografia specific può essere fatta soltanto di cartoni: il package che protegge i prodotti di orticultura. Cartoni come quelli che circondano Francesca Foscarini, coreografa e danzatrice, nella sua creazione Hit me!

Hit me, baby!

Foscarini è nata il 10 gennaio 1992. Trentanove compleanni fino ad oggi. Hit me! è costruita a partire da una playlist di canzoni strettamente legate a un dato biografico. “Ho scelto i pezzi al vertice delle classifiche nel giorno del mio compleanno – dice – dalla nascita a oggi”. Lei stessa ha poi chiesto alla sua dj, Chiara Bortoli, di mettere sul piatto, ad ogni replica, una ventina di queste canzoni. Scelte a caso, random, a seconda di come gira: il tempo, l’ambiente, la fatica, gli spettatori.

Così, di colpo, la musica si rovescia su Francesca e lei “senza aver previsto un disegno coreografico” ne viene investita: “canzoni che mi ritrovo addosso, maratona di una vita in cui buttarmi a capofitto in un’improvvisazione sempre diversa”. Ora sono Paul McCartney e Michael Jackson, ora è Whitney Huston. Ora Eminem, ora Adele. Una playlist imprevedibile, e una danza in rapporto con il caso. O piuttosto, con l’atmosfera del luogo.

Francesca Foscarini - Hit Me! (ph Luca Dal Pia)
Francesca Foscarini – Hit Me! (ph Luca Dal Pia)

In alcune mie riflessioni, ho provato a chiamare post-coreografiche, le creazioni come Hit me!, che oltre a performance sono prima di tutto concept. Conta il progetto, più che il risultato. Il quale invece è casuale, estemporaneo, disperso. Volatile insomma. All’opposto della precisione e del rigore di spazio e di tempo che sono valori fondanti della coreografia. Della maggior parte delle coreografie, almeno.

Dissodare la terra, spostare i confini

Mi pare una cosa bella che Hit me! trovi posto qui, nelle serre, poco dopo che Oliviero Ponte di Pino ha presentato il suo nuovo libro, Un teatro per il XXI secolo (FrancoAngeli Editore) nel quale si occupa di crescite e trasformazioni (non solo teatrali) avvenute in questi ultimi due decenni. Durante i quali molte fughe in avanti (non solo in risposta alla pandemia) hanno dissodato il terreno dello spettacolo dal vivo, ne hanno spostato i confini, divelto i recinti, incrociato le tendenze. In luoghi spesso eccentrici, come questi Terreni creativi, qui ai margini occidentali dell’Italia. 

Oliviero Ponte di Pino - Un teatro per il XXI secolo - FrancoAngeli Editore

Infatti, mentre con attenzione ascolto Alessandro Berti, continuo a chiedermi sotto quale etichetta potremmo classificare il suo progetto, White lies, bugie bianche. La trilogia che propone si apre con Black Dick. È una lezione di storia e fenomenologia del razzismo? Una Ted Conference di citazioni e dimostrazioni? Magari un concerto, nel quale Berti canta e suona la chitarra. Molto bene, peraltro. 

Uomo nero, donna bianca

Con un titolo che fa un po’ impressione (devo proprio tradurre?), però è pertinente, Black Dick analizza il ruolo della sessualità nera nella percezione del maschio bianco. E si avventura in un’escursione tra gli stereotipi del porno, in particolare quello interracial. Uomo nero sopra donna bianca in un amplesso, il più delle volte violento, in cui vittima e carnefice non sono mai quello che sembrano. Ma incarnano fantasmi e proiezioni di una storia Wasp (White Anglo Saxon Protestant) che oggi ambirebbe a essere politicamente corretta – no nigger, sì black – ma appena sotto la superficie mostra le antiche pulsioni razziali. Non solo in America, naturalmente. “Parlo dell’America, per alludere all’Italia”. 

Alessandro Berti - Black Dick (ph Luca Dal Pia)
Alessandro Berti – Black Dick (ph Luca Dal Pia)

In questo modo Berti (che in tempi assai meno sospetti aveva fondato, assieme a Michela Lucenti, il gruppo L’Impasto) impasta anche la sua trilogia di bugie bianche, e dalle parole scivola nel cinema e nella musica. In un nuovo genere transgender. Ed è bello risentire Strange Fruit di Billie Holiday, capolavoro di denuncia black, cantato da lui. 

Freddure per display

Alla stessa maniera, trovatemi voi una definizione per la creazione dei Quotidiana.com (End to end, si intitola). In pratica, è una conversazione su Whatsapp.

I due display si parlano e affastellano frasine e iconine, nel solito stile flemmatico del duo Scappin-Vannoni. Scritture d’intimità, ipocondrie, freddure piovono a raffica, mentre i messaggi vocali ci fanno sentire ogni tanto le voci di Romeo Castellucci, Luca Ronconi, Renato Palazzi.

Non si capisce perché, e a chi siano dirette, ma intanto il perimetro del teatro rappresentato viene scavalcato, e il tu per tu di Whatsapp diventa, più che messaggistica, una piattaforma espressiva, obliqua. Con quali risultati, è ancora da capire.

Tiresia, il primo dei non-binary

Spariscono però le etichette di genere. E sparisce anche il genere, se il momento più intenso nelle quattro giornate di questa edizione 2021 di Terreni Creativi, lo si tocca con la poesia-teatro di Kate/Kae Tempest, poet* e performer non-binary, incoronat* quest’anno con il Leone d’argento della Biennale di Venezia. Non a caso, in Hold on you own /Resta te stess* (2014), Tempest aveva imbastito un ritratto di Tiresia, veggente androgino della mitologia greca, maschio e femmina, giovane e vecchio. 

Gabriele Portoghese in Tiresias di Kae Tempest (ph Luca Dal Pia)
Gabriele Portoghese in Tiresias di Kae Tempest (ph Luca Dal Pia)

Ora grazie alla regia di Giorgina Pi, Tiresias svela per chi non le conoscesse le doti eccellentissime e fluide di Gabriele Portoghesi, a suo agio già con la parola poetica di Pasolini (Questo è il tempo in cui attendo la grazia). Ma qui investito dalla sostanza attuale, energetica, colloquiale della spoken word poetry di Tempest, che trova naturalmente posto in questi Terreni. Che ogni sera, dopo la cena sui lunghi banconi, chiudono con una band, e qualche chupito.

Ambienti di crescita, orti protetti, dove i linguaggi dell’oggi e lo spettacolo contemporaneo agiscono da fertilizzanti. Compost naturali che Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco e Alex Nesti – le firme di Kronoteatro dietro a questo festival – si impegnano anno dopo anno, non senza difficoltà, a spargere. Come coltivatori 3.0, che sanno che cos’è il crowfunding. Come new farmers che, oltre ai prodotti, hanno a cuore il benessere, l’ambiente, il clima della cultura e delle colture. Quello del nostro presente, in cui cultura – ripete Ponte di Pino – è fabbrica di immaginario e attivatrice di desideri.

Terreni Creativi -  Albenga - Serre
Le tavolate pronte per la cena di Terreni Creativi (ph Nicolò Puppo)