Bambole che turbamento. L’ultra realtà di Gisèle Vienne

Non manco mai a Contemporanea, il festival teatrale del Metastasio di Prato. Quest’anno il tempo era poco, i giorni stretti, le scadenze stringevano. Ma una serata, a Prato la dovevo proprio spendere. In cartellone c’era Gisèle Vienne. Un nome che qui in Italia non è noto a molti. Ma a dire il vero, è un fenomeno europeo. Vi racconto perché.

Gisèle Vienne

Pupazzi, manichini, bambole

Nemmeno io la conoscevo, prima che qualcuno me ne parlasse e me la raccomandasse. L’artista che non ti aspetti. Disturbante. Perturbante. Fuori dagli schemi. Erano frasi che mi rimbalzavano nella testa e che volevano trovare conferma.

Di Gisèle Vienne, franco-austriaca, sapevo che aveva studiato filosofia e si era formata alla più importante scuola francese per burattinai, École Nationale Supérieure des Arts de la Marionnette. Che i suoi compagni di lavoro preferiti erano pupazzi, manichini, bambole, figure di umana verosimiglianza, spesso a grandezza naturale. Che il terreno su cui le piaceva esprimersi era quel margine indistinto che separa l’animato dall’inanimato, e crea negli spettatori sensazioni di inquietudine e agitazione emotiva. Cose che amo. 

Gisèle Vienne - Puppets

Nel mondo terrificante di Gisèle

In L’etang (Lo stagno) – lo spettacolo a cui ho assistito a Prato, a Contemporanea – le aspettative hanno trovato conferma. L’antropologia insegna che a volte pupazzi e bambole sono creature del maligno, quantomeno soprannaturali. E non è certo necessario che vi ricordi quanta cinematografia abbia giocato con bambole assassine.

Gisèle Vienne non lavora certo sul versante dell’horror. Ma la sensazione che quelle sue creature appartengano a un altro mondo, parallelo al nostro, opaco, oscuro, terrificante, sembra tornare ogni volta nei suoi lavori, amplificata da una strabiliante fuga dal realismo. Che lei ottiene forzando all’estremo le luci e le componenti sonore. Effetti presenti anche in L’etang

L'Etang - ph. Mathilde Darel
L’Etang – ph. Mathilde Darel

Stranianti le luci (con cromatismi superbi, degni di certa fotografia recente, o dei migliori scatti che mi capita di vedere su Instagram). Iperbolici i suoni e la musica (a Parigi, ho saputo, in occasione del suo Showroomdummies #4 agli spettatori venivano consegnati tappi per le orecchie, utili per attutire quell’estremismo).

Senza contare poi il rallentamento che, per tutta la durata dello spettacolo, Vienne impone ai movimenti dei suoi personaggi. Movenze quotidiane – camminare, sedersi, rannicchiarsi – ma così allentate, ritardate, che ci spostano su un altro mondo, dove la percezione sembra avere regole diverse.

Allo stesso modo, a farci sentire altrove, è l’effetto di ventriloquismo che le due performer di L’etang gestiscono con speciale perizia (sono soltanto due, ma i loro personaggi sono molti). Un effetto che ci allontana ancora di più dal piano della realtà. E apre l’accesso a un’ultra-realtà, che è la dimensione in cui Gisèle Vienne lavora.

Gisèle Vienne - L'Etang - ph. Estelle Hanania
L’Etang – ph. Estelle Hanania

Total white

A mettermi in allarme del resto è stata già la primissima scena. Nel total white delle quinte, del fondale, del pavimento, spicca il letto disfatto di adolescente, sopra e attorno al quale incombono figure di altri adolescenti, vestiti come tutti gli adolescenti, ma immobili, congelati nel tempo e nello spazio.

Così che, nell’impatto di quella immagine iniziale, riesce difficile capire se si tratti di attori perfezionisti o di creature inanimate. Tanta cura è posta nella verosimiglianza. Ad uno ad uno, i manichini verranno presi in braccio e portati via, affettuosamente, famigliarmente, da un assistente. Ma la percezione che si tratti di cadaveri, giovani vite interrotte, resterà fino alla conclusione del dramma.

Perché dramma è il soggetto da cui muove L’etang: un testo dello scrittore svizzero-tedesco Robert Walser ( 1878-1956). Drammoletto anzi, che spia la pulsione di morte di un adolescente il quale simula il suicidio nello stagno del titolo. Per vedere l’effetto che fa, si potrebbe dire, ironizzando. In realtà è questione di relazioni amare tra una madre e un figlio, scarti affettivi, disamori.

Lo spettacolo vi instilla il sospetto di abusi emotivi e dinamiche famigliari disturbanti (ma non troppo, se vi è mai capitato di leggere i testi dei giovani drammaturghi contemporanei). 

Robert Walser - Commedia copertina
Il volume raccoglie alcuni drammoletti di Walser

Morte per acqua

Sui margini di questa mendace morte adolescenziale, dunque, Gisèle Vienne muove i fili della sua creazione. Che ad ogni secondo di silenzio, a ogni accenno di dialogo, ad ogni minuscolo movimento, lascia lo spettatore su un altro margine: quello dell’ansia e dell’ignoto che si spalanca sotto a ciò che è visibile, però non fa parte di questo mondo. Vi sta sopra, vi sta sotto. Indecifrabile con gli strumenti del buon senso. O della narrazione.

L'Etang - ph. Estelle Hanania
L’Etang – ph. Estelle Hanania

Vederla ancora

È stato proprio là, nel finale di intimo coinvolgimento, che ho fatto di Gisèle Vienne un mio nuovo idolo. Da consigliare, com’era già successo con me, a chi del teatro volesse esplorare la faccia opaca, non quella rassicurante

Alcuni lavori di Vienne sono passati già in Italia, in Biennale a Venezia già nel 2018, per esempio, e poi a Centrale Fies, al festival FOG Triennale di Milano. Ma sempre un po’ di sbieco, come se l’estraneità al mainstream nazionale, li rendesse un po’ troppo difficili per gli italiani. Solo Short Theatre, qualche settimana fa, a Roma le ha dedicato una prima e corposa”personale”.

Gisèle Vienne e Claudia Cannella per Jerk alla Biennale 2018
Gisèle Vienne e Claudia Cannella discutono di Jerk alla Biennale 2018

Vi lascio alle immagini di una delle sue più recenti creazioni (proprio Showroomdummies #4, andato in scena al Festival d’Automne 2021 a Parigi).

Forse mette anche a voi, come ha messo a me, la voglia di vederla ancora.

– – – – – – – – – – – – – 
L’ETANG (Lo stagno) 
basato sulla storia originale di Robert Walser
ideazione, direzione, scene, drammaturgia Gisèle Vienne
eseguito da Adèle Haenel & Henrietta Wallberg
luci Yves Godin
design del suono Adrien Michel
musica originale Stephen F. O’Malley & François J. Bonnet
concezione dei burattini Gisèle Vienne
produzione DACM / compagnia Gisèle Vienne
coproduzione Nanterre-Amandiers CDN, Théâtre National de Bretagne, Maillon, Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, Holland Festival, Amsterdam, Fonds Transfabrik – Fonds franco-allemand pour le spectacle vivant, Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre-lès-Nancy), Comédie de Genève, La Filature – Scène nationale de Mulhouse, Le Manège – Scène nationale de Reims, MC2 : Grenoble, Ruhrtriennale, Tandem Scène nationale, Kaserne Basel, International Summer Festival Kampnagel Hamburg, Festival d’Automne à Paris, Théâtre Garonne, CCN2 – Centre Chorégraphique national de Grenoble, BIT Teatergarasjen, Bergen, Black Box Teater, Oslo

visto a Prato, a Contemporanea Festival

Biennale dal vivo. Tre mesi, tre festival, seicento leoni

Si distenderà comodamente sopra i tre mesi dell’estate, l’edizione 2022 della Biennale delle Arti dal vivo. Nei suoi luoghi di spettacolo, Venezia alternerà dal 24 giugno al 25 settembre il Festival Internazionale di Teatro (giugno), quello di Danza (luglio) e quello di Musica (settembre).

Il programma delle tre manifestazioni è stato presentato oggi, dal presidente Roberto Cicutto e dai direttori delle sezioni: ricci/forte, Wayne McGregor, Lucia Ronchetti.

Katharina Fritsch,  Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)
Katharina Fritsch, Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)

Figlio più giovane della storica Esposizione Internazionale d’Arte (che tradizionalmente occupa l’Arsenale e i padiglioni dei Giardini) e della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (con le sue sale al Lido), il settore Arti dal Vivo della Biennale si riprende i propri spazi, i propri tempi, la propria programmazione. Dopo due anni di incertezze e restrizioni pandemiche. 

Già lo scorso gennaio erano stati comunicati i nomi degli artisti a cui, nel corso delle tre manifestazioni, verranno assegnati i Leoni alla carriera. Leoni d’oro e Leoni d’argento.

Oggi, dalla location istituzionale di Palazzo Giustinian in streaming, e questa volta anche in presenza, presidente e direttori hanno scandagliato e presentato gli oltre 170 appuntamenti del programma 2002. A tanto ammontano gli spettacoli che – volendo restare sui numeri – vedranno ospiti a Venezia 600 artisti provenienti da tutte le parti del mondo.

In questo video, la presentazione ufficiale dalla Sala delle Colonne a Ca’ Giustinian:

Il Teatro 

Dopo il blu dello scorso anno è rosso, anzi il tedesco Rot, il titolo scelto ora per la sezione teatro.

Rot ha un suono duro, è un graffio, una lacerazione che racconta uno sforzo, è il rumore dei denti nello sforzo. E’ il rosso che acceca, la metamorfosi della passione, furia che avvampa, iconoclastia; è il sangue che irradia i nostri cuori o il marchio della violenza dei crimini perpetrati… ma è anche il linguaggio del perdono e delle emozioni; è il colore ancestrale dell’Eros“. Lo hanno spiegato, con metaforica volatilità, i direttori Stefano Ricci e Gianni Forte, al secondo anno del loro mandato.

Triptych - Peeping Tom (ph Virginia Rota)- Biennale dal vivo 2022
Triptych – Peeping Tom (ph Virginia Rota)

Il programma (dal 24 giugno al 3 luglio)

Ricci/forte hanno annunciato che saranno in scena: Christiane Jatahy (premiata anche con il Leone d’oro 2022) con l’odissea dei migranti di The Lingering Now; Samira Elagoz (Leone d’argento) e il suo personale migrare del corpo in Seek BromanceBig Art Group di Caden Manson e Jemma Nelson che in Broke House incrociano Cechov con l’Occupy Movement; Yana Ross e la mascolinità tossica di Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace; il duo Natacha Belova e Tita Icobelli e la loro specialissima arte dei burattini che in Loco fa interagire corpo artificiale e corpo organico; Milo Rau, a Venezia con uno spettacolo – La reprise, che scardina la nostra percezione sul mondo della violenza – e un ciclo di film (The New Gospel, The Congo Tribunal, Orestes in Mosul: the Making of, Familie).

Ma ci saranno pure il mondo onirico di Peeping Tom con Triptychla coppia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Sovrimpressioni che tocca tangenzialmente il film di Fellini Ginger e FredOlmo Missaglia, vincitore del bando Biennale College Registi, che in Una foresta metaforica e reale inscrive le vite di tre millennial; Antoine Neufmars Aine E. Nakamura, vincitori del bando performance site specific, in scena rispettivamente con Odorama e Under an Unnamed Flower; inoltre, la mise en lecture di En Abyme di Tolja Djokovic e Veronica di Giacomo Garaffoni, testi vincitori del bando per autori di Biennale College”.

La Danza

I lavori e gli artisti di questo secondo anno non sono catalogabili – ha detto il direttore di sezione, Wayne McGregorsfuggono alla singola definizione, in quanto trascendono il genere e il mezzo espressivo con cui lavorano. Il loro essere senza confini apre nuove strade al fare arte e offre al pubblico sfide inedite in materia di percezione e interpretazione”. Per questo il titolo scelto quest’anno è Boundary-Less.

Rocío Molina (ph Simone Fratini) - Biennale del vivo 2022
Rocío Molina (ph Simone Fratini)

Il programma (dal 22 al 31 luglio)

Concorrono a infatti a formare “ecosistemi artistici” le diverse discipline di cui si avvale Saburo Teshigawara (Leone d’oro) re-immaginando un’opera seminale come Petrouchka. Mentre la mercuriale danzatrice di flamenco contemporaneo Rocío Molina (Leone d’argento) mette in scena una battaglia fra il suo corpo vulcanico e cinque musicisti dal vivo. A guidare invece in un viaggio attraverso il corpo, a partire dalla gola, è Diego Tortelli (vincitore del bando per una nuova coreografia italiana) con il suo Fo:NO, un esperimento sonoro e viscerale che vede in scena un beatboxer e tre danzatori.

Riunisce sullo stesso palco sette coreografi di prima grandezza, sette diversi mondi artistici per i sette peccati capitali laGauthier Dance Company di Eric Gauthier – con Aszure Barton, Sidi Larbi Cherkaoui, Sharon Eyal, Marco Goecke, Marcos Morau, Hofesh Shechter e Sasha Waltz

Sono confini e barriere reali quelle infrante da Marrugeku, compagnia interculturale di artisti indigeni e non, unica nel suo genere in Australia, sotto la guida della coreografa Dalisa Pigram e la regista Rachel SwainStraight Talk è un grido di libertà per l’abolizione di tutte le forme di violenza, oppressione, confinamento. 

Con potere sciamanico Rudi Cole Júlia Robert di Humanhood fondono nel linguaggio del corpo fisica moderna e misticismo orientale offrendo in Infinite uno spettacolo che è anche meditazione. A.I.M di Kyle Abraham, voce potente di una visione politica della danza che programmaticamente si impegna a nutrire della storia e della cultura Black, sarà a Venezia con Requiem: Fire in the Air of the Earth; mentre la danza espansa di Trajal Harrell, che metabolizza Vogue dance, postmodern, butoh, ricerca e cultura pop, arriva alla Biennale con Maggie the Cat, dal testo di Tennessee Williams, per interrogarsi su potere, gender, intolleranza, inclusione. 

Si spingono infine oltre i limiti dello spazio reale rendendo visibile l’invisibile Tobias Gremmler con l’installazione scenica digitale di Collisions e Blanca Li con la danza in V/R di Le bal de Paris, dove reale e virtuale si confondono.

La Musica

Tutti artisti invitati per il Festival di Musica – sono parole di Lucia Ronchetti, direttrice di sezione – ci restituiscono in forme mutuate dalla creazione musicale pop e dalla ricerca compositiva non-accademica, la denuncia di spoliazioni, di soprusi, di negazione dei diritti, di mancato riconoscimento e rispetto dell’identità sessuale, che sono tuttora sotto i nostri occhi. Il festival di settembre tratteggia una larga prospettiva del teatro musicale contemporaneo e del ruolo delle nuove tecnologie, della multimedialità, con programmazione di realtà virtuale e realtà aumentata applicata al suono, secondo forme e generi nuovi, codificati dai compositori coinvolti nel festival”.

Ars Ludi (ph Leonardo Puccini) Biennale dal vivo 2022
Ars Ludi (ph Leonardo Puccini)

Il programma (dal 14 al 25 settembre)

Intitolata Out of Stage, la Biennale Musica 2022 presenterà nuovi lavori di teatro musicale sperimentale commissionati a Simon Steen-AndersenHelena TulveMichel van der AaPaolo Buonvino e Annelies Van Parys, oltre a prime italiane di nuovi progetti di Alexander SchubertRino Murakami e Ondřej Adámek co-prodotti con altre istituzioni europee. Di Giorgio Battistelli, Leone d’oro alla carriera del 2022, sarà realizzata una nuova produzione di Jules Verne eseguita dai performer di Ars Ludi, Leone d’argento 2022, nella serata inaugurale del festival al Teatro la Fenice. Battistelli, autore di questa fantasia da camera in forma di spettacolo sarà impegnato anche nella inedita veste di regista.

Il programma del festival prevede inoltre alcuni classici del “teatro strumentale” di Mauricio Kagel, Georges Aperghis e lavori di compositori riconosciuti in questo ambito come Carola Bauckholt e François Sarhan.

Ci saranno le voci del compositore curdo-iraniano Mehdi Jalali, della statunitense di origine africana Yvette Janine Jackson, di Klein, performer nigeriana attiva a Londra, del compositore e producer americano di origini taiwanesi X. Lee, del compositore di musica elettronica fiorentino Daniele Carcassi e del gruppo di compositori nativi americani messo in luce dal progetto collettivo dello Shenandoah Conservatory.

Biennale College

Il programma di Biennale College – progetto della Biennale di Venezia dedicato alla formazione dei giovani – si interseca ai tre festival con un ciclo di masterclass destinato ad attori, performer, danzatori, drammaturghi, cantanti, video artisti, registi, giornalisti, scrittori, studiosi. 

Big Art Group - Broke House (ph Ves Pitts) - Biennale dal vivo 2022
Big Art Group – Broke House (ph Ves Pitts)

Per informazioni sui programmi e sulle candidature di Biennale College, si può aprire la pagina relativa a formazione artistica e stage.

Tutti i programmi

È invece la pagina ufficiale della Biennale di Venezia, quella da raggiungere per avere il quadro completo della programmazione dei tre festival, oltre che delle altre sezioni.

Biennale Teatro 2021. Venezia è blu. Non ostinatevi a guardare il grigio.

Si conclude oggi a Venezia l’edizione 2021 della Biennale Teatro. Sempre un buon punto di osservazione per ciò che accade sulle scene europee. Quelle più interessanti. E non solo.

AB IMIS / iolagemmainnestai di Stellario di Blasi / ©Andrea Avezzù
AB IMIS / iolagemmainnestai – Stellario di Blasi / ph©Andrea Avezzù

Blu dappertutto. È blu, insolitamente, l’acqua della laguna mentre il vaporetto mi fa scivolare vicino all’isola di San Giorgio. Sono blu le strisce di vernice che Stellario Di Blasi si spruzza sul corpo, modellato e performante, di fronte a una facciata bianchissima, in campo Santo Stefano. E blu of course è il catalogo di un buon chilo e trecento pagine che accompagna, con un onorevole sforzo editoriale, questa Biennale Teatro 2021.

Blu equivale a libertà. Lo scrivono Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori alla prima tappa del loro Festival internazionale di teatro. Che nonostante le intenzioni anche quest’anno è andato incontro a restrizioni. Purtroppo.

Il G20 dei grandi del pianeta ha sequestrato i tradizionali spazi della Biennale dal vivo e blindato gli alberghi con carabinieri e polizia.

La finale di Coppa va a cascare proprio sulla giornata finale, mentre le temperature, anche quella emotiva, precipitosamente salgono.

L’epidemia per niente domata costringe ad alcune rinunce d’artista. E rende burocraticamente faticosa la visione agli spettatori: termocontrollati, tracciati in digitale, mascherinati, distanziati, tutti ci accomodiamo sulle nostre seggioline, diligenti e mesti, anche all’aperto, mentre su vaporetti, in negozi e locali pubblici, prevale la regola della calca.

L’esuberante gruppo di spagnoli, che sotto il ponte di Rialto, verso mezzanotte, sembra voler danzare la zarzuela con i boccali di birra in mano, fa almeno colore. Così Venezia torna ad essere la Disneyland d’Italia. Con grande scorno del poco distante parco tematico sul Garda. Che vive di misure di sicurezza.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù

Un festival è un festival è un festival

Scrivo parecchie sciocchezze, lo so. Ma un festival è un festival è un festival è un festival. E in un festival l’atmosfera conta. Lo sanno bene i festival atmosferici, come Santarcangelo (pure lui in corso) o Spoleto (idem) o Mittelfest (quest’anno partirà a fine agosto), dove il posto e la gente fanno evento, magari più che gli spettacoli.

Biennale Teatro 2021 tiene comunque fede al mandato e ci ragguaglia su ciò che il teatro europeo costruisce di più interessante. Quando dico interessante, uso l’espressione in modo personale. In pratica: a me interessa poco vedere spettacoli ben fatti, che sembrano però essere nati nel secolo scorso. Guardo piuttosto nella direzione di ciò che odora d’oggi e di futuro. Ciò che segnala nuove strade, o le indica almeno come probabili.

Perciò le scelte principali di Ricci e Forte mi sono sembrate giuste. Il polacco Krzysztof Warlikowski, l’ungherese Kornél Mundruczó, il tedesco Thomas Ostermeier. Tre bei nomi, in grado di scansare la modellizzazione franco-britannica e di ricordarci che il significato della parola regia va cambiando. Eccome. Tanto per dire: la scelta del portoghese Tiago Rodriguez alla direzione del Festival di Avignone è un altro segno.

Il tema regia è parecchio movimentato (ecco: interessante, appunto) e sono contento di averne parlato pure altre volte in questi post e in un recente articolo su Hystrio. Anche i registi della attuale generazione cinquantenne mi paiono aver abbandonato il formato della regia tardo novecentesca, a favore di materiali di racconto (o di non-racconto) che non hanno bisogno di rifarsi al canone teatrale classico (da Shakespeare in giù) né di fare appello all’incidenza politica del teatro (uno dei canoni novecenteschi, da Brecht in poi).

Cinema, libri, fotografia, poesia, canzoni, tecnologie audiovisive, sono il contemporaneo nutrimento.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Ostermeier

Lo dice con chiarezza Ostermeier. Rispondendo a una domanda di Andrea Porcheddu sul valore politico del lavoro che ha presentato a Venezia, assieme allo scrittore Edouard Louis, il regista sostiene che in termini politici il teatro non sposta una virgola. A lui interessa invece lavorare su storie e temi che lo colpiscono, che abbiano adesso e qui una necessità. Che movimentino i pensieri, oggi. E Qui a tué mon père (libro di partenza e interpretazione sono di Louis, la regia è di Ostermeier) parla appunto di qualcosa che non è politico nel senso che abbiamo avuto davanti agli occhi decine se non centinaia di volte visto (alla Milo Rau, tanto per capirci). Né solo individuale, per quanto sia autobiografico. Ma ci riguarda come collettività pensante.

Incide sulla percezione contemporanea della sessualità, per esempio. Ci interroga sui modelli di genere e mostra con precisione cosa sia la mascolinità. Quella tossica. Lo fa raccontando il rapporto tra un padre e un figlio. Dove a essere sbagliato, non è il figlio gay, ma il padre omofobo. Spettacolo che non va sicuramente a piacere a coloro che osteggiano (o furbescamente mediano sul Ddl Zan). Ma quelli a teatro mica ci vanno. Che gliene importa.

Qui A Tué Mon Père - ph ©JeanLouisFernandez
Qui A Tué Mon Père – ph ©JeanLouisFernandez

Se lo dice Mundruczó

Anche lo spettacolo di Kornél Mundruczó, testa pensante e bella del cinema e del teatro di oggi, sembrerebbe parlare di politica. Tra gli spettatori, molti sollevano il fantasma di Viktor Orbán, anche se lo spettacolo ha debuttato una decina di anni fa e Mundruczó vive a Berlino.

Il sapiente regista ungherese (Imitation of life, vedi qui, è davvero uno dei capolavori del decennio) mi sembra piuttosto deciso a preparare uno splatter farcito di sfruttamento della prostituzione, torture, pratiche abortive, sangue finto a fiotti (a tratti perfino ingenuo come i film horror degli anni ottanta). Lo confeziona dentro a una storiella di fantascienza e di fantapolitica e lo intitola : Sapessi com’è difficile essere un dio (Hard to be a God). Abbastanza ironico, non pare anche voi?

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Anche lui, interrogato sul messaggio politico che vorrebbe tramettere agli spettatori, dichiara: “Non credo di dover trasmettere nemmeno una parola. Sono loro che devono mettere insieme una storia”. E a lato aggiunge: “Direi che il 2020 ha cambiato il mio approccio alla vita. Le ha dato una visione più chiara di ciò che è davvero importante e di ciò che non lo è”. Se non è chiaro cosi.

Hard to be a God di Kornel Mundruzco / ©Andrea Avezzù
Hard to be a God / ph ©Andrea Avezzù

Warlikowski e il suo We are leaving non sono riuscito a vederli. L’ho incontrato altre volte però al Premio Europa per il Teatro e ho visto una manciata dei suoi spettacoli. Direi che mi posso fidare. Interessante anche lui. Se poi si ritrova in mano il Leone d’oro della Biennale Teatro 2021, una ragione ci sarà.

Basta un po’ di Google, no?

Non posso nemmeno parlarvi di Kae Tempest, che è autor*, poet* e artist* discografic* (gli asterischi li ho messi apposta, e anche un po’ a caso, ma ci stanno, eccome). Alla fine ho dovuto abbandonare il blu di Venezia in fretta e furia. Ma saranno sicuramente in tanti a parlarne. Basta un po’ di Google, no?

Conclusione banale di questa nota, decisamente lunga. Se avete bisogno di sciropparvi ancora uno Shakespeare, un Pirandello, un Beckett, o una regia ben fatta, abbonatevi pure alla stagione del teatro sotto casa. Da quelle parti di solito si vede tutto grigio. Se siete invece curiosi di sapere dove va il teatro, e che posto avrà nel nostro vivere nei prossimi dieci anni, tornate a Venezia il prossimo anno. Potreste restare sorpresi.

Non più triste Venezia. La Biennale dal vivo 2021 è fatta di corpi, che tornano in presenza

Annunciati questa mattina in una stream-conferenza stampa da palazzo Giustinian i programmi dei tre festival della Biennale di Venezia (Teatro, Danza, Musica). Prenderanno il via il 2 luglio, quando i teatri potranno accogliere il loro interlocutore principe: il pubblico. 

Viene in mente Charles Aznavour. Viene in mente una vecchia canzone. Tutti però vogliamo credere che non sarà triste Venezia la prossima estate, quando una nuova edizione della Biennale da vivo – Teatro, Danza, Musica – tornerà a fare da punto di attrazione. Soprattutto per chi del digitale non ne può proprio più. E alle zoomate, alle call, agli stream, vorrebbe sostituire da subito il tattile.

Wyjezdzamy, regia di Krzysztof Warlikowski (ph. Magda Hueckel), uno degli spettacoli della Biennale Teatro 2021

Il primo senso

Che cosa c’è di più tattile del corpo? Il tatto è First sense, il primo senso, proprio come Wayne McGregor, coreografo britannico, direttore della sezione Danza, ha deciso di intitolare il suo programma 2021.

Mentre intitolavano Blue il loro, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori per il Teatro, hanno pensato che di quel colore è il pigmento della speranza.

E Lucia Ronchetti, alla guida della Musica, ha capito subito che una processione – Moving still processional crossings – poteva essere l’idea più adatta per dare forma corale all’aspettativa di tutti.

Così ha previsto un muoversi assieme di tante persone, un corteo, perché un corteo è insieme rito religioso, gesto di protesta, fenomeno migratorio, e lo farà sfilare in tutta la città, a settembre, riportando l’attenzione“sul dovere e sul potere di andare altrove”.

Infatti: avanti e altrove dobbiamo andare. Consapevoli che questo anno e mezzo di transizione epidemica, è stato anche un salto di specie performativa. Un lungo evento, che dopo aver devastato il settore dello spettacolo, sta contribuendo anche alla sua evoluzione. Ci stiamo trasformando, perché così vanno le cose del mondo. Con buona pace dei nostalgici.

il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo
il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo

Le pepite della Biennale

Quelli appena illustrati sono solo segnali, ben più solidi sono i programmi che i quattro direttori hanno congegnato, e com’è nella mission della Biennale, mettono in primo piano l’innovazione, rapportandola a ciò che in anni recenti si è consolidato.

Così, nel cartellone di Teatro, che prenderà avvio il 2 luglio, un ampio sguardo internazionale metterà in sintonia i nomi importanti della regia contemporanea. Dal polacco Krzysztof Warlikowski, Leone d’oro 2021, all’ungherese Kornél Mundruczó, a altre presenze costanti delle passate Biennali: il tedesco Thomas Ostermeier e i catalani dell’Agrupación Señor Serrano.

Biennale 2021 - Agrupación Señor Serrano The Mountain / ©Jordi Soler
Agrupación Señor Serrano ( ©Jordi Soler)

Mettendo però loro accanto certe “pepite” (copyright Gianni Forte) che i due direttori sono riusciti a setacciare con l’accuratezza di uno sguardo che punta una generazione che negli anni scorsi si è allenata proprio nei College della Biennale.

Paolo Costantini, regista 25enne, è una delle figure da seguire con attenzione, e Filippo Andreatta, architetto convertito al teatro, è davvero uno che c’ha una marcia in più. Se, senza pudore alcuno, non si fa problemi a intitolare il suo futuro debutto in Biennale Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

Non mancano alcuni ritorni italiani (Roberto Latini, Danio Manfredini, Lenz Rifrazioni) con spettacoli che l’epidemia avrebbe destinato all’estinzione, ma che ritrovano visibilità su un palcoscenico d’onore, come quello veneziano.

Filippo Andreatta - OHT
Filippo Andreatta – OHT

Rime taglienti e ibridazioni hip hop

L’attesa maggiore – o almeno la mia attesa maggiore – è però per Kae Tempest cui gli stessi ricci/forte hanno voluto attribuire il Leone d’argento 2021. Lo hanno fatto “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi – si legge nella motivazione del premio – e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti, tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop”.

Biennale 2021 - Kae Tempest
Kae Tempest

Insomma da questo/a perfomer e dal suo/a reading poetico e musicale The Book of Traps & Lessons, mi aspetto una grande esperienza.

In proposito leggi un mio precedente post dedicato ai Leoni d’oro e d’argento di questa Biennale 2021.

Danza e Musica per Biennale 2021

Concepito in senso radicalmente fisico è il cartellone di Danza (a partire dal 23 luglio) presentato dal coreografo Wayne McGregor.

ritratto di Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre ©Phil Griffin
Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre (©Phil Griffin)

First touch – dicevamo – è il titolo che a star di forte impatto mediatico (Michail Baryshnikov danzerà su una partitura verbale congegnata da Jan Fabre) interseca sguardi aperti verso l’odierna danza africana (Germaine Acogny è famosa per la sua Scuola di sabbia, in Senegal), verso la Cina (Xie Xin e Yin Fang) e naturalmente l’Italia (Marco D’Agostin ha dedicato Best Regards, allo scomparso Nigel Charnock, dei DV8 Physical Theatre)

Best Regards, la coreografia di Marco D'Agostin (ph.© Roberta Segata)
Best Regards, la coreografia di Marco D’Agostin (ph.© Roberta Segata)

Molto focalizzato sarà invece il programma della sezione Musica (che parte il 17 settembre). La compositrice Lucia Ronchetti lo ha intitolato Choruses, drammaturgie vocali e costruito come un “pellegrinaggio dell’ascoltatore”, in una selezione della scrittura corale a cappella nei suoi sviluppi di questi ultimi 20 anni, che tuttavia non esclude le live-electronics. Per esempio nelle proposte di Christina Kubitsch per la Cappella Marciana della Basilica di S. Marco.

Informazioni più approfondite si possono ricavare dai tre calendari ospitati sul sito ufficiale della Biennale, ma un viaggio a Venezia – e io ve lo raccomando – andrebbe comunque messo in programma.

Perché la presenza – come tutte le cose – si apprezza solo dopo che è venuta a mancare. 

Lo sapeva anche Charles Aznavour, del resto.

Annunciati a Venezia i Leoni 2021 della Biennale Teatro. Scopriamoli assieme

La notizia è di pochi minuti fa e ve la giro subito. Viene da Venezia, da Palazzo Giustinian, dai saloni in cui si progetta il presente e anche il futuro della Biennale.

Krzysztof Warlikowski nel film a lui dedicato: Nowy Sen, New Dream

Accogliendo la proposta di Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte), direttori del settore Teatro, il Consiglio di Amministrazione dell’Ente ha individuato gli artisti cui assegnare, nel prossimo mese di luglio, il Leone d’oro e il Leone d’argento per il Teatro della Biennale di Venezia.

Riprendo pari pari il comunicato ufficiale.

È il regista polacco Krzysztof Warlikowski, figura emblematica del teatro post-comunista che ha marcato la scena internazionale creando visioni memorabili, il Leone d’oro alla carriera per il Teatro 2021. 

Il Leone d’argento viene tributato all’inglese Kae Tempest, insieme poeta, autore per il teatro e di testi narrativi, rapper e performer di travolgenti e affollatissimi reading”.

La premiazione avrà luogo nel corso del 49. Festival Internazionale del Teatro, prevista dal 2 al 11 luglio 2021. Queste le motivazioni:

Krzysztof Warlikowski 

Da più di vent’anni Krzysztof Warlikowski così la motivazione – è fautore di un profondo rinnovamento del linguaggio teatrale europeo.

Utilizzando anche riferimenti cinematografici, un uso originale del video e inventando nuove forme di spettacolo atte a ristabilire il legame tra l’opera teatrale e il pubblico, Warlikowski sprona quest’ultimo a strappare il fondale di carta della propria vita e scoprire cosa nasconde realmente

Presente con le sue regie teatrali nei maggiori festival di tutto il mondo – dall’Europa alle Americhe – e con i suoi allestimenti lirici nei più importanti teatri d’opera – da Parigi a Londra e Salisburgo – Krzysztof Warlikowski è “un artista libero – scrivono ricci/forte – che apre brecce poetiche illuminando con un fascio di luce cruda il rovescio della medaglia; che rompe la crosta delle cose toccando le coscienze; che scende nelle viscere del dolore e mette in discussione con ironia le ambiguità sia della Storia con la “s” maiuscola sia quelle della nostra esistenza individuale, offrendoci la visione di una società minacciata da cambiamenti radicali e sempre più assediata da una tentacolare classe dirigente di predatori famelici, evidenziando la violenza nei rapporti sociali e familiari e il bisogno urgente che l’emozione di un puro e semplice desiderio d’amore ci può donare“.

Krzysztof Warlikowski
Warlikowski in una foto Maurycy Stankiewicz

Kae Tempest

Kae Tempest è “la voce poetica più potente e innovativa emersa nella Spoken Word Poetry degli ultimi anni – recita la motivazione – capace di scalare le classifiche editoriali inglesi e raccogliere consensi al di fuori dei confini nazionali per il coraggio ardimentoso nel dissezionare e raccontare con sguardo lucido angosce, solitudine, paure e precarietà di vivere, i più invisibili eppure concreti compagni di vita della nostra epoca – tra identità, ipocrisie e marginalità vissute anche sulla sua pelle – scaraventandosi contro l’odierna morale imperante e opprimente”.

A Kae Tempest, con una candidatura ai Brit Awards 2018 e riconoscimenti intitolati a Ted Hughes e T. S. Eliot, è ora attribuito il Leone d’argento per il Teatro 2021 – scrivono ricci/forte – “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti – tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop – arrivando a parlare col cuore a un pubblico sempre più vasto, entrandoti fin dentro le ossa, costringendoti a specchiarti nella tua dolorosa intimità”.

The Book of Traps & Lessons è il più recente dei reading di Kae Tempest e verrà presentato in prima esecuzione per l’Italia al 49. Festival Internazionale del Teatro.

Kae Tempest
Tempest in una foto di Julian Broad

I Leoni del passato

Varrà la pena, inoltre, ricordare che in passato il Leone d’oro alla carriera per il Teatro è andato a Ferruccio Soleri (2006), Ariane Mnouschkine (2007), Roger Assaf (2008), Irene Papas (2009), Thomas Ostermeier (2011), Luca Ronconi (2012), Romeo Castellucci (2013), Jan Lauwers (2014), Christoph Marthaler (2015), Declan Donnellan (2016), Katrin Brack (2017), Antonio Rezza e Flavia Mastrella (2018), Jens Hillje (2019), Franco Visioli (2020).

Il Leone d’argento, riservato al teatro del futuro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel dare spazio a nuovi talenti, è stato attribuito a Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015), Babilonia Teatri (2016), Maja Kleczewska (2017), Anagoor (2018), Jetse Batelaan (2019), Alessio Maria Romano (2020).

Dei festival della Biennale Teatro, fino allo scorso anno guidata da Antonio Latella, QuanteScene! si è occupata in parecchie occasioni.

E non solo del teatro. In questo post di qualche mese fa, per esempio parlo del libro Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia: l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale Arte e la Storia, quella con la esse maiuscola.

Le muse inquiete

D’Annunzio karaoke e un playboy da strapazzo. Biennale 2020

Ciuffo identico a John Travolta in Grease (1978). Parole di Una lacrima sul viso a Sanremo (1964). Canta Gabriele D’Annunzio. La città morta (1896), modalità karaoke.

La città morta - regia Leonardo Lidi - Biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

Non ho visto tutti gli spettacoli programmati a Venezia, per la 48esima edizione del festival della Biennale Teatro. Ma una buona parte sì. L’impressione di fondo è che il tema lanciato dal direttore Antonio Latella – la censura, l’autocensura – sia rimasto un tema. E che ciascuno degli artisti invitati abbia intrapreso la propria avventura. L’avventura che avrebbe intrapreso comunque. A prescindere dal tema. 

Geltrude Stein, che la sapeva lunga, sosteneva che una rosa è una rosa è un rosa. Ugualmente, un tema è un tema è un tema. E si può svolgere a piacere, rischiando, come succedeva a scuola, di finirne fuori. Il fuori tema resta, a mio modo di vedere, la cosa più interessante di questa Biennale Teatro 2020. Forse di tutte le Biennali.

Censura e autocensura

Certo, un giovane come Leonardo Manzan, ci si è messo d’impegno. Su censura e autocensura ha ricamato parecchio. Ha proposto agli spettatori un muro bianco e lo ha animato per una buona ora e mezza. Con giochini paradossali di senso battuti sulla tastiera. Con fori, pertugi, buchetti da cui sono spuntati mani e altri oggetti (anche un pene, a dire il vero). Con dialoghi immaginari tra Giordano Bruno, Pasolini, il marchese De Sade. Perfino con un karaoke snobbato un po’ dagli spettatori (per la cronaca, Felicità di Al Bano e Romina). 

Glory Wall - di Leonardo Manzan e Rocco Placidi - Biennale 2020
Glory Wall – di Leonardo Manzan e Rocco Placidi

Che sono trovate divertenti, pure ben congegnate, discretamente colte e giovanilmente pop. Ma ben lontane dal fare di questo Glory Wall, uno spettacolo memorabile e circuitabile. Anche se la Giuria internazionale ha giustamente deciso di premiare tanta intraprendenza, con la targa di migliore spettacolo di questa Biennale. 

Per un ventottenne, che si era fatto valere lo scorso anno, con Cirano deve morire (sempre scritto a quattro mani con Rocco Placidi) non è male. “Niente da dichiarare, oltre il mio genio”, dice lui, azzardando tanto. Più cauti, noi preferiamo stare a vedere.

Un tema è un tema è un tema

Il fuori tema di due fra i nomi più interessanti della scena italiana oggi – Liv Ferracchiati e Leonardo Lidi – è la faccenda che più mi ha colpito. Entrambi si sono occupati di rivitalizzare testi di oltre un secolo fa. Nel caso di Ferracchiati la Commedia senza titolo, conosciuta anche come Platonov, di Anton Cechov (1881). Nel caso di Lidi, La città morta (1896) di Gabriele D’Annunzio, tragedia poco rappresentata, e anche poco rappresentabile, oggi. 

Io non so cosa spinga due trentenni a prendere in mano testi che sono stati scritti cent’anni prima che loro nascessero, e che non sono nemmeno i prodotti migliori di quegli autori. Avrebbero un sacco di altre cose di cui occuparsi, oggi, Liv e Leonardo. E a dire il vero, se ne sono occupati. 

Ma a parte la necessità di circuitare gli spettacoli (entrambi prodotti dal Teatro Stabile dell’Umbria, per il quale Cechov e D’Annunzio suonano come una sicurezza), suppongo che il loro sia l’impeto di una sfida, un coraggioso orgoglio che li spinge a tentare imprese difficili, su testi laterali. Tutti e due hanno personalità forti e idee chiare. Per dirla con parole più difficili: piace a loro rigenerare i testi. In veste di registi quanto di autori – sarebbe bello qui usare il termine ri-autori – smontano il testo e gli assicurano una struttura nuova. Ma ne mantengono la superficie, e in parte, la riconoscibilità. Potremmo chiamarla retro-drammaturgia, se fossimo in vena di definizioni.

La città morta - Leonardo Lidi - biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

In La città morta, Leonardo Lidi si sbarazza di almeno due personaggi (sui quattro originali), aggiunge al cast lo stesso autore, Gabriele il Vate, e lo fa cantare come Bobby Solo. Invece che nell’antica Micene, dov’era ambientato l’originale, qui siamo sulla tribunetta di un campus universitario americano, con tanto di Gigi il bibitaro. Incontriamo inoltre il Travolta di Grease e l’Harrison Ford dell’Arca perduta. La modalità prevalente è la parodia.

Infatti il pubblico ride. Non per il meccanismo parodico però: per le strizzatine d’occhio. Sono pur bravi Christian La Rosa, Mario Pirrello e Giuliana Vigoga. Ma La città morta non è I Promessi sposi. E loro non sono il trio Solenghi-Marchesini-Lopez. Intelligente com’è, Lidi non li spinge a tanto. In compenso Insieme a te non ci sto più di quei due geni di Pallavicini e Conte, che è un bel finale per una tragedia, resta per un bel po’ nelle orecchie. Si muore un po’ per poter vivere.

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Si muore per poter vivere anche in Platonov. Punture d’ironia sembrano attraversare il testo riscritto da capo da Liv Ferracchiati. A tratti è proprio sarcasmo nei confronti di quel playboy da strapazzo che è il protagonista. Ferracchiati ci si immedesima un po’. Anzi tanto. Ma l’understatement che è la sua arma migliore, consiglia di farlo interpretare a un altro (Riccardo Goretti, a cui l’aria piaciona sta proprio bene) mentre per sé Ferracchiati riserva il ruolo di Lettore (“che prende troppo su serio quello che legge”).

Lettore che entra a gamba tesa nello spettacolo, interloquendo con i personaggi. Intanto, con la forbice, Ferracchiati ha già tagliato due terzi del cast, salvando solo le femmine innamorate di quel Don Giovanni ubriacone che sta nel titolo. Francesca Fatichenti, Alice Spisa, Petra Valentini e Matilde Vigna potrebbero essere le donne di un girotondo schitzleriano, invece sono quattro figurini, spassosi come sarebbe piaciuto a Cechov. E la pistolettata finale capita un po’ per caso. 

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Lidi e Ferracchiati

Li ammiro entrambi per questo coraggio. Ma ho l’impressione che lo strumento con cui destrutturano il testo – la parodia nel caso di Lidi, l’ironia nel caso di Ferracchiati – non sempre porti al miglior risultato. 

Inevitabilmente i testi, scelti da loro con cura e con impegno rigenerati, si sviliscono, diventano tracce, perdono valore. E nel caso in cui non siano universalmente noti (come questi titoli) non si comprende tutto il lavoro costato al ri-autore regista. Forse non si capisce nemmeno quel che succede in scena. Il fascino è il fascino della superficie. A me, tutti e due, paiono capaci invece di ben altro.

Però li stimo (vedi qui un post su Ferracchiati, vedi qui per Lidi, oppure qui) e mi fa anche piacere vederli avventurarsi fuori tema. 

P.S. Qualcuno mi dovrà spiegare come mai questi trentenni, questa generazione, dovendo citare, cita preferibilmente il pop musicale che è appartenuto alla mia, di generazione. Bobby Solo, Salvatore Adamo, Caterina Caselli. Romina e Albano… In altri spettacoli di questa Biennale risuonavano di continuo Mina, Battiato, Patty Pravo, la Carrà… Bisognerà capire.

– – – – – – – – – – – –
GLORY WALL
di Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini
regia Leonardo Manzan
scene Giuseppe Stellato
produzione Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello / Elledieffe

– – – – – – – – – – – –
LA CITTÀ MORTA
da Gabriele D’Annunzio
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Christian La Rosa, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna scene Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Dario Felli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e La Corte Ospitale

– – – – – – – – – – – –
LA TRAGEDIA È FINITA, PLATONOV
dal Platonov di Anton Čechov
riscrittura di Liv Ferracchiati
con Francesca Fatichenti, Liv Ferracchiati, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna
regia Liv Ferracchiati
dramaturg di scena Greta Cappelletti
scene Lucia Menegazzo e Emiliano Austeri
costumi Francesca Pieroni
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

Venezia a media luz. Il Klub Taiga alla Biennale 2020.

Venezia è sempre bellissima. E carissima. Ma a settembre ancora di più. E poi c’è il virus, che seleziona turisti e spettatori. Non sono pochi: sono giusti. Così Venezia ritorna vivibile. Soprattutto la sera, con le sue ombre, le penombre, le oscurità.

E l’Arsenale, dove La Biennale Teatro presenta la maggior parte degli spettacoli, è un luogo fantastico, a media luz.

Chincaglierie

Vi parlo adesso dello spettacolo che ho visto ieri sera. Anch’esso a media luz.

Entrando nel Teatro delle Tese: divani, abat-jour verdi, luci soffuse, candelieri, tavolini, sopra uno di questi un piccolo mappamodo, tappeti, vassoi, stracci, scialli, ciaffi, sgabelli intagliati, bottiglie di vodka. Ma soprattutto nebbia, che non ci si vede quasi nulla. Detto così sembra tutto un po’ antico, l’antiquariato cheap di cui Venezia è regina, art-decò, chincaglieria.

Klub Taiga - Industria Indipendente 1

E invece, via via che la nebbia si dirada, e non sparirà mai del tutto, via via che il suono si fa musica dal vivo, via via che le luci diventano lame, e puntano dritto in faccia allo spettatore, ecco che lui, lei, gli spettatori, con gli occhi strizzati da bagliori e ombre, hanno la percezione di trovarsi su di un orlo, sul limite. Precisamente non saprei dire quale limite. Di sicuro è il limite al di qua del quale ci sono i testi ben scritti, le storie, i messaggi, i personaggi, la regia. Al di qua del quale ci sono anche il concerto, la performance, l’evento.

Niente di tutto questo in Taiga Klub, che è solo atmosferico. E credo che così mi piace.

Klub Taiga - Industria Indipendente 2

Atmosferico

“Nel KLUB TAIGA non esistono temperature tropicali, fa sempre freddo. Chi abita questo luogo oscilla tra la ricerca di saperi nascosti, sedute spiritiche e pratiche di conservazione. Le creature che abitano il KLUB TAIGA tendono a essere multiformi, cambiano spesso aspetto e sono fluide nel tentativo di sopravvivere alle rovine. KLUB TAIGA è un dispositivo in divenire, un luogo nascosto e scuro, all’interno del quale vive e cresce un organismo pluripensante e agente, un unicocorpo fatto di più corpi”.

Klub Taiga. Cosi lo raccontano loro, i creatori. Un po’ siberiano effettivamente. La produzione è del Teatro di Roma – teatro nazionale. Ma dentro al gruppo di lavoro di Industria Indipendente ci sta gente assai poco istituzionale.

Klub Taiga - Industria Indipendente 3

“Con i nomi Bunny Dakota e Stigma Rose creiamo ambienti a quattro mani, in cui la pratica del tatuaggio e della trasmissione di saperi si mescola alla musica live e ai DJ set, dando vita a universi immaginari aperti e da abitare insieme”.

Anche se in testa si è infilata un burqa, o uno scialle – non so, non vedo bene – riconosco l’andatura tipica di Federica Santoro e i suoi modi di dire inconfondibili. Nei movimenti sinuosi serpenteschi di una dea Kalì, in primo piano, mi pare di capire che c’è Annamaria Ajmone. E là nell’oscurità interiore (Dear darkness è il sottotitolo) dev’esserci Luca Brinchi che sposta i cursori e si occupa di live electronics. A media luz, naturalmente.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Immersivo

Ora la luce taglia la nebbia e crea altri piani d’orizzonte. Emerge da questo mare obliquo, un fantasma in controluce, poi graffiti colorati, fucilate di lampi, abat-jor intermittenti. La figura nera si immerge, scompare, e poi riemerge.

Tra i suoni che si accumulano senza interruzione, Shazam mi restituisce Ritual dei Bunlots e Breachbreze di Nic Toms, ma a prevalere è un basso profondo, loundness che mette in agitazione lo stomaco. La materia sonora può essere poesia concreta. Federica Santoro parla parla parla, come immagino facesse Majakovskij cent’anni fa.

“Ossa di spirochete
Mandibola impavida
Riconosce le macchie in fondo allo stagno
Corre veloce morde forte
La parola dentro la pietra
Non c’è formula,
Nessun numero pericolante
Ma un certo tipo di melodia”.

Se non fosse una brutta parola, oggi, direi, avanguardia. Tra il pubblico, infatti, qualche signora abbandona la gradinata, sgaiattolando via silenziosa. Determinata, Santoro impone “10 secondi di silenzio”. Ed così.

Venezia Arsenale

Subito dopo tutto riprende ed è un imbuto di nuvole roteanti che ci inghiotte. Da un ceppo, o chissà, un tronco d’albero, sulla sinistra, sgorga qualcosa come sangue. E si muovono invasate le quattro donne: seduta spiritica, o conciliabolo mediorientale. “Pausa Pausa Pausa“.

L’anta di uno mobiletto sbatte da sola, meccanicamente. La casa è quella delle finestre che ridono. Salta fuori un tamburo. Tribale. Ma anche una batteria. Parossistico il beat. Le donne poi fanno circolo. Come a Beirut distrutta. Fine.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Insomma, lo avete – capito: lo show immersivo di Klub Taiga mi è piaciuto. Parecchio. Delle altre cose che ho visto in questi giorni, vi parlo nei prossimi post. Stay tuned.

– – – – – –

KLUB TAIGA
(Dear Darkness)

di Industria Indipendente
con Annamaria Ajmone, Erika Z. Galli, Steve Pepe, Martina Ruggeri, Federica Santoro, Yva&The Toy George e con Luca Brinchi
immagini / visioni / segni Dario Carratta, Timo Performativo, Floating Beauty costumi TEIN clothing
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale con il sostegno di Angelo Mai

Biennale Teatro 2020. E se giocassimo a nascondino?

Nascondino? No. Parla di ciò che è nascosto e di ciò che si svela, l’edizione 2020 del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia. Si svolgerà dal 14 al 25 settembre. Il direttore Antonio Latella ha deciso di dedicarla a un tema molto antico. E se uno ci pensa bene, anche molto contemporaneo. La censura.

Nascondino - Biennale Venezia

“Non nascondetemi. Mi nascondo già da sola – dice Mariangela Gualtieri – la trama nascosta è più forte di quella manifesta”.

“Non nascondetemi. Perché mi sono nascosto e ci siamo nascosti troppo a lungo – dice Antonio Ortoleva – e perché in giro c’è sicuramente roba che vende meglio di noi”.

“Non nascondeteci: siamo bellissime” aggiungono Nina’s Drag Queens, sventolando piume di struzzo. Come se fossero (e da un certo punto di vista lo sono) un segnale di visibilità.

Dal 14 al 25 settembre

La progettazione del Festival della Biennale Teatro – la quarta per Antonio Latella – lo ha portato a ragionare su tutto ciò che consapevolmente, o inconsapevolmente, si censura. È per questo che, con un gioco di parole, l’edizione 2020 si intitola Nascondi(no).

“Perché siamo condizionati – dice Latella – dalla società, dalla cultura, dall’educazione, dal nostro ceto sociale o dal politicamente corretto. Per Venezia ho pensato a tutto ciò che viene censurato perché altri ce lo impongono. A tutto ciò che censuriamo perché siamo noi stessi a imporcelo. A tutto ciò che un teatro nazionale non potrebbe, o non vorrebbe, mai produrre”.

Ma che la Biennale può.

Il programma e le informazioni relative a un’edizione che si svolgerà dentro i limiti delle disposizioni anti-epidemia attive nel mese di settembre, sono sul sito dell’istituzione veneziana. Il comunicato stampa di questo pomeriggio le riassume così.

Il comunicato stampa dell’edizione 2020 del Festival di Teatro della Biennale

E’ immaginato come un “Padiglione Teatro Italia” il 48. Festival Internazionale del Teatro firmato da Antonio Latella, un’esposizione collettiva di artisti italiani in scena dal 14 al 25 settembre a Venezia con 28 titoli per 40 recite, tutte novità assolute attorno a un unico tema, la censura.

“Nei primi tre anni – dichiara il direttore Latella – ho voluto evidenziare artisti internazionali da far conoscere al pubblico italiano. Il quarto anno diventa invece la valorizzazione del teatro italiano. Ho cercato di costruire una mappatura di artisti che sono al di fuori di quelle leggi che regolano la programmazione dei teatri istituzionali. Ma che si stanno imponendo all’attenzione della critica e degli operatori. Artisti che, soprattutto, stanno costruendosi un loro pubblico, fortemente trasversale”.

Questi gli artisti

Leonardo Lidi, Fabio Condemi, Leonardo Manzan, Giovanni Ortoleva e la vincitrice dell’edizione 2019/2020 Martina Badiluzzi sono i registi usciti dal vivaio di Biennale College, nati a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ognuno con la propria fisionomia, una lingua definita con cui scrivono il teatro dei nostri giorni. Con loro anche Caroline Baglioni, promossa dal College Autori Under 40. Vicini, per generazione, sono Pablo Solari– regista, drammaturgo, musicista, nonché autore di serie web con il gruppo satirico “Il terzo segreto di satira” – e Alessandro Businaro, regista e autore.

Le compagnie presenti al Festival, nate tutte nel nuovo millennio, sono formazioni indipendenti raccolte attorno a un’idea, un modo di fare teatro che esca dalle consuetudini. Dal duo AstorriTintinelli, autori di sarcastici adattamenti di classici che hanno in Ceronetti e Leo De Berardinis il loro punto di riferimento, a Biancofango, oggi fra i gruppi più apprezzati; da Industria Indipendente, collettivo di ricerca dedito alle arti performative e visive, a Babilonia Teatri, già premiati con il Leone d’argento alla Biennale di Venezia nel 2016; da Nina’s Drag Queens, che rileggono in chiave ironica e iper-espressiva, ovviamente en travesti, classici della tradizione teatrale, al Teatro dei Gordi, tutti attori e attrici della Scuola “Paolo Grassi” di Milano diretti da Riccardo Pippa, fino alla più recente formazione tutta al femminile di UnterWasser, fondata nel 2012 da Valeria Bianchi, Giulia De Canio, Aurora Buzzetti, che sono performer, autrici, ideatrici, costruttrici degli oggetti scenici delle loro opere, “installazioni mobili” tra teatro e arte contemporanea.

Una ricerca autonoma

Nel solco di una ricerca autonoma si muovono Daniele BartoliniFilippo CerediLiv Ferracchiati, Antonio Ianniello, Giuseppe Stellato.

Da Firenze alla “spontanea” immigrazione in Canada, Daniele Bartolini affronta temi odierni attraverso la partecipazione attiva del pubblico in contesti performativi site-specific e immersivi; artista visivo, filmaker, performer Filippo Ceredi, che è laureato in filosofia ed è stato assistente alla regia di Marco Bechis, crea installazioni live sotto lo sguardo del pubblico facendo circuitare immagini d’archivio e memoria collettiva; Liv Ferracchiati, alla Biennale Teatro 2017 con la sua Trilogia sull’identità, regista e autore dei suoi lavori;  Antonio Ianniello attore, drammaturgo, regista, con studi sulla percezione, ha sviluppato strange tools, dispositivi che permettono di osservare il proprio processo cognitivo; Giuseppe Stellato, artista e scenografo, autore di un ciclo performativo sul rapporto uomo-macchina, di cui alla Biennale si sono viste le prime tappe.

E ancora: figure consolidate nel panorama nazionale come Fabiana Iacozzilli, che si è imposta all’attenzione con la sua compagnia Lafabbrica, fondata nel 2008, attraverso un teatro sorretto da un forte impianto visivo e scenico; Giuliana Musso, tra le maggiori esponenti del teatro di narrazione e d’indagine, un teatro che si colloca al confine con il giornalismo d’inchiesta, tra indagine e poesia, denuncia e comicità; Jacopo Gassmann, attivo tra teatro e cinema, che ha saputo imporre all’attenzione nuove drammaturgie che si sono affermate in Italia anche grazie alle sue traduzioni.

Infine Mariangela Gualtieri, poetessa, attrice, autrice che ha marcato il rinnovamento del teatro italiano negli anni ‘80. A lei è affidata l’inaugurazione del 48. Festival Internazionale del Teatro con uno dei suoi preziosi “riti sonori”, come sempre guidato da Cesare Ronconi, un rito pensato come inaugurale.

Infine i Leoni della Biennale Teatro 2020

I Leoni del Teatro quest’anno vogliono premiare “artisti che danno e fanno tantissimo per il teatro – come ha spiegato Latella – ma che spesso restano in seconda linea, anche per responsabilità del regista, troppo spesso accentratore, che dimentica quanto il risultato finale sia spesso legato ai collaboratori che sceglie”. 

IlLeone d’oro alla carriera è assegnato a Franco Visioli, musicista e sound designer che ha lavorato con Thierry Salmon, Peter Stein e soprattutto con Massimo Castri, prima di collaborare con lo stesso Latella. “Le sue drammaturgie sono vere e proprie scritture che si aggiungono alla scrittura drammaturgica, creando sinergie che vanno a valorizzare passi fondamentali dell’autore e del regista” (dalla motivazione). 

Il Leone d’argento è assegnato ad Alessio Maria Romano, regista e coreografo che ha lavorato ai movimenti scenici di spettacoli di Luca Ronconi, Carmelo Rifici, Valter Malosti, Sonia Bergamasco, fra gli altri, oltre a impegnarsi nella pedagogia del movimento per la formazione degli attori “insegnando agli attori quanto sia necessaria, soprattutto per la nuova figura dell’attore-performer, la consapevolezza del proprio corpo, e quanto un gesto teatrale possa essere più incisivo di una battuta” (dalla motivazione).

Tornano i turchi. Sono quelli di Pasolini

Oggi, domenica 10, alle 18.00, nella serie di appuntamenti ideati dai Teatri Stabili del Nord-Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Bolzano) per ovviare alla chiusura delle sale, viene presentato I Turcs tal Friûl, di Pier Paolo Pasolini, nella registrazione effettuata nel 1996 sull’aia dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, in Friuli.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Un temporale potente, di quelli estivi, li aveva convinti a desistere. Poi il cielo sopra Venezia si era rischiarato: un miracolo, un tramonto incredibile. Avevano allora lavorato di stracci e di asciugamani, così che noi spettatori ci potessimo accomodare sulle seggiole, in quel piccolo prato dell’Arsenale. In attesa dell’inizio dello spettacolo.

A un certo punto vedemmo arrivare, da lontano, lungo le mura di quel posto che era sempre servito ad armare guerre di mare, un piccolo plotone. Sembrava marciassero in fila, come minuscoli fanti : i turchi bellicosi. Era l’effetto della distanza. Via via che si avvicinavano capivamo che erano gli attori.

Venezia, Biennale Teatro 1995. Ci eravamo andati per I Turcs tal Friûl di Pier Paolo Pasolini. La regia era di Elio De Capitani, le musiche e i cori di Giovanna Marini.

In quel prato dell’Arsenale

Ricordo bene quella serata, giugno 1995, quando un miracolo atmosferico aveva fatto sì che lo spettacolo riuscisse ad andare in scena: un appuntamento speciale quell’anno alla Biennale. Elio e Giovanna erano tra coloro che si erano messi sotto, sudati, armati di asciugamani, per rendere di nuovo agibile quello spazio inedito.

Un miracolo atmosferico chiude anche i Turcs, che è la prima cosa scritta da Pier Paolo Pasolini per il teatro, a ventidue anni, nel maggio del 1944, in lingua friulana.

Nel finale – drammatico, doloroso – una tempesta di polvere si solleva dai campi e tiene lontani i Turchi, pronti a saccheggiare e distruggere un piccolo paese, uno dei tanti nella loro avanzata in Friuli. Poi succede il miracolo. Casarsa, settembre 1499: il paese è salvo.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Nel cortile della casa colonica

Ricordo bene anche un’altra serata. L’anno dopo, quegli stessi Turcs erano andati in scena nella grande corte di una casa colonica friulana – i Colonos appunto – a Villacaccia di Lestizza (UD), paese non troppo distante da Casarsa, il luogo mitico dell’infanzia pasoliniana. Ristrutturati e sede di iniziative culturali, l’edificio, il fienile le mura dei Colonos facevano da sfondo al teatro aurorale di Pasolini.

Più di quanto non fosse capitato a Venezia, il pubblico quella sera, era in perfetta sintonia con quella lingua, che l’autore, 50 anni prima, aveva reso ancora più antica. Filologia sentimentale, scrive Stefano Casi nel suo bel libro sui teatri di Pasolini. Quell’aia, nella campagna friulana, era il luogo esatto.

I Turcs e i tedeschi

Era infatti più facile, qui, vivere e raccontare la sovrapposizione storica che aveva spinto il giovane Pasolini, a cimentarsi con il teatro. Le invasioni turche nel Friuli del 1499 e gli eccidi e le devastazioni prodotte negli stessi luoghi dalle truppe di occupazione tedesca, nel 1944. Coincidenza di numeri e guerre.

I-Turcs-tal-Friul-pagina manoscritto
La preghiera. Manoscritto dei Turcs conservato nel Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia (Ud).

“Forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano” aveva precisato in una lettera di qualche anno dopo. Ritrovato a Casarsa, in una “mitica cassapanca”, il manoscritto era stato pubblicato solo nel 1976. E non fu difficile costruirci sopra una mitologia locale, che vedeva l’antica storia della famiglia Colussi (il nome della madre dello scrittore e regista) diventare una specie di profezia, come spesso si è fatto per la scrittura e il pensiero pasoliniano. Ma l’uccisione del fratello Guidalberto Pasolini (nel controverso episodio di scontro partigiano, alle malghe di Porzûs, febbraio ’45) è successivo alla stesura del testo ( il maggio ’44).

La meglio gioventù

L’allestimento dello spettacolo, nel 1995/96, aveva fatto sì che attorno a Giovanna Marini e a De Capitani si raccogliesse un gruppo entusiasta di giovani (e anche meno giovani) attori. Qualche anno dopo sarebbero diventati la meglio gioventù del teatro del Friuli Venezia Giulia. A sfogliare le immagini – frutto della sensibilità fotografica di Luca d’Agostino – si ritrovano molti dei protagonisti odierni, che la locandina più sotto svela. A guidarli, figura austera e antico volto, la bravura di Lucila Morlacchi.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

La visione stream dei Turcs tal Friûl (dalle ore 18.00 fino alle 24.00, sul sito e sulla pagina Facebook del Rossetti di Trieste) è uno dei tanti appuntamenti di Una stagione sul sofà, progetto di teatro nell’emergenza, ideato dagli Stabili del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e di Bolzano. Vi partecipa anche lo Stabile Sloveno di Trieste che sempre oggi domenica (alle ore 16.00 e per 48 ore) manda in video Zio Vanja con la regia di Ivica Buljan.

– – – – – – – – – –

I Turcs tal Friûl
di Pier Paolo Pasolini
regia Elio De Capitani
interpreti: Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini, Renato Rinaldi, Giovanni Visentin, Francesco Ursella, Angelo Battel, Aldo Baracchini, Claudio Moretti, Claudia Grimaz, Francesca Breschi, Tania Pividori, Sandra Cosatto, Ada De Logu, Claudia Mortali, Chiara Minca, Elena Molinari, Daniela Zorzini, Massimo Somaglino, Elvio Scruzzi, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, Stefano Rota, Monica Aguzzi, Giampaolo Andreutti, Franca Baracchini, Gabriele Benedetti, Marco Brollo, Antonio Cantarutti, Giancarlo Celant, Federico Corubolo, Massimo Furlano, Alessandro Gasparini, Andrea Orel, Maurizio Persello, Alessandro Quarta, Xavier Rebút, Enzo Tonini
scene Carlo Sala
costumi Carlo Sala
musiche e cori Giovanna Marini

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatridithalia e Biennale di Venezia

Biennale, Oktoberfest, red carpet e realismo

A Monaco, l’Oktoberfest non si farà. La notizia che cancella la famosa festa di settembre è di ieri. A Venezia, la Mostra del Cinema si farà. A settembre, come era scritto nel calendario. Lo ha confermato l’altro ieri il presidente della Biennale, Roberto Cicutto.

Red Carpet alla Biennale di Venezia

Chi è stato a Monaco di Baviera – tra boccali di birra e salsicce – chi è stato a Venezia al Lido – e si è pigiato attorno al red carpet per vedere da vicino le star – sa che il rischio, meglio, la certezza di assembramenti, è forte in tutti i due casi.

Di questi tempi, assembrarsi non è una pratica raccomandata. Succederà così anche in autunno.

Chiedere perché cinema sì e birra no, sa di provocazione. Ma costringe a un pensiero in più. Dentro il quale, realismo e buon senso hanno la meglio.

Cinema e birra

Anche la Mostra d’arte cinematografica è una festa. Anche i cinefili sono capaci di perdere la testa per i propri beniamini. E rischierebbero chissà che cosa per conquistarsi un saluto e vuoi mai un autografo. Però il cinema resta pur sempre un’arte a distanza. Per il tempo e lo spazio che ci separano dagli attori. Per le poche file di posti vuoti che ci distanziano dallo schermo.

Autografi alla Mostra del Cinema della Biennale di Venezia

La birra è un lubrificante sociale ed è un’arte di vicinanza. Bere birra da soli è triste. I boccali vanno per forza d’accordo con la bocca. E con le lunghe chiassose tavolate che sono il segno caratteristico della festa bavarese.

Contingentare gli ingressi, tenersi a distanza, sottoporsi al bavaglio delle fastidiose mascherine, dovrebbe essere più facile a Venezia, che non sul prato dell’Oktoberfest.

Oktoberfest

Devono aver pensato così nelle sale della presidenza della Biennale, a Palazzo Giustinan, e attorno al tavolo del governatore della Baviera, Markus Soeder. Consapevoli delle ricadute economiche che cancellare o confermare comporta. Quel festival cinematografico è il più longevo al mondo (77 edizioni, dal 1932). Quell’altra è la festa popolare più famosa del pianeta (450 milioni di euro di bilancio). Due ragionamenti piantati nella realtà delle situazioni, fondati sul realismo. E non, come succede in più parti da noi, sulla spinta emotiva, o per presa di posizione.

La spinta e il salto

Io aggiungo che il calendario della Biennale 2020 (una raffica di date che comprende anche Mostra di Architettura e Biennali dal vivo, ossia i tre festival di Teatro, Danza e Musica contemporanee) rappresenta una spinta all’ottimismo. Per la nostra salute e per quella delle arti.

Sarà complicato, complicatissimo conciliare lo spettacolo dal vivo con i regolamenti e le ordinanze che a settembre imbriglieranno le nostre libertà e le nostre vite. Probabilmente meno stringenti di quelli odierni. Ma sempre limitanti.

Ma il bello, il lato lucido della medaglia, secondo me è proprio qui. Nella sfida a ripensare teatro, danza, musica dal vivo in condizioni nuove, impensabili, diverse. Sarà il momento in cui – forse, ma finalmente – faranno un salto in avanti.

Le date della Biennale 2020

La 17.a Mostra di Architettura (diretta da Hashim Sarkis) si inaugurerà il 29 agosto e resterà aperta fino al 29 novembre 2020.

La 77.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (diretta da Alberto Barbera) è in programma dal 2 al 12 settembre.

Seguiranno poi il Festival del Teatro (diretto da Antonio Latella, dal 14 al 24 settembre), il Festival di Musica Contemporanea (diretto da Ivan Fedele, dal 25 settembre al 4 ottobre) e il Festival di Danza Contemporanea (diretto da Marie Chouinard, dal 13 al 25 ottobre).

Tutte le altre informazioni sul sito ufficiale della Biennale di Venezia.