Qui è quando andava tutto bene. Il teatro sensibile di Gabriella Salvaterra

Si può chiamare in tanti modi. Sensoriale. Esperienzale. Immersivo. Ma per lo spettatore, anche il più smaliziato, è sempre un’occasione unica. Al Festival di Napoli e a Contemporanea a Prato, Un attimo prima rafforza la biodiversità del teatro.

(ph. Salvatore Pastore)

Nella penombra

Sei andato a teatro. Ma ti hanno fatto sedere in un vecchio banco di scuola e hai di fronte a te, nella penombra, qualcuno che ti chiede chi sei, dove sei nato, quando sei nato. Poi, annota tutto su un foglio.

Ti intimidiscono quelle richieste: preferiresti restare un anonimo spettatore di teatro. Ti tranquillizza, a un certo punto, il fatto che la stessa persona cominci a disporre davanti ai tuoi occhi una decina di fotografie. E ti propone di sceglierne una.

(ph. Salvatore Pastore)

Io ho scelto una vecchia polaroid, con le montagne sbiadite di rosa e l’utilitaria da cui emerge sbieco il volto di una donna. Potrebbe essere mia madre. Estate. Prati. Gli anni Sessanta. Le piccole vacanze di noi piccoli italiani. “Qui è quando andava tutto bene. Quando tutto sembrava perfetto” mi ricorda la voce che ho di fronte. E mi prende per mano.


Per un teatro dei sensi

Gabriella Salvaterra è stata, fin dal 1999, collaboratrice indispensabile di Enrique Vargas, il maestro colombiano del Teatro de los Sentidos, colui che ha diffuso in Europa spettacoli a cui non si assiste, ma si partecipa con i sensi, come viaggiatori. Singoli, solitari, unici.

Spesso bendati, appena appena guidati e accuditi da presenze umbratili e silenziose, i viaggiatori degli spettacoli di Vargas (da Oracoli a Fermentación, da Piccoli esercizi per il buon morire a Renéixer) vagano dentro a labirinti di stoffe, camminano a piedi nudi sopra terreni vaghi, odorano e tastano come se fossero ciechi, oggetti e corpi, e ne ricavano sensazioni. Ne ho scritto due anni fa, quando a Il Funaro, il suo punto di riferimento italiano a Pistoia, Vargas e Gabriella Salvaterra avevano presentato Il filo di Arianna. (Leggi qui).

È un’esperienza di tatto, di udito, di odori, il teatro di Vargas e di chi ne segue il magistero. Non è un teatro della vista. Ogni volta una storia diversa, alla cieca, ogni volta un percorso diverso, sconosciuto. E ogni volta il brivido o la curiosità di ciò che potrebbe succedere.

L’acqua, le voci, un ballo

Scoprire che devi immergere le mani in un bacile d’acqua profumata. Farti sfiorare l’orecchio da voci che ti raccontano un frammento della propria vita. Lasciarti andare in un ballo con un fantasma oscuro e sconosciuto, come in un dipinto di Magritte.

Qui, a Contemporanea a Prato, in Un attimo prima, sono stato preso per mano e invitato a sedere, con altri dodici ospiti come me, viaggiatori e commensali, a una tavola da pranzo sontuosamente apparecchiata. Sotto i miei occhi un piatto antico di porcellana, con una vistosa crepa. La sfioro con il dito.

(ph. Salvatore Pastore)

“Qui è dove tutto comincia. È quando mia madre si è ammalata” ci racconta Gabriella Salvaterra, seduta al centro. Padrona di casa, sfiora anche lei la crepa del suo piatto. “C’è chi sostiene che a tutto c’è rimedio. Io non credo che sia proprio così. Ci sono cose che sono irreparabili. O diventano irreparabili. Mentre per riparare c’è un tempo, un tempo giusto“. Lo dice, mentre ciascuno di noi cerca di risalire il proprio tempo e trovare nella memoria l’attimo in cui anche per noi si è aperta quella crepa, mai più rimediata da allora, quel bordo che taglia ancora. Intanto qualcuno, da dietro, con delicatezza, mi mette sugli occhi una benda.

Come si arriva all’intimità? Alla memoria nascosta dentro le persone? Noi lo facciamo attraverso i sensi. In questo spettacolo c’è una drammaturgia olfattiva che accompagna tutto il percorso del viaggiatore. C’è una drammaturgia sonora, pensata proprio per risvegliare questa memoria profonda, a cui solo i sensi possono accedere“, spiega Salvaterra in un’intervista.

La stanza delle giostre

Poi vengo invitato a ballare, con la benda sugli occhi, in balia di braccia e corpi che non vedo. Poi entro in una stanza dei giochi e delle giostre in cui c’è un posto riservato a me, e dove trovo una valigetta di ricordi. La scarpetta di quando avevo 3 anni. O forse soltanto le somiglia. La boccetta di inchiostro di china. Matite smozzicate. Una tessera del domino. Una macchinina. Tanti altri oggetti di un passato, forse non mio, ma quasi mio. E di nuovo quella fotografia. Strappata e rimediata alla buona, col nastro adesivo. C’è anche un foglietto bianco. Molti lo usano per scrivere le proprie impressioni. O ringraziare l’autrice per questo viaggio a ritroso.

(ph. Salvatore Pastore)

Sono passati quasi 50 minuti, usciamo assieme, tutti e dodici, da questo labirinto di ricordi. Molti sono commossi.

Rifletto: sono soltanto io a chiedermi perché il teatro dei sensi – questo teatro biologicamente diverso, questo gioco potentemente emotivo – si occupi soprattutto del passato? Potrebbe invece spingerci a immaginare il futuro? Potrebbe guardare in avanti? Superare la melanconia e il rimpianto di ciò che siamo stati, per aiutarci a capire ciò potremmo essere?

È un aspettativa. O un dubbio. Me lo sarei dovuto porre un attimo prima?

Un attimo prima
di Gabriella Salvaterra – Teatro de los Sentidos
con la collaborazione di Nelson Jara
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo e Nelson Jara
visto a Contemporanea 2019, Prato


Tutte le transizioni. Phia Ménard e le altre, a Contemporanea a Prato

Da venerdì 20 settembre (fino a domenica 29) nella città più cinese d’Italia, un “alveare” di creazioni. Di donne, soprattutto. Contemporanea è nata nel 1999. Ha vent’anni quindi.

Gonfles - Compagnie Didier Théron
Sono gonfi d’aria quelli della Compagnia Didier Théron

Ne avevo sentito parlare lo scorso anno in Francia, quando era a Avignone. L’ho incontrata questa estate a Almada in Portogallo, con uno spettacolo memorabile. Adesso la rivedrò a Prato, in uno dei festival italiani che seguo più volentieri: Contemporanea.

Non so se Phia Ménard mi perseguita. O se piuttosto non sono io a perseguitare lei, a ogni tappa di festival. Resta il fatto che trovo interessante questa performer francese, che mi sembra condividere la stessa spinta radicale che trovavo nei migliori spettacoli di Romeo Castellucci, in certe incursioni provocatorie di Rodrigo Garcìa o di Angélica Liddell. Dissacrante, iconoclasta.

Devo averlo già scritto, anzi, l’ho scritto sicuramente, dopo aver visto il suo Saison Sèche, nel cartellone del festival portoghese. In quello spettacolo c’era in scena tutta la sua compagnia. Per essere precisi, la scena, quelle sette scatenate attrici la distruggevano tutta. La compagnia si chiama Non Nova e ha sede a Nantes. “Non inventiamo niente, la vediamo solo in modo diverso” è il loro motto.

Qui a Prato, c’è invece solo lei, Phia. E distrugge pure qualcosa: una copia in cartone del Partenone di Atene. Cioè la proporzione aurea che ci accompagna da due millenni e mezzo.

Si intitola Contes immoraux – partie 1: Maison Mére e non è un monologo. Perché quello di Phia Ménard non è teatro. Non è un solo, perché non è nemmeno danza. Si colloca oltre i generi, questa performer, radicalmente. Tanto che quando ha cominciato a lavorare, nel 1994, si chiamava ancora Philippe.

Più critica, meno ricreativa

Ma non è questa la transizione che conta. Conta piuttosto la metamorfosi che da allora – da quand’era giocoliere in spettacoli che chiamavamo di nuovo circo – l’ha condotta verso creazioni sempre più “critiche”, sempre meno “ricreative”. Da L’après midi d’un phon (2011, i patiti della danza storceranno il naso) a Belle d’Hier (2015).

Comunque. Non è solo per Phia Ménard che vale la pena fiondarsi a Prato per Contemporanea. Il programma 2019 mette in cartellone un bouquet di produzioni internazionali. Se non le avete viste altrove, Prato è il posto giusto. Capoluogo speciale, laboratorio di coabitazione etnica (è la più cinese delle città italiane), posto dove si mangia bene. Ogni volta che ci passo, non posso fare a meno di fermarmi all’antico biscottificio Antonio Mattei per portarmi a casa qualche chilo di cantucci alle mandorle (qui le chiamano mattonelle) che poi spaccio presso i miei vicini casa. E poi un ristorante d’elezione: Soldano (lo devo aver segnalato anche lo scorso, ma vale la pena).

In realtà, tutta la gente del festival, artisti e spettatori, si ritrova a fine giornata al Contemporanea Bistrot, nell’ex Chiesa di San Giovanni, uno degli edifici più antichi di Prato, diventato da qualche anno un hub contemporaneo.

L’atlante e l’alveare

Sto divagando. Parlavamo di produzioni internazionali e nazionali. Tra le principali, inserite nel cartellone di Contemporanea 2019, metterei Granma dei Rimini Protokoll (ne ho parlato dal debutto italiano a Bologna), della ricerca in un’enciclopedica della parola della francese Joris Lacoste, dei catalani di Agrupacion Senor Serrano, della portoghese Marlene Monteiro Freitas, dell’indiana Malinka Taneja, dell’irlandese Ooana Doherty, della belga Miet Warlop, della street dance della jamaicana Cecilia Bengolea, e dei ballerini d’aria della Compagnie Didier Théron (i ciccioni che avete visto nella prima foto).

Un atlante, insomma. A cui personalmente aggiungo l’italiano Alessandro Sciarroni. Anche se il suo ultimo titolo, Augusto, che ha debuttato lo scorso giugno alla Biennale di Venezia, non mi aveva convinto per niente. Sciarroni è capace di altri risultati (come il lavoro di restauro della polka chinata di cui ho scritto qui).

Silvia Gribaudi - Graces
In programma a Contemporanea c’è anche Graces di Silvia Gribaudi

Un atlante, comunque. Anche vasto, non vi pare? Che si coniuga perfettamente con un’altra invenzione di Contemporanea, l’Alveare, progettato dal direttore Edoardo Donatini come un “sciame di visioni” che dai processi di creazione porta via via alle opere.

L’alveare di quest’anno è affidato a 12 artiste: Silvia Costa, Sara Leghissa, Rita Frongia, Elena Bucci, Francesca Macrì, Katia Giuliani, Elisa Pol, Chiara Bersani, Licia Lanera, Chiara Lagani, Ilaria Drago e Daria Deflorian. Se ne conoscete qualcuna, anche solo di nome, capite che razza di esperienza ne può venire fuori.

Insomma, proprio a metà settembre, quando il clima si fa più mite, un veloce city escape a Prato, magari in questo primo weekend (dal venerdì 20 a domenica 22) o nel secondo (da venerdì 27 a domenica 29) è quello che ci vuole. Fidatevi, non ve ne pentirete.

Il programma completo è sul sito. Basta cliccare qui. Ma se volete il libretto completo, cento pagine, scaricatevelo invece qui.

A Prato, Contemporanea 18. Ma io direi futura

A Prato, torno sempre volentieri. Qualcuno sostiene che lo faccio per i biscotti, che in effetti sono un motivo forte di attrazione. Un pacco da un chilo di mattonelle del biscottificio Mattei, a casa mia, si vaporizza in mezza giornata. Sostengono altresì che lo faccio per un ristorante di tradizione, Soldano vicino a piazza del Duomo, un posto da cui esci sempre soddisfatto.

La verità sta da un’altra parte. A Prato, in autunno, ci vado per Contemporanea.

La scena futura

Contemporanea, a cui sovraintende Edoardo Donatini, è una delle iniziative che costellano le attività del toscano Teatro Metastasio, ed è un festival della scena teatrale appunto contemporanea. Che come i biscotti e i menu succulenti esercita un fortissimo potere di attrazione.

Fosse per me, più che Contemporanea, lo chiamerei Futura. Frequentandolo in questi anni, mi è sempre capitato di scoprire – e tra i primi – artisti che due o dieci stagioni dopo sarebbero diventati di dominio pubblico. Nomi allora quasi sconosciuti in Italia, con un futuro poi da star delle premiazioni.

Metti Rodrigo Garcia, del quale avevo visto qui, anni fa, lo “scandaloso” Matar para comer (e il suo controverso astice “torturato”). Metti Rimini Protokoll, o Anagoor: un decennio dopo, Leoni alla Biennale.

Nelle sale a disco volante del Centro per l’arte contemporanea Pecci, nello storico spazio neutro del Fabbricone, o nelle stanzette dell’Istituto Magnolfi, ritorno perciò volentieri, con la certezza che magari una soltanto delle creazioni che vedo, la locandina nella quale non riconosco alcun nome, avrà un futuro radioso, del quale riparlare e scrivere tra qualche anno.

Questa volta sono riuscito a seguire Contemporanea solo nei giorni finali. Accanto a un incontro-seminario intitolato Il ruolo culturale dei festival (di cui si possono immaginare portata e estensione degli interventi, oltre che degli intervenuti), il cartellone in quei giorni ha messo in fila soprattutto episodi di danza.

Holistic Strata, Hiroaki Umeda, ph. de_buurman

Gira la testa e via

Ho visto Holistic Strata del giapponese Hiroaki Umeda, gli short italiani di Barbara Berti, Claudia Caldarano, Siro Guglielmi, i lavori di Davide Valrosso e Silvia Gribaudi. Perlopiù formati corti, come piacciono a me, occasioni da arraffare al volo, venti minuti di visione intensa. Poi, come accadeva nelle sale del Pecci, si ruota la testa di 180 gradi e via: un altro titolo e un altro creatore.

Siro Guglielmi, Pink Elephant, ph. Roberto Cinconze

Posso dirlo. Non sempre ne sono uscito soddisfatto. Non è sbagliato il formato, anzi. In venti minuti, un buon coreografo, una danzatrice eccellente, possono davvero tenere alta l’attenzione, che in creazioni più lunghe – i canonici 50 o 60 minuti – magari si allenta. Qui, in alcuni episodi, si leggeva il lavoro sviluppato dal coreografo. Ma veniva a mancare poi, per lo spettatore, la soddisfazione di trovarsi davanti a un risultato. Mentre il tempo passava – testimoniando esercizi, ricerche, tentativi onesti – mancava alla fine il piacere dell’opera finita, per quanto short.

Così la ricerca di Caldarano (che si faceva leggere solo di spalle, con una maschera indossata sulla nuca, e gli arti curiosamente rovesciati “all’indietro”) non mi è sembrata andare oltre la dimostrazione di un’idea (Sul vedere). Né le capacità fisiche di Siro Guglielmi e il suo sgargiante mutandone da mare (Pink Elephant) hanno saputo lasciare in me un segno di memoria più forte. Davide Valrosso giocava sulla propria nudità tutte le carte (Biografia di un corpo), e maneggiava pile e lumini per mostrarla o per schermarla, ma il senso di estenuazione era predominante.

Sempre al Pecci, Silvia Gribaudi ha presentato un estratto da uno dei suoi titoli già noti, What age are you acting? L’ha intitolato, Primavera Contemporanea, un po’ pensando al Festival, un po’ perché la primavera, nel segno quasi di Botticelli, è nelle corde e nei tendini di questa coreografa, di cui preferirò però parlare tra alcune settimane in un post più ampio.

Silvia Gribaudi, Primavera contemporanea

I piumaggi di un emisfero esotico

Alla fine la mia soddisfazione l’ho trovata. Stava nell’ultimo degli spettacoli del programma: 45 minuti di teatro fisico, di colore e riflessi smaglianti, di crescendo sonoro, che porterò abbastanza a lungo nella memoria. Combattimento, ideato dalla regista Claudia Sorace per Muta Imago, mette di fronte due donne. Ma io c’ho visto due creature animali, due esseri mossi da una biologia antica, che li spinge attraverso il rituale bellico del corteggiamento, a trovare un’unione, un patto finale.

Dal gym gear delle palestre – braghetta e vogatore nero – la scena si colora via via di piumaggi, stringhe, creste e code fantastiche, armature da uccello e attrezzi da sciamano, che raccontano combattimenti in un emisfero meridionale e esotico. Un fisico poderoso, sul filo del body building, per Sara Leghissa. Linee più morbide e caparbietà per Annamaria Ajmone. Sono due nomi che i bene informati della danza già conoscono, ma che trovano qui, sotto l’egida di una regista teatrale, e una colonna sonora che trascina, il modo per rievocare iconografie e letterature enciclopediche. Da Tancredi e Clorinda a Pentesilea e Achille. Su cui domina l’immaginario western dei combattimenti al tramonto di Ennio Morricone, l’impetuoso sound del duello.

Combattimento, Muta Imago, ph. Claudia Pajewski

COMBATTIMENTO
regia Claudia Sorace, con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi, costumi Fiamma Benvignati
produzione Muta Imago