Nella solitudine delle strade del coprifuoco. Il rider Kepler-452

Si chiama Nicola. Fa l’attore. E anche l’autore, il regista, il tecnico. O meglio: faceva tutte queste cose. Fino a un anno fa.

Un anno fa ha cominciato a capire che queste cose non erano essenziali. Proprio un anno fa: quando la sequenza inesorabile ha messo in fila il distanziamento, le mascherine, la sanificazione, i termoscanner. E poi, via via, le sale cinematografiche e teatrali sbarrate, i viaggi e gli spostamenti proibiti, il coprifuoco serale e notturno. Del lavoro di Nicola – il teatro – non è rimasto quasi niente. La sua professione si è spenta, così come si spegne, consumandosi, una candela.

Nicola però non si è spento. Nicola è nato negli anni Ottanta. A quella generazione hanno insegnato il valore della trasformazione e la virtù dell’adattamento. Gli hanno spiegato che la flessibilità rende liberi. Che è importante contare sulle proprie gambe. Così Nicola ha cambiato lavoro. Vive ora, letteralmente, della forza delle proprie gambe.

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ph. Davide Spina

Nicola ora corre in bicicletta: è un corriere (tradotto, si dice rider). Vuol dire che fa le consegne a domicilio (tradotto, equivale a delivery). Ciò che fanno oggi migliaia di persone a cui hanno spento il lavoro di prima. Recapita i pacchi, le buste, gli scatoloni. Porta a casa i cibi precucinati da mangiare per cena. È uno dei ragazzi della pizza o di Foodora. Uno degli angeli caduti di Amazon o di Zalando. La generazione dei lavoretti (tradotto: gig economy generation).

Ma Nicola, lo spirito del teatro non l’ha perso, e il suo nuovo e il suo vecchio mestiere si fondono in un’esperienza strana, corsara. Nicola si infila negli interstizi del grande modello della pandemia. Il suo lavoro, adesso, è un ibrido del nostro tempo che con i suoi compagni di avventura (Paola Aiello, Enrico Baraldi, Michela Buscema, Riccardo Tabilio, e lui, Nicola Borghesi, formano la compagnia Kepler-452) ha voluto chiamare Consegne, performance in tempo di Covid.

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ph. Davide Spina

Ti racconto che cosa succede

Hai ordinato qualcosa online e quel qualcosa tra poco ti verrà consegnato. Nicola il corriere si mette in contatto con te, sul telefonino. Infila la bici e parte dal magazzino. Ci vorrà una mezz’ora buona per la consegna. Nicola deve attraversare la città e la città adesso è buia, fredda, piovosa. La vedi scorrere nel tuo display, mentre Nicola pedala con la webcam in fronte. Senti l’affanno del suo respiro e il rumore delle poche auto in circolazione. Tra poco scatterà il coprifuoco e nessuno ha voglia di sfidare leggi e ordinanze. Può farlo solo Nicola, perché il suo nuovo lavoro – dicono quelle disposizioni – è essenziale. Consegnare.

A volte vedi Nicola in faccia. Ha girato la cam e si rivolge a te, vuole capire dove abiti e qual è la strada più veloce. Di consegne deve farne parecchie, oggi. Nicola ha preso a parlare anche di sé, di ciò che per lui era essenziale. Di ciò che è essenziale adesso.

Magari lo domanda pure a te: curioso di sapere se tu pure sei infelice o triste, resiliente o resistente. Se speri anche tu che tornino i giorni della normalità. I giorni felici, avrebbe detto Beckett. Oppure non ci speri più. O non ci hai proprio mai sperato.

Nella solitudine delle strade del coprifuoco Nicola il corriere pedala e ogni tanto perde l’orientamento. Vorresti dirgli: no, stai sbagliando, alla seconda devi svoltare a destra. Ma lui è per strada e tu sei solo a casa, e il filo intangibile del contatto è la sola cosa che in questo momento vive. Esistete solo tu e lui.

Vorresti anche dirgli: sali su, bevi un caffè, ci mangiamo un panino. Ma sai che non è possibile. La salute prima di tutto. E poi, giusto il tempo della transazione. Scambio economico senza scambio umano.

Nicola è lucido e ti fa capire che prima di tutto viene l’homo oeconomicus. Soltanto al secondo posto c’è l’homo sapiens. Chissà quante posizioni più sotto si colloca l’homo ludens. È il principio di ciò che è essenziale, e di ciò che non lo è.

Tu hai pagato, lui consegnerà il dovuto.

Quando andava tutto bene

Ogni tanto anche Nicola sgarra alle regole della consegna. Diventa un po’ sentimentale. Te le ricordi, dice, le canzoni di quando andava tutto bene? Qual era la tua canzone? Tu gliela dici, lui smanetta su Deezer o Spotify e te la trova subito. Succede perfino che la cantate assieme.

Te li ricordi i giorni del primo lockdown, ti dice poi, l’epica della fase uno, l’orgoglio nazionale? Niente di tutto questo adesso, #nientesaràcomeprima. E intanto con il passaporto notturno della sua divisa da rider, è già arrivato sotto casa tua.

La webcam adesso inquadra il tuo portone, il tuo nome sulla pulsantiera. Ed è un emozione fortissima, aspettare che il dito del guanto di Nicola prema il bottone e il tuo campanello squilli. Una frazione di secondo, ma una attesa infinita.

Scenda al pianoterra, per favore“. Tu infili le scarpe, la giacca e (madonninasanta l’avevo dimenticata) la mascherina, e ti precipiti giù per le scale. Nicola è lì davanti che attende. Immobile come un alieno. Il casco in testa e la cuffia blu luminosa, la bici a terra, lo zaino termico con la tua consegna ancora chiuso. Nessuno dei due dice una parola. Ti porge prima una cuffia, sanificata: sentirai descritte le azioni che di là a qualche decimo di secondo, insieme, vi ritroverete a compiere. Come una profezia.

Nella pioggia, nel freddo, nell’umido dei calzini, è un momento irreale. Una consegna monumentale. Al rallentatore, come se la Storia, dall’alto, vi vedesse e vi giudicasse, superstiti umani nell’era del coprifuoco, congelati nella transazione. Immobili, come la copertina di un vecchio disco dei Pink Floyd. Lui tende il suo braccio, tu tendi il tuo. Il passaggio di mano, la transazione.

Hai avuto ciò che ti spetta e ora Nicola riprende la sua bici e si dilegua nel buio. Lo attende un’altra consegna. O, per dirla come Nicola diceva nel mondo di prima, un’altra replica.

Istruzioni per l’uso.

Consegne – scrivono questi di Kepler-452 – “è un azione corsara, uno progetto nato a Bologna, lo scorso ottobre, dallo sconforto di una nuova chiusura dei teatri, pensato per la notte più desolata mai conosciuta da molti anni: quella del coprifuoco”.

In questo periodo Consegne è attivo in Friuli Venezia Giulia, sostenuto da Css – Teatro stabile di innovazione e inserito nel cartellone Blossom – Teatro Contatto.

A Udine il 21, 22, 23, 24 gennaio e il 12, 13, 14 febbraio. A Cervignano il 9, 10, 11 febbraio 2021. Consegne si replica 4 volte al giorno (alle ore 18.00, 19.00, 20.00, 21.00), fa riferimento a un indirizzo di consegna e a uno o più spettatori che condividano quel recapito e abbiano a disposizione un computer connesso alla rete. La consegna avviene in sicurezza, secondo le norme contemplate dai protocolli e dai Dpcm.

Per informazioni 0432.506925 e sito Css – Teatro Stabile d’innovazione del FVG -Udine

A proposito di Kepler-452 e di Nicola Borghesi trovate altri post su QuanteScene!

Ripartiamo domani, 15 giugno. Per rimediare

Un po’ di emozione la provo anch’io. Che non faccio teatro. Domani, riaprono i teatri. In tutta Italia, in ordine sparso, però riaprono. Anzi, per essere precisi, riaprono tra meno di un’ora. Sarà Ascanio Celestini, al Teatro Sperimentale di Pesaro alle ore 00.01 di lunedì 15 giugno – tra pochi minuti, quindi – a ridare il via, in Italia, allo spettacolo dal vivo. 

Dopo 100 giorni di sale chiuse, di palcoscenici vuoti, di platee deserte. 100 giorni, secondo il mio calcolo almeno.

Ascanio Celestini

Mi ha fatto impressione vedere Alessandro Baricco, nel vuoto del Teatro Carignano a Torino, raccontare il senso del teatro in questi 100 giorni (questo è il link).

Baricco al Carignano

Mi avrebbe fatto piacere, stanotte, essere a Pesaro, con Celestini. Non per rivedere il suo primo spettacolo importante, Radio Clandestina, che ho già visto un bel paio di volte (lo tiene in repertorio da quando lo ha ideato, vent’anni fa, nel 2000). Ma per il valore simbolico di questo lunedì 15 giugno, che celebra la forza e la debolezza del teatro.

Non solo dal vivo

Volevo scrivere del teatro dal vivo. Ma questi 100 giorni mi hanno convinto sempre più che il teatro – nonostante certi talebani – non è solo e soltanto quello dal vivo. È un accadere complesso, oltre che millenario. E il rapporto forte, quello tra performer e spettatore, quello simultaneo, immediato, in presenza, non è che una, una soltanto, delle sue sue possibili definizioni.

Sono stati cento giorni che hanno reso il concetto più chiaro. Ho visto un teatro che non avrei mai potuto vedere. Perché era oramai passato il tempo. Perché mi separava una distanza. Perché non capivo quella lingua. Anche perché certo teatro non mi interessava, però l’ho visto, dal momento che c’era.

Approvo e sostengo le richieste di quanti si sono battuti e si batteranno per far sì che la debolezza, intrinseca, dello spettacolo dal vivo trovi adesso strumenti di sostegno economico e istituzionale. Lo spettacolo dal vivo, come la sanità e l’istruzione – dice chi ha studiato queste cose – è un’economia stagnante. Incapace di correre al ritmo delle altre: economie avanzanti. Però lo spettacolo dal vivo, come la sanità e l’istruzione, è anche anche il Dna di una comunità, di una nazione, di un continente, se non vogliamo usare gli stessi concetti dei sovranisti.

Ripartire tra pochi minuti, alle 00.01 del 15 giugno, vuol dire provare a ridare forza a questo Dna. Che non solo in questi 100 giorni, ma da secoli, si è ammaccato, è mutato. Forse per la concorrenza dei media di massa. Che però non sono i suoi nemici – così la pensano certi talebani – ma le sue propaggini vitali.

Rimediare

Voglio pensare che rimediare – verbo che è sinonimo di riparare, rimettere in sesto, aggiustare – cominci davvero ad assumere, per noi, un senso diverso. Ri-mediare è favorire il passaggio della tradizione da un medium all’altro. Per conservarla, per rinnovarla. In questo senso i nuovi media, quelli del 21esimo secolo, non sono nemici dello spettacolo. Ma come la stampa, secoli fa, acceleratori di umanità.

Avrebbe potuto dire in film di culto degli anni ’50 (L’ultima minaccia), quel sant’uomo di Humphrey Bogart: “Sono i media, bellezza! E tu non puoi farci niente. Niente!”.

Umphrey Bogart