Claudio Tolcachir guiderà l’Ecole des Maîtres 2020

L’Ecole des Maîtres 2020 prenderà il via alla fine di agosto e sarà guidata dal regista argentino Claudio Tolcachir. E’ stato appena pubblicato il bando che selezionerà sedici giovani attori, i quali potranno partecipare a questo corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale, giunto alla 29sima edizione. L’Ecole des Maîtres permetterà loro di lavorare per parecchie settimane con un ‘maître’, un maestro del teatro internazionale, qual è indiscutibilmente Tolcachir. 

immagine di Claudio Tolcachir
il regista argentino Claudio Tolcachir – ph. Tommaso Le Pera

Per giovani attori, provenienti da 4 Paesi europei

Lo comunica il Css, teatro stabile d’innovazione del Fvg, sede a Udine, capofila della cordata europea che, grazie a un’idea del critico teatrale Franco Quadri, ha dato il via trent’anni fa a questa iniziativa transnazionale, riservata a attori tra i 24 e i 35 anni con provenienze da Portogallo, Francia, Belgio, oltre che dall’Italia.

“Sono convinto che, per un maestro del palcoscenico e anche per un regista, la qualità più importante sia avere uno sguardo attento – spiega l’artista argentino – così da poter vedere che cosa c’è nell’altro e che probabilmente l’altro non sa di avere. Un buon maestro è chi fa nascere l’attore che c’è nell’allievo. Non mi interessa l’idea di un attore che parla bene, che si muove bene. La tecnica è ovviamente una base necessaria per agire su un palcoscenico. Ma per giungere a un teatro che commuove, come il mio, ho necessità di vedere l’umanità dell’attore”.

Ecole des Maitres - Claudio Tolcachir

Tolcachir ai suoi attori: “Suonate il campanello!”

Tolcachir è nato e vive in Argentina dove ha fondato, ancora nel 1998, la compagnia Timbre Quatro (campanello numero quattro). Il nome fa riferimento alle origini del suo lavoro teatrale, nel seminterrato di un appartamento a Buenos Aires: per entrare bisognava suonare. Da allora la sua visibilità internazionale è andata via via crescendo. Ospite a Madrid, Parigi, Lisbona, Dublino, New York, in Italia ha presentato i suoi spettacoli alla Biennale di Venezia, e anche a Roma e al Piccolo di Milano. Qui ha creato la versione italiana del suo titolo più noto, Emilia, con Giulia Lazzarini protagonista.

Lo scorso novembre, sempre a Milano, al Teatro Franco Parenti, è andato in scena Próximo, spettacolo che sembra fatto apposta per aiutarci a capire le conseguenze dell’emergenza che stiamo attraversando.

Próximo, testo e regia di Claudio Tolcachir, lo scorso novembre al Teatro Franco Parenti

“Oltre che un’istantanea dell’amore ai tempi dei social network – spiega Tolcachir – “Próximo” è un’opera intima, che si interroga su quanto possiamo “essere vicini” a qualcuno che è lontano. Quando la comunicazione si interrompe, l’illusione di occupare lo stesso spazio svanisce e resta solo la solitudine e la consapevolezza della profonda distanza che ci separa, e separa in teatro i due personaggi. Eppure, forse come noi, essi riescono a costruire una loro intimità fatta di silenzi, sguardi mediati da uno schermo e soprattutto dal linguaggio“.

Si comincia a Udine. Poi Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims

Il corso, intitolato “La creazione accidentale”, si svilupperà per 13 giornate a Udine – dal 28 agosto all’8 settembre – e proseguirà con fasi di lavoro e presentazioni pubbliche a Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims, fino al 17 ottobre.

La scadenza per candidarsi all’Ecole des Maîtres 2020 è il 9 aprile 2020 (il bando completo è sul sito www.cssudine.it).

[pubblicato il 12 marzo 2020 su IL PICCOLO – quotidiano di Trieste]

Teatro senza teatri – C’è un minuscolo Mecenate in ciascuno di noi

La verità è che tutti si arrangiano. Secondo la proverbiale e scontata formula che fa parte del bagaglio genetico degli italiani.

Ristoranti, pizzerie, bar chiudono alle 18.00? Allora dopo le 18.00, la margherita te la porto a domicilio. E te la lascio sulla soglia di casa.

Anche il teatro, che si ritrova senza i teatri, ha una gran voglia di arrangiarsi.

Si erano arrangiati i comici del 1500. E avevano inventato il fenomeno più rivoluzionario mai capitato nella storia del teatro: la Commedia dell’Arte. Vuoi che non si arrangino i teatranti di adesso, che hanno a disposizione un ventaglio di tecnologie millemila volte superiore?

io sono Mecenate - banner

I nostri aggregatori sociali

Facebook, Instagram, Twitter, i nostri aggregatori social e sociali sono là già pronti. Legioni di followers, gruppi già strutturati, dirette in streaming e videoparty (che non sono soltanto occasioni per un digital spritz). Il pubblico insomma c’è. E anche ben organizzato.

L’altra sera in un videoparty avviato sulla pagina Fb del Teatro dei Borgia, ho intercettato il teatro di strada di Medea da sola. Lo spettacolo era nato lo scorso anno, con la protagonista, Elena Cotugno, che in un furgoncino portava gli spettatori (sette per volta) lungo le vie della prostituzione delle maggior città italiane, per raccontare una tragedia di sesso commerciale, schiavitù e immigrazione. Non è stato difficile replicarlo in diretta via Fb con un telefonino e lo stream. La sua Medea, questa volta, era da sola.

La stessa sera, quando si è saputo che i teatri avrebbero chiuso i battenti fino al 3 aprile, Viola Graziosi annunciava sulla sua pagina Fb di essere una delle poche attrici a andare in scena. Con tutte le restrizioni del caso. “Se non si può uscire di casa, il teatro entra nelle case” scriveva sul suo profilo Fb annunciando la diretta per Radio Tre Rai, dal palco della sala B di via Asiago, di I testamenti di Margaret Atwood.

Il precipizio economico

Ma è anche vero che tante iniziative estemporanee, frutto di buona volontà e ingegno, lasciano – come siamo abituati a dire – il tempo che trovano. Cioè questo tempo di crisi.

I teatri che si sono dati una forte struttura aziendale, in pratica tutto il teatro (cosiddetto) pubblico, hanno subito messo in evidenza il precipizio economico lungo il quale il comparto dello spettacolo dal vivo ha cominciato a scivolare (vedi su QuanteScene! il mio post del 25 febbraio scorso) . È un settore, che a differenza di altri non conosce né ferie né ammortizzatori sociali. Attori, tecnici, personale di sala, servizi indotti, non lavorano e basta.

Leggi ad esempio la lettera che Elio De Capitani rivolge al pubblico del Teatro dell’ElfoPuccini, ma non solo, documento pubblicato sul blog di Anna Bandettini).

È di  questa mattina, la notizia di un’iniziativa che prova in qualche modo a utlizzare strumenti già esistenti per garantire a attori e compagnie (che hanno viste cancellate tutte le loro date, nel più ottimista dei casi fino al 3 aprile), di recuperare almeno un po’ di quella dignità economica che è il minimo requisito dell’attività professionale.

La trascrivo qui sotto, per fare prima, e dare subito risalto al progetto #iosonoMecenate, ideato, in concerto con il Mibact, dal Css, che è il Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Mecenate è stato, nel primo secolo a.C., il consigliere culturale dell’Imperatore Augusto, il suo curator artistico. Aveva patrocinato, a proprie spese, la crescita dei giovani artisti. Catullo, Orazio, lo stesso Virgilio lo ringraziarono nelle loro opere (e lo resero così celebre e immortale) per il suo appoggio finanziario.

Oggi un minuscolo Mecenate si può manifestare in ciascuno di noi.

Le notizie più aggiornate sul progetto si trovano sul sito Cssudine.it alla sezione news. Qui di seguito il loro comunicato:

#iosono Mecenate

Restiamo a casa, ma con gli artisti. E diventiamo tutti mecenati culturali per sostenerli.

I teatri sono chiusi, ma il contributo dell’Arte in tutte le sue forme deve continuare a essere forte e presente, un punto di riferimento per la società. Un motore che la mantiene viva, civile, responsabile, solidale e creativa.

Il CSS Teatro stabile di innovazione del FVG ritiene prioritario impegnarsi per dare subito una risposta che possa contribuire a superare responsabilmente lo stato di forte crisi che investe i lavoratori dello spettacolo, gli artisti, registi, attori, musicisti, tutte le figure di collaboratori artistici e i tecnici del settore che non possono più andare in scena dal vivo.

Nasce così #iosonoMecenate, un’iniziativa che darà la possibilità al CSS, come centro di produzione teatrale, ma anche a comuni cittadini, a privati, aziende, associazioni, di dare un importante contributo: affrontare l’emergenza che stiamo vivendo pensando anche alla categoria più fragile e direttamente colpita del mondo dello spettacolo, sostenendo il lavoro degli artisti, sia creativo che in termini economici.

La risposta viene da uno strumento già esistente, predisposto dal MiBACT Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Si tratta dell’Art Bonus, una misura ideata per diffondere e favorire il mecenatismo culturale.

Art Bonus e sostegno economico

Numerose sono in questi giorni le iniziative che si trovano online, dai concerti alle letture agli spettacoli in streaming, che gli artisti offrono gratuitamente agli spettatori digitali. Ma non si sono ancora incontrate occasioni che siano in grado di sostenere anche economicamente gli artisti in questo momento di difficoltà per l’impossibilità di lavorare, con produzioni e tournée cancellate o sospese.

L’Art Bonus consente a soggetti privati di effettuare erogazioni liberali in denaro per il sostegno alla cultura e al tempo stesso di godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta.

Il donatore (se lo desidera) entrerà nell’elenco dei Mecenate per l’Arte e la Cultura pubblicato sul sito Art Bonus, dove potrà scaricare la ricevuta con l’evidenza della causale “Art bonus – Ente Beneficiario – Oggetto dell’erogazione” necessaria per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale. Il singolo versamento potrà essere di qualunque cifra a partire da 1 euro e l’erogazione liberale potrà essere recuperata nell’ordine del 65% a titolo di credito di imposta. Va segnalato che anche la Regione Friuli Venezia Giulia (seconda regione in Italia) ha deciso di sostenere il mecenatismo culturale attivando dallo scorso anno un suo Art bonus regionale con la possibilità di erogazioni più cospicue.

iorestoacasa con - Io sono Mecenate

Da sabato 14 marzo

#iosonoMecenate prenderà vita sabato 14 marzo ore 21 con uno speciale format di visioni a distanza in forma di diretta sulla pagina Facebook del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG intitolato #iorestoacasa con Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

#Iorestoacasa con… è un percorso di appuntamenti che ci porterà nella case degli artisti, con ospiti ad ogni puntata diversi, da tutta Italia e con gli artisti del territorio del Friuli Venezia Giulia.

Il filo rosso della narrazione sarà scoprire assieme a loro come “traghettare verso il futuro”, immaginando il post emergenza e la nostra rinascita assieme a chi sviluppa artisticamente il nostro immaginario collettivo, nutrendo di ispirazioni e creatività il cambiamento che ci attende.

#iorestoacasa con…

Fra i primi artisti ad aver aderito all’idea ci sono Marta Cuscunà, Teho Teardo, Fabrizio Arcuri, Rita Maffei, Ksenija Martinovic, Teatro Incerto (con Claudio Moretti, Fabiano Fantini, Elvio Scruzzi), Fabrizio Pallara, teatrino del Rifo (Manuel Buttus e Roberta Colacino), Nicoletta Oscuro, Matteo Sgobino, Francesco Collavino, e molti altri se ne aggiungeranno nelle prossime ore.

Ogni appuntamento online avrà come protagonista un artista o un piccolo gruppo di artisti che ci racconteranno, tra un momento performativo e l’altro, il loro punto di vista. Come affrontano questo momento e quali sono i loro progetti, i consigli e qual è la loro visione del futuro. Cosa immaginano di fare o di consigliare per il momento in cui questa fase difficile avrà fine.

Ognuno sceglierà le forme e i contenuti con cui parlare agli spettatori digitali in questo format, quali sono i libri che stanno leggendo o che vogliono portare con sé nel futuro, quali i film, quali gli universi sonori, interpreteranno brani teatrali, canzoni, danzeranno, immagineranno una rinascita possibile in un futuro prossimo.

#Iorestoacasa con… prevede che gli artisti vengano scritturati per la giornata di lavoro dal CSS, mentre gli spettatori potranno fruire gratuitamente delle dirette online e degli streaming in differita, ma soprattutto potranno diventare un “Mecenate” e fare il loro Art bonus con una erogazione tramite bonifico, versamento postale, carta di credito e altre modalità previste. Quanto raccolto verrà destinato dal CSS agli artisti stessi e corrisposto interamente in giornate lavorative.

Primo appuntamento, come si è già detto, in diretta dal profilo Facebook del CSS, sabato 14 marzo (ore 21) #iorestoacasa con… Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

Mileva, la donna che sussurrava a Einstein

Ksenija Martinovic, attrice nata a Belgrado, si è messa a lavorare sulle lettere che Albert Einstein e Mileva Marić, serba come lei, si sono scambiati più di un secolo fa. Quando nasceva il loro amore. E anche la fisica del Novecento.

Ksenija Martinovic
Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

Se l’abbia davvero detto Virginia Woolf, poco importa. Importa invece che si tratti di una situazione ricorrente. “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. La storia di Mileva Marić lo conferma.

Sui banchi del Politecnico di Zurigo, nel 1896, Mileva Marić (figlia di contadini serbi, nata in un piccolo villaggio a una sessantina di chilometri da Belgrado) incontra Albert Einstein (nato a Ulm, Baden Württemberg, figlio di un imprenditore tedesco d’origine ebraica).

Lui è tre anni più giovane di lei. Lei è una fra le prime donne ammesse al corsi di quella Università in Svizzera (in Germania alle donne non era concesso). Mileva è proprio brava e ottiene voti anche superiori ad Albert. Lui si innamora della sua bravura. Lei ricambia. Fanno una figlia e qualche anno dopo si sposano, in municipio. È il 1903.

Il 1905 è l’annus mirabilis, l’anno stupefacente nel quale lui, in soli sette mesi, pubblica quattro articoli scientifici che produrranno ribaltamenti fondamentali nella storia e nelle leggi della fisica. È allora che comincia a essere considerato un genio.

Forse è un genio anche lei, Mileva, che gli è accanto. Ma nessuno lo sa. Cominciamo a scoprirlo oggi.

Il giovane Einstein

Effetto Matilda?

Si intitola Mileva lo spettacolo che Ksenija Martinovic ha ideato e creato (assieme al dramaturg Federico Bellini, con la consulenza scientifica di Marisa Michelini) e che lei stessa porta in scena assieme al perfomer Mattia Cason, in una nuova produzione del CSS – Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Qual è il contributo di Mileva Marić al lavoro rivoluzionario di colui che, fino al 1919, l’anno del divorzio, fu suo marito? Vale anche per Mileva ciò che oggi si chiama effetto Matilda, fenomeno secondo il quale il lavoro scientifico di una donna viene in parte o totalmente attribuito a un uomo? Ne sono state vittime, tra tante, Rosalind Franklin, la chimica britannica che ha scoperto la forma del dna, e Lise Meitner, la fisica austriaca che che “ha dato una mano” a tutti i maggiori scienziati della prima metà del Novecento.

Einstein e Marić
Einstein e Marić

Ksenija Martinovic è nata a Belgrado trent’anni fa e sente il legame che la apparenta a quella donna, serba come lei, e con lo stesso temperamento. Donne resilienti, dice, capaci di resistere in condizioni avverse, non disposte ad arrendersi. Mileva, lo spettacolo, nasce dopo un periodo di residenza artistica nel quadro di Dialoghi, progetto ideato dal Css, che si fa promotore e agevolatore di incontri tra diverse professionalità multidisciplinari.

E Mileva è un titolo che lascia scorgere un’ombra sul volto – diventato un’icona pop – del genio Einstein. L’ombra di questa donna scienziata, madre e moglie. La loro relazione ebbe molte facce. A volte un marito è il peggior nemico. L’unica figlia nasce prima del matrimonio e probabilmente muore pochi mesi dopo, verranno poi due maschi. La suocera non sopporta quell’intellettuale serba, claudicante, che sembra un libro stampato. Lui la tradisce con una cugina e per tenere in piedi un simulacro di convivenza le impone condizioni umilianti. Divorzieranno.

Noi non sappiamo ancora quanto l’intelligenza e il pensiero di Mileva abbiano influito sul successo scientifico e personale di Einstein. Non esistono documenti probanti. Esistono solo le lettere che i due si scambiavano, Lettere d’amore si intitolano (le ha pubblicate Bollati Boringhieri ), e proprio su queste hanno lavorato Martinovic e Bellini.

“Impossibile stabilire – dicono assieme – almeno con i documenti che abbiamo adesso, il contributo scientifico di Mileva. Lo spettacolo non è una soluzione a questo problema: è una delle possibilità di un tema ambiguo, sfuggente, che nulla toglie comunque alla genialità di quell’uomo”.

Un convegno su quell’anno stupefacente

Proprio per indagare, scientificamente, oltre che attraverso il teatro, l’ambiguità di quel rapporto e la straordinarietà dell’annus mirabilis, lo spettacolo verrà anticipato, giovedì 6 febbraio, da un convegno nel quale Marisa Michelini (che è professoressa ordinaria di Didattica della fisica all’Università di Udine) ha chiamato a raccolta alcuni tra maggiori esperti di temi einsteiniani e sarà concluso dall’intervento di Luigi Berlinguer, già ministro della Pubblica istruzione e oggi presidente Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica.

Perché anche una storia d’amore, le sue ombre, possono diventare metafore di quella rivoluzione che nei primi vent’anni del ‘900 cambiò la maniera di interpretare lo spazio, il tempo, l’energia, la velocità, l’energia, la luce. Insomma il mondo. Una rivoluzione scientifica che oggi, un secolo dopo, sembra debba continuare ancora. Con il contributo di tante più donne.

Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

MILEVA
una creazione di Ksenija Martinovic
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
consulenza scientifica Marisa Michelini
produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG
da giovedì 6 a domenica 9 febbraio, al Teatro S. Giorgio di Udine – Stagione Teatro Contatto 38
vedi altre informazioni sul sito del CSS

MILEVA, ALBERT E L’ANNUS MIRABILIS
una riflessione su scienza, storia, arte e società per una cultura trasversale
convegno scientifico per studenti
Udine, Teatro Palamostre, Sala Pasolini, ore 9.00 – 13.00
Introducono Alberto Bevilacqua, Marisa Michelini e Stefano Stefanel
Intervengono: prof. Paolo Rossi – Università Normale di Pisa, prof. Sergej Faletic – Università di Lubiana, prof.ssa Marisa Michelini – Università degli Studi di Udine, prof. Alberto Stefanel – Università degli Studi di Udine, Rita Maffei–co-direttore artistico CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Ksenija Martinovic – attrice e autrice, Federico Bellini – dramaturg
Conclude prof. Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica
consulta il programma del convegno
ingresso libero

Che farò senza Euridice? Potrei indossare un visore e come Orfeo incamminarmi tra i pixel

Per dieci giorni ancora si può scendere nel regno dei morti. Lungo la stessa strada che aveva percorso Orfeo, alla ricerca di Euridice. Una nuova produzione Css, teatro stabile di innovazione, a Udine, ricostruisce l’avventura per spettatori singoli.

Il Labirinto di Orfeo ricostruito in realtà virtuale

Spettacolo su appuntamento, dicono le istruzioni.

Se frequentate i teatri , a volte capita che non si formi la piccola comunità degli spettatori – cento, duecento, mille persone – e che l’incontro invece sia un tu per tu, un rendez vous personale. Un abboccamento, dice il dizionario. Non il teatro che di solito abbiamo in mente. Ma un teatro immersivo, sensoriale, individuale.

Nel Labirinto di Orfeo, spettacolo che si iscrive in queste categorie, si entra su appuntamento, soli, a piedi nudi, senza telefonino. Si lascia fuori il mondo e per una mezz’ora si è unici, singoli, a tu per tu con mito e mistero. Orfeo, la vita, la morte,

Conoscete tutti – credo – la storia di Orfeo. Da tre millenni, è il musicista più bravo. Con le sue melodie incanta persone, animali e dei. Ha perso la sua donna, Euridice, morsa da un serpente, e scende fin sottoterra per riportarla in vita. Ce lo raccontano Platone e Ovidio, tanti lavori letterari, teatrali, soprattutto tante composizioni musicali. Di ieri e di oggi.

Conoscete anche – suppongo – il suo famoso lamento, un’aria che resta nella storia della musica. Scritta da Gluck, l’hanno cantata soprani, mezzo-soprani, contralti, tenori e – data l’epoca, il Settecento – pure castrati. Commuove e resta nei ricordi, anche a sentirla una volta sola.

Immaginate di trasformare quel canto, quelle frasi, in sensazioni. Di tradurle in un’esperienza tattile, in una bolla di suoni vaghi e evocativi odori, in parole sussurrate all’orecchio, in un percorso affrontato al buio, come quello che portò Orfeo giù, fin nell’aldilà, per strappare alla morte la sua Euridice.

Questo è Il Labirinto di Orfeo, avventura per singoli spettatori che al buio, bendati, in una penombra insicura, ripercorrono la strada che lui aveva fatto per ricongiungersi con lei. E perderla di nuovo, come vuole beffardo il mito.

Orfeo rimasterizzato

Ero entrato nel Labirinto di Orfeo tanti anni fa, venticinque. Mi avevano invitato cinque attori, molto giovani allora, che si chiamavo Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Pietro Faiella, Rita Maffei, Sandra Toffolatti.

Sandra Toffolatti nel Labirinto di Orfeo, 1992

Avevo scritto, in quella occasione:
(…) Udito, tatto, olfatto, gusto sono i veri protagonisti di questo percorso dove la vista non è più padrona, sia per la scelta del buio come sfondo del racconto, sia per l’effetto, a un certo punto, di una benda sugli occhi, che alimenta un rapporto di fiducia fra il visitatore e le sue guide. A piedi scalzi, incerto sulla strada da seguire, egli deve affidarsi a un piccolo gioco di spostamenti che lo spingerà ad ascoltare il narrare lieve di fanciulle vestite di bianco, o a percepire gli aromi di essenze odorose diffusi in piccole stanze foderate di veli. Lasciarsi andare, lasciarsi guidare, è il segreto per affrontare l’avventura del Labirinto, delle sue voci narranti, delle sue sorprese. (Il Piccolo, 12 maggio 1992)

Sottoscrivo tutto. Perché, riallestito da Rita Maffei e minuziosamente ricostruito Luigina Tusini, in quel Labirinto sono entrato di nuovo qualche giorno fa. E di nuovo ho sperimentato quelle sensazioni. Grazie al lavoro di altri, altrettanto efficaci performer (li troverete citati nella locandina, più in basso)

Formidabili quei pixel

Venticinque anni sono tanti e nel mondo tante cose sono cambiate. La propensione tecnologica delle arti dello spettacolo dal vivo, ad esempio.

Così a questo Labirinto “rimasterizzato”, riconsegnato allo spettatore, oggi si affianca anche un avanzatissimo Labirinto di Orfeo VR, cioè di realtà virtuale, ridisegnato con programmi di grafica tridimensionale e visori. Sempre su appuntamento.

Qui sarete davvero soli, e oltre al telefonino avrete lasciato alle vostre spalle anche il vostro mondo. Dopo aver indossato un visore VR, ciò che vedrete sarà un pianeta immaginario, gemello di quelli che quasi un secolo fa edificava l’incisore Maurits Cornelis Escher, il più tenace illusionista del Novecento.

Maurits Cornelis Escher – Altro Mondo (1947)

Questa ulteriore avventura in solitaria sulle orme di Orfeo, questo pianeta che c’è ma non esiste, sono stati progettati e implementati da Alessandro Passoni e Saul Clemente.

Raccomanderei davvero, una volta che abbiate vissuto sensorialmente la favola di Orfeo, di affrontarla anche virtualmente. Scoprirete l’efficacia di una mitologia computerizzata. E il potere dei pixel: vostri futuri geometri di sogni e illusioni.

Il labirinto di Orfeo VR

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PROGETTO LABIRINTI 2.0

dallo spettacolo 1992 creato da Alessio Boni, Pietro Faiella, Luigi Lo Cascio, Rita Maffei, Sandra Toffolatti
messa in scena 2019 Rita Maffei
con Manuel Buttus, Ada Delogu, Natalie Norma Fella, Klaus Martini e Nicoletta Oscuro
e i partecipanti al laboratorio di teatro sensoriale: Mario Bodini, Ilaria Borghese, Sabrina Cappellaro, Elisa Cattarinussi, Emanuela Colombino, Manuela Daniel, Laura Ercoli, Marta Ecoretti, Antonietta Ermacora, Cecilia Fabris, Daniela Fattori, Massimo Franceschet, Gianna Gorza, Elisa Mansi, Arianna Marzolini, Donatella Mazzone, Samuele Mergan, Emanuela Moro, Marta Parpinel, Maria Grazia Pizzutti, Martina Puzzoli, Enrico Regattin, Arianna Romano, Susanna Tomasin, Jacopo Tornaboni, Hava Toska, Claudia Traina, Sevin Anna Trantino, Rebecca Trevisano, Federica Visentin, Enea Zancanaro
allestimento scenografico Luigina Tusini
assistente Ada Delogu
direzione creativa, sviluppo applicazione VR Alessandro Passoni
VR artist Saul Clemente
produzione Css Teatro stabile di innovazione del FVG ⁄ Virtew

fino a domenica 8 dicembre 2019 (vai al sito Css – Teatro stabile di innovazione del FVG)


Marta Cuscunà: il canto delle altre muse

Oggi a Milano, nella serata finale organizzata dal trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio, Marta Cuscunà riceverà il Premio Hystrio – Altre Muse.

Sono passati dieci anni giusti da quando È bello vivere liberi, il primo titolo di Marta Cuscunà, riceva il Premio Scenario per Ustica. Creato “per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo”, lo spettacolo raccontava la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana (1925-2003), una donna indipendente e anticonformista che era cresciuta nella stessa Venezia Giulia in cui è crescita anche lei, Marta, altrettanto indipendente, di sicuro non conformista.

La storia teatrale di Cuscunà è continuata in questo decennio, con altri titoli. Tra i quali La semplicità ingannata (2012), Hello, boys (2015), Etnorama 34074 (2017), Il canto della caduta (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima.

L’intervista

“I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore”. 

Proviamo a spiegarlo attraverso la tua storia.

“Nella mia esperienza i premi sono qualcosa di diverso rispetto a una pagella e a seconda di come vengono pensati, possono avere valore e finalità diverse. Il mio percorso artistico è iniziato nel 2009 con il Premio Scenario per Ustica, che consisteva innanzitutto in un piccolo budget per allestire lo spettacolo, in un numero di repliche prestabilito per farlo girare, una grande visibilità, ma soprattutto un percorso di selezione con obiettivi e scadenze precisi che mi hanno guidata nella realizzazione del mio primo progetto indipendente”. 

Marta Cuscunà Bello vivere liberi
È bello vivere liberi (2009)


“Significativo è stato anche il Premio Rete Critica che prevedeva un momento di confronto con la giuria e il pubblico. Per Rete Critica ho realizzato insieme a Paola Villani e Marco Rogante (rispettivamente la scenografa e l’assistente alla regia di Sorry, boys) il primo Making of di uno dei miei lavori. Cioè un racconto performativo del percorso di creazione che sta dietro allo spettacolo. Un format che poi ho scelto di replicare anche per l’ultima produzione Il canto della caduta, perché riesce a dare ulteriori chiavi di lettura per la fruizione dello spettacolo”.

Ora è la volta del Premio Hystrio, e lo ricevi per la categoria Altre Muse. Ritieni che questa categoria abbia un particolare significato?

“Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po’ fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un’assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d’arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove”.


Prova a tirare le fila di questi tuoi dieci anni in scena.

“Mi sento molto privilegiata: sono riuscita a realizzare i miei spettacoli grazie all’impegno di realtà italiane e straniere che condividono un’impostazione coraggiosa e anticonformista delle scelte produttive. Il merito principale è di Barbara Boninsegna, direttrice artistica di Centrale Fies, che oltre a ospitarmi in lunghissime residenze artistiche, è sempre stata disponibile a sperimentare metodi di produzione inconsueti come il microcredito (che prevedeva da parte mia la restituzione delle quote di finanziamento) oppure la costruzione dei pupazzi attraverso un processo di prototipizzazione, simile a quello usato nella produzione industriale ma decisamente inconsueto per i laboratori di scenografia italiani”.

Questa sera, a Milano, avrai accanto gli altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente). Che cosa ti interessa, adesso, nel lavoro dei tuoi colleghi?

“Grazie al progetto Fies Factory, ho la fortuna di seguire da vicino il percorso artistico di Anagoor e Sotterraneo, che spesso arrivano agli spettacoli dopo lunghe ricerche teoriche e multidisciplinari. Con i loro lavori ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa”. 

Marta Cuscunà - Il canto della caduta
Il canto della caduta (2018)

“Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell’opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato”.

È bello vivere liberi ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana, tua conterranea. È stata la tua regione, il Friuli Venezia Giulia, a darti la prima spinta per raggiungere i tuoi traguardi?

“Devo molto a questa terra che nel periodo dell’adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite”.

Marta Cuscunà
Sorry, boys – backstage

Mentre ora… 

“Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell’Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata domenica 9 giugno 2109 sul quotidiano IL PICCOLO].

Se vuoi leggere di più

In questi dieci anni su Marta Cuscunà ho scritto parecchio. Ecco ad esempio le mie riflessioni su È bello vivere liberi, su La semplicità ingannata, su Sorry, boys, su Etnorama 34074 e su Il canto della caduta.

Eccellenti litiganti. Un sipario, due amici e Mike Bartlett

Capita che le persone, anche quelle che amiamo di più, ci deludano. Capita.

Nel lavoro scritto dal drammaturgo inglese Mike Bartlett e intitolato An Intervention, capita cinque volte. Una volta ogni scena. 

Nell’allestire per la prima volta in Italia Un intervento, traduzione di quel testo del 2014, Fabrizio Arcuri regista fa accadere tutto ciò davanti a un sipario. Proprio come vuole l’autore. Per cinque volte.



“Sei sicuro? Sicuro sicuro? Incredibile. Non ci credo. Fanculo”

Capita che due amici, amici da lungo tempo (chiamiamoli A e B), a un certo punto si trovino in disaccordo su qualcosa. Potrebbe essere una questione politica. Nel testo di Bartlett è l’intervento militare britannico in un paese straniero. Ma potrebbe essere anche una questione personale. Nel testo di Bartlett ad A non piace una persona che B frequenta. Oppure potrebbe essere un comportamento. Sempre seguendo Bartlett, B rimprovera ad A di bere troppo. E in effetti, A beve troppo.

Con gli amici si parla, si discute, si litiga anche. A volte le cose tornano a posto da sole. A volte si negozia una soluzione. Nel nostro caso il conflitto precipita invece a cascata, per tutte le cinque scene. Irrimediabilmente. O forse no. E qui sta il bello.

“Da quel momento in poi, abbiamo sempre litigato. E adoravamo litigare”.

Mike Bartlett è nato nel 1980. Nemmeno quarantenne, è fra i rappresentanti di spicco della drammaturgia (Cock, Bull, Wild) e della sceneggiatura (mini serie tv come Doctor Foster) odierne inglesi. Come autore, lascia a chi metterà in scena An Intervention, ampi margini di manovra.

A e B (nello spettacolo sono interpretati da Rita Maffei e Gabriele Benedetti) possono essere un uomo e una donna. Ma anche no. Due uomini, o due donne. Possono avere qualsiasi età. Possono essere vicini di casa, o provenire da luoghi e ambienti diversi. Anche l’oggetto del dibattito – che sia l’intervento militare, o la storia d’amore in cui uno dei due si è imbarcato, o la faccenda del bere – possono avere pesi diversi. Decide chi metterà in scena il testo. Ciò che conta, forse, è tenere all’erta lo spettatore, stimolarlo per tutte le cinque scene, ma non per raccontargli una storia. Piuttosto, per rivolgere a lui le questioni che tormentano i due personaggi.

Mike Bartlett

“Mi dispiace, ma forse deluderò qualcuno”

Perché il pubblico a cui Un intervento si rivolge, ha lo stesso profilo culturale, politico, sociale, di A e B. Un pubblico over 40, acculturato smaliziato, progressista, non estremista. Come diceva Nanni Moretti: di sinistra. Di questo pubblico Bartlett, e il suo regista Arcuri, si divertono a demolire alcune sicurezze.

Con un altro pubblico, ad esempio la generazione under 30, o con il popolo (come dice il governo in carica), Un intervento non funzionerebbe. E anche questo – diciamolo – è il suo bello.

Bello è pure il modo con cui viene risolta l’indicazione scenica, molto scarna, che dà l’autore: lo spettacolo ha luogo davanti a un sipario. Pur seguendola alla lettera, con i suoi interventi a gamba tesa in palcoscenico, la scenografa Luigina Tusini scatena un gioco di rimandi tra l’impianto e i costumi (stravaganti, e al tempo stesso molto pertinenti) che elettrizza gli spettatori.

“Se Dio non avesse voluto che bevessimo, non ci avrebbe dato una bocca”

Gli spettatori (gente appunto acculturata, smaliziata, progressista) possono pure decidere di prendere posizione sulle questioni messe in gioco. Ma soprattutto si divertono. Anche loro. Così mi è capitato, assistendo a una replica.

Perché ci si diverte sempre assistendo a una lotta (è la formula dello sport, no?). E anche perché Maffei e Benedetti, due eccellenti litiganti, sparano dentro il testo grandi dosi d’ironia, la condiscono con il sarcasmo, ogni tanto anche il cinismo. Non solo le parole, scritte molto pinterianamente dall’autore e dette da due attori che Pinter lo conoscono. Ma soprattutto il gioco delle loro reazioni, gli sguardi, le occhiate di traverso, le smorfie, che sono il sale dei litigi.

Non sarò io a svelare come va a finire, anche se va a finire sulle note struggenti di Nothing compares 2U. Musica a parte, potrebbe essere che, per ciascuno spettatore, vada a finire diversamente. Perché è la drammaturgia di oggi, bellezza. E tu non tu puoi farci niente, niente.

Un intervento
di Mike Bartlett
traduzione di Jacopo Gassman
regia Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
produzione CSS – Teatro stabile d’Innovazione del FVG
le fotografie sono di Daniele Fona

repliche al Teatro Palamostre di Udine, il 14, 15, 16 e 21, 22, 23 febbraio, poi in tournée

Con Tiago Rodrigues, disegnando l’Europa

“Si sono fatti una promessa, molto tempo fa. Ritrovarsi ogni anno, in questo stesso giorno, in questo stesso luogo. Da allora ne è passato di tempo. Lui è tornato là ogni anno. Lei mai. Almeno finora. Ora però si incontreranno. Hanno alle spalle strade diverse. Parlano lingue diverse. Questa sarà la loro storia. E non sarà soltanto una”.

L’Ecole des Maîtres è un corso internazionale e itinerante di perfezionamento teatrale. Ogni anno (da quando Franco Quadri l’ideò, cioè da 28 anni) l’Ecole dà a una ventina di giovani attori tra i 24 e i 35 anni la possibilità di lavorare con i maestri della scena mondiale. Maestri che, in più un quarto secolo, sono stati leoni bianchi della regia europea – Ronconi, Stein, Dodin – o gli esponenti di un nuovo teatro d’autore – Fabre, Delbono, ricci/forte – o ancora i nomi di spicco di un altro continente – l’argentino Rafael Spregelburd, la brasiliana Christane Jatahy.

Fossero britannici come Matthew Lenton, o lituani come Eimuntas Nekrošius, croati come Ivica Buljan, il problema che l’Ecole e i suoi “studenti” internazionali hanno sempre posto loro era lo stesso: la lingua, le lingue, la necessità di un territorio comune nella diversità delle provenienze. Ognuno dei maître l’ha risolto a modo proprio: perché ciascuno portava nel proprio lavoro e nella pedagogia, una certa idea d’Europa e di ciò che dovrebbe essere un attore oggi, in questa Europa. Progettare l’attore europeo è del resto la mission dell’Ecole.

“Finché ci saranno i caffè ci sarà l’Europa” dice ora Tiago Rodrigues, regista, attore e autore portoghese, maître di questa edizione 2018 (qui una breve scheda su di lui e sul progetto). “I caffè sono luoghi dove ci si incontra si scambiano idee, nascono pensieri nuovi, senza l’assillo del risultato. Sono il simbolo di un’Europa che, più che sulla libera circolazione delle merci, dovrebbe poggiare sulla libera circolazione di persone e idee”.

In tempi così controversi per questo continente, può essere salvifica l’immagine proposta da un regista che alla fine di quest’anno riceverà a San Pietroburgo, il Premio Europa per il Teatro. Rodrigues parla seduto in mezzo ai suoi sedici studenti. Vengono da Francia, Belgio, Portogallo, Italia, e hanno superato la selezione che li ha portati qui, in provincia di Udine, a Villa Manin di Passariano. Proprio la villa che ospito Napoleone, nei giorni del trattato di Campoformido. Tanto per restare in tema d’Europa.

Perigo Feliz – Felice Pericolo

Per i suoi allievi Rodrigues ha creato la storia che ho raccontato all’inizio. E ha lasciato che per una settimana, a coppie, lavorassero attorno a quella situazione. Ciascuno nella propria madrelingua, ma anche nelle altre lingue, con tutte le incomprensioni, gli inciampi, gli errori. Con il pericolo felice – è titolo di questa sessione dell’Ecole – che scaturisce dall’incontro e ancor più dallo scontro delle lingue. Così la situazione iniziale si è moltiplicata, le figure del racconto si sono caricate di senso, hanno acquisito voci e corpi, e ciascuna storia ha preso una direzione diversa.

“Penso a un ramo che si spezza per il peso della neve appena caduta. Ma l’albero a cui io penso – un pino – non è per forza di cose l’albero a cui pensi tu – un larice, una betulla -. Ci sono mondi diversi dietro alle stesse parole”.

A Villa Manin, l’altra sera, in una delle barchesse, Rodrigues ha aperto al pubblico le porte di questo lavoro, sviluppato sotto l’egida del Css – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila italiano dell’Ecole. Pericolo Felice proseguirà anche nelle prossime settimane, quando nel suo percorso internazionale, l’Ecole si riaprirà anche al pubblico di Roma (nel cartellone di Short Theatre, al Teatro India, il 5 settembre) e poi di Coimbra e Lisbona, Reims e Caen, infine Liegi, il primo ottobre.

Un continente di traduzioni

“Io credo nella forza lingue locali – continua Rodrigues – nel mio caso la lingua portoghese, perché contengono una ricchezza, una cultura, una storia, che vengono loro da radici profonde. Ma oggi chi fa teatro – prosegue – non può pensare più a un pubblico locale. Vedo in futuro un continente di traduzioni, in cui ciascuno si sforza di capire e farsi capire. Ma al rischio dell’incomprensione, del tradimento linguistico, antepongo la sfida creativo dell’invenzione. Tradurre è tradire, ma anche sollecitare conoscenze nuove”.

“Fin dal primo momento – riassume Nicola Borghesi, uno dei quattro italiani selezionati per questa Ecole 2018 – mi è sembrato un approccio al lavoro del palcoscenico molto diverso da quello della regia tradizionale. Del lavoro con Rodrigues, mi ha colpito sopratutto la tranquillità di chi non ha bisogno di giungere a un risultato immediato, di confezionare un prodotto da mostrare, e si prende invece il tempo per esplorare i pensieri e le parole degli altri”.

Proprio come succede al caffè, quando per ristorarci un attimo, mettiamo da parte l’ansia del lavoro e ci lasciamo andare al gusto della chiacchiera. Anche senza pensare che finché ci saranno caffè, ci sarà Europa.

[le immagini sono di Miguel Mando e Giovanni Chiarot].

Come recuperare i ricordi perduti (nel tempo della sharing economy)

Ditemi: vi piacerebbe bussare alla porta dell’Ufficio Ricordi Smarriti e recuperare là, tra scaffali, contenitori, faldoni, tutto ciò che si è perso nel tempo, o nella vostra memoria?

Chessò: potrebbero essere “45 giri, LP, cassette, cartoline, le Polaroid, i Bignami, tutti i diplomi. La maglietta della squadra del cuore o le scarpette di raso rosa. La chiave della stanza alla casa dello studente. Intere collezioni di bottiglie di birra. Play Boy, Io Sono Mia, Due più. Pillole dolci e amare, scatole di preservativi, anche colorati. Mini mini gonne, calze a rete. Stick per i bruschi, gel e lacca, tanta tanta lacca”. Forte no? Soprattutto se siete nati negli anni Sessanta, o Settanta. Nell’Ufficio Ricordi Smarriti è accumulato tutto il vostro passato.

La gentile addetta che col sorriso vi accoglie all’ingresso sa dove cercare, e può fare tanto per voi. Tanto, non tutto. Infatti vi avverte: “Per i primi tre anni di vita niente da fare. Si è troppo impegnati ad imparare a stare al mondo, per avere ricordi. Un altro periodo un po’ così, un po’ buio, è quello delle scuole medie. Non avete idea di quanta gente viene qui a cercare i diari di scuola, le foto fatte in classe, perfino la ciocca della compagna di banco, legata con il nastrino dell’amicizia, eterna …e i bigliettini passati di nascosto. Ma si capisce, no, perché questo periodo cade nel dimenticatoio. Non si è né carne né pesce”.

Teatro d’esperienza

Ufficio Ricordi Smarriti, oltre a essere il titolo della più recente creazione del Collettivo N46°- E13° guidato dalla regista Rita Maffei, è anche un percorso esperienziale. Come altri esempi della scena contemporanea, mette infatti da parte le formalità della rappresentazione, il lavoro d’interpretazione sui testi, il carisma dell’attore. E confonde le carte del teatro, così come nella testa si confondono i ricordi, mentre invita gli spettatori a immergersi in questa particolare forma di spettacolo. Teatro immersivo, la chiama qualcuno.

Ho scritto spettatori: in realtà si tratta uno spettatore solo. Nel sottopalco del Teatro Palamostre a Udine, in tante stanzette separate, una decina, tutte ideate dalla scenografa Luigina Tusini, Ufficio Ricordi Smarriti si rivolge a una persona sola. O almeno, a una per volta. È inoltre uno spettacolo costruito per episodi, modalità che richiama i contemporanei formati della visione, e si distende in sette puntate, che hanno preso il via lo scorso dicembre e si concluderanno a maggio.

Ancora: ad abitare quelle stanzette, a ricercare insieme a voi le madeleine del tempo perduto, non ci sono attori di mestiere. Ma un collettivo di persone di età e professioni diverse che ha scelto di aderire, come cittadini, autori e performer, alla proposta di Maffei, energetica sostenitrice di un teatro partecipato, che già li aveva coinvolti nel precedente progetto, N46°- E13°, le coordinate geografiche di Udine, da cui anche il nome del collettivo.

Pertanto: ci sono tutti gli elementi per fare di Ufficio Ricordi Smarriti  un lavoro profondamente diverso dagli spettacoli che da decenni danno forma al cartellone di Teatro Contatto. E inquadrarlo piuttosto in quelle civili forme di partecipazione relazionale a cui la sharing economy ci sta abituando. Se con BlaBlaCar condividiamo le nostre automobili e i nostri viaggi, possiamo provare a farlo anche con beni intangibili, com’è il teatro, che vengono condivisi mettendo tra parentesi le regole, le tecniche, il professionismo che caratterizzano da mezzo millennio almeno i mestieri dello spettacolo. C’è già chi storce il naso, lo so: “…e allora noi professionisti?”. Ma bisognerebbe fargli notare che BlaBlaCar e Uber non sono i nemici del trasporto pubblico. Sono le alternative. 

Il gioco del passato e del presente

L’idea di aprire un Ufficio Ricordi Smarriti nasce dalla lettura collettiva di un bel libro del fisico Carlo Rovelli intitolato L’ordine del tempo. Duecento pagine, lievi e al tempo stesso profonde, che invito a leggere, per spazzare via alcuni di quegli stereotipi e di quei luoghi comuni che, insieme, condividiamo a proposito del Tempo. Dal momento che è proprio nel gioco di passato, presente e futuro che trovano spazio i ricordi.

Parafrasando Rovelli, in una di queste stanze, un’altra esperta di recupero dei ricordi vi dirà: “Tu sei i tuoi pensieri pieni di tracce delle parole che ti sto dicendo. Sei le carezze di tua madre. Sei la dolcezza serena con cui tuo padre ti ha guidato. Sei i tuoi viaggi adolescenti, le letture che si sono stratificate nel tuo cervello, i tuoi amori, le tue disperazioni, le tue amicizie. Tu sei ognuno di loro, e loro sono te. Sei le cose che hai scritto, che hai ascoltato, i volti che sono impressi nella tua memoria. Da oggi anche il mio”.

Quel passato che non passa

Detto con il suo sguardo fisso sui vostri occhi, tutto ciò tocca nel profondo e lascia spesso commossi coloro che escono da quella stanza, pronti a varcare le altre porte. E a immergersi nel ricordo di notti di viaggio in auto, saporite ricette di polpo e patate, sessioni presso uno psicoanalista affascinato dalla caduta dei gravi, ritratti di donne ammazzate da legislazioni ingiuste, minuscoli rifugi dell’anima pieni di peluche o di bigliettini affettuosi, adolescenti che sfidano il tempo alla fermata dello scuolabus, attese interminabili sul letto a due piazze, rituali new age, squarci di infanzia in campagna, là dove c’era il verde, ora c’è una città. E ancora fotografie, diari, biglietti, oggetti feticcio che si squadernano davanti agli occhi. Un passato che non vuol passare.

E proprio qui il sta guaio: non dello spettacolo, che di sera in sera mette in paziente attesa, ad uno ad uno, tanti spettatori. Il guaio esistenziale. Dovessimo davvero entrare in quell’immaginario Ufficio Ricordi Smarriti, dovessimo trovare tutto ciò che cerchiamo, magari anche ciò che non cerchiamo, tutto ciò che abbiamo vissuto ci ricadrebbe addosso. Ne finiremmo oppressi, schiacciati. Non ci si può portare appresso tutto il proprio passato. Per questo il nostro cervello si è inventato una balsamica applicazione che si affanna a cancellarli meglio che può, i ricordi. Si chiama oblio. La sua funzione, però, i suoi diritti, le sue consolazioni, meriterebbero un altro post, un’altra volta.

Nell’ultima stanza ci sono solo una penna e un libro, con molte pagine bianche. Ognuno può lasciare scritte le proprie impressioni. Ci impiegherò qualche giorno, ma me le leggerò tutte.

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Ufficio Ricordi Smarriti vede coinvolti:

Josephina Balaguer, Valter Bertuzzi, Ilaria Borghese, Serena Bruno, Bruno Chiaranti, Emanuela Colombino, Manuela Daniel, Ada Delogu, Laura Ercoli, Antonietta Ermacora, Daniela Fattori, Massimo Franceschet, Tiziana Franzolini, Mariantonietta Giffoni, Gianna Gorza, Loris Indri, Milica Jacimovic, Lara Lagomarsino, Ornella Luppi, Donatella Mazzone, Fedra Modesto, Emanuela Moro, Laura Nazzi, Silvia Palmano, Emanuela Pilosio, Dania Rizzardi, Luisa Schiratti, Ilenia Spallino, Anna Spironelli, Andrea Tami, Valentina Toffoletti, Hava Toska, Pilar Vila Piqueras, Federica Visentin, Enea Zancanaro.

La regia è di Rita Maffei, le installazioni sceniche di Luigina Tusini. La produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

Il calendario degli episodi è pubblicato sulla pagina del CSS.

 

 

Ecole des Maîtres 26. La Scuola dei Maestri. Quella senza Maestri

Si sono dati questo nome: Transquinquennal. Un po’ troppo lungo e complicato da scrivere. Ma il significato è chiaro. Abbastanza chiaro. Transquinquennali. Già l’anno prossimo potrebbero chiamarsi transquadriennali. Poi transtriennali e così via, fino alla data di scadenza. Il collettivo teatrale belga formato da Bernard Breuse, Miguel Decleire e Stéphane Olivier ha scelto un assetto originale, se non altro, per collocarsi sul grande arco sulla scena europea. Un progetto di eutanasia, o autodistruzione, che porterà il gruppo a cessare l’attività il 31 dicembre del 2022. Sappiatelo: Andrebbero consumati preferibilmente prima del.

Intanto lavorano, creano, si danno da fare, secondo le tappe di un disegno, scandito anch’esso in cinque tempi poiché riproduce, applicato al teatro, le famose fasi che la psichiatra Elisabeth Kübler-Ross (scomparsa nel 2004) aveva individuato studiando l’elaborazione del lutto: Rifiuto. Rabbia. Contrattazione. Depressione. Accettazione.

A sentirli parlare di sé, i Transquinquennal si trovano ora a esplorare la terza fase. E proprio il tema della Contrattazione ha dato loro lo spunto per progettare il lavoro che in queste settimane stanno svolgendo come maître dell’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri (le informazioni, qui).

Il corso itinerante per giovani attori europei ideato 26 anni fa da Franco Quadri è riuscito, in questo quarto di secolo, a raccogliere nelle proprie “classi” tutti i più importanti maestri della fine del millennio. Dai registi “signori della scena” come Stein, Nekrosius, Dodin, Ronconi, alla nuova regia autoriale di gente come Pippo Delbono, Antonio Latella, Ivica Buljan, fino alla post-drammaturgia di Rodrigo Garcìa, Rafael Spregelburd, ricci/forte, Christiane Jathay. La particolarità di questa edizione 2017 è che gli odierni “maestri”, i Transquinquennal, su questa idea di magistero nutrono sostanziosi dubbi. Da una parte negano di aver qualcosa da insegnare (un metodo di pensiero, tutt’al più), dall’altra sembrano allergici a quel principio di potere che riesce a far funzionare in maniera fluida tanti sistemi e tanti strumenti sociali, dall’esercito, ai partiti tradizionali, alla scuola, fino ad arrivare anche al teatro, almeno così come lo conosciamo abitualmente. I Transquinquennal sono un collettivo antigerarchico, che in nome della parola democrazia e (in questo momento) della contrattazione si propone di ribaltare le regole del gioco.

Ora: tutto ciò può risultare interessante sul piano della riflessione, e forse dei processi mentali che vengono attivati nel costruirsi professionale di un attore. Ma diventa un po’ ostico – e diciamolo, pure palloso – se lo si orienta verso un’esperienza da portare sulla scena, e da far vedere al pubblico. Proprio questa, invece, mi sembra fosse l’idea alla base della dimostrazione che i tre Transquinquennal assieme a 14 attori dell’Ecole 2017 hanno presentato a un piccolo pubblico convenuto a Udine per scoprire qualcosa sul loro lavoro. Udine, sotto l’egida del CSS – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, è stata la tappa iniziale del percorso internazionale di lavoro che continua  a svilupparsi adesso a Bruxelles, toccherà poi Roma, Reims e Caen (Francia), e in conclusione Coimbra (Portogallo) il 24 settembre.

Mi voglio spiegare: ho l’impressione che la democrazia sia un utensile un po’ troppo ingombrante per essere usato a teatro. E che la contrattazione non sia il procedimento che mette in relazione gli attori con il pubblico. Su che cosa dovrebbero negoziare quando il contratto (generalmente siglato con l’acquisto di un biglietto) è già stato concluso. Ed è davvero opportuno che una decisione artistica (oppure  semplicemente espressiva) venga presa a maggioranza?

Insomma: aspettarsi che scena e platea si confrontino democraticamente, che il pubblico negozi con agli attori che cosa devono fare, che un’esperienza di scena vada avanti a forza contrattazioni – ciò che probabilmente era nel programma della serata a cui ho assistito – si dimostra talmente ambizioso da scivolare subito nel fallimento. Nonostante un pubblico un po’ abituato a considerare la condivisione, l’interazione, la partecipazione attiva alla cosa pubblica come comuni processi quotidiani. Poiché il mondo digitale, oggi, verso tali modalità si sta indirizzando:  il famoso approccio 2.0.

Eppure – lo abbiamo sperimentato un po’ tutti – essere pubblico, essere spettatori, mettersi in una condizione di ricezione, visione, ascolto, perché no, accomodarsi in una comodità passiva, è un privilegio al quale non siamo quasi mai disposti a rinunciare. Chi fa attivamente teatro lo sa (dovrebbe saperlo). Per venti minuti, invece, siamo rimasti così, i 14  attori e noi del pubblico, silenziosi, in attesa, a guardarci negli occhi. E nei successivi quaranta minuti, beh, non è successo granché.

Lo dico in modo sbrigativo: in platea si ragiona così: se scelgo di fare lo spettatore perché mai dalla scena tu mi inviti, mi solleciti, mi costringi a fare pure il co-protagonista. Stai al posto tuo. Fai quello che devi fare. Lascia che mi goda lo spettacolo. Tranquillamente. Alla faccia del 2.0.

E’ pur vero che l’Ecole des Maîtres non ha l’ambizione né l’intenzione di mettere in scena spettacoli: si tratta di un’attività di pedagogia per attori. Però sentitemi, maestri non maestri cari, progettisti a scadenza, per i prossimi cinque anni, pensate anche a noi spettatori, che siamo un po’ pigri e un po’ comodoni, non costringeteci a fare un mestiere che non è il nostro. Si fa già tanta fatica a farne uno, bene.

Devo aggiungere qualcosa. Vale la pena conoscere meglio il lavoro dei Transquinquennal e qualcuno dei loro 41 titoli di progetto. Provate a dare un’occhiata a questo breve teaser, che mostra l’idea che stava dietro a  L’un d’entre nous.

O al trailer del loro spettacolo – questo sì, uno spettacolo – Capital Confiance.

O ancora a quel simpatico pasticcio intitolato : We want more.

E su questa pagina (clicca qui) trovate invece tutte le informazioni sull’edizione 2017 dell’Ecole des Maîtres.