Marta Cuscunà Earthbound. Perché il futuro è dietro la porta

Earthbound è il titolo del nuovo spettacolo di Marta Cuscunà. Uno sguardo contemporaneo su ciò che sarà il pianeta tra duecento anni.

“Non credo che ci trasformeremo in automi” ha detto qualche giorno al Festival della Letteratura a Mantova, il filosofo Slavoj Žižek. Uno che ha parecchio sèguito e uno sguardo spesso rivolto al futuro.

Eppure, già dal titolo del suo più recente libro Hegel e il cervello postumano è chiaro che secondo lui – garantista umano a oltranza – in qualcosa d’altro ci trasformeremo. 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

In che cosa ci trasformeremo?

Magari in quelle strane creature, un po’ tricheco, un po’ pipistrello, che Marta Cuscunà immagina abitare il mondo nel 2425. Ce le presenta nel suo più recente lavoro teatrale Earthbound, lei, creatrice e performer che già nel 2018, in Il canto della caduta (vedi qui e anche qui) aveva tentato il salto nel tempo e gettato uno sguardo su una remota comunità che non sapeva che farsene della guerra. Millenni fa, naturalmente.

Cuscunà ora guarda avanti, molto avanti, e affascinata dalla fantascienza radicale di Donna Hataway, prova a immaginare, con i mezzi teatrali di adesso, quel che potrebbe essere l’orizzonte umano, post-umano, o trans-umano – lo scopriremo vivendo – di domani.

Però la fantascienza, anche la più avanzata, come questa creata da Haraway, eco-femminista statunitense, autrice del Manifesto Cyborg, non è una previsione di futuro. È invece – almeno a mio avviso – la capacità di leggere l’oggi da un punto di vista diverso da quello abituale e banale. Giornalistico, in definitiva.

Marta Cuscunà e un pupazzo - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Posizione 2425

Seguiamo dunque Cuscunà e teletrasportiamoci assieme a lei nel 2425. Che sarà un mondo fortemente inquinato e infetto (proprio come quello odierno). Che vedrà le intelligenze artificiali svolgere tutti i compiti di routine (come succede già oggi). Un mondo in cui l’homo sapiens si abituerà a convivere con altre creature che si saranno evolute grazie a salti di specie (e anche su questo oggi siamo abbastanza ben informati, e perfino vaccinati).

Il futuro insomma è dietro la porta. Anzi, è già entrato.

EarthBound. Legati al pianeta, dipendenti dalle tecnologie

Pure il vocabolario usato dalle future creature sembra quello contemporaneo. Parole come connessione, abilitazione, sincronizzazione, tornano spesso, a ricordarci che ieri, come oggi e come domani, siamo stati e saremo sempre dipendenti dalla tecnologia.

Molti millenni erano la fusione e la lavorazione dei metalli. Ci si sono poi messi la polvere da sparo, il motore a vapore, quello a scoppio, quello elettrico, e infine Steve Jobs e Bill Gates, ad asciugarci il sudore della fronte e a indirizzarci verso una vita sedentaria.

Quella che le future creature di Earthbound sembrano esercitare nel loro habitat, ora spiaggiate sopra uno scoglio, ora appese per le zampe a un ramo, oppure rannicchiate come una pianta cactacea nella propria comfort zone.

Earthbound. Abitanti di un’enorme sfera che gira

Nell’impianto scenografico che Paola Villani ha preparato per Earthbound c’è una enorme sfera abitata che gira. E lascia di volta in volta intravedere questi nuovi esseri – simbiogenetici scrive Haraway – cui le leggi del sovrapopolamento hanno ostacolato la riproduzione. Oppure dà visibilità a esseri decrepiti e fisicamente impotenti (in pratica, la nostra specie, oramai prossima all’estinzione). 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Di lato, Villani ha collocato un alberello stentato, per dire che la natura naturans comunque esiste ancora. E si potrebbe in qualche modo farla rifiorire, grazie alle tecnologie green, naturalmente.

A fare la spola tra la sfera e l’alberello c’è Marta Cuscunà, che si muove veloce e disinvolta su un monoruota (se non immaginate che cos’è, vedetevi questo link) e dà voce a una futura intelligenza artificiale. Non troppo diversa però dall’Alexa contemporanea di Amazon (vedi qui un mio post su di lei), anche nelle numerose e divertenti defaillance di cui è zeppa la vita degli/delle assistenti digitali di oggi.

Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Animatronica

Dovessimo usare parole difficili, diremo che la distopìa annunciata da Donna Haraway e portata in scena da Cuscunà, con pupazzi animatronici (cioè meccanismi rigorosamente mossi a mano) è un’immagine dello stato di equilibrio delle società odierne.

La contesa tra la spinta all’innovazione avventurosa e le sicurezze riposte nella tradizione. O con più semplici parole, l’inestinguibile battaglia tra progressisti e conservatori, tra gli integrati e gli apocalittici che Umberto Eco immaginava scontrarsi nella cultura di massa. E che oggi si è trasferita, nel mondo occidentale almeno, ai consumi di massa. Letali, come si sa, per la sopravvivenza del pianeta.

Gli aggeggi aninatronici di Earthbound - ph Guido Mencari
Gli aggeggi aninatronici di Earthbound – ph Guido Mencari

Su questo Haraway e l’antropologo francese Bruno Latour (da cui Cuscunà ha ripreso il titolo Earthbound) hanno parecchie cose da dire.

Gli spettatori più attenti sapranno coglierle e ci rifletteranno sopra. Io per esempio vi ho scorto la somiglianza tra intelligenze artificiali e immortalità dello spirito. Che è un pensiero parareligioso.

Altri, meno portati a sognare il futuro, potranno seguire la favola , ma senza entusiasmarsi troppo. Perché l’avvenire non è materia per tutti i palati.

Se vi interessa tuttavia sapere qualcosa di più su Haraway e sul suo romanzo, andate qui e buona lettura.

Oppure guardatevi questo video:

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EarthBound
ovvero le storie delle Camille

liberamente ispirato a Staying with the trouble di Donna Haraway
di e con Marta Cuscunà
scena Paola Villani
assistenza regista e scenografica Marco Rogante
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Etnorama
con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal (Lisbona)
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, i-Portunus, A Tarumba – Teatro de Marionetas (Lisbona)

Mi vedi? Con Zoom, dentro a stanze che non sono le nostre

Un’esperienza emotiva su Zoom. Una perlustrazione di sentimenti online. Una vita che non è la nostra. Ma si vive in tempo reale.

Mi vedi? di Guillermo Pisani. Schermata di Zoom

Mi vedi? è il titolo. Con un punto di domanda alla fine. La risposta è un’esperienza emotiva su Zoom, una perlustrazione di sentimenti sulla nota piattaforma per videoconferenze. Tre stanze dentro alle quali vivere, a distanza.

Animano quelle stanze sei attori e un centinaio di spettatori per sera, connessi “da là dove si trovano”. Dal divano del salotto, dal proprio studio o dalla cucina, dal posto di lavoro, dal sedile del treno che li riporta a casa…

Mi vedi?” è la domanda che torna spesso sulle nostre bocche. Soprattutto quando, davanti allo schermo, in videoconferenza, proviamo a trovare un rapporto con gli altri, mentre distanziamento, isolamento, mancanza di cinema, di teatri, di luoghi di incontro, ci costringono a essere soltanto immagini. Piccoli riquadri dentro la schermata.

Mi vedi? è quindi qualcosa da provare. Non per lavoro, o per necessità, ma per il piacere di scoprire che i limiti possono diventare canali d’espressione. Per la curiosità di capire come Zoom può trasformarsi in uno spazio emotivo, o di gioco. Per sapere come gli altri ci vedono, quando solo le facce e le voci, sembrano dover dire tutto di noi, rettangolini dentro le videochat.

L’idea è del regista e autore argentino, ma da tempo approdato in Francia, Guillermo Pisani, che dice: “Ciò che mi ha colpito, in questi mesi di videoconferenze forzate, è come gli spazi privati delle nostre case si siano aperti a una dimensione pubblica”.

Pisani utilizza le più recenti funzioni di Zoom per creare, durante la performance, tre diverse stanze virtuali nelle quali gli spettatori collegati in tempo reale possono muoversi e interloquire con gli attori che le abitano. In ogni stanza, simultaneamente, si sviluppa una situazione. Magari è un episodio doloroso. Oppure un acceso dibattito sul quale prendere posizione. O qualcos’altro ancora.

Spettatore che segue "Mi vedi?" di Guillermo Pisani

L’anteprima dello spettacolo, in versione italiana, è prevista sabato 20 febbraio (ore 21, con l’invito a connettersi su Zoom dopo essersi registrati), poi due repliche (sabato 27 e sabato 5 marzo). Biglietti si acquistano dal sito internet del Css – Udine che ospita Mi vedi? nella stagione teatrale Blossom-Contatto.

“Fa una forte impressione vedere tutte queste persone affacciarsi dal nostro schermo. Però mi interessa di più capire – continua Pisani – come ciascuno di noi può modificare la ‘scena sociale’ su si trova a interagire con agli altri, e in tempo reale”.

Il progetto Mi vedi? è stato realizzato inizialmente in Francia, una collaborazione tra il Teatro di Caen, in Normandia, e la compagnia fondata dallo stesso Pisani. L’adattamento e la traduzione che lo portano ora in Italia (ma ci si può registrare all’evento da ogni parte del mondo) è di Rita Maffei. Ad accogliere i partecipanti in ciascuna stanza ci saranno Paolo Fagiolo, Daniele Fior, Rita Maffei, Klaus Martini, Nicoletta Oscuro, Francesca Osso.

“Il senso di questo progetto va ben oltre l’emergenza sanitaria che ci limita nei movimenti – dice Pisani – che ha messo in questione i limiti stessi della democrazia e ci ha interrogati sul senso della condizione umana. Passata la crisi, i fenomeni e le tendenze che adesso sono state scoperte e accelerate, non scompariranno certo”.

Sarebbe questo su Zoom il futuro del teatro, è la domanda che sorge spontanea. “No, assolutamente no. Il futuro del teatro continuerà ad essere quello di incontrarsi dal vivo, tutti assieme intorno a un’opera rappresentata dal vivo. Ma queste sono esperienze prepotentemente entrate nelle nostre vite: è necessario e appassionante capire quale sarà il segno che lasceranno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 14 febbraio 2021]

Link a un servizio di Arte.tv e a uno di Theatre-contempororain.net sul progetto di Pisani:

https://www.arte.tv/fr/videos/101026-000-A/la-tu-me-vois-la-creation-theatrale-en-visioconference/

https://www.theatre-contemporain.net/embed/UkoHR6cB

Mileva, il minidocu. Come il teatro rimedia se stesso

Vi ricordate di Mileva Marić, la donna che sussurrava a Einstein? 

Enigmatica e sfortunata scienziata, Mileva era stata la prima donna a essere ammessa, nel 1896, al Politecnico di Zurigo. Sui banchi di quell’università, allora uno dei istituti d’eccellenza mondiale, aveva incontrato e conosciuto uno studente che prometteva molto, Albert Einstein. Si erano anche sposati.

 

Dentro a Mileva - minidocu

A proposito di Mileva ho scritto un post su QuanteScene! all’inizio di febbraio (qui il link al post del 4 febbraio 2020). Proprio con questo titolo – Mileva – una giovane attrice, Ksenija Martinovic, aveva presentato in quei giorni lo spettacolo da lei pensato e creato attorno a quella donna, storicamente quasi sconosciuta. Le luci e le ombre che il lavoro scientifico di Mileva Marić, il suo ruolo di moglie, le vicissitudini di un rapporto complesso, potevano aver proiettato sulla vita e sulla carriera dell’uomo che avrebbe cambiato il corso della scienza nel ‘900.

Poi è successo quel che è successo

Per lo spettacolo prodotto dal CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – era prevista una tournée. Sappiamo bene che cosa è successo, in Italia e nel resto del mondo, a cominciare da febbraio.

Mileva, la sua storia, quel titolo, quella produzione, sono rimasti chiusi nella memoria di qualche centinaio di spettatori: soltanto quelli che l’avevano vista nelle prime repliche.

 

 

L’emergenza, che dura da 10 mesi e che ha colpito nella sostanza essenziale anche il settore dello spettacolo dal vivo, ha avuto tuttavia la funzione di attivare ragionamenti e pratiche nuovi

E la decisione, di trasformare quattro recenti produzioni CSS in altrettanti docufilm, da condividere in Rete, ha fatto sì che di Mileva, oggi si possa parlare di nuovo. 

Il lavoro in post produzione di Fabrizio Arcuri che dietro una videocamera, assieme a Stefano Bergomas, ha registrato la costruzione e le prime repliche dello spettacolo, permette ora a Mileva di essere di nuovo oggetto di curiosità e di interesse. Del nostro interesse.

Rimediare Mileva

Altre volte ho parlato del senso che sembra oggi acquistare il verbo rimediare. Non soltanto, alla romanesca: metterci una pezza. E più prosaicamente ancora: trovare qualche anima buona con cui passare la notte. Rimediazione è il lavoro che adatta e trasforma contenuti, traghettandoli da un medium a un altro medium. 

Mileva Minidocu 10_2020

Non vi rovinerò il weekend invitandovi a leggere un lavoro fondamentale in questo senso, di 20 anni fa, e in inglese anche: il potente saggio di Jay David Bolter e Richard Grusin che si intitola Remediation. Understanding New Media (The MIT Press, Cambridge, MA).

No no, tranquilli. Però un pensierino sulla frase che segue e che è scritta  da loro, quando avete tempo, fatela. Mi raccomando.

Ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”. 

Una cosa ancora

Dimenticavo di dirvi, che in Mileva, il minidocu, ci sono in qualche modo anch’io. Perché ho visto formarsi e crescere, all’Accademia Nico Pepe di Udine, Ksenija Martinovic. E mi è piaciuto farne un ritratto. 

Ma, nonostante ciò, vale la pena che il minidocu lo vediate. Tutto. Trenta minuti, quattro voci per conoscere Mileva e il lato nascosto di Einstein.

 

DENTRO A è la nuova serie di 4 minidocu curati da Fabrizio Arcuri e dedicati alle più recenti produzioni teatrali Css Udine. È visibile sulla pagina facebook CSS, IGTV, YouTube e Cssudine.it
Sugli stessi canali si possono vedere anche gli altri minidocu realizzati finora da Arcuri per questa serie:

 

– Dentro a… Un intervento di Mike Bartlett (questo è il link

– Dentro a… 

– Dentro a.. .

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MILEVA (2020)
testo di Ksenija Martinovic 
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
con la consulenza scientifica di Marisa Michelini, professore ordinario di Didattica della Fisica, Università degli Studi di Udine
produzioneCSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

 

Danser sur le réseau. Jérôme Bel, coreografo a distanza

“Ho a cuore il destino dell’ambiente”. Per questo, Jérôme Bel ha rinunciato all’aereo. Per questo, ha rinunciato anche alla coreografia. O meglio, alla coreografia come di solito ci capita di immaginarla.

Danze per Laura Pante è un lavoro coreografico creato attraverso Skype e tante email. Debutta questa sera a Udine per Teatro Contatto.

Danze per Laura Pante -  Jérôme Bel

Fino a oggi DAD voleva dire Didattica a Distanza. D’ora in poi ci puoi anche leggere dentro anche danza a distanza.

Tra gli infiniti disastri che l’epidemia Covid ha comportato, uomini e le donne di buona volontà sono però riusciti a scovare anche alcuni aspetti positivi. Pochi: ma ce ne sono. Nel periodo più critico, tra lockdown, cancellazioni, limitazioni, distanziamenti, il virus ci ha costretti ad aguzzare le connessioni digitali: comunicazione in remoto, videoconference, smart working. Potevano gli artisti sottrarsi alla richiesta del momento?

Jérôme Bel, coreografo francese, che alle convenzioni del vivere e del danzare è sempre stato insofferente, ha colto l’opportunità al volo. Pervenuta a lui dal CSS – teatro stabile di innovazione del FVG, l’offerta gli calzava giusta. Una programmazione Covid-free (com’è la stagione Teatro Contatto 2020/21 Blossom-Fioriture, avviata a Udine già lo scorso luglio) lo ha stimolato a concentrarsi su un progetto a cui già stava pensando.

Circa due anni fa ho pensato di modificare i miei metodi di lavoro, per ridurre l’impatto dell’inquinamento sull’ambiente. Così mi sono deciso a non utilizzare più l’aereo, né per i miei progetti francesi, né per quelli internazionali” spiega Bel, in collegamento Skype dalla sua casa di Parigi.

Sono stato un po’ deriso, perfino attaccato per questa scelta, che non mi ha impedito però di realizzare in remoto alcuni progetti in Sudamerica e in Asia. Il risultato è stato discreto e ho pensato perciò che fosse necessario affinare queste tecniche, visto che i dispositivi per farlo non mancano“.

Bel e io stiamo a quasi 1500 km di distanza e la connessione Skype ogni tanto congela il suo volto in qualche simpatica smorfia. Ma dal suo punto di vista non è un problema.

Jérôme Bel è uno di quelli che l’opinione degli altri se la lascia alle spalle. Emancipazione e sperimentazione sono stati per lui principi da seguire sempre. Anche a costo di sentirsi rincorso dai mugugni di sacerdoti e sacerdotesse della danza fatta-come-si-deve.

La sua Shirtology, nel 1997, aveva fatto storcere il naso a molti. Dov’era il coreografo?

Eppure Shirtology e il suo interprete, che si sfila via via di dosso, spiritoso e disinvolto, una trentina di t-shirt decorate, è ancora oggi in repertorio.

E così Disabled Theater. Creazione che, come dice il titolo, portava in scena nel 2012 una decina di performer non canonici, disabili e di una una forza espressiva emozionante. Dov’erano i danzatori? Dov’era la danza?

I lavori di Bel si sono da allora in poi affacciati sul vasto filone del teatro sociale e partecipato e, senza che venisse meno per un solo attimo la volontà autoriale, nelle nuove creazioni si sono fatte strada, piuttosto che una pratica coreografica fine a se stessa, la danza di comunità, l’elogio delle differenze (dilettanti, bambini, persone con disabilità…). “Gente in cui prevale il desiderio di danzare, il processo di emancipazione attraverso l’arte“.

Gala -  Jérôme Bel
Gala (2015) – Jérôme Bel

Di altre mie idee, che riguardavano la danza a distanza, erano già a conoscenza in molti” aggiunge ancora Jérôme Bel. “Desideravo scrivere partiture che fossero di per sé eloquenti e non esigessero il lavoro in presenza con gli interpreti. Quando Fabrizio Arcuri del CSS di Udine, mi ha chiesto di anticipare di un anno il mio nuovo lavoro, ho pensato che era il momento giusto“.

Laura Pante durante l'elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel
Laura Pante durante l’elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel

Con Laura Pante – danzatrice, ma anche coreografa e graphic designer – Bel ha dato avvio a un fitto epistolario via email, e poi a sessioni Skype, durante le quali, in un paio di mesi, si è andata consolidando la nuova creazione: Danze per Laura Pante (vedi qui la locandina).

L’interesse del coreografo era rivolto a una co-autrice che, nel momento in cui veniva meno il controllo del coreografo sullo spazio (piattamente restituito dal monitor del computer), “potesse sostanziare ciò che manca con l’intelligenza del proprio corpo e dello spazio locale“.

In modo che un progetto coreografico globale, spendibile in tutto il mondo, possa di volta in volta acquisire un profilo locale, grazie a un lavoro specifico, territoriale.

Il che significa tradurre glocal (globale/locale) in danza. Un’esperimento.

Così, a cominciare da stasera, al Teatro S. Giorgio di Udine, la coreografia a distanza di Jérôme Bel prende corpo.

Danze perLaura Pante -  Jérôme Bel

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DANZE PER LAURA PANTE
concept Jérôme Bel
di e con Laura Pante
musiche originali Guglielmo Bottin, Beatrice Goldoni
assistente Chiara Gallerani
crediti fotografici Dido Fontana

una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con Institut français Italia e Fondazione Nuovi Mecenati
Il lavoro di Jérôme Bel è sostenuto da Direction régionale des affaires culturelles d’Ile-de-France, Ministero della Cultura–Francia

30 spettatori ammessi a ciascuna replica
2-3-4-28-29-30 ottobre
14-15-26-27-28 novembre
3-4-5-6 dicembre
Udine, Teatro S. Giorgio

Claudio Tolcachir guiderà l’Ecole des Maîtres 2020

L’Ecole des Maîtres 2020 prenderà il via alla fine di agosto e sarà guidata dal regista argentino Claudio Tolcachir. E’ stato appena pubblicato il bando che selezionerà sedici giovani attori, i quali potranno partecipare a questo corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale, giunto alla 29sima edizione. L’Ecole des Maîtres permetterà loro di lavorare per parecchie settimane con un ‘maître’, un maestro del teatro internazionale, qual è indiscutibilmente Tolcachir. 

immagine di Claudio Tolcachir
il regista argentino Claudio Tolcachir – ph. Tommaso Le Pera

Per giovani attori, provenienti da 4 Paesi europei

Lo comunica il Css, teatro stabile d’innovazione del Fvg, sede a Udine, capofila della cordata europea che, grazie a un’idea del critico teatrale Franco Quadri, ha dato il via trent’anni fa a questa iniziativa transnazionale, riservata a attori tra i 24 e i 35 anni con provenienze da Portogallo, Francia, Belgio, oltre che dall’Italia.

“Sono convinto che, per un maestro del palcoscenico e anche per un regista, la qualità più importante sia avere uno sguardo attento – spiega l’artista argentino – così da poter vedere che cosa c’è nell’altro e che probabilmente l’altro non sa di avere. Un buon maestro è chi fa nascere l’attore che c’è nell’allievo. Non mi interessa l’idea di un attore che parla bene, che si muove bene. La tecnica è ovviamente una base necessaria per agire su un palcoscenico. Ma per giungere a un teatro che commuove, come il mio, ho necessità di vedere l’umanità dell’attore”.

Ecole des Maitres - Claudio Tolcachir

Tolcachir ai suoi attori: “Suonate il campanello!”

Tolcachir è nato e vive in Argentina dove ha fondato, ancora nel 1998, la compagnia Timbre Quatro (campanello numero quattro). Il nome fa riferimento alle origini del suo lavoro teatrale, nel seminterrato di un appartamento a Buenos Aires: per entrare bisognava suonare. Da allora la sua visibilità internazionale è andata via via crescendo. Ospite a Madrid, Parigi, Lisbona, Dublino, New York, in Italia ha presentato i suoi spettacoli alla Biennale di Venezia, e anche a Roma e al Piccolo di Milano. Qui ha creato la versione italiana del suo titolo più noto, Emilia, con Giulia Lazzarini protagonista.

Lo scorso novembre, sempre a Milano, al Teatro Franco Parenti, è andato in scena Próximo, spettacolo che sembra fatto apposta per aiutarci a capire le conseguenze dell’emergenza che stiamo attraversando.

Próximo, testo e regia di Claudio Tolcachir, lo scorso novembre al Teatro Franco Parenti

“Oltre che un’istantanea dell’amore ai tempi dei social network – spiega Tolcachir – “Próximo” è un’opera intima, che si interroga su quanto possiamo “essere vicini” a qualcuno che è lontano. Quando la comunicazione si interrompe, l’illusione di occupare lo stesso spazio svanisce e resta solo la solitudine e la consapevolezza della profonda distanza che ci separa, e separa in teatro i due personaggi. Eppure, forse come noi, essi riescono a costruire una loro intimità fatta di silenzi, sguardi mediati da uno schermo e soprattutto dal linguaggio“.

Si comincia a Udine. Poi Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims

Il corso, intitolato “La creazione accidentale”, si svilupperà per 13 giornate a Udine – dal 28 agosto all’8 settembre – e proseguirà con fasi di lavoro e presentazioni pubbliche a Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims, fino al 17 ottobre.

La scadenza per candidarsi all’Ecole des Maîtres 2020 è il 9 aprile 2020 (il bando completo è sul sito www.cssudine.it).

[pubblicato il 12 marzo 2020 su IL PICCOLO – quotidiano di Trieste]

Teatro senza teatri – C’è un minuscolo Mecenate in ciascuno di noi

La verità è che tutti si arrangiano. Secondo la proverbiale e scontata formula che fa parte del bagaglio genetico degli italiani.

Ristoranti, pizzerie, bar chiudono alle 18.00? Allora dopo le 18.00, la margherita te la porto a domicilio. E te la lascio sulla soglia di casa.

Anche il teatro, che si ritrova senza i teatri, ha una gran voglia di arrangiarsi.

Si erano arrangiati i comici del 1500. E avevano inventato il fenomeno più rivoluzionario mai capitato nella storia del teatro: la Commedia dell’Arte. Vuoi che non si arrangino i teatranti di adesso, che hanno a disposizione un ventaglio di tecnologie millemila volte superiore?

io sono Mecenate - banner

I nostri aggregatori sociali

Facebook, Instagram, Twitter, i nostri aggregatori social e sociali sono là già pronti. Legioni di followers, gruppi già strutturati, dirette in streaming e videoparty (che non sono soltanto occasioni per un digital spritz). Il pubblico insomma c’è. E anche ben organizzato.

L’altra sera in un videoparty avviato sulla pagina Fb del Teatro dei Borgia, ho intercettato il teatro di strada di Medea da sola. Lo spettacolo era nato lo scorso anno, con la protagonista, Elena Cotugno, che in un furgoncino portava gli spettatori (sette per volta) lungo le vie della prostituzione delle maggior città italiane, per raccontare una tragedia di sesso commerciale, schiavitù e immigrazione. Non è stato difficile replicarlo in diretta via Fb con un telefonino e lo stream. La sua Medea, questa volta, era da sola.

La stessa sera, quando si è saputo che i teatri avrebbero chiuso i battenti fino al 3 aprile, Viola Graziosi annunciava sulla sua pagina Fb di essere una delle poche attrici a andare in scena. Con tutte le restrizioni del caso. “Se non si può uscire di casa, il teatro entra nelle case” scriveva sul suo profilo Fb annunciando la diretta per Radio Tre Rai, dal palco della sala B di via Asiago, di I testamenti di Margaret Atwood.

Il precipizio economico

Ma è anche vero che tante iniziative estemporanee, frutto di buona volontà e ingegno, lasciano – come siamo abituati a dire – il tempo che trovano. Cioè questo tempo di crisi.

I teatri che si sono dati una forte struttura aziendale, in pratica tutto il teatro (cosiddetto) pubblico, hanno subito messo in evidenza il precipizio economico lungo il quale il comparto dello spettacolo dal vivo ha cominciato a scivolare (vedi su QuanteScene! il mio post del 25 febbraio scorso) . È un settore, che a differenza di altri non conosce né ferie né ammortizzatori sociali. Attori, tecnici, personale di sala, servizi indotti, non lavorano e basta.

Leggi ad esempio la lettera che Elio De Capitani rivolge al pubblico del Teatro dell’ElfoPuccini, ma non solo, documento pubblicato sul blog di Anna Bandettini).

È di  questa mattina, la notizia di un’iniziativa che prova in qualche modo a utlizzare strumenti già esistenti per garantire a attori e compagnie (che hanno viste cancellate tutte le loro date, nel più ottimista dei casi fino al 3 aprile), di recuperare almeno un po’ di quella dignità economica che è il minimo requisito dell’attività professionale.

La trascrivo qui sotto, per fare prima, e dare subito risalto al progetto #iosonoMecenate, ideato, in concerto con il Mibact, dal Css, che è il Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Mecenate è stato, nel primo secolo a.C., il consigliere culturale dell’Imperatore Augusto, il suo curator artistico. Aveva patrocinato, a proprie spese, la crescita dei giovani artisti. Catullo, Orazio, lo stesso Virgilio lo ringraziarono nelle loro opere (e lo resero così celebre e immortale) per il suo appoggio finanziario.

Oggi un minuscolo Mecenate si può manifestare in ciascuno di noi.

Le notizie più aggiornate sul progetto si trovano sul sito Cssudine.it alla sezione news. Qui di seguito il loro comunicato:

#iosono Mecenate

Restiamo a casa, ma con gli artisti. E diventiamo tutti mecenati culturali per sostenerli.

I teatri sono chiusi, ma il contributo dell’Arte in tutte le sue forme deve continuare a essere forte e presente, un punto di riferimento per la società. Un motore che la mantiene viva, civile, responsabile, solidale e creativa.

Il CSS Teatro stabile di innovazione del FVG ritiene prioritario impegnarsi per dare subito una risposta che possa contribuire a superare responsabilmente lo stato di forte crisi che investe i lavoratori dello spettacolo, gli artisti, registi, attori, musicisti, tutte le figure di collaboratori artistici e i tecnici del settore che non possono più andare in scena dal vivo.

Nasce così #iosonoMecenate, un’iniziativa che darà la possibilità al CSS, come centro di produzione teatrale, ma anche a comuni cittadini, a privati, aziende, associazioni, di dare un importante contributo: affrontare l’emergenza che stiamo vivendo pensando anche alla categoria più fragile e direttamente colpita del mondo dello spettacolo, sostenendo il lavoro degli artisti, sia creativo che in termini economici.

La risposta viene da uno strumento già esistente, predisposto dal MiBACT Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Si tratta dell’Art Bonus, una misura ideata per diffondere e favorire il mecenatismo culturale.

Art Bonus e sostegno economico

Numerose sono in questi giorni le iniziative che si trovano online, dai concerti alle letture agli spettacoli in streaming, che gli artisti offrono gratuitamente agli spettatori digitali. Ma non si sono ancora incontrate occasioni che siano in grado di sostenere anche economicamente gli artisti in questo momento di difficoltà per l’impossibilità di lavorare, con produzioni e tournée cancellate o sospese.

L’Art Bonus consente a soggetti privati di effettuare erogazioni liberali in denaro per il sostegno alla cultura e al tempo stesso di godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta.

Il donatore (se lo desidera) entrerà nell’elenco dei Mecenate per l’Arte e la Cultura pubblicato sul sito Art Bonus, dove potrà scaricare la ricevuta con l’evidenza della causale “Art bonus – Ente Beneficiario – Oggetto dell’erogazione” necessaria per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale. Il singolo versamento potrà essere di qualunque cifra a partire da 1 euro e l’erogazione liberale potrà essere recuperata nell’ordine del 65% a titolo di credito di imposta. Va segnalato che anche la Regione Friuli Venezia Giulia (seconda regione in Italia) ha deciso di sostenere il mecenatismo culturale attivando dallo scorso anno un suo Art bonus regionale con la possibilità di erogazioni più cospicue.

iorestoacasa con - Io sono Mecenate

Da sabato 14 marzo

#iosonoMecenate prenderà vita sabato 14 marzo ore 21 con uno speciale format di visioni a distanza in forma di diretta sulla pagina Facebook del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG intitolato #iorestoacasa con Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

#Iorestoacasa con… è un percorso di appuntamenti che ci porterà nella case degli artisti, con ospiti ad ogni puntata diversi, da tutta Italia e con gli artisti del territorio del Friuli Venezia Giulia.

Il filo rosso della narrazione sarà scoprire assieme a loro come “traghettare verso il futuro”, immaginando il post emergenza e la nostra rinascita assieme a chi sviluppa artisticamente il nostro immaginario collettivo, nutrendo di ispirazioni e creatività il cambiamento che ci attende.

#iorestoacasa con…

Fra i primi artisti ad aver aderito all’idea ci sono Marta Cuscunà, Teho Teardo, Fabrizio Arcuri, Rita Maffei, Ksenija Martinovic, Teatro Incerto (con Claudio Moretti, Fabiano Fantini, Elvio Scruzzi), Fabrizio Pallara, teatrino del Rifo (Manuel Buttus e Roberta Colacino), Nicoletta Oscuro, Matteo Sgobino, Francesco Collavino, e molti altri se ne aggiungeranno nelle prossime ore.

Ogni appuntamento online avrà come protagonista un artista o un piccolo gruppo di artisti che ci racconteranno, tra un momento performativo e l’altro, il loro punto di vista. Come affrontano questo momento e quali sono i loro progetti, i consigli e qual è la loro visione del futuro. Cosa immaginano di fare o di consigliare per il momento in cui questa fase difficile avrà fine.

Ognuno sceglierà le forme e i contenuti con cui parlare agli spettatori digitali in questo format, quali sono i libri che stanno leggendo o che vogliono portare con sé nel futuro, quali i film, quali gli universi sonori, interpreteranno brani teatrali, canzoni, danzeranno, immagineranno una rinascita possibile in un futuro prossimo.

#Iorestoacasa con… prevede che gli artisti vengano scritturati per la giornata di lavoro dal CSS, mentre gli spettatori potranno fruire gratuitamente delle dirette online e degli streaming in differita, ma soprattutto potranno diventare un “Mecenate” e fare il loro Art bonus con una erogazione tramite bonifico, versamento postale, carta di credito e altre modalità previste. Quanto raccolto verrà destinato dal CSS agli artisti stessi e corrisposto interamente in giornate lavorative.

Primo appuntamento, come si è già detto, in diretta dal profilo Facebook del CSS, sabato 14 marzo (ore 21) #iorestoacasa con… Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

Mileva, la donna che sussurrava a Einstein

Ksenija Martinovic, attrice nata a Belgrado, si è messa a lavorare sulle lettere che Albert Einstein e Mileva Marić, serba come lei, si sono scambiati più di un secolo fa. Quando nasceva il loro amore. E anche la fisica del Novecento.

Ksenija Martinovic
Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

Se l’abbia davvero detto Virginia Woolf, poco importa. Importa invece che si tratti di una situazione ricorrente. “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. La storia di Mileva Marić lo conferma.

Sui banchi del Politecnico di Zurigo, nel 1896, Mileva Marić (figlia di contadini serbi, nata in un piccolo villaggio a una sessantina di chilometri da Belgrado) incontra Albert Einstein (nato a Ulm, Baden Württemberg, figlio di un imprenditore tedesco d’origine ebraica).

Lui è tre anni più giovane di lei. Lei è una fra le prime donne ammesse al corsi di quella Università in Svizzera (in Germania alle donne non era concesso). Mileva è proprio brava e ottiene voti anche superiori ad Albert. Lui si innamora della sua bravura. Lei ricambia. Fanno una figlia e qualche anno dopo si sposano, in municipio. È il 1903.

Il 1905 è l’annus mirabilis, l’anno stupefacente nel quale lui, in soli sette mesi, pubblica quattro articoli scientifici che produrranno ribaltamenti fondamentali nella storia e nelle leggi della fisica. È allora che comincia a essere considerato un genio.

Forse è un genio anche lei, Mileva, che gli è accanto. Ma nessuno lo sa. Cominciamo a scoprirlo oggi.

Il giovane Einstein

Effetto Matilda?

Si intitola Mileva lo spettacolo che Ksenija Martinovic ha ideato e creato (assieme al dramaturg Federico Bellini, con la consulenza scientifica di Marisa Michelini) e che lei stessa porta in scena assieme al perfomer Mattia Cason, in una nuova produzione del CSS – Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Qual è il contributo di Mileva Marić al lavoro rivoluzionario di colui che, fino al 1919, l’anno del divorzio, fu suo marito? Vale anche per Mileva ciò che oggi si chiama effetto Matilda, fenomeno secondo il quale il lavoro scientifico di una donna viene in parte o totalmente attribuito a un uomo? Ne sono state vittime, tra tante, Rosalind Franklin, la chimica britannica che ha scoperto la forma del dna, e Lise Meitner, la fisica austriaca che che “ha dato una mano” a tutti i maggiori scienziati della prima metà del Novecento.

Einstein e Marić
Einstein e Marić

Ksenija Martinovic è nata a Belgrado trent’anni fa e sente il legame che la apparenta a quella donna, serba come lei, e con lo stesso temperamento. Donne resilienti, dice, capaci di resistere in condizioni avverse, non disposte ad arrendersi. Mileva, lo spettacolo, nasce dopo un periodo di residenza artistica nel quadro di Dialoghi, progetto ideato dal Css, che si fa promotore e agevolatore di incontri tra diverse professionalità multidisciplinari.

E Mileva è un titolo che lascia scorgere un’ombra sul volto – diventato un’icona pop – del genio Einstein. L’ombra di questa donna scienziata, madre e moglie. La loro relazione ebbe molte facce. A volte un marito è il peggior nemico. L’unica figlia nasce prima del matrimonio e probabilmente muore pochi mesi dopo, verranno poi due maschi. La suocera non sopporta quell’intellettuale serba, claudicante, che sembra un libro stampato. Lui la tradisce con una cugina e per tenere in piedi un simulacro di convivenza le impone condizioni umilianti. Divorzieranno.

Noi non sappiamo ancora quanto l’intelligenza e il pensiero di Mileva abbiano influito sul successo scientifico e personale di Einstein. Non esistono documenti probanti. Esistono solo le lettere che i due si scambiavano, Lettere d’amore si intitolano (le ha pubblicate Bollati Boringhieri ), e proprio su queste hanno lavorato Martinovic e Bellini.

“Impossibile stabilire – dicono assieme – almeno con i documenti che abbiamo adesso, il contributo scientifico di Mileva. Lo spettacolo non è una soluzione a questo problema: è una delle possibilità di un tema ambiguo, sfuggente, che nulla toglie comunque alla genialità di quell’uomo”.

Un convegno su quell’anno stupefacente

Proprio per indagare, scientificamente, oltre che attraverso il teatro, l’ambiguità di quel rapporto e la straordinarietà dell’annus mirabilis, lo spettacolo verrà anticipato, giovedì 6 febbraio, da un convegno nel quale Marisa Michelini (che è professoressa ordinaria di Didattica della fisica all’Università di Udine) ha chiamato a raccolta alcuni tra maggiori esperti di temi einsteiniani e sarà concluso dall’intervento di Luigi Berlinguer, già ministro della Pubblica istruzione e oggi presidente Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica.

Perché anche una storia d’amore, le sue ombre, possono diventare metafore di quella rivoluzione che nei primi vent’anni del ‘900 cambiò la maniera di interpretare lo spazio, il tempo, l’energia, la velocità, l’energia, la luce. Insomma il mondo. Una rivoluzione scientifica che oggi, un secolo dopo, sembra debba continuare ancora. Con il contributo di tante più donne.

Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

MILEVA
una creazione di Ksenija Martinovic
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
consulenza scientifica Marisa Michelini
produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG
da giovedì 6 a domenica 9 febbraio, al Teatro S. Giorgio di Udine – Stagione Teatro Contatto 38
vedi altre informazioni sul sito del CSS

MILEVA, ALBERT E L’ANNUS MIRABILIS
una riflessione su scienza, storia, arte e società per una cultura trasversale
convegno scientifico per studenti
Udine, Teatro Palamostre, Sala Pasolini, ore 9.00 – 13.00
Introducono Alberto Bevilacqua, Marisa Michelini e Stefano Stefanel
Intervengono: prof. Paolo Rossi – Università Normale di Pisa, prof. Sergej Faletic – Università di Lubiana, prof.ssa Marisa Michelini – Università degli Studi di Udine, prof. Alberto Stefanel – Università degli Studi di Udine, Rita Maffei–co-direttore artistico CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Ksenija Martinovic – attrice e autrice, Federico Bellini – dramaturg
Conclude prof. Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica
consulta il programma del convegno
ingresso libero

Che farò senza Euridice? Potrei indossare un visore e come Orfeo incamminarmi tra i pixel

Per dieci giorni ancora si può scendere nel regno dei morti. Lungo la stessa strada che aveva percorso Orfeo, alla ricerca di Euridice. Una nuova produzione Css, teatro stabile di innovazione, a Udine, ricostruisce l’avventura per spettatori singoli.

Il Labirinto di Orfeo ricostruito in realtà virtuale

Spettacolo su appuntamento, dicono le istruzioni.

Se frequentate i teatri , a volte capita che non si formi la piccola comunità degli spettatori – cento, duecento, mille persone – e che l’incontro invece sia un tu per tu, un rendez vous personale. Un abboccamento, dice il dizionario. Non il teatro che di solito abbiamo in mente. Ma un teatro immersivo, sensoriale, individuale.

Nel Labirinto di Orfeo, spettacolo che si iscrive in queste categorie, si entra su appuntamento, soli, a piedi nudi, senza telefonino. Si lascia fuori il mondo e per una mezz’ora si è unici, singoli, a tu per tu con mito e mistero. Orfeo, la vita, la morte,

Conoscete tutti – credo – la storia di Orfeo. Da tre millenni, è il musicista più bravo. Con le sue melodie incanta persone, animali e dei. Ha perso la sua donna, Euridice, morsa da un serpente, e scende fin sottoterra per riportarla in vita. Ce lo raccontano Platone e Ovidio, tanti lavori letterari, teatrali, soprattutto tante composizioni musicali. Di ieri e di oggi.

Conoscete anche – suppongo – il suo famoso lamento, un’aria che resta nella storia della musica. Scritta da Gluck, l’hanno cantata soprani, mezzo-soprani, contralti, tenori e – data l’epoca, il Settecento – pure castrati. Commuove e resta nei ricordi, anche a sentirla una volta sola.

Immaginate di trasformare quel canto, quelle frasi, in sensazioni. Di tradurle in un’esperienza tattile, in una bolla di suoni vaghi e evocativi odori, in parole sussurrate all’orecchio, in un percorso affrontato al buio, come quello che portò Orfeo giù, fin nell’aldilà, per strappare alla morte la sua Euridice.

Questo è Il Labirinto di Orfeo, avventura per singoli spettatori che al buio, bendati, in una penombra insicura, ripercorrono la strada che lui aveva fatto per ricongiungersi con lei. E perderla di nuovo, come vuole beffardo il mito.

Orfeo rimasterizzato

Ero entrato nel Labirinto di Orfeo tanti anni fa, venticinque. Mi avevano invitato cinque attori, molto giovani allora, che si chiamavo Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Pietro Faiella, Rita Maffei, Sandra Toffolatti.

Sandra Toffolatti nel Labirinto di Orfeo, 1992

Avevo scritto, in quella occasione:
(…) Udito, tatto, olfatto, gusto sono i veri protagonisti di questo percorso dove la vista non è più padrona, sia per la scelta del buio come sfondo del racconto, sia per l’effetto, a un certo punto, di una benda sugli occhi, che alimenta un rapporto di fiducia fra il visitatore e le sue guide. A piedi scalzi, incerto sulla strada da seguire, egli deve affidarsi a un piccolo gioco di spostamenti che lo spingerà ad ascoltare il narrare lieve di fanciulle vestite di bianco, o a percepire gli aromi di essenze odorose diffusi in piccole stanze foderate di veli. Lasciarsi andare, lasciarsi guidare, è il segreto per affrontare l’avventura del Labirinto, delle sue voci narranti, delle sue sorprese. (Il Piccolo, 12 maggio 1992)

Sottoscrivo tutto. Perché, riallestito da Rita Maffei e minuziosamente ricostruito Luigina Tusini, in quel Labirinto sono entrato di nuovo qualche giorno fa. E di nuovo ho sperimentato quelle sensazioni. Grazie al lavoro di altri, altrettanto efficaci performer (li troverete citati nella locandina, più in basso)

Formidabili quei pixel

Venticinque anni sono tanti e nel mondo tante cose sono cambiate. La propensione tecnologica delle arti dello spettacolo dal vivo, ad esempio.

Così a questo Labirinto “rimasterizzato”, riconsegnato allo spettatore, oggi si affianca anche un avanzatissimo Labirinto di Orfeo VR, cioè di realtà virtuale, ridisegnato con programmi di grafica tridimensionale e visori. Sempre su appuntamento.

Qui sarete davvero soli, e oltre al telefonino avrete lasciato alle vostre spalle anche il vostro mondo. Dopo aver indossato un visore VR, ciò che vedrete sarà un pianeta immaginario, gemello di quelli che quasi un secolo fa edificava l’incisore Maurits Cornelis Escher, il più tenace illusionista del Novecento.

Maurits Cornelis Escher – Altro Mondo (1947)

Questa ulteriore avventura in solitaria sulle orme di Orfeo, questo pianeta che c’è ma non esiste, sono stati progettati e implementati da Alessandro Passoni e Saul Clemente.

Raccomanderei davvero, una volta che abbiate vissuto sensorialmente la favola di Orfeo, di affrontarla anche virtualmente. Scoprirete l’efficacia di una mitologia computerizzata. E il potere dei pixel: vostri futuri geometri di sogni e illusioni.

Il labirinto di Orfeo VR

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PROGETTO LABIRINTI 2.0

dallo spettacolo 1992 creato da Alessio Boni, Pietro Faiella, Luigi Lo Cascio, Rita Maffei, Sandra Toffolatti
messa in scena 2019 Rita Maffei
con Manuel Buttus, Ada Delogu, Natalie Norma Fella, Klaus Martini e Nicoletta Oscuro
e i partecipanti al laboratorio di teatro sensoriale: Mario Bodini, Ilaria Borghese, Sabrina Cappellaro, Elisa Cattarinussi, Emanuela Colombino, Manuela Daniel, Laura Ercoli, Marta Ecoretti, Antonietta Ermacora, Cecilia Fabris, Daniela Fattori, Massimo Franceschet, Gianna Gorza, Elisa Mansi, Arianna Marzolini, Donatella Mazzone, Samuele Mergan, Emanuela Moro, Marta Parpinel, Maria Grazia Pizzutti, Martina Puzzoli, Enrico Regattin, Arianna Romano, Susanna Tomasin, Jacopo Tornaboni, Hava Toska, Claudia Traina, Sevin Anna Trantino, Rebecca Trevisano, Federica Visentin, Enea Zancanaro
allestimento scenografico Luigina Tusini
assistente Ada Delogu
direzione creativa, sviluppo applicazione VR Alessandro Passoni
VR artist Saul Clemente
produzione Css Teatro stabile di innovazione del FVG ⁄ Virtew

fino a domenica 8 dicembre 2019 (vai al sito Css – Teatro stabile di innovazione del FVG)


Marta Cuscunà: il canto delle altre muse

Oggi a Milano, nella serata finale organizzata dal trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio, Marta Cuscunà riceverà il Premio Hystrio – Altre Muse.

Sono passati dieci anni giusti da quando È bello vivere liberi, il primo titolo di Marta Cuscunà, riceva il Premio Scenario per Ustica. Creato “per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo”, lo spettacolo raccontava la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana (1925-2003), una donna indipendente e anticonformista che era cresciuta nella stessa Venezia Giulia in cui è crescita anche lei, Marta, altrettanto indipendente, di sicuro non conformista.

La storia teatrale di Cuscunà è continuata in questo decennio, con altri titoli. Tra i quali La semplicità ingannata (2012), Hello, boys (2015), Etnorama 34074 (2017), Il canto della caduta (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima.

L’intervista

“I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore”. 

Proviamo a spiegarlo attraverso la tua storia.

“Nella mia esperienza i premi sono qualcosa di diverso rispetto a una pagella e a seconda di come vengono pensati, possono avere valore e finalità diverse. Il mio percorso artistico è iniziato nel 2009 con il Premio Scenario per Ustica, che consisteva innanzitutto in un piccolo budget per allestire lo spettacolo, in un numero di repliche prestabilito per farlo girare, una grande visibilità, ma soprattutto un percorso di selezione con obiettivi e scadenze precisi che mi hanno guidata nella realizzazione del mio primo progetto indipendente”. 

Marta Cuscunà Bello vivere liberi
È bello vivere liberi (2009)


“Significativo è stato anche il Premio Rete Critica che prevedeva un momento di confronto con la giuria e il pubblico. Per Rete Critica ho realizzato insieme a Paola Villani e Marco Rogante (rispettivamente la scenografa e l’assistente alla regia di Sorry, boys) il primo Making of di uno dei miei lavori. Cioè un racconto performativo del percorso di creazione che sta dietro allo spettacolo. Un format che poi ho scelto di replicare anche per l’ultima produzione Il canto della caduta, perché riesce a dare ulteriori chiavi di lettura per la fruizione dello spettacolo”.

Ora è la volta del Premio Hystrio, e lo ricevi per la categoria Altre Muse. Ritieni che questa categoria abbia un particolare significato?

“Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po’ fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un’assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d’arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove”.


Prova a tirare le fila di questi tuoi dieci anni in scena.

“Mi sento molto privilegiata: sono riuscita a realizzare i miei spettacoli grazie all’impegno di realtà italiane e straniere che condividono un’impostazione coraggiosa e anticonformista delle scelte produttive. Il merito principale è di Barbara Boninsegna, direttrice artistica di Centrale Fies, che oltre a ospitarmi in lunghissime residenze artistiche, è sempre stata disponibile a sperimentare metodi di produzione inconsueti come il microcredito (che prevedeva da parte mia la restituzione delle quote di finanziamento) oppure la costruzione dei pupazzi attraverso un processo di prototipizzazione, simile a quello usato nella produzione industriale ma decisamente inconsueto per i laboratori di scenografia italiani”.

Questa sera, a Milano, avrai accanto gli altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente). Che cosa ti interessa, adesso, nel lavoro dei tuoi colleghi?

“Grazie al progetto Fies Factory, ho la fortuna di seguire da vicino il percorso artistico di Anagoor e Sotterraneo, che spesso arrivano agli spettacoli dopo lunghe ricerche teoriche e multidisciplinari. Con i loro lavori ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa”. 

Marta Cuscunà - Il canto della caduta
Il canto della caduta (2018)

“Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell’opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato”.

È bello vivere liberi ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana, tua conterranea. È stata la tua regione, il Friuli Venezia Giulia, a darti la prima spinta per raggiungere i tuoi traguardi?

“Devo molto a questa terra che nel periodo dell’adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite”.

Marta Cuscunà
Sorry, boys – backstage

Mentre ora… 

“Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell’Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata domenica 9 giugno 2109 sul quotidiano IL PICCOLO].

Se vuoi leggere di più

In questi dieci anni su Marta Cuscunà ho scritto parecchio. Ecco ad esempio le mie riflessioni su È bello vivere liberi, su La semplicità ingannata, su Sorry, boys, su Etnorama 34074 e su Il canto della caduta.

Eccellenti litiganti. Un sipario, due amici e Mike Bartlett

Capita che le persone, anche quelle che amiamo di più, ci deludano. Capita.

Nel lavoro scritto dal drammaturgo inglese Mike Bartlett e intitolato An Intervention, capita cinque volte. Una volta ogni scena. 

Nell’allestire per la prima volta in Italia Un intervento, traduzione di quel testo del 2014, Fabrizio Arcuri regista fa accadere tutto ciò davanti a un sipario. Proprio come vuole l’autore. Per cinque volte.



“Sei sicuro? Sicuro sicuro? Incredibile. Non ci credo. Fanculo”

Capita che due amici, amici da lungo tempo (chiamiamoli A e B), a un certo punto si trovino in disaccordo su qualcosa. Potrebbe essere una questione politica. Nel testo di Bartlett è l’intervento militare britannico in un paese straniero. Ma potrebbe essere anche una questione personale. Nel testo di Bartlett ad A non piace una persona che B frequenta. Oppure potrebbe essere un comportamento. Sempre seguendo Bartlett, B rimprovera ad A di bere troppo. E in effetti, A beve troppo.

Con gli amici si parla, si discute, si litiga anche. A volte le cose tornano a posto da sole. A volte si negozia una soluzione. Nel nostro caso il conflitto precipita invece a cascata, per tutte le cinque scene. Irrimediabilmente. O forse no. E qui sta il bello.

“Da quel momento in poi, abbiamo sempre litigato. E adoravamo litigare”.

Mike Bartlett è nato nel 1980. Nemmeno quarantenne, è fra i rappresentanti di spicco della drammaturgia (Cock, Bull, Wild) e della sceneggiatura (mini serie tv come Doctor Foster) odierne inglesi. Come autore, lascia a chi metterà in scena An Intervention, ampi margini di manovra.

A e B (nello spettacolo sono interpretati da Rita Maffei e Gabriele Benedetti) possono essere un uomo e una donna. Ma anche no. Due uomini, o due donne. Possono avere qualsiasi età. Possono essere vicini di casa, o provenire da luoghi e ambienti diversi. Anche l’oggetto del dibattito – che sia l’intervento militare, o la storia d’amore in cui uno dei due si è imbarcato, o la faccenda del bere – possono avere pesi diversi. Decide chi metterà in scena il testo. Ciò che conta, forse, è tenere all’erta lo spettatore, stimolarlo per tutte le cinque scene, ma non per raccontargli una storia. Piuttosto, per rivolgere a lui le questioni che tormentano i due personaggi.

Mike Bartlett

“Mi dispiace, ma forse deluderò qualcuno”

Perché il pubblico a cui Un intervento si rivolge, ha lo stesso profilo culturale, politico, sociale, di A e B. Un pubblico over 40, acculturato smaliziato, progressista, non estremista. Come diceva Nanni Moretti: di sinistra. Di questo pubblico Bartlett, e il suo regista Arcuri, si divertono a demolire alcune sicurezze.

Con un altro pubblico, ad esempio la generazione under 30, o con il popolo (come dice il governo in carica), Un intervento non funzionerebbe. E anche questo – diciamolo – è il suo bello.

Bello è pure il modo con cui viene risolta l’indicazione scenica, molto scarna, che dà l’autore: lo spettacolo ha luogo davanti a un sipario. Pur seguendola alla lettera, con i suoi interventi a gamba tesa in palcoscenico, la scenografa Luigina Tusini scatena un gioco di rimandi tra l’impianto e i costumi (stravaganti, e al tempo stesso molto pertinenti) che elettrizza gli spettatori.

“Se Dio non avesse voluto che bevessimo, non ci avrebbe dato una bocca”

Gli spettatori (gente appunto acculturata, smaliziata, progressista) possono pure decidere di prendere posizione sulle questioni messe in gioco. Ma soprattutto si divertono. Anche loro. Così mi è capitato, assistendo a una replica.

Perché ci si diverte sempre assistendo a una lotta (è la formula dello sport, no?). E anche perché Maffei e Benedetti, due eccellenti litiganti, sparano dentro il testo grandi dosi d’ironia, la condiscono con il sarcasmo, ogni tanto anche il cinismo. Non solo le parole, scritte molto pinterianamente dall’autore e dette da due attori che Pinter lo conoscono. Ma soprattutto il gioco delle loro reazioni, gli sguardi, le occhiate di traverso, le smorfie, che sono il sale dei litigi.

Non sarò io a svelare come va a finire, anche se va a finire sulle note struggenti di Nothing compares 2U. Musica a parte, potrebbe essere che, per ciascuno spettatore, vada a finire diversamente. Perché è la drammaturgia di oggi, bellezza. E tu non tu puoi farci niente, niente.

Un intervento
di Mike Bartlett
traduzione di Jacopo Gassman
regia Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
produzione CSS – Teatro stabile d’Innovazione del FVG
le fotografie sono di Daniele Fona

repliche al Teatro Palamostre di Udine, il 14, 15, 16 e 21, 22, 23 febbraio, poi in tournée