L’inchiostro di Papaioannou. L’acqua, la luce, i riflessi del nero.

L’uomo ci dà le spalle. Nera la camicia, neri i pantaloni. Neri sono anche fondale e pavimento. Il buio di un inchiostro in cui si legge netta la figura umana. Illuminata in controluce da un graffito di gocce d’acqua, vive, impalpabili, nebulose.

(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono) 

Ink è il titolo della più recente creazione di Dimitri Papaioannou, un regalo d’arte fatto in esclusiva italiana a TorinoDanza e a I Teatri di Reggio Emilia.

Significa inchiostro. Doveva essere solo uno studio, rielaborato qui in Italia, in vista di una più ampia composizione che debutterà nel dicembre prossimo a Atene.

È diventato invece un lavoro d’intensità. Cattura con le visioni che offre. Si rivela aperto, perfino confuso, per le suggestioni che insinua nello spettatore. Non perfetto, grazieaddio. Ma in quello stadio germinale che potrebbe precipitare nel fallimento o nel capolavoro.

Difficile, quando si parla di Dimitris Papaioannou, è definirlo. Chi lo chiama regista, chi coreografo, chi designer e performer. Per alcuni è un maestro – così se la sbrigano senza problemi. Basta vedere una soltanto delle sue creazioni per rendersi conto che questo 56enne, greco di Atene, fisico asciutto, tratti mediterranei, preciso e imperturbabile, è ossessionato dalla materia e dai materiali. Uno che dei corpi forza le membra e le articolazioni. Con impegno, lucidità, ostinazione. Architetto perfezionista di immagini in bilico sempre tra natura e cultura.

Sorgenti primordiali

Per Ink ha preferito tubi d’irrigazione, corde bagnate, creature che salgono dai fondali marini, campi di spighe, bocce trasparenti. L’energia del getto d’acqua con cui si innaffiano i campi e il potere vitale che attribuiamo ai liquidi, sorgenti primordiali. Il fruscio di vecchi dischi e alcune cellule musicali, rubate a Vivaldi. Forse il ricordo di qualche Mantegna, o di Caravaggio.  Magari niente di tutto ciò. Solo acqua. Solo il corpo. Soltanto i materiali.

Dopo titoli entrati con prepotenza sulla scena mondiale – Primal Matter, Still Life, The Great Tamer. Dopo performance colossali negli stadi – l’inaugurazione delle Olimpiadi di Atene nel 2004, quella dei Giochi europei di Baku del 2015. Dopo eventi da galleria d’arte, come Sisyphus visto lo scorso anno proprio qui a Reggio Emilia (questo il link). Ink è la prova ulteriore della sapienza con cui Papaioannou compone il quadro, la visione dello spettatore. Meglio ancora, per lo spettatore E per i suoi sensi.

C’è acqua dappertutto in Ink. Scaturisce, gorgoglia, inonda, sale in alto, ricade, riflette la luce. Riempie la boccia trasparente e inzuppa i corpi e i vestiti. Accanto a Papaioannou, uniforme all black, c’è il giovane partner di scena, Šuka Horn, 23 anni, quasi sempre nudo, roseo e pallido come può esserlo un tedesco al sole.

Grandi fogli di plastica, traslucidi, sottili, servono a ammorbidire e imprigionare la nudità. Pareti di nylon vibrano umide come membrane. Una sfera moltiplica la luce. I due uomini, sempre in lotta tra loro, raccontano a forza di movimenti una storia che è quasi inutile decifrare.

Ink 2020- Papaioannou - ph. J. Mommert

La bestia del desiderio

Sono un padre e un figlio? Può essere. Due amanti? Ci può stare. L’impulso animale in lotta con il controllo della ragione? C’è chi ha visto anche questo. Ecco Ercole avvinghiato a Anteo, come in tanta iconografia. Ecco Calibano che sfida Prospero, come sussurrava Shakespeare. C’è mutua attrazione tra il sapiente che regge le corde e governa i tubi, e il selvaggio giovane animale che si fa strada nella selva color oro, pronto ad azzannare. “La bestia del desiderio”, butta là Papaioannou interrogato, così tanto per dire.

In Ink c’è tutto (o quasi tutto) quel che ciascuno ci vuol vedere. Per me è anche il ricordo di un vecchio pescatore che continua a sbattere un polpo sul molo. Lo avevo visto fare nel porto di Amalfi. Lo si vede ancora fare su tutte le coste di questo mare, come assicura il breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic.

Lo rivedo adesso, quel pescatore, nell’ultima immagine di Ink, riflesso nell’acquitrino in cui si è trasformato il palcoscenico.

Perché così funziona l’arte. Deve sempre restituire il riflesso, per durare.

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Ps: Appena ho in mano le date, acquisto un biglietto per Atene, dove la nuova composizione di Papaioannou debutterà a dicembre. Per chi non ha fretta, c’è Napoli Teatro Festival, che lo programma a febbraio. C’è anche chi vorrebbe resistere alla tentazione, e allora, qui sotto un breve trailer. Tanto per dargli l’idea.

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INK
ideazione Dimitris Papaioannou
con Šuka Horn + Dimitris Papaioannou
scene e costumi Dimitris Papaioannou
disegno luci Stephanos Droussiotis + Dimitris Papaiaonnou
sound design David Blouin
musica Antonio Vivaldi, Donald Novis, Isham Jones, Sofia Vempo, Leo Rapitis
produttore creativo – esecutivo – assistente di direzione Tina Papanikolaou
foto e video di scena Julian Mommert
oggetti di scena Nectarios Dionysatos
scultura realizzata da Joanna Bobrzynska-Gomes

coproduzione Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Fondazione I Teatri / Festival Aperto – Reggio Emilia
produttore esecutivo 2WORKS
Dimitris Papaioannou è sostenuto da MEGARON THE ATHENS CONCERT HALL

Papaioannou e Sisifo. Quando gli eroi vestivano Max Mara

Il mago greco dello spettacolo, Dimitris Papaioannou, ha creato per la Collezione d’arte Maramotti un trittico dedicato al mito di Sisifo e all’insensato sforzo del sopravvivere.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment
(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono)

Ercole – l’eroe con i muscoli – sgobbava molto. Tanto che si è guadagnato nei secoli una giusta fama. Anche Sisifo sgobbava parecchio. Forse di più. Ma il macigno che con fatica e sudore egli spingeva su per il monte, ricadeva irrimediabilmente a valle. E lui, a ripetere in eterno la stessa fatica. Inutile e assurda.

Ecco perché del vittorioso Ercole ci ricordiamo sempre. Mentre a Sisifo, perdente eterno, tocca appena qualche citazione colta. Come quella che negli anni ’40, grazie al pensatore francese Albert Camus, fece di lui il simbolo dell’assurdità della vita umana.

Penso a Sisifo

Penso al povero Sisifo mentre mi muovo tra le grandi navate industriali dell’ex fabbrica di abbigliamento Max Mara, a Reggio Emilia. Da poco più di un decennio quegli ambienti sono stati svuotati dai macchinari e accolgono una delle più belle collezioni italiane d’arte, la Collezione Maramotti. A differenza di chi ha investito il proprio patrimonio in cene eleganti, Achille Maramotti (1927-2005, anche lui fra i 5 uomini più ricchi del nostro Paese) aveva collezionato il meglio dell’arte italiana prodotta a partire dal dopoguerra. E ha voluto che fosse messa in mostra, a disposizione del pubblico, nel suo storico stabilimento emiliano, ripensato e riconvertito in galleria d’arte dall’architetto Andrew Hapgwood.

Con un pensiero che si potrebbe dire olivettiano, quelle opere aprivano sguardi nuovi agli operai della Max Mara. Oggi la Collezione vede aggiunte mostre temporanee e anche spettacolo dal vivo, in collaborazione con I Teatri di Reggio Emilia e il loro festival Aperto.

Penso a Sisifo (2)

Penso a Sisifo perché lo sto osservando. Lo ha scelto come eroe, o contro-eroe, un artista di primo piano nelle performing arts contemporanee, il greco 55enne Dimitris Papaioannou. È una creazione site specific, un trittico pensato apposta per questo luogo, e titolo completo è Sisyphus / Trans / Form.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Sisifo è un tipo sulla quarantina, in completo nero. Piegato dal peso, trascina sulle spalle una enorme lastra che sembra un materasso, ma di cemento. A causa dei movimenti, l’oggetto perde continuamente qualche pezzo, schegge, frammenti, che si accumulano sul pavimento rendendo l’impresa sempre più difficile. Oltre che faticosa e assurda.

Impegnati in un compito assurdo sono pure altri uomini, Sisifi plurali, sempre in completo nero, che si muovono nello stesso spazio: scendono e salgono le scale, reggono tra le braccia, insensatamente, decine di chili di pietre, ruderi, calcinacci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Papaioannou è un genio dello spettacolo dal vivo, prestigiatore mago, un po’ come lo era stato Max Reinhardt negli anni ’30. E’ stato lui a ideare e realizzare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Atene nel 2004 (2428 comparse: dopo è scoppiata, come ricorderete, la crisi dell’economia greca) e anche l’apertura dei Giochi ‘europei’ del 2015 a Baku (Azerbaigian). Prendetevi dieci minuti per vedere che meraviglia di spettacolo è stato quell’evento. Il costo? Bazzecole per la rampante economia e per le ambizioni azere. Novantacinque milioni di dollari.

Papaioannou – che ha cominciato a lavorare come pittore, allievo di Yannis Tsarouchismagic anche in operazioni di minori dimensioni. Grezze come l’arte povera. Raffinate come l’arte concettuale. Potete dare un’occhiata ai titoli lo hanno reso noto anche in Italia (Primal Matter, Still Life, a cui Sisyphus deve molto, e The Great Tamer).

Da noi lo si considera in modo semplicistico un esponente della coreografia, ma è diversa la sua materia e anche la sua estetica: un’arte del corpo che sloga le membra, scompone e ricompone gli arti, espone fisici statuari e materia bruta. Come un anatomista infatuato dell’Arcimboldo. Impressionava e dava i brividi, per esempio, il duetto su un tavolo da obitorio di Primal Matter. Quello era uno spettacolo (anche molto premiato), Sisyphus è un’ installazione performativa, più vicina al manufatto d’arte, con cinque performer.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un’irrisolta questione di estetica si domanda se sono le opere che valorizzano la collezione o, al contrario, è la collezione che valorizza le opere. Qui il problema non si pone, perché i due estremi si parlano. Sisifo e Maramotti. Il mito nudo della Grecia e l’abbigliamento della casa di moda di Reggio Emilia.

Giocarsi le palle

Alla performance partecipa anche lo stesso Papaioannou, maestro di cerimonia, factotum. Sposta un grosso faro che serve a illuminare meglio le fatiche del suo Sisifo. Che a un certo punto, sembra davvero non farcela più. Al che, Papaioannou disinvoltamente, infila la mano nella patta dei pantaloni dell’eroe e ne estrae due palle. Di gomma, ovviamente, tipo tennis. Metaforicamente, ma nemmeno tanto, lo priva dei cosiddetti attributi.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Così si avvia la seconda tavola dell’opera, Trans, che grazie a trasformazioni e inaspettate sostituzioni di membra, fa comparire dalle fratture di quella lastra, magicamente, al posto dell’uomo, una ragazza. Prima un polpaccio, poi un braccio, poi appare il busto, mentre l’addome slogato è ancora quello dell’uomo, il quale viene infine inghiottito, in un crepaccio del cemento. Da cui si liberano invece i capelli castani di lei e poi il viso, poi tutto il corpo. Papaioannou, le impone quindi le due palle, facendo di lei il nuovo capro espiatorio. O la capra. Che può indossare i pantaloni e la giacca dell’uomo. Vivere è sopportare. Lo diceva anche Camus.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un tipo spiccio, Papaioannou

Si potrebbe ricamare molto, sui significati che tutto ciò comporta. Spiccio e per niente mentale, Papaioannou lo lascia volentieri fare a chi guarda, mentre con altri tre performer prosegue spedito verso la terza tavola del trittico, Form.

Si tratta adesso di fissare su un muro, a diverse altezze, una trentina di tavole di legno, usando solo il corpo umano, niente chiodi, niente colle. Altra impresa, senza un senso apparente, che trasmette però, per via fisica, agli spettatori, la sensazione di insensatezza e futilità che talvolta pervade anche noi mortali. E alla quale non sappiamo opporci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Anche qui, numerosi ricami intellettuali potrebbero essere aggiunti. Lo lascio fare a voi, se pensate sia il caso, ricordando che oltre i pensieri – benvenuti comunque – resta sempre una comunicazione basica, somatica, cioè del corpo, che incide sulle percezioni e sulle sensazioni. E scatta quando siamo difronte a un performer che si muove, e compie azioni, mentre noi siamo a guardalo, magari fermi. È uno scherzo della neurologia. Avete mai sentito parlare di neuroni specchio? Allora andate a guardare su Google. Poi, prenoterete anche voi un biglietto per il nuovo spettacolo di Papaioannou.

Papaioannou (ph Julian Moment)
(ph Julian Mommert)

A dire il vero, il nuovo spettacolo di Papaioannou (Seit Sie / Since She, un omaggio a Pina Bausch) si è visto già in Italia. Ma ad assistervi, laggiù a Catanzaro, erano davvero in pochi. Sono le sorprese e misteri delle geografie d’Italia