Mileva, il minidocu. Come il teatro rimedia se stesso

Vi ricordate di Mileva Marić, la donna che sussurrava a Einstein? 

Enigmatica e sfortunata scienziata, Mileva era stata la prima donna a essere ammessa, nel 1896, al Politecnico di Zurigo. Sui banchi di quell’università, allora uno dei istituti d’eccellenza mondiale, aveva incontrato e conosciuto uno studente che prometteva molto, Albert Einstein. Si erano anche sposati.

 

Dentro a Mileva - minidocu

A proposito di Mileva ho scritto un post su QuanteScene! all’inizio di febbraio (qui il link al post del 4 febbraio 2020). Proprio con questo titolo – Mileva – una giovane attrice, Ksenija Martinovic, aveva presentato in quei giorni lo spettacolo da lei pensato e creato attorno a quella donna, storicamente quasi sconosciuta. Le luci e le ombre che il lavoro scientifico di Mileva Marić, il suo ruolo di moglie, le vicissitudini di un rapporto complesso, potevano aver proiettato sulla vita e sulla carriera dell’uomo che avrebbe cambiato il corso della scienza nel ‘900.

Poi è successo quel che è successo

Per lo spettacolo prodotto dal CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – era prevista una tournée. Sappiamo bene che cosa è successo, in Italia e nel resto del mondo, a cominciare da febbraio.

Mileva, la sua storia, quel titolo, quella produzione, sono rimasti chiusi nella memoria di qualche centinaio di spettatori: soltanto quelli che l’avevano vista nelle prime repliche.

 

 

L’emergenza, che dura da 10 mesi e che ha colpito nella sostanza essenziale anche il settore dello spettacolo dal vivo, ha avuto tuttavia la funzione di attivare ragionamenti e pratiche nuovi

E la decisione, di trasformare quattro recenti produzioni CSS in altrettanti docufilm, da condividere in Rete, ha fatto sì che di Mileva, oggi si possa parlare di nuovo. 

Il lavoro in post produzione di Fabrizio Arcuri che dietro una videocamera, assieme a Stefano Bergomas, ha registrato la costruzione e le prime repliche dello spettacolo, permette ora a Mileva di essere di nuovo oggetto di curiosità e di interesse. Del nostro interesse.

Rimediare Mileva

Altre volte ho parlato del senso che sembra oggi acquistare il verbo rimediare. Non soltanto, alla romanesca: metterci una pezza. E più prosaicamente ancora: trovare qualche anima buona con cui passare la notte. Rimediazione è il lavoro che adatta e trasforma contenuti, traghettandoli da un medium a un altro medium. 

Mileva Minidocu 10_2020

Non vi rovinerò il weekend invitandovi a leggere un lavoro fondamentale in questo senso, di 20 anni fa, e in inglese anche: il potente saggio di Jay David Bolter e Richard Grusin che si intitola Remediation. Understanding New Media (The MIT Press, Cambridge, MA).

No no, tranquilli. Però un pensierino sulla frase che segue e che è scritta  da loro, quando avete tempo, fatela. Mi raccomando.

Ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”. 

Una cosa ancora

Dimenticavo di dirvi, che in Mileva, il minidocu, ci sono in qualche modo anch’io. Perché ho visto formarsi e crescere, all’Accademia Nico Pepe di Udine, Ksenija Martinovic. E mi è piaciuto farne un ritratto. 

Ma, nonostante ciò, vale la pena che il minidocu lo vediate. Tutto. Trenta minuti, quattro voci per conoscere Mileva e il lato nascosto di Einstein.

 

DENTRO A è la nuova serie di 4 minidocu curati da Fabrizio Arcuri e dedicati alle più recenti produzioni teatrali Css Udine. È visibile sulla pagina facebook CSS, IGTV, YouTube e Cssudine.it
Sugli stessi canali si possono vedere anche gli altri minidocu realizzati finora da Arcuri per questa serie:

 

– Dentro a… Un intervento di Mike Bartlett (questo è il link

– Dentro a… 

– Dentro a.. .

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MILEVA (2020)
testo di Ksenija Martinovic 
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
con la consulenza scientifica di Marisa Michelini, professore ordinario di Didattica della Fisica, Università degli Studi di Udine
produzioneCSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

 

Eccellenti litiganti. Un sipario, due amici e Mike Bartlett

Capita che le persone, anche quelle che amiamo di più, ci deludano. Capita.

Nel lavoro scritto dal drammaturgo inglese Mike Bartlett e intitolato An Intervention, capita cinque volte. Una volta ogni scena. 

Nell’allestire per la prima volta in Italia Un intervento, traduzione di quel testo del 2014, Fabrizio Arcuri regista fa accadere tutto ciò davanti a un sipario. Proprio come vuole l’autore. Per cinque volte.



“Sei sicuro? Sicuro sicuro? Incredibile. Non ci credo. Fanculo”

Capita che due amici, amici da lungo tempo (chiamiamoli A e B), a un certo punto si trovino in disaccordo su qualcosa. Potrebbe essere una questione politica. Nel testo di Bartlett è l’intervento militare britannico in un paese straniero. Ma potrebbe essere anche una questione personale. Nel testo di Bartlett ad A non piace una persona che B frequenta. Oppure potrebbe essere un comportamento. Sempre seguendo Bartlett, B rimprovera ad A di bere troppo. E in effetti, A beve troppo.

Con gli amici si parla, si discute, si litiga anche. A volte le cose tornano a posto da sole. A volte si negozia una soluzione. Nel nostro caso il conflitto precipita invece a cascata, per tutte le cinque scene. Irrimediabilmente. O forse no. E qui sta il bello.

“Da quel momento in poi, abbiamo sempre litigato. E adoravamo litigare”.

Mike Bartlett è nato nel 1980. Nemmeno quarantenne, è fra i rappresentanti di spicco della drammaturgia (Cock, Bull, Wild) e della sceneggiatura (mini serie tv come Doctor Foster) odierne inglesi. Come autore, lascia a chi metterà in scena An Intervention, ampi margini di manovra.

A e B (nello spettacolo sono interpretati da Rita Maffei e Gabriele Benedetti) possono essere un uomo e una donna. Ma anche no. Due uomini, o due donne. Possono avere qualsiasi età. Possono essere vicini di casa, o provenire da luoghi e ambienti diversi. Anche l’oggetto del dibattito – che sia l’intervento militare, o la storia d’amore in cui uno dei due si è imbarcato, o la faccenda del bere – possono avere pesi diversi. Decide chi metterà in scena il testo. Ciò che conta, forse, è tenere all’erta lo spettatore, stimolarlo per tutte le cinque scene, ma non per raccontargli una storia. Piuttosto, per rivolgere a lui le questioni che tormentano i due personaggi.

Mike Bartlett

“Mi dispiace, ma forse deluderò qualcuno”

Perché il pubblico a cui Un intervento si rivolge, ha lo stesso profilo culturale, politico, sociale, di A e B. Un pubblico over 40, acculturato smaliziato, progressista, non estremista. Come diceva Nanni Moretti: di sinistra. Di questo pubblico Bartlett, e il suo regista Arcuri, si divertono a demolire alcune sicurezze.

Con un altro pubblico, ad esempio la generazione under 30, o con il popolo (come dice il governo in carica), Un intervento non funzionerebbe. E anche questo – diciamolo – è il suo bello.

Bello è pure il modo con cui viene risolta l’indicazione scenica, molto scarna, che dà l’autore: lo spettacolo ha luogo davanti a un sipario. Pur seguendola alla lettera, con i suoi interventi a gamba tesa in palcoscenico, la scenografa Luigina Tusini scatena un gioco di rimandi tra l’impianto e i costumi (stravaganti, e al tempo stesso molto pertinenti) che elettrizza gli spettatori.

“Se Dio non avesse voluto che bevessimo, non ci avrebbe dato una bocca”

Gli spettatori (gente appunto acculturata, smaliziata, progressista) possono pure decidere di prendere posizione sulle questioni messe in gioco. Ma soprattutto si divertono. Anche loro. Così mi è capitato, assistendo a una replica.

Perché ci si diverte sempre assistendo a una lotta (è la formula dello sport, no?). E anche perché Maffei e Benedetti, due eccellenti litiganti, sparano dentro il testo grandi dosi d’ironia, la condiscono con il sarcasmo, ogni tanto anche il cinismo. Non solo le parole, scritte molto pinterianamente dall’autore e dette da due attori che Pinter lo conoscono. Ma soprattutto il gioco delle loro reazioni, gli sguardi, le occhiate di traverso, le smorfie, che sono il sale dei litigi.

Non sarò io a svelare come va a finire, anche se va a finire sulle note struggenti di Nothing compares 2U. Musica a parte, potrebbe essere che, per ciascuno spettatore, vada a finire diversamente. Perché è la drammaturgia di oggi, bellezza. E tu non tu puoi farci niente, niente.

Un intervento
di Mike Bartlett
traduzione di Jacopo Gassman
regia Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
produzione CSS – Teatro stabile d’Innovazione del FVG
le fotografie sono di Daniele Fona

repliche al Teatro Palamostre di Udine, il 14, 15, 16 e 21, 22, 23 febbraio, poi in tournée

Se il Bengala mette le zampe su Monfalcone. La mitologia locale secondo Marta Cuscunà

Nei cantieri navali che hanno visto nascere le più grandi fra le principesse dei mari – Crown Princess, Regal Princess, Majestic Princess – una tigre si aggira indisturbata, semina il panico, fa vittime. Come in un mito indiano e seguendo l’ispirazione di un antropologo indiano, Marta Cuscunà legge il presente della sua città. E lo aggiunge al mosaico di Ritratto di una nazione. Da questa sera al Teatro di Roma.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

È un viaggio in Italia. Non come quello di Goethe, alla ricerca di antichità e bellezza. È un viaggio, invece, attraverso i punti sensibili del Paese contemporaneo, osservato e sezionato con il bisturi del lavoro.
Un progetto speciale apre questa sera la stagione 2017/2018 del Teatro di Roma. Il titolo è Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro. La formula in due fasi prevede venti brevi pièce teatrali che, per ciascuna regione, inquadrano un punto critico, uno snodo dal quale guardare la complessità di una trasformazione in corso, di cui nessuno conosce l’esito né la durata.

ritratto-nazione-1

Quassù a Nord-est

Uno di questi venti capitoli, quello che punta sul Friuli Venezia Giulia e si intitola Etnorama 34074, nasce dal lavoro di drammaturgia di Marta Cuscunà, performer che a Monfalcone e a un frammento del suo passato prossimo aveva dedicato già il primo lavoro È bello vivere liberi! Poiché ne vive il quotidiano, Cuscunà conosce bene la linea di faglia che nella città dei cantieri interseca lavoro e immigrazione.
“Monfalcone si sta trasformando – dice – temo di non riconoscere più la storia particolare, operaia, di questa città. Il tema dell’immigrazione coinvolge tutti, anche chi si sentiva distante dalla politica, anche chi continua a dimostrare buona volontà nei confronti del problema. Nessuno è escluso. Mi preoccupa un conflitto sociale che si sta esasperando e non sarà senza conseguenze”.

Etnorama 34074

È ciò che Cuscunà prova a raccontare nei 30 minuti del suo testo, nel quale disegna il contorno di una comunità che si oppone al desiderio di un gruppo di ragazzini di giocare a cricket. Cosa spinge i monfalconesi a impedire loro di giocare? È che si tratta di ragazzini di origine bengalese?
“Mentre seguivo la vicenda che ha occupato le recenti cronache locali – prosegue Cuscunà – leggevo anche il saggio intitolato Modernità in polvere in cui l’autore, l’antropologo statunitense di origine indiana Arjun Appadurai, studia i flussi culturali globali. Il cricket, ci spiega Appadurai, è uno degli elementi che in epoca coloniale è servito a costruire l’identità indiana. Così che nel mondo post-colonialista un modo di vita tipicamente inglese è diventato tipicamente indiano”.
Tanto da alimentare l’ironico paradosso secondo il quale gli “ultimi inglesi viventi” sono proprio gli indiani. La storia dei cantieri navali ha rappresentato d’altra parte il motivo di identità della città conosciuta proprio per le sue grandi navi da crociera. Ecco perché in Etnorama 34047 (il numero rappresenta il C.A.P di Monfalcone), tra simboli, mito e realtà, una tigre compare all’improvviso tra gli operai del Cantiere, semina il panico, fa vittime. Una tigre del Bengala, ovviamente.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

“La città – conclude Cuscunà – e i suoi luoghi di lavoro sono stati coinvolti da un discorso in cui a prevalere è l’aggressività. Non occorre aver letto libri di antropologia per capire che il cricket ha a che fare con un’identità alla quale gli immigrati dal subcontinente indiano cercano di dare un nuovo contesto, modellato sul territorio in cui si trovano a stare. Molti la percepiscono come un’invasione”.

Il ritratto di una nazione

Tra i dieci autori che hanno collaborato alla prima fase di Nascita di una nazione ci sono anche scrittori come Vitaliano Trevisan, Michela Murgia, Wu Ming 2, performer come Davide Enia e Saverio La Ruina, interpreti come Giuseppe Battiston, Michele Placido, Francesca Mazza (sarà la protagonista del pezzo di Cuscunà, che ha la regia di Fabrizio Arcuri).

La prima fase di Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro va in scena dall’11 al 16 settembre. Qui trovi il programma.

immagini fotografiche (1. e 3.) Futura Tittaferrante