Papaioannou e Sisifo. Quando gli eroi vestivano Max Mara

Il mago greco dello spettacolo, Dimitris Papaioannou, ha creato per la Collezione d’arte Maramotti un trittico dedicato al mito di Sisifo e all’insensato sforzo del sopravvivere.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment
(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono)

Ercole – l’eroe con i muscoli – sgobbava molto. Tanto che si è guadagnato nei secoli una giusta fama. Anche Sisifo sgobbava parecchio. Forse di più. Ma il macigno che con fatica e sudore egli spingeva su per il monte, ricadeva irrimediabilmente a valle. E lui, a ripetere in eterno la stessa fatica. Inutile e assurda.

Ecco perché del vittorioso Ercole ci ricordiamo sempre. Mentre a Sisifo, perdente eterno, tocca appena qualche citazione colta. Come quella che negli anni ’40, grazie al pensatore francese Albert Camus, fece di lui il simbolo dell’assurdità della vita umana.

Penso a Sisifo

Penso al povero Sisifo mentre mi muovo tra le grandi navate industriali dell’ex fabbrica di abbigliamento Max Mara, a Reggio Emilia. Da poco più di un decennio quegli ambienti sono stati svuotati dai macchinari e accolgono una delle più belle collezioni italiane d’arte, la Collezione Maramotti. A differenza di chi ha investito il proprio patrimonio in cene eleganti, Achille Maramotti (1927-2005, anche lui fra i 5 uomini più ricchi del nostro Paese) aveva collezionato il meglio dell’arte italiana prodotta a partire dal dopoguerra. E ha voluto che fosse messa in mostra, a disposizione del pubblico, nel suo storico stabilimento emiliano, ripensato e riconvertito in galleria d’arte dall’architetto Andrew Hapgwood.

Con un pensiero che si potrebbe dire olivettiano, quelle opere aprivano sguardi nuovi agli operai della Max Mara. Oggi la Collezione vede aggiunte mostre temporanee e anche spettacolo dal vivo, in collaborazione con I Teatri di Reggio Emilia e il loro festival Aperto.

Penso a Sisifo (2)

Penso a Sisifo perché lo sto osservando. Lo ha scelto come eroe, o contro-eroe, un artista di primo piano nelle performing arts contemporanee, il greco 55enne Dimitris Papaioannou. È una creazione site specific, un trittico pensato apposta per questo luogo, e titolo completo è Sisyphus / Trans / Form.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Sisifo è un tipo sulla quarantina, in completo nero. Piegato dal peso, trascina sulle spalle una enorme lastra che sembra un materasso, ma di cemento. A causa dei movimenti, l’oggetto perde continuamente qualche pezzo, schegge, frammenti, che si accumulano sul pavimento rendendo l’impresa sempre più difficile. Oltre che faticosa e assurda.

Impegnati in un compito assurdo sono pure altri uomini, Sisifi plurali, sempre in completo nero, che si muovono nello stesso spazio: scendono e salgono le scale, reggono tra le braccia, insensatamente, decine di chili di pietre, ruderi, calcinacci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Papaioannou è un genio dello spettacolo dal vivo, prestigiatore mago, un po’ come lo era stato Max Reinhardt negli anni ’30. E’ stato lui a ideare e realizzare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Atene nel 2004 (2428 comparse: dopo è scoppiata, come ricorderete, la crisi dell’economia greca) e anche l’apertura dei Giochi ‘europei’ del 2015 a Baku (Azerbaigian). Prendetevi dieci minuti per vedere che meraviglia di spettacolo è stato quell’evento. Il costo? Bazzecole per la rampante economia e per le ambizioni azere. Novantacinque milioni di dollari.

Papaioannou – che ha cominciato a lavorare come pittore, allievo di Yannis Tsarouchismagic anche in operazioni di minori dimensioni. Grezze come l’arte povera. Raffinate come l’arte concettuale. Potete dare un’occhiata ai titoli lo hanno reso noto anche in Italia (Primal Matter, Still Life, a cui Sisyphus deve molto, e The Great Tamer).

Da noi lo si considera in modo semplicistico un esponente della coreografia, ma è diversa la sua materia e anche la sua estetica: un’arte del corpo che sloga le membra, scompone e ricompone gli arti, espone fisici statuari e materia bruta. Come un anatomista infatuato dell’Arcimboldo. Impressionava e dava i brividi, per esempio, il duetto su un tavolo da obitorio di Primal Matter. Quello era uno spettacolo (anche molto premiato), Sisyphus è un’ installazione performativa, più vicina al manufatto d’arte, con cinque performer.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un’irrisolta questione di estetica si domanda se sono le opere che valorizzano la collezione o, al contrario, è la collezione che valorizza le opere. Qui il problema non si pone, perché i due estremi si parlano. Sisifo e Maramotti. Il mito nudo della Grecia e l’abbigliamento della casa di moda di Reggio Emilia.

Giocarsi le palle

Alla performance partecipa anche lo stesso Papaioannou, maestro di cerimonia, factotum. Sposta un grosso faro che serve a illuminare meglio le fatiche del suo Sisifo. Che a un certo punto, sembra davvero non farcela più. Al che, Papaioannou disinvoltamente, infila la mano nella patta dei pantaloni dell’eroe e ne estrae due palle. Di gomma, ovviamente, tipo tennis. Metaforicamente, ma nemmeno tanto, lo priva dei cosiddetti attributi.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Così si avvia la seconda tavola dell’opera, Trans, che grazie a trasformazioni e inaspettate sostituzioni di membra, fa comparire dalle fratture di quella lastra, magicamente, al posto dell’uomo, una ragazza. Prima un polpaccio, poi un braccio, poi appare il busto, mentre l’addome slogato è ancora quello dell’uomo, il quale viene infine inghiottito, in un crepaccio del cemento. Da cui si liberano invece i capelli castani di lei e poi il viso, poi tutto il corpo. Papaioannou, le impone quindi le due palle, facendo di lei il nuovo capro espiatorio. O la capra. Che può indossare i pantaloni e la giacca dell’uomo. Vivere è sopportare. Lo diceva anche Camus.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Un tipo spiccio, Papaioannou

Si potrebbe ricamare molto, sui significati che tutto ciò comporta. Spiccio e per niente mentale, Papaioannou lo lascia volentieri fare a chi guarda, mentre con altri tre performer prosegue spedito verso la terza tavola del trittico, Form.

Si tratta adesso di fissare su un muro, a diverse altezze, una trentina di tavole di legno, usando solo il corpo umano, niente chiodi, niente colle. Altra impresa, senza un senso apparente, che trasmette però, per via fisica, agli spettatori, la sensazione di insensatezza e futilità che talvolta pervade anche noi mortali. E alla quale non sappiamo opporci.

Papaioannou - Sisyphus - ph Julian Moment

Anche qui, numerosi ricami intellettuali potrebbero essere aggiunti. Lo lascio fare a voi, se pensate sia il caso, ricordando che oltre i pensieri – benvenuti comunque – resta sempre una comunicazione basica, somatica, cioè del corpo, che incide sulle percezioni e sulle sensazioni. E scatta quando siamo difronte a un performer che si muove, e compie azioni, mentre noi siamo a guardalo, magari fermi. È uno scherzo della neurologia. Avete mai sentito parlare di neuroni specchio? Allora andate a guardare su Google. Poi, prenoterete anche voi un biglietto per il nuovo spettacolo di Papaioannou.

Papaioannou (ph Julian Moment)
(ph Julian Mommert)

A dire il vero, il nuovo spettacolo di Papaioannou (Seit Sie / Since She, un omaggio a Pina Bausch) si è visto già in Italia. Ma ad assistervi, laggiù a Catanzaro, erano davvero in pochi. Sono le sorprese e misteri delle geografie d’Italia 

Seguite le bussole. Buone pratiche a NID 2019, un expo per ripensare la danza

(RE)Think Dance. Ripensare la danza. Lo raccomanda il titolo scelto per la quinta edizione di NID – New Italian Dance Platform, che si è tenuta appunto a RE, Reggio Emilia, nello scorso fine settimana.

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Harleking (ph. Andrea_Macchia)

È un invito ottimistico, certo. Ripensare la danza. Fosse per me, sarei anche più autoritario. Ripensate sì la danza. Quella contemporanea. Ma fate presto. Prima che la visibilità che si è conquistata in questi venti o trent’anni nel panorama italiano di spettacolo dal vivo non si riduca di nuovo. Per ripetitività, per egocentrismo, per noia, per quel danzare attorno a proprio l’ombelico, che è tipico di chi abita le nicchie.

E non raccontiamoci storie: la danza contemporanea italiana è nicchia.

Una crescita di rispetto

Rispetto a questa affermazione, NID – New Italian Dance Platform 2019 è un’iniziativa che procede in senso inverso. Nata nel 2012, sostenuta dal MinisteroBACT, affidata ai principali enti che si occupano della programmazione di settore e scandita da appuntamenti ogni due anni, NID è cresciuta un sacco negli scorsi bienni. Prima la Puglia, poi Pisa, Brescia, Gorizia (ne ho scritto su questo blog nel 2017), e adesso, tra i 10 e il 13 ottobre, Reggio Emilia, hanno trasformato un’idea in uno snodo indispensabile.Se dico hub va bene? Perché a Reggio Emilia, c’erano tutti. La Fondazione I Teatri, il circuito Ater, Aterballetto, insieme alla Regione Emilia Romagna, hanno fatto del loro meglio per dare loro accoglienza, assieme a rilievo e visibilità per questa quinta edizione.

Certo, diverso da un festival, NID 2019 è un expo. Dove gli artisti e le compagnie italiane, selezionate da una commissione, espongono le loro opere più o meno recenti. Così che tutti, i colleghi artisti, i programmatori, gli operatori, i direttori di festival o di circuiti, i giornalisti, e anche un po’ (un po’) di pubblico, possano vederli, giudicarli, se è il caso (molte volte lo è) criticarli. In definitiva, l’hub dove tutti – dicevo sopra – possano ripensarsi.

Non sono un critico di danza. Penso che di critica, in generale, ce ne sia anche troppa. E che sul contemporaneo ci vorrebbe un occhio diverso da quello che da più di un secolo ha definito le regole di questa professione. Se professione è rimasta.

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Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)

Territori nuovi. Dove avventurarsi

Ma a un appuntamento come NID ci vado volentieri. Perché rappresenta un termometro del presente. La bussola per avventurarsi in territori nuovi, che si stanno aprendo. Trasformarsi è nella natura delle cose.

Inoltre, se lo sguardo è lucido e – aggiungo – curioso e attento, un expo come NID aiuta a mettere da parte punti di vista preconfezionati, antiche convinzioni, spesso pregiudizi, che inevitabilmente ci si porta dentro.

Non mi stancherò ripetere che Chiara Bersani (a NID 2019 con Seeking Unicorns), Silvia Gribaudi (con Graces), Daniele Nianarello (con Pastorale), Alessandro Sciarroni e Francesca Pennini (che a Reggio Emilia però non c’erano), assieme ai più maturi Virgilio Sieni (Metamorphosis) e Bertoni/Abbondanza (La morte e la fanciulla) sono coloro che in questo decennio ci hanno fatto intravedere quei nuovi territori. Ma il bello, almeno per me, sta soprattutto negli altri. Quelli che conosco di meno, o proprio non conosco. Anche se di spettacoli abbastanza rodati si tratta.

E sui quali, solo con il mettermi dalla parte del pubblico, quel pubblico che dovrebbe crescere e non diminuire, provo a fare qualche osservazione. Che si può prendere come un invito a ripensamenti. Anche senza stare a citare maestri tipo Bausch, tipo Forsythe che, quelli sì, la danza l’hanno ripensata.

Allora, per non deludere il pubblico. Lavorate sui formati. Costruite drammaturgie. Provate un po’ a sorprenderci. Ma non siate provocatori a tutti i costi.
Faccio minuscoli esempi.

Lavorate sui formati

Si muovono molto bene Ginevra Panzetti e Enrico Ticconi. Se con movenze gattesche e demoniache la loro pantomima (Harleking) richiama la Commedia dell’arte, ci si legge entro anche l’attuale dinamica del potere e degli sgambetti politici. E funziona, tra raffinate citazioni dei Balli di Sfessania disegnati nel 1600 da Jacques Callot. Ma funziona sulla lunghezza dei 20-25 minuti. Se diventano il doppio, e qui succede, risultano stiracchiati e stufano.

Costruite drammaturgie

Parlano tanto Marco d’Agostin e Teresa Silva in Avalanche. Parlano cinque lingue, parlano a valanga appunto. E pur ammettendo che il linguaggio verbale sia quello più adatto a interpretare il mondo, alla fine dei loro 55 minuti, si resta indecisi su cosa portarsi a casa di questa performance, su cosa dire a chi vorrebbe che gliela raccontassimo.

Nella danza, la drammaturgia (il lavoro di senso delle azioni, potrebbe essere una veloce definizione) non è un’opzione e serve al pubblico per capire qual è il misterioso bisogno espressivo dell’artista. Così, nonostante abbia alle spalle un eccellente drammaturgo come il poeta latino Lucrezio, il De Rerum Natura del giovane e stimato Nicola Galli si avvantaggerebbe se qualcuno piegasse un po’ il suo bell’intuito coreografico a un più preciso orizzonte di senso.

Provate un po’ a sorprenderci

In Dress/Undress (vèstiti e spògliati) l’italo-giapponese Masako Matsushita, prodotta da Nanou, dispone a terra, in fila, quattordici reggiseni. Li indosserà uno a uno, in una maniera tutta sua, sempre la stessa, muovendosi a ginocchioni, lentamente. Così che già al terzo indumento sappiamo di dover arrivare, senza alcun terremoto emotivo, fino al 14esimo. Lo stesso succederà nel girone di ritorno, quando per togliersi le ventidue mutandine che indossa, la bella Masako ci farà pazientemente aspettare che si sfili anche l’ultima. Sorprese nessuna. Nostra pazienza tanta. Inoltre, 20 anni fa Jerôme Bell, che faceva indossare una sopra l’altra decine di t-shirt nella sua Shirtology, ci aveva già consegnato la ricetta.

NID 2019 Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)
Masako Matsushita Dress/Undress (ph. Kylestevenson.com)

Però non siate provocatori a tutti costi

Un filmetto porno, come quello proposto da Salvo Lombardo in Opacity #5, sta bene nella privacy del vostro computer. Ma se lo proiettate in pubblico e lo presentate come “critica all’emanazione di un sapere dominante e etnocentrico che identifica l’Occidente come unica fonte di narrazione e come origine nella produzione di significato” (trascrivo le note d’autore), sappiate che nessuno capirà che cosa abbia che fare quel coito esplicito con la critica del post-colonialismo.

E molte signore, del pubblico e della critica, si adombreranno.