Semplice, buttato via, moderno. Il teatro di Gianrico Tedeschi

Il mio ricordo di Gianrico Tedeschi, pubblicato il 29 luglio su quotidiano di Trieste, IL PICCOLO.

Gianrico Tedeschi
Gianrico Tedeschi, applausi finali per La rigenerazione di Italo Svevo (2009)

È scomparso ieri, dopo aver compiuto, lo scorso aprile, cent’anni, uno degli attori italiani più longevi e più amati dal pubblico.

Un traguardo grande, importante, Gianrico Tedeschi l’aveva raggiunto. Poteva allora andarsene così: sereno, in punta di piedi, consapevole di aver operato bene. E per il bene.

Ma non erano i cent’anni il suo traguardo. Sì, li aveva compiuti, lo scorso 18 aprile. Il traguardo vero era un altro. Un’esistenza piena e onesta. Una specchiata vita d’attore. Così è stato. 

Sarebbero tanti gli aggettivi utili a raccontare Tedeschi. Molti li abbiamo spesi qualche mese fa, su queste pagine, proprio per festeggiare il monumentale compleanno. Ma volendo trovare ora, per la sua scomparsa, i termini più giusti, altro non ci viene in mente, se non il titolo della affettuosa biografia che una delle sue due figlie, Enrica, aveva voluto dedicargli: Semplice, buttato via, moderno (Viella Editore, 222 pp., 27 euro). Così era lui. Così era il suo lavoro. 

Smemorando

Tedeschi non somigliava a quegli attori che usano la scolorina per correggere la data di nascita sui documenti. Della sua lunga vita nell’arte, andava fiero. Se di qualcosa si rammaricava, era della memoria. Del non poter mettere in fila tutti i nomi, i personaggi, i copioni che in più di 70 anni di carriera aveva interpretato, alternando teatro, cinema, televisione e – certo – anche le microscopiche storie degli spot pubblicitari che lo avevano reso popolare ovunque. Cavalcando o affondando nelle onde dei ricordi aveva perciò deciso di intitolare Smemorando, ballata del tempo ritrovato lo spettacolo in cui, 15 anni fa, raccontava la propria vita. 

Raccontava di essere cresciuto, come attore, nella Milano della ricostruzione, alla fine degli Anni ’40. E di aver scalpitato per debuttare sul rivoluzionario palcoscenico che sarebbe presto diventato il Piccolo Teatro di quella grande città. Sarà protagonista, anni dopo, nell’Opera da tre soldi di Brecht e un indimenticabile Pantalone nello storico Arlecchino. La professione gli aveva riservato presto grandi incontri: con la Magnani sul set, con Visconti e Mastroianni in un’altrettanto storica Locandiera.

Lo spirito allegro che si ritrovava addosso

Ma, con lo spirito allegro che pur ultranovantenne si ritrovava addosso, preferiva rievocare quanto si fosse divertito a stare in tv con Cochi e Renato. E quanta fortuna avesse portato, con i Caroselli, a formaggi spalmabili e caramelle. Lo strillo pubblicitario più popolare lo ricordava alla perfezione: “Il cofanetto di caramelle Sperlari non si incarta mai“.

Eppure, discorrendo con lui, si finiva sempre a parlare di queste terre, del Friuli Venezia Giulia e della guerra. Perché dalla guerra era nato il suo teatro. Quando, recluso nei campi di concentramento di Sandbostel e Wietzendorf aveva provato a recitare. Per sopravvivere. E per far sopravvivere i suoi compagni prigionieri.

Non parlava solo della “sua” guerra. Per dieci anni aveva preso casa a Cormòns, dov’era stato anche insignito della cittadinanza onoraria. “Poco distante – diceva – c’è un’altra casa, un’infermeria, un edificio semidistrutto dai bombardamenti. Parlo di una guerra che non ho fatto. La guerra del ’15-’18. Da allora è rimasta così. Intatta. Mi ha sempre emozionato.”.

Tedeschi tornava volentieri quassù. E le passeggiate sul Collio e sul Carso rafforzavano il suo rapporto con Walter Mramor e con Artisti.Associati, la compagnia goriziana con la quale ha dato vita a molti spettacoli negli ultimi trent’anni: Le ultime lune (il testo di Furio Bordon, dove aveva aveva preso il posto di Marcello Mastroianni), La rigenerazione di Svevo (dove era in scena con l’altra sua figlia, Sveva). 

Quattro anni fa, quando recitava ancora, Trieste aveva avuto occasione di rivederlo. Lo spettacolo, al Rossetti, aveva qualcosa di presago. Scritto da Franco Branciaroli e interpretato anche insieme a Ugo Pagliai e Massimo Popolizio, si intitolava, scaramanticamente, Dipartita finale.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, 29 luglio 2020]

Quando il teatro è più efficace dell’Amuchina

Il teatro fa bene alla salute. Più della curcuma e delle banane raccomandate dai nutrizionisti. Più delle cure detox praticate nei centri benessere. Più dell’attività fisica a cui vi invita settimanalmente il medico. E forse più dell’Amuchina, tanto venduta questa settimana.

Flacone Amuchina

Il teatro fa bene, mantiene in forma, rende longevi. Parola di centenari, o quasi. Manca poco infatti al momento in cui due giganti del palcoscenico italiano festeggeranno un secolo di vita, insieme a molti, molti decenni di attività. 

Gianrico Tedeschi è nato a Milano, il 20 aprile del 1920. Nello stesso anno e nella stessa città, ma il 31 luglio, è nata Franca Valeri. Centenari. Leone e leonessa delle scene. Non solo teatrali, anche cinematografiche e televisive. Attori nel senso pieno e esteso della parola. Attori del secolo.

Sulla via dei cento

Viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto. Interessarsi al segreto che permette loro, anche a pochi mesi dal compleanno numero cento, di mantenere la vivacità di pensiero e l’arguzia con cui li ricordiamo destreggiarsi in palcoscenico e sul set. O dentro la mitica cornice dei Caroselli. Lui ha portato fortuna a creme di formaggio e cofanetti di caramelle. Lei resta regina indimenticabile di panettoni e pandori.

Il loro segreto – se segreto è – sta in una vita vissuta sempre attraverso altre vite, quelle dei personaggi. Sta in nell’andirivieni incessante, su e giù per le strade d’Italia, condividendo lo stesso destino dei comici del tempo di Carlo Goldoni: vite nomadi. E ancora, sta nell’abituarsi, sera dopo sera, giorno dopo giorno, a camerini, a palcoscenici, a pubblici sempre diversi, che tengono in allenamento il corpo e la mente. È il teatro che fa vivere bene. Anzi, modella la vita.

Franca Valeri

Semplice, buttato via, moderno

Lo si capisce leggendo la biografia di Gianrico Tedeschi, Semplice, buttato via, moderno (Viella Edizioni, 27 euro), un libro scritto con affetto di figlia da Enrica, la primogenita, che a differenza della sorella Sveva, non ha seguito le orme paterne e invece ha insegnato discipline sociologiche all’Università di Roma. Strada diversa, che le ha suggerito di raccontare il padre attraverso la lunga, intensa intervista che si dipana per oltre 200 pagine di libro. Capitoli che non sono solo un percorso biografico e un viaggio dentro il trasformarsi della scena italiana nel secolo scorso e in questo: dalla fondazione del Piccolo di Milano all’ultimo spettacolo in cui abbiamo visto Tedeschi recitare, Dipartita finale, assieme a Pagliai, Donandoni, e all’autore e regista , Branciaroli.

Semplice, buttato via, moderno - Biografia di Gianrico Tedeschi
La biografia di Gianrico Tedeschi scritta dalla figlia Enrica

Il libro di Enrica Tedeschi è il ritratto di un uomo che dal teatro ha tratto la propria energia morale, il coraggio di dire no, proprio in momenti che decidono una vita. Internato nei lager di Sandbostel e Wietzendorf seppe rifiutare il “pressante” invito, in quanto ufficiale dell’esercito italiano, a aderire alla Repubblica sociale di Mussolini. E scelse le angherie tedesche delle baracche, della fame, del filo spinato, dei compagni di prigionia ammazzati. Opponendo loro la forza della dignità e di un’arte, che era la sola a mantenerlo in vita. Nelle baracche, Gianrico Tedeschi recitava Pirandello per i compagni di sventura.

Toh, quante donne!

Se di lui c’è tutto in quel libro, la carriera e la personalità di Franca Valeri stanno in decine e decine di libri. Attrice, ma anche autrice, sceneggiatrice, “la Franca” si è raccontata nelle tante donne da lei inventate e elette poi campionesse di un’Italia femminile. La signorina snob, Cesira la manicure da uomo, la ‘sora’ Cecioni… Toh, quante donne! (è un suo libro del 1992, pubblicato da Lindau) al quale bisogna aggiungere un altro volume, che fin dal titolo ne disegna l’autoritratto sapiente: Bugiarda no, reticente (da Einaudi).

La medicina del palcoscenico

E se per loro sono cento, di questi anni, anche per altri attori italiani, solo un po’ più giovani, vale la medicina del palcoscenico. Provate a leggere Sold out di Umberto Orsini (è pubblicato da Laterza, 18 euro, 200 pp.). Per l’attore, il libro è stato il modo di rimettere a posto le tessere della propria storia. Ma per ogni attore il titolo, che vuol dire “tutto esaurito”, rappresenta un balsamo. “Il fatto che la gente riempia una sala per venirmi a vedere – scrive Orsini – mi pare sempre miracoloso e quasi esagerato. Sono morto almeno una ventina di volte, in palcoscenico, quasi sempre in modo teatrale: duello, sparatorie, veleno. Nessuna di queste morti assomiglierà alla mia e, soprattutto, la mia non potrò mai rappresentarla, perché si rappresenterà da sola”. Colto, sornione, scaramantico, festeggerà il 2 aprile i suoi 86 anni. E sarà in scena.

Umberto Orsini - Sold out

Come saranno in scena altre due lady del nostro teatro importante. Della stessa età di Orsini, con un altrettanto gloriosa carriera (Strehler e Ronconi come riferimenti), hanno scelto una commedia brillante per sfidare il lato umoristico, come raramente era loro capitato di fare. Giulia Lazzarini e Anna Maria Guarnieri sono già alle prese con Arsenico e vecchi merletti, copione di Kesselring (1941), trasformato in pellicola di culto popolare da Frank Capra e quest’anno portato in scena da Geppy Gleijeses. Due formidabili ‘ziette’ che “aiutano con un dolce (e velenoso) rosolio gli anziani soli a porre fine alla propria solitudine”. Le hanno in cartellone quasi tutti i teatri più importanti della penisola.

Arsenico e vecchi merletti

[parzialmente pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, il 23 febbraio 2020]