Con Jan Fabre risorge Cassandra, profetessa a cui nessuno crede

Cassandra è bionda. Cassandra ha una voce profonda da uomo. Cassandra parla in tedesco e dice cose che potrebbero uscire dalla bocca della svedese Greta Thunberg.

Regista, ma soprattutto maestro multidisciplinare del vedere contemporaneo, Jan Fabre intende così il mito della profetessa che non veniva creduta.

Aggiungi che Fabre sostiene di discendere da uno dei più importanti naturalisti dell’Ottocento, l’entomologo belga Jean-Henry Fabre, e c’ha la fissa con gli animali. Ecco perché la sua Cassandra manifesta una spiccata, inquietante, passione per le tartarughe.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 1

Resurrexit Cassandra è il titolo che fa resuscitare l’inascoltata sacerdotessa nel cartellone internazionale di Napoli Teatro Festival. Il testo è del direttore del Festival, Ruggero Cappuccio. La regia dello spettacolo, pensato per la manifestazione e presentato al Teatro Bellini, è di Fabre. Le parole, profetiche, catastrofiste, confliggono un po’ con le immagini, perfettissime e suadenti. Ma questo è nei patti, essendo Fabre uno dei maître visionari e urticanti del teatro contemporaneo, quelli che viaggiano sempre al limite del rischio, se non della strafottenza.

Passino le molte chiacchiere che si fecero (oramai è passato del tempo) sul suo utilizzo degli animali in scena, e anche su certi atteggiamenti sessisti. Resta il fatto che a Fabre piace torturare un po’ anche lo spettatore, sottoponendolo a delle perfide corvée che mica tutti apprezzano.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 2

Modelli

Mi chiedo se vale la pena ricordare la serata di molto tempo fa, in cui protagonista in scena era uno spaventoso ragno nero e peloso, accanto a Els Deceukelier in abito bianco da sposa (Elle était et elle est, même ). O quella in cui la disinvolta performer Lisbeth Gruwez, tutta invischiata d’olio, giocava a far scomparire un’oliva nei posti più impensabili (Quando l’ uomo principale è una donna). Il modello però è ancora una volta lo stesso.

Per fortuna in Resurrexit Cassandra le tartarughe non sono vive. E lei – pur ricoperta dai peggiori insulti, come vuole il mito – si limita a rotolarsi per una buona mezz’ora sul palcoscenico di terriccio, scuro, eterno, materia di madreterra. Di cui fa piacere percepire l’odore.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 3

A convincere meno è l’architettura d’insieme. Cassandra sta in piedi, immobile, in proscenio, di fronte al pubblico. Inascoltata, aveva predetto la caduta e la strage a Troia, e adesso inascoltata sempre perora la causa di quell’allarme ambientalista a cui La nostra casa è in fiamme di Greta Thunberg ci ha educati.

Istanze onorevoli, certo. Onorevolissime. Ma purtroppo risapute e certo non inascoltate. Almeno dalla maggior parte popolazione mondiale che già sopporta i guai dell’innalzamento delle acque marine, della desertificazione dei terreni, del dissesto idrogeologico.

Invece, dovrebbero stare a sentire questa Cassandra 2020 gli inquinatori con il salvacondotto istituzionale, le fameliche multinazionali abituate al ricatto lavoro-salute, i potenti e i potentati del mondo. Ma è tutta gente che frequenta poco i teatri, lo sapete bene.

Devo riconoscere che alcuni miei colleghi, di osservanza cattolica, in tali lunghe querele, che a me sono sembrate abbastanza ovvie, hanno invece rilevato ispirazioni francescane (come se fossero lo stampo al negativo delle laudi di San Francesco) e reminiscenze di encicliche papali. Bravi. Io invece ne sono rimasto deluso.

Deluso…

… e annoiato pure. Perché questa Cassandra, le sue profezie le dice in sequenza. Per farlo, si cambia ogni volta d’abito, con spogliarelli, movenze e musiche da danza del ventre. Così dopo il vestito verde e quello nero, capisco che mi toccherà attendere anche quello blu, quello rosso, quello bianco. Una buona oretta prima che lo spettacolo prenda un’altra piega.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 4

Piega che si risolve in un’altra mezz’ora durante la quale cinque schermi in contemporanea mi rimandano l’immagine di lei che si dimena e ulula, neanche fosse una baccante, su quella stessa terra, mosaico di cinque elementi: nebbia, vento, fuoco, vapore, pioggia.

Se poi brandisce e eleva al cielo le oramai famose tartarughe (che nei filmati sono vere e vive), sarà perché Fabre ha promosso a “pietre oracolari” queste creature sopravvissute “a tutti gli incendi del mondo”. E sul cui guscio i profeti leggerebbero il futuro. Ma forse, in tempi frenetici, le tartarughe sono soltanto un elogio della lentezza.

Stella Höttler che avevo visto agire straordinariamente nelle 24 ore (altra piccola tortura) di Mount Olympus (se lo volete rivedere ecco la sintesi di un’oretta ), è qui un po’ meno straordinaria. Per quanto brava. Tranne che a cantare. E non sono riuscito a capire perché debba essere proprio Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt il titolo feticcio del sua Cassandra.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 5

Ma strizzare l’occhio a Marlene D. fa bene comunque. Mentre resta l’impressione – dicevo prima – di una grande maestria teatrale. Che cela, ma lascia anche trasparire, la debolezza dell’impianto. Però, a uno dei maître del teatro odierno non si può mica chiedere ogni sei mesi un capolavoro. Giusto?

– – – – – – – –

RESURREXIT CASSANDRA

ideazione e regia JAN FABRE
testo RUGGERO CAPPUCCIO
musiche originali ARTHUR LAVANDIER
performer STELLA HÖTTLER
voce maschile GUSTAV KOENIGS
drammaturgia MARK GEURDEN
light design JAN FABRE, WOUT JANSSENS
costumi JAN FABRE, KASIA MIELCZAREK
produzione TROUBLEYN/JAN FABRE (ANTWERP, BE)
in coproduzione con FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA (NAPOLI, IT), TANDEM SCÈNE NATIONALE (ARRAS-DOUAI, FR), TOVSTONOGOV BOLSHOI DRAMA THEATRE (SAN PIETROBURGO, RU), CHARLEROI DANSE, CENTRE CHORÉGRAPHIQUE DE WALLONIE-BRUXELLES (BE)

immagini di Wonge Bergmann 

Tutti pazzi per Siena e Castrovillari, nel 2019. Due dritte per il fine settimana

A In-Box (Siena, in questi giorni) e a Primavera dei Teatri (Castrovillari, da venerdì 25) i primi appuntamenti con gli spettacoli che gireranno l’Italia nella stagione prossima.

Non ditemi che basta qualche giorno di pioggia a rovesciare i calendari. A Castrovillari, provincia di Cosenza, puntuale arriva una Primavera, per segnalare l’avvio di quella che, nella lingua di chi fa teatro, è la stagione dei festival. Anche a Siena, che ha sempre scelto la strategia dell’anticipo, è pronto il festival dal vivo che si chiama In-Box 2019.

Se vi capita perciò di stare in Toscana questo weekend, o in Calabria anche in quello successivo, provate a mettere in agenda qualcuno dei loro spettacoli. Perlopiù novità, debutti, o spettacoli che finora non hanno avuto grande circuitazione e che invece la meritano. La curiosità (la mia, perlomeno) insomma paga. E l’esperienza dimostra che ne vale la pena.

In-Box, nella scatola delle sorprese

Di In-Box e della sua originale formula avevo scritto lo scorso anno. Ci sono tornato sopra quando, a maggio, la compagnia Bahamut con il suo It’s app to you si era distinta tra un centinaio di proposte in concorso (leggi qui).

In questo momento, esattamente un anno dopo, viaggio sul treno che mi porta di nuovo là, nei pressi quella incredibile Piazza, che a starci in mezzo – senza la confusione del Palio e con la gente che tranquilla invece si siede per terra, in attesa che il sole la baci in faccia – in questa piazza dicevo, senti comunque uno stordimento. E’ la radice profonda della città italiana, l’umanesimo ancora vivo che ti parla da quei palazzi, disposti a semicerchio e (ovviamente) color terra di Siena. Provate per credere.

Piazza del Campo - Siena

Ci sarebbe qualcosa da dire pure sul Teatro dei Rozzi, poco distante, che ospita i momenti più importanti della manifestazione. Vale la pena ricordare il motto della congrega di artigiani che decisero di costruirlo, a metà del 1500. “Chi qui soggiorna acquista quel che perde“. Un indovinello che potreste provare a risolvere (la soluzione nel prossimo post).

In-Box è naturalmente molto più contemporaneo e, venendo al programma, va detto che una prima selezione ha già individuato, tra 400 proposte, i 12 finalisti (di cui 6 per In-Box Verde, riservato a produzioni per infanzia e adolescenza). Il mio interesse è però rivolto agli altri 6, che vi elenco di seguito, assieme ai 5 hashtag esplicativi che per ciascuno sono stati individuati da Straligut Teatro, la compagnia di Siena che assieme a Fondazione Toscana Spettacoli organizza la Rete e la finale In-Box.

Il programma

Domani 23 si parte con Così Lontano, così Ticino – Cronaca da NN, una produzione di Teatro Città Murata e Mumble Teatro ( i tag sono: #svizzera #mina #memoriamigrante #tinder #rapirela gioconda, qui il link alla scheda sul portale Sonar). Subito dopo, Farsi fuori di Luisa Merloni per Psicopompoteatro (#annunciazione #femminismo #orologiobiologico #scelta, qui la scheda).

Così Lontano, così Ticino - Cronaca da NN - Teatro Città Murata - Mumble Teatro
Così Lontano, così Ticino – Cronaca da NN

Venerdì 24 è la volta di 46 tentativi di lettera a mio figlio di Claudio Morici (#mancanza #divertimento #paternità #giocattoli #separaziongenitori, qui la scheda). Segue Aplod, produzione di Fartagnan Teatro (#distopia #videosharing #nerdworld #gattini #like, qui la scheda). Si termina, in serata, con La Classe – un docupuppets per marionette e uomini nato da un’idea autobiografica di Fabiana Iacozzilli ( #laclasse #docupuppets #vocazione #zigomi #compagnidiclasse, qui la scheda).

Sabato 25, ultima giornata, si comincia con Maze, produzione 2018 di Unterwasser (#livecinematicperfomance #videopoems #epiphanies #percorsi #sguardi, qui la scheda) e si finisce con la proclamazione della compagnia che sarà riuscita ad ottenere il maggior numero di repliche nella sessantina di teatri-compratori aderenti a In-Box, per la stagione 2019/20.

La classe (ph. Cosimo Trimboli)

Con Jan Fabre a Sud, per cominciare

Anche Castrovillari è un avamposto di novità. Spesso è dalla sala maggiore (il teatro Sybaris) e dalle altre piccole sale del Protoconvento che fanno la loro prima tappa i titoli di compagnie che scelgono Primavera dei Teatri per conquistare una visibilità speciale. Per quanto stia arroccata sul monte Pollino, per quanto sia complicato raggiungerla, la città calabrese è ogni anno punto di riferimento per operatori, critici (e anche criticoni). Tutta gente la quale, oltre che in teatro, è specializzata in buon cibo. E in questo senso svolgono un compito eccellente la taverna situata sotto Castello Aragonese (l’indispensabile Osteria della Torre Infame) e Kamastra, il ristorante di Civita dove si ci ritrova in piatto la tradizione culinaria arbëreshë, quella della antica comunità degli albanesi d’Italia, stanziati nei territori del meridione fin dal XV secolo.

Ma qui non siamo in un blog di ristorazione, ed è preferibile passare al programma del festival. Che si avvia, clamorosamente, venerdì 25, con la prima italiana del più recente spettacolo di Jan Fabre, The Night Writer. Giornale notturno di cui è protagonista uno dei migliori attori italiani contemporanei, Lino Musella (qui la scheda).

Primavera dei teatri 2019

Ma c’è poi tanto da vedere a Primavera dei Teatri, e sfogliare il programma (che va avanti fino al 1 giugno) è davvero indispensabile. Lo potete scaricare da questa pagina.

Se volete un po’ di consigli – e so che sono faccende squisitamente personali – i miei andrebbero a… Ma no, meglio se vi studiate da soli il programma di tutto il festival. E poi scegliete voi.

La Sleep Technique e le giornate di pioggia. Secondo voi, c’è un nesso?

La selezione di Command Alternative Escape a Venezia e la danza archeologica di Dewey Dell, alle prese con i metri di giudizio.

Se a meno di 24 ore di distanza, in due diverse occasioni, mi sono tornati in testa gli stessi pensieri, un nesso ci sarà, mi sono detto.

La prima. Un sabato di pioggia consistente a Venezia. La parte più remota di Venezia, quella dell’Arsenale, che grazie alla Biennale e altri attori culturali ha ripreso valore in questi decenni. Proprio là dietro ai Bacini ci sono alcuni giardini che Thetis, azienda che si occupa di problemi e soluzioni ambientali, ha riqualificato investendoli d’arte. Ci sono finito per vedere che cosa si erano inventati quelli di Command Alternative Escape: giovane gruppo di futuri curatori artistici, che a ridosso dell’inaugurazione della Biennale d’Arte 2017, ha messo in mostra all’aperto la propria selezione di artisti, per lo più altrettanto giovani.

La seconda. Il giorno dopo, domenica, con la medesima pioggia, a Udine. Teatro Contatto, la stagione congegnata dal CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG, ha chiuso il cartellone degli spettacoli 2016/2017 con il lavoro più recente di Dewey Dell, Sleep Tecnique. Anche loro giovane formazione di artisti, più vicini alla danza che a musica e suoni. Anche se nei titoli firmati DD in dieci anni le due lingue si avvinghiano l’una sull’altra, per dare vita a lavori di un’originalità che via via ho imparato a riconoscere .

In entrambe le occasioni mi sono chiesto: nell’essere riconosciuto artista, e nell’acquistare valore, quanto giocano la qualità e le caratteristiche dell’opera. E quanto gioca il contesto in cui l’ autore si trova a presentarla?

Non è una domanda retorica, giuro. E’ la curiosità di spiegare a me stesso il processo che mi porta a vagliare in un certo modo, a dare un determinato valore, a un autore. Parla di più l’opera? O parla di più chi l’accoglie e ciò che fa da perimetro all’opera?

A Venezia, nei Giardini Thetis, sul tetto di uno di questi antichi magazzini rimessi a nuovo, spicca L’uomo che misura le nuvole, sberluccicante scultura di Jan Fabre. Un uomo che protende verso il cielo il suo strumento di misura: lui, l’oggetto e il piedistallo, completamente rivestiti di vernice dorata. Un abbaglio nel cielo grigio e scuro di quella giornata. Ma volgendo lo sguardo dal cielo verso terra, ecco il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, e più in là ecco la Quercia di Joseph Beyus, in rappresentanza delle 7.000 piantate negli anni ’80 a Documenta/Kassel.

L’uomo che misura le nuvole (Jan Fabre)

Command Alternative Escape, che ha scelto quei Giardini, deve saper bene quanto un’opera di valore luminoso getta luce sulle altre opere che le stanno intorno. E intorno, scelte dal gruppo degli intrepidi curatori, c’erano le installazioni del giovane Paul Kneale (simboliche parabole satellitari, di neon colorati, che scrutano il cielo, attente a captare segnali e a farli risuonare nelle odierne echo-chamber). O gli specchietti mobili del giapponese Kensuke Koike, pronti a riflettere ovunque i minimi bagliori. O ancora i lavori della londinese Jesse Darling e quelli d’acqua di Tania Kovats.

Cassina Projects (Paul Kneale)

Anche nel caso di Dewey Dell, Sleep Technique, la loro creazione più recente, trae forza particolare dal essere l’appuntamento del cartellone di Teatro Contatto che in pochi mesi ha acceso le luci pure su Constanza Macras, Christane Jathay, ricci/forte, Amir Reza Koohestani. E non solo: dall’essere biologicamente e artisticamente percepiti come seconda generazione della factory Castellucci/Socìetas, nutriti di quel pensiero divergente su cui riposa il fascino e l’importanza dei lavori dei genitori. E dall’aver infine trovato sponde produttive, prima nella lungimirante politica di residenze creative di Centrale Fies/Dro, e poi nella rete internazionale di teatri e manifestazioni che a quello svezzamento ha fatto seguito.

Non ho dei dubbi sull’originalità e la creatività di Kneale e di Koike. E di Teodora, Agata, Demetrio Castellucci e Eugenio Resta. Si vedono. Ciò che metto in questione è la mia percezione delle loro opere, drogata – ci credo fermamente – da ciò che le circonda.

Sleep Techniques, viene presentato da Dewey Dell come risposta alle sensazioni e alle emozioni che la visita alle caverne francesi di Chauvet Port d’Arc nelle Ardenne e il colloquio con l’archeologa Dominique Baiffer. Quell’incontro ha scatenato reazioni forti nei quattro di gruppo, impegnandoli a trovare il filo che lega i gesti e i comportamenti rappresentati nelle figure rupestri disegnate  36.000 anni fa in quelle grotte (425 animali e una sola figura di donna) ai gesti e ai comportamenti che ci appartengono, oggi. Un legame lungo 36 millenni durante i quali – dicono loro – le funzioni e i processi cognitivi di Homo sapiens sapiens non sarebbero granché cambiati, mentre le trasformazioni sono tutte frutto di civiltà e tecnologia.

Mi domando se la curiosità, e in certi momenti anche il sospetto, con cui sono andato incontro a Sleep Technique, o qualche anno fa al loro Marzo, sarebbero stati gli stessi se fossi andati a vederli come un qualsiasi spettatore, un abbonato che sceglie di dare fiducia a un cartellone, magari poco consapevole della rete famigliare e produttiva in cui quello spettacolo è nato. Oppure se avessi letto il loro progetto di archeologia coreografica, come uno dei tanti progetti che spesso mi capita di leggere, reso anonimo dai requisiti di partecipazione a un premio o a un concorso. Non sono troppo sicuro che il mio giudizio sarebbe stato lo stesso. E questo getta una scura luce sui pre-giudizi, i para-giudizi, che ci portiamo dentro.

Oppure, mi dico, è solamente il frutto di due giornate consecutive di pioggia. Quando la luce con cui guardi le cose non è la migliore.

 

Vai a vedere che cosa propone Command Alternative Escape ai Giardini Thetis, a Venezia fino al 13 maggio

Vai a vedere la scheda di Sleeep Technique sul sito del CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG