Così è Pirandello. E speriamo che d’ora in avanti non sia più così

Siete ancora in tempo. Se vi va di vedere del buon teatro, almeno.

Siete in tempo perché fino al 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, sul sito del Teatro Stabile di Torino (e su Yoube) , si può ancora vedere la ripresa video integrale dell’edizione 2018/19 di Così è (se vi pare). Una tra le più riuscite, a mio avviso. (Qui il link al TST e a YouTube).

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini
Così è (se vi pare) – Ph. Laila Pozzo

Chi legge, magari distrattamente, questo blog sa che non condivido tutta la stima che gli italiani mostrano nei confronti di Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura 1934. Pirandello, che è appunto l’autore di quel dramma. Una stima che si basa su approcci molto scolastici allo scrittore e letture convenzionali dei suoi lavori. Sia di narrativa sia di teatro.

L’ho scritto altre volte (qui qualche riflessione a proposito dei Sei Personaggi). Quello che trovo inadeguato è l’averlo elevato, in Italia, a portavoce teatrale di una condizione esistenziale borghese, anzi piccolo-borghese, senza poi mai storicizzarne i problemi e capirne, dal punto di vista socio-psicologico, le radici. Almeno a scuola. Complicato?

Per dirla in due sbrigative parole, allora, a me sembra che tutti i solenni paradossi esistenziali che vengono posti nei suoi lavori, siano in prima istanza problemi personali del signor Pirandello. 

Di problemi, in famiglia, Luigi ne aveva parecchi, a cominciare dalla moglie Antonietta Portulano che era uscita di testa, dal rapporto con la consorte, e con la figlia Lietta. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini

La drammaturgia pirandelliana è piena di corna e di relazioni adultere. E la manfrina che molti suoi titoli ci propongono, sulle incertezze della paternità, sul possesso dei figli, sull’onore del maschio, per non parlare dell’ossessione della gelosia, erano – diciamolo come andrebbe detto – problemi suoi, dell’autore. Molto di meno problemi della comunità borghese italiana del primo ‘900, del resto già molto ammaccata dalla guerra.

Sul lettino dello psicanalista

Così è (se vi pare) e I sei personaggi, rispettivamente del 1917 e del 1921, sono poi testi sui quali insiste l’ombra temibile e morbosa dell’incesto.

Chiaro che a scuola queste cose non te le dicono. Perché non è quella l’età in cui puoi capire la complessità delle situazioni. Ma soprattutto perché la scuola c’ha parecchi tabù. Così di Pirandello resta la retorica della maschera e del volto, del relativismo, dell’umorismo come sentimento del contrario, del “io sono colei che mi si crede“. Le litanie, insomma.

All’estero – ve lo segnalo – Pirandello non ha poi tutta questa gran fortuna. A averci dato un po’ dentro, in Italia, negli ultimi decenni del ‘900, era stato il regista Massimo Castri. Il quale – per dirla di nuovo sbrigativamente – aveva disteso Luigi sul lettino dello psicoanalista, e ne portava allo scoperto le nevrosi. Tanto è vero che gli eredi Pirandello, quelli che detenevano i diritti, a cominciare dalla sua musa Marta Abba, non gliel’hanno mai perdonato.

Per dare ragione a Castri, basterebbe leggere con un po’ di attenzione la biografia di Federico V. Nardelli, Pirandello. L’uomo segreto (1932, approvata persino da Pirandello stesso). Oppure Andrea Camilleri, che ne ha scritto abbastanza.

Ecco perché Così è (se vi pare) è diventato una sorta di pietra di paragone per un regista italiano. Dimmi come lo fai, e ti dirò chi sei.

Filippo Dini è il regista ma anche il segreto protagonista di questa edizione dicembre 2018 di Così è (se vi pare). Interpreta infatti lo scettico Lamberto Laudisi, quello che tira le file del maledetto imbroglio accaduto in una cittadina di provincia dell’Italia interiore, dove d’altro non si parla che di una famiglia. I cui rapporti interpersonali fanno esplodere la curiosità, la moralità, la morbosità dei concittadini pettegoli. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Andrea Di Casa e Maria Paiato
Così è (se vi pare) – Ph. Bepi Caroli

A me pare che Dini, con il suo spettacolo, abbia d’un balzo scavalcato tutto il Pirandello scolastico e sia pure approdato a un Pirandello comico. Drammaticamente comico. Che è abbastanza insolito, vero? Scettico sì, ma sarcastico anche.

Guardate la foto iniziale di Laila Pozzo, combinata come una Ultima Cena. A vedere lo spettacolo, due anni fa, io ho riso parecchio. Con buona pace di chi, prima che una storia d’incesto, in quel testo ci vede un trattato di filosofia. Anzi, come si diceva una volta, di pirandellismo.

Non voglio convincervi di niente. Così è (se vi pare), edizione Dini, sta online fino a domani. Dateci un’occhiata e poi sappiatemi dire. Siete ancora in tempo (qui di nuovo il link).

Così è (se vi pare) 2018/19 - Filippo Dini

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COSÌ È (SE VI PARE) 
di Luigi Pirandello

con
Maria Paiato – La Signora Frola
Andrea Di Casa – Il Signor Ponza
Benedetta Parisi – La Signora Ponza/Infermiera/Spettro
Filippo Dini – Lamberto Laudisi
Nicola Pannelli – Il Consigliere Agazzi
Mariangela Granelli – La Signora Amalia
Francesca Agostini – Dina
Ilaria Falini – La Signora Sirelli
Carlo Orlando – Il Signor Sirelli
Orietta Notari – La Signora Cini
Giampiero Rappa – Il Signor Prefetto/Un cameriere di casa Agazzi
Mauro Bernardi – Il Commissario Centuri/Un altro cameriere

regia Filippo Dini
scene Laura Benzi
costumi Andrea Viotti
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino

Produzione Teatro Stabile di Torino
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale l’11 dicembre 2018 al Teatro Carignano di Torino

Un altro Brecht, un’altra Courage: la madre che dalla guerra non imparò mai nulla

Dopo numerose edizioni italiane, il piglio di un’altra attrice d’eccellenza riporta in scena uno dei grandi testi di Bertolt Brecht e il suo punto di vista sul business della guerra

Andrea Paolotti (Eilif) e Maria Paiato in Madre Coraggio e i suoi figli

In tutte le edizioni di Madre Courage che ho visto, nell’ultima scena, la più famosa, questa donna oramai sfinita, curva, piegata dalle disgrazie che ha patito, si mette a trascinare da sola il proprio carro. Ostinata come un mulo, riprende a viaggiare con le sue povere mercanzie per le strade di un’Europa in guerra perenne. “Spero di farcela da sola, col carro. Devo riprendere il mio commercio”. Così dimostra quanto voleva dimostrare Bertolt Brecht: di non aver imparato nulla.

Sostengo – se mi permettete – che per mettere in scena Madre Courage e i suoi figli bisogna mettere in scena pure il carro. Potrà suonare conservativo. Anche presuntuoso. Cosi come Eduardo sosteneva che, senza presepio, il Natale non è Natale.

Il carro della Courage stava anche sui francobolli

Madre Courage, la sua vita, il suo business

Ma Madre Courage e il suo carro sono una cosa sola. La Courage, più che per i propri figli, vive per quel carro. E infatti per difenderlo, per conservarlo, li perde a uno a uno, i figli. L’impulsivo Eilif, l’onesto Schweizerkas, la muta Kattrin. Poi, senza avere imparato nulla, si rimette in cammino. La sua vita è il suo business, i suoi affari, il suo carro. È per questo che Courage, misera affarista di guerra, maledice la pace. È il 1938 quando Brecht ne fa il ritratto.

Ecco: nella nuova edizione di Madre Courage e i suoi figli che Paolo Coletta ha diretto per il Teatro Metastasio di Prato, Società per attori e Napoli Teatro festival , quel carro io me lo aspettavo. Ma non si vede mai. Sinceramente: non ho capito perché. Se ne sta, forse, nascosto dietro un fondale a specchio dove regista e scenografo aprono una misteriosa voragine, un buco nero dentro al quale brilla un inquietante punto di luce rossa. Anche questa non l’ho capita.

Con e contro Brecht

Avessi capito di più anche altre cose, ci fossero meno difettucci, mi sarei forse entusiasmato per questa ripresa di uno dei grandi testi di Brecht. Secondo molti il più importante e il più rappresentativo del teatro europeo del Novecento. Perché il piglio con cui Maria Paiato indossa il personaggio è lo stesso, e al tempo stesso è diverso, da ciascuna delle Madri Courage che, almeno in Italia, l’hanno preceduta: da Lina Volonghi a Piera Degli Esposti, da Mariangela Melato a Maddalena Crippa, a Isa Danieli. Tutte donne forti, tutte attrici in grado di andare verso e contemporaneamente contro Brecht.

Paiato interpreta (con intensità e fermezza: questo lo sa chi l’ha vista almeno una volta, calarsi in panni, in qualche occasione anche maschili). Paiato canta (e canta bene quei song inventati da Paul Dessau per sdrammatizzare i momenti drammatici). Paiato incarna quel ruolo da “iena dei campi di battaglia” (così la definisce il Cappellano) che nella fortuna di questo testo sa diventare anche “tigre dei palcoscenici”.

La copertina di Madre Courage e i suoi figli nella storica Collezione di Teatro Einaudi

L’ambiguità del drammaturgo

Il suo segreto, probabilmente, è assecondare l’ambiguità con cui Brecht impastava i suoi personaggi. Maestro, qui come altrove, nell’arte della dialettica.

Il teatro epico, lo straniamento – le formule brechtiane che si studiano a scuola – rappresentavano i suoi principi ideologici. Ma poi, con astuzia e sensibilità, il drammaturgo tradiva anche se stesso (oltre che le proprie donne) costruendo effetti emotivi fortissimi. Come Courage, che davanti al cadavere del figlio morto, finge di non riconoscerlo. Come Kattrin, che ostinatamente batte sul suo tamburo per dare l’allarme. E si becca una pallottola in testa.

Aiuta quindi, anche per i tanti pezzi musicali riarrangiati con efficacia dallo stesso regista, andare a rivedere questo testo. Anche perché, a differenza della Courage, qualcosa si impara.

Proprio ciò che voleva Brecht. Che ieri come oggi, nelle guerre, spesso invocate, sostenute e combattute da molti, sono poi pochi quelli che ci guadagnano.

E sicuramente noi non siamo, e mai non saremo, tra quelli.

Maria Paiato, Mauro Marino (il Cappellano) e Giovanni Ludeno (il Cuoco)

Dimenticavo di dirvi che questa Madre Coraggio l’ho vista a Prato, al Metastasio, il teatro con le poltrone comode d’Italia.

 

MADRE CORAGGIO E I SUOI FIGLI
di Bertolt Brecht (traduzione Roberto Menin)
con Maria Paiato
e con Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Roberto Pappalardo, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D’Auria, Francesco Del Gaudio
regia e drammaturgia musicale Paolo Coletta
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
costumi Teresa Acone
luci Michelangelo Vitullo
produzione Società per Attori e Teatro Metastasio di Prato; in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia