Se quarantadue centimetri vi sembrano pochi. Gap of 42.

Si conclude domani, 5 settembre, a Cividale del Friuli, la 30esima edizione di Mittelfest. Un cartellone nel quale – anche grazie ai tedeschi Rimini Protokoll, agli olandesi Strijbos e van Rijkwijk e ai loro progetti pensati apposta per il festival – si poteva leggere il balzo che lo spettacolo dal vivo sta compiendo in questi anni verso formati ibridi: #audiowalks, #musicscape, #soundspecificsound, #locativeaudio… O come si diceva un tempo Land Art.

Provate a leggere e a guardare il post procedente, dedicato a Remote, di Rimini Protokoll.

Eppure, nella fusione imprevedibile di linguaggi che caratterizza un festival – questo festival – anche il corpo, elemento di base e essenza, secondo alcuni, di ogni performance, può trovare il suo spazio eletto, la sua celebrazione.

Senza sussidi tecnologici, senza indagini drammaturgiche. Il corpo, da solo, immediato, con la sua presenza, la sua forza, la sua differenza. 

Provate adesso a leggere ciò che vi racconto di Gap of 42.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency
tutte le immagini @Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Lui e lei

Lui è alto. Lei è bassina. Lui si chiama Chris, lei Iris. Lei ha gli occhi chiari, lui scuri. Coppia come tante altre, se non per un particolare, che li rende assolutamente speciali.

Lui è altro 42 centimetri più di lei. Lei pesa 42 chili meno di lui. In questa differenza è il senso del loro spettacolo: Gap of 42. Lo scarto su cui hanno costruito la loro identità di artisti e ginnasti.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Giocano prima sulle misure. Lui si accovaccia. Lei si alza sulle punte. Poi lui seduto sullo sgabello. Lei orgogliosamente in piedi. O viceversa. La sfida è mantenere gli occhi, lo sguardo, la relazione alla stessa altezza.

Adesso è il momento delle presentazioni. Lo scarto diventa visibile, clamoroso. Lei uno scoiattolo. Lui è una sequoia. Lui è lento, statico, arborescente. Lei mobilissima, gli gira attorno, lo studia, lo esplora.

Cresce il rapporto. Lui accetta quell’innamoramento strano. Lei osa di più. Si arrampica su di lui, lo scala, lo risale, gli si siede in testa.

Senza parole, solo con un po’ di musiche, il loro spettacolo può raccontare molte storie. Bastano quelle presenze fisiche, la loro forza, la loro fiducia, a far crescere le narrazioni. Lavorano mano nella mano.

Sotto uno chapiteau

Il loro linguaggio, certo, è quello del circo. Tant’è che qui a Cividale, si esibiscono sotto uno chapiteau (e ci sono i sacchetti di pop corn per gli spettatori).

Del circo ci sono tutti i fondamentali: l’acrobazia, i numeri un po’ clowneschi, le luci puntate sul centro della pista, l’umorismo e il momento di suspence, per il salto mortale, a quattro metri di altezza.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Ma gli spettatori, seduti sulle immancabili panche di legno, corrono molto più in là con l’immaginazione. Il filo del rischio già mette i brividi… e se lei scivolasse, se lui sbagliasse la presa, se un attimo di distrazione si trasformasse in rovinosa caduta? 

Però si potrebbero immaginare Chris e Ines anche al di fuori di questa situazione. Nella vita ordinaria, nel tran tran quotidiano, dove 42 centimetri di differenza diventano motivo di preoccupazione. Oppure di divertimento. Sempre mano a mano.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Un gap of 42 centimetri

E adesso voi? Provate a pensarci pure voi. Quanti centimetri e quanti chili vi separano dal/la vostro/a partner? Siete già riusciti a colmare la distanza? Non solo quella distanza. Pensateci, dai.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

– – – – – – – –

GAP OF 42
di e con Iris Pelz e Christopher Schlunk
Occhio esterno Stefan Schönfelt
Musica Schroeder (con Jan Fitschen, Felix Borel e Bella Nugent)
Coaching teatro di figura Anne-Kathrin Klatt
Dance coaching Laura Börtlein
Luce / Tecnica Marvin Wöllner
Produzione Duo mano a mano Chris e Iris per Mittelfest 2021
Fondi e partner Fonds Darstellende Künste con i fondi del Commissario Federale per la Cultura e i Media, Hessische Kulturstiftung, Kulturzentrum Tollhaus Karlsruhe, Bürgerstiftung Tübingen, Dipartimento della Cultura della Città di Tubinga

Rimini Protokoll, in cuffia a Mittelfest. Appuntamento al cimitero

C’è tempo fino a domenica 5 settembre per partecipare a Remote Cividale del Friuli: un format che il gruppo teatrale tedesco Rimini Protokoll (uno dei suoi fondatori, in particolare, Stefan Kaegi) ha realizzato in molte città del mondo, e proposto adesso anche a Mittelfest, quassù ai confini d’Italia. Ho partecipato. Potreste farlo anche voi. Vi dico perché.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli
Tutte le immagini di questo post sono di Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

L’appuntamento è al cimitero, un po’ fuori mano. Hai deciso di partecipare a Remote Cividale del Friuli dei Rimini Protokoll, e qui sei stato convocato, alle 17.30 di un sabato pomeriggio.

Non è per un malinteso senso del macabro che ti hanno convocato proprio qui. Ma perché i cimiteri – che probabilmente frequenti poco – sono i soli luoghi dove si può avviare una riflessione non banale su ciò che separa i vivi (che ti stanno attorno) dai morti (che invece stanno là sepolti dalla terra). E riflessioni così, probabilmente, non ne fai molto spesso. 

Siete già in dieci, convocati qua, e altri via via si aggiungono. All’ora fissata, siete una trentina. Vi hanno dotati di cuffie per l’ascolto individuale e vi stanno dando delle istruzioni. Da remoto. È per questo che Remote Cividale del Friuli si chiama così.

“Lei è in attesa di Remote Cividale del Friuli. Si metta comodo. Può sedersi sui gradini, o sul marciapiede, lungo la ringhiera. Cerchi un posto all’ombra. Ma non vada lontano. Se il volume è troppo alto o troppo basso, lo sistemi nel suo ricevitore. E per cortesia, indossi la mascherina non appena si avvicina agli altri. Remote Cividale del Friuli inizierà tra pochi minuti. Riceverà un segnale. Si prenda il suo tempo. Si rilassi”. 

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Possiamo cominciare 

Scarpe comode, ti avevano detto, e così hai fatto. Una bottiglietta d’acqua. E un abbigliamento leggero. Attento che potrebbe piovere. Bene, sei a posto. Una volta pronto , in cuffia, sentirai una voce femminile che si presenta.

“Il mio nome è Fabiana. È un piacere conoscerLa. Posso darle del tu?
Immagini un viso mentre mi ascolti? Come sono i miei occhi? Come sono le mie labbra? La mia voce ti sembra strana? Suona un po’ artificiale, vero? Le mie parole sono composte da sillabe. E queste sillabe creano la mia identità. Ecco perché a volte suono strana. Credi che io abbia una strana identità? In futuro sarà sempre più difficile distinguere tra umani e umanoidi. Distinguere tra ciò che è ancora vivo e ciò che è già morto. Ma questa distinzione sarà ancora necessaria in futuro? Proverò ad aiutarti a trascendere queste distinzioni. Ti fiderai di me?”.

Seguendo le indicazioni di Fabiana, ti muoverai dentro al cimitero, sosterai davanti alle tombe, percorrerai i viali. Fabiana ti inviterà a camminare, a stare fermo, a guardare, a pensare. Ai vivi e ai morti. Questo, il navigatore che hai in macchina non lo sa fare. Eppure, proprio come lui, Fabiana non ha un corpo. Ha solo la voce. Perciò entrambi amano molto lavorare con gli umani.

Sarà un piccolo rito, questo che fate al cimitero. Potrai riflettere sul tuo corpo, che un giorno sarà qui, sotto la terra, o in qualche altro posto simile. Potrai pensare alla sua decomposizione. Non solo della carne, ma anche del ricordo che gli altri avranno di te. Perché anche i ricordi si decompongono. Proprio come i corpi.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

A questo punto Fabiana ti inviterà a uscire dal cimitero, a prendere la via della città. Ma non quella abituale. Non sempre la via più corta è la migliore. A volte ti avvicini di più all’obiettivo se prendi una deviazione. Così comincerai a camminare insieme agli altri. Trenta camminatori. Un gruppo. Una comunità. Un’orda, secondo il lessico di Fabiana.

A dire il vero, in mezzo a quella piccola società, sarai solo. Solo con quella voce, che ti si infila nelle cuffie. Fabiana vi guiderà per strade a te sconosciute, per viottoli al margine della città, tra filari di viti, campi di ulivi, terreni falciati. E vi farà riflettere per esempio sul fatto che ciò che ti sembra natura, è invece paesaggio agricolo, artificialmente modellato. Che ogni frutto di quegli alberi diventerà oggetto di consumo. Prodotto per un mercato. Natura uguale denaro. Sempre più spesso.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Non ha esperienza del mondo, ma lo comprende grazie a te

Mentre cammini, oppure mentre sei fermo al passaggio a livello, la voce ti svelerà la propria natura. Digitale, sintetica, un algoritmo che non ha esperienza del mondo, ma lo comprende grazie alle tue azioni. E alle tue reazioni. È un umanoide. Fabiana fa parte di quelle cose che tu chiami intelligenza artificiale.

A volte ti sembrerà ironica, spiritosa. A volte ti infastidiranno i suoi comandi. Svolta a destra. Segui il marciapiede. Adesso a sinistra. Attraversa la strada. Attento alle macchine. Cammina un po’ più veloce. 

“In che modo gli altri influenzano la tua velocità? e in che modo tu influisci sulla velocità degli altri? Puoi farli andare più veloci? Prova a sorpassare la persona che hai davanti. Dai, prova! Quelli in cima al gruppo rimarranno sempre lì? Chi sta rimanendo indietro di proposito? Proverò ad essere un buon pastore. Ma alcuni saranno sempre troppo pigri per me. Cerca almeno di non restare troppo indietro”. 

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Fabiana, quando fai così, mi stai proprio antipatica. Eppure la seguirai, la asseconderai. Proprio come faranno i tuoi compagni di avventura, i trenta camminatori. Fabiana vi guiderà verso non-luoghi, i templi della periferia. Poi vi avvicinerete al centro, e anche là, altri luoghi, altre strade, altri edifici: un paesaggio urbano da esplorare assieme, da conoscere, da mettere in cima alle tue riflessioni. Per un momento. Per poi concentrarsi sulla prossima tappa.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Da remoto

Non voglio svelarti altro. Come la maggior parte delle creazioni di Rimini Protokoll (vedi qui il loro sito), Remote Cividale del Friuli non è uno spettacolo. È un’esperienza 

Come 100% City, come in Home visit Europe, anche le diverse declinazioni geografiche di Remote si collocano in un filone di creazioni teatrali, che conta sempre più esempi nel mondo. Un teatro che prescinde da personaggi, interpreti, vicende. E forse anche dagli spettatori. Perché in Remote tu sei un camminatore. Come in Home Visit Europe sei un giocatore. Come in 100% City, un soggetto percentuale in un giocoso esperimento di statistica. 

Remote è un esercizio sull’esperienza sul camminare, sul quotidiano urbano, sul vivere la città, che osservata in questo modo, assume significati diversi. O addirittura li assume per la prima volta. Perché camminiamo in un certo modo? Perché scegliamo sempre certi percorsi? Ci avevi mai pensato? Hai avuto bisogno di qualcuno che ti ci faccia pensare da remoto.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

“Per andare avanti devi costantemente lasciare delle cose indietro. Per andare avanti, devi dimenticare, e dimenticare, e dimenticare…. Io non dimentico mai. Fermati un attimo e goditi il silenzio. Adesso girati e cammina. Guarda come camminano. In modo strano vero? Come se qualcuno li stesse controllando da remoto. Non ne hanno idea. Ti senti preso in giro essendo controllato da remoto da una strana voce? O invece ti piace, se qualcuno ti dice cosa fare, e non devi prendere decisioni?”. 

Alla fine, dopo 100 minuti di Remote Cividale del Friuli scoprirai di essere un po’ cambiato – come sono cambiato io – almeno nel modo di vedere certe cose, magari piccole, ma è il modo di pensarle che conta. E questo, per il teatro, benché da remoto, è un bel traguardo.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

– – – – – – – – – – – – – –

Per approfondire un po’, vedi qui sotto l’intervista a Stefan Kaegi realizzata da Renzo Francabandera per Remote Milano.

Oppure vedi qui, attraverso gli occhi di questo blog, un altro spettacolo di Rimini Protokoll.

– – – – – – – – – – – – – –
REMOTE CIVIDALE DEL FRIULI
di Rimini Protokoll (Stefan Kaegi / Jörg Karrenbauer)
Idea, testo e regia Stefan Kaegi
Ricerca, testo e regia di Cividale del Friuli Jörg Karrenbauer
Sound design Nikolas Neecke
Sound design di Cividale del Friuli Peter Breitenbach, Karolin Killig
Drammaturgia Aljoscha Begrich
Direzione di produzione Monica Ferrari

“Remote X” è una produzione di Rimini Apparat
In coproduzione con HAU Hebbel am Ufer Berlin, Maria Matos Teatro Municipal e Goethe-Institute Portugal, Festival Theaterformen Hannover/Braunschweig, Festival d’Avignon, Zürcher Theater Spektakel, Kaserne Basel
Con il sostegno di Capital Cultural Fund Berlin, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Fachausschuss Tanz und Theater Kanton Basel-Stadt.
Una coproduzione Rimini Protokoll / House on Fire con il sostegno del Programma Culturale dell’Unione Europea

Tutte le foto © Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

Lino Guanciale. Europeana. Un secolo nel frullatore

Questa mattina, 28 agosto, nel cartellone di Mittelfest a Cividale del Friuli, Lino Guanciale e io parliamo di serialità televisiva e di teatro, di sex symbol, di This is us e di La porta rossa, di attori versatili e spettatori addormentati. E soprattutto di Europeana.

Lino Guanciale

Prendete la storia europea del XX secolo. Mettetela nel frullatore. Pigiate l’interruttore per pochi istanti. Ne verrà fuori Europeana, il libro che lo scrittore praghese Patrik Ourednik ha pubblicato nel 2001, appena terminato il secolo. 

E sono brandelli di vite, scampoli di notizie, frammenti di giornale, tragedie capitali, vicende minuscole. Tutti assieme. Da buttare giù, in una lunga sorsata.

Appena frullati, ve li versa nel bicchiere Lino Guanciale. Che non è soltanto l’attore italiano che vanta il più alto tasso di serialità televisiva. Ma è uno che spesso, anzi molto spesso, distilla teatro. Lui, sul palcoscenico, davanti al suo pubblico. A volte, con un musicista.

Europeana è anche il titolo dello spettacolo che Guanciale presenterà questa sera, sabato 28 agosto, a Cividale del Friuli, nel cartellone di Mittelfest, la manifestazione che da trent’anni raccoglie gli stimoli di teatro, danza, musica dai Paesi del Centro-Europa. Non solo quelli, naturalmente.

Patrick Ourednik - Europeana

L’intervista

Lino, com’è che a un attore viene in mente in portare in scena un libro che non sceglie se far cominciare il ventesimo secolo con la scoperta collettiva dell’inconscio (“L’interpretazione dei sogni” di Freud, 1898) o con l’inizio della produzione industriale di carta igienica (1901, in Svizzera).

“Ho letto e riletto più volte il libro di Ourednik, ci ho lavorato sopra parecchio, è un’opera che mi ha fatto scoprire l’altra faccia dell’Europa, il doppiofondo della storia, così come ci è stata raccontata. Per me, quand’ero ragazzino, l’Europa dell’Est erano certi potenti atleti, sempre vittoriosi alle Olimpiadi. Oggi, da adulto, la vedo diversamente, e il libro Ourednick, uno che ha vissuto la Primavera di Praga, me lo conferma. Perché riesce a demistificare tutti i luoghi comuni, filo-occidentali o filo-sovietici, con i quali da una o dall’altra parte della Cortina di Ferro, siamo cresciuti”.

Sarà un reading con musiche, quello di stasera a Mittelfest.

“Una formula mista. Una formula che amo moltissimo. Alcune pagine le leggerò, per mettere in evidenza la raffinata letterarietà del libro: un corpo a corpo con la carta, anche perché provo un vero piacere nel lavorare con i fogli in scena. Altre pagine le gestirò a memoria, impegnato in un altro corpo a corpo, quello con la musica”.

A teatro, Lino Guanciale lavora spesso con i musicisti, i compositori, gli ingegneri del suono. Meglio se dal vivo. In questo caso il fisarmonicista Marko Hatlak, uno che suona il suo strumento come fossero sessanta strumenti diversi.

“L’esperienza mi ha insegnato che la musica dal vivo è uno dei mezzi più potenti per mettersi in relazione con il pubblico. Certo non la devi trattare come un tappeto sonoro. Devi farne un impulso per arrivare più a fondo possibile nelle parole che porti sulla scena. Grazie alla musica, anche gli attori, oltre che il pubblico, possono sprofondare nelle parole. Per me è una specie di invasamento”.

Lino Guanciale set camerino
Guanciale sul set

I fan, le fan

Ma – tanto per capire – il pubblico viene per vedere Guanciale, o per sentire ciò che Guanciale dice?

“Magari viene per me. Ma poi si appassiona a ciò che interpreto o leggo”. 

Nei fan e nelle fan, quelle che seguono il loro beniamino ovunque, c’è anche un surplus di innamoramento.

“Credo sia un di problema tutti quegli attori e attrici a cui è capitato di avere un largo seguito. Il lavoro nel cinema e in televisione accelera il rapporto di fidelizzazione, che magari ricade poi sul teatro, se uno lo fa. Ed è una specie di doping. Ma io non considero la popolarità come un fine. Per me è un mezzo per portare più gente a teatro, per farlo diventare più popolare. Non nel senso di commerciale, ma nel senso nobile che a questa parola dava Jean Vilar, l’artista francese che aveva ideato il Festival di Avignone”. 

Una tra le etichette più comuni che i media appiccicano a Lino Guanciale è quella di sex symbol.

“Mammamia, mi ha fatto sempre paura essere identificato come sex symbol. A volte mi ha anche divertito, perché so che questa ‘qualifica’ non mi riguarda da un punto di vista personale: riguarda solo l’immagine dei personaggi che ho interpretato. E al cinema e in tv il lavoro d’interpretazione passa sempre attraverso manipolazioni e rimodulazioni, a cominciare dal montaggio. Nel prodotto finito, quello sullo schermo, non ci sono più io. Su un palcoscenico invece ci sono sempre e soltanto io, assieme a chi mi lavora accanto. Per questo il teatro è la vera casa degli attori”.

Lino Guanciale

This is us

Molti lettori vogliono invece sapere cosa riserverà loro la prossima serie televisiva.

“Se vogliamo parlare di “This is us”, posso dire che le riprese sono terminate e che siamo in fase di post produzione. Immagino che la potranno vedere con l’anno nuovo”.

Cinque stagioni, 88 episodi e passa, come nell’originale statunitense?

“Dodici episodi distribuiti in sei serate, uno dei format abituali della serialità televisiva del nostro Paese. Spero tanto che il pubblico apprezzi il bel lavoro di traduzione che lo sceneggiatore Sandro Petraglia e la sua équipe hanno fatto trasferendo quello che orami viene considerato un classico, nella realtà italiana, dagli anni ’70 in poi”.

Chiedo all’esperto: ma questa abbuffata di serie, questo restare per ore e ore incollati sugli schermi, sciroppando episodio dopo episodio, è un fenomeno temporaneo, un effetto delle restrizioni dell’epidemia, o è destinato a proseguire?

“Durerà, perché sprofondarsi in un’altra realtà è una cosa di cui le persone hanno bisogno”.

Inevitabile a questo punto parlare di “La porta rossa“, terza stagione.

“Cominceremo a girare a Trieste, il 30 agosto. Mi sa che in questa ultima stagione resterò orfano di Ursus. È stato un altro dei miei corpo a corpo, quello. Arrampicarmi sulla gru più iconica del porto di Trieste era un cosa che mi entusiasmava moltissimo”.

Guanciale arrampicato sulla gru Ursus in una scena della serie televisiva “La porta rossa”

[l’intervista a Lino Guanciale è stata pubblicata nell’edizione di sabato 28 agosto 2021 sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste].

Essere John Malkovich. Ma non per scherzo

Quattro chiacchiere con l’attore americano, in questi giorni in Italia con Report on the Blind. Presente nei cartelloni di Emilia Romagna Festival, Festival di Lubiana e Mittelfest, il recital lo vede sfogliare le pagine allucinate di Sopra eroi e tombe, romanzo anni ’60 dell’argentino Ernesto Sabato. Mentre un pianoforte lo accompagna.

Lui parlava, parlava. Di ideologie, religioni, libri. E intanto io mi domandavo: quante volte avrò visto Morte di un commesso viaggiatore? Almeno una ventina. Edizioni italiane, americane, francesi, perfino una iraniana, incastonata dentro a un bel film sulla Teheran contemporanea, che si intitola Il cliente.

Lui provava a raccontare il modo in cui vede noi italiani, e come noi italiani gli abbiamo cambiato il carattere: cinico ieri, oggi più accomodante. E intanto io mi dicevo: Willy Loman, protagonista di quel dramma di Arthur Miller, può avere diversi volti. Ma il volto di Biff, il figlio che si ribella al sogno americano, per me è uno e soltanto uno. Il suo. Il volto di John Malkovich.

Un’edizione indimenticabile, quella con Dustin Hoffman diventata anche un film con la regia di Schlöndorff. Insofferente e disilluso, Malkovich era Biff, il figlio, ragazzino devastato dal suo fare a pugni con il sogno americano. L’attore aveva allora poco più di trent’anni.

Morte di un commesso viaggiatore. Regia di Volker Schlöndorff

Oggi ne ha più del doppio, ma se lo guardo bene in volto ritrovo quello sguardo elusivo, ostile ai sorrisi, penetrante, così diverso dalle patinate guance che popolano Hollywood. La diversità di Malkovich, ieri e oggi, è ancora un suo tratto distintivo.

“Era sul set di Il tè nel deserto che Bertolucci continuava ripetermi di non capire come io non capissi che tutto è politico” dice. “E io mi meravigliavo che lui non capisse che tutto invece è personale”.

Il tè nel deserto. Regia di Bernardo Bertolucci

Non è un campione anti-establishment il John Malkovich di adesso. Delle star americane ha tutto sommato le abitudini. La casa in Toscana (perché la moglie è italiana). La linea di abbigliamento maschile (rilassata e artigianale, si chiama Technobohemian). Un concept store in una delle capitali italiane del tessile (l’Opificio JM a Prato). L’interesse per qualcos’altro che non sia solo il recitare (per lui è il disegno: ha fatto persine delle mostre). Dimenticavo gli spot per Nespresso con l’amico George Clooney.

Eppure non sembra svanita, se lo guardi e se lo senti rispondere alle tue domande, quell’estraneità, quella superiorità climatica al mondo dello showbiz mediatico, quello strabismo intellettuale che ne avevano fatto un seduttore infallibile in Le relazioni pericolose, e diventava leggenda nel Tè nel deserto. I suoi registi lo hanno scelto proprio per questo. Da Altman (una particina, non accreditata, in Un Matrimonio) ad Antonioni, da Woody Allen a Manoel de Oliveira, da Spielberg a Zemeckis.

Proprio nel film co-firmato Antonioni – Wenders (Al di là delle nuvole) aveva costruito il suo rapporto con Mastroianni. ” Per Marcello – ricorda – nutrivo una grande ammirazione. Nonostante i settant’anni era per tutti un divo, eppure lo trovavo così semplice, immediato, senza i vizi di questo mestiere. All’epoca avevo un temperamento abbastanza cinico, e devo dire che è stato anche grazie a lui, che sono cambiato. Grazie a lui ho capito quanto sia importante fare un mestiere che ti piace “.

E nonostante un titolo come Essere John Malkovich (il film di Spike Jonze del 1999), titolo che avrebbe fatto uscire di testa parecchi suoi colleghi, oggi a 63 anni Malkovich è più che mai se stesso. E parla e veste dimesso.

 

“La politica? Ideologia e religioni le sono parenti. Insieme hanno provocato danni incalcolabili, eppure sembra che la gente non se ne accorga. Io non voto dal 1972 e non entro in nessuna chiesa. Non lo faccio per posa, ma per convinzione. Le pagine di Ernesto Sabato mi hanno ulteriormente convinto”.

Oltre a essere l’autore di Sopra eroi e tombe (romanzo di cui il Rapporto sui Ciechi è il terzo capitolo), Sabato è l’attivista politico argentino che aveva fondato la Commissione per le ricerche sui desaparecidos ed è stato il promotore e il primo firmatario del rapporto finale Nunca más (1984). Ma già delle pagine del ’61, quelle che Malkovich leggerà accompagnato dal pianoforte della russa Anastasya Terenkova che suonerà il sovietico Schnittke, il racconto allucinato e visionario della presa di potere dei ciechi, è l’affresco di un mondo dove le regimi e dittature si alleano con ideologia e religione.

“In quel romanzo credo di aver trovato la risposta da dare a chi si interroga sull’esistenza di Dio. Anzi, tre risposte. La prima: Dio non esiste. La seconda: Dio esiste, ma è un bastardo. E infine la terza, la più probabile: Dio esiste, ma ogni tanto si addormenta, e noi, l’umanità, altro non siamo se non i suoi incubi”.