Bidibibodibiboo. Una favola per oggi, sul tempo e sul lavoro

Dopo il debutto a La Spezia e le repliche a Teatro Contatto a Udine, Bidibibodibiboo di Francesco Alberici arriva tra qualche giorno (dal 20 febbraio al 3 marzo) al Piccolo di Milano, sala Grassi.

Salvatore Aronica, Francesco Alberici - ph Francesco Capitani
Salvatore Aronica, Francesco Alberici – ph Francesco Capitani

Tutta un’altra musica

La prima cosa a cui Pietro dovrebbe pensare quando si sveglia è il suo lavoro, il suo incubo, la sua devastazione. E invece dice: “La prima cosa a cui penso al mattino è soltanto la musica”. 

Pietro lavora in una di quelle multinazionali nelle quali a tutti piacerebbe lavorare. Quelle che nel momento iniziale del reclutamento promettono: “rispettiamo il coraggio e l’originalità di pensiero, difendiamo idee, confrontiamo angolazioni di pensiero”. E prospettano poi “un percorso professionale basato sul senso di comunità”. Insomma, avete capito quali. Quelle in cui vorreste lavorare anche voi.

Credetemi, non è così

Da quando Pietro è stato ha assunto a tempo indeterminato, ha scoperto che le cose non stanno così. Appunto. Da 74 chili che pesava, Piero ha superato gli 80, e adesso è sugli 86. La psoriasi che all’inizio aveva colpito le gambe, ora gli rovina la faccia. La sua posizione in azienda precipita ogni giorno di più. Una via crucis.

Alla macchinetta del caffè, la sua capa, in maniera informale, amichevolissima, gli rimprovera performance sotto media e lo incoraggia. Ma gli ventila pure il licenziamento. Magari non usa proprio questa parola, dice opzioni alternative e sfidanti, dice exit strategy. Che, in quelle aziende, vuol dire la stessa cosa.

Pietro comunque dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Bidibibodibiboo - Francesco Alberici- ph Francesco Capitani
Francesco Alberici, Daniele Turconi – ph Francesco Capitani

Pietro e Daniele

La storia di Pietro ce la racconta suo fratello, Daniele. Che invece lavora in teatro: attore, autore, regista. Professione creativa, che dà soddisfazioni. Daniele ha chiesto a Piero se può presentare al suo pubblico quella storia. Ci ha costruito sopra un copione, ci ha vinto un premio di drammaturgia, ora sta per andare in scena con lo spettacolo. Lavorare con l’arte è mestiere che tutti vorremmo fare. Creativo.

Ma è davvero così? È la domanda che ci rivolgeremo, noi spettatori, a fine spettacolo. Davvero esiste un divario, uno scarto radicale tra chi ha scelto la strada della creatività (del teatro, della musica, e del precariato perenne, va aggiunto) e chi ha scelto la sicurezza del posto fisso, la routine della scrivania (e la logica massacrante della competitività, dentro l’azienda, tra colleghi, e fuori dell’azienda, tra competitors).

E Pietro dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Scrittura contemporanea

Credo sia questo lo snodo (almeno uno degli snodi) attorno ai quali Francesco Alberici ha costruito Bidibibodibiboo. Testo, finalista 2021 al Premio Riccione di drammaturgia, che viene ora portato in scena, con soluzioni di rottura, rispetto al ron ron, che ammorba molta scrittura contemporanea.

Bidibibodibiboo è un spettacolo fuori ordinanza. Quei 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento, che mettono in gioco tutta la compagnia che produce lo spettacolo: i liguri Gli Scarti. Con i loro attori, i figuranti di questa favola al nero, con note di autofiction.

C’è Maria Ariis, tormentata madre, modernamente all’antica (e anche quello delle aspettative famigliari è uno snodo importante). C’è Daniele Turconi, che fa il compulsivo fratello di Pietro (e anche il benessere mentale è un tema). E ci sono ancora, in ruoli che sarebbe un peccato svelare: Salvatore Aronica, Andrea Narsi e altri.

Maria Ariis- ph Francesco Capitani
Maria Ariis- ph Francesco Capitani

Tutti ben calibrati – mi sembra – su quello stile non interpretativo, diretto, interlocutivo verso il pubblico, al quale nei cinque anni di lavoro con la compagnia Deflorian/Tagliarini, Alberici si è attrezzato. Pure con bei risultati personali (il premio Ubu 2021 come migliore attore under 35, in particolare per Diario di un dolore e Chi ha ucciso mio padre), conquistati nell’area del teatro italiano più vitale.

Un teatro nel quale anche Daniele, l’artista (cioè il personaggio nel quale si proietta Alberici) è comunque un tassello, la funzione di un sistema aziendale. Che magari non produce componenti informatici, ma orienta e segrega i talenti creativi, la passione per le arti, nel labirinto di quelle procedure che, regolano, ad esempio, lo spettacolo dal vivo.

Tanto le regole antiche e non scritte (ancora dell’Ottocento capicomicale), tanto l’algoritmo (nato dieci anni fa tra le pieghe di un criticato decreto legislativo, che ha messo nero su bianco criteri di performance quantificati con minuzia).

Bidibibodibiboo - La compagnia - ph Francesco Capitani
ph Francesco Capitani

Life Work Balance

Insomma, non è soltanto questione di posto fisso vs precariato, o di soldi sicuri vs libertà creativa. Né solo di nuovi asset nel mondo del lavoro, quelli che ottimizzano il life work balance, e che oltre la forza-lavoro di marxiana memoria, mettono a profitto anche talenti, passioni, aspirazioni di chi lavora soddisfatto.

È questione, anche e soprattutto, di tempo. Quel tempo che a tutti sembra sfuggire di mano. Nonostante sia stata proprio la componentistica digitale e il magico mondo delle applicazioni, a comprimerlo, a dilatarlo, a accelerarlo, a renderlo oggi un iper-tempo.

Per questo Bidibibodibiboo fa il paio con l’altro titolo importante di questa stagione, Il capitale, di Kepler-452 (leggi qui). Anche là, di lavoro e di tempo si parla, pur dal punto di vista di una fabbrica, diciamo poco creativa, che per decenni ha prodotto semiassi automobilistici.

Sarebbero da vedere assieme, uno dopo l’altro, questi due spettacoli. E proprio a Udine, nel cartellone di Teatro Contatto, ciò è successo.

Bidibibodibiboo. Una favola di oggi, sul tempo e sul lavoro

Aggiungo due cose

Il discorso sul tempo, sulla tirannia del tempo, dà il titolo a un bel libro, da cui prende le mosse anche Bididibodidiboo, un saggio scritto dalla sociologa Judy Wajcman. Leggerlo, è il mio suggerimento. Anzi se proprio volete, acquistatevi in pochi secondi l’e-book e leggetelo sull’e-reader: guadagnerete tempo. ; -)

Judy Wajcman - La tirannia del tempo

La seconda riguarda il titolo, Bidibibodibiboo. Forse niente a che fare con il magico mondo che, cantando, la Fata presenta a Cenerentola nel celebre cartone di Disney. Molto a che fare invece con l’opera omonima dell’iper-scultore Maurizio Cattelan.

Nella quale, imbalsamato, scorgiamo uno scoiattolo suicida, un attimo dopo che si è sparato il colpo di pistola: gli occhi ancora aperti, la testa riversa sul tavolo di formica gialla, un lavabo alle sue spalle, il boiler dell’acqua calda. Tutti oggetti che lo spettacolo di Alberici riporta in scena.

Maurizio Cattelan – Bidibibodibiboodiboo

Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: la ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare.

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BIDIBIBODIBIBOO
regia e drammaturgia Francesco Alberici
testo creato nell’ambito dell’École des Maîtres 2020/21
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
e con Federico Maso per la replica di Udine
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri

produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. In coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano. 

Sul lago con Čechov e Liv Ferracchiati. Samovar o bottiglie di prosecco?


Al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 febbraio è in scena Come tremano le cose riflesse nell’acqua, una revisione del Gabbiano di Anton Čechov, alla quale ha lavorato Liv Ferracchiati.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Insomma, c’è questo lago. Pare sia stregato. Un lago però è un lago è un lago, e solo l’attenzione spasmodica che gli rivolgono i personaggi (e con loro anche noi, spettatori) lo rende tale. Un’attenzione così totale che la sua immagine impegna, in video, luminosissima, l’intero fondale del Teatro Studio Melato

E fa sì che il trascorrere dei suoi colori – dal giorno pieno fino al tramonto rosso e torpido – si rifletta sulle facce del pubblico. E le trasformi.

È così stregato quel lago, che trasforma anche il titolo dello spettacolo. Invece che Il gabbiano (si tratta infatti di un remake della commedia di Čechov), si intitola Come tremano le cose riflesse nell’acqua. Capite bene che è un lago importante. È un personaggio.

Camilla Semino Favro, Marco Quaglia - ph Masiar Pasquali
Camilla Semino Favro, Marco Quaglia – ph Masiar Pasquali

Al posto del samovar, bottiglie di prosecco

Dopo aver messo mano a una precedente commedia di Čechov (ma tanto meno bella, il Platonov, oltre che all’Hedda Gabler di Ibsen), ancora una volta nel doppio ruolo di drammaturgo e di regista Liv Ferracchiati ha preparato questa revisione del più struggente fra i titoli cecoviani.

Ne ha conservato tutta l’architettura drammatica, la dinamica dei sentimenti, le aspirazioni e le rinunce alla vita. Ma le ha astratte da quella Russia degli ultimissimi anni dell’Ottocento, dov’era nato il testo. 

Ha tolto pure i samovar: che sono diventati bottiglie di prosecco. E gli ha dato invece un’ambientazione nuova, nuove parole, nuove espressioni, nuove gag. Anche perché a Cechov le battute, l’umorismo, le situazioni burlesche piacevano un sacco, e ne scriveva in continuazione.

Roberto Latini, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Roberto Latini, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

In questo spettacolo, il personaggio del Maestro domanda al Dottore, in visita nella villa sul lago: “Dottore, lei che ha così fortemente in mano la sua vita e che ha così tanto viaggiato e vissuto, mi chiedevo, qual è la città che le piace di più?”. Micro-pausa. Il Dottore: “La Spezia. Scherzo. Genova”.

Sempre il Maestro, alla Vicina di cui è innamorato, ma non ricambiato, anzi. “Ti dà fastidio che io ti parli?”. “Ho mal di stomaco, scusa”. “Dovrei avere una bustina di Malox nella tasca della giacca…”. “Non importa”. “No, ma ce l’ho sicuramente, soffro spesso di mal di stomaco, ho il colon irritabile… succede a chi è sensibile”.

Che è una revisione esatta del non-amore che legherà la Mas’a dell’originale (Maria per Ferracchiati) a quel disperato nell’anima, povero in canna del Maestro. Accompagnato poi dalla musica del più cecoviano dei nostri cantautori anni ’60: Luigi TencoMi sono innamorato di te.

Come faceva Stanislavskij. Come si fa oggi

E ancora: mentre in Čechov, nella biblioteca della villa sul lago, si trovavano titoli di Maupassant, qui, oltre a Maupassant, si trova pure qualche libro di David Foster Wallace.

A suggerire quel titolo così particolare – come tremano le cose riflesse nell’acqua – è infatti una frase da un racconto (Caro vecchio neon) dello scrittore statunitense.

Giovanni Cannata, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Giovanni Cannata, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

Il che potrà infastidire i cultori del samovar. Ma – se ci si pensa bene – di altro non si tratta che di una traduzione aumentata e accordata ai tempi che viviamo. In cui, tra innamorati, non ci si scrive più lunghe lettere, ma si chatta. E i giovani artisti, come il giovane Figlio (nell’originale si chiama Kostja) occupano il tempo smanettando. Anche sulle consolle dei videogiochi.

E quindi: dobbiamo decidere tra prendere in mano Čechov come faceva Stanislavskij nel 1898, oppure farlo come si fa oggi nel mondo (Le tre sorelle della brasiliana Christiane Jathay, per esempio) ma anche in Italia (le stesse tre sorelle, nella proposta di Muta Imago, o Il giardino dei ciliegi ristrutturato da Kepler-452, o ancora i recenti lavori di Leonardo Lidi).

Il frenetico rumore dei tasti del computer, non esclude comunque un frinire di cicale. In fin dei conti, siamo in riva a un lago.

Laura Marinoni, Giovanni Cannata - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni, Giovanni Cannata – ph. Masiar Pasquali

Spericolato Ferracchiati

Nella sua spericolata impresa, Ferracchiati ha avuto al proprio fianco un angelo custode, uno che Čechov lo conosce meglio delle proprie tasche: il nostro più autorevole slavista, Fausto Malcovati. Che su Čechov e sulle regie cecoviane di Stanislavskij ha speso decenni di studi e ci ha consegnato indispensabili libri.

M. P. Roksanova [Nina] e K. S. Stanislavskij [il Romanziere] allestimento di Mosca 1898

Anche Malcovati avrà apprezzato – suppongo io – che Ferracchiati abbia voluto, come primi attori (così si diceva un tempo), Laura Marinoni e Roberto Latini e abbia cucito loro un po’ di battute addosso. Per lei la Madre (“una grande attrice forse in declino”). Per lui il Romanziere (“uno a cui piace pescare, ma deve scrivere”).

Laura Marinoni - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni – ph. Masiar Pasquali

Entrambi superbamente nella parte. Lei, con i suoi cinque cambi d’abito, visto che le stagioni passano (ma al modo delle divine di un tempo, tipo Valentina Cortese). Lui, con il timbro vocale avvincente (il Figlio al Romanziere: “Lei ha una voce molto profonda”).

Da tenere sott’occhio

Sintonizzati su nuovi personaggi, sono anche Nina, energica e impaziente e poi desolata, di Petra Valentini (“una che vuole fare l’attrice o la rivoluzione”), il Dottore sornione e sazio della vita di Marco Quaglia, lo Zio (“che voleva essere, e non è stato”) di Nicola Pannelli, la Vicina di Camilla Semino Favro (“porto il lutto per la mia vita, sono infelice”, dice precisamente Čechov), che al posto di masticare tabacco si scola cicchetti di Porto, invecchiato in rovere. E spiaccica in terra le prugne.

Con un ulteriore apprezzamento al casting, che ci fa scoprire le smanie artistiche del Figlio, attraverso l’interpretazione del giovane e sensitivo Giovanni Cannata. “Mi piace molto perché riesce a essere sempre naturale e in connessione con quello che gli accade intorno” dice di lui Ferracchiati. E lo veste proprio come il suicida Foster Wallace, fascia in fronte compresa.

E scopriamo pure l’arrendevole Maestro di Cristian Zandonella. Diplomati tutti e due da poco, alla D’Amico e alla Paolo Grassi, saranno da tenere sott’occhio, ai prossimi appuntamenti.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Resta il lago stregato. Personaggio che non parla, ma è sempre presente. “Si dice che nei punti più profondi si possa vedere il fondo oltre mille metri più in basso; io stesso ho visto una tale profondità, con rocce e montagne immerse nel blu turchese, che mi ha fatto rabbrividire”, scriveva Čechov in una lettera. Il tremore si addice ai laghi. E ai gabbiani.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Čechov e l’ourangutan

“Peccato per le risate del pubblico”. È di ieri il commento di uno spettatore su Facebook. Ben vengano le risate invece. Čechov ne sarebbe entusiasta, perché a lui ridere piaceva, nonostante la malattia ai polmoni avanzasse. 

Diceva: “In teatro ho una tale sfortuna, ma una tale sfortuna, che se sposassi un’attrice nascerebbe un orangutan, o qualche mostro simile”.

Nel famoso allestimento di Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, 1898, Olga Knipper interpretava Arkadina, l’attrice “in declino”. Tre anni dopo Čechov sposa proprio Knipper. E non nacque nessun orangutan, conferma Malcovati.

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COME TREMANO LE COSE RIFLESSE NELL’ACQUA 
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati 
liberamente ispirato a Il gabbiano
di Anton Čechov
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suoni spallarossa
video Alessandro Papa
consulenza letteraria Fausto Malcovati

con Giovanni Cannata, Roberto Latini, Laura Marinoni, Nicola Pannelli, Marco Quaglia, Camilla Semino Favro, Petra Valentini, Cristian Zandonella

dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
assistente volontaria alla regia Eliana Rotella 
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Un salto a Milano, dove Lino Guanciale canta il tango della dittatura. E ne succedono tante altre

Voi che a teatro ci andate, che lo leggete, che qualche volta perfino lo amate. Voi che inoltre viaggiate, un salto a Milano dovreste farlo. Di questi tempi, aggiungo.

Un salto a Milano, piuttosto che a Roma, dove la situazione teatrale si fa complicata di ora in ora (sentite a proposito che cosa ne dice il mio collega e amico Andrea Pocosgnich).

A Milano invece, e nonostante il fresco, una congiunzione astrale sta riscaldando l’atmosfera e un ingorgo di titoli e locandine accende il palinsesto teatrale della città. La quale – come i suoi supermercati 24/24 – avrebbe voglia di non dormire mai.

Ho paura torero - Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Ho paura torero – Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

In realtà, sono le ultime corse della metro, lo sferragliare dei rari tram notturni, a scandire il tempo dei teatri. E se lo spettacolo dura un po’ più del previsto, o del consueto, appena il sipario si chiude, eccoci, spettatori in fuga per acchiappare l’ultima corsa dei mezzi. Beato – viene da pensare – il pubblico accorto delle pomeridiane.

Come a Broadway

Senza togliere merito alla programmazione delle altre sale, bisogna riconoscere che è il Piccolo Teatro a impastare in queste settimane il calendario più fitto, il più variato, il più inclusivo.

Dall’11 gennaio e fino all’11 febbraio alla Sala Grassi in via Rovello (per un intero mese di repliche, quasi come a Broadway) Lino Guanciale se la vede con il romanzo di Pedro Lemebel di cui tutti media parlano, Ho paura torero

Ho paura torero - locandina Piccolo Teatro

Da qualche giorno intanto si sono concluse le recite di quei due fenomeni da palcoscenico che sono Orsini e Branciaroli (ecco ciò che scrivevo su I ragazzi irresistibili) ed è già pronto, alla sala Strehler da martedì 23, l’altro leone bianco del teatro italiano, Glauco Mauri. Con un lavoro che gli sembra tagliato proprio addosso: il Minetti (ritratto dell’artista da vecchio) di Thomas Bernhard.

Un hub di culture e spettacolo

Sempre al Piccolo, ma sul versante opposto, c’è quel teenager – teatralmente parlando – di Liv Ferracchiati, che debutterà con il suo punto di vista su Cechov (tanto che Il gabbiano secondo lui, si intitola Come tremano le foglie riflesse nell’acqua, in sala Melato, dal 27), Isabella Ragonese non vede l’ora di presentare la sua Clitemnestra (dal 7 febbraio) e il contemporaneo scalpita con Bidibodiboo di Francesco Alberici (dal 20 febbraio). 

Sono in arrivo anche un Camilleri spiritoso (La concessione nel telefono) e il più angosciante Dentro di Giuliana Musso. A ciò, bisognerebbe infine aggiungere gli appuntamenti di Oltre la scena, il progetto Unlock the city, tutto un lavoro di incontri, conversazioni, letture, presentazioni e passeggiate fuori dal palcoscenico, che il direttore del Piccolo, Claudio Longhi, ha imbastito per fare del più quotato fra i teatri italiani un hub fervido di culture e spettacolo al vivo.

Complimenti. Del resto Milano, un teatro così se lo merita.

Piccolo Teatro - Sala Grassi - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Poche sere fa, imbroccando alla svelta quei due o tre cambi di metro, sono arrivato puntuale puntuale in via Rovello. Ci tenevo a vedere in palcoscenico Lino Guanciale, attore di cui ho larga stima (anche se la televisione non la vedo proprio). E ve ne parlo.

L’ultimo nastro di Allende 

È con la voce di Salvador Allende, con il suo ultimo discorso ai cileni, con le frasi drammatiche registrate nel vivo del colpo di stato del 1973, che prende il via lo spettacolo. Mélo e dittatura, giovani rivoltosi e travestiti sul viale del tramonto, pellicole che hanno fatto grande il cinema e spezzoni di telegiornale passati alla storia del ‘900, si alterneranno poi nei saliscendi di un teatro che si prende il titolo e le pagine del libro dell’autore cileno Pedro Lemebel (1952-2015). Un poeta in tacchi, pizzi e piume di struzzo, così lo ritrae Sara Chiappori in un suo pezzo sul Venerdì di Repubblica.

Le ultime ore di Salvador Allende, 11 settembre 1973

Checche e omofobi

Poeta poligrafo e sovversivo, soprattutto cronista, agitatore, attivista, come gli argentini Copi e Manuel Puig, come il peruviano Jaime Bayly più di recente, Lemebel ha dipinto nel suo romanzo (l’unico, del 2001) il mondo che chiamiamo Lgbt+ in un continente segnato allora (e oggi) dagli stereotipi del machismo e dalle angustie del cattolicesimo.

In quel libro, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, checche e omofobi, divise militari e foulard, cinemini a luci rosse e foto dei desaparecidos, si avvicendano a velocità folle. Sul palcoscenico, li accompagneranno certi appassionati tangos e gli inni alla vita di Violeta Parra.

Ho paura torero - copertina libro Marcos y Marcos

Sono soprattutto Puig e il suo titolo più celebre, Il bacio della donna ragno (il film di Hector Babenco con William Hurt è del 1985) a riemergere dalla memoria mentre assistiamo all’idillio tra il giovane militante che assieme ai compagni di lotta prepara l’attentato al dittatore Augusto Pinochet e la vida loca di una creatura che porta invece nella vie e nei barrios militarizzati della capitale cilena la propria fluidità di genere, il grande cuore, il minuscolo guardaroba, la borsetta, e tutti testi delle canzoni che ama. 

Una soprattutto, Tengo miedo torero, Ho paura torero, titolo che diventerà anche parola d’ordine della impossibile relazione sentimentale tra la travesta e il guerrillero.

La fata e il sovversivo

Fata dell’angolo è il nome di battaglia che lui/lei si è scelta, in ricordo del proprio passato di strada. Carlos è il nome in codice del muchacho (lo interpreta Francesco Centorame: è proprio una bella scoperta per il teatro italiano, e lo avevamo già apprezzato al cinema in C’è ancora domani della Cortellesi).

Come accadeva nella prigione argentina immaginata da Puig, anche qui, nella lunga notte della dittatura cilena, assisteremo a una reciproca educazione alla vita, quella sentimentale per Carlos, quella politica per la Fata. Due esistenze destinate a incontrarsi per un momento e a disperdersi poi nel grande fiume degli eventi. In mezzo a loro, una fantasia di vecchi mélo, la potenza dei documenti della Storia, le musiche di un continente, il Sudamerica (i travestimenti musicali sono stati curati da Davide Fasulo).

Francesco Centorame e Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Francesco Centorame e Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

Era partita dall’innamoramento di Lino Guanciale per il romanzo di Lemebel (da cui è stato trattato quattro anni fa anche un film messicano) la sfida a costruire – quasi contro la propria immagine, consolidata dai personaggi delle serie televisive – questa figura di Fata, femminili movenze, indole canterina.

Ed è stato Claudio Longhi, dal banco della regia, a riattivare per lui la formula, così cara a Luca Ronconi, dell’alternarsi naturale tra dialoghi e narrazione, l’io e il lui, complice anche l’esuberanza barocca e ridondantekitsch come i fenicotteri rosa – della prosa di Lemebel, prodigo di aggettivi e avverbi, così come prodiga d’amore è lei, la Fata. 

Madri in piazza, dittatori al balcone

Le tre ore e passa di spettacolo giocano su continui ribaltamenti di piani. Quelli di una scenografia a soppalco, con i suoi squarci metropolitani e i suoi murales sparati tutto attorno nella scena allargata (di Guia Buzzi).

Diana Manea - ph Masiar Pasquali
Diana Manea – ph Masiar Pasquali

Ma più di ogni altra cosa giocano sui ribaltamenti di registro. Tanto che dalle manifestazioni in piazza delle madri, alle quali i servizi segreti hanno ucciso mariti e figli, in un solo cambio di luci, si svolta nell’ironia e nei toni da commedia all’italiana del turbolento ménage tra il generale golpista Augusto José Ramón Pinochet e la sua petulante consorte Doña Lucía.

La verve dittatora di Mario Pirello e Arianna Scommegna è del resto ogni volta pronta a strappare risate al pubblico. Proprio mentre il controcanto visivo delle proiezioni rilancia esplosive le immagini dell’attentato del 1986, quello che darà avvio al tramonto della dittatura.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello - ph Masiar Pasquali
Arianna Scommegna e Mario Pirrello – ph Masiar Pasquali

Storie d’amore in tempi difficili

Finirà come deve finire, con uno struggente addio tra Carlos e la sua Fata davanti a un tramonto sulla costa del Pacifico. Mentre Politica da una parte, Eros dall’altra, riprenderanno i propri cammini.

Sconsolati e inevitabili perché questa è la regola dei mélo. Che mettono tristezza, ma piacciono. Come tutti i romanzi d’amore in tempi difficili.

Lino Guanciale e Francesco Centorame - ph Masiar Pasquali
Lino Guanciale e Francesco Centorame – ph Masiar Pasquali

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HO PAURA TORERO
di Pedro Lemebel
traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
trasposizione teatrale Alejandro Tantanian
dramaturg Lino Guanciale
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
visual design Riccardo Frati
travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo

con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Arianna Scommegna, Giulia Trivero

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Marta Cuscunà bucolica. Oggi parlo con le pecore, anzi, ci fischio

Pioverà o non pioverà, sabato 18 novembre? Quel giorno Marta Cuscunà e il Piccolo Teatro di Milano ci porteranno in un parco urbano della periferia milanese. Riusciremo a incontrare il gregge di pecore? Sentiremo i belati e i fischi? Sia quel che sia, faremo ugualmente la nostra passeggiata bucolica: sono già pronti i poncho impermeabili.

pecore bergamasche - ph Marta Cuscunà

Unlock the city

Marta Cuscunà è artista associata del Piccolo Teatro di Milano. Alla proposta del principale teatro pubblico italiano ha risposto subito di sì. “Il Piccolo e il Politecnico di Milano mi hanno chiesto di dare avvio al progetto Unlock the city, che coinvolge 5 Paesi europei e le loro principali istituzioni teatrali e scientifiche” ci dice, mentre è impegnata a mettere a punto la sua idea, a Porto di Mare, parco urbano alla periferia sud-est milanese, quartiere Corvetto. Ed è un’idea davvero fuori dai canoni, anche dai suoi canoni. Un’idea bucolica.

Bucolica è il titolo dell’azione performativa che Cuscunà realizzerà il 18 e il 19 novembre. “Questo progetto internazionale – prosegue – Unlock the city, vuole studiare come sia cambiato il paesaggio urbano dopo la pandemia. Ma io non sono un’urbanista, io faccio teatro. Lavorare in un quartiere come Corvetto mi sembrava però una bella sfida. È un quartiere caratterizzato da forte complessità sociale: povertà educativa, convivenza inter-etnica e inter-religiosa”.

A Corvetto, in realtà, c’è tutto. E il contrario di tutto. Per esempio quel parco urbano, ai margini della metropoli, là dove comincia la campagna. Porto di Mare è sfiorato dai binari della stazione di Rogoredo, costeggia l’autostrada, lo svincolo di San Donato, il traffico, i camion, le sirene.

C’è anche una comunità non-umana?” ha chiesto Cuscunà al professor Antonio Longo, del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico. “Lui mi ha parlato di pecore. Abbiamo fatto dei sopralluoghi”.

dal quaderno di note di Antonio Longo - Politecnico di Milano
dal quaderno di note di Antonio Longo – Politecnico di Milano

L’intervista

E che cosa avete scoperto?

“Che ogni anno, due volte all’anno, un gregge di pecore bergamasche attraversa il parco di Porto di Mare per la transumanza. In quel momento il paesaggio sonoro cambia completamente. A belati, al suono dei campanacci, al raglio dell’asino, si aggiungono i fischi dei pastori che guidano e spostano il gregge con questo particolare linguaggio inter-specie: da uomo a pecora”.

Da questi richiami è partita l’idea.

“Ho cominciato a interessarmi alle lingue fischiate. Venivano praticate in molte parti del mondo, dove valli e montagne impediscono la comunicazione verbale. Poi sono arrivati i telefonini, e quelle lingue oggi sono in via d’estinzione. Ma una è rimasta viva, il “silbo gomero”, il linguaggio dei fischi usato dagli abitanti di La Gomera, la più piccola fra le isole Canarie. Nel 2009 è stato riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità. I fischi, che veicolano frasi di senso compiuto, possono essere uditi a 4 chilometri di distanza”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Perciò avete invitato a Milano i fischiatori di La Gomera.

“In pianura, sovrapposto agli altri rumori, il loro fischio non va purtroppo oltre i 400 metri. Ma abbiamo pensato una staffetta di fischi, che dal centro urbano di Corvetto porterà pubblico e curiosi nel parco, in un punto in cui speriamo di intercettare il passaggio delle pecore e dei pastori. Abbiamo anche due grandi monitor sui quali una mediatrice, come se si trattasse dei sottotitoli di un film, tradurrà quei fischi”.

A dorso d’asino

Che cosa vi hanno detto i pastori?

“Giuseppe Salvi, 72 anni, fa questo mestiere da quando ne aveva 5 e portava le pecore giù dalle montagne bergamasche. Sua figlia, Anna Albertinelli, 22 anni, si occupa personalmente della transumanza degli animali. Una volta tutto si faceva a piedi, a dorso d’asino. Adesso Anna si muove in roulotte, ma gli asini ci sono ancora, per il legame affettivo stabilito con le pecore”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Quindi che cosa succederà sabato 18 (e forse anche domenica 19)?

“Anna ci dice che il gregge passerà quel giorno. In realtà non ci sono garanzie, le condizioni atmosferiche potrebbero modificare il progetto. Ma le pecore sono animali pazienti, abitudinari: due volte al giorno vengono portate fuori dal loro recinto e se ne vanno a pascolare. Il pasto del pomeriggio, prima del buio, è quello principale. Sono i fischi a guidarle” .

Bucolica: uno zoo rovesciato

Uno zoo rovesciato, insomma. Umani, concentrati in un solo luogo, che osservano animali liberi.

“Con l’apporto della tecnologia. Massimo Racozzi, mio amico da sempre e videomaker fenomenale, curerà tutto il sistema video. L’azione avverrà anche in caso di maltempo”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Il Piccolo Teatro ha promesso di fornire poncho impermeabili a tutti gli spettatori.

“Il livello di incognita è alto, non è detto che tutto accada come abbiamo previsto. Ma non vogliamo interferire con i tempi e ritmi del mondo pastorale. È il teatro che si adatta alla transumanza, non viceversa.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 novembre 2023]

Verona è un bosco. Mario Martone esplora Romeo e Giulietta

Mario Martone porta in scena Romeo e Giulietta. Trentuno interpreti schierati davanti al pubblico entusiasta del Piccolo Teatro di Milano.
Quel pubblico che ha fiuto, che da sempre sa apprezzare, e vigorosamente applaude i grandi allestimenti. Lo faceva con Strehler. Lo faceva con Ronconi. Oggi lo fa con Martone.
In Italia, la grande regia continua.

Mario Martone - Romeo e Giulietta - ph Masiar Pasquali
Romeo e Giulietta – ph Masiar Pasquali

Lacrime e adrenalina

L’intenzione – se ho capito bene ciò che ha detto nelle interviste – era dare a Romeo e Giulietta nuova vita. Conservare la storia, la potenza, la fortuna del più famoso fra i testi di Shakespeare. E allo stesso tempo liberarlo da croste, letture grigie, antiquate traduzioni. E da quella mitologia, teatrale e turistica assieme, che porta oggi a Verona milioni di persone. 

Mario Martone – se ho raccolto a dovere i tanti fili dello spettacolo – c’è riuscito. Come gli è capitato spesso di fare con i suoi allestimenti musicali (Barbiere e Traviata, per esempio). 

Oggi consegna al maggior palcoscenico contemporaneo italiano, quella combinazione di altezze e di bassifondi, di poesia e trivialità, di comico e tragico, che di sicuro c’era ai tempi in cui, con gli stessi ingredienti, il giovane Shakespeare catturava il pubblico di una Londra aristocratica e ultrapopolare, capace di lacrime per la acerba e funesta storia d’amore, ma anche di adrenalina davanti al sangue e ai pestaggi di giovani bande rivali. 

Mario Martone - Romeo e Giulietta - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

“Sono partito proprio dall’età – scrive il regista – da questo mondo minorenne misterioso, ambiguo, tutto da esplorare, come nel testo di Shakespeare, che ci avverte che non sempre tutto è scritto; quindi molto va cercato, interpretato”

Missione compiuta, direi. Come era compiuto il ribaltamento geniale, sessant’anni fa, di Sondheim e Bernstein in quella West Side Story (1961) di bianchi e portoricani. O più tardi di Baz Luhrmann, nel californiano William Shakespeare’s Romeo + Juliet (1996), reinventato per Leo Di Caprio e Claire Danes a Verona Beach, periferia pulp di Los Angeles.

Sballati e attaccabrighe 

Niente Verona nemmeno per Martone. Né balcone né cripta. E invece, con maestoso colpo di scena, un bosco lussureggiante, un intrico d’alberi, di foglie, di rami, camminamenti pericolosi, una stellata notte del cuore, questa è Verona.

Ma anche nuvole video, ombre minacciose dentro le quali si nascondono e si dipanano l’amore e i coltelli, Bach e l’house da discoteca, dance party e aperitivini. E inoltre birrette, caffè, occhiali da sole, felpe con il cappuccio, rottami polverosi e la jeep per il fuoristrada.

Mario Martone - Romeo e Giulietta - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Segni contemporanei, ma non è un’attualizzazione. È uno Shakespeare infiltrato dal presente, cortocircuito tra il volo metaforico delle battute più celebri (dove cantano allodole e usignoli, dove la luce erompe da est) e l’aggressivo vocabolario di una treccani aggiornata. Nella quale daspo (che poi sarebbe l’esilio) e troia rifulgono alla luce blu delle sirene dei carabinieri. I Capuleti e i Montecchi di uno Shakespeare alcolico, sboccato, sballato, scurrile. 

Credo che la scena boschiva e strepitosa di Margherita Palli e la traduzione di Chiara Lagani a cui Martone aggiunge il propio carico di slang, sapranno rendere Shakespeare digeribile anche al pubblico delle scuole. Che di Capuleti e Montecchi ignora – per quella che è la mia esperienza – persino il nome

Grintosi, ribelli, delicati

Dentro al cast sornione, nel reparto genitoriale, Martone dispiega alcuni tra i nomi pop della scena italiana oggi, fra i più capaci di caricare di colore quei personaggi che edizioni banali di Romeo e Giulietta avevano ingrigito, per puntare al plot romantico.

Qui invece c’è grinta di Licia Lanera (che da balia si svela audace zia), di Michele Di Mauro, (festaiolo e irascibile boss dei Capuleti), di Gabriele Benedetti (che si fa frate condiscendente e parlaccione), di Letizia Guidone (una madre Capuleti avvolta in vestaglie di seta da dark lady). 

Gabriele Benedetti in Romeo e Giulietta - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Atletico e fumantino è poi il reparto adolescenziale. Ribelli senza causa, attaccabrighe selvatici pronti per un niente a venire alle mani e alle lame. Velocissimi ad arrampicarsi sugli alberi o a improvvisare una band canterina, basso, chitarra, percussioni. Capaci anche di esaltanti performance orali. Al monologo della regina Mab, Alessandro Bay Rossi, assicura l’impeto di uno poetry slam di scatenata fantasia. E non gli sono da meno Leonardo Castellani (Tebaldo) e Edoardo Sabato (Benvolio). Persino a Paride, insipido e sfortunato promesso sposo, Emanuele Maria Di Stefano dà una sua drammatica dignità.

Francesco Gheghi e Anita Serafini - Romeo e Giulietta - Piccolo Teatro Milano
ph Masiar Pasquali

Ma a fissarsi nella memoria degli spettatori saranno – ne sono sicuro – la delicatezza e la sicurezza con cui i giovanissimi Francesco Gheghi (19 anni) e Anita Serafini (15 anni) affrontano parti che, da quando Shakespeare le ha messe su carta, mettono i brividi a qualsiasi attore, con ben più esperienza.

Il suo Romeo timidino, la sua Giulietta imbronciata, sono gli assi vincenti di questa produzione allestimento. Sembra davvero che incontrino quell’amore che si incontra per la prima volta. Sembra che bevano davvero il veleno fiabesco che li uccide. Ma che da più di quattro secoli li rende anche immortali.

In scena al Piccolo Teatro di Milano, fino al 6 aprile

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ROMEO E GIULIETTA
di William Shakespeare
traduzione Chiara Lagani
adattamento e regia Mario Martone
scene Margherita Palli
costumi Giada Masi
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
video Alessandro Papa
regista assistente Raffaele Di Florio

con (in ordine alfabetico) Alessandro Bay Rossi, Gabriele Benedetti, Leonardo Castellani, Michele Di Mauro, Raffaele Di Florio, Emanuele Maria di Stefano, Francesco Gheghi, Jozef Gjura, Lucrezia Guidone, Licia Lanera, Anita Serafini, Benedetto Sicca, Alice Torriani

e con Leonardo Arena, Giuseppe Benvegna, Francesco Chiapperini, Carmelo Crisafulli, Giacomo Gagliardini, Hagiar Ibrahim, Francesco Nigrelli, Libero Renzi, Federico Rubino
e gli allievi del Corso Claudia Giannotti della Scuola di Teatro Luca Ronconi del Piccolo Teatro di Milano: Clara Bortolotti, Giada Ciabini, Ion Donà, Cecilia Fabris, Sofia Amber Redway, Caterina Sanvi, Edoardo Sabato, Simone Severini

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Tiago Rodrigues, Ginevra, la Croce Rossa. Teatro e soccorso umanitario

Sì, lo farò, nella misura del possibile. Lo diciamo a volte per mettere le mani avanti. Nella misura dell’impossibile, dice invece il regista Tiago Rodrigues. E lo fa, parlando di soccorsi umanitari. Il debutto italiano dello spettacolo, domani 18 febbraio a Teatro Contatto a Udine.

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

Nella misura del possibile. Lo diciamo quando siamo decisi a fare qualcosa, ma già mettiamo le mani avanti, perché conosciamo anche i limiti del nostro fare: le complicazioni, gli impedimenti, gli ostacoli.

Con Dans la mesure de l’impossible, titolo della nuova creazione teatrale, Tiago Rodrigues ci vuole invece dire che gli ostacoli ci possono abbattere, e che i limiti vanno superati. Se c’è la necessità di farlo. Nei momenti di crisi, bisogna farlo. Nella misura dell’impossibile.

Quarantacinque anni, nato a Lisbona, attore, autore, regista, Rodrigues è un uomo di teatro. Ma è anche uno che conosce il mondo, i mondi. Qualche mese fa è stato nominato direttore artistico del Festival di Avignone il più rinomato tra i festival di teatro al mondo. Lo sarà ufficialmente dal 1 settembre 2022, con un mandato di 4 anni. Su QuanteScene! ho parlato molte volte di lui.

Da un po’ Rodrigues ha preso alloggio a Ginevra – dicono le note che presentano Dans la mesure de l’impossible – e ha intervistato coloro che lavorano nelle due più importanti associazioni umanitarie, quelle che mettono in campo decine di migliaia di persone in tutto il mondo: la Croce Rossa e Medici Senza Frontiere. Ha raccolto le loro parole, in francese e in inglese. Poi si è messo a scrivere nella sua lingua, il portoghese.

 

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

 

La realtà delle emergenze

Dans la mesutre de l’impossibile è quindi uno spettacolo che affronta il tema delicato e spinoso degli aiuti umanitari nelle zone di crisi. È il tentativo di capire il lavoro dei professionisti e dei volontari sanitari. Affonda nella realtà delle emergenze, la documenta, la sottopone agli occhi, all’attenzione, all’emotività degli spettatori. 

Ho voluto occuparmi dei problemi degli uomini e delle donne che vanno e tornano da zone d’intervento critiche, pericolose” spiega Rodrigues. “Quali sono le ragioni che li hanno spinti a fare di questo principio una professione? E cosa succede quando tornano indietro, nelle nostre comode zone di pace?

Nato da una proposta della Comédie de Génève / Ginevra, realizzato grazie a un cordata internazionale di teatri, subito dopo le repliche nella città della Croce Rossa, Dans la mesure de l’impossible arriverà a Udine, prima tappa italiana, il 18 e il 19 febbraio 2022, nel cartellone del CSS – teatro stabile di innovazione – che di quella cordata fa parte.

CSS Udine - Tiago Rodrigues

Quattro domande a Tiago Rodrigues

In vista del debutto, abbiamo posto al regista alcune domande.

Sono questi due anni di epidemia che l’hanno spinta a occuparsi di situazioni di emergenza, zone di crisi, aiuti umanitari?

L’idea che sta dietro a Dans la mesure de l’impossible è precedente all’epidemia. Mi era capitato di parlare con persone che lavoravano nel settore degli aiuti umanitari e sono rimasto profondamente colpito dalla loro esperienza. Penso che lavorare tra pericoli, conflitti, sofferenze e catastrofi abbia permesso loro di acquisire uno speciale punto di vista sul mondo. E abbia anche avuto un impatto molto personale sulle loro vite”.

Certo la pandemia ha cambiato il modo in cui la sua ricerca si è sviluppata.

Era previsto che viaggiassi attraverso alcune regioni del mondo e li osservassi mentre sono all’opera. Molti di questi itinerari sono stati cancellati. Tuttavia, invece di annullare o differire il progetto, ho sentito che farlo ora era ancora più importante. Se queste persone sono costrette a lavorare in situazioni difficili, mi sono detto, perché non dovrei farlo anch’io? Così ho deciso di partire dalle interviste e dagli incontri che ho fatto e sono soddisfatto, perché questo permette davvero di guardare il mondo attraverso i loro occhi”.

Si può perciò parlare Documentary Theatre, teatro documentario?

Non è teatro documentario, lo potremo definire invece teatro documentato. Non c’è mai stata l’intenzione di scrivere un saggio o un reportage sul fenomeno. Ciò che facciamo non riguarda gli aiuti umanitari nel loro complesso, come se fossero una foresta. Ci occupiamo solo di trenta alberi, trenta storie di soccorso, ciascuna basata sul racconto di un operatore“. 

Dans la mesure de l'impossible - Tiago Rodrigues (ph. Magali Dougados)
Dans la mesure de l’impossible (ph. Magali Dougados)

 Che metodo avete seguito lei, drammaturgo e regista, e i cinque performer che sono in scena?

Siamo partiti da eventi e interviste reali, ma ci siamo poi mossi verso una dimensione più teatrale. All’approccio giornalistico abbiamo aggiunto la scena, gli strumenti narrativi, manipolando il linguaggio, cambiando l’ordine degli eventi, organizzando le emozioni. Interpretando la realtà con la sensibilità del teatro. È un lavoro, questo, in cui ci sono attori che raccontano storie che sono state raccontate loro da coloro che le hanno vissute. A volte le parole sono esattamente quelle dette. Altre volte se ne distaccano, liberamente. E non è facile per lo spettatore, distinguere“.

Agli spettatori dunque che cosa chiedete? Cosa vi aspettate da loro?

La sola cosa che, sempre, mi aspetto dagli spettatori è che riconoscano che il mio lavoro è importante per qualcuno. È chiaro: ci tengo a emozionare il pubblico, cerco di condividere con loro cose che hanno importanza per me, propongo un diversa maniera di osservare parte delle nostre vite, provo a fare delle domande. Non è detto che funzioni per tutti. Ma va bene così, nella misura in cui si capisce che questo lavoro è importante almeno per qualcuno. Ci sono un sacco di esperienze artistiche che non mi toccano profondamente, e tuttavia posso riconoscere che, a qualche persona hanno cambiato la vita“.

[una versione corta di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste il 16/2/2022]

 Il trailer dello spettacolo: https://www.theatre-contemporain.net/video/tmpurl_fi1BKUFS

Per altre informazioni e prenotazioni, vai al sito di CSS – Udine.

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DANS LA MESURE DE L’IMPOSSIBLE

testo e regia Tiago Rodrigues
traduzione Thomas Resendes
interpreti Adrien Barazzone, Beatriz Brás, Baptiste Coustenoble, Natacha Koutchoumov, Gabriel Ferrandini (musicista dal vivo)
scene Laurent Junod
composizione musicale Gabriel Ferrandini, suono Pedro Costa
costumi Magda Bizarro
assistente alla regia Lisa Como

una produzione Comédie de Genève 
in coproduzione con Odéon – Théâtre de l’Europe – Paris, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro Nacional D. Maria II – Lisbonne, Équinoxe – Scène nationale de Châteauroux, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG – Udine, Festival d’Automne à Paris, Théâtre national de Bretagne – Rennes, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, CDN Orléans – Val de loire, La Coursive Scène nationale La Rochelle
con l’aiuto di CICR – Comité international de la Croix-Rouge

spettacolo in francese, inglese e portoghese, sottotitolato in italiano

18 e 19 febbraio 2022, Teatro Palamostre, Udine
25, 26, 27 maggio 2022, Piccolo Teatro, Milano

 

Strehler chi? Quel ragazzo di Trieste

Previdente, Cristina Battocletti anticipa in un volume la data fatidica del 14 agosto 2021, quando saranno passati 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler. Mi sono letto tutte le sue 450 pagine di minuziosa biografia. La vita come spettacolo.

Strehler in tenuta da tennis

“Giorgio era un pianeta” dice Andrea Jonasson, parlando dell’uomo capace di cambiare le vite. Non solo la sua: la vita di un’attrice tedesca catapultata in Italia per amore di lui e trasformata. Ma anche la vita del teatro: quello italiano, quello europeo, il teatro di un secolo, trasformato anch’esso.

Per raccontare in un libro il “pianeta Strehler” ci vogliono almeno 450 pagine. Tante quante ne ha riempite Cristina Battocletti nel suo lavoro di esploratrice di vite. In Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, 19 euro, ebook, 9,99 euro) Battocletti percorre in lungo e in largo quel pianeta, provando a descriverne i tanti climi, le tante luci, le tante donne.

Battocletti copertina

La più rumorosa impronta nella regia italiana

Nell’anno in cui ricorre l’anniversario della nascita di Strehler, ricordi e rievocazioni e commenti non mancheranno. C’è anzi da pronosticarne il culmine, ad agosto, sotto il segno del Leone. Proprio cent’anni fa in quei giorni e dalle mie parti, nella silenziosa casetta a due piani di una stradina discosta a Barcola, frazione di Trieste, nasceva l’artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia italiana e nella pratica teatrale del Novecento europeo. Per scomparire improvvisamente un momento prima che il secolo di concludesse: la notte di Natale del 1997, a Lugano.

Ma definire Strehler “il ragazzo di Trieste“, non è solo scegliere un titolo per una biografia: è fissare un punto di vista. È la chiave per andare a scoprire che cosa abbia fatto di Strehler un uomo capace di essere triestino, milanese, italiano, europeo, tutto nello stesso tempo. Battocletti, friulana d’origine, poteva farlo. Con lo sguardo di coloro che vedono da lontano il mare – come nelle canzoni di Paolo Conte – oltre che la cultura mitteleuropea. Tanto da rimanerne infine stregata e dedicare ad alcuni grandi “triestini dentro”, prima a Boris Pahor (“Figlio di nessuno”, 2012 ), poi a Bobi Bazlen (“L’ombra di Trieste”, 2017), e adesso finalmente a Strehler, il proprio stringente lavoro di cartografa di vite straordinarie.

Strehler giovane al Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo e il grande

Non è uno scrittore, stavolta, ad essere mappato. È il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una grande notorietà mondiale. Naturale perciò che il volume vada modellandosi come una pièce teatrale, o un’opera musicale. Una tra le tante che il regista aveva messo in scena, fino a quell’ultima Così fan tutte, rimasta incompiuta nel dicembre fatidico del ’97.

Una biografia allestita come uno spettacolo: sette scene, sei intervalli, ouverture all’inizio e sipario finale. In mezzo, un apparire e uno scomparire continuo di personaggi. Dai ruoli più importanti (Paolo Grassi, Nina Vinchi “terza fondatrice del Piccolo”, e tutte le iconiche attrici di quel teatro Valentina Cortese, Milva, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Andrea Jonasson, …) fino ai figuranti meno noti, ma indispensabili e capire la complessa personalità di Strehler. Che sta tutta – assicura Battocletti – nelle sue radici. 

È nelle prime decine di pagine, dedicate alle origini, che si disegna il mondo di luci e ombre che saranno poi il segno maturo del regista, mago degli effetti luminosi. “Se quella abilità appare a tutti magica o stregonesca, è perché c’è lo zampino di Trieste” scrive la biografa.

Strehler giovane

Genealogie

Il nonno materno, Olimpio Lovrich, è un montenegrino, impresario teatrale, e a Trieste tiene il timone del Teatro Verdi e del cinema-teatro Fenice. La nonna è una francese, Marie Aline, “che mai parlò altro che il francese”. La madre, la “mammetta” anzi, si chiama Albertina Lovrich, cognome che verrà italianizzato in Ferrari, quando diventerà violinista di una certa fama e comincerà a esibirsi con il Trio di Milano.

Infine, appena sbalzato in controluce dalle proprie origini tedesche, il padre, Bruno Strehler, morto di tifo fulminante, a 28 anni, durante un viaggio con Albertina a Vienna. “Mia madre fece ritorno a Trieste in treno, da sola, con la cassetta delle ceneri sulle ginocchia”. Il piccolo Giorgio aveva solo tre anni. 

In una casa del centro (via San Lazzaro 4, per essere precisi) che risuonava di musica e di voci di donna, il ragazzo di Trieste cresce sognando un futuro da direttore d’orchestra. E tale lo prefigura Victor de Sabata (altro eccellente nome della diaspora triestina) che lo incontra quando ha meno di 30 anni: “Perché non ti rimetti a studiare musica con me per due o tre anni?”. “Penso che ognuno di noi che fa un certo mestiere – rifletterà Strehler parecchio tempo più tardi – possa sostenere che avrebbe dovuto farne un altro”.

Strehler con copione in mano
(ph. Lelli Masotti)

Il senso dell’apocalisse

Infatti la storia va in tutt’altra direzione, quella che conosciamo, e si squaderna per le successive 400 pagine del libro. Fino alla stretta finale – la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1997 – che ripercorre, in un montaggio velocissimo, quasi in un filmato, il diffondersi della notizia della morte. Che coglie impreparati, increduli, atterriti, tutti i personaggi di quello spettacolo che è stata la vita di Giorgio Strehler.

Da Trieste aveva ereditato il senso dell’apocalisse e dell’angoscia, di un sentimento sempre sull’orlo del baratro” scrive Battocletti. Che è una visione estremista della città, ma adeguata al personaggio. “Strehler è la più grande contraddizione montata su due gambe che si possa immaginare. Per lui è impossibile non spendere superlativi assoluti, e molto spesso di segno opposto“.

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 18 aprile 2021]

STORIE – Quella sera a dicembre nel camerino di Milva

È passato quasi un mese dal post più recente di QuanteScene! Ne ho fatte mille, nel frattempo, direbbero i miei amici a Milano. Però nei teatri ne sono successe poche. E poche ne succederanno, se va avanti così. Altro che riapertura del 27 marzo. 

Pazienza. Abbiate pazienza. Esercitiamo la pazienza. È l’unico invito possibile. Così in questa domenica di passione e di pazienza (da domani precipito anch’io in zona rossa) mi sono deciso a postare un’altra storia per la miniserie degli Incontri con uomini (e donne) straordinari. Spero vi piaccia, almeno quanto vi sono piaciute i precedenti episodi dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Ingvar Kamprad

Sapete a chi tocca oggi? A lei…

Milva canta Brecht

Milva, la rossa

Perché oggi Milva? Perché stamattina in una bella puntata della rubrica che seguo ogni domenica su Facebook (la raccomando anche a voi: Il caffè di Bolzano 29) si parlava di Giorgio Strehler. Del centenario della nascita – il regista era nato a Trieste nel 1921 – e del segno che ha lasciato nel teatro italiano.

Fra i tanti ospiti, autorevoli, celebri, con tanti aneddoti da raccontare, mancava lei, Milva. Lei che con Strehler aveva stretto un sodalizio importante, e non solo: alla visibilità italiana di Bertolt Brecht, lei e la sua voce hanno contribuito quasi quanto Strehler.

Milva canta Brecht

Mancava quindi proprio lei, Milva, perché da qualche anno, chissà se per scelta o per necessità, questa indimenticabile signora dello spettacolo ha deciso di scomparire. Effetto ghosting, che rende ancor più affettuoso il suo ricordo, almeno a me.

Perciò mi sono rammentato del nostro ultimo incontro.

Giorgio Strehler e Milva
Giorgio Strehler e Milva, inizio anni ’70

Milva a Trieste, nel 2007

Ovviamente Strehler era il nostro punto di contatto. In quel 2007 cadeva il decennale dalla morte del regista e il Comune di Trieste, attraverso uno dei suoi più illuminati funzionari, Adriano Dugulin, mi aveva affidato l’ideazione e la cura di una manifestazione che lo ricordasse. Una mostra, un libro, diverse altre iniziative. Perfino un cocktail, intitolato Giorgio, e inventato da un famoso barman. Si combatte anche così l’angoscia della morte.

Si inaugurava allora anche il Fondo Giorgio Strehler, costituito dal lascito personale che Andrea Jonasson (dalla casa milanese di Strehler) e Mara Bugni (da quella di Lugano) avevano voluto donare alla città. Ne trovate notizia in questo articolo su Ateatro.

Tra le tante cose, avevo pensato fosse doveroso estendere l’invito ufficiale dell’amministrazione comunale, oltre che a Andrea Jonasson e a Mara Bugni, anche a Milva.

E perciò, in quella piovosa giornata di dicembre, nelle sale del Politeama Rossetti, apparve lei. Luminosa come un tramonto d’autunno. Rossi, i capelli. Rossa e perfettamente intonata, la pelliccia di volpe con cui fece un ingresso da regina nel foyer.

Cominciò poi a passare in rassegna le foto e i manifesti che il Teatro Stabile ed io avevamo preparato, molti dei quali erano dedicati a lei. E alla sua avventura brechtiana.

Non era la prima volta che la incontravo. Era capitato per esempio nei ristoranti del dopoteatro. Con quell’aria regale mi era apparsa, anni prima, una sera a Genova. Là si era appena conclusa la replica di uno spettacolo in cui interpretava Capitan Uncino (Capitan Uncino, credetemi). Subito dopo, già in pelliccia (nera, se non ricordo male), si era ritrovata nello stesso locale in cui cenavamo noi, giornalisti e operatori tv. Aveva voluto salutare chi aveva con lei più confidenza. E poi, con un gran sorriso, clamorosamente: “Questi amici al tavolo, sono miei ospiti“. Quando si dice, lo stile.

Milva, lo stile

Mina e Milva, per fare un esempio, sono state per lungo tempo i due poli vocali della canzone italiana. La prima sempre sperimentale (la sua estensione di voce, del resto, va dai registri del tenore a quelli del soprano). La seconda, contralto, alternativamente popolare (La filanda) o raffinata (nelle collaborazioni con Battiato, nelle canzoni dedicate a Alda Merini).

Al contrario di Mina, il contatto con il pubblico Milva lo ha sempre coltivato. Non si è arroccata, come l’altra, in qualche lontana Svizzera. E fino a poco tempo fa ha voluto raccontarsi ai giornali. “Trovo delle emozioni nella musica, in un’opera d’arte, nell’affetto profondo dei miei familiari e nelle persone che mi sono vicine, nei tortellini come li faceva mia madre… e nel dormire bene” ha detto nel 2019, prossima gli 80 anni, in un’intervista al Corriere.

E l’anno scorso, durante il lockdown, in alcune immagini emozionanti e incredibilmente tenere della clip di Dario Gay, ha scritto con le proprie mani un video-saluto a tutti gli amici (al minuto 4:18).

Soli in quel camerino

Però fu in quei giorno, dicembre 2007 a Trieste, che Milva svelò ai miei occhi il suo carattere di sovrana.

Le avevo proposto di leggere e registrare una lettera scritta a Strehler da lei stessa negli anni ’70, subito dopo la loro avventura brechtiana. Avrei fatto sentire quella voce nella stanza della mostra dove erano esposte molte lettere indirizzate al regista. Lei acconsentì.

La raggiunsi nel camerino del Politeama Rossetti. Seduti davanti allo specchio, le diedi i due fogli dell’originale e preparai il registratore Nagra che avevo portato come me. Era una lettera molto bella, scritta con cura, l’avevo letta e riletta più volte. In quelle due pagine ringraziava Giorgio e si augurava di poter tornare a lavorare con lui il più presto possibile. Tra le righe si leggeva chiara una affettuosa richiesta, una delicata supplica quasi. Le consegnai il microfono. Avviai la registrazione. 

Una regina non si inginocchia mai

Che lo dica Ecuba o Elisabetta II, è sempre di sovrane che si tratta. Così fece anche lei.

Cominciò a leggere e, proprio sotto i miei occhi o meglio le orecchie, modificò via via le parole e il tono della lettera. Sbalordito, non ci potevo credere. Lei imperturbabile, con voce suadente, come se in quel momento avesse davanti Giorgio, lei continuò a leggere inventando. Alla fine, il senso erano la stima e le congratulazioni di una grande artista a un altro un grande artista, più alcune frasi che vagamente lasciavano aperti orizzonti a una nuova collaborazione. Ma da pari a pari.

Uscii da quel camerino, senza dire una parola, sconcertato e anche ammirato dalla disinvoltura e da uno stile che mi risuona ancora dentro, quando sento uno degli Lp in cui interpreta Brecht. O quando rivedo qualche clip del Festival di Sanremo: ha partecipato a 15 edizioni, mica scherzi. Impegnata in molte occasioni, very pop in altre. Sempre fedele a se stessa.

Da allora, per me, Milva è sempre regina. Una regina rossa: per i capelli e per tante altre ragioni.

Milva canta ‘Alexanderplatz’ a Berlino Est, davanti alla Porta di Brandeburgo (1990)

Dalla fermata del tram alla presidenza della Rai. Le molte vite di Paolo Grassi

Due sono le fermate d’autobus rimaste nella storia. Una è quella dove Marilyn Monroe, costretta ad aspettare, finisce con l’innamorarsi di un cowboy esperto nel maneggiare il lazo (Bus stop, 1956).

L’altra è quella di corso Buenos Aires angolo via Petrella, a Milano. È qui che in una rigida giornata dell’inverno 1936, un giovane di nemmeno diciott’anni, Paolo Grassi, si rivolge a un sedicenne in attesa del tram numero 6.

“Senta, io la vedo sempre a teatro, evidentemente è una sua passione. Tanto vale che io mi presenti, che ci conosciamo e che ci frequentiamo, visto che abbiamo in comune questo amore. Io mi chiamo Paolo Grassi“. 

Io Giorgio Strehler” risponde l’altro. Così almeno l’hanno raccontata sempre i diretti interessati.

Al di qua della mitologia

Su quell’incontro e sulle sue conseguenze, la storiografia del teatro italiano ha costruito una mitologia. Si sviluppava là, all’incrocio con via Petrella, il germe di ciò che dieci anni dopo, con la fondazione del Piccolo Teatro della Città di Milano, e ancora oggi, in Italia, si chiamerà teatro pubblico.

Ritrovo l’episodio, narrato nel libro che si intitola Paolo Grassi. Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione, che Fabio Francione ha curato per Skira Editore (272 pp., 25 euro) e che racconta uno dei fondatori del Piccolo Teatro. Così come fa – in parallelo – la mostra con lo stesso titolo (e sempre curata da Francione, assieme alla figlia di Grassi, Francesca) che si può visitare fino al 24 marzo a Palazzo Reale, a Milano.

Il libro va letto con attenzione e la mostra visitata lentamente, da chi si occupa adesso di teatro, in Italia. Spiego perché. O perlomeno giustifico una personale opinione.

Le ricorrenze, gli anniversari, centenari o decennali che siano, mi incutono sempre diffidenza. In occasioni simili, si può fare ben poco per evitare la celebrazione, peggio: l’encomio. Ho faticato molto, quando mi sono occupato, in due anniversari, di Giorgio Strehler, per evitare la solita formula. Quella che dice quant’era bravo, quant’era talentuoso, quanto era geniale e rivoluzionario quell’uomo. Mi pareva più utile che la ricorrenza aprisse la porta a questioni, problemi, magari a dubbi.

Grassi al Piccolo

Elegante, versatile, tracotante

Occuparsi di Paolo Grassi (1919 – 1981) è diverso. Grassi è stato il lato raziocinante del Piccolo Teatro. Strehler quello sensitivo, appassionato. Di Grassi non è possibile dire quant’era geniale, talentuoso. Di lui vanno conosciute, riconosciute e ammirate la determinazione e la perseveranza. Aggiungerei, la tenacia.

“Il suo congedo alla vita fu inaspettato”, scrive Francione nel volume. “La morte lo colse all’età di sessantuno anni. Aveva vissuto tre, forse quattro vite; forse aveva ancora molto da dare […] L’eleganza innata, la versatilità oratoria al pari della tracotante difesa delle sue idee e dell’ingombrante presenza per quarant’anni sulla scena culturale italiana, ne fanno uno dei protagonisti del XX secolo”. Verissimo.

Bertolt Brecht e Paolo Grassi sul palcoscenico del Piccolo (1956)

Meno mitologici degli anni passati nella plancia del Piccolo Teatro a tracciare le rotte della più importante istituzione italiana di prosa (1947-1972), ma ugualmente significativi, sono gli anni trascorsi da Grassi come sovraintendente del Teatro alla Scala (1972-1977) e quelli che lo videro poi alla presidenza della Rai (1977-1980).

A lato di queste già complesse tre vite, e di una probabile aspirazione a una quarta, come Ministro dello Spettacolo, c’è il suo importante lavoro di diffusione della cultura teatrale realizzato attraverso i libri e i giornali. Dagli aurorali impegni di critico militante per le riviste che durante il Fascismo, e subito dopo, tennero alta la riflessione culturale in Italia, alla curatela di collane per editori come Rosa e Ballo, Einaudi (dove con Gerardo Guerrieri diresse il più importante progetto teatrale di sempre, la Collezione di Teatro), poi per Cappelli ed Electa.

Poeta dell’organizzazione

Tutto ciò si legge bene nel volume e si vede documentato nella mostra, la quale a differenza di quelle dedicate agli artisti (a Strehler, ad esempio) non può esporre pezzi che strappano l’ammirazione, né fotografie-capolavoro, o cimeli da Wunderkammer.

I documenti di un poeta dell’organizzazione, consistono invece in centinaia di lettere, scritti programmatici, manifesti e appunti, fotografie ufficiali e d’occasione: il quotidiano lavoro di chi tesse la rete su cui poi si appoggeranno gli spettacoli, gli eventi.

Grassi e la regina Elisabetta II al Covent Garden di Londra per la tournée della Scala (1976)

Dall’Archivio Storico del Piccolo Teatro, da quello della Scala, da quello a lui intitolato a Martina Franca in Puglia, e da epistolari e rassegne stampa, proviene dunque la grossa parte dei materiali esposti nella mostra. Anche se certi angoli d’atmosfera – uno per esempio con il televisore anni ’60 (funzionante, e appartenuto nientemeno che a Giovanni Testori) e due poltroncine del ’53, firmate Giò Ponti – riscaldano il contenuto documentario e rievocano un tempo.

Ugualmente, passeggiando attraverso le stanze di Palazzo Reale nelle quali la mostra si sviluppa, una domanda è tornata ad alimentare la mia diffidenza per gli anniversari.

Che cosa imparare da Grassi?

Mi chiedevo che cosa resta, oggi, del lavoro culturale di Grassi. Cosa possiamo imparare da lui? Alla domanda era stato più facile rispondere quando avevo davanti l’eredità artistica di Strehler, essendo quella modalità di regia, la regia critica, quasi completamente estinta.

Un giovane Patrice Chéreau (a sinistra), Tankred Dort e Paolo Grassi (1970)

La battaglia per una nuova cultura è qualcosa che invece non si esaurisce, rilanciata ad ogni nuovo decennio, con nuove parole d’ordine e nuove strategie. Se si scorrono quelle fotografie, quei ritagli di giornale e quelle lettere in copia su carta velina, in altre parole i quattro decenni dell’ingombrante presenza di Grassi sulla scena culturale italiana, ciò che resta costante è la ricerca e l’allargamento dell’arte (dello spettacolo, ma non solo) a un pubblico nuovo ogni volta. Il leit motiv di una vita. A cominciare dalle origini del Piccolo, quando fu lui a darsi da fare perché in sala ci fossero anche “operai […] nel loro abito blu della domenica, con le mogli col vestito bello, ancora timidamente in quella che presto avrebbero cominciato a considerare casa loro“.

Nel tempo dell’Audience Development

Arte sempre più inclusiva, si direbbe oggi, nel tempo dell’Audience Development (che vuol dire allargamento ed coinvolgimento degli spettatori). 

A voler semplificare le cose, si può dire anche che la lezione di Grassi, risulta oggi molto più longeva di quella strehleriana. Se non altro perché fu Grassi (“immodestamente, un poeta dell’organizzazione“) a dare contenuti e forme a una professione che l’Italia ancora non conosceva (altra cosa erano gli impresari) e per lui si spesero le prime etichette di manager della cultura. Così che il suo segno, a saperlo cogliere, si prolunga in un presente in cui la crisi dell’audience dello spettacolo dal vivo, richiederebbe strategie all’altezza di quelle che Grassi applicò prima al Piccolo, poi alla Scala, e infine alla Rai. Dove il varo della terza rete, quella della Cultura appunto, fu un merito suo. Mentre del segno di Strehler rimangono oggi quasi soltanto i preziosi monumenti. Alcuni peraltro in ottimo stato di conservazione, come l’Arlecchino, ma comunque “cimeli”.

Giorgio Strehler, Lorin Maazel, Paolo Grassi, Nina Vinchi (1980)

Molto più che segretaria, molto più che moglie

Non ho citato una sola volta, in queste riflessioni, il nome di Nina Vinchi. Segretaria del Piccolo come lei volle sempre definirsi. In realtà, il suo ruolo fin dalla fondazione fu molto diverso, molto più di quanto quella definizione potrebbe implicare. Di fatto, con Grassi e Strehler, fu la fondatrice. E fu l’ago della bilancia tra il pragmatismo veemente dell’uno e l’egocentrismo passionale dell’altro. Molte cose le decise lei, insieme a loro naturalmente. Il valore e il significato del matrimonio, che tardivamente la strinse a Grassi, nel 1978, andrebbero rivisti, grazie anche a questa mostra e alle sue immagini, pur centrate sul marito. Ma quello di Nina Vinchi è un profilo, e un tema, di cui si occuperà Giuseppina Carutti in un volume di prossima pubblicazione, in ottobre. E che attendo con impazienza.

Paolo Grassi – … senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione… (Centenario 1919 – 1981)
Milano, Palazzo Reale, fino al 24.3.2019
(a cura di Fabio Francione)

Le sezioni
Prologo autobiografico e album familiare
1. Costruzione di un progetto. Paolo Grassi prima di Paolo Grassi (1936-1946)
2. Al Piccolo Teatro con Giorgio, Nina e gli altri (1947-1967)
2.bis Un teatro fuori le mura. La direzione solitaria (1968-1972)
3. L’opera alla prova dei media e della comunicazione. Gli anni al Teatro alla Scala (1972-1977)
4. Un riformista alla Presidenza della Rai (1977-1980)
5. Una passione trasversale: l’editoria (1942-1981)