Pasolini nudo e l’ostinazione del vero

Nell’ottobre del 1975, qualche settimana prima della tragica notte all’Idroscalo, Pier Paolo Pasolini commissionò al fotografo Dino Prediali una serie di fotografie che lo ritraevano nudo. “Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto“.

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph. Dino Previali

Da quel servizio fotografico, 78 immagini, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto accompagnare la pubblicazione di Petrolio, ma soprattutto da una serie di articoli che tra il 1968 e il 1970 Pasolini aveva scritto per la sua rubrica, intitolata Il caos, sul settimanale Tempo, è partito il lavoro di Diana Höbel, ideatrice, autrice, attrice.

Il suo Pasolini – il Caos contro il Terrore, prodotto da La Contrada si replica fino a domani sera al Teatro dei Fabbri, a Trieste.

Teatro come incenso. Pagine corsare

Lavoro documentario, ma al tempo stesso molto personale, in cui Höbel riprende in mano quegli articoli, per forza di cose corsari, e li rilegge alla luce del presente. Meglio: alla luce della presenza di Pasolini nel presente. Sollecitata, anzi parecchio contrariata, dalla mole di materiali e dall’incenso che lo scorso anno (il centenario della nascita) hanno santificato, mercificato, definitivamente consumato PPP.

Proprio lui, pubblica accusa in tutti i processi, passati e presenti, al consumismo.

Pier Paolo Pasolini - immagine di Paolo Cervi Kervischer
PPP – immagine di Paolo Cervi Kervischer

L’orticaria

Chi segue questo blog, probabilmente sa quante volte la celebrazione teatrale di anniversari e ricorrenze mi abbia procurato l’orticaria. Niente di più noioso, fastidioso, mercantile, a volte repellente, degli spettacoli che negli scorsi anni hanno festeggiato i cento, duecento, mille anni, dalla nascita o dalla morte di Leonardo Da Vinci, Primo Levi, Dante Alighieri, Pier Paolo Pasolini. Per non parlare della prima guerra mondiale e dell’attuale revival di Italo Calvino (nato il 15 ottobre del 1923). Poi, “passato il santo, passata la festa”.

Per fortuna, mia e sua, la riflessione di Diana Höbel arriva adesso fuori tempo massimo (Pasolini era nato nel marzo del 1922) e fin da principio si intuisce che non siamo di fronte a uno spettacolo d’occasione. Sembra piuttosto essere nato da una convinzione.

Convinzione come quella che l’aveva spinta, anni fa, a scrivere e portare in scena un testo sulla Ferriera di Servola, a Trieste (l’altoforno ora dismesso e in parte demolito). Allestimento molto documentato anche quello, appassionato e avvincente. Al quale era seguito un mio commento, che per molti mesi è stato uno tra gli articoli più letti di questo blog.

Sai chi era Pasolini? No

Bisogna ora risalire a un anno fa, quando Höbel viene chiamata in una scuola superiore per tenere un laboratorio teatrale su PPP, indirizzato agli studenti del quinto anno. Maturandi. Cinque gli iscritti: quattro ragazze, un ragazzo. “Conoscete Pasolini?”. “No”. “Sapete cosa è stato il Sessantotto?”. “No”.

Non è davvero il caso di indulgere al piagnisteo sulla perdita della memoria nazionale. Anzi, della memoria tout court.

Semmai, bisogna rimboccarsi le maniche. Dare agli adolescenti, alla generazione Z (i nati nei primi dieci anni del 2000), l’opportunità di sapere e capire cos’è successo nell’ultimo cinquantennio. Cioè: qual è stata l’adolescenza dei loro genitori.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
immagine di Paolo Cervi Kervischer

Ma anche dare a noi stessi (i loro genitori,appunto, noi boomer) un’occasione per capire che cosa sia successo, che cosa abbia ribaltato irrevocabilmente la scala di valori su cui si fonda, in questi ragazzi, la percezione e la conoscenza del passato. Del passato prossimo soprattutto.

Il falso e il vero delle nostre vite

Höbel è molto brava nel mettere assieme tutti i materiali che sono necessari per ricostruire il quadro. Ha fatto ricerche, ha riletto libri, ha scavato dentro Google e YouTube, ha sfruttato genialmente i prestiti bibliotecari. 

È stata brava anche sul piano didattico. Ha fatto vedere ai ragazzi il film Teorema (1968). E quelli, senza aver mai incrociato e pronunciato le parole contestazione, alienazione, conflitto di classe, hanno capito quasi tutto.

Chi è il misterioso visitatore (“Arrivo domani”) che in Teorema mette fine al monotono vivere borghese di una famiglia? (ndr: e che famiglia! Silvana Mangano, Laura Betti, Massimo Girotti, Adele Cambria, l’ospite è interpretato da Terence Stamp e c’è pure il poeta Alfonso Gatto).

L’ospite è Dio, lo capiscono presto i ragazzi, istradati anche dalla musica di Ennio Morricone. Il Dio che in nome del Vero, mette a nudo il vuoto ordinario di quella ricca famiglia borghese e cambia e distrugge. Il Dio che “rivela la falsità della loro precedente vita” .

Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema
Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema

Non solo Teorema. Lo spettacolo di Höbel mette in fila molti dei punti più importanti del Pasolini corsaro: dai processi per oscenità al caso Braibanti, dalla poesia in difesa dei poliziotti a Valle Giulia – “Vi odio, cari studenti…” titolava L’Espresso – fino alla complessa vicenda che coinvolge Montedison, Enrico Mattei, Eugenio Cefis e la stesura di Petrolio, pubblicato poi postumo nel 1992.

Il testo intercetta i pensieri e gli scritti di Enzo Biagi, Rossana Rossanda, Elsa Morante, Franco Fortini, Maria Antonietta Macciocchi, Elvio Facchinelli. Lo spettacolo collega poi quelle figure e quei punti con grandi archi, tornando a sottolineare più volte, sempre, come alla base del lavoro di Pasolini ci sia sempre la ricerca del vero, l’ostinazione e l’ossessione del vero.

Della nuda verità, così come nudo, esposto, alla fine è lui nelle fotografie di Prediali (l’ultima viene scattata pochi giorni prima della notte del 2 novembre 1975).

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph Dino Previali

Alle spalle della perfomer

Per Pasolini – il Caos contro il Terrore si dovrebbe parlare di un formato reading. Ma il commento musicale e sonoro che, alle spalle della performer, viene via via costruito dalla chitarra e dal live electronics del duo Baby Gelido (Daniele e Stefano Mastronuzzi) dà un atmosfera e spessore all’allestimento. Che utilizza pure gli acquarelli di Paolo Cervi Kervischer, i quali restituiscono, per evocazione, il teso spirito del tempo.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
Gli scontri a Villa Giulia – immagine di Paolo Cervi Kervischer

È un lavoro, questo, che certo guarda indietro. Ma ha come principale riferimento il presente, e gli adolescenti: la generazione Z, che quel passato ignora. A torto, oppure a ragione.

I pericoli di IA

Dico a ragione e aggiungo una mia riflessione. Al posto di demonizzare le intelligenze artificiali (e il loro agente segreto oggi più famoso Chat GPT), al posto di strapparsi i capelli di fronte ai rischi impliciti nel metaverso, nella post-verità, nel trans-umanesimo, non sarebbe più utile e efficace analizzare e capire quel che succede. A noi, nati nel 1900. A loro nati nel 2000. Potremmo scoprire, per esempio, che la Verità sta perdendo il ruolo di valore cardine. Pericoloso?

Chi lo sa. Per Socrate e poi per Platone l’invenzione della scrittura era sospetta, pericolosa, velenosa. Per la Chiesa di Roma, l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente libera interpretazione della Bibbia erano temibili. Pericolosissime. Sappiamo ciò che è successo dopo. E quanto siamo in debito oggi con la scrittura e la stampa. Ma ci sono voluti cinque secoli e la sociologia per capire che cosa abbia veramente significato la nascita della Galassia Gutenberg e del’homo tipographicus

Oggi ce la vediamo con il digitale. E non c’è forse bisogno di ripetere che le grandi rivoluzioni, i salti senza ritorno nella storia dell’umanità, dipendono dall’evoluzione delle tecnologie.

Pasolini, nel secolo scorso, puntava il dito contro il capitalismo tecnocratico. Oggi il capitalismo è un altro, ma l’attuale tecnocrazia andrebbe capita, studiata, analizzata, criticata. Non con le chiacchiere su Facebook e altri social, ma a fondo. Come faceva Pasolini con il Sessantotto. Nel Sessantotto.

Diana Höbel - locandina spettacolo
Diana Höbel

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PASOLINI. IL CAOS CONTRO IL TERRORE
di e con Diana Höbel
musiche originali dal vivo dei Baby Gelido – Daniele e Stefano Mastronuzzi
produzione La Contrada Teatro stabile di Trieste
al Teatro dei Fabbri – Trieste, fino a sabato 28 ottobre 2023 (ore 20.30)

Angélica Liddell Caridad. I loro crimini, il nostro perdono

Non la fede, non la speranza, ma la carità: l’ultima delle virtù. Caridad si intitola la più recente creazione di Angélica Liddell. Ha debuttato lo scorso autunno al festival Temporada Alta di Girona e adesso è stata ospite per due serate all’Arena del Sole di Bologna, per Ert Fondazione che ne è anche co-produttore. Un’altra fra quelle opere estreme a cui l’artista spagnola ha abituato i pubblici di tutta Europa. 

Caridad di Angélica Liddell
Caridad di Angélica Liddell

You are my destiny

Al proprio destino non si sfugge. O perlomeno alla propria indole. Angélica Liddell flirta con la morte da quando era bambina e trascorreva la giornate in un collegio di suore. È un rosario l’elenco dei titoli dei suoi lavori – sia quelli pensati per la scena sia quelli di letteratura – che alla morte inesorabilmente ritornano.

Un assillo. Un’ossessione. Come quei crocifissi lugubri e maestosi, quelle deposizioni, quelle torture e quei martiri, che ornano le oscurità delle cattedrali di Spagna, tra fumo di candele e cera di rose. La morte come habitat

Basta sfogliare i titoli, le copertine, i manifesti delle sue opere, anche quelle più premiate: Greta vuole suicidarsi, Suicidio d’amore per un defunto sconosciuto, Cane morto in tintoria. Oppure Liebestod, che equivale a morir d’amore, e abbiamo potuto vedere lo scorso anno, proprio qui a Bologna.

Ritratto di Angélica Liddell
Angélica Liddel, ritratto

Sangue e arena

Angélica Liddell è però cambiata da quando si infliggeva sofferenze taglienti e sanguinava davanti ai nostro occhi (Ti renderò invincibile con la mia sconfitta). Da quando percuoteva con sassi le proprie parti intime rivendicando il diritto alla sterilità (Lesioni incompatibili con la vita). Da quando fotografava le proprie depressioni e le notti trascorse in vuote stanze d’albergo (fino a qualche anno fa esisteva in rete la galleria di questi autoritratti, in un sito oramai defunto) .

Oggi, più vicina ai sessantanni, contempla la morte da una certa distanza. La giusta distanza di chi è ancora vivo. E del morire apprezza soprattutto il valore estetico. O estatico. La bellezza ultima e irripetibile. E la esibisce in grande formato.

In Liebestod, la sua dichiarazione d’amore per il toreador Juan Belmonte, 50 trafitture e un finale suicida, diventava uno spettacolo maestoso, con i quarti di bue (idealmente, di toro) appesi ai ganci nel bel mezzo del palcoscenico. Bellissimi. Non per tutti, ovviamente.

Liebestod di Angélica Liddell
Liebestod di Angélica Liddell

Chi inventò la ghigliottina?

Di quello spettacolo del 2021, Caridad è adesso il proseguimento ideale. Sottotitolo: un’approssimazione alla pena di morte divisa in nove capitoli. Però la frenesia e l’odore del sangue che allora mi avevano colpito come banderillas infilate nella carne, qui non ci sono.

Caridad è un trattato, una dissertazione lucida sul vivere, o meglio sul morire. Una creazione didattica, una collezione di citazioni e exempla.

Tanto per dire: nel sesto dei nove capitoli, a un gruppo di bambini in scena, visitatori di un qualche Museo delle Atrocità, viene spiegata per filo e per segno la storia della ghigliottina. I piccoli, senza stupore alcuno, apprendono che fu un fabbricante di clavicembali a inventarla e che il suo utilizzo celebrava un sacrosanto principio di uguaglianza umana. La lama non guarda in faccia nessuno.

Vengono inoltre informati in dettaglio su come una ghigliottina funziona. E chissà se un brivido mi percorre mentre immagino che ai piccolini piacerebbe anche sperimentarlo, quel marchingegno. Su un bambolotto, beninteso.

Caridad di Angélica Liddell
Caridad di Angélica Liddell

Gli organi del pudore e dell’orrore

Chissà poi se, dal camerino dietro la scena, sempre loro, riescono a sentire il Capitolo Sette. Nel quale si racconta la storia di Gilles de Rais, condottiero francese famoso per essere stato compagno d’armi di Giovanna d’Arco. Ma più famoso ancora per la efferatezza con cui rapiva, sodomizzava, torturava, uccideva e squartava le sue piccole vittime. Per diventare, nell’immaginario popolare, il precursore di Barbablù.

A Liddell piace insomma toccare i settori più delicati della nostra sensibilità, i nostri tabù, gli organi del pudore e dell’orrore. E in questo sta il potere magnetico dei suoi spettacoli

Non occorre essere letterati per intuire, dietro al raccapricciante racconto, la devozione dell’artista spagnola per Georges Bataille (Il processo di Gilles de Rais) e Pier Paolo Pasolini (Salò). Ma anche Hermann Nitsch e Marina Abramović sono riferimenti presenti. E poi, come costanti oggetti d’affezione, De Sade, Godard, persino il Beckett più crudele. Tutti citati.

In che modo tutto quell’orrore abbia che fare con il titolo Caridad si intuisce a poco a poco. Anche se fin dall’inizio Liddell ci aveva informati quanto sia stata impressionata osservando Caritas romana, un quadro di Rubens, e non solo.

Vi si vede Cimone, uomo anziano, colpevole, incarcerato, condannato a morire di fame, che viene però allattato, per carità, dalla figlia. Per quel gesto caritatevole, viene infine graziato. “L’arte può finalmente regnare al di sopra della legge” sostiene Angélica. Nome celestiale.

Pieter Paul Rubens, Caritas romana
Pieter Paul Rubens, Caritas romana (1612)

Io credo nell’innocenza delle azioni – dice – Osserva bene il peggiore degli assassini e vedrai un uomo innocente. (…) Credimi è una questione di sacrificio. Il giustiziato ci redime, che sia colpevole o innocente, tra l’altro, in quanto è sempre innocente. Questo implica anche l’accettazione totale della natura umana. (…) La nostra salute dipende dai condannati, dai criminali“. Nemmeno Jean Genet la metteva giù così bene.

Lei preferisce citare Matteo evangelista. “Signore, quante volte dovrò perdonare mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Matteo, 18, 21-22). Carità, perdono.

Caridad di Angélica Liddell
Caridad di Angélica Liddell

La caritas romana, quel gesto iconico di carità filiale, reso immortale da Rubens, Liddell lo riproduce tale e quale, ricordandoci nel frattempo che il latte oggi si ottiene con mungitrici meccaniche a controllo digitale, protagoniste del Capitolo Uno.

Così come protagoniste del Capitolo Due sono attrezzi per la pulizia dei pavimenti che accuratamente ripuliscono e igienizzano il palcoscenico, invaso da tutto quel latte versato. 

Pasolini forever

Non mancano altre riproduzioni dal vivo. Il famoso fotogramma del pasoliniano Fiore delle mille e una notte, in cui Ninetto Davoli tende un arco con freccia a forma di fallo dorato, e lo punta nell’ovvia direzione auspicata dalla sua amata, diventa anche esso un tableau vivant.

E prima e poi, poi in rapide carrellate: due schermidori paralimpici che duellano su sedie a rotelle, un coro di laringectomizzati che cantano, un uomo e un cane disabili con protesi per la deambulazione, un cinghiale impagliato, due alligatori finti, pecorelle vive. E fiori, fiori: rose rosse, calle bianche, rami d’ulivo.

Caridad di Angélica Liddell
Caridad di Angélica Liddell

Per non parlare delle frequenti occasioni in cui il sesso (magari non esplicito, ma certo esplicitato) diventa occasione di scandalo, o morbosità, o imbarazzo, o ironia, o noia. A seconda del vissuto di ogni singolo spettatore.

Topics

Ed è a questo punto che mi viene in mente quanto l’estremismo di Liddell vada inquadrato in quel contesto di formule che si rincorrono nel contemporaneo teatro europeo occidentale. Registrati sotto l’etichetta del post-drammatico, mi sembra di rivedere tutti i topic che rendono allettanti le rappresentazioni agli occhi dei pubblici più avanzati d’oggi.

Bambini in scena. Testi proiettati sul fondale. Colonne sonore che alternano il barocco (preferibilmente Bach) e il pop (preferibilmente anni ’60). La presenza di animali, morti o vivi. L’esibizione di corpi non-normalizzati, feriti, amputati, spesso denudati. La minacciosa presenza di protesi e macchine. 

Tutto ciò in Caridad c’è.

Caridad di Angélica Liddell
Caridad di Angélica Liddell

E allora penso, non per la prima volta, che fare spettacolo oggi, circuitarlo nei i maggiori palcoscenici europei, diventare l’oggetto di desiderio di festival e manifestazioni, sia frutto di un equilibrio delicato tra originalità (e questo per Liddell non si discute) e i luoghi comuni di un teatro-merce, largamente apprezzato dal pubblico. 

Una bilancia accurata, in equilibrio, che da una parte invoca le ragioni alte e singolari dell’artista (“Non mi interessa il contemporaneo, ma l’eterno“) e dall’altra sa quanto siano indispensabili, al seguito, un bravo manager e un bravo commercialista.

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Il testo di Caridad, nella traduzione di Silvia Lavinia, è pubblicato da Luca Sossella Editore nella collana Linea a cura di Debora Pietrobono e Sergio Lo Gatto.

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Angélica Liddell parla di Caridad:

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CARIDAD
testo, scene, costumi e regia Angélica Liddell
con David Abad, Yuri Ananiev, Federico Benvenuto, Nicolas Chevallier, Guillaume Costanza, Angélica Liddell, Borja López, Sindo Puche
coro di laringectomizzati Shout at Cancer: Guy Vandaele, Frank Meeus e Andrew Pett
scherma paralimpica Alex Prior (campione di Spagna in modalità sciabola) e Ayem Oskoz
luci La Cía de la Luz (Pablo R. Seoane)
paesaggio sonoro Antonio Navarro
traduzione sovratitoli in italiano Silvia Lavina
produzione Iaquinandi S.L, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Festival Temporada Alta Girona, CDN Orleans Centre Val de Loire, Teatros del Canal Madrid

Pasolini mission impossible. 2) Pilade

Due giorni fa ho scritto un post su Comizi d’amore. Oggi è la volta di Pilade. Tanto per dire quanto – secondo me – il teatro di Pier Paolo Pasolini non si possa redimere dal suo tempo. Nonostante un anno di celebrazioni e ripetizioni dello stesso, consumato mantra. Che ne farebbe un nostro contemporaneo.

Pilade - Emilia Romagna Teatro Fondazione
Pilade – regia Giorgina Pi (2023) – ph Guido Mencari

Non era cosa sua…

Lo giuro. Ci ho provato per anni a farmelo piacere. A leggere e ascoltare di chi ne sapeva più di me. Ad andare a vedere chi lo metteva in scena. Niente. Non c’è stato verso. 

Valoroso regista di cinema, Pier Paolo Pasolini. Chi potrebbe negarlo. Intellettuale lucido. Certo. Spregiudicato opinionista. Ma il teatro proprio no, non era cosa sua. Eppure…

Lo dico dopo che un’ennesima accensione di buona volontà mi ha portato ad assistere a Pilade, all’Arena del Sole a Bologna. Città nella quale peraltro Pasolini era nato, 101 anni fa. Non in Friuli come pensano e scrivono molti. 

Pilade è uno dei sei testi, “le tragedie borghesi” che Pasolini, a letto, convalescente per un’ulcera, scrive in una manciata di mesi, attorno al 1966, e poi variamente rimette a posto, fino alle soglie del 1974. Orgia, Bestia da stile, Pilade, Porcile, Affabulazione, Calderon.

Lui stesso aveva provato a portarne in scena una (Orgia, nel 1968) con esiti – dice chi l’ha vista – disastrosi. Pilade invece, soprattutto per l’impegno dell’autore in una inedita reinvenzione del mito, è sicuramente quella che ha conosciuto più allestimenti.

Pilade - Luca Ronconi - Teatro Stabile Torino
Pilade – regia Luca Ronconi (1993) – ph Marcello Norberth

Come devi immaginarmi

La nuova occasione bolognese viene dal progetto che Valter Malosti (direttore di Ert – Emilia Romagna Teatro fondazione) e Giovanni Agosti si sono proposti di varare, in coda a 12 mesi di reiterate celebrazioni pasoliniane in tutta Italia (i 100 anni dalla nascita), che parevano dover concludersi a dicembre. 

Invece sarà fino a maggio 2023 che le sei tragedie verranno riproposte al pubblico, affidate a una serie di registi e di interpreti, che si sono affermati sulla scena italiana in tempi recentissimi. In modo che lo scarto generazionale possa “fornire una risposta alla attualità inesausta delle sua lezione etica e politica“. Così almeno sta scritto nella presentazione. 

Il titolo del progetto è “Come devi immaginarmi”. L’intenzione dovrebbe essere appunto quella di ri-immaginarlo, e di scavalcare una lettura scolastica e logora del Pasolini etichettato ancora oggi come corsaro cantore di scomparse lucciole. 

Pilade - Emilia Romagna Teatro Fondazione
Aurora Peres è Elettra – ph Guido Mencari

Affrontare Pilade

Lo giuro, di nuovo. Prima di affrontarlo, Pilade me lo sono ristudiato, forte del poderoso volume che i Meridiani Mondadori hanno dedicato al teatro pasoliniano, e degli indispensabili contributi saggistici sviluppati in almeno due decenni da Stefano Casi.

Mi sono pure letto, con attenzione, le note scritte per lo spettacolo dal dramaturg Massimo Fusillo e quelle di Giorgina Pi, che ne è regista. Di lei avevo apprezzato molto, tre anni fa, la scelta di lavorare su un’altra re-invenzione del mito, Tiresias, nella scrittura rap e poetica di Kae Tempest. Che ci fosse ancora lei a lavorare su Pilade, immaginaria prosecuzione dell’Orestea di Eschilo, ci poteva stare.

A Bologna sono davvero arrivato senza pregiudizi. Eppure… anche in questo caso il teatro di Pasolini mi è precipitato addosso. E continua a farmi pensare che meglio è lasciarlo al suo posto, quell’esperimento fatto in tempo di ulcera, in quei formidabili anni Sessanta, quando politica e scrittura d’arte si fronteggiavano in una lotta corpo a corpo, quando consegnare al teatro una profezia civile era probabilmente possibile.

Pilade - Emilia Romagna Teatro Fondazione
Gabriele Portoghese e Valentino Mannias sono Oreste e Pilade – ph Guido Mencari

Narcisismo

Anche se il Manifesto per un Nuovo Teatro (la sua ambiziosa proposta di un Teatro di Parola) era già fuori dal tempo. Anche se era già insopportabile il suo narcisismo. Luca Ronconi spiegava con un guizzo ironico che a Pasolini a piaceva molto “pisciare nel contenitore del personaggio qualcosa di se stesso, che con il personaggio, in quel momento, non ha nulla a che vedere”.

E proprio su Pilade, a Torino, nel 1993, Ronconi ci aveva passato parecchi mesi. E ricordo che nemmeno Antonio Latella in una dismessa fabbrica di pneumatici (2002), nemmeno Archivio Zeta (2015) al cimitero germanico della Futa, ne avevano tirato fuori qualcosa di memorabile.

Anche stavolta, a dispetto delle buone intenzioni che Giorgina Pi e i suoi attori ci mettono, Pilade resta – a mio modo di vedere almeno – un reperto, un po’ mummificato persino, delle speranze e dei tradimenti di quella Storia: un testo inattuale, in certi passaggi poco comprensibile. Francamente tedioso. La verbosità, l’insistenza della disputa e della dialettica, la smania profetica, a teatro procurano ampi sbadigli. A tutti. 

Anche se ci si sforza di trasformare operai, studenti, contadini, rivoluzionari, che popolavano allora quel paesaggio, in un’umanità africana, migrante, mutante, di adesso. 

Anche se la scenografia di bidoni arrugginiti, carcasse d’auto, roulotte di nomadi o prostitute, strizza l’occhio alle ristrutturazioni che degli stessi miti ha fatto Milo Rau. 

Pilade - Emilia Romagna Teatro Fondazione
ph Guido Mencari

Il quale aveva portato in scena qualche anno fa, non già il teatro di Pasolini, ma Salò, o le 120 giornate di Sodoma. “Soprattutto – aveva detto il regista svizzero – mi interessa il carattere ibrido della sua arte. Per un verso è molto popolare, per un altro possiede una pendenza intellettuale e politica molto potente”.

I dubbi di Pilade

E scusate se mi è venuto da ridere, pensando a un Pasolini “molto popolare”, sentire Atena (la bella Sylvia De Fanti, tacco 12, acconciatura intrigante, un po’ Giuni Russo prima maniera) mentre rimprovera il dubbioso Pilade (bravo e convincente Valentino Mannias, e sempre bravo Gabriele Portoghese che fa Oreste). A lui, e a noi, l’elegante Atena spiffera che “Ogni euristica è consolatoria“. Chiaro, no? Anche no.

Pilade - Emilia Romagna Teatro Fondazione
ph Guido Mencari

Altro che popolo: il Pasolini del teatro si rivolge (si rivolgeva anzi) a una ristretta élite intellettuale, “i gruppi avanzati della borghesia“. Lo diceva lui stesso nel Manifesto. Tutta gente studiatissima, i soli che forse potevano capirlo nell’Italia del boom e delle Fiat Seicento. Elite di cui oggi non c’è nemmeno l’ombra. Nemmeno nella dotta, giovane, fluida, prismatica, teatrante Bologna. Figurarsi altrove.

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PILADE 
di Pier Paolo Pasolini
uno spettacolo di Bluemotion
regia, scene, videoGiorgina Pi
con Anter Abdow Mohamud, Sylvia De Fanti, Nicole De Leo, Nico Guerzoni, Valentino Mannias, Cristina Parku, Aurora Peres, Laura Pizzirani, Gabriele Portoghese
e con Yakub Doud Kamis, Laura Emguro Youpa Ghyslaine, Hamed Fofana, Géraldine Florette Makeu Youpa, Abram Tesfai

dramaturg Massimo Fusillo
ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
musica e cura del suono Cristiano De Fabritiis – Valerio Vigliar
disegno luci Andrea Gallo
costumi Sandra Cardini

produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova
in collaborazione con Angelo Mai e Bluemotion

Pasolinisti di tutto il mondo unitevi. Condemi e Portoghese sono all’opera

FESTIL è il festival estivo di teatro, musica, drammaturgia che si svolge sull’alto litorale adriatico, tra Italia e Slovenia. Uno degli appuntamenti previsti quest’anno a Trieste, al Politeama Rossetti, era Questo è il tempo in cui attendo la grazia, lo spettacolo che il regista Fabio Condemi e il perfomer Gabriele Portoghese hanno dedicato alle scritture di Pier Paolo Pasolini per i suoi film.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Condemi Portoghese
Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski)

Un po’ di malavoglia, ma ci sono andato. Inesorabile, l’effetto anniversario si fa sentire. Pier Paolo Pasolini era nato del marzo del 1922, cent’anni fa, e quest’anno colonizzerà e deborderà tra le offerte di spettacolo, di cultura, di sottocultura. In prosa e in musica. Con i suoi articoli polemici e con i versi della sua poesia.

Gli anniversari – devo averlo già scritto altre volte – a teatro producono per lo più risultati superficiali e noiosi. Si fanno cose, perché si pensa che bisogna farle.

Un po’ di malavoglia, ma ci sono andato. Mi sono detto: Fabio Condemi è un regista giovane, intuitivo, originale, mi piace. Ho visto la sua Filosofia nel Boudoir, mi ha colpito. Gabriele Portoghese è un attore che stimo, ha un piglio che ti fa rimanere attaccato con gli occhi e con le orecchie alla scena. Agli Ubu, lo scorso anno lo avevo votato come miglior attore italiano per il monologo Tiresias, da Kae Tempest. 

Che lavorassero di nuovo assieme, come fanno da anni, mi pareva una bella cosa. Peccato solo che avessero scelto Pasolini, interesse già coltivato da entrambi. Peccato l’odore di anniversario, pensavo. Peccato tuffarsi nel solito santino, supponevo. Peccato pensare a lui, come sempre, veggente e vittima di un’Italia moderna, fascio-borghese, omologatrice, consumista, quando già il fascismo non c’era più e il consumismo equivaleva a un benessere diffuso.

Gabriele Portoghese in Questo è il tempo in cui attendo la grazia -
(ph Claudia Pajewski)

Invece no

Invece no. Mi sbagliavo. Questo è il tempo in cui attendo la grazia (è il titolo ed è anche un verso di Pasolini) mi è piaciuto. Molto. Si distacca da tutta la retorica su Pasolini che in questo ultimo decennio mi è capitato di osservare. 

Per Condemi e Portoghese, Pier Paolo Pasolini non è il “poeta friulano” della solita tiritera. Non è l’ “intellettuale eretico“, che mette a nudo i fascismi del Paese democristiano e denuncia la scomparsa delle lucciole. Non è, per fortuna, neanche quel redentore del teatro italiano che non è stato. È uno scrittore.

Lo dimostrano, non tanto i romanzi, figli del tempo neorealista, ma le sceneggiature. Non i film, proprio le sceneggiature, che Pasolini scrive e fanno da guida ai suoi titoli più famosi. Edipo re, Medea, Il fiore delle Mille e una notte, ecc, ecc, ecc…

Provengono da questa letteratura – le sceneggiature sono anche letteratura – le pagine che regista e interprete hanno scelto di portare sulla scena. In modo semplice, senza l’enfasi che si riserva ai padri e ai maestri, senza arzigogolate interpretazioni. Lasciando invece che le parole che precedono i film – i testi “per il cinema”, oggi raccolti in due Meridiani Mondadori – dispieghino davanti agli occhi e alle orecchie degli spettatori le immagini a cui il Pasolini regista pensava prima di mettersi davanti alla macchina da presa.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Gabriele Portoghese regia Fabio Condemi
(ph Claudia Pajewski)

Letteratura e un piccolo rettangolo di terra 

Per fare questo a loro due basta un piccolo rettangolo di terra, qualche pianta lacustre che svetta (e verrà poi sradicata), un proiettore per pellicole casalinghe, un pallone, il Meridiano Mondadori.

La voce capace di Gabriele Portoghese fa tutto il resto. 

Si apre sulle vedute iniziali pensate per Edipo re (a Sacile pensava Pasolini, e alla Livenza). Attraversa gli insegnamenti che il Centauro impartisce a Giasone bambino (in Medea, le scene dell’infanzia erano state girate nella laguna di Grado). Ci trasporta nelle strade e nei quartieri poveri del Cairo, con i volti e i corpi dei ragazzini che filmerà poi nel Fiore delle Mille e una notte. E ancora La ricotta, Sabaudia, la forma della città. O i film mai realizzati, come quello sulla vita di San Paolo.

Pier Paolo Pasolini - Roma, Gazometro
Pier Paolo Pasolini – Roma, Gazometro

Non importa se chi assiste a Questo è il tempo in cui attendo la grazia abbia visto o meno quei film. Se sì, è una rievocazione intensa, che stimola e ravviva la memoria, quella emotiva soprattutto. Se non li ha visti, quelle parole permettono all’immaginazione di inventare un film nuovo di zecca, una nuova visione virtuale, un sogno a occhi aperti, come fa sempre la letteratura (Calvino scrittore insegna).

Sul fondale, intanto, brevi video pensati da Fabio Cherstich, offrono suggerimenti, focalizzano l’attenzione. Un corso d’acqua, i canneti delle lagune, le gravi sassose di un fiume: paesaggi appena accennati, ma infinitamente pertinenti: il panorama, adesso, dell’infanzia pasoliniana di allora.

Pasolinisti, unitevi

“Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto” è la didascalia iniziale (come nella sequenza che chiude il Decameron), più che mai adattata questo lavoro. Il breve dialogo tra Ninetto Davoli e Sergio Citti, che chiude l’Edipo Re, è di conseguenza il finale.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Gabriele Portoghese regia Fabio Condemi
(ph Claudia Pajewski)

Questo è il tempo in cui attendo la grazia è stato pensato e allestito prima che scattassero le fanfare dell’anniversario pasoliniano (il progetto è di due anni fa). E in questa sua bella veste dimessa, anti-retorica rischia di mettere d’accordo tutti. I pasolinisti devoti sfegatati e i pasolinisti che nutrono dubbi sulla sua santità (come me). Direi che ce la fa, e bene.

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QUESTO È IL TEMPO IN CUI ATTENDO LA GRAZIA
da Pier Paolo Pasolini
drammaturgia e montaggio dei testi Fabio Condemi, Gabriele Portoghese
regia Fabio Condemi
con Gabriele Portoghese
drammaturgia dell’immagine Fabio Cherstich
filmati Igor Renzetti, Fabio Condemi
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro Verdi Pordenone, Teatro di Roma -Teatro Nazionale

[in cartellone a FESTIL- Festival estivo del Litorale, diretto da Alessandro Gilleri, Tommaso Tuzzoli, Katia Pegan] dal 18 giugno al 5 agosto 2022 – vedi qui il programma completo]

Pier Paolo Pasolini - Decameron
Pier Paolo Pasolini come Giotto, in Decameron

Tornano i turchi. Sono quelli di Pasolini

Oggi, domenica 10, alle 18.00, nella serie di appuntamenti ideati dai Teatri Stabili del Nord-Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Bolzano) per ovviare alla chiusura delle sale, viene presentato I Turcs tal Friûl, di Pier Paolo Pasolini, nella registrazione effettuata nel 1996 sull’aia dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, in Friuli.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Un temporale potente, di quelli estivi, li aveva convinti a desistere. Poi il cielo sopra Venezia si era rischiarato: un miracolo, un tramonto incredibile. Avevano allora lavorato di stracci e di asciugamani, così che noi spettatori ci potessimo accomodare sulle seggiole, in quel piccolo prato dell’Arsenale. In attesa dell’inizio dello spettacolo.

A un certo punto vedemmo arrivare, da lontano, lungo le mura di quel posto che era sempre servito ad armare guerre di mare, un piccolo plotone. Sembrava marciassero in fila, come minuscoli fanti : i turchi bellicosi. Era l’effetto della distanza. Via via che si avvicinavano capivamo che erano gli attori.

Venezia, Biennale Teatro 1995. Ci eravamo andati per I Turcs tal Friûl di Pier Paolo Pasolini. La regia era di Elio De Capitani, le musiche e i cori di Giovanna Marini.

In quel prato dell’Arsenale

Ricordo bene quella serata, giugno 1995, quando un miracolo atmosferico aveva fatto sì che lo spettacolo riuscisse ad andare in scena: un appuntamento speciale quell’anno alla Biennale. Elio e Giovanna erano tra coloro che si erano messi sotto, sudati, armati di asciugamani, per rendere di nuovo agibile quello spazio inedito.

Un miracolo atmosferico chiude anche i Turcs, che è la prima cosa scritta da Pier Paolo Pasolini per il teatro, a ventidue anni, nel maggio del 1944, in lingua friulana.

Nel finale – drammatico, doloroso – una tempesta di polvere si solleva dai campi e tiene lontani i Turchi, pronti a saccheggiare e distruggere un piccolo paese, uno dei tanti nella loro avanzata in Friuli. Poi succede il miracolo. Casarsa, settembre 1499: il paese è salvo.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Nel cortile della casa colonica

Ricordo bene anche un’altra serata. L’anno dopo, quegli stessi Turcs erano andati in scena nella grande corte di una casa colonica friulana – i Colonos appunto – a Villacaccia di Lestizza (UD), paese non troppo distante da Casarsa, il luogo mitico dell’infanzia pasoliniana. Ristrutturati e sede di iniziative culturali, l’edificio, il fienile le mura dei Colonos facevano da sfondo al teatro aurorale di Pasolini.

Più di quanto non fosse capitato a Venezia, il pubblico quella sera, era in perfetta sintonia con quella lingua, che l’autore, 50 anni prima, aveva reso ancora più antica. Filologia sentimentale, scrive Stefano Casi nel suo bel libro sui teatri di Pasolini. Quell’aia, nella campagna friulana, era il luogo esatto.

I Turcs e i tedeschi

Era infatti più facile, qui, vivere e raccontare la sovrapposizione storica che aveva spinto il giovane Pasolini, a cimentarsi con il teatro. Le invasioni turche nel Friuli del 1499 e gli eccidi e le devastazioni prodotte negli stessi luoghi dalle truppe di occupazione tedesca, nel 1944. Coincidenza di numeri e guerre.

I-Turcs-tal-Friul-pagina manoscritto
La preghiera. Manoscritto dei Turcs conservato nel Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia (Ud).

“Forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano” aveva precisato in una lettera di qualche anno dopo. Ritrovato a Casarsa, in una “mitica cassapanca”, il manoscritto era stato pubblicato solo nel 1976. E non fu difficile costruirci sopra una mitologia locale, che vedeva l’antica storia della famiglia Colussi (il nome della madre dello scrittore e regista) diventare una specie di profezia, come spesso si è fatto per la scrittura e il pensiero pasoliniano. Ma l’uccisione del fratello Guidalberto Pasolini (nel controverso episodio di scontro partigiano, alle malghe di Porzûs, febbraio ’45) è successivo alla stesura del testo ( il maggio ’44).

La meglio gioventù

L’allestimento dello spettacolo, nel 1995/96, aveva fatto sì che attorno a Giovanna Marini e a De Capitani si raccogliesse un gruppo entusiasta di giovani (e anche meno giovani) attori. Qualche anno dopo sarebbero diventati la meglio gioventù del teatro del Friuli Venezia Giulia. A sfogliare le immagini – frutto della sensibilità fotografica di Luca d’Agostino – si ritrovano molti dei protagonisti odierni, che la locandina più sotto svela. A guidarli, figura austera e antico volto, la bravura di Lucila Morlacchi.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

La visione stream dei Turcs tal Friûl (dalle ore 18.00 fino alle 24.00, sul sito e sulla pagina Facebook del Rossetti di Trieste) è uno dei tanti appuntamenti di Una stagione sul sofà, progetto di teatro nell’emergenza, ideato dagli Stabili del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e di Bolzano. Vi partecipa anche lo Stabile Sloveno di Trieste che sempre oggi domenica (alle ore 16.00 e per 48 ore) manda in video Zio Vanja con la regia di Ivica Buljan.

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I Turcs tal Friûl
di Pier Paolo Pasolini
regia Elio De Capitani
interpreti: Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini, Renato Rinaldi, Giovanni Visentin, Francesco Ursella, Angelo Battel, Aldo Baracchini, Claudio Moretti, Claudia Grimaz, Francesca Breschi, Tania Pividori, Sandra Cosatto, Ada De Logu, Claudia Mortali, Chiara Minca, Elena Molinari, Daniela Zorzini, Massimo Somaglino, Elvio Scruzzi, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, Stefano Rota, Monica Aguzzi, Giampaolo Andreutti, Franca Baracchini, Gabriele Benedetti, Marco Brollo, Antonio Cantarutti, Giancarlo Celant, Federico Corubolo, Massimo Furlano, Alessandro Gasparini, Andrea Orel, Maurizio Persello, Alessandro Quarta, Xavier Rebút, Enzo Tonini
scene Carlo Sala
costumi Carlo Sala
musiche e cori Giovanna Marini

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatridithalia e Biennale di Venezia