Klaus Michael Grüber: quel salto con l’asta nello stadio nazista

Per chi, come me, soffre per la disgrazia dei teatri chiusi, è un colpo di fortuna che si aprano invece i loro archivi.

Altre volte ho consigliato di tener d’occhio il sito della Schaubühne di Berlino, dai cui forzieri audiovisivi, saltano spesso fuori spettacoli che rimpiango di non aver visto.

Magari ero troppo giovane. Magari non avevo i soldi per arrivare fin là e per il biglietto. E comunque le lingue rappresentavano un problema. Il tedesco lo praticavo: però affrontare Hölderlin in lingua originale non era nelle mie possibilità, allora. Forse nemmeno adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Per tante ragioni dunque Winterreise diretto da Klaus Michael Grüber, nel 1977, nell’immensità dell’Olympiastadion di Berlino non l’ho visto. 

Ma da come me lo raccontava Franco Quadri – che in abiti da esploratore teatrale, negli anni Settanta, percorreva l’Europa in lungo e in largo – quello spettacolo era una pietra miliare del teatro della seconda metà del ‘900.

Un po’ come l’Orlando Furioso di Luca Ronconi. Come 1789 di Ariane Mnouchkine. Come La trilogia del rivedersi di Peter Stein. O la Lulu di Patrice Chéreau.

Klaus Michael Grüber (1941-2008)
Klaus Michael Grüber (1941-2008)

Nello stadio voluto da Hitler

Winterreise im Olympiastadion è un’originale riscrittura che Grüber (il regista tedesco compiva allora 36 anni) aveva creato a partire da Hyperion, romanzo epistolare di Johann Christian Hölderlin. Ma dalla dalla Grecia classica dell’originale, la vicenda veniva spostata nello scenario nazista e trionfalistico dello stadio di Berlino. Quello del 1936, di Jesse Owens, e di Leni Riefenstahl.

“Per tutto Il tempo – scriveva allora Franco Quadri – si vedranno accanto ai personaggi in scena, attori e spettatori della rappresentazione, autentici atleti esercitarsi al lancio del peso, al salto con l’asta, al tiro in porta, fino a coinvolgere in queste attività, per loro quotidiane, lo stesso Iperione che tra le peregrinazioni nei luoghi deputati delle tribune, veste metaforicamente il ruolo di decathleta olimpico, ritmando con l’ansimare della sua corsa a ostacoli il suo lamento di romantico viaggiatore”.

Insomma: un avvenimento, in quegli quegli anni. Poi ci siamo abituati: teatro negli stadi o in altri luoghi inconsueti: cave di sabbia, mattatoi, siti industriali, cittadine terremotate, spiagge e cime montane… E anche teatro e sport, come se fossero cugini. E un po’ lo sono.

Fosse quel che fosse, doveva essere strabiliante in quegli anni di piombo (Winterreise è anche uno spettacolo sul terrorismo e venne visto nel dicembre 1977) un allestimento per 800 spettatori per replica, là nell‘Olympiastadion che Hitler aveva fatto progettare per 110.000.

Volete anche voi dare un’occhiata? 

Quel monumento di un teatro di quasi cinquant’anni fa, tutto sommato è ancora contemporaneo. E si può facilmente rivedere adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Basta che seguiate questo link, che vi porta nel posto giusto: il cartellone online della Schaubühne berlinese. Però affrettatevi: Winterreise si può vedere fino alle ore 18.00 di mercoledì 27 gennaio.

In quel momento, il teatro di Lehniner Platz rinnoverà il cartellone online e allora potrete assaggiare qualcosa di davvero contemporaneo: una creazione della coreografa e regista argentina (e in realtà cosmopolita) Constanza Macras. Il titolo è Megalopolis.

Inutile dire che ve lo raccomando.

Se poi volete leggere qualcosa di più sulla Schaubühne, c’è anche questo post.

Qui Berlino, compagni. A voi, Italia. Passo e chiudo.

Nel giorno in cui la città festeggia i 30 anni dalla riunificazione tedesca, il regista Thomas Ostermeier porta in scena alla Schaubühne una commedia con presagi: Notte all’italiana (1930) di Ödön von Horváth

La strada sotto la mia finestra è interrotta. Lampeggianti blu. Auto e moto della polizia municipale di Berlino bloccano le intersezioni. Dopo pochi minuti, scortatissimo, passa il corteo delle limousine nere. Suppongo che si dirigano verso l’aeroporto, che è a pochi chilometri da qui. Con il loro carico prezioso. Quattro capi di stato: quello della Polonia, Andrzej Duda, quello ceco, Miloš Zeman, la slovacca Zuzana Caputová, e János Áder, l’ungherese.

I presidenti sovrani

Assieme a Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica tedesca, e a Frau Angela Merkel, i quattro capoccia del gruppo di Visegràd pochi minuti prima erano stati alla Porta di Brandeburgo, a complimentarsi reciprocamente per il trentennale della riunificazione tedesca, il 9 novembre 1989.

“Senza la voglia di libertà dei polacchi, degli ungheresi, dei cechi e degli slovacchi – ha detto Steinmeier – la rivoluzione pacifica nell’Europa dell’est e l’unità tedesca non sarebbero state possibili.”

Peccato fosse capitato il 9 novembre di 30 anni fa. Trenta, esattamente. Ora quelle stesse repubbliche rappresentano, anche per i tedeschi, la minaccia più consistente all’unità europea. Il fronte sovranista dell’Europa Centrale: il gruppo di Visegràd.

Certo, ci sarà pure Daniel Barenboim, alla stessa porta di Brandeburgo, ma un po’ più tardi, a innalzare verso il cielo le note della Nona di Beethoven che invita – come tutti sanno – alla fratellanza universale. Vale però la pena, nella giornata dei festeggiamenti, stare un po’ in guardia. E dopo aver imboccato Kurfürstendamm, i 3 chilometri e mezzo del luccicante viale dello shopping berlinese, arrivare fino alla piazza con il nome solenne, Adenauer, e dopo pochi metri, infilarsi nella sempre splendida architettura modernista della Schaubühne, uno dei teatri più importanti d’Europa.

Certe notti all’italiana

Perché stasera va in scena una commedia (chiamiamola così) di Ödön von Horváth che era andata in scena proprio a Berlino nel 1930. Fate un po’ i conti.

Il titolo è Italienische Nacht, Notte all’italiana. Non passa come il migliore fra i titoli di quel genio di von Horváth (il drammaturgo ungherese che era nato a Fiume, aveva passato la vita tra le capitali, scriveva in tedesco, e era morto a Parigi, 36 anni dopo, colpito da un ramo d’albero).  Eppure…

Eppure il genio berlinese di adesso, il regista Thomas Ostermeier, saldo al timone della sua Schaubühne, ne ha saputo fare un lavoro presago e inquietante. Proprio contemporaneo.

Ostermeier e le spranghe

Dunque, allora come ora: in una trattoria fuori città, un comitato di simpatizzanti di sinistra ha messo su una Festa dell’Unità (traduco così, liberamente, la notte all’italiana). Il trio musicale, affittato per l’occasione, suona Bella Ciao e Azzurro e si balla alla buona. Le discussioni sulla linea politica, i patetici discorsi del segretario locale, qualche bicchiere in più: insomma, si arriva alla zuffa. Fuori invece, la destra violenta e compatta, ragazzoni coi rayban, le bandiere, i tamburi, ha tutta l’intenzione di interrompere la festicciola. E suonare anch’essa qualche motivetto. Di quelli che si suonano con le spranghe. Perché in mattinata qualche balordo ha imbrattato un monumento ai sacri valori della patria.

Come dice la data – 1930 – il testo di von Horváth fotografa la Germania tre anni prima che bruci il Reichstag e Hitler ottenga i “pieni poteri“. Sì, avete capito bene.

La genialata di Ostermeier, e della splendida compagnia di attori della Schaubühne, è mettere in bocca agli uni e agli altri, al posto delle campagne antisemite di allora, le frasi fatte e l’aria fritta con cui il centrosinistra e la destra tedesca si confrontano oggi. Il dato più inquietante è la sottovalutazione di quelle spranghe e della rabbia populista. “A difenderci e a tenerci uniti – proclamano i compagni, sempre più divisi, anzi in aria di scissione – ci sono i valori della Costituzione”. Vedi un po’ tu, come è andata a finire, con la Costituzione tedesca.

Ma niente spiegoni

Senza farci lo spiegone, e ironizzando pure su questi ritratti di militanti balordi e facinorosi, il 51enne Ostermeier, nato quindi nel ’68, mette sull’avviso gli spettatori tedeschi (e anche noi, italiani, suppongo).

Meno Bella Ciao e più attenzione. Meno baruffe interne e occhi ben aperti su un futuro che non si presenta come una serena e stellata Italienische Nacht (la band ora suona perfida, Perfect day di Lou Reed) .

O forse sì: ha proprio l’aria di essere una nottata d’incubo, all’italiana.